IMPERO ECCLESIASTICO A. T. Jones
CAPITOLO 01 — UNA POTENZA ECCLESIASTICA MONDIALE
1. L’Impero Romano era perito. “Mai l’esistenza di una nazione era stata più completamente rovesciata.” – (Guizot: “History of Representative Government”, lecture XXII, par. 9). Nuovi popoli, divisi in dieci regni distinti, nel 476 d.C., occuparono il territorio che per cinquecento anni era stato romano. Queste sono le nazioni che, inestricabilmente legate al papato, sono oggetto della storia medievale e moderna dell’Europa occidentale che ora dobbiamo ripercorrere. [13]
- L’istituzione, la crescita e il regno del papato come potenza mondiale sono chiaramente oggetto di profezia, tanto quanto lo sono la caduta di Roma e la fondazione dei Dieci Regni sulle sue rovine. In effetti, la profezia di questo è parte inseparabile della profezia dell’altro. A chiunque osservi attentamente, apparirà chiaramente che nelle tre grandi linee profetiche di Daniele 7, 8 e 11, il grande argomento è Roma. Nelle Scritture, in ciascuno di questi capitoli, viene dedicato molto più spazio alla descrizione di Roma che a Babilonia, Medo-Persia e Grecia nel loro insieme. E in Daniele 11:14, quando viene menzionato l’ingresso di Roma sulla scena, viene affermato in modo chiaro e significativo: “I figli dei ladroni si eleveranno peradempiere alla visione“. [*A.T.Jones – Signs of the Times, vo.26 ecc.]. Vale a dire: Roma è l’oggetto specifico della visione; e quando Roma viene raggiunta ed entra in scena, la visione è adempiuta.
- In Daniele 7, i quattro grandi imperi mondiali – Babilonia, Medo-Persia, Grecia e Roma – sono raffigurati da quattro grandi bestie. L’ultima caratteristica della quarta è che “aveva dieci corna”. Poi, dice il profeta, {“Io consideravo le corna, ed ecco, spuntò in mezzo ad esse un altro PICCOLO corno, davanti al quale tre delle prime corna furonodivelte: ed ecco, in questo corno c’erano occhi simili a occhi d’uomo e una bocca che proferiva grandi cose”. Dan. 7:8}. Il profeta osservò questo “piccolo corno” fino a quando “fu stabilito il Giudizio e i libri [v.8] furono furore aperti.” E poi dice: “Guardai allora [al tempo del Giudizio] a causa delle grandi parole che il corno pronunciò. Io guardai finché la bestia fu uccisa, e il suo corpo distrutto, e gettato nella fiamma ardente”.
- Si noti che il profeta sta considerando il “piccolo corno” nel suo percorso fino alla fine. Ma quando quel “piccolo corno” giunge alla sua fine, non viene detto: “Io guardai finché il corno fu spezzato”, ma: “Io guardai finché la bestia fu uccisa”. Al momento del Giudizio, “Io guardai allora a causa delle grandi parole che il cornopronunziò: io guardai finché la bestia fu uccisa”. Questo dimostra senza ombra di dubbio che ciò che è simboleggiato dal “piccolo corno” è semplicemente un’altra fase di ciò che è simboleggiato dalla grande e terribile bestia. Il “piccolo corno” non è altro che la continuazione della bestia in una forma diversa: le stesse caratteristiche sono presenti: lo stesso spirito è presente: la stessa cosa che è la bestia continua per tutto il tempo del piccolo corno fino alla sua distruzione; e quando [14] La distruzione del piccolo “corno” avviene, è “la bestia” che viene uccisa e il suo corpo distrutto e gettato nel fuoco ardente.
- In Daniele 8 il concetto è lo stesso, tranne per il fatto che entrambe le fasi di questo potere che è Roma sono simboleggiate da “un piccolo corno che si ingrandì enormemente verso sud, verso oriente e verso il paese splendido”; che “si ingrandì fino a raggiungere l’esercito del cielo”; che si ingrandì fino a raggiungere il Principe dell’esercito, e per mezzo del quale il sacrificio quotidiano fu abolito e il luogo del Suo santuario fu abbattuto. Un ulteriore abbozzo di Roma nel suo intero percorso, e sotto qualsiasi forma, dal suo ingresso nel campo degli affari mondiali fino alla fine, è dato nei versetti 23-25: {“E alla fine del loro regno, quando i ribelli avranno colmato la misura delle loro ribellioni, sorgerà un re dall’aspetto feroce, ed esperto in stratagemmi. La sua potenza sarà grande, ma non sarà potenza sua; egli farà prodigiose ruine, prospererà nelle sue imprese, e distruggerà i potenti e il popolo dei santi. A motivo della sua astuzia farà prosperare la frode nelle sue mani; s’inorgoglirà in cuor suo, e in piena pace distruggerà molta gente; insorgerà contro il principe de’ principi, ma sarà infranto, senz’opera di mano.” DANIELE 8:23-25 RDV24}
- Quando nel capitolo 7 l’angelo spiegò a Daniele il significato di queste cose, disse: {“Le dieci corna sono dieci re che sorgeranno da questo regno; e, dopo quelli, ne sorgerà un altro, che sarà diverso dai precedenti, e abbatterà tre re. Egli proferirà parole contro l’Altissimo, ridurrà allo stremo i santi dell’Altissimo, e penserà di mutare i tempi e la legge; i santi saran dati nelle sue mani per un tempo, dei tempi, e la metà d’un tempo.” Daniele 7:24,25 RVD24}
- Del quarto grande regno – Roma – l’angelo disse che non solo era “diverso da tutti i regni che lo precedevano“, ma che era “diverso da tutti i regni“. Roma era diversa da tutte le potenze che la precedevano, e anche diversa da tutti i regni, in quanto era una repubblica. È vero che questa repubblica degenerò in un potere monocratico, un terribile dispotismo imperiale, in cui era anche diversa da tutte quelle che la precedevano, e persino da tutte; tuttavia, il nome e la forma di una repubblica furono ancora conservati, fino ai suoi ultimi giorni.
- Quell’impero perì, e al suo posto sorsero dieci potenze che furono chiamate regni. Ma ora, di quest’altro regno peculiare che si erge tra i dieci, davanti al quale tre dei dieci sono radicati fuori — di questo è scritto: “Sarà diverso dal primo”. Il primo era diverso da “tutti”; eppure questo è diverso anche da quello. Questo dimostra, quindi, che il potere a cui si fa riferimento qui sarebbe diverso da tutti, anche a un livello superiore a quello che è chiaramente dichiarato diverso da tutti: che sarebbe di un ordine completamente nuovo e strano.
- Si noti che di questo potere è scritto che avrebbe “proferito parole contro l’Altissimo“, che avrebbe “sfinito i santi dell’Altissimo” e che avrebbe “pensato di mutare i tempi e la legge” dell’Altissimo. Nella descrizione dello stesso potere, data nel capitolo 8:25, è affermato che “si leverà anche contro il Principe dei principi”. In tutto il libro di [15] Daniele, l’espressione “sorgere”, quando usata in relazione ai re, significa invariabilmente “regnare” {Dan. 8:21-23,25; 11:2,3,5,7,20,21; 12:1}. Questo potere, quindi, avrebbe regnato in opposizione a Cristo; poiché solo Lui è il Principe dei principi.
- Ulteriori informazioni riguardo a questo potere sono fornite da Paolo in2 Tessalonicesi, cap. 2, dove, scrivendo del giorno della venuta del Signore, disse: {“Nessuno vi tragga in errore in alcuna maniera; poiché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e non sia stato manifestato l’uomo del peccato, il figliuolo della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra tutto quello che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando se stesso e dicendo ch’egli è Dio.” 2 Tess. 2:3-4 RDV24}. E che questa istruzione derivi direttamente dai passi che abbiamo citato da Daniele 7 e 8, è chiaro dal fatto che Paolo si appella ai Tessalonicesi: “Non vi ricordate che, quando ero ancora con voi, vi dicevo queste cose?” Quando era ancora con loro, e raccontava loro queste cose, “ragionava con loro attingendo alle Scritture”. Le uniche Scritture che avevano a disposizione erano quelle dell’Antico Testamento. E l’unico passo nelle Scritture dell’Antico Testamento in cui vengono menzionate queste cose, che egli cita, è in questi capitoli del libro di Daniele.
- Queste specificazioni scritturali rendono certo che il potere a cui si fa riferimento è ecclesiastico; esso riguarda in particolare “l’Altissimo”, poiché esso regna in opposizione al “Principe dei principi”. Le specificazioni mostrano che è più di un semplice potere ecclesiastico: è un potere mondiale ecclesiastico, un regno mondiale teocratico, che esige adorazione: si pone al di sopra di tutto ciò che viene adorato, persino sedendo “nel tempio” – il luogo dell’adorazione – “di Dio, mostrando se stesso come Dio”.
- Tutto ciò è sottolineato dall’ulteriore descrizione dello stesso potere: “E io vidi una donna che sedeva sopra una bestia di colore scarlatto, piena di nomi di bestemmia, e avente sette teste e dieci corna… E sulla fronte era scritto un nome: MISTERO, BABILONIA LA GRANDE, LA MADRE DELLE MERETRICI E DELLE ABOMINAZIONI DELLA TERRA. E vidi la donna ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù”. Apocalisse 17:3-6}. Questi santi e martiri di Gesù sono simboleggiati in questo stesso libro da un’altra donna: {“Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle” che “fuggì nel deserto” Apocalisse 12:1,6,14}, mentre questa terribile donna sulla bestia di colore scarlatto sta facendo tutto ciò che è in suo potere per “sfinire i santi dell’Altissimo”. La condizione così rivelata è donna contro donna, Chiesa contro Chiesa: una Chiesa corrotta opposta alla Chiesa pura.
- Il libro dell’Apocalisse è il complemento del libro di Daniele. Il libro di Daniele ha come argomento principale la storia delle nazioni in connessione con la storia della vera Chiesa. Il libro dell’Apocalisse ha come argomento principale la storia della vera Chiesa in relazione alla storia delle nazioni. Di conseguenza, ciò che viene solo brevemente menzionato nel libro di Daniele riguardo a questo regno ecclesiastico che occupa un posto così ampio nel mondo, è trattato in modo molto approfondito nel libro dell’Apocalisse: e trattato in entrambe le sue fasi, quella della vera Chiesa e quella della falsa Chiesa; quella della Chiesa fedele e quella della Chiesa apostata. [16] La linea profetica delle Sette Chiese del libro dell’Apocalisse è una serie di sette lettere indirizzate dal Signore alla Sua Chiesa nelle sette fasi del ciclo completo della sua esperienza, dal primo avvento di Cristo al secondo. In ciascuna di queste sette lettere non solo vengono dati consigli sulla via del bene, ma vengono indicati i pericoli e i mali che incombono sulla Chiesa, dai quali essa deve essere particolarmente protetta e dai quali, per rimanere pura, deve sfuggire.
- Alla Chiesa nella sua prima fase – la Chiesa di Efeso – Egli dice: {“Ho questo contro di te, perché hai lasciato il tuo primo amore. Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima”. Apocalisse 2:4,5}. Questo indica chiaramente l’apostasia menzionata da Paolo agli anziani della Chiesa di Efeso {Atti 20:30}, e che viene nuovamente menzionata e approfondita in 2 Tessalonicesi 2, apostasia che, se continuata, ha prodotto “quell’uomo del peccato”, “il figlio della perdizione”, “che si oppone e si innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio o che è oggetto di adorazione”: lo Stato ecclesiastico ora in esame. Il periodo di questa fase della Chiesa è indicato dalla lettera stessa come risalente ai giorni degli apostoli {Apoc. 2:3}, e quindi conclusosi intorno al 100 d.C.
- La lettera alla Chiesa, nella sua seconda fase, è interamente elogiativa. Ciò dimostra che, sebbene gli individui avessero continuato nell’apostasia menzionata nella prima lettera, la Chiesa stessa aveva dato ascolto al consiglio dato dal Capo della Chiesa, si era pentita ed era tornata alle “prime opere”. Il periodo di questa fase dell’esperienza della Chiesa è chiaramente suggerito nella lettera stessa, dall’affermazione che avrebbe avuto “una tribolazione di dieci giorni”. {Apoc. 2:10}. Questo si riferisce ai dieci anni di persecuzione durante il regno di Diocleziano, dal 303 al 313 d.C.; che fu concluso dall’Editto di Milano, emanato dai due imperatori, Costantino e Licinio, nel marzo del 313 d.C.11 (“Great Empires of Prophecy”, cap.28, paragrafo 9 fino alla fine).
- La lettera alla Chiesa nella terza fase della sua esperienza fornisce la chiave per questo particolare pensiero che ora ci sta di fronte: l’identificazione di quello Stato ecclesiastico. In questa lettera Cristo menziona con lode il fatto che la Sua Chiesa aveva mantenuto saldo il Suo nome e non aveva rinnegato la Sua fede, “anche in quei giorni in cui Antipa fu il mio fedele martire”. {Apoc. 2:13}. Questa parola “Antipa” non è un nome di persona, ma un termine caratteristico dei tempi. È composta da due parole, anti e pappas. “anti” significa contro, e “pappas” significa papa, che è la nostra parola inglese, e anche la parola universale, per “papa”. E questa parola “papa” non è altro che la ripetizione della semplice parola “pa”, ed è l’originale della parola “papa”.
- Pertanto, la parola “Antipa” – “contro `pas’ o `papas'” – mostra la crescita del papa-to nel periodo immediatamente successivo al 313 d.C. Questo fu il periodo di Costantino e successivi, in cui il papa-to stesso si formò in modo distinto. E la storia attesta che in quel periodo, mentre gli altri principali vescovi della Chiesa portavano il titolo di “patriarca”, il vescovo di Roma evitava accuratamente quel termine specifico, in quanto lo poneva sullo stesso piano degli altri “patriarchi”. [17] Egli preferì sempre il titolo di “papa” (Schaff: “History of the Christian Church”, vol.III, sez.IV, par.7, nota): e questo perché “patriarca” indica un governo oligarchico della Chiesa, cioè un governo di pochi; mentre “papa” indica un governo monarchico della Chiesa, cioè un governo di uno solo. (Schaff, stesso). Così la storia e la parola del consiglio di Cristo si uniscono nel definire come caratteristica di quella fase dell’esperienza della Chiesa la formazione del papato e l’affermazione dell’autorità del papa.
- E così, senza dubbio, il papato è identificato, e ciò dalla Parola di Dio stessa, come quello Stato ecclesiastico, quel regno ecclesiastico, delineato da Daniele nei capitoli 7 e 8; descritto da Paolo in 2 Tessalonicesi 2 e delineato in dettaglio da Giovanni nell’Apocalisse. Il periodo coperto da questa terza lettera di Cristo alla Sua Chiesa è, da quella lettera stessa, indicato come il periodo della fondazione del papato; e alle parole di quella lettera corrispondono esattamente i fatti della storia del periodo che va dall’Editto di Milano alla rovina dell’impero. L'”apostasia”, l’abbandono del “primo amore”, menzionato nella prima lettera, era culminato, in questo periodo della terza lettera, nella fondazione del papato.
- Ora, questo stesso corso è tracciato dal lato dell’apostasia, nei primi tre passi della linea profetica dei Sette Sigilli del libro dell’Apocalisse. Sotto il Primo Sigillo fu visto uscire un cavallo bianco (Apocalisse 6:2), corrispondente alla Chiesa nella sua prima fase – quella della sua purezza originaria, il suo “primo amore”. Ma il consiglio di Cristo nella Sua prima lettera affermava che anche allora ci fu un allontanamento da quel primo amore: e questo è simboleggiato nel Secondo Sigillo, all’apertura del quale {“uscì un altro cavallo, rosso”. Apoc. 6:4}. E, sotto il Terzo Sigillo, {“Vidi, ed ecco un cavallo nero!” Apoc. 6:5}. Così i simboli dei sigilli, passando in tre fasi dal bianco al nero, segnano identicamente il corso dell’apostasia nei tre stadi: dal primo amore, in cui Cristo era tutto in tutto, nel primo stadio della Chiesa, al terzo stadio, in cui “si trovava il trono di Satana”, e dove Satana dimorava. Un uomo fu messo al posto di Dio, in quella che si professava la Chiesa di Dio, “spacciandosi per Dio”.
- L’effetto immediato di questa apostasia, che sviluppò il papato nell’Impero Romano, fu la completa rovina dell’Impero Romano. E questa conseguenza dell’apostasia, che è tracciata nei primi tre passi delle due linee profetiche delle Sette Chiese e dei Sette Sigilli, è delineata nelle prime quattro trombe della linea profetica delle Sette Trombe. Ed è qui – nelle Sette Trombe – che la storia delle nazioni entra, come un evento, in questo libro di storia della Chiesa; come nell’ascesa del piccolo corno tra i dieci, nel libro di Daniele, entra la storia della Chiesa, come un evento, in quel libro di storia delle nazioni. Le Sette Trombe entrano qui appropriatamente, perché la tromba è il simbolo della guerra; e fu per mezzo della guerra universale con le inondazioni dei barbari provenienti dal nord che fu spazzata via quella massa di corruzione che si era accumulata sull’Impero Romano con la sua unione con la Chiesa apostata, nella creazione del papato. (“The Great Nations of To-day”, Review and Herald Publishing Co, Battlecreek, Michigan.)
CAPITOLO 02 — I VISIGOTI NEL MEDIOEVO
Teodorico, il visigoto — L’impero dei Visigoti
[19] 1. L’Impero Ecclesiastico è il grande centro della storia che ora studiamo. Tuttavia, a questo vi sono inseparabilmente connessi altri imperi e i Dieci Regni dell’Europa occidentale. Data la natura del caso, questi dovranno essere considerati in misura maggiore o minore. Pertanto, affinché ciascuno di essi possa ricevere la dovuta attenzione, e affinché la storia dell’Impero Ecclesiastico stesso possa essere seguita ininterrottamente e in modo più intelligente, sarà meglio prima delineare i regni dell’Europa occidentale durante il Medioevo.
- I Dieci Regni non potevano continuare a vivere in relazioni con gli altri regni, né in modo indisturbato, né senza disturbare, senza nemmeno disturbarsi tra di loro. Come sempre nella storia umana dai tempi di Nimrod, il desiderio di ampliare il dominio, l’ambizione di un impero, fu la caratteristica principale, la passione dominante, tra di essi.
- I primi a rendere il loro potere predominante tra i Dieci Regni furono i Visigoti. Si ricorderà (“Great Empires of Prophecy”, cap. 12, par. 68) che sotto il re Vallia i Visigoti, già nel 419 d.C., avevano conquistato una sede permanente nella Gallia sud-occidentale, dal Mar Mediterraneo al Golfo di Biscaglia e dalla Loira al Rodano, con capitale a Tolosa. Lì il regno appena istituito “acquisì gradualmente forza e maturità”. “Dopo la morte di Vallia [419 d.C.], lo scettro gotico passò a Teodorico, figlio del grande Alarico; e il suo prospero regno di oltre trent’anni [419-451 d.C.] su un popolo turbolento, può essere considerato la prova che la sua prudenza era sostenuta da un vigore non comune, sia mentale che fisico. Insofferente dei suoi limiti ristretti, Teodorico aspirò al possesso di Arles, la ricca sede del governo e del commercio; ma” questa impresa fallì.
- “Teodorico, re dei Visigoti, sembra aver meritato l’amore dei suoi sudditi, la fiducia dei suoi alleati e la stima del genere umano. Il suo trono era circondato da sei figli valorosi, che furono educati con pari cura negli esercizi del campo barbaro e in quelli delle scuole galliche: dallo studio della giurisprudenza romana acquisirono almeno la teoria del diritto e della giustizia.” “Le due figlie del re goto furono date in sposa ai figli maggiori dei re degli Svevi e dei Vandali, che regnarono in Spagna e in Africa.” (Gibbon. “Decline and Fall of the Roman Empire”, cap.35, par. 4). Questa alleanza domestica con la casa del re dei Vandali fu gravida di conseguenze terribili e di vasta portata. La nuora del re dei Vandali, a quel tempo, aveva ordito una cospirazione per avvelenarlo. Per Genserico, il suo stesso sospetto era prova sufficiente di colpevolezza, e alla sventurata figlia di Teodorico fu inflitta l’orribile pena di tagliarle naso e orecchie. Così mutilata, fu rimandata alla casa del padre.
- Questo oltraggio spinse Teodorico a muovere guerra al re dei Vandali, e in ciò godeva ampiamente della simpatia dei suoi vicini. Per proteggere se stesso e i suoi domìni da questa pericolosa invasione, Genserico, con “ricchi doni e sollecitazioni pressanti, infiammò l’ambizione di Attila”, che, così persuaso, marciò, nel 451 d.C., con un esercito di settecentomila uomini nella sua memorabile invasione della Gallia. Ciò richiese che non solo le forze di Teodorico, ma tutte le forze dell’intero Occidente si schierassero unite in difesa delle proprie case. La battaglia che fu combattuta fu la battaglia di Chalons. “Il corpo di Tedorico, trafitto da ferite onorevoli, fu scoperto sotto un mucchio di cadaveri: i suoi sudditi piansero la morte del loro re e padre; ma le loro lacrime si mescolarono a canti e acclamazioni, e i suoi riti funebri furono celebrati di fronte a un nemico sconfitto. I Goti, facendo risuonare le armi, levarono su uno scudo, il suo figlio maggiore, Torismondo, al quale attribuirono giustamente la gloria del loro successo; e il nuovo re accettò l’obbligo della vendetta come parte sacra della sua eredità paterna”. – (Gibbon. “Decline and Fall of the Roman Empire”, cap.35, par. 11)
- Torismondo fu assassinato nell’anno 453 d.C. dal fratello minore Teodorico II, che regnò fino al 466d.C. Nel 456 d.C. egli invase la Spagna in una spedizione contro “gli Svevi che avevano fissato il loro regno in Gallicia”, 10 e che ora “aspiravano alla conquista della Spagna” e persino minacciavano di attaccare Tedorico sotto stesse mura della sua capitale. “Una tale sfida spinse Teodorico a sventare gli audaci disegni del suo nemico: attraversò i Pirenei alla testa dei Visigoti; Franchi e Burgundi servirono sotto il suo stendardo… I due eserciti, o piuttosto le due nazioni, si incontrarono sulle rive del fiume Urbico, a circa dodici miglia da Astorga; e la decisiva vittoria dei Goti sembrò per un pò aver estirpato il nome e il regno degli Svevi. Dal campo di battaglia Teodorico avanzò verso Braga, la loro metropoli, che conservava ancora le splendide vestigia del suo antico commercio e della sua dignità.” – (Gibbon. “Decline and Fall of the Roman Empire”, cap.35, par. 7). Il re degli Svevi fu catturato e ucciso da Tedorico, che “portò le sue armi vittoriose fino a Mérida”, da dove fece ritorno nella sua capitale.
- Nel 466 Teodorico fu assassinato da Eurico, che regnò fino al 485 d.C. Subito dopo la sua ascesa al trono, egli rinnovò l’invasione visigota della Spagna. “Passò i Pirenei alla testa di un numeroso esercito, sottomise le città di Saragozza e Pamplona, sconfisse in battaglia i nobili marziali della provincia di Tarragona e condusse le sue armi vittoriose nel cuore subense le città di Saragozza e Pampeluna, vincenti in battaglia i nobili marziali della provincia di Tarraguese, portarono le sue braccia vittoriose nel cuore della Lusitania, e permise agli Svevi di tenere il regno di Gallicia sotto la monarchia gotica della Spagna” che rese permanente.(Gibbon: “Decline and Fall of the Roman Empire”, cap.35, par. 23)
- “Gli sforzi di Eurico non furono meno vigorosi né meno riusciti in Gallia; e in tutto il territorio, che si estende dai Pirenei al Rodano e alla Loira; Berry e Alvernia furono le uniche città, o diocesi, che si rifiutarono di riconoscerlo come loro signore.” “Non appena Odoacre ebbe estinto l’Impero occidentale, egli cercò l’amicizia del più potente dei barbari. Il nuovo sovrano d’Italia cedette a Eurico, re dei Visigoti [476-485 d.C.], tutte le conquiste romane oltre le Alpi fino al Reno e all’oceano; e il Senato poteva confermare questo generoso dono con una certa ostentazione di potere, e senza alcuna perdita di reddito o di dominio.
- “Le legittime pretese di Eurico erano giustificate dall’ambizione e dal successo; e la nazione gota poteva aspirare, sotto il suo comando, alla monarchia di Spagna e Gallia. Arles e Marsiglia si arresero alle sue armi; egli oppresse la libertà dell’Alvernia; e il vescovo acconsentì a comprare il suo richiamo dall’esilio con un tributo di lode giusta, ma riluttante. Sidonio attese davanti alle porte del palazzo tra una folla di ambasciatori e supplicanti; e i loro vari affari alla corte di Bordeaux attestavano il potere e la fama del re dei Visigoti. Gli Eruli del lontano oceano, che dipingevano i loro corpi nudi con il suo colore ceruleo, imploravano la sua protezione; e i Sassoni rispettavano le province marittime di un principe privo di qualsiasi forza navale. Gli alti Burgundi si sottomisero alla sua autorità; né egli restituì i Franchi prigionieri finché non aveva imposto a quella feroce nazione i termini di una pace ineguale. I Vandali d’Africa coltivarono la sua utile amicizia: e gli Ostrogoti di Pannonia furono sostenuti dal suo potente aiuto contro l’oppressione dei vicini Unni. Il Nord (tali sono i sublimi versi del poeta) fu agitato o placato dal cenno di Eurico; il grande re di Persia consultò l’oracolo dell’Occidente; e l’anziano dio del Tevere fu protetto dal genio in piena espansione della Garonna.” (Lo stesso: cap.36, par.23; cap.38, par.3)
- Il regno di Eurico “fu il punto culminante della monarchia visigota in Gallia.” – (Guizot: “Representative Government”, lezione XXIV, par.9). Gli successe, nel 485 d.C., suo figlio Alarico II, all’epoca “un bambino indifeso”. Anche se Alarico II regnò ventidue anni, “si dedicò completamente alla ricerca del piacere” tanto che il suo regno “segnò l’epoca della decadenza della monarchia visigota in Gallia”, che terminò con la morte di Alarico II per mano di Clodoveo il Franco, nella battaglia di Poitiers, nel 507 d.C. Ad Alarico II successe il figlio neonato Amalarico, che fu condotto in Spagna. E sebbene i Visigoti occupassero ancora in Gallia “uno stretto tratto di costa dal Rodano ai Pirenei”, da quel momento in poi il loro dominio si estese propriamente in Spagna, paese al quale era limitato, e la cui sede fu fissata definitivamente durante il regno di Teude, che successe ad Amalarico nel 531 d.C. e regnò fino al 548.
- Il regno dei Visigoti continuò a prosperare in tutta la Spagna fino al 711 d.C. A quel tempo il lusso li aveva talmente snervati, e il loro dispotismo e le loro persecuzioni avevano così alienato i popoli sottomessi, che in un solo anno, dal 711 al 712, Tarik, il comandante saraceno, conquistò il territorio dallo Stretto di Gibilterra al Golfo di
Biscaglia, per una distanza di settecento miglia. Ciò può essere facilmente compreso dal fatto che alla grande e decisiva battaglia contro i Saraceni invasori, Roderico, re dei Visigoti, si recò “sostenendo sul capo un diadema di perle, ornato da una fluente veste d’oro e ricami di seta, e adagiato su una lettiga o carro d’avorio, trainata da due mule bianche”. – (Gibbon: Decline and Fall of the Roman Empire”, cap.2, par.41).
- I resti dei Visigoti, “una sparuta banda di guerrieri, guidata da Pelayo, probabilmente un membro della famiglia reale visigota, trovarono rifugio nella grotta di Covadonga, tra le inaccessibili montagne delle Asturie” nell’estrema parte nord-occidentale della penisola. “Il loro coraggio e le difficoltà del paese permisero loro di resistere; e divennero il punto di ritrovo per tutti coloro che preferivano una vita di stenti alla sottomissione servile.” (Encyclopedia Britannica. Art. ”Spain”, history, sez.III, par.7) Questo piccolo gruppo di guerrieri, mai sottomesso, continuò a resistere e a crescere in forza e successo. A poco a poco respinsero i Saraceni, ampliando il loro territorio e mantenendo tutto ciò che conquistarono. Continuarono così costantemente per settecentottant’anni, quando, nel 1492 d.C., l’ultima traccia del potere musulmano in Spagna fu spezzata e i discendenti dei Visigoti originali tornarono a possedere l’intero paese. L’attuale erede bambino al trono di Spagna, nel 1901 d.C., è Alfonso XIII; e Alfonso I era nipote di Pelayo, l’intrepido capo di quella “scarsa banda di guerrieri” che nel 712 d.C. “trovò rifugio nella grotta di Covadonga tra le inaccessibili montagne delle Asturie.”
- L’anno della definitiva ripresa della Spagna dal potere musulmano, va notato, coincideva anche con lo stesso anno della scoperta delle Indie Occidentali da parte di Colombo, il 1492 d.C. Quest’era di scoperte e conquiste, inaugurata da Colombo e proseguita da Balboa, Cortes e altri, con un intricato intreccio di acquisizioni territoriali in Europa, all’inizio del XVI secolo elevò improvvisamente la Spagna al ruolo di potenza dominante e il suo re, Carlo I, al ruolo di più grande sovrano del mondo. Nel giro di cinquant’anni, tuttavia, iniziò un declino che proseguì costantemente fino a quando, nel 1898, fu ridotta ai confini dell’originario regno dei Visigoti nella penisola spagnola, con alcune isole periferiche.
CAPITOLO 03 — GLI SVEVI NEL MEDIOEVO
Scoperte portoghesi — Scoperta delle Indie della Cina
[23] Al momento del loro insediamento originario e permanente nell’Impero Romano, gli Svevi occuparono “la maggior parte della Spagna meridionale e occidentale; e la loro capitale era Astorga”. Nel periodo compreso tra la partenza dei Vandali per l’Africa, nel 429 d.C., e l’arrivo dei Visigoti in Spagna, nel 456 d.C., gli Svevi furono “l’unica potenza barbarica rimasta nella penisola”. – (Hodgkin. “Italy and Her Invaders”, libro III, cap.17). Sebbene nella grande battaglia con Teodorico, il Visigoto, nel 456, fossero stati nettamente sconfitti e il loro potere notevolmente indebolito, il regno svevo, distinto da quello visigoto, sopravvisse fino al 587, quando, grazie al potere del Visigoto Leovigildo, divenne interamente soggetto e tributario del regno visigoto.
- Durante l’occupazione della penisola da parte della potenza musulmana, nel 711, gli Svevi, fino al 1250 circa, condivisero la sorte dei Visigoti. Mentre a poco a poco i coraggiosi discendenti dell’indomabile Pelayo arretravano i confini del dominio maomettano, gli Svevi, che abitavano il territorio di quelli che oggi sono il Portogallo e la Galizia, furono i primi a essere liberati. Alfonso I, nipote di Pelayo, non solo scacciò i mussulmani dalla Galizia, ma riuscì ad avanzare “con le sue truppe vittoriose” fino al fiume Duero. Alfonso III, 866-910, effettuò spedizioni a sud fino a Coimbra e Lisbona, sebbene il suo confine meridionale permanente fosse ancora il fiume Duero.
- Ferdinando il Grande, re di León, Castiglia e Galizia, 1055-1064, e suo figlio, nel 1065, estese il confine verso sud fino a includere l’attuale provincia portoghese di Beira. Alfonso VI, 1072-1109, impose la cessione di Lisbona e Santerem, che rappresentava praticamente tutta quella parte della provincia di Estremadura, che si estende a ovest e a nord del fiume Tago. Nel 1086 il pericolo che i musulmani riconquistassero questi territori era così grande che Alfonso VI “chiamò in suo aiuto la cavalleria della cristianità. Tra i cavalieri che accorsero in suo aiuto ci furono i conti Raimondo ed Enrico di Borgogna… e nel 1094 unì i feudi di Coimbra e Oporto in un’unica grande contea”, chiamata Terra Portucalensis, o Contea di Porto Cale; e, per mano di sua figlia Teresa, la conferì a Enrico di Borgogna, che divenne così Conte di Portucalensis: Porto Cale: Portogallo. E che gli Svevi, che in origine abitavano la Spagna meridionale e occidentale e la Galizia, fossero la radice di questo Portogallo, è chiaro dal fatto che “etnologicamente i Galiziani sono imparentati con i Portoghesi, ai quali assomigliano nel dialetto, nell’aspetto e nelle abitudini più di qualsiasi altro abitante della penisola”. (Encyclopedia Britannica, art. “Galicia”, par. 2).
- La storia del Portogallo come regno, quindi, inizia in realtà con questa donazione di Alfonso VI, discendente di Alfonso I, nipote di Pelagio il Visigoto, a Enrico di Borgogna, nel 1094 d.C. Va ricordato, tuttavia, che a quel tempo il Portogallo era solo una contea, tenuta in feudo [24] da Enrico di Borgogna come vassallo di Alfonso VI, re di León, Castiglia e Galizia, che in virtù dei suoi grandi successi assunse il titolo di “Imperatore di Spagna”. Questo prestigioso titolo, tuttavia, scomparve con lui; e non appena morì, il Conte Enrico, suo beneficiario, invase il regno in una lotta con altri quattro pretendenti per proclamarsi re. Portò avanti questa lotta per cinque anni, ma fallì; e morì improvvisamente ad Astorga nel 1112, lasciando la moglie Teresa a governare la contea del Portogallo durante la minore età del suo figlio neonato, Affonso Henriques.
- “Affonso Henriques, che, all’età di diciassette anni, assunse il governo [1112-1185], fu uno degli eroi del Medioevo. Successe al governo della contea del Portogallo quando era ancora considerata un feudo della Galizia; e dopo quasi sessant’anni di incessanti combattimenti, lasciò in eredità al figlio un piccolo e potente regno, la cui indipendenza era indiscussa e la cui fama si diffuse in tutta la cristianità grazie ai resoconti delle vittorie del suo primo re sui musulmani. Le quattro guerre d’indipendenza che Affonso Henriques condusse contro Alfonso VII durarono più di dodici anni e furono combattute sulla frontiera galiziana con alterne fortune, finché la questione dell’indipendenza portoghese non fu pacificamente risolta e confermata dal valore dei cavalieri portoghesi che sconfissero quelli di Castiglia nel famoso torneo di Valdevez, e Affonso Henriques assunse il titolo di Re di Portogallo.” (Idem, art. “Portugal”, pars.4,6)
- Fu solo durante il regno di Affonso III, 1248-1279, che i musulmani furono definitivamente espulsi, e il Portogallo raggiunse i suoi limiti europei con la conquista portoghese di tutto il territorio a ovest del fiume Guadilquivir e a sud fino al mare. Così il Portogallo espulse i musulmani dai suoi domini, duecentocinquant’anni prima che la Spagna li recuperasse completamente. Dopo che ciò fu compiuto, vi fu un lungo periodo di relativa pace, in cui il regno e il popolo prosperarono notevolmente. Intorno al 1400 iniziò per i portoghesi un’era di esplorazioni e scoperte, una delle più grandi nella storia del mondo; che a quel tempo era all’avanguardia nel mondo; e che portò al re del Portogallo “un reddito maggiore di quello di qualsiasi principe in Europa, tanto che non aveva bisogno di tasse”.
- Questa splendida era di scoperte fu iniziata dal Principe Enrico, figlio di Re João, o Giovanni, che grazie alla sua energia e al suo successo si guadagnò il titolo di “Navigatore”. “Fino ai suoi giorni, i sentieri del genere umano erano stati la montagna, il fiume e la pianura, lo stretto, il lago e il mare interno. Fu lui a concepire l’idea di aprire una strada attraverso l’oceano inesplorato: una strada piena di pericoli, ma ricca di promesse. Nato il 4 marzo 1394, il Principe Enrico era il figlio cadetto di Re João del Portogallo e di Filippa di Lancaster, nipote di Edoardo III; era quindi per metà inglese. Il Principe Enrico abbandonò i piaceri della corte e si stabilì sull’inospitale promontorio di Sagres, all’estremo angolo sud-occidentale dell’Europa”. Il suo grande obiettivo era trovare la via marittima per le uniche Indie allora conosciute. Non ci riuscì, ma fece una grande cosa nel distruggere il terrore del grande oceano, aprendo così la porta del coraggio a coloro che sarebbero venuti dopo. Le sue navi e i suoi uomini raggiunsero le isole di Madeira e Porto Santo nel 1418 e nel 1420, che gli furono concesse dal re, suo fratello, nel 1433. Doppiarono Capo Bojador nel 1433. Nel 1435 percorsero centocinquanta miglia oltre Capo Bojador. Nel 1443 percorsero venticinque miglia oltre Capo Blanco. Nel 1445 raggiunsero la foce del fiume Senegal. Nel 1455 superò Capo Verde e arrivò fino alla foce del fiume Gambia. Il principe Enrico, il Navigatore, morì il 13 novembre 1460. [25]
- L’impresa che il Principe Enrico, il Navigatore, aveva così ben avviato, continuò dopo la sua morte. Nel 1462 le Isole di Capo Verde furono scoperte e colonizzate. Nello stesso anno una spedizione guidata da Pedro de Cintra raggiunse un punto sulla costa della Serra Leone, seicento miglia oltre il Gambia. Nel 1469 un’altra spedizione guidata da Fernán Gómez raggiunse la Costa d’Oro. Nel 1484 Diogo Cam raggiunse la foce del Congo. Nel 1486 Bartolomeo Diaz riuscì a doppiare l’estrema punta meridionale dell’Africa, fino alla baia di Algoa. Chiamò il capo Cabo Tormentoso, ma il re del Portogallo, Giovanni II, rallegrato dalla prospettiva che la via per l’India fosse ormai sicuramente aperta, lo chiamò Capo di Buona Speranza.
- Questa continua serie di successi aveva attirato a Lisbona, la capitale portoghese, avventurosi stranieri “da ogni parte del mondo”; e tra questi giunse da Genova, in Italia, nel 1470, Cristoforo Colombo. Entrò al servizio del re del Portogallo, dove rimase fino al 1484, compiendo “diversi viaggi fino alle coste della Guinea”. Già nel 1474 aveva deciso che il mondo è rotondo; che quindi l’India doveva essere raggiunta navigando verso ovest; e che avrebbe navigato in quella direzione per trovarla. Il suo progetto lo comunicò a re Giovanni II, che lo indirizzò alla sua Commissione del Consiglio per gli Affari Geografici. La commissione emise un rapporto decisamente negativo; ma il vescovo di Ceuta, vedendo che il re era incline a favorire la visione di Colombo, gli suggerì di trarne vantaggio inviando una spedizione all’insaputa di Colombo. Il re accettò il suggerimento, inviò la sua spedizione che, per paura, fece presto ritorno. Colombo, scoperto il trucco tentato, giustamente indignato abbandonò Lisbona nel 1484; e così la gloria e le meraviglie della scoperta del Continente Occidentale, il Nuovo Mondo, andarono perdute per il Portogallo.
- I portoghesi, tuttavia, dopo aver superato il punto più meridionale dell’Africa, proseguirono il tentativo di raggiungere l’India navigando verso est. Nel luglio del 1497, Vasco da Gama salpò da Lisbona. Il 22 novembre doppiò il Capo di Buona Speranza. Il giorno di Natale, mentre navigava, avvistò una terra che, in onore del giorno, chiamò Natal. Il 7 aprile 1498, raggiunse Mombas, sulla costa orientale dell’Africa, vicino all’equatore; e il 20 maggio 1498, il problema dell’India fu risolto avvistando la costa del Malabar nell’India occidentale e gettando l’ancora davanti a Calicut. Il 9 marzo 1500, un’altra spedizione lasciò Lisbona, al comando di Pedro Álvarez Cabral, e il 22 aprile scoprì la costa sud-orientale del Brasile, prendendone possesso in nome del re del Portogallo. Cabral salpò quindi per l’India, arrivando a Calicut a settembre, e continuò il suo viaggio verso sud fino a Cananore e infine a Cochin. Nel 1501 João da Nova scoprì l’isola di Ascensione e Amerigo Vespucci scoprì il Rio Plata e il Paraguay. Ceylon fu scoperta nel 1505. Nel 1506 Albuquerque “esplorò le coste dell’Arabia e della Persia, rese il re di Ormus tributario del re del Portogallo e inviò ambasciate in Abissinia”. Nel 1510 conquistò Goa, sulla costa indiana, poco a nord di Calicut. Nel 1512 furono scoperte le Molucche, o Isole delle Spezie, al largo della costa orientale della Cina; e nel 1517 la grande era delle scoperte portoghesi fu degnamente completata dalla scoperta della Cina da parte di Fernam Peres de Andrade e dall’avvio di “relazioni commerciali con il governatore di Canton”. [26]
- Queste scoperte spinsero un gran numero di portoghesi a emigrare in cerca di fortuna; e la grande ricchezza riversata nel regno dal commercio delle nuove terre indusse al lusso e al conseguente indebolimento di coloro che rimasero in patria: al contempo, non vi fu immigrazione e la terra fu lavorata dagli schiavi. Questi fattori di per sé indebolirono il regno; ma come per garantirne il declino, nel 1536 Re Giovanni III istituì l’Inquisizione, che “distrusse rapidamente tutto ciò che restava del vecchio spirito portoghese”. A causa di questi fattori in patria e della tirannia e corruzione dei governatori delle colonie, “tutto andò di male in peggio”. Nel 1578 la successione reale diretta terminò con Re Sebastiano. Il regno passò per due anni allo zio del defunto re, che era anziano e morì l’ultimo giorno di gennaio del 1580; e, nella confusione e negli intrighi dei diversi aspiranti al trono che seguirono, Filippo II, re di Spagna, riuscì a impadronirsi del regno e a proclamarsi re anche del Portogallo.
- Nel 1640 i portoghesi si ribellarono e riuscirono a liberarsi dal giogo spagnolo, a espellere gli spagnoli dal Portogallo e a ristabilire un regno proprio incoronando un re di loro scelta: il duca di Braganza, Re Giovanni IV. Durante i “sessant’anni di prigionia” in Spagna, tuttavia, il commercio dei suoi vasti possedimenti, e una parte considerevole di questi stessi possedimenti, erano stati assorbiti da altre nazioni. Da ciò il Portogallo non si riprese mai; e da allora ha avuto ben poco potere o influenza al di fuori dei suoi confini europei.
CAPITOLO 04 – I FRANCHI NEL MEDIOEVO
[27] Sottomissione dei Burgundi -Clodoveo unico re dei Franchi – I Maggiordomi (o Maestri) di Palazzo – L’impero di Carlo Magno – Le invasioni dei Normanni – La formazione della Normandia – L’istituzione della dinastia dei Capetingi – Il sistema feudale.
- Furono i Franchi, sotto la guida di Clodoveo, a spezzare la monarchia visigota e a privarla dei suoi possedimenti in Gallia, che aveva detenuto per quasi cento anni. Così, tra i Dieci Regni, dopo i Visigoti, i Franchi furono i successivi a rendere il loro potere predominante, e persino supremo.
- Ancora “trent’anni dopo la battaglia di Châlons”, le tribù dei Franchi che si erano “insediate in Gallia non erano ancora unite come una sola nazione”. Diverse tribù, indipendenti l’una dall’altra, si erano insediate tra il Reno e la Somme; alcune si trovavano nei dintorni di Colonia, Calais, Cambrai, persino oltre la Senna e fino a Le Mans, ai confini con la Britannia. … Le due principali tribù franche erano quelle dei Franchi Salii e dei Franchi Ripuari, stanziati, questi ultimi a est della Belgica, sulle rive della Mosella e del Reno; i primi verso ovest, tra la Mosa, l’oceano e la Somme. Meroveo, il cui nome si perpetuò nella sua discendenza, fu uno dei principali capi dei Franchi Salii; e suo figlio Childerico, che risiedeva a Tournay, dove la sua tomba fu scoperta nel 1655, fu il padre di Clodoveo, che gli succedette nel 481 e con il quale ebbero inizio il regno e la storia di Francia. – (Guizot. “History of France”, cap.7, par.7)
- Ancora nel 486 d.C. esisteva una piccola porzione della Gallia, che comprendeva le città di Reims, Troyes, Beauvais, Amiens e la città e diocesi di Soissons, che era ancora piuttosto romana ed era governata da Siagrio, un romano, con il titolo di Patrizio, o, come alcuni gli attribuiscono, re dei Romani. “La prima impresa di Clodoveo fu la sconfitta di Siagrio”, nel 486 d.C., e la sottomissione del paese che aveva riconosciuto la sua autorità. Con questa vittoria, tutto il territorio della Gallia a nord della Mosella, fino alla Senna, passò ai Franchi. “Le città belghe si arresero al re dei Franchi; e i suoi domini furono estesi verso est dall’ampia diocesi di Tongres, che Clodoveo sottomise nel decimo anno del suo regno”. – (Gibbon. “Decline and fall of the Roman Empire”, cap.37, par.4)
- Fino a quel momento, Franchi e Alemanni avevano compiuto progressi pressoché uguali in Gallia e avevano compiuto le loro conquiste in quella provincia, apparentemente in perfetta amicizia nazionale. Ma ora entrambe le nazioni erano diventate così potenti che era impossibile che due nazioni così feroci e bellicose potessero sussistere fianco a fianco senza ricorrere alle armi per decidere chi avrebbe avuto la supremazia. [28]
- “Dalla sorgente del Reno fino alla sua confluenza con il Meno e la Mosella, le formidabili orde di Alemanni dominavano entrambe le sponde del fiume per diritto di antico possesso o di recente vittoria. Si erano diffusi in Gallia, sulle attuali province dell’Alsazia e della Lorena; e la loro audace invasione del regno di Colonia richiamò il principe salico alla difesa dei suoi alleati ripuari. Clodoveo incontrò gli invasori della Gallia nella pianura di Tolbiac [496 d.C.] a circa ventiquattro miglia da Colonia, e le due più feroci nazioni della Germania erano reciprocamente animate dal ricordo delle imprese passate e dalla prospettiva di una futura grandezza. I Franchi, dopo un’ostinata lotta, cedettero; e gli Alemanni, levando un grido di vittoria, si ritirarono impetuosamente. Ma la battaglia fu ripristinata dal valore, dalla condotta e forse dalla pietà di Clodoveo; e l’evento del giorno di sangue decise per sempre l’alternativa tra impero e servitù. L’ultimo re degli Alemanni fu ucciso sul campo, e il suo popolo fu massacrato o inseguito, finché non depose le armi e si arrese alla mercé del conquistatore. Senza disciplina era impossibile per loro riorganizzarsi; avevano demolito con disprezzo le mura e le fortificazioni che avrebbero potuto proteggere la loro angoscia; e furono inseguiti nel cuore delle loro foreste da un nemico non meno attivo o intrepido di loro.
- “Teodorico il grande [*re degli Ostrogoti e re d’Italia dal 493 d.C.] si congratulò per la vittoria di Clodoveo, la cui sorella Albofleda aveva da poco sposato il re d’Italia; tuttavia intercedette con dolcezza presso il fratello in favore dei supplicanti e dei fuggitivi che avevano implorato la sua protezione. I territori gallici, posseduti dagli Alemanni, divennero il bottino del loro conquistatore; e la nazione altezzosa, invincibile o ribelle alle armi di Roma, riconobbe la sovranità dei re Merovingi, che graziosamente permisero loro di godere dei loro peculiari costumi e istituzioni, sotto il governo di duchi ufficiali e, infine, ereditari.” – (Gibbon. Idem, par.5)
- La sconfitta dei Burgundi seguì quella degli Alemanni, nel 499 d.C. “Il regno dei Burgundi, che era delimitato dal corso di due fiumi gallici, la Saona e il Rodano, si estendeva dalla foresta dei Vosgi alle Alpi e al mare di Marsiglia. Lo scettro era nelle mani di Gundobaldo. Quel principe valoroso e ambizioso aveva ridotto il numero dei candidati reali con la morte di due fratelli, uno dei quali era il padre di Clotilde; ma la sua imperfetta prudenza permise ancora a Godesil, il più giovane dei suoi fratelli, di possedere il principato dipendente di Ginevra.
- “La fedeltà di suo fratello era già stata sedotta; e l’obbedienza di Godesil, che unì lo stendardo reale alle truppe di Ginevra, promosse più efficacemente il successo della cospirazione. Mentre Franchi e Burgundi combattevano con pari valore, la sua opportuna diserzione decise l’esito della battaglia; e poiché Gundobaldo era debolmente sostenuto dai Galli scontenti, cedette alle armi di Clodoveo [500 d.C.] e si ritirò frettolosamente dal campo, che sembra essere situato tra Langres e Digione. Egli diffidava della forza di Digione, una fortezza quadrangolare, circondata da due fiumi e da un muro alto trenta piedi e spesso quindici, con quattro porte e trentatré torri; abbandonò all’inseguimento di Clodoveo le importanti città di Lione e Vienna; e Gundobaldo fuggì ancora precipitosamente, finché non raggiunse Avignone, a una distanza di duecentocinquanta miglia dal campo di battaglia. Un lungo assedio e un’astuta negoziazione avvertirono il re dei Franchi del pericolo e della difficoltà della sua impresa. Impose un tributo al principe di Borgogna, lo costrinse a perdonare e ricompensare il tradimento del fratello e tornò fiero nei suoi domini con il bottino e i prigionieri delle province meridionali. [29]
- “Questo splendido trionfo fu presto offuscato dalla notizia che Gundobaldo aveva violato i suoi recenti obblighi e che lo sfortunato Godegesil, lasciato a Vienna con una guarnigione di cinquemila Franchi, era stato assediato, sorpreso e massacrato dal suo disumano fratello. Un tale oltraggio avrebbe potuto esasperare la pazienza del sovrano più pacifico; eppure il conquistatore della Gallia dissimulò l’ingiuria, rilasciò il tributo e accettò l’alleanza e il servizio militare del re di Borgogna. Clodoveo non possedeva più quei vantaggi che avevano assicurato il successo della guerra precedente e il suo rivale, istruito dalle avversità, aveva trovato nuove risorse negli affetti del suo popolo. I Galli o Romani applaudirono le leggi miti e imparziali di Gundobaldo, che li elevavano quasi allo stesso livello dei loro conquistatori. I vescovi furono riconciliati e lusingati dalle speranze, che egli abilmente insinuava, della sua imminente conversione; e sebbene ne avesse eluso il compimento fino all’ultimo istante della sua vita, la sua moderazione garantì la pace e sospese la rovina del regno di Borgogna.” – (Gibbon. Idem par.8, 9)
- Nel 507 d.C. Clodoveo rivolse le armi contro i Visigoti nella Gallia sud-occidentale, governati da Alarico II. “Alle tre del giorno, a circa dieci miglia da Poitiers, Clodoveo raggiunse e attaccò all’istante l’esercito goto, la cui sconfitta era già stata preparata dal terrore e dalla confusione. Eppure, nella loro estrema angoscia, si ricomposero, e i giovani guerrieri, che avevano chiesto a gran voce la battaglia, si rifiutarono di sopravvivere all’ignominia della fuga. I due re si affrontarono in un duello. Alarico cadde per mano del rivale; e il vittorioso franco fu salvato, grazie alla forza della sua corazza e al vigore del suo cavallo, dalle lance di due Goti disperati, che gli si avventarono contro furiosamente per vendicare la morte del loro sovrano. La vaga espressione di una montagna di caduti serve a indicare un massacro crudele, seppur indefinito.” – (Gibbon. Idem, par.12). Nel 508 d.C. fu stipulato un trattato di pace tra i due popoli. “Ai Visigoti fu concesso di mantenere il possesso della Settimania, uno stretto tratto di costa, dal Rodano ai Pirenei; ma l’ampia provincia dell’Aquitania, da quelle montagne alla Loira, fu indissolubilmente unita al regno di Francia.”
- Nel 510 d.C., Anastasio, imperatore dell’Impero Romano d’Oriente, inviò a Clodoveo “a Tours una solenne ambasciata, portandogli i titoli e le insegne di Patrizio e Console. ‘Clodoveo’, dice Gregorio di Tours, indossò la tunica di porpora, la clamide e il diadema; poi, montato a cavallo, sparse di sua mano e con grande generosità oro e argento tra il popolo sulla strada che si trova tra la porta del cortile appartenente alla basilica di San Martino e la chiesa della città. Da quel giorno fu chiamato Console e Augusto. Lasciata la città di Tours, si recò a Parigi, dove fissò la sede del suo governo”.
- “Parigi era certamente il centro politico del dominio, il punto intermedio tra i primi insediamenti della sua razza, e di lui stesso in Gallia, e le sue nuove conquiste galliche; ma gli mancavano alcuni dei possedimenti più vicini a lui… A est, a nord e a sud-ovest di Parigi erano insediate alcune tribù franche indipendenti, governate da capi con il nome di re. Non appena si fu stabilito a Parigi, l’unica idea fissa di Clodoveo fu quella di ridurli tutti alla sottomissione. Aveva conquistato i Burgundi e i Visigoti; gli restava da conquistare e [30]unire tutti i Franchi. Il barbaro si mostrò per quello che era, durante questa nuova impresa, con la sua violenza, la sua astuzia, la sua crudeltà e la sua perfidia.” Con il più vile tradimento e con il puro e semplice omicidio, eliminò i re di queste tribù franche; e “così Clodoveo rimase unico re dei Franchi: poiché tutti i capi indipendenti erano scomparsi.” – (Guizot. “History of France”, cap.7, par.4 e 5 fine)
- Clodoveo morì il 27 novembre 511 e i suoi domini furono divisi tra i suoi quattro figli: Teodorico, o Teodoro I, Childeberto, Clodomiro e Clotario I. Teodorico, o Teodoro I, il figlio maggiore, ebbe la parte nord-orientale, che si estendeva su entrambe le sponde del Reno, con capitale a Metz. Childeberto, il secondogenito, ebbe la parte centrale, il territorio intorno a Parigi, con Parigi come capitale. Clodomiro, il terzogenito, ricevette la Gallia occidentale, lungo la Loira, ed ebbe la sua capitale a Orléans. Clotario, il figlio minore, governò la parte settentrionale della Gallia, con capitale a Soissons. Gli Alemanni, sotto il governo dei duchi, appartenevano alla spartizione orientale ed erano tributari di Teodorico. I Burgundi furono ancora governati dai loro re fino al 532, quando l’ultimo re burgundo, Sigismondo, figlio di Gundobaldo, fu rimosso dal trono seppellendolo vivo in un pozzo profondo; ai Burgundi, governati da duchi, “fu ancora permesso di godere delle loro leggi nazionali sotto l’obbligo di tributi e servizio militare; e i principi merovingi regnarono pacificamente su un regno, la cui gloria e grandezza erano state per la prima volta rovesciate dalle armi di Clodoveo“. – (Gibbon. “Decline and fall of the Roman Empire”, cap.38, par.10).
- La quadruplice divisione dei domini di Clodoveo terminò nel 558 con la fusione sotto il governo unico di Clotario I, che mantenne il potere fino alla sua morte nel 561, dopo di che fu nuovamente diviso in quattro parti tra i suoi quattro figli: Cariberto, re di Parigi; Gontrano, re di Orléans; Sigeberto, re di Metz; e Chilperico, re di Soissons. I Burgundi caddero nelle mani di Gontrano, che lasciò Orléans e stabilì la sua capitale nel loro paese.
- “Nel 567 Cariberto, re di Parigi, morì senza figli, e una nuova spartizione lasciò solo tre regni: Austrasia, Neustria e Borgogna. L’Austrasia, a est, si estendeva sulle due rive del Reno e comprendeva, accanto a città e distretti romani, popolazioni rimaste germaniche. [Gli Alemanni – Svevi – appartenevano a questa divisione.] La Neustria, a ovest, era essenzialmente gallo-romana, sebbene comprendesse a nord l’antico territorio dei Franchi Salii, ai confini della Schelda. La Borgogna era l’antico regno dei Burgundi, ampliato a nord da alcune contee. Parigi, essendo stata la residenza di Clodoveo, il loro comune progenitore, “fu mantenuta come una sorta di città neutrale, in cui nessuno di loro poteva entrare senza il comune consenso di tutti.” – (Guizot. “History of France”, cap.8, par.1).
- Tra il 567 e il 570 d.C., i Longobardi, che fino a quel momento avevano continuato a risiedere nel Norico e nella Panmonia settentrionale, guidati dal loro re Alboino, si trasferirono in Italia. (“Great Empires of Prophecy”, cap.44, par.17-19). Il vittorioso Autari [584-590] affermò la sua pretesa di dominio sull’Italia. Ai piedi delle Alpi Retiche, soffocò la resistenza e saccheggiò i tesori nascosti di un’isola appartata nel lago di Como. All’estremità della Calabria, toccò con la sua lancia una colonna sulla [31] riva del mare di Reggio, proclamando quell’antico punto di riferimento come confine inamovibile del suo regno”. Ad eccezione dei possedimenti dell’Esarcato di Ravenna e di alcune città sulla costa, “il resto dell’Italia era posseduto dai Longobardi; e da Pavia, sede reale, il loro regno si estendeva a est, a nord e a ovest, fino ai confini degli Avari (gli Avari erano un popolo dell’Asia centro settentrionale, gli Sciti, che entrò nel VI secolo nel territorio che ora è l’Ungheria: furono una popolazione nomade iranica), dei Bavari e dei Franchi d’Austrasia e di Borgogna.” – (Gibbon. “Decline and Fall of the Roman Empire”, cap.14, par.14 e 15)
- “Nel 613 d.C., nuovi eventi legati a questioni familiari posero Clotario II, figlio di Chilperico, e fino ad allora re di Soissons, in possesso dei tre regni” di Austrasia, Neustria e Borgogna. Clotario II “li mantenne uniti fino al 628 e li lasciò così a suo figlio Dagoberto I, che ne rimase in possesso fino al 638. Alla sua morte ebbe luogo una nuova divisione dei domini franchi, non più in tre ma in due regni: l’Austrasia era uno, e Neustria e Borgogna l’altro.” – (Guizot. “History of France”, cap.8, par.2)
- Nel tracciare ulteriormente questa storia è essenziale notare l’ascesa di un nuovo personaggio in questi regni, il Maggiordomo di Palazzo, che diede infine inizio all’era di Carlo Magno. L’ultimo re della stirpe di Clodoveo che mostrò o possedette alcune delle caratteristiche di un re fu Dagoberto I. Dopo la sua morte, nel 638 d.C., i re si ridussero all’insignificanza, se non all’idiozia, e i maggiordomi di Palazzo assunsero l’autorità esclusiva, ma sempre in nome dei re “inattivi”; e la lotta per la supremazia fu continuata tra i maggiordomi, come era già avvenuto in precedenza tra i re. Infine, nel 687 d.C., Pipino di Heristal, maggiordomo di Palazzo d’Austrasia, sconfisse Bertario, sindaco di Neustria, nella battaglia di Testry, ponendo così virtualmente fine alla contesa. “Da quel momento fino alla fine della sua vita, nel 714 d.C., Pipino di Heristal fu signore indiscusso di tutti i Franchi, essendo i re sotto di lui del tutto insignificanti.” A Pipino di Heristal successe il figlio Carlo, che nel 732 d.C. si guadagnò il soprannome di Martello – il Martello – a seguito della schiacciante sconfitta inflitta ai Saraceni sotto Abdel-Rahman nella battaglia di Tours.
- Carlo Martello morì il 22 ottobre 741 e lasciò i suoi domini divisi tra i suoi due figli, Pipino il Breve e Carlomanno. Pipino ebbe la Neustria, la Borgogna, la Provenza e la sovranità dell’Aquitania. Carlomanno ebbe l’Austrasia, la Turingia e l’Alemanna. Ciascuno, tuttavia, con il solo titolo di Maggiordomo di Palazzo. Nel 746, Carlomanno abdicò, lasciò i suoi domini a Pipino, chiese a Papa Zaccaria di nominarlo monaco, e si rinchiuse nel monastero di Montecassino. Così, nel 747, Pipino il Breve si ritrovò unico padrone di tutto il patrimonio di Clodoveo, ma ancora con il solo titolo di Maggiordomo di Palazzo. Finalmente, nel 751, decise di porre fine alla finzione. Inviò un’ambasceria al papa per consultarlo “sulla questione dei re allora esistenti tra i Franchi, che portavano solo il nome di re senza godere di un briciolo di autorità regale”. Il papa, che era già stato incaricato della questione, rispose che “era meglio dare il titolo di re a colui che esercitava il potere sovrano”. Di conseguenza, l’anno successivo, nel marzo del 752, “alla presenza e con l’assenso dell’assemblea generale” a Soissons, Pipino fu proclamato re dei Franchi e ricevette dalla mano di San Bonifacio la sacra unzione. “Alla testa dei Franchi, come Maggiordomo di Palazzo dal 741 e come re dal 752, Pipino aveva completato in Francia e ampliato in Italia l’opera che suo padre Carlo Martello aveva iniziato e portato avanti dal 714 al 741 nello Stato e nella Chiesa. Lasciò la Francia riunificata e posta alla guida dell’Europa cristiana.” – (Guizot. “History of France”, cap.9). Morì nel monastero di San Dionigi il 18 settembre 768. [33]
- Pipino, come suo padre, lasciò i suoi domini a due figli, Carlo e Carlomanno; ma nel 771 Carlomanno morì, lasciando Carlo unico re, che, per la sua straordinaria abilità, divenne Carlo Magno – CARLO MAGNO. “L’appellativo di grande è stato spesso conferito e talvolta meritato, ma CARLO MAGNO è l’unico principe in favore del quale il titolo è stato indissolubilmente legato al nome… La dignità della sua persona, la lunghezza del suo regno, la prosperità delle sue armi, il vigore del suo governo e la riverenza delle nazioni lontane, lo distinguono dalla folla reale; e l’Europa inaugura una nuova era dalla sua restaurazione dell’Impero d’Occidente.” – (Gibbon. “Decline and Fall of the Roman Empire”, cap.49, par.21).
- Sembra quasi certo che Carlo Magno aspirasse davvero alla restaurazione dell’Impero Romano. Ma una sola vita fu troppo breve e non ci fu un secondo Carlo Magno. Oltre a ciò, fu scritta la parola profetica che una volta divisa Roma nelle sue dieci parti, queste non si sarebbero unite l’una all’altra più di quanto potessero farlo il ferro e l’argilla.
- Carlo Magno regnò quarantasei anni – quarantatré dalla morte di Carlomanno – trentatré dei quali trascorsi in guerre quasi incessanti. Condusse, in tutto, cinquantatré spedizioni – trentuno contro Sassoni, Frisoni, Dani, Slavi, Bavari e Avari nella Germania meridionale, in Boemia, nel Norico e in Pannonia; cinque contro i Longobardi, in Italia; dodici contro i Saraceni, in Spagna, Corsica e Sardegna; due contro i Greci; e tre nella stessa Gallia contro gli Aquitani e i Britanni. Così Sassonia, Boemia, Baviera, Pannonia; il regno longobardo d’Italia fino al ducato di Benevento; quella parte della Spagna tra i Pirenei e il fiume Ebro; la Borgogna, l’Alemannia e tutta la Gallia, erano soggette a Carlo Magno.
- Portava già la corona ferrea di Lombardia, oltre a detenere la regalità su tutti i domini franchi; e il giorno di Natale dell’800, nella chiesa di San Pietro, Papa Leone III pose una preziosa corona sul capo di questo potente re, mentre la grande cupola risuonava delle acclamazioni del popolo: “Lunga vita e vittoria a Carlo, il piissimo Augusto, incoronato da Dio grande e pacifico imperatore dei Romani”. “E quando nell’801 giunse un’ambasceria con doni curiosi da Harun-al-Rashid, il grande califfo che ricopriva in Oriente la stessa posizione di Carlo in Occidente, gli uomini la riconobbero come una degna testimonianza della reputazione mondiale della monarchia franca”. “Per quattordici anni, con meno combattimenti e più organizzazione, Carlo Magno dimostrò di essere degno del suo alto titolo e della rinnovata carica di imperatore d’Occidente”.
- Ma questo onore, questo potere e questa gloria ebbero vita breve. Carlo Magno morì ad Aquisgrana il 28 gennaio 814, e l’unità dell’impero da lui formato era giunta al termine. “Come più di un grande guerriero barbaro, ammirava l’Impero Romano caduto, la sua vastità in un tutt’uno e la sua potente organizzazione sotto la mano di un unico padrone. Credeva di poterlo resuscitare, durevolmente, attraverso la vittoria di un nuovo popolo e di una nuova fede, per mano di Franchi e Cristiani. Con questo obiettivo si adoperò per conquistare, convertire e governare. Cercò di essere, allo stesso tempo, Cesare, Augusto e Costantino. E per un attimo sembrò esserci riuscito; ma l’apparenza svanì con lui. L’unità dell’impero e il potere assoluto dell’imperatore erano sepolti nella sua tomba.” – (Guizot. “History of France”, cap.11) [35]
- A Carlo Magno successe il suo unico figlio sopravvissuto, Ludovico il Pio, o Facile, al quale aveva assegnato la successione nell’813, circa sei mesi prima della sua morte. Ludovico trascorse la sua vita in lotta con una seconda moglie ambiziosa e tre figli indegni, che con continue ribellioni abusarono della sua naturale gentilezza e bontà. A causa dei litigi e delle gelosie dei suoi figli, fu deposto due volte e due volte ristabilito; e forse sfuggì a una terza deposizione solo con la sua morte, il 20 giugno 840. Questo lasciò i suoi figli liberi di litigare tra loro, cosa che fecero fino alla terribile battaglia di Fontanet, il 25 giugno 841; e il trattato di Verdun, nell’agosto 843, pose fine alle loro lotte reciproche e “ai dolori del secolo”. Lotario, il figlio maggiore, mantenne il titolo di imperatore; e ricevette il territorio italiano, con una lunga e stretta fascia che si estendeva dal Golfo del Leone al Mare del Nord, delimitata a est dalle Alpi e dal Reno, e a ovest dal Rodano, dalla Saona, dalla Mosa e dalla Schelda. Carlo il Calvo ebbe tutto il resto della Gallia. Ludovico il Germanico ricevette l’Alemannia e tutto il resto delle terre tedesche a est del Reno, con le città di Magonza, Worms e Spira, sulla riva occidentale del fiume.
- Questa divisione, sebbene considerata il vero inizio della storia di Francia e Germania come regni separati, durò solo per breve tempo. Infatti, l’imperatore Lotario morì nell’855 e gli successe nei possedimenti del nord Italia Lotario II, che morì nell’869, quando Carlo il Calvo si impadronì del suo territorio. Ma Ludovico il Germanico contestò la sua presa dell’intero bottino e nell’870 firmarono il trattato di Mersen con il quale Ludovico ottenne gran parte della Lotaringia, o, come veniva chiamata allora, Lorena; Carlo il Calvo il resto; e al fratello di Lotario, Ludovico II, fu concesso di mantenere i possedimenti del padre in Italia. Ludovico II morì nell’875 e Carlo il Calvo riuscì a ottenere la corona imperiale, puntando con essa al possesso dell’intero impero. Ma Ludovico il Germanico, alla sua morte nell’876, aveva diviso la Germania tra i suoi tre figli: Carlomanno, Ludovico e Carlo. Il secondo, Ludovico, incontrò Carlo il Calvo sul campo di Andernach e ottenne una tale vittoria su di lui da non solo smorzare di fatto le sue aspirazioni imperiali, ma anche da costringerlo a rinunciare alle parti della Lorena che erano state cedute a suo padre con il trattato di Mersen. Carlomanno e Luigi morirono entrambi poco dopo, e il regno tedesco passò a Carlo, soprannominato “il Grosso”, il più giovane dei tre figli di Ludovico il Tedesco.
- Carlo il Grosso, incapace, indolente e goloso, divenne, senza alcuno sforzo da parte sua, sovrano di tutti i domini di Carlo Magno, eccetto la Borgogna, che ora era tornata ad essere uno stato indipendente. Ereditò l’Alemannia (Svevia) da suo padre nell’876; alla morte di suo fratello Carlomanno, ricevette la Baviera e divenne re d’Italia nell’880; fu incoronato imperatore nell’881; la morte di suo fratello Luigi di Sassonia gli cedette tutti i restanti possedimenti germanici; e poiché Carlo il Calvo era morto nell’877 e non aveva un successore che potesse liberare la Francia dal flagello dei Normanni, Carlo il Grosso fu invitato a diventare re di Francia alla morte di Carlomanno nell’885. Ma invece di affrontare coraggiosamente i Normanni con un esercito, adottò la politica di corrompere questi audaci selvaggi che avevano saccheggiato Colonia e Treviri e avevano nutrito i loro cavalli sulla tomba e nella splendida basilica di Carlo Magno. E quando assediarono Parigi e Carlo continuò a seguire la stessa vigliaccheria, i suoi sudditi, disgustati, sotto la guida del nipote Arnolfo, lo deposero nell’887 e, una o due settimane dopo, morì. Carlo il Grosso fu l’ultimo sovrano a regnare sia sulla Francia che sulla Germania. Dopo la sua deposizione, la storia di questi due paesi è distinta. [36]
- Al momento della deposizione di Carlo il Grosso, la Francia propriamente detta era già divisa in “ventinove province o frammenti di province che erano diventati piccoli stati, i cui ex governatori, sotto i nomi di duchi, conti, marchesi e visconti, erano quasi dei veri e propri sovrani. Ventinove grandi feudi, che hanno avuto un ruolo speciale nella storia francese, risalgono a quest’epoca”. – (Guizot. “History of France”, cap.13, par.2). Questa situazione di divisione impedì qualsiasi difesa sistematica del territorio contro le invasioni normanne, che come ondate su ondate di una possente marea inondarono il territorio. Dopo che Carlo il Grosso li ebbe così clamorosamente delusi nella loro lotta contro i Normanni, gli stati di Francia scelsero tra loro come governatore centrale e re, Eudes, conte di Parigi. Prima che Carlo il Grosso giungesse a Parigi con il suo esercito solo per corrompere i Normanni, Eudes aveva dimostrato la sua abilità e il suo valore nella difesa di Parigi contro il terribile assedio imposto dai Normanni guidati da Rolf; e ora, nell’888 d.C., fu ricompensato con la carica e il titolo di re.
- I Normanni – uomini del Nord – uomo del Nord, da cui: Normanni – erano un popolo dell’estremo nord: prima della Scandinavia in generale, poi più specificamente della Norvegia. Le loro invasioni della Francia iniziarono addirittura al tempo di Carlo Magno. Infatti, quando un giorno Carlo Magno “giunse per puro caso e inaspettatamente in una certa città della Gallia Narbonese, mentre era a pranzo e non era ancora stato riconosciuto da nessuno, alcuni corsari dei Normanni giunsero per esercitare le loro piraterie proprio nel porto. Quando le loro navi furono avvistate, si pensò che fossero commercianti ebrei secondo alcuni, africani secondo altri, e britannici secondo altri; ma il geniale monarca, accorgendosi dalla struttura e dalla leggerezza dell’imbarcazione che non trasportavano merci, ma nemici, disse ai suoi: “Queste navi non sono cariche di merci, ma armate di nemici crudeli”. A queste parole tutti i Franchi, in gara tra loro, corsero alle loro navi, ma inutilmente, poiché i Normanni… temevano che tutta la loro flotta venisse catturata o distrutta nel porto, ed evitarono, con una fuga di incredibile rapidità, non solo le spade, ma persino gli occhi di coloro che li inseguivano.
- “Il pio Carlo, tuttavia, in preda a un timore fondato, si alzò da tavola, si posizionò a una finestra rivolta a est e rimase lì a lungo, con gli occhi pieni di lacrime. Poiché nessuno osava interrogarlo, questo principe guerriero spiegò ai grandi che gli stavano intorno il motivo del suo movimento e delle sue lacrime: ‘Sapete, miei sovrani, perché piango così amaramente? Di certo non temo che questi individui riescano a farmi del male con le loro miserabili piraterie; ma mi addolora profondamente che, finché sono in vita, siano stati sul punto di toccare questa costa; e sono in preda a un violento dolore quando prevedo quali mali si accumuleranno sui miei discendenti e sul loro popolo.” [37]
- “La previsione e lo sconforto di Carlo non erano irragionevoli. Si scoprirà che nelle Cronache del IX e X secolo si fa menzione speciale di quarantasette incursioni in Francia, di pirati norvegesi, danesi, svedesi e irlandesi, tutti compresi sotto il nome di uomini del Nord; e, senza dubbio, molte altre incursioni di minore gravità non hanno lasciato traccia nella storia.” – (Guizot. “History of France”, cap.14, par.3-5). Fu una delle più grandi di queste invasioni, guidata da Rollone, o Rolf, che portò all’incoronazione di Eudes, conte di Parigi, al trono nell’888. Quando un messaggero dei Franchi gli chiese quali fossero le loro intenzioni, Rollone rispose: “Siamo Danesi; e tutti sono ugualmente padroni tra noi. Siamo venuti per scacciare gli abitanti di questa terra e assoggettarla come nostra patria.” (Idem: par.10)
- La contesa tra Eudes e Rollo fu altalenante, ma con il vantaggio generale a favore dei Normanni. Questo perché Rollo si mostrò amichevole verso la popolazione non armata e trattò con gentilezza coloro che vivevano nelle città e nelle campagne conquistate. Così, non solo i Franchi furono impediti di unirsi solidamente contro i Normanni, ma alcune divisioni furono addirittura conquistate alla cooperazione con loro. Oltre a questa politica di successo nei confronti del popolo francese, Rollo si avvalse della duratura amicizia di Alfredo il Grande e del suo successore, Athelstane, d’Inghilterra. “Divenne così, di giorno in giorno, più rispettabile e più temibile in Francia, al punto che lo stesso Eudes fu costretto a ricorrere, nei rapporti con lui, a negoziati e regali.” (Idem: par.14)
- Le province della Francia meridionale non avevano riconosciuto Eudes come re. Dopo aver placato i Normanni, Eudes osò un tentativo di costringere le province meridionali a riconoscerlo come re. Allora i signori del sud si unirono ai partiti scontenti delle province settentrionali, tennero a Reims nell’893 “una grande assemblea” ed elessero come re rivale Carlo il Semplice. Questi si pose sotto la protezione dell’imperatore Arnolfo, della cui casata apparteneva; e Arnolfo “lo investì formalmente del regno di Francia e inviò soldati a far valere le sue pretese”. Nell’898 Eudes morì e Carlo il Semplice fu riconosciuto unico re di Francia.
- A quel tempo, Rollone [*capo vichingo/normanno] con i suoi Normanni era diventato una tale potenza in Francia “che la necessità di trattare con lui era chiara. Nel 911 Carlo, su consiglio dei suoi consiglieri e, tra questi, di Roberto, fratello del defunto re Eudes, che era diventato conte di Parigi e duca di Francia, inviò al capo dei Normanni Franco, arcivescovo di Rouen, l’ordine di offrirgli la cessione di una considerevole porzione di Neustria e la mano della sua giovane figlia Gisella, a condizione che si convertisse al cristianesimo e si riconoscesse vassallo del re. Rollone, su consiglio dei suoi compagni, accolse queste proposte con favore e accettò una tregua di tre mesi, durante i quali avrebbero potuto trattare la pace.” – (Guizot. “History of France”, cap.12, par.14). Alla fine dei tre mesi i Normanni avevano deciso di accettare in linea generale l’offerta del re. Fu fissata una data per la definizione formale dei termini dell’accordo proposto. Rollo insistette per ricevere molto più territorio di quanto Re Carlo avesse inizialmente offerto. Questo, insieme a tutte le altre questioni, fu accettato con soddisfazione da lui e dai suoi guerrieri; e poi giunse l’adempimento della loro parte del patto: il battesimo e il giuramento di fedeltà di Rollo come vassallo del re. Rollo e i suoi guerrieri furono formalmente battezzati, Rollo ricevette il nome di Roberto e ricevette in sposa la figlia del re, Gisele. [38]
- Poi venne il giuramento di fedeltà. Questa era una cerimonia che, a quei tempi, veniva eseguita “ogni volta che c’era un cambio di signore o di subalterno. Il duca, il conte o chiunque fosse, si inginocchiava davanti al signore e, tenendogli le mani, giurava di seguirlo in guerra e di essergli fedele per sempre. Il signore, a sua volta, giurava di aiutarlo e di essere un signore leale e buono per lui, e gli baciava la fronte. In cambio, il subalterno – vassallo, come veniva chiamato – doveva baciare il piede del suo superiore. Questo significava rendere omaggio. I re rendevano omaggio e giuravano fedeltà all’imperatore; i duchi o i conti, ai re; i conti minori o i baroni, ai duchi; e per le terre che possedevano erano tenuti a servire il loro signore in consiglio e in guerra, e a non combatterlo. Le terre così possedute erano chiamate feudi; e l’intero sistema era chiamato sistema feudale”. – (Yonge. “The World’s Great Nations”, French History, cap.9, par.3). La cerimonia si svolse senza intoppi finché non arrivò il momento in cui Rollo avrebbe dovuto baciare il piede del re. Rollo omise questo. I vescovi gli dissero che chi “riceveva un dono come il ducato di Normandia, era tenuto a baciare il piede del re”. Ma Rollo rispose bruscamente: “Non piegherò mai il mio ginocchio davanti alle ginocchia di nessuno, e non bacerò il piede di nessuno”.
- Tuttavia, su richiesta specifica dei Franchi, e piuttosto che violare il patto, Rollo acconsentì che il piede del re fosse baciato, ma solo da uno dei suoi guerrieri, e quindi diede ordine a uno di stare lì presente. L’alto normanno, invece di inginocchiarsi e compiere riverentemente la cerimonia, si chinò semplicemente e afferrò il piede del re e, stando “dritto in piedi”, lo portò alle labbra: con il risultato che il re, con il suo trono e tutto il resto, fu rovesciato all’indietro: “il che causò grandi scoppi di risate e molto tumulto tra la folla. Allora il re e tutti i grandi che gli stavano intorno – prelati, abati, duchi e conti – giurarono, in nome della fede cattolica, che avrebbero protetto il patrizio Rollone nella sua vita, nelle sue membra e nel suo popolo, e gli avrebbero garantito per sempre il possesso della suddetta terra, a lui e ai suoi discendenti. Dopo di che il re, soddisfatto, tornò ai suoi domini; e Rollone partì con il duca Roberto per la città di Rouen.” (Guizot’s, “History of France”, cap.12, par.14).
- Così sorse il ducato di Normandia, i cui duchi e il cui popolo giocarono un ruolo così importante parte nella storia del tardo Medioevo. Lì “inizia la storia della Normandia”. Hrolf diventa Duca Roberto, il suo popolo diventa francese. Il ducato si trasformò presto in uno stato compatto e ordinato, prospero e vigoroso; città e chiese normanne sorsero ovunque; i costumi e la lingua francese presto dominarono sovrani; e in tutte le arti della pace, nell’edilizia, nel commercio, nelle lettere, i Normanni presero subito il sopravvento. La nobile razza scandinava, destinata a influenzare una parte così ampia della storia del mondo, lasciò qui un segno degno sul suolo e sulle istituzioni della Francia. [39]
- “Poco dopo, i signori francesi, guidati da Roberto, duca di Francia, il ‘re dei baroni’, secondogenito di Roberto il Forte, si ribellarono al loro re carolingio [922 d.C.] e lo rinchiusero a Laon, ultima roccaforte della sua famiglia; da lì fuggì in Lorena. Alla morte di Roberto, i baroni nominarono Rodolfo di Borgogna loro re e continuarono la lotta; e Carlo, caduto nelle mani di Uberto di Vermandois, fu tenuto da lui come ostaggio fino alla sua morte nel 929. Rodolfo divenne quindi re indisturbato fino alla sua morte nel 936. I baroni, sotto la guida di Ugo ‘il Bianco’ o ‘il Grande’, figlio di Roberto, il più grande uomo della sua epoca, mandarono in Inghilterra a chiamare Luigi, figlio di Carlo, che era stato portato lì dalla madre per sicurezza. Questo è quel ‘Luigi d’Oltremare’ che ora divenne re. Dopo aver mostrato insolito vigore in una lotta Ottone il Grande di Germania, che rivendicava la sovranità sulla Francia, fu riconosciuto da tutti nel 941.
- “Il suo regno non poteva essere altro che la triste testimonianza di una lotta contro i grandi signori, Ugo il Grande e Riccardo di Normandia. In questa perpetua e logorante lotta trascorse i suoi ultimi giorni e morì, ancora giovane, nel 954. Fu l’unico uomo energico tra tutti i successivi Carolingi. Gli successe suo figlio Lotario. Il suo fu un regno lungo e inglorioso, che terminò nel 986. Gli succedette suo figlio Ludovico, che governò per un solo anno. Morì senza figli nel 987; e l’unico erede al trono – se i signori feudali avessero scelto di riconoscere una pretesa ereditaria – era suo zio, Carlo, duca di Lorena. I baroni non scelsero di essere così vincolati. Messo da parte il principe carolingio, elessero re Ugo, duca di Francia. Fu poi solennemente incoronato a Reims dall’arcivescovo Adalberone. Così salì al trono Ugo Capeto, fondatore di una grande dinastia. Con lui inizia la vera storia del regno di Francia: siamo giunti all’epoca della monarchia feudale. (“Encyclopedia Britannica”, art.”France”, history, “Charles the Simple”).
- “Ugo Capeto, figlio maggiore di Ugo il Grande, duca di Francia, non era altro che un nobile neustriano quando fu eletto re. La casata dei Carolingi fu completamente messa da parte, le sue pretese e i suoi diritti negati dalla nuova forza che si stava affermando, la forza del feudalesimo. Il capo dei baroni doveva essere uno di loro; doveva mantenersi al riparo dalle idee e dalle ambizioni imperiali che avevano guidato la condotta dei suoi predecessori; doveva essere francese nella lingua, nella nascita e nel pensiero, e non tedesco; ma soprattutto, doveva essere abbastanza forte da reggere il confronto. E tra i grandi signori della Francia settentrionale, il rappresentante della casata di Roberto il Forte ricopriva la posizione più centrale e riuniva in sé la maggior parte degli elementi di forza.” (Idem). Che il re fosse abbastanza forte da reggere il confronto era davvero la necessità più grande, se mai ci fosse stato un re di Francia. Abbiamo visto che al momento della deposizione di Carlo il Grosso, esattamente cento anni prima, la Francia era divisa in ventinove piccoli stati. Ma al momento dell’elezione di Ugo Capeto, nel 987, il numero dei piccoli stati era salito a cinquantacinque. E il temperamento dei loro sovrani è appropriatamente indicato nella risposta che uno di loro, Adalberto, conte di Pergord, diede una volta a Ugo Capeto in persona dopo che questi era stato nominato re. Con tono di superiorità, Ugo aveva chiesto: “Chi ti ha fatto contare?”. Rapido come un lampo, Adalberto rispose con le parole: “Chi ti ha fatto re?”.
- “Era una confederazione di piccoli sovrani, di piccoli despoti, disuguali tra loro, che avevano, l’uno verso l’altro, certi doveri e diritti; ma avevano nei propri domini, sui loro sudditi personali e diretti, un potere arbitrario e assoluto. Questo è l’elemento essenziale del sistema feudale: in ciò differisce da ogni altra aristocrazia, da ogni altra forma di governo. Non c’è stata scarsità, in questo mondo, di aristocrazie e dispotismi. Ci sono stati popoli governati arbitrariamente, anzi, posseduti in modo assoluto, da un singolo uomo, da un collegio di sacerdoti, da un corpo di patrizi. Ma nessuno di questi governi dispotici era come il sistema feudale… [40]
- “Libertà, uguaglianza e tranquillità mancavano ugualmente, dal X al XIII secolo, agli abitanti dei domini di ciascun signore: il loro sovrano era proprio alle loro porte, e nessuno di loro gli era nascosto o al di fuori della portata del suo braccio possente. Di tutte le tirannie, la peggiore è quella che può così tenere conto dei suoi sudditi; e che vede dalla sua sede i limiti del suo impero. I capricci della volontà umana si mostrano allora in tutta la loro intollerabile stravaganza e, per di più, con irresistibile prontezza. È allora, inoltre, che la disuguaglianza delle condizioni si fa sentire più brutalmente: ricchezze, potenza, indipendenza, ogni vantaggio e ogni diritto si presentano in ogni istante allo sguardo della miseria, della debolezza e della servitù. Gli abitanti dei feudi non potevano trovare consolazione nel seno della tranquillità: incessantemente coinvolti nelle liti del loro signore, preda delle devastazioni dei loro vicini, conducevano una vita ancora più precaria e irrequieta di quella dei signori stessi, e dovevano sopportare contemporaneamente la presenza della guerra, dei privilegi e del potere assoluto.” – (Guizot. “History of France”, cap.13, par.11-13)
- Politicamente, il feudalesimo potrebbe essere definito come il sistema che rendeva il proprietario di un pezzo di terra, grande o piccolo che fosse, il sovrano di coloro che lo abitavano: un’annessione dell’autorità personale a quella territoriale più familiare al dispotismo orientale che alle razze libere dell’Europa primitiva. Su questo principio si fondavano, e da esso si spiegano, il diritto e la giustizia feudali, la finanza feudale, la legislazione feudale, in cui ogni affittuario deteneva nei confronti del suo signore la posizione che i suoi affittuari detenevano nei confronti di lui stesso. Ed è proprio perché la relazione era così uniforme, il principio così onnicomprensivo, la classe dirigente così saldamente vincolata al suo sostegno, che il feudalesimo è stato in grado di imporre alla società quella presa che le lotte di oltre venti generazioni hanno a malapena scrollato di dosso.” – (Bryce. “The Holy Roman Empire.”, cap.8, par.3)
- Da questo punto in poi fino al periodo della Riforma, la storia della Francia è così avvolta nelle contese con il papato, con le Crociate e con la “Guerra dei Cent’anni” con l’Inghilterra, che non è necessario trattarla ulteriormente separatamente. La dinastia fondata con l’elezione di Ugo Capeto continua ancora oggi, in alcuni pretendenti al trono di Francia, se solo quel trono fosse restaurato.
CAPITOLO 05 – GLI ALEMANNI NEL MEDIOEVO
[41] Fondazione del Regno di Germania – Costituzione del “Sacro Romano Impero” – Origine della Casa Regnante d’Inghilterra – Splendore di Federico II – Il Grande Interregno: Anarchia – Fine del “Sacro Romano Impero”.
- Gli Alemanni e i loro fratelli Svevi che li seguirono nell’invasione e nella divisione dell’Impero romano presero possesso di tutte le province romane di Rezia e Vindelicia e del territorio di Agridecumate. “Così gli Alemanni riempirono tutto quell’angolo sud-occidentale della Germania e della Svizzera che è naturalmente delimitato dal Reno che scorre verso ovest fino a Basilea e poi compie una brusca curva ad angolo retto verso nord fino a Strasburgo, Worms e Magonza.” – (Hodgkin. “Italy and Her Invaders”, Libro I, cap. 3, par.4). Essi occuparono il confine settentrionale di quella che oggi è la Svizzera, fino a sud di Winterthur. A questo territorio, a est del corso settentrionale del Reno, aggiunsero anche quella parte della Gallia che si trovava tra il Reno e la Mosella e le sorgenti della Senna. Così, alla caduta dell’impero nel 476, gli Alemanni occuparono il territorio che oggi comprende l’Alsazia, la Lorena, il Baden, il Württemberg, gran parte della Baviera e la parte meridionale dell’Assia, Darmstadt.
- Quando gli Alemanni furono sconfitti da Clodoveo, i loro possedimenti gallici divennero il bottino del conquistatore, ma tutto il resto fu loro concesso di occuparlo, e Clodoveo e i suoi successori gli permisero di “godere dei loro costumi e istituzioni peculiari, sotto il governo di duchi ufficiali e infine ereditari”. – (Gibbon. “Decline and Fall of the Roman Empire”, cap.36, par.5, 38, par.5). Queste, così come le altre conquiste germaniche di Clodoveo, “divennero presto virtualmente libere. Continuarono a riconoscere la supremazia franca; ma il riconoscimento era solo formale. A capo di ogni confederazione c’era il proprio herzog o duca. Questi sovrani furono inizialmente nominati dai re franchi, o ricevettero la loro sanzione; ma col passare del tempo la carica divenne ereditaria in determinate famiglie.” (“Encyclopedia Britannica”, art. Germany, p 477)
- Tra gli Alemanni, i due ducati principali erano la Svevia e la Baviera; ed è sotto questi due nomi che si trova la loro storia futura. Ma poiché la Svevia è quella originaria, e poiché ha esercitato una maggiore influenza negli affari della Germania rispetto a qualsiasi altra confederazione, è quella su cui si deve dire di più; poiché la sua storia è, in una certa misura, la storia della Germania, soprattutto dopo il trattato di Verdun, nell’843 d.C.
- Thassilone, duca di Baviera, era in cattivi rapporti con Pipino, padre di Carlo Magno. Quando Carlo Magno salì al trono, Thassilone rese un servizio molto mediocre. I suoi ripetuti atti di tradimento indussero Carlo Magno a rimuoverlo, e la Baviera fu posta sotto l’autorità del margravio di Ostreich. I “margravi” erano “signori delle marche”. Le “marche” furono formate dai paesi di confine da Carlo Magno, sui quali nominò dei “margravi” (markgrafen) “il cui compito era amministrare la giustizia in suo nome, riscuotere tributi ed estendere le sue conquiste”. La Baviera fu governata dai margravi fino al 900 circa, quando tornò a essere un ducato. Il margraviato di Ostreich continuò fino al 1156, quando anch’esso divenne un ducato, e quindi la marca di Ostreich – il dominio orientale – formata da Carlo Magno, fu l’origine di quello che oggi è l’impero d’Austria. [42]
- Nel trattato di Verdun, si ricorderà, Ludovico il Germanico ricevette l’intera Germania a est del Reno. E poiché fu il primo sovrano a governare sui Germani, e su nessun altro popolo occidentale, è considerato nella storia il fondatore del regno di Germania. Alla sua morte, suo figlio Carlo il Grosso ricevette da lui la Svevia – l’Alemannia; e, come già mostrato, alla morte dei suoi due fratelli, Carlo ereditò tutta la Germania, fu nominato imperatore e, su invito, assunse la sovranità sulla Francia, ma fu deposto e Arnolfo, suo nipote, fu eletto re di Germania al suo posto. Arnolfo, come Carlo il Grosso, si recò a Roma e fu incoronato imperatore. Ritornò nell’890 e inflisse una tale sconfitta ai Normanni che “non tornarono mai più in numero tale da costituire un pericolo nazionale”.
- Arnolfo morì nell’899 e gli succedette il figlio Ludovico il Fanciullo, di sei anni, che regnò nominalmente fino al 911. Il suo regno fu uno dei periodi più bui della storia tedesca. Infatti, non appena i Magiari – gli odierni Ungheresi – seppero che ad Arnolfo era succeduto un bambino, “invasero la Germania in gran numero, e spaventosi furono i disastri che causarono in ogni parte del regno”. “Dove i Normanni avevano frustato con le corde, questi barbari frustavano con gli scorpioni”. E non c’era un capo attorno al quale la nazione potesse stringersi. A quel tempo e per circa trecento anni, la Germania era composta da cinque ducati: Svevia, Baviera, Franconia, Sassonia e Lorena.
- Ludovico il Fanciullo morì nel 911. Anche mentre era in vita, i duchi erano virtualmente re nei loro ducati; e alla sua morte, avrebbero potuto essere re a tutti gli effetti, se i pericoli minacciati da Magiari, Slavi e Normanni non li avessero costretti a formare un governo centrale per la difesa comune. Di conseguenza, i nobili si riunirono a Forcheim e, su consiglio di Ottone, duca di Sassonia, Corrado, duca di Franconia, fu nominato re. Ma la sua elezione scontentò i duchi di Baviera, Svevia e Lorena. Il duca di Lorena si ribellò apertamente. I duchi di Baviera e Svevia cedettero; ma i vescovi, gelosi del loro potere, indussero Corrado a forzare una lite con questi e anche con Enrico, duca di Sassonia. Questo creò un’anarchia generale per tutta la vita di Corrado; ma sul suo letto di morte, nel 918, raccomandò che Enrico di Sassonia fosse eletto re al suo posto.
- Con Enrico iniziò il dominio della casa di Sassonia, che durò centosei anni, dal 918 al 1024, attraverso Enrico I, Ottone I, Ottone II, Ottone III ed Enrico II. Enrico I liberò la Germania dal flagello dei Magiari e ripristinò così profondamente la pace e l’ordine in tutto il dominio che alla sua morte, nel 936, “ogni terra abitata da popolazione tedesca faceva parte del regno, e nessuno dei ducati era in guerra tra loro né ve ne erano di intestine”. Prima della sua morte, i nobili, in assemblea nazionale, avevano promesso a Enrico che suo figlio Ottone sarebbe stato riconosciuto come suo successore, e la promessa fu mantenuta. Ottone I il Grande regnò dal 936 al 973. Il suo fratellastro, tuttavia, fomentò una rivolta, a cui si unirono i duchi di Franconia e Baviera. Ma con l’aiuto del duca di Svevia, la rivolta fu sedata. Una seconda ribellione fu guidata dal fratello di Ottone, con l’aiuto dei duchi di Franconia e Lorena. Anche questo fu sedato, con immenso vantaggio di Ottone. [43]
- Avendo assicurato la pace in Germania e resosi padrone del regno, come nessuno dei suoi immediati predecessori era mai stato, Ottone era di gran lunga il più grande sovrano d’Europa. Ma non contento di ciò, decise di compiere un passo che causò alla Germania secoli di sofferenze: si mise nelle mani del papa e divenne il “protettore della Chiesa”. Il modo in cui ciò avvenne fu questo: Adelaide, la giovane vedova di Lotario, figlio di re Ugo di Provenza, Borgogna, si era rifiutata di sposare il figlio di Berengario, re di Lombardia. Per questo fu gettata in prigione e trattata crudelmente. Si appellò a Ottone. Il suo appello non solo toccò le sue simpatie, ma suscitò in lui una forte ambizione; poiché vedeva così aperta la strada all’autorità imperiale.
- Alla testa di un ingente esercito, Ottone attraversò le Alpi nel 951. Prese il posto di Berengario, il quale, “al limite delle sue fortune, cedette formalmente il regno d’Italia, in nome proprio e in quello di suo figlio Adalberto, ai Sassoni, in qualità di suo signore”. In seguito a ciò, Ottone assunse il titolo di re d’Italia. Inoltre, fu così affascinato dalla giovane regina Adelaide che in poche settimane la sposò. Suo figlio Ludolfo, vedendo i suoi diritti minacciati da questo matrimonio, tornò in Germania con aria di sfida e, con l’arcivescovo di Magonza, ordì una cospirazione contro il padre. Ottone, venuto a conoscenza del complotto, si affrettò a tornare a casa, lasciando il duca Corrado di Lorena a occuparsi degli affari in Italia. Ma Corrado restituì la corona a Berengario, tornò in Germania e si unì alla cospirazione di Ludolfo e dell’arcivescovo. Scoppiò la guerra. La maggior parte del regno era effettivamente contraria a Ottone, essendo scontenta dei suoi ambiziosi progetti in Italia. Ma Corrado e Ludolfo invitarono vilmente i terribili Magiari; ciò disgustò a tal punto i tedeschi che l’intera nazione, di comune accordo, si schierò a sostegno di Ottone. Nella battaglia di Lechfeld, nel 955, Corrado fu ucciso e i Magiari subirono una sconfitta così schiacciante che la liberazione della Germania fu completa. Da quel momento i Magiari iniziarono a stabilirsi e ad “adattarsi alle condizioni di vita civile del paese che ora occupano”, e così sorse il regno d’Ungheria.
- Nel frattempo, in Italia, Berengario e suo figlio Adalberto avevano imposto tasse così esorbitanti e si erano resi così tirannici che la maggior parte dei vescovi e dei principi, nonché il papa, inviò un’ambasceria per implorare Ottone di tornare a liberarli. Il papa a quel tempo era Giovanni XII. I legati del papa “furono ingiunti di offrire la corona imperiale al re di Germania, a condizione che scacciasse i tiranni e liberasse la madre di tutte le chiese dalle miserie sotto le quali gemeva e che non poteva più sopportare”. – (Bower. “Lives of the Popes”, Giovanni XII). A questo punto Ottone si recò una seconda volta in Italia, nel 962, depose Berengario e fu incoronato imperatore dal papa.
- “L’imperatore, su richiesta del papa, promise sotto giuramento di difendere la Chiesa romana da tutti i suoi nemici; di mantenerla nel tranquillo possesso di tutti i privilegi di cui aveva goduto fino a quel momento; di restituire alla Santa Sede le terre e i possedimenti appartenuti a San Pietro, non appena li avesse recuperati; di assistere il papa con tutta la sua forza quando fosse stato necessario; e infine di non apportare alcuna modifica al governo di Roma senza la sua conoscenza o approvazione. Allo stesso tempo, l’imperatore confermò tutte le concessioni di Pipino e Carlo Magno; ma obbligò a sua volta il papa e i Romani a giurargli obbedienza e a promettere sotto giuramento di non prestare alcun tipo di aiuto a Berengario o a suo figlio Adalberto, dalla cui tirannia era venuto a liberarli.”(Idem) [45]
- Così, nell’anno 962, fu costituito il “Sacro Romano Impero”, la più potente arma del papato nel Medioevo. Dopo Ottone, il sovrano incoronato in Germania rivendicò sempre come suo diritto di essere incoronato a Milano con la corona ferrea della Lombardia e a Roma con la corona d’oro dell’Impero. Nel 964, Ottone tornò in Germania, aumentò il numero dei ducati e dei nobili e, poiché era ora il protettore della Chiesa e si era impegnato a promuoverne gli interessi, accrebbe immensamente l’importanza dei prelati. “Ricevettero grandi doni terrieri, furono dotati di giurisdizione sia nei casi penali che in quelli civili e ottennero diversi altri preziosi diritti sovrani”. Nel 966 tornò in Italia, dove rimase fino alla sua morte, il 7 maggio 973.
- Nulla di particolare rilievo accadde durante i regni dei tre imperatori successivi della casa di Sassonia, tranne il fatto che l’ultimo, Enrico II, stipulò un trattato con Rodolfo III, re di Borgogna, in base al quale, alla morte di Rodolfo, il suo regno sarebbe stato unito all’impero; e si dimostrò così devoto al papato che sia lui che sua moglie furono proclamati santi.
- Alla morte di Enrico, nel 1024, i grandi nobili si riunirono a Oppenheim ed elessero re Corrado II, conte di Franconia. Con lui iniziò il dominio della casa di Franconia, che durò cento anni, attraverso Corrado II, Enrico III, Enrico IV ed Enrico V. Durante i regni di tutti, ci furono complotti, controcomplotti e guerre, sia civili che straniere, che tennero la nazione in un continuo tumulto. In conformità con il trattato sopra menzionato, Corrado, nel 1032, accolse nell’impero il regno di Borgogna; e nel 1034 ricevette a Ginevra l’omaggio dei suoi principali nobili. Corrado morì nel 1039 e gli successe il figlio Enrico III, che, già nel 1026, Corrado aveva fatto eleggere re di Germania, e che aveva nominato duca di Baviera nel 1027, duca di Svevia e re di Borgogna nel 1038.
- In quel periodo i vizi del clero in tutta Europa erano diventati scandalosissimi: i papi ne davano l’infame esempio. Enrico entrò a Roma con un esercito nel 1046, convocò un concilio, depose il papa che deteneva il trono e nominò papa Clemente II, che a sua volta lo incoronò imperatore. Nei successivi dieci anni del suo regno, Enrico nominò altri tre papi; e poiché tutti erano amministratori energici e si impegnavano a portare avanti la politica di Enrico, egli fece molto per arginare l’ondata di malvagità papale.
- Nel 1056 Enrico III morì e gli succedette il figlio Enrico, di sei anni, che però, all’età di quattro anni, era già stato incoronato re Enrico IV di Germania. Fu sotto tutela fino all’età di quindici anni, nel 1065, quando assunse le funzioni di governo, e da quel momento fino alla sua morte, quarantuno anni, tra la feroce arroganza del papato e le ambiziose gelosie dei nobili a lui sudditi, non conobbe mai pace. Durante il suo regno si svolse la prima crociata, nel 1095; e nominò duca di Baviera il Guelfo di Altdorf in Svevia.
- Enrico IV morì nel 1106 e gli successe il figlio Enrico V. La guerra con il papato fu ripresa, nella quale i principali amici di Enrico furono due principi svevi della famiglia degli Hohenstaufen, Federico e Corrado. Federico era stato nominato duca di Svevia da Enrico IV; e ora, con Enrico V, Corrado fu nominato duca di Franconia, che era stata direttamente annessa alla corona fin dai tempi di Ottone I. A Enrico V successe nel 1125 Lotario, duca di Sassonia, e quando ricevette la corona imperiale, Innocenzo II affermò di averlo fatto in quanto vassallo del papa. A Lotario successe nel 1137 il suddetto Corrado, duca svevo di Franconia, che divenne Corrado III. [46]
- Con Corrado III iniziò il regno della casa di Svevia, o Hohenstaufen, che durò centodiciassette anni e fu l’epoca più gloriosa della storia medievale tedesca. Nel 1146 iniziò la seconda crociata, guidata dall’imperatore Corrado e da Luigi VII di Francia. Corrado morì nel 1152, quando la Germania passò sotto il dominio di uno dei più grandi sovrani che abbia mai avuto, Federico Barbarossa, duca di Svevia, che regnò trentotto anni.
- Qui dobbiamo notare l’ascesa di un’altra famiglia sveva che ebbe un notevole corso nella storia, ed è indissolubilmente legata al regno di Federico Barbarossa. Enrico IV nominò Guelfo di Svevia duca di Baviera. Gli successe nel ducato di Baviera suo figlio, Enrico il Superbo, che fu investito del ducato di Sassonia. Enrico il Superbo si ribellò a Corrado III, dopodiché entrambi i suoi ducati furono dichiarati confiscati: la Sassonia fu concessa ad Alberto l’Orso, un nobile sassone; e la Baviera cadde nelle mani di Leopoldo, margravio d’Austria. Enrico il Superbo morì improvvisamente e suo fratello, il duca Guelfo, continuò la contesa per i suoi ducati. Guelfo, sperando di succedere a Leopoldo nel margraviato, acconsentì a un compromesso in base al quale la Sassonia, con il consenso di Alberto l’Orso, fu concessa a Enrico il Leone, figlio di Enrico il Superbo. Invece di assegnare il margraviato d’Austria a Guelfo, passò, alla fine, a Enrico Jasomirgott (Chiamato così per la sua inveterata abitudine di confermare le sue parole, aggiungendo: Ja,so mir Gott hilf “, cioè “Sì, così Dio mi aiuti”). Guelfo per anni lottò con il suo rivale, ma invano, poiché Enrico il Leone alla fine, alla testa di un esercito, rivendicò la Baviera come sua, per diritto ereditario da suo padre, Enrico il Superbo. Federico Barbarossa, tramite sua madre, era alleato dei Guelfo; e lui, nutrendo un profondo rispetto per Enrico il Leone, iniziò il suo regno promettendo di assicurare a Enrico il Ducato di Baviera. Il margravio Jasomirgott, tuttavia, si rifiutò ostinatamente di cederlo, finché finalmente, nel 1156, Federico staccò la marca d’Austria dalla Baviera, la rese un ducato con privilegi speciali e la conferì all’ostinato margravio. Questo onore accontentò Jasomirgott e lasciò Federico libero di mantenere la promessa fatta a Enrico il Leone; così Enrico ricevette il suo Ducato paterno di Baviera, in aggiunta al Ducato di Sassonia che già deteneva. E da questa casata sveva-alemanna dei Guelfi, o Guelfi, discende in linea diretta, attraverso Enrico il Superbo ed Enrico il Leone, la casata di Hannover, che ha governato l’Inghilterra da Giorgio I – 1° agosto 1714 – a Edoardo VII, “Rex Dei gracia”.
- Federico Barbarossa ricevette la corona tedesca ad Aquisgrana il 9 marzo 1152. Nell’ottobre del 1154, scese in Italia e assunse la corona ferrea di Lombardia. Quindi, “dopo aver arrestato Arnaldo da Brescia, come pegno del suo proposito di sostenere la causa papale”, fu incoronato imperatore da papa Adriano IV il 18 giugno 1155. Da questo momento in poi fino al 1186, il regno di Federico non fu altro che una lunga lotta con le città longobarde e con i papi. Con il suo matrimonio con Beatrice, figlia del conte dell’Alta Borgogna, annesse quella provincia al regno di Borgogna e all’impero. Riaffermiò così l’autorità imperiale in Borgogna e ricevette l’omaggio dei nobili borgognoni. Dopo aver finalmente portato queste lotte a una conclusione onorevole, partì nel 1187 per la Palestina alla testa della terza crociata, ma annegò mentre attraversava un piccolo fiume in Pisidia, il 10 giugno 1190. [47]
- A Federico successe il figlio, Enrico VI, che fu incoronato imperatore da Celestino III il 31 marzo 1191. Riccardo I d’Inghilterra, Cuor di Leone, mentre tornava a casa dalla terza crociata, fu arrestato dal duca d’Austria il 21 dicembre 1192 e nel marzo successivo fu consegnato all’imperatore Enrico, che lo fece imprigionare. Con il denaro pagato per il riscatto di Riccardo, l’imperatore fu in grado di allestire un valido esercito, con il quale riuscì a conquistare il regno saraceno di Sicilia. L’autorità che acquisì fu così grande che si suppone sia quasi certo che se fosse vissuto un po’ più a lungo avrebbe realizzato la sua grande ambizione di vedere la corona dichiarata ereditaria nella sua famiglia. Ma questa aspirazione fu spenta dalla sua morte nel 1197. Durante il suo regno, intorno al 1195, iniziò la quarta crociata.
- Alla morte di Enrico si tenne una doppia elezione. Filippo, figlio di Enrico, era favorito da un’ampia maggioranza di principi; mentre i suoi oppositori sostenevano le pretese di Ottone, figlio di Enrico il Leone. Tuttavia non ci sarebbe stata alcuna speranza per Ottone, se Papa Innocenzo III non avesse messo in gioco a suo favore tutta l’influenza del papato, che a quel tempo era assoluto. Ma anche con l’aiuto del papa, il successo di Ottone fu estremamente incerto fino a quando Filippo non fu assassinato, nel 1208. Questo, naturalmente, pose fine alla guerra e Ottone IV fu incoronato imperatore.
- Non appena Ottone fu nominato imperatore, violò tutte le promesse fatte al papa per ottenere il favore pontificio e iniziò ad agire come un sovrano indipendente. Questo era ciò che a nessun sovrano si poteva permettere di fare mentre Innocenzo III era papa. Di conseguenza, quest’ultimo giocò contro Ottone, dando la corona di Germania al giovane Federico II, figlio di Enrico VI [* a sua volta figlio di Federico Barbarossa]. Ottone, pensando di compromettere le possibilità di Federico II colpendo il papa, andò in supporto di Giovanni d’Inghilterra contro Filippo Augusto di Francia, ma nella battaglia di Bouvines, il 27 luglio 1214, subì una sconfitta schiacciante e fuggì, imperatore in disfatta. Si ritirò nel suo possedimento ereditario, il principato di Brunswick, e a parte questo non ebbe più alcun ruolo nella storia.
- Al posto di Ottone IV, Federico II “sali sul trono marmoreo di Carlo Magno ad Aquisgrana, e ricevette la corona d’argento” di Germania, nel luglio del 1215; e il 22 novembre 1220, ricevette a Roma, dalle mani di Papa Onorio IV, la corona d’oro dell’impero. Nella stima dei suoi contemporanei, Federico II era “la meraviglia del mondo”. Sebbene forse non fosse il più forte sotto tutti gli aspetti, fu il più brillante tra i re tedeschi. All’inizio della sua carriera pubblica, nel 1208, all’età di quindici anni, possedeva solo la corona di Sicilia; e alla sua morte, il 13 dicembre 1250, lo splendore della sua posizione era tale da non essere mai stato superato nella storia umana. Infatti, allora possedeva, oltre alla corona originaria ed ereditaria di Sicilia, la corona di Sardegna; la corona di Borgogna; la corona ferrea di Lombardia; la corona d’argento di Germania; la corona d’oro dell’Impero; e infine, ma in quell’epoca la più gloriosa di tutte, la corona di Gerusalemme, con la quale si era incoronato con le proprie mani il 18 maggio 1229, al momento della riconquista della città santa dai Saraceni e della sua restituzione alla Chiesa.
- Nell’anno 1245, il 17 luglio, Federico fu scomunicato da Papa Innocenzo IV. Quando ne sentì parlare, disse: “` Il Papa mi ha deposto? Portami le mie corone che possa vedere ciò di cui sono stato privato “. Poi gli furono portate le sette corone: la corona reale di Germania, il diadema imperiale di Roma, il cerchio di ferro della Lombardia, le corone di Sicilia, di Borgogna, di Sardegna e di Gerusalemme. Le mise in testa una dopo l’altra, e disse: “Le ho ancora, e nessuno me le ruberà senza una dura battaglia.” (“The story of the nations”, Germany, cap.21, par.8 e 9). Ma anche se Federico non temeva la scomunica del papa, l’effetto di una cosa del genere era sempre per lasciar andare gli elementi della violenza tra gli uomini, soprattutto in Germania. Di quel tempo un vecchio storico dice: “Dopo che l’imperatore Federico fu messo al bando, i ladri si rallegrarono per il loro bottino. Poi i vomeri furono trasformati in spade e le falci in lance. Nessuno andava da nessuna parte senza acciaio e pietra, per mettere a fuoco tutto ciò che poteva incendiare.” [48]
- Durante il regno di Federico II, nel 1230 iniziò la conquista della Prussia, sotto la guida dei Cavalieri dell’Ordine Teutonico, che “dopo mezzo secolo di duri combattimenti, si ritrovarono padroni di tutto il paese”. Inoltre, all’inizio del suo regno nel 1198 fu proclamata da Innocenzo III la quinta crociata, che andò avanti nel 1201.
- Federico II morì il 13 febbraio 1250, e gli succedette il figlio figlio, Corrado IV, che regnò solo quattro anni: e tale era la condizione dell’Impero, attraverso le fazioni contendenti della Germania e gli intrighi del papa, che in realtà non fu mai incoronato imperatore. Morì nel 1254 e con lui si concluse la dinastia degli imperatori Hohenstaufen, il cui regno costituì l’epoca “più interessante nella storia medievale della Germania.” “Le donne non hanno mai occupato un posto più alto, né, nel complesso, hanno mai risposto in modo più nobile agli onori loro generosamente elargiti.” “I problemi di governo furono visti sotto una nuova luce, in parte grazie allo studio del diritto romano che passò dall’Italia alla Germania, in parte dai riassunti delle consuetudini locali, nel ‘Sachsenspiegel’ [diritto sassone] e nello ‘Schwabenspiegel’ [diritto svevo-alemanno]. Complessivamente, la Germania non ha visto un’epoca più affascinante, più piena di vita, movimento e colore.” (“Encyclopedia Britannica”, art, Germany].
- A quest’epoca di gloria seguì un’epoca di miseria, chiamata il Grande Interregno, che durò vent’anni. “Questo fu il periodo più triste che sia mai esistito in Germania. Ognuno faceva ciò che voleva. Il pugno e la spada decidevano tra il bene e il male. I principi e le città erano in continua faida. I cavalieri si costruirono forti castelli e vi vissero di saccheggio e assassinio. Dalle loro fortezze piombavano sui mercanti che viaggiavano di città in città e li derubavano, o imponevano loro pesanti pedaggi. Andavano a saccheggiare le terre pianeggianti; derubavano i contadini del loro bestiame, devastavano i loro campi e bruciavano le loro case. Inoltre, i nobili e i cavalieri vicini litigavano tra loro e combattevano, così che il paese era un unico campo di battaglia.” (“The Story of the Nations”, Germany, cap.22)
- Questo periodo di anarchia fu sfruttato dal papato attraverso papa Urbano IV. Fino a quel momento l’elezione dell’imperatore era sempre stata, di fatto, affidata ai principi più influenti, sebbene ogni elezione richiedesse l’approvazione dell’intera classe nobile immediata. Ora, tuttavia, principalmente per l’influenza del papa, l’elettorato fu definitivamente assegnato solo all’arcivescovo di Magonza, all’arcivescovo di Colonia, al margravio di Brandeburgo, al re di Boemia e ai principi della casa di Wittelsbach (Baviera) e della casa di Sassonia. [49]
- All’inizio del Grande Interregno, Guglielmo d’Olanda ricevette una fedeltà nominale per due anni, fino alla sua morte; poi, intorno al 1257, ci fu una doppia elezione: quella di Alfonso di Castiglia in Spagna e quella di Riccardo, conte di Cornovaglia, fratello di Enrico III d’Inghilterra. Riccardo fu incoronato, ma visitò la Germania solo tre volte nei 17 anni, mentre Alfonso non la visitò mai, pur rivendicandone sempre la sovranità. L’influenza di nessuno di questi tese minimamente a frenare il disordine del tempo. Quando Riccardo morì, i principi non mostrarono alcuna disposizione a scegliere un imperatore, per una combinazione di circostanze che permetteva ad ognuno di fare esattamente quello che gli piaceva. Ma i ricavi del papa, provenienti dal Nord, stavano diminuendo seriamente, e questo, assieme a problemi interni, causò di nuovo il desiderio papale di un imperatore che fosse “il protettore della Chiesa”. Il papa, quindi, informò gli elettori che, se non avessero scelto un imperatore, lui stesso ne avrebbe nominato uno.
- Di conseguenza, gli elettori si incontrarono nel 1273 e fecero salire al trono Rodolfo, conte d’Asburgo e di Svevia. Durante l’interregno Ottocaro, re della Boemia, aveva acquisito, tra matrimonio e conquiste, un grande territorio oltre i suoi beni nativi. Le sue acquisizioni includevano il ducato dell’Austria e i suoi possedimenti: Stiria, Carinzia e Carniola. Questo rese Ottocaro il principe più potente in Germania, e si aspettava di ricevere la corona tedesca all’elezione. Pertanto, quando la corona fu conferita a Rodolfo, Ottocaro si rifiutò di riconoscerlo come sovrano. Seguì la guerra, e nella battaglia di Marchfield, vicino a Vienna, nell’anno 1278, Ottocaro fu sconfitto e ucciso. L’Austria, la Stiria e la Carniola furono quindi annesse al feudo del figlio di Rodolfo, Alberto. Così Rodolfo si rese memorabile come fondatore della casa d’Asburgo, che governò l’Austria da quel momento in poi e che fin dai suoi tempi costituì una delle forze più influenti nella vita nazionale della Germania, e diede sovrani alla Spagna nei giorni del suo massimo splendore.
- Rodolfo di Svevia morì nel 1291 e gli successe Adolfo di Nassau, che governò fino al 1298, quando gli succedette il duca Alberto d’Austria, figlio di Rodolfo. Alberto regnò fino al 1308 e gli successe il conte Enrico di Lussemburgo, che regnò come Enrico VII, fino al 1313. Alla morte di Enrico VII, gli elettori non riuscirono a mettersi d’accordo e il risultato fu una doppia elezione: Federico il Bello, duca d’Austria, figlio di Alberto; e Ludovico, duca di Baviera. Scoppiò la guerra che durò nove anni, quando, nella battaglia di Mühlberg, nel 1322, l’esercito di Federico fu completamente sconfitto e nel 1325 i due rivali concordarono di governare insieme. Federico morì nel 1330 e Ludovico IV regnò fino al 1347.
- Alla morte diLudovico, fu eletto Gunther, conte di Schwarzburg; ma Carlo, re di Boemia, con generose tangenti, corruppe i suoi sostenitori, e Gunther rinunciò alle sue pretese, e Carlo IV regnò. Il funzionamento dell’elettorato imperiale si era dimostrato insoddisfacente, e fu riformato da Carlo IV nel 1356 con quella che è nota come Bolla d’Oro. Con questa nuova disposizione l’elettorato poté includere, come in precedenza, i tre arcivescovi, il re di Boemia e il margravio di Brandeburgo; ma solo il duca di Sassonia e il palsgravio, o conte palatino, del Reno della casa di Wittelsbach. Così, con Carlo nella Bolla d’Oro, l’elettorato fu limitato a sette personaggi: tre arcivescovi, tre principi laici e un re; da allora in poi l’imperatore fu sempre scelto da questi funzionari, che sono quelli così spesso indicati nella storia della riforma con il termine “elettori”. Il protettore di Lutero, Federico, era ai suoi tempi l’”elettore di Sassonia”. [50]
- Carlo IV aggiunse ai possedimenti originali della sua casata di Lussemburgo, la Slesia, la Lusazia inferiore e il margraviato di Brandeburgo; e nei suoi ultimi giorni“indossò le corone di Boemia, di Germania, di Borgogna, di Lombardia, e dell’Impero.” “Morì a Praga nel 1378, e gli succedette suo figlio Venceslao. Venceslao fu deposto e la corona fu data a Roberto (Rupert), elettore del Palatinato nel 1400, che regnò fino al 1410, quando morì, e Sigismondo, fratello di Venceslao e re dell’Ungheria, regnò. Questo fu l’imperatore Sigismondo che abbandonò John Huss e Gerolamo da Praga ad essere mandati al rogo dal Consiglio di Costanza; che portò avanti le guerre [*di religione] contro gli Hussiti. Sigismondo fu un scialacquatore e non ebbe mai abbastanza soldi per i suoi desideri; e per 400.000 fiorini concesse a Federico, conte di Hohenzollern, di Svevia [* inizialmente chiamata Alemannia], prima come un impegno, ma in seguito come feudo permanente, la marca di Brandeburgo. Con la morte di Sigismondo si concluse la dinastia del Lussemburgo, e la casa di Hapsburg fu restaurata.
- A Sigismondo succedette Alberto II, duca d’Austria, nel 1438. Nel 1440 ad Alberto II seguì Federico IV, e a questo, nel 1493, Massimiliano I. Nel 1519 seguì Carlo V, davanti al quale Lutero si erse a favore della fede di Cristo; e davanti al quale i principi tedeschi lessero la famosa PROTESTA.
- Sebbene la corona tedesca rimanesse elettiva dal tempo di Alberto II in poi, essa fu “sempre conferita a un membro della casa d’Asburgo fino all’estinzione della linea maschile”; e poi fu assunta dall’arciduchessa Maria Teresa, il cui marito fu eletto imperatore nel 1745. Egli era imperatore solo di nome, poiché Maria Teresa era di fatto la reggente. Al marito di Maria Teresa succedette, nel 1765, suo figlio Giuseppe II. E nella sua linea dinastica, quella degli Asburgo, la carica imperiale perdurò fino alla fine del “Sacro Romano Impero” e del regno tedesco nel 1806. Nella sua linea dinastica la carica imperiale dell’Impero Austro-Ungarico tuttora permane.
- Si è fatto riferimento in precedenza alla marca di Brandeburgo e alla sua vendita da parte dell’imperatore Sigismondo a Federico di Hohenzollern di Svevia. Federico divenne così uno degli elettori dell’impero. Si ricorderà anche che furono i Cavalieri dell’Ordine Teutonico a compiere la conquista della Prussia. Al tempo della Riforma, Alberto di Brandeburgo era Gran Maestro dell’Ordine Teutonico. Divenne protestante, sciolse l’Ordine e, nel 1525, ricevette in feudo dal re di Polonia il ducato di Prussia. Alberto lasciò due nipoti femmine: Gioacchino Federico, Elettore di Brandeburgo, sposò Eleonora, la nipote più giovane; suo figlio, Giovanni Sigismondo, sposò Anna, la nipote maggiore; e così il ducato di Prussia fu assicurato alla famiglia dell’Elettore di Brandeburgo. Federico Guglielmo, detto il Grande Elettore, era nipote di Giovanni Sigismondo e Anna. Con il trattato di Wehlau, nel 1657, il ducato di Prussia fu dichiarato indipendente dalla Polonia. Il Grande Elettore ampliò notevolmente i suoi territori e nel 1701 suo figlio Federico, che gli era succeduto nel 1688, ottenuto il consenso dell’imperatore, si incoronò re di Prussia. E così, sotto la casa alemanna degli Hohenzollern, sorse il regno di Prussia, che, attraverso Federico I (1701-1713), Federico Guglielmo I (1713-1740), Federico II il Grande (1740-1786), Federico Guglielmo II (1786-1797), Federico Guglielmo III (1797-1840), Federico Guglielmo IV (1840-1861), passò in linea diretta a Guglielmo I, re di Prussia (1861-1871) e imperatore tedesco dal 18 gennaio 1871 al 9 marzo 1888; a Federico (fino al 15 giugno 1888) e a Guglielmo II, attuale imperatore tedesco.
CAPITOLO 06 – I BURGUNDI NEL MEDIOEVO
La Maratona della Svizzera – La Svizzera libera
[51] Si ricorderà – Capitolo III, paragrafi 7-9 – che la conquista del regno dei Burgundi fu iniziata da Clodoveo e completata dai suoi figli nel 532; e che nella quadruplice divisione del dominio franco nel 561, la Borgogna con alcune contee aggiuntive nel nord passò a Gontrano, che vi stabilì la sua capitale. Quando i domini franchi, riuniti sotto Carlo Martello, furono nuovamente divisi tra Pipino il Breve e Carlomanno, la Borgogna passò in mano a Pipino. E quando Carlomanno divenne monaco e Pipino divenne re per grazia di papa Zaccaria, naturalmente la Borgogna non fu che una provincia del suo regno, come lo era anche dell’impero di Carlo Magno, figlio di Pipino. Nella divisione dell’impero di Carlo Magno, con il trattato di Verdun dell’843, la Borgogna fu inclusa nella porzione dell’imperatore Lotario, che, come si ricorderà, si estendeva dal Mediterraneo al Mare del Nord, includendo anche il territorio italiano.
- Al tempo di Carlo il Grosso, nell’877, la Borgogna tornò indipendente sotto Bosone, marito di Ermangarda, figlia dell’imperatore Ludovico II. Questo regno fu chiamato Provenza oltre che Borgogna, e talvolta Borgogna Cis-Giurana, o, come recitava il titolo reale, regnum Provinciae seu Burgundiae. Esso “comprendeva la Provenza, il Delfinato, la parte meridionale della Savoia e il territorio tra la Saona e il Giura”. Si formò un altro regno di Borgogna dall’altra parte del Giura. Questo era chiamato regno di Borgogna trans-giuranea, o, per titolo, regnum iurense, Burgundia Transiurensis, e fu fondato dal conte Rodolfo nell’888 d.C. e riconosciuto dall’imperatore Arnolfo lo stesso anno. Comprendeva la parte settentrionale della Savoia e tutta la Svizzera, tra il Giura e il fiume Reuss.
- Nel 937, il figlio di Rodolfo, Rodolfo, cedette i suoi diritti sulla corona italiana alla Borgogna Cis-Giurana; e così le due Borgogne – la Trans-Giurana e la Cis-Giurana – furono unite in un unico regno di Borgogna o Arles, con titolo, regnum Burgundae, regnum Arelatense. Questo regno rimase indipendente fino al 1032 d.C., quando, in conformità con un trattato stipulato tra l’imperatore Enrico II e Rodolfo II, il suo ultimo re, il regno di Borgogna fu accolto nell’impero dall’imperatore Corrado II; Rodolfo III lo confermò per testamento, in quanto sua nipote Gisella era sposata con Corrado. L’imperatore assunse così la corona borgognona e questo “bel regno”, “pieno di città prospere”, divenne parte dell’impero.
- “Il regno di Borgogna, o Arles, comprendeva l’intera regione montuosa che oggi chiamiamo Svizzera. Fu quindi riunito all’impero germanico per lascito di Rodolfo, insieme al resto dei suoi domini. Una numerosa e antica nobiltà, vassalla l’una dell’altra o dell’impero, divise il possesso con signori ecclesiastici di poco meno potenti di loro. Tra i primi troviamo i conti di Zähringen, Kyburg, Hapsburg (Asburgo) e Tokenburg, i più notevoli; tra i secondi il vescovo di Coira, l’abate di San Gallo e la badessa [52] di Seckingen. Ogni varietà di diritti feudali fu riscontrata fin dall’antichità e a lungo conservata in Elvezia [*Svizzera]: né esiste un paese la cui storia illustri meglio quell’ambigua relazione – metà proprietà e metà dominio – in cui si trovava l’aristocrazia territoriale, sotto il sistema feudale, nei confronti dei propri dipendenti. Nel XII secolo le città svizzere raggiunsero un certo grado di importanza. Zurigo era eminente per l’attività commerciale e sembra non aver avuto altro signore se non l’imperatore; Basilea, sebbene soggetta al suo vescovo, possedeva i consueti privilegi del governo municipale. Berna e Friburgo, fondate solo in quel secolo, fecero rapidi progressi e quest’ultima fu elevata, insieme a Zurigo, da Federico II, nel 1218, al rango di libera città imperiale. – (Hallam. “Middle Ages”, cap.5, sez.20)
- Nella parte settentrionale di quella che oggi è la Svizzera, tra il Lago di Costanza e il Lago dei Quattro Cantoni, e lungo la riva sinistra del Reno, si erano insediati gli Alemanni quando conquistarono per la prima volta il territorio ai Romani. Il castello d’Asburgo era posseduto da Rodolfo, il nobile alemanno che fu nominato imperatore nel 1273. I suoi ambiziosi discendenti, i duchi d’Austria, cercarono di ampliare la loro autorità e i loro possedimenti a spese dei cantoni.
- “Diversi cambiamenti nelle principali famiglie elvetiche si verificarono nel XIII secolo, prima della fine del quale la casa d’Asburgo, sotto il politico e intraprendente Rodolfo e suo figlio Alberto, ottenne, attraverso vari titoli, una grande influenza in Svizzera. Di questi titoli, nessuno era più allettante, per un capo ambizioso, di quello di avvocato di un convento. Quel nome specioso comportava una sorta di tutela indefinita e diritto di ingerenza, che spesso finiva per ribaltare le condizioni del sovrano ecclesiastico e del suo vassallo. … Tra le altre patrocinazioni, Alberto ottenne quella di alcuni conventi che avevano proprietà nelle valli dello Schweitz e dell’Underwald… Gli abitanti di Schweitz avevano fatto di Rodolfo il loro avvocato. Diffidavano di Alberto, la cui successione all’eredità del padre diffuse allarme in tutta l’Elvezia. Ben presto sembrò che i loro sospetti fossero ben fondati. Oltre ai diritti locali che i suoi patrocini ecclesiastici gli conferivano su parte dei cantoni forestali, dopo la sua elezione all’impero, finse di inviare balivi imperiali nelle loro valli come amministratori della giustizia penale.” (Idem).
- Alcune fonti indicano Federico III come colui che inviò questi balivi, ma che si trattasse di Federico o di Alberto, i fatti sono gli stessi. Uno di questi balivi era Gesler, a cui Guglielmo Tell si oppose. “La loro oppressione di un popolo non abituato al controllo, che era chiaramente intenzione di Alberto ridurre in servitù, suscitò quei generosi sentimenti di risentimento che una razza coraggiosa e semplice raramente ha la discrezione di reprimere. Tre uomini, Stauffacher di Schweitz, Fürst di Uri, Melchthal di Underwald, ciascuno con dieci compagni scelti, si incontrarono di notte in un campo isolato e giurarono di sostenere la causa comune delle loro libertà, senza spargimento di sangue o lesione dei diritti altrui. Il loro successo fu proporzionale alla giustizia della loro impresa; i tre cantoni presero le armi all’unanimità ed espulsero i loro oppressori senza combattere. L’assassinio di Alberto da parte di suo nipote, che seguì poco dopo, diede loro fortunatamente il tempo di consolidare la loro unione (1308 d.C.)… Ma Leopoldo, duca d’Austria, deciso a umiliare i contadini che si erano ribellati a suo padre, condusse una considerevole forza nel loro paese. Gli Svizzeri, raccomandandosi al cielo e decisi a perire piuttosto che subire quel giogo una seconda volta, sebbene ignoranti della disciplina regolare e sprovvisti di armature difensive, sconfissero completamente gli assalitori a Morgarten (1315 d.C.). [53]
- “Questa grande vittoria, la Maratona della Svizzera, confermò l’indipendenza dei tre cantoni originari. Dopo alcuni anni, Lucerna, contigua per posizione e simile per interessi, fu incorporata nella loro confederazione. Essa si espanse in modo molto più sostanziale verso la metà del XIV secolo con l’adesione di Zurigo, Glarona, Zugo e Berna, tutte avvenute nel giro di due anni. La prima e l’ultima di queste città erano già state impegnate in frequenti guerre con la nobiltà elvetica, e il loro sistema politico interno era interamente repubblicano. Acquisirono, non l’indipendenza, di cui già godevano, ma ulteriore sicurezza, grazie a questa unione con gli Svizzeri propriamente detti che, in segno di rispetto per il loro potere e la loro reputazione, cedettero loro il primo posto nella lega… Gli otto già enumerati sono chiamati gli antichi cantoni e continuarono, fino alla tarda riforma del sistema elvetico, a possedere diversi privilegi distintivi e persino diritti di sovranità sui territori soggetti, a cui i cinque cantoni di Friburgo, Soletta, Basilea, Sciaffusa e Appenzello non parteciparono. Da quel momento i cantoni uniti, ma soprattutto quelli di Berna e Zurigo, iniziarono a estendere i loro territori a spese della nobiltà rurale. … Le città elvetiche agirono con politica e moderazione nei confronti dei nobili che sopraffacevano, ammettendoli ai diritti della loro comunità come coborghesi (un privilegio che implicava di fatto un’alleanza difensiva contro qualsiasi aggressore) e rispettando uniformemente i diritti legali di proprietà. Molte superiorità feudali le ottennero dai proprietari in modo più pacifico, tramite acquisti o ipoteche.
- “Così la casa d’Austria, a cui erano stati devoluti i vasti domini dei conti di Kyburg, abbandonando, dopo ripetute sconfitte, le speranze di sottomettere i cantoni forestali, trasferì gran parte dei suoi possedimenti a Zurigo e Berna. E l’ultimo residuo dei loro antichi territori elvetici in Argovia fu strappato, nel 1417, a Federico, conte del Tirolo, che, sostenendo imprudentemente papa Giovanni XXIII contro il Concilio di Costanza, era stato messo al bando dall’impero. Berna non poté essere indotta a ripristinare queste conquiste, e così completò l’indipendenza delle repubbliche confederate. Le altre città libere, sebbene non ancora incorporate, e i pochi nobili rimasti, laici o spirituali, di cui l’abate di San Gallo era il principale, entrarono in leghe separate con diversi cantoni. La Svizzera divenne, quindi, nella prima parte del XV secolo, un paese libero, riconosciuto come tale dagli stati vicini e non soggetto ad alcun controllo esterno, sebbene ancora compreso nella sovranità nominale dell’impero…
- “Gli affari della Svizzera occupano uno spazio molto piccolo nel grande quadro della storia europea. Ma per certi aspetti sono più interessanti delle rivoluzioni di potenti regni… Altre nazioni mostrarono una risolutezza insuperabile nella difesa delle città murate; ma la fermezza degli Svizzeri sul campo di battaglia era senza pari, a meno che non si ricordi la memoria di Sparta. Fu persino stabilita come legge che chiunque tornasse dalla battaglia dopo una sconfitta dovesse morire per mano del boia. Milleseicento uomini, che erano stati inviati a contrastare un’invasione predatoria dei francesi nel 1444, sebbene avrebbero potuto ritirarsi senza perdite, decisero piuttosto di perire sul posto e caddero in mezzo a un mucchio ben più grande di cadaveri nemici. Nella famosa battaglia di Sempach del 1385, l’ultima che l’Austria tentò contro i cantoni forestali, i cavalieri nemici, smontati dai loro cavalli, formavano una barriera inespugnabile di lance che sconcertò gli Svizzeri; finché Winkelried, un gentiluomo di Underwald, dopo aver raccomandato moglie e figli ai suoi connazionali, si lanciò sulle file avversarie e, raccogliendo tutte le lance che riuscì a prendere, aprì un varco ai suoi seguaci seppellendole nel suo petto. [54]
- “Sebbene la casa d’Austria avesse cessato di minacciare le libertà dell’Elvezia, e fosse stata persino per molti anni sua alleata, l’imperatore Massimiliano I… si sforzò di far rivivere l’inestinguibile supremazia dell’impero. Tale supremazia era stata appena ripristinata in Germania con l’istituzione della Camera Imperiale e di un regolare contributo pecuniario per il suo sostegno, nonché per altri scopi, nella Dieta di Worms [anno 1495]. I cantoni elvetici furono invitati a prestare obbedienza a queste leggi imperiali… Il loro rifiuto di obbedire portò a una guerra, in cui i sudditi tirolesi di Massimiliano e la lega sveva, una confederazione di città in quella provincia recentemente formata sotto gli auspici dell’imperatore, furono principalmente impegnati contro gli Svizzeri. Ma il successo di questi ultimi fu decisivo; e dopo una terribile devastazione delle frontiere della Germania, la pace fu conclusa a condizioni molto onorevoli per la Svizzera. I cantoni furono dichiarati liberi dalla giurisdizione della Camera Imperiale e da tutti i contributi imposti dalla Dieta. … Sebbene, forse, secondo la più rigorosa legge pubblica, i cantoni svizzeri non furono completamente sciolti dalla loro sottomissione all’impero fino al trattato di Vestfalia, la loro vera sovranità deve essere datata da uno storico dall’anno in cui ogni prerogativa che un governo può esercitare fu definitivamente abbandonata.” (Idem).
- E così il regno dei Burgundi del 407 d.C. è rappresentato nella confederazione indipendente della Svizzera di oggi.
CAPITOLO 07 – GLI ANGLI E I SASSONI NEL MEDIOEVO
[55] La Gran Bretagna diventa Inghilterra – Re, Assessori, Conti, Plebei, Schiavi – La Supremazia della Northumbria – Le Invasioni danesi – La Dominazione Danese – Inghilterra Imperiale – Re Danesi d’Inghilterra – Il Regno di Re Canuto – Guglielmo il Conquistatore – La Creazione del Libro del Giudizio Universale – La Conquista Inglese della Normandia – Impero Inglese, Casa dei Plantageneti – Prigionia di Cuore di Leone – Giovanni cede l’Inghilterra al Papato – La Magna Charta – Giovanni devasta il Regno – “Il Governo della Legge e Non della Volontà” – La Guerra dei Cent’Anni.
- Dal momento del primo insediamenti permanenti degli Juti, dei Sassoni e degli Angli sul suolo britannico fino al loro effettivo possesso del territorio, trascorsero circa centocinquant’anni.
- Gli Juti possedevano il Kent. Erano il meno numeroso dei tre popoli e quindi occupavano la porzione più piccola del territorio. “I loro domini comprendevano solo il Kent, forse per un certo periodo con il Surrey e [l’Isola di] Wight, con una piccola parte della vicina terraferma dell’Hampshire”: e il regno degli Juti “non superò mai definitivamente i confini delle loro prime conquiste”.
- Attorno agli Juti, sulla terraferma,abitavano i Sassoni: a sud e a ovest c’erano i Sassoni meridionali, ed il territorio da loro posseduto ebbe da essi il nome abbreviato di Sou’-Sax’, e da questo “Sussex”, nome che da allora ha sempre portato; a ovest di questi, ma più nell’entroterra, abitavano i Sassoni occidentali, il cui regno era chiamato Wessex; a nord del Kent abitavano i Sassoni orientali, il cui regno e la cui terra furono chiamati per sempre Essex; e tra i Sassoni orientali e i Sassoni occidentali, tra l’Essex e il Wessex, abitavano i Sassoni medi, il cui regno e la cui terra furono chiamati per sempre Middlesex.
- Gli Angli possedevano tutto il territorio a nord dell’Essex, del Middlesex e del Wessex, fino al Firth of Forth. Nella penisola immediatamente a nord dell’Essex abitavano gli Angli orientali, il cui regno e territorio si chiamavano East Anglia: quelli nella parte settentrionale della penisola erano chiamati Northfolk, e quelli nella parte meridionale Southfolk, da cui, attraverso la discendenza attraverso Nor’-Folk e Sou’-Folk, derivano i nomi che ancora oggi permangono: Norfolk e Suffolk. A ovest di questi abitavano gli Angli meridionali; immediatamente a nord di questi gli Angli centrali, che si estendevano fino al fiume Humber. Dall’Humber al Firth of Forth il territorio fu diviso dagli Angli in due porzioni pressoché uguali, la meridionale delle quali era il regno di Deira; e quella settentrionale, il regno di Bernicia. Il territorio tra il Galles e l’Anglia centrale e meridionale, costituendo il confine, fu inizialmente una marca, o frontiera; da cui divenne Marcia e Mercia. I suoi abitanti anglicani erano chiamati Merciani e il loro regno era Mercia, che comprendeva anche gli Angli centrali e meridionali. [56]
- Il regno degli Juti fu fondato nel Kent nel 475 d.C.; quello dei Sassoni del Sud nel 491; quello dei Sassoni Occidentali nel 519; quello dei Sassoni Orientali intorno al 525; e nel 552 gli Angli avevano conquistato la loro parte della Britannia Centrale fino al confine. Questa pressione degli Angli nella Britannia Centrale permise ai Sassoni del Sud di spingere le loro conquiste più all’interno. Nel 552, la loro conquista del forte collinare di Old Sarum spalancò le porte delle colline del Wiltshire, e una marcia di Re Cuthwulf sul Tamigi li rese padroni, nel 571, dei distretti che oggi formano l’Oxfordshire e il Berkshire. Spingendosi lungo l’alta valle dell’Avon verso una nuova battaglia di Barbury Hill, piombarono infine dalle loro alture sulle ricche prede che si estendevano lungo il Severn. Gloucester, Cirencester e Bath, città che si erano alleate sotto i loro re britannici per resistere a questo assalto, divennero nel 577 il bottino di una vittoria inglese a Deorham, e la linea del grande fiume occidentale si rivelò aperta alle armi dei conquistatori…
- “Con la vittoria di Deorum, la conquista della maggior parte della Britannia fu completa. A est di una linea che può essere approssimativamente tracciata lungo le brughiere del Northumberland e dello Yorkshire, attraverso il Derbyshire e la Foresta di Arden fino al basso Severn, e da lì, passando per Mendip, fino al mare, l’isola era passata in mano inglese. La Britannia era diventata sostanzialmente Inghilterra. E all’interno di questa nuova Inghilterra una società teutonica si era insediata sulle rovine di Roma. Fin dove era arrivata, la conquista era stata completa. Non un solo Britannico era rimasto come suddito o schiavo sul suolo inglese. Tristemente, centimetro dopo centimetro, gli uomini sconfitti si ritirarono dalla terra che i loro conquistatori avevano conquistato; e a est di una linea di confine che la spada inglese aveva sguainato, tutto era ormai puramente inglese.
- “È questo che distingue la conquista della Britannia da quella delle altre province di Roma. La conquista della Gallia da parte dei Franchi, o dell’Italia da parte dei Longobardi, si rivelò poco più di un insediamento forzato dell’una o dell’altra tra sudditi tributari destinati, nel lungo corso dei secoli, ad assorbire i loro conquistatori. Il francese è la lingua non dei Franchi, ma dei Galli che furono sconfitti: e i capelli biondi dei Longobardi sono pressoché sconosciuti in Lombardia. Ma la conquista inglese della Britannia, fino al punto a cui siamo giunti, fu una pura e semplice espropriazione del popolo conquistato dagli Inglesi. Non che gli Inglesi, feroci e crudeli come a volte sembrano essere stati, fossero più feroci o più crudeli degli altri Germani che attaccarono l’impero… ciò che fece davvero la differenza tra il destino della Britannia e quello del resto del mondo romano fu il coraggio ostinato dei Britannici stessi. In tutto il mondo nelle lotte tra Roma e i popoli germanici, nessuna terra fu conquistata con tanta tenacia o con tanta fatica. In Gallia, nessun franco o visigoto incontrò resistenza, se non quella dei coraggiosi contadini di Bretagna e Alvernia. Nessuna rivolta popolare scoppiò contro il dominio di Odoacre o Teodorico in Italia. Ma in Gran Bretagna l’invasore incontrò un coraggio quasi pari al suo. Invece di acquartierarsi silenziosamente, come i loro connazionali all’estero, presso sudditi che erano lieti di comprare la pace con l’obbedienza e i tributi, gli Inglesi dovettero impadronirsi di ogni centimetro della Britannia combattendo duramente…
- “Ciò che ci colpisce immediatamente nella nuova Inghilterra è questo: che fu l’unica nazione puramente germanica a sorgere sulle rovine di Roma. In altre terre, in Spagna, in Gallia o in Italia, sebbene fossero state ugualmente conquistate da popoli germanici, la religione, la vita sociale, l’ordine amministrativo, rimasero comunque romani. La Britannia fu quasi l’unica provincia dell’impero in cui Roma morì in una vaga tradizione del passato. L’intera organizzazione di governo e società scomparve con il popolo che la utilizzava… L’insediamento degli Inglesi nella terra conquistata non fu altro che un trasferimento assoluto della società inglese nella sua forma più completa sul suolo della Britannia. La lentezza della loro avanzata, l’esiguità numerica di ogni singolo gruppo nella sua discesa sulla costa, permise ai coloni di portare con sé, o di chiamarli a lavoro ultimato, le mogli e i figli, i laet e gli schiavi, persino il bestiame che avevano lasciato dietro di sé. La prima ondata di conquista non fu che il preludio alla graduale migrazione di un intero popolo. Fu l’Inghilterra a insediarsi sul suolo britannico, l’Inghilterra con la sua lingua, le sue leggi, il suo completo tessuto sociale, il suo sistema di vita e cultura di villaggio, la sua comunità, la sua suddivisione delle contee, il suo principio di parentela, il suo principio di rappresentanza. Non accadde come semplici pirati o bande di guerra vaganti che i nostri padri lasciarono la loro patria, ma come popoli già formati, e uniformati da un comune carattere e da comuni costumi che li portarono a riunirsi nella nostra nazione inglese nei giorni a venire.” – (Green. “Larger History of the English People”, cap.1 par.30; cap.2, par.1-7) [57]
- Dei tre popoli – gli Juti, i Sassoni e gli Angli – gli Angli “occupavano una porzione di terra molto più grande” rispetto agli altri due; e così il loro nome diede un nuovo nome alla terra in cui erano giunti: Angli-terra, Engel-land, England=Inghilterra: mentre per quanto riguarda il regno stesso, fu il Wessex a “diventare Inghilterra” e la sua “casa di Cerdic” a “diventare la casa reale su tutto il territorio”. (“Encyclopaedia Britannica”, art. “England”, history, “Final Predominance of Wessex”.) Tuttavia, questa questione di una casa reale su tutto il territorio è un’altra lunga storia, che si aggiunge a quella di questi tre popoli che presero possesso del territorio. Infatti, “sebbene tutti parlassero la stessa lingua e usassero le stesse leggi, e sebbene tutti fossero decisi a conquistare la stessa terra, ogni gruppo e ogni capo preferì la propria linea d’azione separata a qualsiasi impresa collettiva”. – (Green. “Larger History of the English People”, cap.2, par.4). Questo spirito li spinse, sebbene fossero solo tre popoli distinti, a organizzarsi, occupando il territorio, in non meno di otto regni distinti. E non appena furono concluse le loro guerre con i Britanni, per poter abitare il paese in pace, iniziarono una lotta disperata tra loro per la supremazia e l’unico regno di tutta l’Inghilterra.
- Così, nel 597 d.C., in Inghilterra esistevano gli otto regni distinti di Wessex, Sussex, Kent, Essex, Mercia, East Anglia, Deira e Bernicia. Ogni regno era il risultato dell’unione di divisioni più piccole chiamate contee, i cui capi “portavano il titolo di Ealdorman o Alderman, in tempo di pace, di Heretoga o Herzog, in tempo di guerra”. L’unione delle contee “formava un regno; il capo del gruppo così formato era un cyning o re. Qual era, ci si potrebbe chiedere, la differenza tra re ed ealdorman?… L’ealdorman era un sovrano in pace e un capitano in guerra. Il re era di più. Tra gli inglesi, almeno, tutte le casate reali rivendicavano la discendenza dal sangue degli dei. (Confronta: “Empires of the Bible”, cap.6, par.3-5; cap.7, par.6, 9, 10; cap.7, par.38-44). Ogni re era figlio di Odino. Una vaga venerazione religiosa si raccolse così attorno al re, in cui l’ealdorman non aveva alcuna parte. Era anche il capo del più alto aggregato politico che le idee di quei tempi avessero raggiunto. Era, come il nome implica, il capo della stirpe, della nazione. Il governo dell’ealdorman era tribale e meramente terreno; il governo del re era nazionale e in qualche modo divino.” (“Encyclopedia Britannica”, art. “England”, history, “The Kingdom”). Nella comunità si distinguevano tre classi: conti, plebei e schiavi. I contierano una classe sociale che, per distinzione di nascita, era ritenuta meritevole di speciale rispetto e onore; e che, per questo motivo, possedeva determinati privilegi politici. I villani erano uomini liberi, ma non godevano di onori o privilegi superiori a quelli della comunità generale. Gli schiavi erano tenuti in schiavitù o in stato di servitù. “Il conte, il villano e lo schiavo si trovavano ovunque. Essi erano dati per scontati; e la leggenda rappresentava le tre classi come chiamate all’esistenza da atti separati del potere creativo degli dei.” (Idem: “Earls and Churls”) [58]
- Nel 605 d.C. Etelfrido, re di Bernicia, si impadronì del regno di Deira; e poiché questo cedette loro tutta la Britannia orientale a nord del fiume Humber, il regno allargato così formato fu chiamato Northumbria. Etelfrido conquistò anche la maggior parte del territorio ancora in mano ai Britanni a ovest del Mare d’Irlanda, tra il Firth of Clyde e le foci del Mersey e del Dee. Ciò ridusse il numero dei regni inglesi a sette; ed è su questo che gli scrittori trattano la storia di quel tempo con il titolo di “Eptarchia sassone”. Quando Etelfrido si impadronì di Deira, Edwin, il suo legittimo re, essendo solo un bambino, fuggì nell’Anglia orientale, dove fu protetto da re Raedwald. Ciò servì a Etelfrido come pretesto per un tentativo di sottomettere quel regno. Incontrò una vigorosa resistenza; e al “River Idle, presso Retford”, fu sconfitto e ucciso.
- Alla morte di Ethelfrith, il popolo di Deira fu lieto di riavere Eadwine nel suo regno. Con la conquista di Bernicia, Eadwine ristabilì e rese permanente l’unione di Bernicia e Deira che Ethelfrith aveva formato. “La grandezza della Northumbria raggiunse ora il suo apice. All’interno dei suoi domini, Eadwine dimostrò un genio per il governo civile, il che dimostra quanto l’era della semplice conquista fosse completamente tramontata. Con lui ebbe inizio il proverbio inglese così spesso applicato ai re successivi: “Una donna con il suo bambino potrebbe camminare indenne da un mare all’altro ai tempi di Eadwine”. Le comunicazioni pacifiche ripresero lungo le strade deserte; le sorgenti ai lati della strada furono contrassegnate con pali e accanto a ciascuna fu posta una coppa di ottone per il ristoro del viaggiatore… Il re della Northumbria divenne, di fatto, sovrano sulla Britannia come nessun altro re di sangue inglese era mai stato prima. A nord il suo regno si estendeva fino al Firth of Forth; e qui, se possiamo fidarci della tradizione, Eadwine fondò una città che portava il suo nome, Edimburgo – il borgo di Eadwine. A ovest, le sue armi schiacciarono la lunga resistenza di Elmet, il distretto intorno a Leeds: era signore di Chester, e la flotta che vi equipaggiò sottomise le isole di Anglesea e Man. A sud dell’Humbria, era considerato signore dai cinque stati inglesi della Britannia centrale. I Sassoni occidentali rimasero per un po’ indipendenti; ma anche loro furono infine costretti a riconoscere “la sovranità della Northumbria”. E “il Kent si era legato a lui dandogli in moglie la figlia del suo re, un passo che probabilmente segnava una subordinazione politica.” – (Green. “Larger History”, ecc. cap.2, par.16, 17).
- A quel tempo Penda era re di Mercia; e gli altri regni della Britannia Centrale ne riconobbero la sovranità, così come lui a sua volta riconobbe la sovranità di Eadwine. Nel 633 Penda strinse un’alleanza con un re gallese, Cadwallon, per spezzare il potere di Eadwine. “Gli eserciti si incontrarono nel 633 in un luogo chiamato Haethfeld, e nello scontro Eadwine fu sconfitto e ucciso”. Bernicia “approfittò immediatamente della caduta di Eadwine per richiamare la stirpe di Ethelfrith al trono; e dopo un anno di anarchia, il suo secondogenito, Oswald, ne divenne re. I gallesi erano rimasti accampati nel cuore del nord, e il primo scontro di Oswald fu con Cadwallon”. Le forze si incontrarono nel 635 “vicino al Vallo Romano. Cadwallon cadde combattendo sul ‘Campo Celeste’, come in seguito fu chiamato il campo di battaglia; la sottomissione del regno di Deira al conquistatore ripristinò il regno di Northumbria; e per nove anni il potere di Oswald eguagliò quello di Eadwine.” [59]
- “Il dominio di Oswald si estendeva sulla Britannia tanto quanto quello del suo predecessore Eadwine. In lui, ancor più che in Eadwine, si vide una vaga somiglianza con gli imperatori più antichi: una volta, infatti, uno scrittore della terra dei Pitti definì Oswald ‘imperatore di tutta la Britannia’.” Nel 642 Oswald guidò il suo esercito nell’Anglia orientale per liberare quel regno dal terribile dominio di Penda, re di Mercia. La battaglia fu combattuta a Maserfeld; Oswald fu sconfitto e ucciso; e per tredici anni Penda mantenne il potere supremo in Britannia. Oswiu, fratello minore diOswald, successe al regno di Northumbria. Nel 655 i Northumbriani incontrarono nuovamente Penda “nel campo di Winward presso Leeds”, Penda fu ucciso e, a causa di una forte pioggia che gonfiò il fiume sul quale i Merciani dovettero rifugiarsi, solo pochi superstiti riuscirono a salvarsi; e la Northumbria sotto Oswiu resistette all’Inghilterra come aveva fatto sotto Eadwin e Oswald. Continuò così sotto Ecgfrith, che successe a Oswiu nel 670, e il cui regno “segna il culmine del potere della Northumbria”.
- Nel 685, Ecgfrith condusse una spedizione contro i Pitti, ma fu ucciso e il suo esercito annientato in una battaglia a Fife. Liberò i regni centrali e meridionali dal dominio della Northumbria. La Mercia riacquistò immediatamente il suo pieno potere su tutta la Britannia centrale, mentre il Wessex, sotto Ine dal 688 al 714, ottenne il pieno potere su “tutta la Britannia a sud del Tamigi”; e la “respinta da parte di Ine di un nuovo re merciano, in un sanguinoso scontro a Wodnesburh nel 714, sembrò stabilire la triplice divisione della razza inglese tra tre regni di quasi pari potere”: Northumbria, Mercia e Wessex. Tuttavia, Ine, nel 726, si recò in pellegrinaggio a Roma. In sua assenza, l’anarchia regnò nel Wessex. In questo, Ethelbald, il re merciano, trovò la sua occasione: penetrò nel cuore del regno sassone occidentale e il suo assedio e la conquista della città reale di Somerton nel 733 posero fine alla guerra. Per vent’anni il dominio della “Mercia fu riconosciuto da tutta la Britannia a sud dell’Humber”. E poiché a quel tempo l’anarchia regnava in Northumbria, il regno di Mercia divenne a tutti gli effetti il regno d’Inghilterra. Questo, tuttavia, durò solo per un breve periodo; poiché in una disperata battaglia a Burford nel 753, “una vittoria decisiva liberò il Wessex dal giogo merciano. Quattro anni dopo, nel 757, la sua libertà fu mantenuta da una nuova vittoria a Secandum”.
- Il Wessex aveva riconquistato l’indipendenza; ma questo era tutto. Infatti, Ethelbald, ucciso nella battaglia di Secandum, fu immediatamente succeduto da Offa, sotto il cui lungo regno, dal 757 al 796, la Mercia “risorgeva a tutti i domini tranne che al suo antico dominio”. Quello di Offa “è il nome più grande nella storia della Mercia”; e la sua posizione “era grande quanto quella di qualsiasi re inglese prima dell’unione definitiva dei regni. In un certo senso era superiore a quella di chiunque altro. Offa ricopriva una posizione non solo britannica, ma europea”. Questo perché il potente Carlo Magno corrispondeva con lui come con un pari. Questo avvenne prima che Carlo Magno fosse nominato imperatore dal papa: e quando manifestò la volontà di trattare il re di Mercia come meno di un pari, la guerra fu minacciata tra loro. E dopo che Carlo Magno divenne imperatore di Roma, Cenwulf, successore di Offa, dal 797 all’819, “mise chiaramente per iscritto che né il vescovo di Roma né l’imperatore di Roma avevano alcuna giurisdizione sul suo regno di Mercia”. (“Encyclopedia Britannica”, art. “England”, history, “Offa and Charles”). [60]
- A questo punto il Wessex aveva così bene sfruttato la sua indipendenza da aver non solo riconquistato, ma anche ampliato e saldamente stabilito il suo potere su “tutta la Britannia a sud del Tamigi”. La Mercia fu costretta a riconoscerlo; e Cenwulf poté solo preservare il regno immediato di Mercia così come lo aveva ricevuto. In tale modo, “alla fine dell’VIII secolo, la deriva dei popoli inglesi verso un’unità nazionale fu di fatto completamente arrestata. L’opera della Northumbria era stata sventata dalla resistenza della Mercia; lo sforzo della Mercia era fallito di fronte alla resistenza del Wessex. Una triplice divisione sembrava essersi impressa sul territorio; e così completo era l’equilibrio di potere tra i tre regni che lo dividevano, che nessuna sottomissione dell’uno all’altro sembrava in grado di fondere le tribù inglesi in un popolo inglese.” – (Green. “Larger History of the English People”, cap.2, ultimo par.)
- Eppure, proprio in quel periodo, nel Wessex si stavano formando gli elementi che presto svilupparono un potente impulso verso l’unità nazionale; e che, nella prima parte del X secolo, con solo lievi ostacoli, culminò nell’effettiva unione di tutta l’Inghilterra sotto un solo re. Tra i rivali pretendenti al trono del Wessex, dopo la riconquista dell’indipendenza nel 757, c’era un certo Egbert (Ecgberth). Il re, eletto nel 786, cercò di ucciderlo, ed egli fu costretto a fuggire definitivamente dal regno. Inizialmente si rifugiò presso Offa. Il re del Wessex chiese che fosse consegnato. Offa rifiutò; ma poiché non poteva più ospitare Egbert senza causare continui problemi ai propri affari, rifiutò di assicurargli ulteriore protezione. Quindi Egbert fuggì sul continente e nel 787 trovò rifugio alla corte di Carlo Magno. Lì, frequentò la scuola di Carlo Magno assorbendone anche le attitudini mentali. Nell’anno 800, Edburga, moglie del re del Wessex, preparò una bevanda avvelenata per un giovane amico del marito; ma sia lui che il marito ne bevvero, e morirono entrambi. Quindi, costretta a fuggire, anche Edburga si rifugiò alla corte di Carlo Magno. Il suo arrivo portò a Egbert la notizia che il trono del Wessex era vacante. Egli tornò immediatamente nel Wessex e fu prontamente eletto al trono. “Il giorno del Northumberland e il giorno della Mercia erano passati: il giorno del Wessex era giunto. Il regno di Egbert (802-837) lo pose per sempre a capo delle potenze della Britannia.” (“Encyclopaedia Britannica”, art. “English”, history, “Supremacy of Wessex”).
- La prima impresa di Egbert come re fu la conquista della Cornovaglia, “l’ultimo frammento del regno britannico nel sud-ovest”. Nell’825 il re di Mercia invase il territorio di Egbert, ma nella battaglia che fu combattuta a Ellandum i Sassoni occidentali risultarono vittoriosi. Questa vittoria confermò a Egbert tutta l’Inghilterra a sud del Tamigi e incoraggiò anche gli Angli orientali a ribellarsi contro il re di Mercia. Gli Angli orientali vinsero due grandi battaglie e questo, a sua volta, indebolì a tal punto il re di Mercia da incoraggiare Egbert ad avventurarsi persino oltre il Tamigi per invadere la Mercia. Ciò egli fece “nell’827, e il regno di Penda e Offa si inchinò senza combattere al suo conquistatore”. Ma Egbert non si fermò alla conquista della Mercia: marciò verso nord. La Northumbria era stata recentemente terrorizzata da un’invasione di danesi e, incapace di resistere da sola, “i suoi thegns [* nobili proprietari terrieri] incontrarono Ecgberht nel Derbyshire e si impadronirono della supremazia del Wessex”; e “con la sottomissione della Northumbria, l’opera che Oswiu ed Ethelred non erano riusciti a compiere fu compiuta, e l’intera razza inglese fu per la prima volta unita sotto un unico governo”. – (Green. “Larger History of the English People”, cap.3, par.2, 3.)
- Questa invasione danese della Northumbria fu solo una parte di quel grande movimento dei Danesi in questo secolo, che raggiunse persino la Francia e creò la Normandia; e continuò in Britannia fino a coprire praticamente l’intero territorio occupato dagli Inglesi. Egbert sconfisse un moltitudine di loro che invase il territorio dall’Irlanda, il che diede loro un freno fino a dopo la sua morte nell’839. Gli successe immediatamente il figlio, Etelvio (Ethelwulf). I Danesi tornarono e furono “respinti solo da anni di duri combattimenti”. Ma una vittoria finale a Aclea nell’851 “garantiva la pace per la terra attraverso i regni brevi e privi di eventi dei suoi figli, Etelbaldo (Ethelbald) e Etelvio (Ethelberth). Ma la tempesta del nord si abbatté con tutta la sua forza sull’Inghilterra quando un terzo figlio, Etelredo (Ethelred), seguì i suoi fratelli sul trono. “I Norreni erano ora insediati sulla costa dell’Irlanda e sulla costa della Gallia; erano padroni del mare; e da ovest e da est si avvicinarono alla Britannia. Mentre un esercito irlandese si abbatté sul regno scozzese a nord del Firth of Forth, un altro sbarcò dalla Scandinavia nell’866 sulla costa dell’Anglia orientale al comando di Hubba, e marciò l’anno successivo su York. Una vittoria su due pretendenti alla corona diede ai pirati la Northumbria; e i loro due eserciti si unirono a Nottingham nell’868 per un attacco al regno di Mercia. La Mercia fu salvata da una marcia di re Etelredo (Ethelred) verso Nottingham; ma la pace che egli concluse lì con i Normanni lasciò loro il tempo di prepararsi per un’invasione dell’Anglia orientale; in quell’impresa Eadmondo, fatto prigioniero davanti ai loro capi, fu legato a un albero e ucciso a colpi di frecce… Con lui finì la linea dei viceré dell’Anglia orientale; poiché il suo regno non solo fu conquistato, ma diviso tra i soldati dell’esercito pirata, e il loro capo, Guthrum, ne assunse la corona.”(Idem, par.2).
- Con queste vittorie dei Danesi [*Vichinghi], la potenza del Wessex a nord del Tamigi fu nuovamente completamente distrutta. E “la perdita dei regni sottomessi lasciò il Wessex faccia a faccia con gli invasori. Era giunto il momento di combattere, non per la supremazia, ma per la vita. La terra sembrava ancora paralizzata dal terrore. A parte la sua unica marcia su Nottingham, Re Etelredo (Ethelred) non aveva fatto nulla per salvare i suoi vicereami dal naufragio. Ma non appena i pirati risalirono il Tamigi fino a Reading nell’871, i Sassoni occidentali, attaccati sul loro stesso territorio, si voltarono ferocemente contro di loro. Un attacco disperato spinse i Normanni da Ashdown sulle alture che dominavano la valle di White Horse, ma il loro accampamento nella lingua di terra tra il Kennet e il Tamigi si dimostrò inespugnabile. Etelredo (Ethelred) morì nel mezzo della lotta e suo fratello Elfred [Alfredo], che ora divenne re, comprò [*versò un ammontare di denaro] la ritirata dei pirati e così ottenne qualche anno di respiro per il suo regno. Fu facile per l’occhio acuto di Elfred vedere che i Normanni si erano ritirati semplicemente con l’obiettivo di ottenere una base più solida per un nuovo attacco: erano passati appena tre anni prima che la Mercia venisse invasa e il suo vice re fosse costretto a spostarsi oltremare per far posto a un nuovo flusso degli invasori. Da Repton metà del loro esercito marciò verso nord verso il Tyne, mentre Guthrum guidò il resto nel suo regno dell’Anglia orientale per preparare l’attacco al Wessex dell’anno successivo”. (Idem. par.4) [62]
- Dall’874 in poi, la Northumbria e la Mercia erano state completamente sottomesse ai Danesi. Nell’877 Elfred sconfisse una parte importante del loro esercito nella sua regione e ne costrinse un’altra alla resa. Con la resa, si impegnarono con un giuramento ad abbandonare il Wessex, cosa che fecero. Ma l’arrivo di una nuova orda di loro consanguinei li fece dimenticare il giuramento; e, all’inizio dell’878, l’intera doppia armata di nuovo “marciò devastando il territorio”. La sorpresa del Wessex fu completa e per un mese o due il panico generale non lasciò alcuna speranza di resistenza. Elfred, con il suo piccolo gruppo di seguaci, poté solo rifugiarsi in un forte eretto in fretta nell’isola di Athelney, tra le paludi di Parret, una posizione da cui poteva osservare da vicino la posizione dei suoi nemici. Ma con il primo sprazzo di primavera chiamò i thegns [*lord/guerrieri] del Somerset al suo stendardo e, continuando a radunare truppe durante gli spostamenti, marciò attraverso il Wiltshire contro i Norreni (Northmen) [*guerrieri norreni vichinghi, originari della Scandinavia]. Trovò il loro esercito a Edington, lo sconfisse in una grande battaglia e, dopo un assedio di quattordici giorni, li costrinse ad arrendersi e a impegnarsi con una solenne pace o “frith” a Wedmore, nel Somerset.
- “Nella forma, la pace di Wedmore sembrava una resa della maggior parte della Gran Bretagna ai suoi invasori. Tutta la Northumbria, tutta l’East Anglia, tutta l’Inghilterra centrale a est di una linea che si estendeva dalla foce del Tamigi lungo il Lea fino a Bedford, da lì lungo l’Ouse fino a Watling Street, e tramite Watling Street fino a Chester, rimase sottomessa ai Normanni. In tutto questo“Danelaw” o “Danelagh” – come veniva chiamato [*area dell’Inghilterra anglosassone sotto il controllo amministrativo dei Dani/Danesi/Vichinghi] i conquistatori si insediarono tra la popolazione conquistata come signori del suolo, in gran parte nella Gran Bretagna settentrionale, più raramente nei distretti centrali; ma ovunque custodivano gelosamente il loro antico isolamento e si radunavano in “heres” o eserciti separati attorno a città che erano legate solo da strette confederazioni. La pace, in effetti, aveva salvato poco più del Wessex stesso. Ma salvando il Wessex, salvò l’Inghilterra. L’incantesimo del terrore fu spezzato. La marea dell’invasione cambiò. Da un atteggiamento di attacco i Normanni furono ridotti a un atteggiamento difensivo. L’intero regno di Elfred fu una preparazione per una nuova lotta che avrebbe dovuto strappare ai pirati [*Vichinghi] la terra che avevano conquistato.” (Idem)
- Questa pace continuò fino all’893, durante il quale Elfred rafforzò continuamente le difese del suo regno. Costruì una flotta potente e radunò tutti gli uomini liberi del suo regno in una forza organizzata. Ebbe un figlio e una figlia, Edward ed Etelflaed, che crebbero entrambi diventando abili guerrieri. Ethelflaed sposò Ethelred, “un ealdorman di antica stirpe reale”, anch’egli abile guerriero. Questo diede a Elfred tre validi sostenitori nel rafforzamento del suo potere difensivo contro i danesi. Ethelflaed e Ethelred, suo marito, furono nominati signore e signora della porzione di Mercia di Elfred. Quando nell’893 ci fu una nuova invasione da parte dei danesi, sia via terra che via mare, Elfred incontrò la loro flotta e la tenne a bada, mentre “Edward ed Ethelred catturarono il loro esercito vicino al Severn e lo sconfissero con un enorme massacro a Buttington”. Ed Elfred fu in grado di resistere così bene che nell’897 gli ultimi invasori si ritirarono e i Danesi, che avevano abitato nel territorio, rinnovarono la pace che continuò per 13 anni. [63]
- Elfred morì nel 901 e gli successe il figlio Edward. Nel 910 ci fu una nuova incursione dei Danesi che abitavano l’Inghilterra. Anche Ethelred, signore di Mercia, era morto, lasciando Ethelflaed a governare la Mercia. Ella scese in campo e ottenne un tale successo ovunque da riconquistare tutto ciò che aveva costituito l’intero regno di Mercia. Edward, da parte sua, respinse un’incursione di un’altra nuova banda di Danesi e riportò l’East Anglia sotto il suo potere. Ethelflaed morì nel 918. Edward annesse immediatamente la Mercia al suo dominio e portò le sue armi trionfalmente nell’Humber; e “nel 924 tutto il Nord si gettò improvvisamente ai suoi piedi. Non solo la Northumbria, ma anche gli Scozzesi e i Britanni di Strathclyde “lo scelsero come padre e signore”.
- Edward l’Invitto morì nel 925 e gli succedette il figlio Ethelhstan fino al 940, quando morì e gli successe il figlio Eadmond fino al 946, quando fu ucciso da un brigante e gli succedette il fratello Eadred. “Sotto Ethelstan, il Northumberland fu incorporato e il regno immediato dell’unico re d’Inghilterra si estendeva fino al Forth. Tuttavia, sia lui che i suoi due successori dovettero combattere contro infinite rivolte e re rivali nel Northumberland. Il territorio danese fu conquistato e perso, e riconquistato, più e più volte, finché alla fine, sotto Eadred, il Northumberland fu finalmente incorporato e governato, a volte da un singolo conte, a volte da due, di nomina regale. (“Encyclopedia Britannica”, idem, “The Imperial Claima”.) Con la sua sottomissione nel 954, l’opera di conquista era compiuta. Per quanto tenace fosse stata la sua lotta, il Normanno alla fine si dichiarò sconfitto. Dal momento del trionfo finale di Eadred, ogni resistenza cessò.”
- “Il regno d’Inghilterra era ormai formato. La prima metà del X secolo diede quindi ai re sassoni occidentali una posizione in Britannia tale che nessun re inglese di alcun regno aveva mai avuto prima di loro. Dominanti nella loro isola, rivendicando e, ogni qualvolta possibile, esercitando una supremazia sugli altri principi dell’isola, la loro posizione nel mondo insulare della Britannia era analoga alla posizione degli imperatori occidentali nell’Europa continentale. Era, di fatto, una posizione imperiale. Come tale, era contrassegnata dall’assunzione del titolo imperiale di monarcha, imperator, basileus, Augusius e persino Cesar. Questi titoli avevano lo scopo di affermare contemporaneamente la supremazia imperiale dei re inglesi all’interno del loro mondo e di negare qualsiasi supremazia sulla Gran Bretagna da parte di uno qualsiasi dei signori del mondo continentale.(“The Eastern or Greek Empire, and the Holy Roman Empire”)… Ma per quanto l’Inghilterra fosse unita, forte e gloriosa negli anni centrali del X secolo, la sua unità, la sua forza e la sua gloria furono acquisite, non in piccola misura, dalla perdita dell’antica libertà del suo popolo.” (“Encyclopedia Britannica, idem.”)
- Nel 955 Edred morì e gli succedettero i due figli del fratello e predecessore, Eadmond. Il figlio maggiore, Eadwig, ricevette il Wessex come re d’Inghilterra di diritto, mentre il minore, Eadgar, ricevette il Northumberland e la Mercia come viceré, di Eadwig. Ma nel 957 il regno fu effettivamente diviso in queste due parti dai Merciani e dai Northumbriani che dichiararono Eadgar re a pieno titolo. Tuttavia, nel 959 Eadwig morì ed Eadgar gli succedette nell’intero dominio di diritto; e “sotto il governo di Eadgar la terra godette di sedici anni di pace e prosperità senza pari. Durante il suo regno non si udì alcuna voce di invasione straniera, e i due o tre disordini all’interno dell’isola ebbero poca importanza… In nessun momento della nostra storia antica l’Inghilterra occupò una posizione più elevata nel mondo in generale. E quando l’antico sassone Ottone indossò la corona di Roma, e il sassone occidentale Eadgar, in un certo senso suo nipote, regnò sull’impero insulare della Britannia, il nome sassone raggiunse l’apice della sua gloria.”(“Encyclopaedia Britannica”, idem, “Reign of Eadgar”). [64]
- A Eadgar successe il figlio Eadward nel 975, ma gli fu concesso di regnare solo per quattro anni, poiché, su istigazione della matrigna Elfthryth, fu assassinato nel 979 e il figlio di Elfthryth, Ethelred II, fu messo sul trono, e così “iniziò il regno più triste e vergognoso” negli annali inglesi, che durò per trentasette anni. Nel secondo anno del suo regno, il 980, un’altra invasione danese inondò il paese, e l’inondazione non cessò mai finché tutta l’Inghilterra non fu in mano ai Danesi e un danese sedette sul trono di tutta l’Inghilterra. “Il re impreparato – cioè il re senza mentore né consiglio – sembra essere stato incapace di qualsiasi piano d’azione deciso o vigoroso. Di tanto in tanto mostrava energia in imprese inutili e infruttuose; ma sotto di lui il regno non mostrò mai un fronte unito verso il nemico comune. La sua unica politica, l’unica politica dei suoi consiglieri codardi o traditori, fu la politica autodistruttiva di corrompere gli invasori con il denaro.
- “Gli invasori vengono affrontati a Londra, a Maldon, a Exeter, con il massimo valore e la massima condotta da parte dei capi e della popolazione di singole città e distretti; ma sono sempre città e distretti isolati a resistere. Tali sforzi locali erano naturalmente infruttuosi; le forze locali o vengono sconfitte da superiorità numerica, o, se vittoriose, non hanno, per mancanza di accordo con le altre parti del regno, i mezzi per dare seguito alla vittoria. Attraverso una guerra come questa, portata avanti anno dopo anno, la nazione alla fine perse coraggio, così come il suo re. Le gelosie locali, sopite sotto il vigoroso governo dei re precedenti, ora risorgevano. Si dice con enfasi che “una contea non avrebbe aiutato l’altra”. Sotto un tale regno, gli sforzi dei migliori uomini del paese furono vanificati e le posizioni di massimo potere caddero nelle mani dei peggiori. I successivi consiglieri di Ethelred appaiono come una successione di traditori, che vendettero lui e il suo regno al nemico. “Spettava al Witan [*consiglio di nobili saggi] emanare decreti, ma spettava al re metterli in atto: e sotto Ethelred nulla di buono fu mai attuato.”(“Encyclopedia Britannica”, idem, “Reign of AEthelred”.)
- Nel 991 una nuova ondata di inondazioni danesi si abbatté sulla terraferma. Tuttavia, a quel tempo, erano più che semplici danesi coloro che arrivarono. Anche il re norvegese, Olaf Tryggvesson, era tra loro. Nel 994 un’altra ondata si abbatté sulla terra sottomessa. In questa occasione, le schiere dei Normanni erano guidate da re Olaf di Norvegia e da re Svevo di Danimarca. Le forze di Londra sconfissero coloro che avevano invaso quella parte del territorio; ma Ethelred ottenne da loro la pace comprandola con denaro. Tuttavia, la pace non fu mantenuta, se non da una parte di loro; e per otto anni la guerra continuò con nuove invasioni da parte dei Danesi e nuovi pagamenti da parte del re, fino al 1002, quando fu fatto un tentativo di liberare l’Inghilterra dai Danesi, con un massacro generale il giorno di San Brizio, il 13 novembre. [65]
- Ethelred aveva anche litigato con il duca Riccardo di Normandia; ma nello stesso anno, il 1002, sigillò una pace con Riccardo e sperava anche di rafforzare il suo regno ricevendo in sposa Emma, la figlia del duca Riccardo di Normandia. “Matrimoni e omicidi, tuttavia, si rivelarono deboli difese contro Swegen. La sua flotta raggiunse la costa nel 1003 e per quattro anni marciò in lungo e in largo per l’Inghilterra meridionale e orientale, “accendendo i suoi fari di guerra lungo il cammino” in case e città in fiamme. Poi, per una pesante tangente, si ritirò, per prepararsi a un successivo e più terribile assalto. Ma non ci fu tregua per il regno. Il più feroce degli jarl [* nobile scandinavo secondo in autorità solo al re] norvegesi prese il suo posto e dal Wessex la guerra si estese alla Mercia e all’Anglia orientale… Swegen tornò nel 1013. La guerra fu terribile ma breve. Ovunque il paese fu spietatamente devastato, le chiese saccheggiate, gli uomini massacrati. Con l’unica eccezione di Londra, non ci fu alcun tentativo di resistenza. Oxford e Winchester spalancarono le loro porte. I thegn [*nobili militari] del Wessex si sottomisero ai Normanni a Bath. Persino Londra fu costretta alla fine a cedere, ed Ethelred fuggì oltremare, rifugiandosi in Normandia.” – (Green. “Larger History of the English People”, cap.4, par.10). Il re danese fu riconosciuto come re — sebbene gli scrittori locali preferiscano chiamarlo tiranno — su tutta l’Inghilterra.” (“Encyclopedia Britannica”, idem, “Swegen Acknowledged as King”)
- Swegen morì nel 1014 e gli successe il figlio Cnut, o Knut, – Canuto – un giovane di diciannove anni. Il Consiglio inglese, o Witan, tuttavia, chiese la reintegrazione di Ethelred. Ethelred tornò, il che causò una guerra tra i due re. Nel 1016 Ethelred morì e gli successe il figlio Edmond, soprannominato “Fianco di Ferro”, un abile generale, che ebbe successo contro Canuto finché l’abbandonamento dell’Ealdorman Eadric di Mercia nel mezzo di una grande battaglia ad Assandun non ne causò la completa sconfitta. Il regno fu quindi diviso tra Edmond e Canuto, Edmond conquistò il sud e Canuto il nord. Ma Edmond morì poco dopo e Canuto, sia per il suo potere che per elezione formale, divenne re di tutta l’Inghilterra, fu regolarmente incoronato come tale e governò persino “come un re indigeno”. L’Inghilterra non fu né oppressa né degradata sotto il suo dominio. Il suo governo, le sue leggi, erano formulate sul modello di quelle degli antichi re. Rimandò in patria il suo esercito danese, mantenendo solo un corpo di guardie scelte, i famosi uscarli [*tipo guardie del corpo]. Questi furono il primo esercito permanente conosciuto in Inghilterra, un corpo di uomini scelti, danesi, inglesi o uomini coraggiosi provenienti da qualsiasi parte. Canuto spodestò gradualmente i danesi che aveva inizialmente collocato in alte cariche e diede loro successori inglesi. Elevò un inglese, il famoso Godwine, a un posto secondo solo alla regalità, con il nuovo titolo di Conte dei Sassoni Occidentali.
- Nelle sue relazioni estere, l’Inghilterra, sotto il suo re danese, non era in alcun modo una dipendenza della Danimarca. L’Inghilterra era il centro, Winchester era la città imperiale, di un impero settentrionale, che rivaleggiava con quelli d’Oriente e d’Occidente. Canuto, va ricordato, fu scelto per la corona d’Inghilterra per primo, quando era ancora molto giovane. A quella corona aggiunse la corona di Danimarca, alla morte o alla deposizione di suo fratello Aroldo. Conquistò la Norvegia, che si era ribellata a suo padre, dal suo re Olaf; e sembra che abbia stabilito il suo potere su parte della Svezia e su altre parti delle terre baltiche. Ma tutte queste furono acquisizioni fatte da uno che era già “re di tutta l’Inghilterra”: furono in gran parte conquistate grazie al valore inglese, e la lamentela in Danimarca e altrove era che Canuto avesse subordinato il suo regno settentrionale all’Inghilterra, e avesse preferito gli inglesi piuttosto che i nativi alle alte cariche in quel regno. [67]
- “In patria, dopo i primi anni del suo regno, il suo governo fu di perfetta pace.” (“Encyclopedia Britannica”, idem, “Cnut’s Division”). “Nel 1028 scrisse: `Ho fatto voto a Dio di condurre una vita retta in ogni cosa, di governare con giustizia e pietà i miei regni e i miei sudditi, e di amministrare un giusto giudizio a tutti. Se in passato ho fatto qualcosa di più di ciò che era giusto, per sconsideratezza o negligenza giovanile, sono pronto, con l’aiuto di Dio, a correggermi completamente. Nessun funzionario reale, né per paura del re né per favore di alcuno, deve acconsentire all’ingiustizia, nessuno deve fare del male a ricchi o poveri, per quanto tengano alla mia amicizia e al loro benessere. Non ho bisogno che il denaro venga accumulato per me con richieste ingiuste. Ho inviato questa lettera affinché tutto il popolo del mio regno possa rallegrarsi del mio bene; perché, come voi stessi sapete, non ho mai risparmiato, né risparmierò, di spendere me stesso e il mio impegno in ciò che è necessario e utile per il mio popolo.” Nel 1031 il regno di Canuto su tutto il nord fu completato dal re scozzese che rese “pieno omaggio al re di tutta l’Inghilterra”.
- Canuto morì nel 1035. Aveva nominato come suo successore in Inghilterra Harthacnut, o Hardicanute, il figlio avuto da Emma, la vedova di Ethelred, che all’inizio del suo regno aveva sposato, sebbene lei dovesse avere quasi il doppio dei suoi anni. Ma c’era un altro figlio di nome Harold, che era sostenuto nelle sue rivendicazioni sul regno da Mercia e Northumberland. I Sassoni occidentali, con Godwine ed Emma, secondo il testamento di Canuto, accettarono Harthacnut. La guerra fu impedita da un decreto del consiglio nazionale, che divise il regno tra i due. Harthacnut rimase in Danimarca, e i Sassoni occidentali lo deposero e riconobbero Harold. Dalla Normandia giunse anche Elfred, il figlio maggiore di Ethelred, che nel 1016 era stato costretto a fuggire dal regno a causa dell’odio e della gelosia di Canuto. Ma il suo tentativo fu un completo fallimento. Lui e i suoi compagni caddero nelle mani di Harold. I suoi compagni furono tutti giustiziati, lui stesso fu accecato e poco dopo morì.
- Nel 1040 lo stesso Harold morì; e Harthacnut, per diritto e per scelta nazionale, divenne di nuovo re, questa volta re dell’intero regno. Ma il suo regno fu breve, poiché morì nel 1042. La nazione inglese scelse quindi Edward, il secondo figlio di Ethelred, che era fuggito in Normandia. “Le sue virtù monastiche gli valsero la reputazione di santo e il titolo di ‘Confessore’; ma nessun uomo avrebbe potuto essere meno adatto a portare la corona d’Inghilterra in un’epoca simile”. Fu principalmente grazie all’influenza di Godwine che Edward fu scelto per il regno, ed Edward sposò la figlia di Godwine e gli rese ulteriore onore nominando ai suoi figli delle contee.
- Edward offese gravemente il popolo inglese portando con sé dalla Normandia, e piazzando ovunque potesse, un gran numero di favoriti normanni. Il suo principale favorito era un monaco normanno che nominò prima vescovo di Londra e poi arcivescovo di Canterbury. Questi favoriti normanni si resero presto così insolenti e insopportabili che Godwine e i suoi figli, in nome della nazione, presero le armi contro di loro. Ma Godwine fu indotto a sottoporre la sua causa al Consiglio Nazionale, che si pronunciò contro di lui, e lui e i suoi figli furono banditi. Ma entro un anno, il 1050, tornarono con un esercito. Gli inglesi erano ormai così stanchi dell’arroganza dei favoriti normanni del re che accolsero con piacere Godwine. Il re radunò un esercito per affrontarlo, ma l’esercito si rifiutò di combattere. L’assemblea nazionale considerò nuovamente la causa di Godwine e bandì l’arcivescovo normanno di Canterbury, con una numerosa compagnia di altri Normanni.
- Nel 1053 il grande conte Godwine morì e gli succedette nella sua alta carica nel regno il figlio Harold. All’inizio del 1066, re Edward morì mentre l’Assemblea Nazionale era in sessione. Edward non aveva figli e, sul letto di morte, aveva raccomandato Harold come suo successore. L’Assemblea Nazionale accettò la raccomandazione e Harold fu regolarmente eletto e incoronato re d’Inghilterra, e regnò come Harold II. [68]
L’INVASIONE NORMANNA
- Nel 1035, la morte del Duca Robert di Normandia aveva lasciato suo figlio William, suo successore, un bambino di appena sette o otto anni. Era il sesto duca di Normandia e, per parentela, il quinto discendente diretto di Rolf, o Rollo, il capo danese che ricevette da Carlo il Semplice il ducato di Normandia. All’età di vent’anni, aveva saldamente consolidato la sua autorità in Normandia; e a trentasei anni aveva ottenuto il possesso delle contee del Maine e della Bretagna, e “era il primo tra i principi di Francia”. Nel 1051 aveva fatto visita a Re Edward d’Inghilterra e da allora in poi affermò che in quel momento Edward gli aveva promesso la corona d’Inghilterra alla sua morte. Sosteneva inoltre che, mentre Edward era un bambino esiliato in Normandia, avesse detto a William che, se mai fosse diventato re d’Inghilterra, William sarebbe stato il suo successore. Inoltre, intorno al 1065, quando Harold era il suddito più importante d’Inghilterra, si recò in Normandia, ma a causa di una tempesta fu costretto a deviare dalla sua rotta e naufragò vicino alla foce della Somme, nel territorio del conte di Ponthieu, che non lo lasciò andare senza un riscatto, e William pagò il riscatto; e così Harold giunse sano e salvo alla corte di William. William gli raccontò della promessa fatta da Edward e chiese ad Harold se lo avrebbe sostenuto nelle sue rivendicazioni in base alla promessa. Harold acconsentì; ma William chiese un giuramento. Harold fece anche questo.
- E ora, nel 1066, quando William apprese che Harold stesso aveva ricevuto la corona d’Inghilterra, senza alcun riconoscimento o menzione di alcuna delle sue pretese, decise di ottenere il regno in ogni caso. Inviò prima un inviato a Roma per ottenere l’approvazione del papa. Dopo che William ebbe prestato giuramento ad Harold di sostenerlo nelle sue pretese sulla regalità d’Inghilterra in base alle promesse di Edward, con un inganno si era assicurato il giuramento di Harold sulle reliquie dei santi. E ora, quando desiderava l’approvazione del papa per la sua impresa, invocò lo spergiuro e la terribile blasfemia della condotta di Harold nell’ignorare un giuramento prestato sulle sacre reliquie. Chiese persino al papa di sottoporre tutta l’Inghilterra a un interdetto per aver scelto un uomo come lui come re, e anche perché la nazione aveva espulso l’arcivescovo di Canterbury, che aveva portato la consacrazione di Roma. Ildebrando era a quel tempo arcidiacono alla corte papale. Approvò le pretese di William e, grazie alla sua influenza, anche il papa fu portato a sostenere William. William “fu così in grado di mascherare i suoi piani sotto la guida di una crociata e di attaccare l’Inghilterra con armi temporali e spirituali”. Sentendosi così sicuro del suo sostegno al papato, William emanò “un proclama secondo cui, sostenuto dal Santo Padre della Cristianità, che gli aveva inviato uno stendardo consacrato, William, duca di Normandia, stava per esigere, con la forza delle armi, la sua legittima eredità d’Inghilterra; e che chiunque lo avesse servito con lancia, spada o balestra, sarebbe stato ampiamente ricompensato. A questo appello, si radunarono tutti gli avventurieri dell’Europa occidentale. Giunsero in massa dal Maine e dall’Angiò, dal Poitou e dalla Bretagna, dall’Aquitania e dalla Borgogna, dalla Francia e dalle Fiandre. Avrebbero potuto avere terre; avrebbero potuto avere denaro; avrebbero potuto sposare ereditiere sassoni; il più umile soldato di fanteria avrebbe potuto essere un gentiluomo. L’estate del 1066 era quasi trascorsa prima che i preparativi fossero completati. Una grande flotta si era radunata all’inizio di settembre alla foce del Dive.” – (Knight. “History of England”, cap.12, par.15). [69]
- Nello stesso periodo incombeva sull’Inghilterra un’altra invasione norvegese. Il re di Norvegia, nello stesso mese di settembre, sbarcò con un esercito in quello che oggi è lo Yorkshire, sconfisse le forze locali e il 24 settembre ottenne la sottomissione del territorio immediatamente a nord dell’Humber. Harold, marciando incontro agli invasori, li trovò il 25 settembre e li mise in rotta a Stamford Bridge, vicino alla città di York. Nel pomeriggio del 27 settembre, William, alla testa della sua flotta, attraversò la Manica e, nelle prime ore del 28 settembre, sbarcò a Pevensey, sulla costa del Sussex. Harold, venuto a conoscenza di ciò, riportò il suo esercito il più rapidamente possibile a sud e, il 14 ottobre, con le sue forze del Wessex, dell’East Anglia e della Mercia, “incontrò William e il suo esercito sulla collina di Senlac”, vicino alla città di Hastings, e non molto lontano dal luogo del suo sbarco. “Alle nove in punto i Normanni attraversarono la piccola valle, con lo stendardo papale portato davanti al Duca.” L’accampamento degli Inglesi era fortificato da una trincea e una palizzata, e all’inizio gli Inglesi ebbero successo. Respinsero sia i cavalieri che i fanti normanni, e a un certo punto il pericolo di panico tra i Normanni fu tale che William fu costretto a strapparsi l’elmo, in modo da poter essere facilmente riconosciuto, e a chiamare a raccolta le sue truppe. “Dopo un combattimento di sei ore, William ordinò ai suoi uomini di voltare le spalle. Gli Inglesi lanciarono un grido di trionfo e, rompendo le file, si precipitarono dalla loro posizione di comando nella pianura. Poi la cavalleria normanna si voltò e avvenne un terribile massacro. Harold cadde poco prima del tramonto, trafitto da una freccia all’occhio destro. Col favore della notte, i resti dell’esercito inglese fuggirono e la vittoria di William fu completa.
- Tutti i fratelli di Harold erano caduti con lui in battaglia; e della linea reale regolare rimaneva solo un maschio, un ragazzo di nome Eadgar, di circa dieci anni, nipote di Eadmund Ironside. Questo ragazzo fu scelto dal consiglio nazionale per la regalità. Ma il ragazzo ebbe sufficiente buon senso da impedirgli di opporre resistenza al più grande guerriero dell’epoca, e fu lui stesso a capo della delegazione inviata dall’assemblea nazionale per offrire la corona a William. La vedova del defunto re Eadward si arrese a William e si arrese a Winchester. Per l’assemblea nazionale “fu ora eletto re e incoronato a Westminster il giorno di Natale. Era quindi re per sottomissione dei capi, per diritto di incoronazione e per assenza di altri pretendenti”. Eppure aveva ancora praticamente tutto il territorio del suo regno da conquistare. Questo, tuttavia, lo fece con facilità, non essendo mai più costretto, dopo Senlac, a combattere una sola battaglia campale. [70]
- Eppure, sebbene gran parte del regno fosse ancora inviolata, William si sentiva così sicuro nel suo regno che nel mese di marzo dell’anno successivo, il 1067, tornò in Normandia per occuparsi degli affari dei suoi domini sul continente. I suoi luogotenenti, che aveva lasciato al comando in Inghilterra, si resero così odiosi che prima della fine dell’anno, le rivolte richiamarono William in Inghilterra; e nel giro di due anni ottenne il riconoscimento del suo potere in tutto il regno. “All’inizio del 1070 William passò in rassegna e congedò il suo esercito a Salisbury. Alla festa di Pasqua dello stesso anno, essendo ormai re a pieno titolo di tutta l’Inghilterra, fu nuovamente solennemente incoronato dai legati di Roma.” Nel 1072 “entrò in Scozia e ricevette l’omaggio di Malcolm ad Abernethy. Era così succeduto all’impero, così come al regno immediato, dei suoi predecessori sassoni occidentali. L’anno successivo impiegò truppe inglesi sul continente per riconquistare la contea del Maine, in rivolta. Nel 1074 poté permettersi di ammettere Eadgar, il re rivale di un momento, al suo favore.” (“Encyclopedia Britannica”, idem, “Progress of the Conquest”).
- Come già detto, William pose le basi della sua pretesa sul regno d’Inghilterra nella sua asserita promessa a Edward che William sarebbe stato il suo successore. E ora che aveva effettivamente ottenuto il possesso del regno, sosteneva che il regno fosse suo, di pieno diritto, sin dalla morte di Edward. Con questa affermazione, ne dedusse che tutto ciò che era stato fatto nel regno dalla morte di Edward era stato illegale; che tutti coloro che avevano combattuto contro di lui erano colpevoli di tradimento; che tutti coloro che avevano sostenuto Harold avevano combattuto contro di lui; e che, poiché l’assemblea generale del regno aveva sostenuto Harold e aveva persino incoronato un nuovo re dopo la morte di Harold, l’intera nazione era quindi coinvolta nel crimine di tradimento. Chiunque fosse stato colpevole di tradimento, tutte le sue terre e i suoi beni sarebbero stati confiscati alla corona. E, poiché l’intero regno era colpevole di tradimento, tutte le terre e i beni di tutti gli abitanti del regno gli furono confiscati, e di fatto li rivendicò come suoi. Non allontanò i proprietari originari dalle loro terre indiscriminatamente e ovunque. Gran parte della terra la cedette a nuovi proprietari, lasciandone una parte in possesso dei proprietari originari. Ma, sia che venisse data a nuovi proprietari o lasciata in possesso dei proprietari originari, ognuno era obbligato a riceverla come dono diretto del re e a mantenerla ininterrottamente, secondo il suo beneplacito e come “uomo” del re. “L’unica prova della legittima proprietà era la concessione scritta del re, oppure la prova che il proprietario ne era stato messo in possesso per ordine del re.”
- Per rendere completo questo sistema, William fece effettuare un censimento di tutte le terre dell’intero regno e un censimento di tutte le proprietà e dei relativi proprietari. Tutto ciò fu registrato in un libro: il valore delle terre al momento dell’effettuazione del censimento, il loro valore al tempo di Edward e il loro valore alla data in cui furono concesse all’ultimo proprietario per concessione del re. Nel libro erano registrati il numero di coloro che abitavano sulle terre, sia come affittuari che come dipendenti; la quantità di bestiame, ecc. ecc. E poiché la registrazione in questo libro era il criterio di decisione su ogni questione o controversia riguardante la proprietà, e poiché la sua testimonianza era definitiva in ogni caso, quel libro fu chiamato Libro del Domesday – Libro del Domesday – Libro del Giudizio Universale, da dom, condanna, decreto, legge, giudizio o decisione. Questo registro fu completato nel 1086; e poi “William radunò tutti i proprietari terrieri del suo regno, grandi e piccoli, siano essi i suoi affittuari principali o gli affittuari di un signore intermedio, e li fece diventare tutti suoi uomini”. E così il re normanno non era solo il capo dello Stato, ma “anche il signore personale di ogni uomo nel suo regno”. Questa meticolosità nel rispetto delle persone e delle proprietà fece sì che l’autorità del re fosse rispettata ovunque nel regno; e “la buona pace che egli mantenne nel paese” era tale “che un uomo poteva viaggiare nel suo regno con il petto pieno d’oro”. [71]
- Nel gennaio del 1087, William si recò di nuovo in Normandia appositamente per risolvere una disputa riguardante un territorio normanno che il re di Francia aveva conquistato. Nel mese di agosto le sue truppe avevano preso la città di Mantes; e, mentre William cavalcava tra le rovine fumanti, il suo cavallo inciampò e cadde, causando a William una ferita che lo portò alla morte il 9 settembre. Lasciò tre figli. Il maggiore, Robert, era alla corte di Francia; gli altri due, William ed Henry, erano con lui al momento della sua morte. Al maggiore lasciò l’eredità della Normandia; a William diede il suo anello e gli consigliò di recarsi immediatamente in Inghilterra e assumere la corona; a Henry, il più giovane, lasciò in eredità cinquemila libbre d’argento. William arrivò sano e salvo in Inghilterra e fu incoronato a Westminster il 26 settembre 1087. È noto alla storia come William Rufus, “il Rosso”. La componente normanna inglese gli era così avversa che si ribellò; ma fu invano, poiché i suoi sudditi inglesi gli rimasero così lealmente accanto da garantirgli la vittoria contro ogni opposizione. Nel 1096 suo fratello di Normandia, desideroso di partecipare alla prima crociata e non avendo fondi sufficienti, prese in prestito la somma necessaria da William d’Inghilterra e offrì la Normandia come ipoteca per il rimborso del denaro. Una parte del ducato si ribellò. William passò oltre e sedò la rivolta. Nel 1098-99 conquistò anche il Maine. Poco dopo tornò in Inghilterra e il 2 agosto 1100 fu trovato morto nella New Forest, con una freccia nel petto; non si è mai saputo se fosse stato colpito da un assassino o accidentalmente da un cacciatore.
- Il regno fu immediatamente conquistato da suo fratello Henry, soprannominato Beauclerc. La componente normanna del regno gli si oppose, come si era opposta a William il Rosso; ma l’assemblea nazionale lo elesse all’unanimità e lo incoronò prontamente. Inoltre, per guadagnarsi l’affetto dei suoi sudditi inglesi, sposò una donna di sangue inglese: Edith, figlia del re di Scozia, la cui madre era sorella dell’ultimo re Eadgar e nipote di re Eadmund Ironside. Ella cambiò il suo nome in Maud, o Matilda; “e il grido della moltitudine inglese quando pose la corona sulla fronte di Matilde coprì il mormorio del ecclesiastico e del barone. Lo scherno dei nobili normanni che soprannominarono il re e la sua sposa Godric e Godgifu, si perse nella gioia del popolo in generale. Per la prima volta dalla conquista, un sovrano inglese sedeva sul trono inglese. Il sangue di Cerdic ed Elfred si sarebbe mescolato a quello di Rolf e del Conquistatore. Da allora in poi fu impossibile che i due popoli rimanessero separati l’uno dall’altro: così rapida, in effetti, fu la loro unione che il nome stesso di Normanno era scomparso in mezzo secolo, e all’ascesa al trono del nipote di Henry fu impossibile distinguere tra i discendenti dei conquistatori e quelli dei vinti a Senlac.” – (Green. “History of the English People”, libro II, cap.II, par.4) [72]
- Poco dopo, Robert tornò dalle Crociate e i nobili normanni in Inghilterra cospirarono per farlo passare e contendere quel regno in Inghilterra. Arrivò con un esercito, sbarcando a Portsmouth; ma Henry riuscì a raggiungere con lui condizioni tali che, senza combattere, si giunse a una pace, con la quale Robert riconobbe Henry come re d’Inghilterra e tornò ai suoi domini sul continente. Lì, tuttavia, malgovernò i suoi territori a tal punto che i Normanni chiesero a Henry di passare e diventare il loro re. Nel 1106 si recò in Normandia con un esercito. La disputa culminò nella battaglia di Tenchebrai, in cui Robert fu sconfitto e catturato, e fu tenuto prigioniero fino alla sua morte nel 1134. Così la Normandia fu conquistata e posseduta dal re d’Inghilterra, come, quarant’anni prima, l’Inghilterra era stata conquistata e posseduta da William di Normandia. “Durante il resto del regno di Henry vi fu una pace perfetta in Inghilterra; ma quasi tutto il periodo fu pieno di guerre continentali. La guerra tra Francia e Inghilterra, di cui si era avuto solo un assaggio al tempo di Rufus, ora iniziò sul serio.” E, dagli intrecci, dagli intrighi e dalla guerra in Francia, che erano stati ora iniziati da Henry, l’Inghilterra non si trovò mai libera per trecentoquarantasette anni.
- Nel 1120, mentre Henry stava tornando con le sue forze dalla Normandia in Inghilterra, il suo unico figlio, William, “pieno di allegria e vino” e “con rematori e timoniere impazziti per l’ubriachezza”, aveva appena lasciato il porto quando la sua nave si scontrò con uno scoglio e affondò all’istante. “Un grido terribile, risuonando nel silenzio della notte, fu udito dalla flotta reale, ma solo al mattino la fatale notizia giunse al re. Austero com’era, Henry cadde a terra privo di sensi e si rialzò per non sorridere mai più.” – (Green. Idem, par.8) Questo lasciò il figlio del suo prigioniero fratello Robert come il vero erede dei domini di Henry, sia d’Inghilterra che di Normandia. Ma Henry decise di non permettergli di essere il suo successore. Henry aveva una figlia, Maud, o Matilde, che era stata sposata con l’imperatore Henry V, ma che, alla sua morte, era tornata in Inghilterra alla casa paterna. E sebbene, fino a quel momento, nella storia inglese il regno di una donna fosse stato sconosciuto, Henry decise che Maud gli sarebbe succeduta sul trono d’Inghilterra. Di conseguenza, finché fu in vita, “obbligò sacerdoti e nobili a giurare fedeltà a Maud come loro futura signora” e scelse per suo marito Geoffry , figlio del conte d’Angiò in Francia.
- Nel 1135 Henry morì. Ma l’accordo che aveva stipulato per la successione di Maud al trono fu ignorato dall’assemblea nazionale e Stephen fu eletto re d’Inghilterra. Stephen era nipote di William il Conquistatore e, con il resto dei capi d’Inghilterra, aveva reso omaggio e giurato fedeltà a Maud come successore di Henry. Tutto ciò, tuttavia, fu ignorato e, senza opposizione, Stephen divenne re d’Inghilterra. Una delle principali ragioni per cui l’accordo con Maud non fu attuato fu che per lei diventare regina avrebbe significato che Geoffrey d’Angiò sarebbe diventato praticamente sovrano, e lui era un perfetto straniero: e questo non l’avrebbero voluto né gli Inglesi né i Normanni. All’epoca in cui tutto ciò accadde, Maud non si trovava in Inghilterra, ma con il marito in Angiò; e, quando seppero di questi avvenimenti in Inghilterra, Geoffry conquistò la Normandia. Con questo ulteriore prestigio e con un esercito, Maud invase l’Inghilterra nel 1139. Stephen fu sconfitto e catturato a Lincoln nel 1141, e Maud “fu accolta in tutto il paese come sua dama”:non usarono il termine “regina”. Tuttavia, non fu incoronata. Offese la città di Londra, che insorse contro di lei. In uno scambio di prigionieri, Stephen fu rilasciato. Per undici anni ci fu una guerra civile, “un periodo di totale anarchia e devastazione”, un “caos di saccheggi e spargimenti di sangue”. Poi, nel 1153, fu stipulato un accordo tra re Stephen e il figlio di Maud, Henry, che ora era duca di Normandia. In base a questo accordo, Stephen avrebbe regnato finché fosse vissuto, e poi il regno sarebbe spettato a Henry. Stephen morì l’anno successivo e l’accordo fu pienamente rispettato riguardo Henry; e così egli giunse al suo regno senza alcuna opposizione o ulteriore confusione. [73]
- Henry II era ora, per diritto ereditato da suo nonno, Henry I, re d’Inghilterra e duca di Normandia; in Francia, come erede di suo padre, Geoffry, era signore delle contee di Angiò, Maine e Turenna, e, tramite suo fratello, anche della Bretagna; e ora, per matrimonio con Eleanor, duchessa di Poitou, Aquitania e Guascogna, ricevette con lei queste tre contee, la porzione principale della Gallia meridionale. Oltre a tutto ciò, uno dei primi eventi del suo regno fu la concessione di una bolla da parte del papa, che gli concedeva l’Irlanda. Così, durante il regno di Henry II, l’impero britannico comprendeva l’Irlanda, tutta l’Inghilterra e il Galles a sud del Forth, e tutta la Francia occidentale e centrale, dalla Manica al confine con la Spagna. “Governando un vasto numero di stati distinti, profondamente diversi per sangue, lingua e ogni altra cosa, governando su tutti senza appartenere esclusivamente a nessuno, Henry II, re, duca e conte di tutte le terre dai Pirenei al confine scozzese, fu il precursore dell’imperatore Carlo V (Charles V). Suo padre, Geoffry, conte d’Angiò, portava abitualmente nell’elmo un rametto di ginestra, chiamato nella lingua locale planta genista, da cui ricevette il soprannome di Plantageneto, che si attaccò alla sua casata. E così Henry II d’Inghilterra divenne il primo dei Plantageneti, che governò l’Inghilterra per trecentotrentuno anni, dal 1154 al 1485.
- Henry II morì nel 1189 e gli successe il figlio Richard, (Riccardo) soprannominato Cuor di Leone. Al momento della sua ascesa al trono, Richard era assente dall’Inghilterra, in possesso della madre nella Gallia meridionale, e durante l’intero regno di dieci anni si recò in Inghilterra solo due volte, entrambe al solo scopo di essere incoronato: la prima, subito dopo la sua ascesa al trono, nell’autunno del 1189; la seconda, nel 1194, al suo ritorno dalle Crociate. Nel 1190 Richard partì per la sua crociata e, per ottenere il denaro necessario per le spese, vendette tutto ciò che poté, tranne il regno stesso. “Eresse i demani della corona; vendette gli uffici pubblici; vendette le contee; vendette la pretesa che [suo padre] Henry aveva rivendicato sul diritto di omaggio per la corona di Scozia. ‘Venderò Londra, se riuscissi a trovare un mercante’, esclamò. ‘La sala delle udienze di Richard era un mercato aperto, in cui tutto ciò che il re poteva elargire – tutto ciò che poteva derivare dalla generosità della corona, o conferito dalla prerogativa reale – veniva distribuito al miglior mercante.'” – (Knight. “History of England”, par.8)
- Sebbene durante la sua crociata Richard fosse assente dai suoi domini per quattro anni, rimase in Palestina solo per circa sedici mesi: dall’8 giugno 1191 al 9 ottobre 1192. Mentre era lì, aveva inferto un calcio al duca d’Austria per il suo rifiuto di lavorare alle mura di Ascalona. E ora, al suo ritorno, mentre cercava di attraversare l’Austria travestito, fu scoperto nei pressi di Vienna e fatto prigioniero dal duca d’Austria il 21 dicembre 1192, che lo vendette all’imperatore, il quale era a sua volta pronto a venderlo, ma non ci fu alcun acquirente. Nella speranza di essere liberato, Richard accettò di pagare un tributo annuale all’imperatore, gli cedette la corona e la ricevette indietro come vassallo del “signore supremo della cristianità”. Eppure fu tenuto prigioniero fino all’8 marzo 1194, quando fu rilasciato dietro pagamento di un riscatto che oggi ammonterebbe a circa un milione di dollari. Si recò immediatamente in Inghilterra, sbarcando il 12 marzo: e nonostante il pesante esborso per il popolo per pagare il riscatto, senza alcuna ricompensa, “riprese con la forza le terre che aveva venduto e cacciò gli ufficiali che avevano acquistato il loro posto”, per poter intraprendere la sua crociata. La sua permanenza in Inghilterra fu breve. Salpò l’11 maggio 1194 e non vide mai più l’Inghilterra. Fu ferito mortalmente da una freccia mentre assediava Chaluz, in guerra con il re Filippo II di Francia, e morì dodici giorni dopo, il 6 aprile 1199. Gli successe subito dopo il fratello John (Giovanni). [75]
- John-Giovanni, soprannominato Senzaterra perché suo padre, con tutti i suoi vasti possedimenti, non gli aveva lasciato alcuna terra, fu incoronato re d’Inghilterra il giorno dell’Ascensione, il 27 maggio 1199. C’era un erede più prossimo nella persona di (Arthur) Artù, nipote di Henry II, attraverso il suo terzogenito Geoffry, mentre John-Giovanni era così lontano da essere il quinto figlio di Henry. Ma (Arthur) Artù, essendo un ragazzo di soli dodici anni, mentre John-Giovanni era un uomo di trentadue anni, John-Giovanni fu scelto come colui che meglio si prestava ad assolvere le responsabilità della regalità in quel momento. Tutti i possedimenti continentali dell’Inghilterra riconobbero Giovanni, tranne le tre contee del Maine, della Turenna e dell’Angiò. Queste sostenevano apertamente le rivendicazioni di (Arthur) Artù. Re Filippo di Francia si schierò con loro nel sostenere Artù: questo, tuttavia, per promuovere i suoi stessi piani di escludere, se possibile, l’Inghilterra da qualsiasi possedimento entro i limiti di quella che avrebbe dovuto essere la Francia. Ciò portò a una guerra. John-Giovanni si recò subito in Normandia per difendere i suoi interessi sul continente: Filippo invase la Normandia, oltre a piazzare guarnigioni nelle tre contee del Maine, della Turenna e dell’Angiò.
- Dopo che la guerra durò otto mesi, fu stipulata una tregua, verso il primo marzo del 1200. Giovanni trascorse i mesi di marzo e aprile in Inghilterra; e il 1° maggio tornò in Normandia. La guerra fu ripresa; ma il 23 maggio fu conclusa una pace. Filippo abbandonò gli interessi di Arturo riguardo al Maine, alla Turenna e all’Angiò; ma nella pace fu stabilito che Arturo ricevesse la Bretagna in feudo da Giovanni; e che il figlio di Filippo, Luigi, avrebbe sposato la nipote di Giovanni, Bianca di Castiglia. Mentre attraversava la sua provincia d’Aquitania, Giovanni vide una bellissima donna, già promessa sposa a un nobile; egli ottenne il divorzio dalla propria moglie e persuase questa donna a sposarlo. Ciò suscitò la vendetta del nobile Ugo, conte di La Marche contro Giovanni. Egli incitò un’insurrezione nei possedimenti di Giovanni sul continente: fu segretamente appoggiato da Filippo e in due anni e mezzo Normandia, Angiò, Maine e Turenna furono perse dall’Inghilterra. Arturo si era unito all’insurrezione, era stato catturato e assassinato per ordine di Giovanni, se non per la sua stessa mano.
- Nel 1203 gli stati di Bretagna inviarono una delegazione a Filippo per chiedere giustizia contro Giovanni. Giovanni, in quanto duca di Normandia, fu convocato a comparire davanti a una corte dei suoi pari in Francia, in quanto vassallo del re di Francia. L’inviato di Giovanni chiese un salvacondotto. Filippo rispose che sarebbe arrivato indisturbato. Poi l’inviato di Giovanni volle sapere se poteva avere la garanzia di un ritorno sicuro. Filippo rispose che avrebbe avuto un ritorno sicuro “se il giudizio dei suoi pari lo avesse assolto”. L’inviato di Giovanni osservò quindi che, poiché Giovanni era re d’Inghilterra oltre che duca di Normandia, il duca di Normandia non poteva venire senza la presenza del re d’Inghilterra, e dichiarò che “i baroni d’Inghilterra non avrebbero permesso al loro re di correre il rischio di morte o prigionia”. Filippo, tuttavia, insistette affinché il duca di Normandia venisse, perché, in quanto tale, era a tutti gli effetti vassallo del re di Francia. [76]
- Giovanni non partì; e, per la sua “contumacia”, la corte decretò che “considerato che Giovanni, duca di Normandia, in violazione del giuramento fatto a Filippo, suo signore, ha assassinato il figlio del fratello maggiore, ossequioso della corona di Francia e stretto parente del re, e ha perpetrato il crimine all’interno della signoria di Francia, è ritenuto colpevole di fellonia e tradimento, ed è pertanto condannato a perdere tutte le terre che aveva posseduto per omaggio”. Ciò permise a Filippo di rivendicare legalmente tutti i possedimenti inglesi in Francia; egli entrò immediatamente in Normandia e occupò le fortezze con le sue truppe. Ma questo non piacque ai Normanni, che si appellarono a Giovanni affinché venisse in loro soccorso. Ma l’Inghilterraprotestò contro questo, perché “pensava che fosse giunto il momento in cui le sue ricchezze non sarebbero più state dissipate in Normandia; che la sua lingua sarebbe stata parlata da coloro che la governavano; che le sue leggi sarebbero state amministrate da coloro che vivevano tra il suo popolo; e che la sua Chiesa sarebbe stata sostenuta da coloro che non avevano vescovati e abbazie stranieri”. Di conseguenza, tutti i possedimenti continentali dell’Inghilterra, tranne l’Aquitania, erano ormai perduti, “e dalla signoria di un vasto impero che si estendeva dal Tyne ai Pirenei, Giovanni si vide ridotto in un colpo solo al regno d’Inghilterra”.
- Successivamente, nel 1207, Giovanni entrò in conflitto con Roma. Il 24 marzo 1208, l’Inghilterra fu posta sotto interdetto, a cui Giovanni resistette per cinque anni, quando nel 1213 all’interdetto fu aggiunta la scomunica di Giovanni; e l’Inghilterra fu consegnata dal papa a Filippo di Francia. Filippo radunò una flotta e un esercito per andare a prendere possesso dell’Inghilterra. Giovanni si arrese al papa e giurò fedeltà come vassallo di Roma. Allora il papa proibì a Filippo ulteriori mire contro l’Inghilterra. Filippo decise di conquistare l’Inghilterra in ogni caso; ma il suo vassallo, il conte delle Fiandre, si rifiutò di sostenerlo. Questo scatenò la guerra; Giovanni appoggiò le Fiandre e la flotta di Filippo fu distrutta. Successivamente, con l’appoggio del papa e dell’imperatore, del conte delle Fiandre e del conte di Boulogne, Giovanni partì con un esercito per punire ulteriormente Filippo. Una grande battaglia fu combattuta a Bouvines. Giovanni e i suoi alleati furono completamente sconfitti e “conclusero una tregua ignominiosa con Filippo”, per poi tornare in Inghilterra nell’ottobre del 1214.
- Il popolo inglese aveva a lungo sopportato le innumerevoli malvagità di Giovanni; ma, quando egli rese il regno d’Inghilterra un feudo, e il re d’Inghilterra un vassallo del papa, non lo sopportò più a lungo. Giovanni stesso scrisse al papa che “mentre, prima che fossimo disposti a sottomettere noi stessi e il nostro regno al vostro dominio, i conti e i baroni d’Inghilterra non hanno mai mancato alla loro devozione nei nostri confronti; da allora, tuttavia, e come pubblicamente ammettono per questo motivo, sono stati in continua e violenta ribellione contro di noi”. A causa di questo atteggiamento dei suoi nobili, quando Giovanni tornò dalla Francia, arrivò con un esercito di mercenari, con l’intento dichiarato che, grazie a questo potere, sarebbe stato “per la prima volta re e signore d’Inghilterra”.
- Ma “c’erano ora due persone eminenti tra molti altri ecclesiastici e laici audaci e seri che capivano che era giunto il momento in cui nessun uomo avrebbe dovuto essere ‘re e signore in Inghilterra’ con un totale disprezzo per i diritti altrui; un momento in cui un re avrebbe dovuto governare in Inghilterra con la legge invece che con la forza, o non governare affatto. Stephen Langton, l’arcivescovo, e Guglielmo, conte di Pembroke, erano i leader e allo stesso tempo i moderatori nella più grande impresa che la nazione avesse mai intrapreso. Era un’impresa di enorme difficoltà. Il papa era ora in amicizia con il re, e questo avrebbe potuto influenzare la grande schiera degli ecclesiastici. I castelli reali erano in possesso dei soldati mercenari. L’astuzia di Giovanni era da temere tanto quanto la sua violenza. Ma non c’era modo di sottrarsi al dovere che attendeva questi patrioti. Proseguirono con fermezza nella formazione di una lega che sarebbe stata abbastanza forte da far rispettare le loro giuste richieste, anche se La questione era la guerra tra la corona e il popolo. Vescovi e baroni costituivano il massimo consiglio della nazione. Il Parlamento, inclusa la Camera dei Comuni, non esisteva ancora, sebbene non fosse lontano. La dottrina del diritto divino fu l’invenzione di un’epoca che cercò di rovesciare l’antico principio di una monarchia elettiva, in cui le pretese ereditarie avevano in effetti una prevalenza, ma in cui il sovrano ‘è nominato per proteggere i suoi sudditi nelle loro vite, proprietà e leggi, e proprio per questo scopo ha la delega del potere da parte del popolo’”. – (Knight. “History of England”, cap.23, par.12). [77]
- I nobili si incontrarono a Saint Edmundsbury; e dopo aver debitamente considerato la situazione, il 20 novembre 1214, essi “giurarono solennemente di ritirare la loro fedeltà a Giovanni, se egli avesse resistito alle loro richieste di un governo giusto. Non c’erano solo pubbliche ingiustizie da riparare, ma gli oltraggi privati della licenziosità del re non potevano essere sopportati dalla classe di cavalieri di alto rango che egli insultava attraverso le loro mogli e figlie. Da Saint Edmundsbury marciarono verso Londra, dove il re si era rinchiuso nel tempio. Quando i loro delegati giunsero al suo cospetto, egli dapprima disprezzò le loro pretese e poi chiese dilazione. L’arcivescovo di Canterbury, il conte di Pembroke e il vescovo di Ely garantirono che una risposta soddisfacente sarebbe stata data prima di Pasqua. Il re impiegò il tempo nel tentativo di propiziare la chiesa promettendo una libera elezione dei vescovi. Prese la croce e si impegnò a muovere guerra agli infedeli. Inviò a Roma, per implorare l’aiuto del papa nella sua lite. E il papa accorse in suo aiuto e ordinò a Langton di esercitare la sua autorità per ricondurre i vassalli del re alla loro fedeltà.
- “A Pasqua, i baroni, con un grande esercito, si riunirono a Stamford. Giovanni era a Oxford, e Langton e Pembroke erano con lui. Furono inviati dal re per accertare le richieste dei loro pari; e questi messaggeri, o mediatori, riportarono” la Magna Charta. Questa “era un codice di leggi, espresso in un linguaggio semplice, che incarnava due principi: il primo, limitazioni alle pretese feudali del re tali da impedirne l’abuso; ilsecondo, specifiche dei diritti generali di tutti gli uomini liberi, derivanti dalle antiche leggi del regno, per quanto questi diritti fossero stati trascurati o pervertiti. . . . Esso non richiedeva alcuna limitazione del potere regale che non fosse stata riconosciuta, in teoria, da ogni re che avesse prestato giuramento di incoronazione e rendeva quel giuramento, che era stato considerato una mera forma di parole, una realtà vincolante. Definiva, in termini generali di applicazione pratica, la differenza essenziale tra una monarchia limitata e una monarchia dispotica. Preservava tutti i tipici attributi del potere regale, pur impedendo al re di essere un tiranno. In esso, il re era tenuto a dichiarare il grande principio della supremazia della legge del regno con le parole: “Nessun uomo libero sarà catturato, imprigionato, privato di beni, messo fuori legge, esiliato o rovinato in alcun modo; né in alcun modo perseguito, se non per il giudizio legale dei suoi pari e secondo la legge del paese. A nessuno venderemo, a nessuno negheremo o ritarderemo il diritto o la giustizia.” – (Knight. “History of England”, cap. 23, par.12). [78]
- La Charta, o Carta, era un lungo documento. L’arcivescovo la lesse al re lentamente e solennemente, punto per punto. “Giovanni andò su tutte le furie”, esclamando: “Perché non chiedono il mio regno? Non concederò mai libertà tali da rendermi schiavo”. Langton e Pembroke riferirono ai nobili questa risposta del re. I baroni si proclamarono “esercito di Dio e della Santa Chiesa” e marciarono su Londra, dove entrarono il 22 maggio 1215, dopo che i cittadini londinesi avevano già concordato di fare causa comune con loro. Ci furono ulteriori negoziati: i baroni furono irremovibili e Giovanni cedette e accettò un incontro. L’incontro fu fissato per il 15 giugno “su un’isola del Tamigi, tra Windsor e Staines, vicino a un prato paludoso lungo la riva del fiume, il prato di Runnymede”: Runemed, il prato o prato del consiglio. “Il re si accampò su una riva del fiume, i baroni coprirono la pianura di Runnymede sull’altra. I loro delegati si incontrarono sull’isola tra di loro, ma i negoziati furono solo un mero pretesto per nascondere l’intento di Giovanni di sottomettersi incondizionatamente. La Grande Carta fu discussa e approvata in un solo giorno.” – (Green. “Larger History of the English People”, John, par.6 dalla fine).
- Tuttavia, non era tutto. I baroni non avevano ancora finito con Giovanni. Chiesero poi che accettasse degli articoli che garantissero i mezzi per attuare le disposizioni della Carta. Venticinque baroni sarebbero stati eletti dai baroni riuniti per garantire l’osservanza della pace e delle libertà concesse e confermate; in modo che, se il re o i suoi ufficiali avessero violato una qualsiasi delle condizioni, quattro dei venticinque baroni così eletti avrebbero potuto presentare istanza per la riparazione del torto subito; e se non fosse stato riparato entro quaranta giorni, la causa sarebbe stata sottoposta al resto dei venticinque; essi, “insieme alla comunità dell’intero regno, ci avrebbero [*plurale maiestatis, di maestà]sequestrato e vessato in tutti i modi possibili; vale a dire, sequestrando i nostri castelli, terre, possedimenti e in qualsiasi altro modo possibile, finché il torto non fosse stato riparato a loro piacimento, salvando la nostra persona, quella della nostra regina e dei nostri figli; e quando il torto fosse stato riparato, ci avrebbero obbedito come prima”. Era inoltre richiesto che “la Charta non solo fosse pubblicata in tutto il paese, ma che fosse giurata a ogni assemblea cittadina e a ogni assemblea popolare per ordine del re.”
- Quando queste nuove richieste furono avanzate, Giovanni si arrabbiò più che mai. Gridò: “Mi hanno dato ventiquattro sovrani” e si gettò a terra “rosicchiando bastoni e paglia nella sua rabbia impotente”. Ma fu tutto vano; i nobili furono inflessibili e Giovanni fu costretto a firmare tutto ciò che richiedevano. Non appena tutto fu finito, tuttavia, e le rispettive fazioni si furono separate e le forze disperse, Giovanni si scatenò per vendicarsi dell’intero regno, in tutto ciò che era ancora zelantemente sostenuto dal papa, che emanò una bolla di scomunica dei baroni e di annullamento della Carta. L’Inghilterra respinse la scomunica e mantenne la Carta. Ma, con la bolla, Giovanni si considerava libero dai suoi giuramenti ai nobili, con pieno diritto di punire l’intero popolo. “Ovunque egli marci, la sua forza è inseguita dal fuoco e dal sangue!”. “Il paese era invaso dai suoi feroci mercenari. Marciò verso nord con la determinazione di recuperare la sua autorità attraverso il terrore di una desolazione diffusa, senza un solo pensiero fugace di giustizia o pietà. Entrando in Scozia, per vendicare l’alleanza che il re, Alessandro II, aveva stretto con i baroni, bruciò le abbazie senza distinzione e, dopo essersi riposato in un villaggio, quando al mattino partì appiccò il fuoco di sua mano alla casa in cui aveva dormito la notte precedente. Nel Sud la stessa opera di terrore proseguì, sotto il comando del fratello illegittimo di Giovanni, il conte di Salisbury. I baroni disperarono della loro causa, poiché il popolo fuggì davanti a questi cani infernali, abbandonando casa e proprietà piuttosto che perire sotto le mani di implacabili torturatori. I loro capi giunsero infine a una disperata risoluzione. Offrirono la corona a Luigi, il figlio maggiore del re di Francia.” – (Knight. “History of England”, cap.24, par.2). [79]
- Questo passo disperato, naturalmente, fu irto di ulteriori guerre; eppure era certo che nessuna guerra poteva essere peggiore delle miserie che Giovanni stava infliggendo al regno pur senza guerra. Luigi di Francia sbarcò in Inghilterra il 30 maggio 1216. Molti dei mercenari di Giovanni erano francesi, e quando il loro principe giunse in Inghilterra, non solo si rifiutarono di combatterlo, ma si schierarono dalla sua parte in numero tale che Giovanni non osò incontrarlo. Luigi raggiunse presto Londra, dove fu accolto: i baroni e i cittadini gli resero omaggio, “poiché egli giurò di governare con giustizia, di difenderli dai nemici e di restituire loro i diritti e i possedimenti”. Tutto era a suo favore; però distrusse tutte le sue buone prospettive dando ai francesi onori e possedimenti inglesi. Ma l’intera situazione fu presto alleviata dalla morte di Giovanni. Fu colpito da febbre, oltre alla quale si rimpinzò con “un’abbondanza di pesche e sidro nuovo”, e di conseguenza morì il 18 ottobre 1216.
- Sebbene i nobili avessero invitato Luigi di Francia a diventare re d’Inghilterra, egli li aveva offesi a tal punto che lo respinsero e scelsero come re il figlio di Giovanni, Enrico, un ragazzo di dieci anni, che fu incoronato Re Enrico III a Gloucester il 28 ottobre 1216. Luigi, tuttavia, difese le sue pretese sulla corona. Ci fu una guerra per due anni, in cui fu sconfitto sia per terra che per mare. Accettò quindi di buon grado di rinunciare alle sue pretese e ritirarsi in Francia, dietro pagamento di “cinquemila sterline per provvedere alle sue necessità”. Finché Enrico III era così giovane, il regno fu governato da una reggenza fino al 1227, quando si dichiarò maggiorenne e iniziò immediatamente a imitare suo padre Giovanni. Rifiutò la Carta e le sue appendici, che Giovanni aveva firmato, e, invece di tutto ciò, dichiarò: “Ogniqualvolta, ovunque e con la frequenza che [*noi] riterremo opportuna, potremo dichiarare, interpretare, ampliare o ridurre i suddetti statuti e le loro varie parti, di nostra spontanea volontà e come ci sembrerà opportuno per la nostra sicurezza e quella della nostra terra”. Ma lui, come Giovanni, incontrò una ferma opposizione da parte del regno all’insistenza sui diritti del popolo e sulla supremazia della legge.
- In risposta al pronunciamento di Enrico, un giudice inglese, Bracton, fece sentire la voce del diritto inglese con parole degne di eterno ricordo: “Il re non deve essere soggetto a nessun uomo, ma a Dio e alla legge, perché la legge lo rende re. Che il re, quindi, dia alla legge ciò che la legge dà a lui, dominio e potere, perché non c’è re dove regna la volontà, e non la legge”. E ancora: “Il re non può fare nulla sulla terra, essendo ministro di Dio, se non ciò che può fare per legge”. E ancora, egli “considera come superiore al re, ‘non solo Dio e la legge con cui è fatto re, ma anche la sua corte di conti e baroni; poiché i primi (comites) sono definiti come associati del re, e chiunque abbia un associato ha un padrone: così che, se il re fosse senza briglia, che è la legge, si dovrebbe mettergliene una'”. (Quoted by Hallam, “Middle Ages”, cap.8, par.81, students’ edition, cap.8, parte II, sez.XII, par.1). A questo proposito è stato ben osservato: “Che nessun inglese, che vive sotto il dominio della legge, e non della volontà, dimentichi che questo privilegio è derivato da una lunga stirpe di antenati; e che, sebbene i principi eterni di giustizia non dipendano dalla precedenza delle epoche, ma possano essere affermati un giorno da qualsiasi comunità con la quale un continuo dispotismo li abbia resi ‘nativi e nati alla maniera’, abbiamo la sicurezza che il vecchio albero della libertà si erge nella vecchia terra, e che un tronco di breve durata non è stato piantato in un nuovo terreno, per portare una foglia verde o due e poi morire.” – (Knight. “History of England”, cap.24, par.7). [80]
- Enrico III regnò cinquantatré anni, e l’intero regno è degno di nota per la contesa costituzionale tra il re e il popolo, sulla grande questione se il governo giusto sia per legge o per volontà arbitraria e dispotica. Il suo regno è anche degno di nota per il fatto che “la storia lo presenta a stento in altra luce che quella di un ricattatore o di un mendicante. Non c’erano espedienti per ottenere denaro così vili o ingiusti che disdegnasse di praticarli”; e il papa lo sostenne in tutto ciò, ed “ebbe una parte più che uguale del bottino”. Così, sia lui che il papa incorsero non solo nell’antagonismo dei nobili, ma anche nella mancanza di rispetto del popolo ovunque. Uno scrittore dell’epoca, nel 1252, afferma: “Durante tutto questo tempo sorsero sentimenti di rabbia, e l’odio contro il papa e il re aumentò, i quali favorivano e istigarono l’un l’altro nella reciproca tirannia; e tutti, essendo di cattivo umore, li chiamavano i perturbatori dell’umanità”. La situazione raggiunse un punto tale nel 1257 che i nobili fecero un altro passo avanti nel governo costituzionale. Il Parlamento si riunì a Westminster il 2 maggio, con i baroni “vestiti ciascuno con un’armatura completa. All’ingresso del re, si udì un clangore di spade; ed Enrico, guardandosi intorno allarmato, disse: “Sono forse un prigioniero?”. “No, signore”, rispose Roger Bigod, “ma i vostri favoriti stranieri e la vostra prodigalità hanno portato miseria nel regno; pertanto chiediamo che i poteri di governo siano delegati a un comitato di vescovi e baroni, che possano correggere gli abusi e promulgare buone leggi”.
- A questa richiesta il re fu costretto a sottomettersi; e l’11 giugno il Parlamento si riunì a Oxford per formulare quanto richiesto. “Fu decretato che quattro cavalieri fossero eletti con i voti dei liberi proprietari terrieri in ogni contea, i quali avrebbero dovuto sottoporre tutte le violazioni della legge e della giustizia a un parlamento, da convocare regolarmente tre volte all’anno; che gli sceriffi delle contee fossero eletti dai liberi proprietari terrieri; e che i grandi funzionari dello Stato fossero riconfermati”. Questo non era altro che l’attuazione delle disposizioni della Magna Charta e delle sue garanzie, che Giovanni aveva firmato a Runnymede. Ed Enrico, come Giovanni, dopo aver giurato su tutto, ottenne una dispensa dal papa per violarla e “disse al comitato del concilio, nel 1261, che avrebbe governato senza di loro”. Tuttavia, nel 1262, dopo aver dato una sfacciata dimostrazione di guerra, cedette e accettò nuovamente di osservare la legge. Nel 1264, tuttavia, si liberò di nuovo, e questa volta la divergenza scatenò una guerra. Enrico fu sconfitto; fu riunito un parlamento “su una base più democratica di qualsiasi altra fosse mai stata convocata dalla fondazione della monarchia”, alle cui leggi Enrico fu nuovamente costretto a sottomettersi.
- Enrico III morì il 16 novembre 1272 e gli succedette il figlio Edoardo, che all’epoca era assente per le Crociate. E non fu che nel 1274 che arrivò in Inghilterra, il 3 agosto; e il 19 agosto lui e la sua regina furono incoronati a Westminster. Nel 1282 il Galles si ribellò ed Edoardo fu costretto a combattervi per due anni prima di essere sottomesso. Lì, il 25 aprile 1284, nacque il suo primogenito, che fu chiamato Edoardo, a cui fu conferito il titolo di Principe di Galles, che è l’origine del titolo nella famiglia reale d’Inghilterra. Anche Edoardo I si oppose al governo costituzionale, soprattutto in materia di imposizione fiscale. Ma sotto la guida dei due grandi conti, Roger Bigod di Norfolk e Humphrey Bohun di Hereford ed Essex, i nobili del regno “invitarono gli sceriffi a non imporre più tasse finché le carte non fossero state confermate, senza alcuna insidiosa riserva dei diritti della corona”. Edoardo cedette e lo statuto di conferma della carta fu accettato dal re. “Da quel giorno, il 10 ottobre 1297, il diritto esclusivo di procurarsi i rifornimenti è stato conferito al popolo: questo potere estremamente salutare, che è la maggiore delle molte distinzioni tra una monarchia limitata e una dispotica”. [81]
- Successivamente Edoardo avanzò la pretesa di essere “signore sovrano della terra di Scozia”. Ciò portò a una guerra nel 1296, che durò ventitré anni, ben oltre la sua morte, avvenuta il 7 luglio 1307. Gli successe immediatamente il figlio Edoardo, che aveva ventitré anni. Edoardo II portò avanti la guerra con la Scozia fino al 1323, quando il 10 maggio fu conclusa una tregua di tredici anni. Nel primo anno del suo regno, Edoardo aveva sposato Isabella, figlia del re di Francia. Nel 1323 Isabella entrò in una relazione con Lord Roger Mortimer, che si concluse solo con l’assassinio del re. L’assassinio, tuttavia, fu preceduto dalla sua prigionia, dalla proclamazione del figlio Edoardo a re all’età di quindici anni, il 7 gennaio 1327; dalla deposizione di Edoardo II, il 13 gennaio; dalla proclamazione dell’ascesa al trono di Edoardo III, il 24 gennaio; e dalla sua incoronazione, il 29 gennaio.
- Erano trascorsi solo quattro anni di tregua tra Inghilterra e Scozia quando il re di Scozia, Robert Bruce, ruppe la tregua e invase l’Inghilterra. Ma nel 1328 fu conclusa una pace in cui l’Inghilterra riconobbe l’indipendenza della Scozia sotto Bruce, e la pace fu suggellata dal matrimonio della sorella di Edoardo con il figlio di Bruce. Nel 1328 era morto Carlo IV, re di Francia, senza lasciare eredi diretti. Il trono fu preso da un cugino, Filippo d’Artois. La madre di Edoardo era sorella di Carlo; e quindi, in quanto nipote di Carlo e parente più prossimo di Filippo, Edoardo d’Inghilterra rivendicò il trono di Francia. La legge francese stabiliva che una donna non poteva ereditare il trono; ma Edoardo sostenne che, sebbene le donne fossero escluse, la legge non escludeva il figlio di una donna che, se fosse stato un uomo, avrebbe ereditato. Alla morte di Carlo IV, Edoardo aveva presentato la sua richiesta.
- Nel 1332 Robert Bruce morì e John Balliol, che aveva reso omaggio a Edoardo II per il regno, tentò ora di sottrarlo al giovane erede di Bruce. Edoardo III favorì Balliol e il re di Francia aiutò il giovane David, figlio di Bruce. E questo aiuto alla Scozia da parte del rivale re di Francia contro il re d’Inghilterra e il suo alleato fu per Edoardo III il terreno “per iniziare una grande guerra allo scopo di affermare le sue pretese sulla corona di Francia”. Il re di Francia era proprio allora in guerra con il popolo delle Fiandre. Edoardo III aiutò i Fiamminghi, che lo proclamarono re di Francia. Nel 1337 “Edoardo assunse coraggiosamente il titolo di re di Francia e si preparò a far valere le sue pretese con la spada”. E così iniziò la Guerra dei Cent’anni tra Inghilterra e Francia, che continuò per circa centoventi anni, per tutto il resto del regno di Edoardo III, fino al 1337; durante il regno di Riccardo II, fino al 1399; durante quello di Enrico IV, fino al 1413; durante quello di Enrico V, fino al 1422; e durante il regno di Enrico VI, fino al 1458. [82]
- La Guerra dei Cent’anni era appena terminata quando scoppiò una guerra civile – la Guerra delle Due Rose – tra la casa di York e la casa di Lancaster, che continuò per trentacinque anni, durante i regni di Edoardo IV, Edoardo V, Riccardo III, fino alla morte di Riccardo III, l’ultimo dei Plantageneti, e all’incoronazione di Enrico VII, il primo dei Tudor, a Bosworth Field, il 22 agosto 1485. Sebbene la Guerra delle Due Rose fosse così conclusa, la pace non giunse nel regno; infatti, ci furono insurrezioni e pretendenti al trono che tennero il regno in un continuo tumulto per quindici anni. Negli ultimi otto anni del regno di Enrico VII, dal 1501 al 21 aprile 1509, non ci furono “né rivolte né guerre” nel regno. Enrico VII ebbe due figli, Arturo, nato nel 1486, ed Enrico nel 1491. Quando Arturo aveva quattro anni, gli fu combinato un matrimonio con una bambina di cinque anni, Caterina d’Aragona, figlia di Ferdinando e Isabella di Spagna. Nel 1499, quando i bambini avevano rispettivamente dodici e tredici anni, il matrimonio fu celebrato; prima per procura, mentre Caterina si trovava in Spagna, e poi di persona, il 6 novembre 1501, quando Caterina arrivò in Inghilterra.
- Nel gennaio del 1502, fu stipulato un trattato di pace perpetua tra Inghilterra e Scozia. Questo trattato fu suggellato dal matrimonio di Margherita, figlia di Enrico VII d’Inghilterra, con Giacomo IV, re di Scozia. Nell’aprile dello stesso anno morì Arturo, marito di Caterina e legittimo erede al trono. I due re, tuttavia, Enrico e Ferdinando, concordarono immediatamente che il figlio rimasto di Enrico — Enrico — si sposasse con la giovane vedova di Arturo, Caterina. Ci volle un anno per definire i termini e ottenere una dispensa dal papa che rendesse legale il matrimonio; così che solo nel 1503 il contratto fu effettivamente completato con un cerimoniale, “in cui una persona fu nominata per obiettare che il matrimonio era illegittimo, e un’altra per difenderlo come ‘buono ed efficace secondo la legge della Chiesa di Cristo'”. A questo contratto si oppose il giovane Enrico; e, prima di raggiungere i quindici anni, “protestò, in forma legale, contro il contratto che era stato stipulato durante la sua minore età”. Enrico VII morì il 21 aprile 1509 e il giorno successivo iniziò il regno del suo giovane figlio Enrico, col nome di Enrico VIII. Il 7 giugno successivo, Enrico e Caterina furono pubblicamente sposati dall’arcivescovo di Canterbury e incoronati a Westminster il 24 dello stesso mese.
CAPITOLO 08 – FILOSOFIA PAGANA: LA FORZA DEL PAPATO
[83] La Nuova Filosofia Platonica – I Primi Ordini di Monaci – Il Fanatismo Monastico – Introdotto in Roma – Gli Stiliti – “Un Uomo di Buon Senso Difficilmente Dovrebbe Dirlo” – Il Ragionamento Fallace di Platone – Vita Solo in Cristo – Gesù e la Resurrezione – Che questa Mente Sia in Voi – I Ministri dell’Inquisizione.
Come, dalle difficoltà politiche dei tempi di Costantino e del decadente impero di Roma, la Chiesa Cattolica – l’apostasia – salì al potere nello Stato con la formazione del papato, così, dalla rovina dell’Impero Romano, essa, nel suo Impero Ecclesiastico, assunse la supremazia su re e nazioni. Essa aveva rapidamente causato la rovina di un impero; e ora, per più di mille anni, si sarebbe dimostrata una maledizione vivente per tutti gli altri stati e imperi che le sarebbero succeduti. Tuttavia, per una chiara comprensione e apprezzamento della posizione del papato nel momento in cui l’Impero Romano svanì, ed essa si ritrovò sola in mezzo a quella vasta scena di distruzione e anarchia, è essenziale conoscere la fonte della sua forza, grazie alla quale fu in grado di sopravvivere. E, per saperlo, è essenziale che abbozziamo una certa parte della sua storia precedente.
- In quella triste miscela di paganesimo assoluto e della professione e delle forme di cristianesimo nelle scuole filosofiche di Ammonio Sacca, Clemente ed Origene, ad Alessandria nacque l’elemento che, sopra ogni altra cosa, è sempre stato il pilastro del papato: il monachesimo, dal greco “movachos” che significa “vivere da solo, solitario; era un uomo che si ritirava dal mondo per la meditazione religiosa e la pratica dei doveri religiosi in solitudine, cioè un eremita religioso”.
- Si ricorderà (“Great Empires of Prophecy”, cap.26, par.33-34) che nella filosofia di Ammonio, Clemente e Origene, tutta la Scrittura contiene almeno due significati: quello letterale e quello nascosto; così il letterale è il senso più basso della Scrittura e, quindi, è un ostacolo alla corretta comprensione del significato nascosto con la sua sequela di ulteriori significati nascosti. Di conseguenza, [*il letterale] doveva essere disprezzato e separato il più possibile dal senso nascosto e considerato di minimo valore, poiché “la fonte di molti mali sta nell’aderire alla parte carnale o esteriore della Scrittura” e “coloro che lo fanno non raggiungeranno il regno di Dio”; quindi, “le Scritture sono di scarsa utilità a coloro che le comprendono così come sono scritte”. [84]
- Ora, la base di tutto questo schema era la loro concezione dell’uomo stesso. Dato che, nella loro filosofia, il corpo era la parte più vile dell’uomo, altrettanto il senso letterale della Scrittura era considerato il più vile. Era perché spesso il corpo induce gli uomini buoni al peccato, che nella loro filosofia il senso letterale della Scrittura era ritenuto indurre spesso gli uomini in errore. Nel loro sistema filosofico, il corpo dell’uomo non era altro che un ostacolo per l’anima e la ostacolava nelle sue aspirazioni celesti; di conseguenza esso doveva essere disprezzato e, con negligenza, punizioni e fame, doveva essere separato il più possibile dall’anima. Da ciò conseguiva che il senso letterale della Scrittura – che [*per loro] corrispondeva al corpo dell’uomo – era, allo stesso modo, un ostacolo alla corretta comprensione dei significati nascosti della Scrittura, e doveva quindi essere disprezzato, trascurato e separato il più possibile dal senso nascosto, o anima, della Scrittura.
- Da dove, dunque, proveniva loro questa filosofia della natura umana? Fu l’adozione integrale della concezione pagana della natura umana: fu la continuazione diretta, sotto la professione cristiana, della filosofia pagana dell’immortalità dell’anima. Infatti, verso la fine del II secolo, “un nuovo corpo filosofico sorse improvvisamente, che in breve tempo prevalse su gran parte dell’Impero Romano, e non solo quasi inghiottì le altre sette, ma allo stesso tempo arrecò un danno immenso al Cristianesimo. L’Egitto fu il suo luogo di nascita, e in particolare Alessandria, che per lungo tempo era stata la sede della letteratura e di ogni scienza. I suoi seguaci scelsero di essere chiamati Platonici. Tuttavia non seguivano Platone [*Atene, 4º-3º sec. a.C.] implicitamente, ma raccoglievano da tutti i sistemi filosofici tutto ciò che sembrava coincidere con le loro convinzioni. E il motivo di questa preferenza per il nome di Platonici era che ritenevano che Platone avesse compreso, più correttamente di chiunque altro, quella branca importantissima della filosofia che tratta di Dio e di cose lontane dalla comprensione sensata… Nonostante questi filosofi non fossero partigiani di alcuna setta, tuttavia appare da una varietà di testimonianze che preferissero di gran lunga Platone e abbracciassero… la maggior parte dei suoi dogmi riguardanti Dio, l’anima umana e l’universo.” Questo perché consideravano “Platone più saggio di tutti gli altri, e particolarmente notevole per aver trattato la divinità, l’anima e le cose lontane dai sensi, in modo da adattarsi allo schema cristiano.” – (Mosheim. “Ecclesiastical History”, sec.II, par.II, cap.1, par.4-6).
- Questa nuova filosofia “permetteva alla gente comune di vivere secondo le leggi del proprio paese e i dettami della natura; ma indirizzava i saggi, attraverso la contemplazione, a elevare le loro anime, che scaturivano da Dio stesso, al di sopra di tutte le cose terrene, indebolendo e sfibrando al tempo stesso il corpo, ostile alla libertà dello spirito, attraverso la fame, la sete, il lavoro e altre austerità. Così potevano, anche nella vita presente, raggiungere la comunione con l’Essere Supremo e ascendere, dopo la morte, attivi e liberi, al Genitore universale, ed essere uniti per sempre a Lui…
- “Questa nuova specie di filosofia, adottata imprudentemente da Origene e da altri cristiani, arrecò un danno immenso al Cristianesimo. Infatti, indusse i suoi insegnanti a avvolgere nell’oscurità filosofica molte parti della nostra religione, che erano di per sé chiare e facili da comprendere; e di aggiungere ai precetti del Salvatore non poche cose, di cui non si trova una parola nelle Sacre Scritture. Ci ha anche prodotto quella cupa cerchia di uomini chiamati mistici, il cui sistema, se spogliato delle sue nozioni platoniche riguardo all’origine e alla natura dell’anima, sarà un cadavere senza vita e senza sensi. Ha anche gettato le basi per quel modo di vita indolente che fu poi adottato da molti, e in particolare da numerose tribù di monaci; e ha raccomandato ai cristiani vari riti sciocchi e inutili, adatti solo ad alimentare la superstizione, della quale vediamo non piccola parte religiosamente osservata da molti ancora oggi. E infine, nei secoli successivi, ha alienato le menti di molti dal Cristianesimo stesso, e ha prodotto una specie eterogenea di religione, composta da principi cristiani e platonici combinati.” – (Mosheim. Idem, par.10 e 12) [85]
- “Platone aveva insegnato che solo le anime degli eroi, degli uomini illustri e degli eminenti filosofi ascendevano dopo la morte alle dimore della luce e della felicità, mentre quelle della maggior parte delle persone, appesantite dai loro desideri e passioni, sprofondavano nelle regioni infernali, da dove non era loro permesso di emergere prima di essere purificate dalla loro turpitudine e corruzione. Questa dottrina fu colta con avidità dai cristiani platonici e applicata come commento a quella di Gesù. Da qui prevalse l’idea che solo i martiri entrassero in uno stato di felicità subito dopo la morte; e che, per gli altri, fosse assegnata una certa regione oscura, in cui sarebbero stati imprigionati fino alla seconda venuta di Cristo, o, almeno, fino a quando non fossero purificati dalle loro varie impurità. ….(Questa è l’origine del Purgatorio Cattolico).
- “Gesù Cristo prescrisse a tutti i suoi discepoli un’unica e stessa regola di vita e di comportamento. Ma alcuni dottori cristiani, sia per il desiderio di imitare le nazioni tra cui vivevano, sia per una naturale propensione a una vita austera (malattia non rara in Siria, Egitto e altre province orientali), furono indotti a sostenere che Cristo avesse stabilito una doppia regola di santità e virtù per due diversi ordini di cristiani. Di queste regole, una era ordinaria, l’altra straordinaria; una di dignità inferiore, l’altra più sublime; una per le persone impegnate nelle scene attive della vita, l’altra per coloro che, in un sacro ritiro, aspiravano alla gloria di uno stato celeste. In conseguenza di questo sistema selvaggio, divisero in due parti tutte quelle dottrine e istruzioni morali che avevano ricevuto, per iscritto o per tradizione. Una di queste divisioni la chiamarono precetti, l’altra consigli. Diedero il nome di precetti a quelle leggi che erano obbligatorie per tutti gli ordini umani; e quello di consigli a coloro che erano imparentati con i cristiani di rango più sublime, che si proponevano fini grandi e gloriosi e aspiravano a un’intima comunione con l’Essere Supremo.
- “Questa duplice dottrina produsse improvvisamente una nuova generazione di uomini, che professarono gradi insoliti di santità e virtù e dichiararono la loro risoluzione di obbedire a tutti i consigli di Cristo, affinché potessero godere della comunione con Dio qui; e anche affinché, dopo la dissoluzione dei loro corpi mortali, potessero ascendere a Lui con maggiore facilità e non trovare nulla che ritardasse il loro avvicinamento al centro supremo della felicità e della perfezione. Si consideravano proibiti dall’uso di cose che era lecito agli altri cristiani godere, come il vino, la carne, il matrimonio e il commercio [o affari mondani]. Ritenevano che fosse loro dovere indispensabile estenuare il corpo con veglie, astinenza, lavoro e fame. Cercavano la felicità in ritiri solitari, in luoghi deserti, dove, con sforzi severi e assidui di sublime meditazione, elevavano l’anima al di sopra di tutti gli oggetti esterni e di tutti i piaceri sensuali. Sia gli uomini che le donne si imponevano i compiti più severi, la disciplina più austera, tuttavia il frutto di questa pia intenzione, era, in definitiva, estremamente dannoso per il Cristianesimo. Queste persone venivano chiamate asceti, “epovdioi“, “echlektoi” [*gli eletti], filosofi e persino donne-filosofe; non si distinguevano solo per il loro titolo dagli altri cristiani, ma anche per il loro abito.” – (Mosheim. Idem, cent.II, part.II, cap.3, par.12) [86]
- “L’Egitto, padre fecondo della superstizione, offrì il primo esempio di vita monastica.” – (Gibbon. “Decline and Fall of the Roman Empire”, cap.37, par.3). “Dall’Egitto, questa disciplina aspra e antisociale passò in Siria e nei paesi limitrofi, che abbondavano anch’essi di persone dalla stessa cupa costituzione degli egiziani; e da lì, col passare del tempo, la sua contaminazione raggiunse le nazioni europee. Da qui nacque quella serie di voti e riti austeri e superstiziosi che, ancora oggi, in molti luoghi, gettano un velo sulla bellezza e la semplicità della religione cristiana. Da qui il celibato dell’ordine sacerdotale, il rigore di inutili penitenze e mortificazioni, le innumerevoli schiere di monaci che, nell’insensata ricerca di una sorta di perfezione visionaria, rifiutarono i loro talenti e le loro fatiche alla società. Da qui anche quella distinzione tra vita teorica e vita mistica, e molte altre fantasie di natura simile. (Idem, cent.II, part.II, cap.3, par.13, 14).
- Ben presto sorsero alcuni ordini tra i monaci stessi: Cenobiti, Eremiti, Anacoreti e Sarabaiti o Vagabondi. I Cenobiti “vivevano e mangiavano insieme nella stessa casa, ed erano associati sotto una guida e un capo, che chiamavano Padre, o in lingua egiziana, Abate”. “Anche le suore [o monache] avevano le loro presidenti, che venivano chiamate Madri“. “Gli Eremiti conducevano una vita triste e solitaria in certe parti del paese, dimorando in tuguri tra le bestie selvatiche”. Gli Anacoreti erano “ancora più austeri degli Eremiti: questi vivevano in luoghi deserti, senza alcun tipo di riparo; si nutrivano di radici e piante e non avevano una residenza fissa, ma alloggiavano ovunque li sorprendesse la notte, in modo che i visitatori non sapessero dove trovarli”. I Sarabaiti, o Vagabondi, “vagavano per le province e di città in città, e si guadagnavano da vivere senza fatica, con falsi miracoli, trafficando in elemosine e con altre imposizioni”. – (Mosheim. Idem, cent.IV, part.II, cap.3, par.15 e note).
- Gli Eremiti “affondavano sotto il peso doloroso di croci e catene; e le loro membra emaciate erano confinate da collari, braccialetti, guanti e schinieri di ferro massiccio e rigido. Ogni ingombro superfluo di vestiario veniva sdegnosamente scartato; e alcuni santi selvaggi di entrambi i sessi sono stati ammirati, i cui corpi nudi erano coperti solo dai loro lunghi capelli. Aspiravano a ridursi allo stato rozzo e miserabile in cui la bestia umana si distingue a malapena dai suoi simili animali: e una numerosa setta di Anacoreti derivava il loro nome [“Boskoi“, o Monaci del Pascolo] dalla loro umile pratica di pascolare nei campi della Mesopotamia con la mandria comune. Spesso usurpavano la tana di qualche bestia selvaggia a cui fingevano di assomigliare; si seppellivano in qualche caverna oscura, che l’arte o la natura avevano scavato nella roccia; e le cave di marmo di Le Tebaidi sono ancora incise con i monumenti della loro penitenza. Si suppone che gli eremiti più perfetti abbiano trascorso molti giorni senza cibo, molte notti senza sonno e molti anni senza parlare; e glorioso fu l’uomo (abuso di questo nome) che ideò una cella, o un seggio, di una costruzione peculiare, che potesse esporlo, nella posizione più scomoda, all’inclemenza delle stagioni.” [87]
- “In questo stato di sconforto, la superstizione continuava a perseguitare e tormentare i suoi miserabili devoti. Il riposo che avevano cercato nel chiostro era turbato da un pentimento tardivo, da dubbi profani e da desideri colpevoli; e, mentre consideravano ogni impulso naturale un peccato imperdonabile, tremavano perpetuamente sull’orlo di un abisso fiammeggiante e senza fondo. Dalle dolorose lotte tra malattia e disperazione, queste infelici vittime erano talvolta sollevate dalla follia o dalla morte e, nel VI secolo, fu fondato un ospedale a Gerusalemme per una piccola parte degli austeri penitenti, privati dei loro sensi. Le loro visioni, prima di raggiungere questo estremo e riconosciuto termine di frenesia, hanno fornito ampio materiale di storia soprannaturale. Era loro ferma convinzione che l’aria che respiravano fosse popolata di nemici invisibili; di innumerevoli demoni, che osservavano ogni occasione e assumevano ogni forma per terrorizzare e, soprattutto, tentare la loro virtù indifesa. L’immaginazione, e persino i sensi, erano ingannati dalle illusioni di un fanatismo incontrollato; e l’eremita, la cui preghiera di mezzanotte era oppressa da un sonno involontario, poteva facilmente confondere i fantasmi di orrore o di piacere che avevano occupato i suoi sogni notturni e quelli da sveglio.”
- “Le azioni di un monaco, le sue parole e persino i suoi pensieri erano determinati da una regola inflessibile o da un superiore capriccioso: le più piccole offese venivano corrette con disonore o reclusione, digiuni straordinari o flagellazioni sanguinose; e la disobbedienza, il mormorio o il ritardo erano annoverati tra i peccati più atroci. Una cieca sottomissione agli ordini dell’abate, per quanto assurdi o persino criminali potessero sembrare, era il principio dominante, la prima virtù dei monaci egiziani; e la loro pazienza veniva spesso messa alla prova dalle prove più stravaganti. Venivano incaricati di rimuovere un’enorme roccia; di annaffiare assiduamente un bastone sterile piantato nel terreno, finché, al termine di tre anni, non vegetasse e fiorisse come un albero; di entrare in una fornace ardente; o di gettare il loro infante in uno stagno profondo: e diversi santi, o folli, sono stati immortalati nella storia monastica per la loro obbedienza sconsiderata e senza paura. La libertà della mente, fonte di ogni sentimento generoso e razionale, era distrutta dalle abitudini di credulità e sottomissione; e il monaco, contraendo i vizi di uno schiavo, seguiva devotamente la fede e le passioni del suo tiranno ecclesiastico. La pace della Chiesa d’Oriente fu invasa da uno sciame di fanatici, insensibili alla paura, alla ragione o all’umanità; e le truppe imperiali riconobbero senza vergogna di essere molto meno timorose di un incontro con i barbari più feroci.” – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.37, par.13,12,6).
- Come abbiamo visto, essere monaco significava, di per sé, essere più santo di quanto potesse esserlo chiunque non fosse monaco. Ma sorsero gradi di santità anche tra i monaci stessi: e i principali di questi erano i Mistici. Questi erano una setta composta dagli estremi degli Eremiti e degli Anacoreti. Essi “argomentavano partendo da quella nota dottrina della scuola platonica, adottata anche da Origene e dai suoi discepoli, che la natura divina era diffusa in tutte le anime umane; o, in altre parole, che le facoltà della ragione, da cui derivavano la salute e il vigore della mente, erano un’emanazione di Dio stesso e comprendevano in essa i principi e gli elementi di ogni verità, umana e divina. Negavano che gli uomini potessero, con il lavoro o lo studio, accendere questa fiamma celeste nei loro petti; e, pertanto, disapprovavano fermamente i tentativi di coloro che, attraverso definizioni, teoremi astratti e profonde speculazioni, si sforzavano di formare nozioni distinte della verità e di scoprirne la natura nascosta. Al contrario, sostenevano che il silenzio, la tranquillità, il riposo e la solitudine, accompagnati da atti di mortificazione, che potessero tendere a esaurire e sfinire il corpo, fossero i mezzi attraverso i quali la parola interiore [“logos”, o ragione] veniva eccitata per far emergere le sue virtù latenti e istruire gli uomini nella conoscenza delle cose divine. [88]
- “Perché così ragionavano: ‘Coloro che osservano con nobile disprezzo tutte le vicende umane, coloro che distolgono lo sguardo dalle vanità terrene e chiudono tutte le vie dei sensi esteriori alle influenze contagiose del mondo materiale, devono necessariamente tornare a Dio, quando lo spirito è così liberato dagli impedimenti che impedivano quella felice unione; e in questa condizione benedetta, non solo godono di indicibili rapimenti derivanti dalla loro comunione con l’Essere Supremo, ma sono anche investiti dell’inestimabile privilegio di contemplare la verità, non mascherata e incorrotta, nella sua purezza nativa, mentre altri la contemplano in una forma viziata e ingannevole”. “Un numero incredibile di proseliti si unì a quei settari chimerici, i quali sostenevano che la comunione con Dio dovesse essere ricercata mortificando i sensi, distogliendo la mente da tutti gli oggetti esterni, macerando il corpo con la fame e la fatica, e con una sorta di santa indolenza, che limitava tutta l’attività dell’anima a una pigra contemplazione delle cose spirituali ed eterne. Il progresso di questa setta appare evidente dal numero prodigioso di monaci solitari e vergini appartate, che avevano invaso l’intero mondo cristiano con una rapidità sorprendente.” (Idem, cent.III, parte II, cap.3, par.2; cent.IV, parte II, cap.3, par.12)
- Nessuno penserebbe facilmente a quanto queste persone si spingessero realmente nei loro sforzi per rendere manifesto il loro disprezzo per il corpo e separarlo dall’anima. Non solo si separavano da tutti tranne che dai loro simili, e affamavano il corpo con digiuni e quantità insufficienti di cibo, ma manifestavano in ogni modo possibile ciò che un’immaginazione sfrenata e fantasiosa poteva inventare. “Ogni sensazione offensiva per l’uomo era ritenuta gradita a Dio”. Né il corpo, né i vestiti venivano mai lavati, nemmeno i piedi o le mani, se non per indulgenza; così che la sporcizia divenne effettivamente la misura del grado di santità.
- Antonio, se non fu il primo, fu il capo, il grande esempio e il maestro dei monaci in Egitto. Nel 305 d.C. iniziò l’opera di organizzazione di coloro che lo permettevano in un corpo regolare. “Li impegnò a vivere in società tra loro e prescrisse regole per la guida della loro condotta”. Nel 341, Atanasio, arcivescovo di Alessandria, grande paladino dell’ortodossia cattolica, “introdusse a Roma la conoscenza e la pratica della vita monastica; e una scuola di questa nuova filosofia fu aperta dai discepoli di Antonio, che accompagnarono il loro primate fino alla sacra soglia del Vaticano. L’aspetto strano e selvaggio di questi egiziani suscitò dapprima orrore e disprezzo e, infine, applausi e una fervente imitazione. I senatori, e più in particolare le matrone, trasformarono i loro palazzi e le loro ville in case religiose, e la ristretta istituzione delle sei Vestali fu eclissata dai numerosi monasteri, che sorgevano sulle rovine di antichi templi e nel cuore del foro romano.
- “Infiammato dall’esempio di Antonio, un giovane siriano di nome Ilarione fissò la sua triste dimora su una spiaggia sabbiosa, tra il mare e una palude, a circa sette miglia da Gaza. L’austera penitenza in cui persistette per quarantotto anni, diffuse un analogo entusiasmo; e il sant’uomo era seguito da un seguito di duemila o tremila anacoreti, ogni volta che visitava gli innumerevoli monasteri della Palestina. La fama di Basilio è immortale nella storia monastica d’Oriente. Con una mente che aveva assaporato la dottrina e l’eloquenza di Atene, con un’ambizione che difficilmente poteva essere soddisfatta dall’arcivescovado di Cesarea, Basilio si ritirò in una selvaggia solitudine nel Ponto e si degnò per un certo periodo di dare leggi alle colonie spirituali che aveva disseminato in abbondanza lungo la costa del Mar Nero. In Occidente, Martino di Tours, soldato, eremita, vescovo e santo, istituì il monasteri della Gallia; duemila dei suoi discepoli lo seguirono fino alla tomba; e il suo eloquente storico sfida i deserti della Tebaide a produrre, in un clima più favorevole, un campione di uguale virtù. [89]
- “Ogni provincia, e infine ogni città dell’impero, si riempì delle loro crescenti moltitudini; e le isole desolate e sterili da Lerino a Lipari, che sorgono dal Mar Toscano, furono scelte dagli anacoreti come luogo del loro esilio volontario… I pellegrini che visitavano Gerusalemme copiavano con entusiasmo, nelle parti più lontane della terra, il fedele modello della vita monastica. I discepoli di Antonio si diffusero oltre il tropico, nell’impero cristiano d’Etiopia. Il monastero di Banchor, nel Flintshire, che conteneva più di duemila fratelli, disperse una numerosa colonia tra i barbari d’Irlanda; e Iona, una delle Ebridi, che fu piantata dai monaci irlandesi, diffuse sulle regioni settentrionali un raggio dubbioso di scienza e superstizione.” – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.37, par.4). Così la cristianità fu “piena di una schiera di mortali pigri, che, abbandonando tutti i legami, i vantaggi, i piaceri e le preoccupazioni umane, condussero una vita languente e miserabile, tra le difficoltà del bisogno e vari tipi di sofferenza, per giungere a una comunione più intima ed estatica con Dio e gli angeli.” – (Mosheim. Cent.IV, parte II, cap.3, par.13).
- “È incredibile quali leggi rigorose e severe si imponessero per placare Dio e liberare lo spirito celeste dalla schiavitù del corpo. Vivere tra le bestie selvagge, anzi, alla maniera di queste bestie; vagare come pazzi in luoghi deserti e senza vesti; nutrire i propri corpi emaciati con fieno ed erba; evitare la conversazione e persino la vista degli uomini; rimanere immobili in certi luoghi per molti anni, esposti alle intemperie; rinchiudersi in capanne anguste fino alla fine dei propri giorni: questo era considerato pietà: questo il vero metodo per suscitare la [scintilla della] Divinità dai recessi segreti dell’anima!
- “Tra questi esempi di fatuità religiosa, nessuno acquisì maggiore venerazione e applauso di coloro che venivano chiamati Santi Colonna (Sancti Columnares), o in greco Stiliti: persone di uno spirito e genio singolare, che rimasero immobile in cima a colonne elevate per molti anni, fino alla fine, di fatto, della vita, con grande stupore della moltitudine ignorante. Questo progetto ebbe origine nel presente [V°] secolo [395-451] con Simeone di Sysan, un siriano; dapprima pastore, poi monaco; il quale, per essere più vicino al cielo, trascorse trentasette anni nel modo più scomodo, in cima a cinque diverse colonne, alte sei, dodici, ventidue, trentasei e quaranta cubiti; e in questo modo si procurò immensa fama e venerazione. Il suo esempio fu in seguito seguito, sebbene non eguagliato, da molte persone in Siria e Palestina, sia per ignoranza della vera religione, sia per amore della fama. [90]
- La cima dell’ultima colonna di Simeone “aveva un diametro di tre piedi ed era circondata da una balaustra. Qui rimaneva, giorno e notte, con qualsiasi tempo. Per tutta la notte, e fino alle nove del mattino, rimaneva costantemente in preghiera, spesso allargando le mani e inchinandosi così profondamente che la fronte toccava le dita dei piedi. Un passante una volta tentò di contare il numero di queste prostrazioni successive” e, “dopo averne contate milleduecentoquarantaquattro ripetizioni, alla fine desistette dall’interminabile conto”. “Alle nove del mattino, egli iniziava a rivolgersi alla folla ammirata sottostante, ad ascoltare e rispondere alle loro domande, a inviare messaggi e scrivere lettere, ecc., poiché si preoccupava del benessere di tutte le chiese e corrispondeva con i vescovi e persino con gli imperatori”. “Folle successive di pellegrini provenienti dalla Gallia e dall’India salutarono la divina colonna di Simeone: le tribù dei Saraceni si disputarono in armi l’onore della sua benedizione; le regine d’Arabia e di Persia confessarono con gratitudine la sua virtù soprannaturale; e l’angelico eremita fu consultato dal giovane Teodosio nelle più importanti questioni della Chiesa e dello Stato.” “Verso sera sospendeva i suoi rapporti con questo mondo e si rimetteva a conversare con Dio fino al giorno seguente. Generalmente mangiava solo una volta alla settimana; non dormiva mai; indossava una lunga tunica di pelle di pecora e un berretto dello stesso tipo. La sua barba era molto lunga e il suo corpo estremamente emaciato.
- “Si dice che abbia trascorso in questo modo trentasette anni; e infine, all’età di sessantanove anni, spirò inosservato, in atteggiamento di preghiera, senza che nessuno osasse disturbarlo fino a tre giorni dopo, quando Antonio, suo discepolo e biografo, salendo sulla colonna, scoprì che il suo spirito se n’era andato e che il suo corpo santo emanava un profumo delizioso. “I suoi resti furono trasportati dal monte di Telenissa con una solenne processione del patriarca, del generale d’Oriente, di sei vescovi, di ventuno conti o tribuni e di seimila soldati; e Antiochia venerò le sue ossa come suo glorioso ornamento e inespugnabile difesa.” “Anche la sua colonna era così venerata che fu letteralmente circondata da cappelle e monasteri per secoli. Simeone era così avverso alle donne che non permise mai a nessuna di entrare nei sacri recinti della sua colonna. Persino a sua madre fu negato questo privilegio, fino a dopo la sua morte, quando il cadavere della madre gli fu portato. L’India pagana fornisce ancora tetri fanatici simili a Simeone e ammiratori come i suoi contemporanei; una chiara prova che le sue austerità erano un’imitazione del paganesimo (gentilismo), il grande male religioso del suo tempo, e ancora in atto nella Chiesa Cristiana. (Murdock’s “Mosheim”, cent.V. parte II, cap.III, par.12, nota; Gibbon’s “Decline and Fall”, cap.37, par.14,15)
- “La Chiesa cristiana non sarebbe mai stata disonorata da questo entusiasmo crudele e antisociale, né nessuno sarebbe stato sottoposto a quei tormenti acuti della mente e del corpo a cui diede origine, se molti cristiani non fossero stati incautamente catturati dall’apparenza speciosa e dal suono pomposo di quella massima dell’antica filosofia: ‘Che per raggiungere la vera felicità e la comunione con Dio, era necessario che l’anima fosse separata dal corpo, anche quaggiù, e che il corpo dovesse essere macerato e mortificato a questo scopo'”. E quanto esattamente, secondo l’antica filosofia, fosse questa nuova filosofia platonica, o monastica, e quanto certamente tutto ciò fosse il frutto logico della filosofia platonica, è facilmente visibile facendo riferimento a Platone stesso. E affinché ciò sia comprensibile, Platone sarà citato per esteso. Così dice: [91]
“I veri filosofi… si parleranno l’un l’altro con parole come queste: Abbiamo trovato, diranno, un percorso di speculazione che sembra portare noi e l’argomento alla conclusione che, finché siamo nel corpo, e finché l’anima è mescolata a questa massa di male, il nostro desiderio non sarà soddisfatto, e il nostro desiderio è rivolto alla verità.
Perché il corpo è per noi fonte di infiniti problemi a causa del solo bisogno di cibo; ed è anche soggetto a malattie che ci sorprendono e ci impediscono nella ricerca della verità: e riempiendoci così di amori, desideri, paure, fantasie, idoli e ogni sorta di follia, ci impedisce di avere, come si dice, anche solo un pensiero…
“Inoltre, se c’è tempo e inclinazione verso la filosofia, tuttavia il corpo introduce tumulto, confusione e paura nel corso della speculazione e ostacola dal vedere la verità; e tutta l’esperienza dimostra che se vogliamo avere una conoscenza pura di qualcosa dobbiamo essere separati dal corpo, e l’anima in sé deve vedere tutte le cose in sé: allora suppongo che raggiungeremo ciò che desideriamo e di cui diciamo di essere amanti, ovvero la sapienza; non mentre viviamo, ma dopo la morte, come dimostra l’argomentazione; perché se mentre è in compagnia del corpo l’anima non può avere una conoscenza pura, sembra che ne consegua una di queste due cose: o la conoscenza non si raggiungerà affatto, o, se mai si raggiungerà, dopo la morte. Perché allora, e non prima di allora, l’anima sarà sola in se stessa e senza il corpo.
“In questa vita presente, ritengo che ci avviciniamo maggiormente alla conoscenza quando abbiamo il minimo interesse o preoccupazione possibile per il corpo, e non siamo saturi della natura corporea, ma rimaniamo puri fino all’ora in cui Dio stesso si compiacerà di liberarci. E allora la stoltezza del corpo sarà spazzata via e saremo puri e converseremo con altre anime pure, e conosceremo da noi stessi la chiara luce ovunque; e questa è sicuramente la luce della verità. Perché a nessuna cosa impura è permesso avvicinarsi al puro…
“E cos’è la purificazione se non la separazione dell’anima dal corpo, come dicevo prima; l’abitudine dell’anima di raccogliersi e ritirarsi in se stessa, fuori da tutti i percorsi del corpo; il dimorare nel suo luogo da sola come in un’altra vita, così anche in questa, per quanto le è possibile; la liberazione dell’anima dalle catene del corpo?
“Gli amanti della conoscenza sono consapevoli che le loro anime, quando la filosofia le accoglie, sono semplicemente fissate e incollate ai loro corpi: l’anima è in grado di vedere l’esistenza solo attraverso le sbarre di una prigione, e non nella propria natura; si sta rotolando nel fango di ogni ignoranza; e la filosofia, vedendo la natura terribile del suo confinamento, e che il prigioniero dal desiderio è indotto a cospirare nella propria prigionia… la filosofia le mostra che questo è visibile e tangibile, ma che ciò che vede nella sua natura è intellettuale e invisibile. E l’anima del vero filosofo pensa di non dover resistere a questa liberazione, e quindi si astiene dai piaceri, dai desideri, dai dolori e dalle paure, per quanto le è possibile…
“Ogni piacere, ogni dolore è una sorta di chiodo che cattura e inchioda l’anima al corpo, e la assorbe e le fa credere che sia vero ciò che il corpo afferma essere vero; e per essere in accordo con il corpo e avere gli stessi piaceri, l’anima è costretta ad avere le stesse abitudini e gli stessi modi, e non è probabile che sia mai pura al momento della sua dipartita per l’aldilà, ma è sempre satura del corpo; così che presto sprofonda in un altro corpo e lì germina e cresce, e quindi non ha parte nella comunione del divino, puro e semplice…
“Quando i morti giungono al luogo in cui il genio di ciascuno li conduce individualmente, per prima cosa vengono condannati, a seconda che abbiano vissuto bene e piamente o no. E coloro che sembrano non aver vissuto né bene né male, vanno al fiume Acheronte e salgono sui mezzi di trasporto che riescono a trovare, e vengono trasportati con essi fino al lago, e lì dimorano e si purificano dalle loro cattive azioni, e subiscono la pena per i torti che hanno fatto agli altri, e vengono assolti, e ricevono la ricompensa per le loro buone azioni secondo i loro [92] meriti. Ma coloro che sembrano essere incurabili a causa della grandezza dei loro crimini, che hanno commesso molti e terribili atti di sacrilegio, omicidi efferati e violenti, o simili, vengono gettati nel Tartaro, che è il loro destino appropriato, e non ne escono mai più. Coloro poi che hanno commesso crimini, che, sebbene gravi, non sono imperdonabili – che in un momento di rabbia, per esempio, hanno fatto violenza a un padre o a una madre, e si sono pentiti per il resto della loro vita, o che hanno tolto la vita a un altro sotto simili circostanze attenuanti – questi vengono gettati nel Tartaro, i cui dolori sono costretti a subire per un anno, ma alla fine dell’anno l’onda li getta fuori – i semplici omicidi attraverso il Cocito, i parricidi e i matricidi attraverso il Piriflegetonte – e vengono portati al lago Acherusio, e lì levano le loro voci e invocano le vittime che hanno ucciso o offeso, affinché abbiano pietà di loro, le accolgano e le lascino uscire dal fiume nel lago. E se prevalgono, allora escono e cessano dai loro mali; ma in caso contrario, vengono riportati nel Tartaro e da lì nei fiumi senza sosta, finché non ottengono misericordia da coloro che hanno offeso; poiché questa è la sentenza inflitta loro dai loro giudici. Anche coloro che si distinguono per aver condotto una vita santa vengono liberati da questa prigione terrena e vanno alla loro dimora pura che è in cielo, e dimorano in una terra più pura; e coloro che si sono debitamente purificati con la filosofia vivono d’ora in poi completamente senza corpo, in dimore di gran lunga più belle di queste, che non possono essere descritte e di cui il tempo non mi permetterebbe di parlare. Non intendo affermare che la descrizione che ho dato dell’anima e delle sue dimore sia esattamente vera: un uomo di buon senso difficilmente dovrebbe dirlo. Ma affermo che, poiché l’anima è dimostrata immortale, può osare pensare, non impropriamente o indegnamente, che qualcosa del genere sia vero.
(“Plato’s Dialogues”, Phaedo).
- Da ciò è evidente che l’intero sistema monastico, con tutte le sue stravaganze e i suoi tormenti in vita, e i suoi tormenti in seguito in purgatorio, era ed è solo la logica estensione, sotto il nome di Cristianesimo, della filosofia platonica così come proposta da Platone stesso. Questo sistema monastico della Chiesa cattolica non era peculiare, nemmeno nelle sue stravaganze, se non forse in quelle dei santi-colonna; poiché il paganesimo, molto prima di questo, aveva qualcosa di simile, e lo ha ancora: e, ovunque si trovi, è tutta la logica rigorosa della filosofia dell’immortalità dell’anima. Delle indagini degli antichi filosofi di Grecia e Roma riguardo all’immortalità dell’anima, è stato ben osservato che “la loro ragione era stata spesso guidata dall’immaginazione, e che la loro immaginazione era stata stimolata dalla loro vanità. Quando consideravano con compiacimento l’estensione delle proprie facoltà mentali, quando esercitavano le varie facoltà della memoria, della fantasia e del giudizio nelle speculazioni più profonde o nelle fatiche più importanti, e quando riflettevano sul desiderio di fama, che li trasportava in età future, ben oltre i confini della morte e della tomba, non erano disposti a… supporre che un essere, per la cui dignità nutrivano la più sincera ammirazione, potesse essere limitato a un pezzo di terra e a pochi anni di durata.” – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.15, par.18). [93]
- È quindi chiaro che la vanità, l’amor proprio, l’autoesaltazione, che è egoismo, sono la radice della filosofia dell’immortalità dell’anima. Fu questo che li portò a considerarsi, nelle loro anime, “immortali e imperiture” (così infatti Platone afferma con certezza nelle osservazioni/dialogo riportate alla fine del capitolo 08), e pertanto essenzialmente una parte della Divinità. E questo è confermato dalla rivelazione. Infatti, quando Dio disse all’uomo che aveva formato e posto al dominio su tutta la terra e su ogni essere che si muoveva su di essa: “Di tutti gli alberi del giardino puoi mangiare liberamente, ma dell’albero che è in mezzo al giardino non ne mangiare, perché nel giorno che ne mangerai, per certo morirai”, Satana arrivò con le parole: “Non morireteaffatto; ma Dio sa che nel giorno in cui ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio”. (Genesi 3:4,5 R.V. The Jews’ translation and the Hebrew). La donna credette a questa parola satanica. Credendo così, ella vide ciò che non era vero: che l’albero era “desiderabile per rendere saggio”, ecco il filosofo; e “prese del suo frutto e ne mangiò e ne diede anche a suo marito con lei, e anche lui ne mangiò”.
- Questa è l’origine della filosofia dell’immortalità dell’anima in questo mondo. E l’unica ragione per cui quell’uomo non morì quel giorno, proprio nell’ora in cui peccò, è che lì, in quel momento, Gesù Cristo si offrì per l’uomo e prese su di sé la morte che poi sarebbe caduta sull’uomo; e così diede all’uomo un’altra possibilità, un periodo di prova, un respiro, affinché potesse scegliere la vita. Ecco perché Dio poté immediatamente dire all’ingannatore: “Io porrò inimicizia tra te e la donna e tra la tua discendenza e la sua discendenza: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”. (Genesi 3:15; Aggeo 2:7; Romani 16:20; Ebrei 2:14). E così è scritto: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. (Giovanni 10:10). Egli venne affinché avessero prima la vita; e, senza la Sua offerta in quel momento, l’uomo non avrebbe mai avuto la vita dopo aver peccato. Ed essendo venuto affinché l’uomo potesse avere la vita per primo, questa vita per l’uomo era ed è unicamente allo scopo che egli possa usarla per assicurarsi una vita più abbondante, persino la vita eterna, la vita di Dio. Quindi è solo per il dono di Cristo che qualsiasi uomo in questo mondo ha l’opportunità di respirare. E l’unico scopo, per cui l’uomo ha l’opportunità di respirare, è che possa scegliere la vita, che possa vivere e sfuggire alla morte che è dovuta al peccato, e che è destinata a fallire, quando Cristo riprenderà il Suo posto sul trono dell’universo.
- E così è scritto: “Cos’è la vostra vita? È anche un vapore che appare per un breve tempo e poi svanisce”. (Giacomo 4:14) E cos’è la morte, la morte di cui gli uomini muoiono in questo mondo? È anche un sonno (Giovanni 11:11-14; 1 Tessalonicesi 4:15,16; Atti 24:15; Giovanni 5:28,29), dal quale c’è risveglio solo nella risurrezione dei morti. Così l’ingresso di Cristo – il dono di sé da parte di Cristo quando l’uomo aveva peccato – diede all’uomo questa vita che non è altro che un vapore, e che termina in quella morte che non è altro che un sonno, tra quella vita che è vera vita, e quella morte che è vera morte. Perciò, a tutta l’umanità è detto per sempre: “Ecco, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male. Scegli dunque la vita, affinché tu e la tua discendenza possiate vivere”. (Giovanni 5:24)”Chi ascolta la mia parola e crede a Colui che mi ha mandato ha vita eterna e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita”.
- Di conseguenza, «chi ha il Figlio ha la vita; e chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita»; perché “questa è la testimonianza che Dio ci ha dato la vita eterna, e questa vita è nel Suo Figlio”. (1 Giovanni 5: 11,12) E questa vita che è veramente vita, al di là di questa vita che è un vapore e di questa morte che è un sonno, è assicurata solo in Cristo, attraverso la risurrezione dei morti: come è scritto: “Quando Cristo, che è la nostra vita, apparirà, allora anche voi apparirete con Lui in gloria”. (Colossesi 3:4)”Poiché questo vi diciamo per parola del Signore: noi viventi, che saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo coloro che si sono addormentati. Perché il Signore stesso, con un grido, con voce di arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e i morti in Cristo risorgeranno per primi; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme a loro sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria: e così saremo sempre con il Signore”. (1 Tessalonicesi 4:15-17) E senza la risurrezione dei morti, non c’è aldilà; perché “se i morti non risuscitano… vana è la vostra fede; siete ancora nei vostri peccati; allora anche quelli che si sono addormentati in Cristo sono periti”. E “se, dopo gli uomini, ho combattuto con le bestie a Efeso, che mi giova se i morti non risuscitano? Mangiamo e beviamo, perché domani moriremo”. (1 Corinzi 15:16-18, 32). [95]
- Questa è la vera via, e l’unica vera via, verso l’immortalità: non solo l’immortalità dell’anima, ma l’immortalità sia dell’anima che del corpo. Perché Cristo ha comprato, e redimerà, il corpo tanto quanto l’anima; Egli si prende cura, e vuole che gli uomini si prendano cura, del corpo tanto quanto dell’anima; come è scritto: “Desidero sopra ogni cosa che tu prosperi e goda di buona salute, come prospera l’anima tua”. (3 Giovanni 2) Solo Dio ha l’immortalità. (1 Timoteo 6:16) Cristo “ha portato alla luce la vita e l’immortalità mediante il Vangelo”. (1 corinzi 15:31-57) Quindi l’immortalità è il dono di Dio, ed è ottenuta solo dai credenti del Vangelo. E a questi è data solo alla risurrezione dei morti; Come è scritto: “Non tutti morremo, ma tutti saremo trasformati, in un momento, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; perché la tromba suonerà, e i morti saranno risuscitati incorruttibili, e noi saremo trasformati. Poiché bisogna che questo corruttibile rivesta incorruttibilità e questo mortale rivesta immortalità. Quando dunque questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora si adempirà la parola che è scritta: La morte è stata inghiottita nella vittoria. O morte, dov’è il tuo dardo? O morte, dov’è la tua vittoria? Il dardo della morte è il peccato; e la forza del peccato è la legge. Ma grazie siano rese a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo”.
- Questa è la verità riguardo all’immortalità. Questa è la vera via dell’umanità dalla mortalità all’immortalità. Ma è direttamente antagonista all’idea platonica o pagana di immortalità e di quella via per raggiungerla. Questo è evidente a prima vista; ma è opportunamente confermato da un episodio accaduto proprio nella sede della filosofia platonica originaria: ad Atene stessa. Paolo, durante uno dei suoi viaggi, giunse ad Atene, dove rimase diversi giorni e parlò “nella sinagoga con gli Ebrei, con le persone pie, e ogni giorno al mercato con quelli che incontrava”. E, in tutti i suoi discorsi, predicava il Vangelo: Cristo e Lui crocifisso; Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio; Cristo e la resurrezione dei morti; e vita e immortalità solo per mezzo di Cristo e la resurrezione dei morti. “Allora alcuni filosofi epicurei e stoici lo incontrarono. E alcuni dissero: “Cosa dirà questo ciarlatano?”. Altri: “Sembra un messaggero di divinità straniere”. E questo “perché predicava loro Gesù e la risurrezione“. Questa era una dottrina del tutto nuova, qualcosa che non avevano mai sentito. Perciò, “lo presero e lo condussero all’Areopago, dicendo: “Possiamo sapere qual è questa nuova dottrina di cui parli? Perché ci porti cose strane agli orecchi; vorremmo dunque sapere cosa significano queste cose”. E quando, stando sul colle di Ares, predicò loro il Vangelo e invitò tutti “a pentirsi: perché Egli ha stabilito un giorno in cui giudicherà il mondo con giustizia per mezzo di quell’uomo che Egli ha designato, e ne ha dato prova a tutti gli uomini, risuscitandolodai morti“, quando udirono parlare della risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti ascolteremo un’altra volta su questo argomento». [96]
- Questo resoconto dimostra, anche per ispirazione, che la concezione cristiana dell’immortalità non è in alcun modo quella di Platone e degli altri filosofi. Se Paolo avesse predicato ad Atene l’immortalità dell’anima, nessuno ad Atene lo avrebbe mai considerato “un messaggero di dèi stranieri”. Tale predicazione non sarebbe mai stata definita “nuova dottrina”. Nulla del genere sarebbe mai stato “strano ai loro orecchi”. Ma il Cristianesimo non conosce l’immortalità dell’anima. Pertanto Paolo predicava l’immortalità come dono di Dio per mezzo di Gesù Cristo e la risurrezione dai morti: immortalità da ricercare e ottenere solo per mezzo della fede in Cristo, dai credenti in Gesù – immortalità solo per mezzo di Cristo e la risurrezione dei morti. Predicava che, senza il Vangelo, tutti gli uomini sono perduti e soggetti alla morte. Infatti, ai Greci scrisse: “Se il nostro vangelo è nascosto, è nascosto a coloro che sono perduti, nei quali il dio di questo mondo ha accecato le menti di coloro che non credono, affinché la luce del glorioso vangelo di Cristo, che è l’immagine di Dio, non risplenda loro”. (2corinzi 4:3,4). Egli predicò la Parola, non che l’anima sia “immortale e incorruttibile”, ma “l’anima che pecca, essa morirà“; (Ezechiele 18:4) che “i malvagi periranno“: (Salmo37:10) che “saranno come nulla”: che “ancora un poco e il malvagio non sarà più; sì, considererai diligentemente il suo posto, e non sarà più”: che “il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Gesù Cristo nostro Signore”. “Come io vivo”, dice il Signore Dio, “io non mi compiaccio della morte dell’empio, ma che l’empio si converta dalla sua via e viva; convertitevi, convertitevi dalle vostre vie malvagie! Perché dovreste morire?”
- L’egoismo, quindi, l’egoismo nell’orgoglio e nell’autoesaltazione, essendo la radice della filosofia dell’immortalità dell’anima, nella natura delle cose l’egoismo poteva essere l’unica radice di questa santificazione e glorificazione dell’anima attraverso tutti questi digiuni, punizioni o esercizi di qualsiasi tipo impiegati per deprimere il corpo ed esaltare l’anima, così da realizzare la separazione dell’anima dal corpo e consentirle di raggiungere l’alto destino prescritto nella filosofia. Di conseguenza, l’analisi della vita monastica è chiaramente solo la propria giustizia: “Egoismo enorme che diventa la regola della vita”. – (Draper. “Intellectual Development of Europe”, vol.I, cap.14, par.7 dalla fine). La meta dell’anima doveva essere raggiunta esclusivamente con i propri sforzi. Le regole per guidarli verso questa meta erano di loro creazione. Si prescrivevano da soli regole con cui dovevano liberarsi da se stessi. E, poiché una legge senza pena non aveva alcun valore, era perfettamente logico che, per la violazione delle regole che loro stessi si erano prescritti, si imponessero pene in penitenze e punizioni terribili, nella misura in cui più probabilmente avrebbero impedito qualsiasi ulteriore violazione delle regole o qualsiasi reiterazione dell’azione o del pensiero proscritto. Ma tutte le loro regole erano divieti di ciò che era intrinsecamente in loro potere di fare; tutte le loro proscrizioni riguardavano cose che erano essenzialmente imposte da loro stessi; ed è impossibile per un uomo, attraverso qualsiasi legge, pena o condanna imposta su se stesso, impedirsi di desiderare di fare ciò che è in lui di fare. In altre parole, è impossibile per qualsiasi essere finito liberarsi da se stesso. E quando, nella sua orgogliosa stima, qualcuno conclude di essersi liberato da se stesso, proprio nell’orgoglio e nell’autoglorificazione di ciò che ritiene di aver compiuto, il sé viene magnificato più che mai. Ed è esattamente questo il percorso compiuto nel sistema egocentrico della filosofia dell’immortalità dell’anima e della sua manifestazione logica nel monastero. [97]
- C’è una via di liberazione da sé stessi. È la via di Cristo e della fede in Cristo che è “la Via”. E così è scritto: “Abbiate in voi lo stesso sentimento che fu anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso”. (Filippesi 2:5,6, R.V.), Egli, essendo divino e completo in tutte le perfezioni, poteva svuotarsi e conservare tuttavia la Sua divina umiltà. Poteva svuotarsi con successo senza alcuna macchia di autoesaltazione. E, avendo compiuto ciò in Sé stesso, affinché si compisse lo stesso in tutta l’umanità; avendo svuotato Se stesso, affinché ogni uomo fosse svuotato di sestesso; ora a ogni uomo giunge la parola: “Abbiate in voi lo stesso sentimento che fu anche in Cristo Gesù, il quale… spogliò Se stesso”. Non pensate di essere uguali a Dio: non pensate di essere immortali: non pensate che l’uguaglianza con Dio sia qualcosa da afferrare e mantenere saldamente. Ma “abbiate in voi lo stesso sentimento che fu anche in Cristo Gesù, il quale… spogliò Se stesso”. E quello spirito che era in Cristo compirà in voi esattamente ciò che compì in Lui: svuoterà voi stessi. Diventate anche voi “obbedienti fino alla morte, e alla morte di croce”, per mezzo della quale il mondo sarà crocifisso a voi, e voi al mondo; e così sarete liberati “da questo presente mondo malvagio, secondo la volontà di Dio e di Gesù Cristo nostro Signore”. (Galati 1:4) E tutto questo senza alcuna regola, penitenza o punizione; ma per la potenza divina della giustizia di Dio, che, di fede in fede, è rivelata nel Vangelo di Cristo.(Romani 1:15,16).
- La frenesia del fanatismo a cui giunsero i devoti del monachesimo fu solo la misura della popolarità che la filosofia del monachesimo aveva acquisito. E così la professione monastica divenne il modello di ogni virtù: presso l’ordine clericale, presso re e imperatori, e presso la moltitudine. Coloro che non appartenevano all’ordine monastico, per avere un qualche riconoscimento, erano obbligati a imitare, o almeno a ostentare di imitare, la condotta dei monaci, per quanto possibile senza che diventassero effettivamente monaci. E una cosa in particolare che veniva richiesta, e con una forza che non ammetteva alcun rifiuto, era il celibato del clero.
- “Il matrimonio era permesso a tutto il clero, dal rango più alto a quello più basso. Eppure coloro che vivevano nel celibato erano considerati più santi ed eccellenti. Era infatti convinzione generale che coloro che vivevano nel matrimonio fossero molto più esposti agli assalti degli spiriti maligni rispetto agli altri: ed era di immensa importanza che nessuno spirito impuro o maligno assalisse la mente o il corpo di chi doveva istruire e governare gli altri. Tali persone, quindi, desideravano, se possibile, non avere nulla a che fare con la vita coniugale. E questo, molti membri del clero, soprattutto in Africa, si sforzavano di realizzarlo con la minima violenza alle loro inclinazioni; infatti accoglievano nelle loro case, e persino nei loro letti, alcune di quelle donne che avevano fatto voto di castità perpetua, affermando tuttavia, con la massima religiosità, di non avere rapporti vergognosi con loro. Tali legami erano considerati un matrimonio dell’anima, senza il matrimonio del corpo. Queste concubine erano chiamate dai Greci “suneisaktoi” [plurale di “suneisaktos”, introdotte insieme; governanti di un sacerdote – Liddell e Scott], e dai Latini mulieres subintroductae [donne introdotte di nascosto].” – (Mosheim. Cent.III, part.II, par.7) [98]
- Inizialmente, tutti gli ordini monastici erano composti da laici. Ma, quando raggiunsero tali vette di popolarità e, quindi, di santità, molti di loro, per voce del popolo o persino per ordine degli imperatori, furono eletti all’ufficio clericale e persino alle cariche vescovili. All’inizio, inoltre, quando erano laici, anch’essi, come gli altri laici, erano soggetti alla giurisdizione episcopale della diocesi in cui si trovavano. Ma, a causa della loro grande popolarità e del loro immenso numero, divennero così potenti e, per la loro autoesaltazione, così arroganti che, a volte, sfidavano l’autorità dei vescovi; e non solo dei vescovi, ma persino degli imperatori; e, con la violenta e virulenta marea delle loro passioni, portavano tutto davanti a loro.
- I vescovi si risentirono di questo disprezzo per la loro autorità; risentimento che, a sua volta, i monaci provavano. Così, gradualmente, si sviluppò una condizione di continuo disaccordo tra il vescovado e gli ordini monastici. Nelle loro controversie con i vescovi, i monaci si appellavano invariabilmente al vescovo di Roma; e così, gradualmente, attraverso una piccola esenzione dopo l’altra, si giunse infine al punto in cui, per autorità del papa, i monaci furono completamente esenti da ogni giurisdizione episcopale e furono resi direttamente responsabili nei confronti del vescovo di Roma stesso. Ciò accrebbe notevolmente l’autostima dei monaci e portò al papa un vasto esercito che permeava tutta la cristianità – un esercito di fanatici che, per la loro stessa filosofia, erano abituati alle più selvagge difficoltà; e che quindi erano pronti ad attraversare il fuoco o il diluvio, e ad affrontare la morte in qualsiasi forma senza battere ciglio, al servizio del loro capo e per la propagazione della forma di religione che loro stessi avevano in gran parte contribuito a creare.
- Ciò diede al vescovo di Roma un esercito di devoti disposti a impiegare qualsiasi mezzo, persino il più selvaggio, per assicurarsi il riconoscimento della sua autorità e la conformità alla sua religione. Infatti, il loro “martirio volontario deve aver gradualmente distrutto la sensibilità sia della mente che del corpo; né si può presumere che i fanatici, che si tormentano, siano suscettibili di alcun vivo affetto per il resto dell’umanità. Un temperamento crudele e insensibile ha distinto i monaci di ogni epoca e paese: la loro severa indifferenza, che raramente viene mitigata dall’amicizia personale, è infiammata dall’odio religioso; e il loro zelo spietato ha amministrato strenuamente il sacro ufficio dell’Inquisizione”. – (Gibbon. “Decline and Fall of the Roman Empire”, cap.37, par.14).
Affinché questo possa essere visto esattamente per quello che è; e anche affinché si possa vedere quanto presuntuoso e del tutto vano e incoerente sia in realtà il “ragionamento” su cui si fonda l’immortalità dell’anima; l’argomentazione è qui tratta dallo stesso Platone:
Cos’è ciò la cui inerenza renderà vivo il corpo?
L’anima.
Ed è sempre così?
Sì, certo.
Allora, qualunque cosa l’anima possieda, giunge a questo portando la vita?
Sì, certamente. [A.T.Jones: ‘Questo può essere vero solo supponendo che l’anima abbia vita in sé, che sia autoesistente e uguale a Dio’]
E c’è un opposto alla vita?
C’è.
E qual è?
La morte.
E come chiamiamo quel principio che non ammette la morte?
L’immortalità.
E l’anima ammette la morte?
No.
Allora l’anima è immortale?
Sì.
E possiamo dire che questo è dimostrato?
Sì, ampiamente dimostrato.
Se l’immortale è anche imperituro, allora l’anima sarà imperitura oltre che immortale; ma in caso contrario, bisognerà fornire altre prove della sua immortalità.
Non c’è bisogno di altre prove; perché se l’immortale, essendo eterno, è destinato a perire, allora nulla è imperituro.
Sì, tutti gli uomini saranno d’accordo sul fatto che Dio, le forme essenziali della vita e l’immortalità in generale, non periranno mai.
Sì, tutti gli uomini, questo è vero; e quel che è di più, gli dei, se non sbaglio, così come gli uomini.
Visto che l’immortale è indistruttibile, anche l’anima, se è immortale, non deve essere imperitura?
Certamente.
Quindi, quando la morte colpisce un uomo, si può supporre che la sua parte mortale muoia, ma l’immortale esce dalla via della morte e si conserva sano e salvo?
Vero.
Allora, senza dubbio, l’anima è immortale e imperitura, e le nostre anime esisteranno davvero in un altro mondo?
Sono convinto e non ho altro da obiettare.
CAPITOLO 09 – LA CONTROVERSIA TEOLOGICA; IL CONCILIO DI EFESO
[99] Alessandria e Costantinopoli – La Deposizione di Crisostomo – Entrambi Appellano al Papa – Cirillo di Alessandria – Nestorio di Costantinopoli – Appello a Roma – Convocazione del Concilio Generale – Preliminari al Concilio – Condanna di Nestorio – Cirillo Corrompe la Corte e Vince – La Deificazione di Maria.
- Nella fondazione dell’Impero Ecclesiastico un elemento che è impossibile ignorare è la controversia teologica; un altro è la rivalità episcopale e l’ambizione di supremazia. Questi due elementi si combinavano facilmente: l’uno per promuovere l’altro, ed entrambi per contribuire all’esaltazione del vescovo di Roma.
- Questo perché in ogni controversia teologica, ciascuna parte si sforzava in ogni modo di avere il vescovo di Roma dalla propria parte e di aderire alla linea dottrinale sostenuta da quella parte; e quando la controversia veniva decisa da un concilio generale, la parte sconfitta faceva invariabilmente appello al vescovo di Roma: e in ogni contesa tra vescovi rivali, e soprattutto tra patriarchi rivali, accadeva lo stesso. In queste rivalità, che si manifestassero attraverso controversie teologiche o fossero per l’ambizione episcopale, gli appellanti, anche se erano imperatori, erano sempre pronti a usare qualsiasi titolo lusinghiero e a concedere qualsiasi onore, che fosse il più probabile per conquistare dalla loro parte il vescovo di Roma. E tali cose erano sempre molto gradite al vescovo di Roma: venivano sempre accettate da lui; nessuna di esse fu mai da lui dimenticata. E qualunque fosse la linea di condotta che il vescovo di Roma avrebbe preso riguardo alla causa, a prescindere dal titolo lusinghiero o dalla dignità concessa, tutte queste cose erano conservate gelosamente e utilizzate per sempre, come prove indiscutibili della sua supremazia, che fosse l’unica vera fonte di appello e che rivestisse assoluta dignità sotto ogni aspetto.
- Grazie al pio zelo di Teodosio, “l’unità della fede” era stata presumibilmente assicurata, poiché per decreto imperiale e repressione inquisitoriale, l’impero era stato reso cattolico. L’imperatore aveva fatto tutti gli sforzi possibili per garantire e anche per assicurare la pace della Chiesa. Ma la pace era ora lontana dalla Chiesa come lo era sempre stata, e molto più lontana dallo Stato di quanto non lo fosse mai stata prima. [100]
- A questo punto, tra i principali vescovati dell’impero, il desiderio di supremazia era diventato così totalizzante che ognuno esercitava ogni possibile influenza per sottomettere gli altri a sé. La rivalità, tuttavia, era più aspra tra il vescovado di Alessandria e quello di Costantinopoli. Tra le grandi sedi dell’impero, Alessandria aveva sempre occupato il secondo posto. Ora, tuttavia, Costantinopoli era la principale città imperiale; e il Concilio di Costantinopoli aveva ordinato che il vescovo di Costantinopoli detenesse il primo posto dopo il vescovo di Roma. Il partito alessandrino sosteneva che questa dignità fosse meramente onoraria e non comportasse alcuna giurisdizione. Roma, vedendo a cosa avrebbe portato il canone, si schierò con Alessandria. Costantinopoli, tuttavia, insistette fermamente affinché il canone conferisse la giurisdizione nella piena misura dell’onore. Il vescovo di Costantinopoli aspirava quindi alla completa occupazione del secondo posto, e Alessandria era estremamente gelosa di tale aspirazione.
- Teodosio morì nel 395 d.C. e gli succedettero i suoi due figli, Arcadio e Onorio, dai quali l’impero fu definitivamente diviso. Arcadio divenne imperatore d’Oriente e Onorio d’Occidente. Sebbene Arcadio salisse al trono e portasse il nome di “imperatore”, “l’Oriente era ora governato da donne ed eunuchi”. – ( Milman. “History of Christianity”, libro III, cap.9, par.36). Eutropio, un eunuco, era primo ministro di Arcadio. Alla morte di Nettario, Eutropio aveva portato da Antiochia e nominato vescovo di Costantinopoli un prete, Giovanni soprannominato Crisostomo, dalla bocca d’oro. Con l’esercizio della disciplina, Crisostomo si impegnò a purificare l’episcopato. Egli “espose con spietata indignazione i vizi e la venalità del clero, e li coinvolse tutti in un’unica accusa indiscriminata di simonia e licenziosità”. – (Milman. Idem, par.45). In un’avanzata episcopale attraverso la Lidia e la Frigia, depose tredici vescovi. Dichiarò la sua libera opinione “che il numero di vescovi che avrebbero potuto essere salvati era in proporzione molto piccola rispetto a quelli che sarebbero stati dannati”. – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.27, par.9, nota). Oltre a questo, e con ben più grave pericolo per sé stesso, si attirò l’inimicizia dei monaci, dichiarando con evidente verità che essi erano “la vergogna della loro santa professione”.
- Queste misure gli rivoltarono contro l’intero ordine ecclesiastico, che iniziò a tramare per la sua caduta. Ciò aprì la strada al vescovo di Alessandria per affermare nuovamente la sua autorità. Teofilo, un prelato violento e senza scrupoli, divenne ora vescovo di Alessandria e sposò immediatamente la causa dei malcontenti, che lo accettarono con orgoglio come loro capo.
- Un altro nuovo elemento fu ora aggiunto: Crisostomo non aveva limitato le sue denunce al clero e ai monaci, ma le aveva pronunciate contro le donne di corte, e in particolare contro l’imperatrice Eudossia, una giovane e bella donna di indole violenta, “che assecondava le sue passioni e disprezzava il marito”. – (Gibbon. Idem, par.13). Crisostomo la denigrò come un’altra Gezabele. Ella non era il tipo di donna che avrebbe accettato questo senza rispondere. Chiamò Teofilo a Costantinopoli per presiedere un concilio per deporre Crisostomo.Questo arrivò con un “coraggioso corpo di marinai egiziani” a proteggerlo e un seguito di vescovi per partecipare al concilio.
- Teofilo e i suoi seguaci si unirono ai nemici di Crisostomo, che contavano trentasei vescovi in tutto, e tennero il loro concilio in un luogo o tenuta chiamato Ad Quercem, presso la Quercia. Quattro volte il concilio convocò Crisostomo e inviò la seguente lettera:
“Il santo sinodo presso la Quercia a Giovanni: ci sono state consegnate lettere che lamentano innumerevoli offese da voi commesse. Venite, quindi, e portate con voi i sacerdoti Serapione e Tigrio, perché sono necessari.” (Befele, “History of the Church Councils”, sez.CXV, par.4). [101]
- Crisostomo, da parte sua, radunò un concilio di quaranta vescovi e inviò tre di loro e due sacerdoti con una lettera a Teofilo, dicendogli di non disturbare la Chiesa e che se, nonostante il Canone niceno, avesse voluto risolvere una controversia al di fuori della sua diocesi, avrebbe dovuto recarsi a Costantinopoli e “non come Caino, che spinse Abele a scendere in campo”. Nella lettera dichiarava anche che, poiché esisteva un’accusa contro Teofilo contenente settanta capi d’accusa, era lui che avrebbe dovuto essere chiamato a rendere conto piuttosto che presiedere un concilio per processare un altro; e inoltre che c’erano più vescovi nel concilio di Costantinopoli di quanti ce ne fossero con Teofilo alla Quercia. Nello stesso tempo scrisse privatamente ad altri vescovi alla Quercia dicendo loro che, se avessero escluso dal concilio i suoi nemici dichiarati, sarebbe comparso ogni volta che lo avessero desiderato; Ma in caso contrario, non si sarebbe presentato, nemmeno se lo avessero mandato a chiamare diecimila volte. In risposta a questa lettera, un notaio fu inviato a Crisostomo con un decreto imperiale che lo obbligava a “comparire al sinodo”, e contemporaneamente un sacerdote e un monaco portarono una nuova convocazione dal sinodo della Quercia. Crisostomo inviò quindi dei rappresentanti autorizzati alla Quercia. “Furono trattati brutalmente e il processo contro di lui fu avviato a pieno ritmo.” – (Hefele. Idem, par.6).
- Il concilio si riunì per due settimane, durante le quali formularono ventinove diverse accuse, tra le quali quelle considerate più gravi erano che avesse “somministrato il battesimo dopo aver mangiato” e, un’altra, che avesse “somministrato il sacramento a coloro che avevano rotto il digiuno in modo analogo”. – (Milman. “History of Christianity”, libro III, cap.9, par.46, nota). Fu condannato all’unanimità e, poiché si erano aggiunti altri vescovi, furono quarantacinque quelli che sottoscrissero il decreto.
- Dopo averlo deposto, fu necessario eseguire la sentenza, ma a causa della vigilanza della popolazione, ciò dovette essere fatto di notte. Per evitare una rivolta, e gli si consegnò segretamente agli ufficiali imperiali, che lo condussero attraverso il Bosforo e lo sbarcarono in un luogo vicino all’ingresso del Mar Nero. Teofilo e i suoi seguaci erano entrati in città e il giorno dopo, quando la popolazione apprese che Crisostomo era stato rapito, questa “si sollevò improvvisamente con una furia unanime e irresistibile. Teofilo fuggì; ma la folla promiscua di monaci e marinai egiziani fu massacrata senza pietà per le strade di Costantinopoli”. – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.32,par.11).
- La notte successiva ci fu un innocuo terremoto, ma fu prontamente sfruttato e utilizzato come prova dell’ira del Cielo contro la deposizione di Crisostomo. La stessa Eudossia, superstiziosa quanto gli altri, ne fu spaventata, e quando la folla si accalcò attorno al palazzo invocando la vendetta del Cielo e chiedendo il ritorno di Crisostomo, andò personalmente da Arcadio, ne chiese il richiamo e, per placare la popolazione, pubblicò una lettera “in cui negava ogni ostilità verso il prelato bandito e protestava di essere ‘innocente del suo sangue'”. – (Milman. “History of Christianity”, libro III, cap.9, par.50). [102]
- Crisostomo tornò trionfante. Tutta la città, uomini, donne e bambini, gli si riversò incontro. Le rive erano affollate; il Bosforo era pieno di imbarcazioni ed entrambe le rive erano splendidamente illuminate. Quando sbarcò, con inni di ringraziamento e canti di lode lo scortarono alla cattedrale. Crisostomo salì sul pulpito e pronunciò il seguente discorso:
“Cosa dirò? Benedetto sia Dio! Queste furono le ultime parole alla mia partenza, queste le prime al mio ritorno. Benedetto sia Dio! Perché ha permesso che la tempesta infuriasse. Benedetto sia Dio! Perché l’ha placata. Che i miei nemici vedano come la loro cospirazione abbia favorito la mia pace e ridondato a mia gloria. Prima, solo la chiesa era affollata, ora l’intero foro è diventato una chiesa. I giochi si celebrano nel circo, ma tutto il popolo si riversa come un torrente nella chiesa. Le vostre preghiere per me sono più gloriose di un diadema, sia le preghiere degli uomini che delle donne; perché in Cristo non c’è né maschio né femmina“. (Idem, par.51)
- Così esultante per la vittoria sui suoi avversari, proruppe più violentemente che mai nella condanna dell’imperatrice. La statua di Eudossia stava per essere eretta di fronte alla cattedrale. Sembra che questo dovesse essere eseguito in un giorno di festa, e in tali occasioni si indulgeva in danze, pantomime e ogni sorta di spettacoli teatrali. Crisostomo protestò con forza contro questa celebrazione, poiché il suo zelo “era sempre rivolto in modo particolare contro questi divertimenti idolatrici che spesso, confessa, prosciugavano la chiesa dei suoi ascoltatori”. – (Milman. Idem, par.54.) Le sue denunce furono riferite all’imperatrice come insulti personali nei suoi confronti. Minacciò di convocare un altro concilio e di farlo deporre di nuovo. Lui rispose con un sermone ancora più audace di tutti i precedenti, in cui la paragonò a Erodiade, esclamando:
“Di nuovo Erodiade delira; di nuovo si turba; di nuovo danza; e di nuovo desidera ricevere la testa di Giovanni su un vassoio”. (Socrates’3 “Ecclesiastical history”, libro VI, cap.18).
- L’imperatore lo sospese immediatamente e fu convocato un concilio che, sotto la guida di Teofilo, lo condannò nuovamente, ma con l’accusa di essersi opposto ai decreti del precedente sinodo e di aver violato i canoni della Chiesa riprendendo ed esercitando l’ufficio di vescovo, mentre era ancora sotto condanna di un concilio. La sentenza di esilio fu nuovamente pronunciata e un distaccamento di truppe barbariche fu condotto in città per assistere gli ufficiali imperiali nell’esecuzione della sentenza. Nel mezzo della solenne celebrazione del Venerdì Santo, nella grande chiesa di Santa Sofia, i militari si fecero strada non solo nella navata, ma anche fino all’altare, sul quale erano stati posti gli elementi consacrati. Molti fedeli furono calpestati; molti feriti dalle spade dei soldati: il clero fu trascinato in prigione; alcune donne, che stavano per essere battezzate, furono costrette a fuggire con i loro abiti disordinati: le acque del fonte battesimale furono macchiate di sangue; i soldati si accalcarono fino all’altare; si impadronirono dei vasi sacri come bottino; gli elementi sacri furono sparsi ovunque!… Costantinopoli per diversi giorni ebbe l’aspetto di una città presa d’assalto. Ovunque si radunassero i sostenitori di Crisostomo, venivano aggrediti e dispersi dai soldati; le donne furono esposte agli insulti e fu fatto un frenetico tentativo di assassinare il prelato. – (Milman. “History of Christianity”, libro III, cap.9, par.56)
- Crisostomo fu nascosto dai suoi amici, ma dopo un po’ riuscì a fuggire e si consegnò di nuovo. Di nuovo fu portato via dalla città di notte; e questa volta fu bandito – nel 404 d.C. – in una città chiamata Caucaso, sui monti dell’Armenia. E “proprio il giorno della sua partenza, alcuni amici di Giovanni appiccarono il fuoco alla chiesa, che, per mezzo di un forte vento da est, comunicava con il Senato”. – (Socrate. “Ecclesiastical history”, libro VI, cap.XVIII). [103]
- Non appena Crisostomo fu definitivamente congedato, Teofilo inviò al vescovo di Roma, Innocenzo I, la notizia della deposizione del vescovo di Costantinopoli. Anche Crisostomo, dal suo luogo di esilio, si rivolse al vescovo di Roma, rendendo conto del procedimento contro di lui e chiedendo a Innocenzo di “dichiarare nulli tali procedimenti malvagi, di dichiarare punibili secondo le leggi ecclesiastiche tutti coloro che vi avevano preso parte e di continuare a conservargli i segni della sua carità e comunione”. – (Bower. “History of the Popes”, Innocent I, par.8).
- Come prevedibile, Crisostomo chiese anche al vescovo di Roma di usare la sua influenza per convocare un concilio generale per risolvere la questione. Furono inviate lettere anche dal clero di Costantinopoli e dai vescovi che si schierarono con Crisostomo, chiedendo a Innocenzo di interessarsi al caso. Innocenzo rispose a entrambi affermando che ammetteva i vescovi di entrambe le parti alla sua comunione, e quindi non lasciava spazio a lamentele da entrambe le parti; e che il concilio che si stava considerando di fare non poteva essere influenzato a priori. Innocenzo si rivolse all’imperatore Onorio, chiedendogli di persuadere Arcadio ad accettare la convocazione di un concilio generale per risolvere la disputa e il contenzioso tra Crisostomo e Teofilo. Onorio scrisse tre lettere ad Arcadio, l’ultima delle quali era la seguente:
“Questa è la terza volta che scrivo alla vostra Mansuetudine implorandovi di correggere e rettificare l’iniquo procedimento che è stato condotto contro Giovanni, vescovo di Costantinopoli. Ma, a quanto mi risulta, nulla è stato fatto finora in suo favore. Avendo quindi molto a cuore la pace della Chiesa, che sarà accompagnata da quella del nostro impero, vi scrivo di nuovo per mezzo di questi santi vescovi e presbiteri, chiedendovi vivamente di ordinare ai vescovi orientali di riunirsi a Tessalonica. I vescovi occidentali hanno inviato cinque dei loro, due presbiteri della Chiesa romana e un diacono, tutti uomini di assoluta equità e completamente liberi da pregiudizi di favore e odio. Vi prego di accoglierli con il riguardo dovuto al loro rango e al loro merito. Se riterranno che Giovanni sia stato deposto giustamente, potranno separarmi dalla sua comunione; e voi dalla comunione degli orientali, se risulterà che è stato deposto ingiustamente. I vescovi occidentali hanno espresso molto chiaramente i loro sentimenti nelle numerose lettere che mi hanno scritto sull’argomento dell’attuale controversia. Di queste, ve ne mando due, una del vescovo di Roma, l’altra del vescovo di Aquileia; e con esse sono d’accordo anche gli altri. Una cosa devo soprattutto chiedere a vostra Mansuetudine: che obblighiate Teofilo di Alessandria a partecipare al concilio, per quanto contrario possa essere; poiché si dice che sia il primo e principale responsabile delle attuali calamità. Così il sinodo, senza incontrare ritardi o ostacoli, ripristinerà la pace e la tranquillità ai nostri giorni.” (Bower. Idem, par.14).
- Non solo le lettere di Onorio furono ignorate, ma i suoi ambasciatori furono insultati e maltrattati; quando lo venne a sapere, stava per dichiarare guerra, ma fu impedito da un’invasione dei barbari. Così, i tentativi di ottenere un concilio generale su questa questione fallirono. Quando Innocenzo lo venne a sapere, decise di schierarsi dalla parte di Crisostomo. Pubblicò quindi una lettera annunciando il fatto e separando dalla sua comunione Teofilo e tutti coloro che erano del suo partito. Crisostomo morì nel 407; ma la disputa fu continuata dal vescovo di Roma, che si rifiutò di comunicare con il nuovo vescovo di Costantinopoli, a meno che non avesse riconosciuto che Crisostomo era stato legittimo vescovo di quella città fino al giorno della sua morte. Poiché ciò avrebbe significato riconoscere che la sua elezione al vescovado di Costantinopoli era illegittima, Attico rifiutò; e la contesa si protrasse per altri sette anni, ma fu infine accomodata nel 414. [104]
- L’imperatrice Eudossia morì intorno al 405 d.C. L’imperatore Arcadio morì il 1° maggio del 408 d.C., lasciando un figlio, Teodosio II, di sette anni, erede al trono; e una figlia, Pulcheria, di dieci anni, che, dopo il 414 d.C., ricoprì il ruolo più importante negli affari dell’impero per quarant’anni. All’età di vent’anni, grazie alle arti di Pulcheria, Teodosio II sposò Eudossia, che aveva quasi otto anni più di lui, e il giovane incapace fu tenuto in una “perpetua infanzia, circondato solo da un corteo servile di donne ed eunuchi”, e governato da donne, eunuchi e monaci.
- La guerra con Crisostomo era finita, eppure le radici dell’amarezza e i semi del conflitto persistevano ancora tra Alessandria e Costantinopoli. E sebbene i due vescovi di queste due città fossero in armonia per quanto riguardava la confusione riguardo a Crisostomo, la stessa gelosia riguardo alla dignità delle rispettive sedi esisteva ancora, e presto esplose più violenta che mai. L’oggetto della successiva disputa era una questione di dottrina e, come quella sull’Homoousion, era così illusorio, e i contendenti credevano in modo così simile, eppure erano così determinati a non credere allo stesso modo, e gli uomini che la guidavano erano così arroganti e crudeli, che fin dall’inizio la contesa fu più violenta di qualsiasi altra che ci fosse stata fino ad allora.
- Nel 412 d.C., Cirillo, nipote di Teofilo, divenne vescovo di Alessandria. Fu uno degli uomini peggiori del suo tempo. Iniziò il suo episcopato chiudendo le chiese dei Novaziani, “i più innocenti e innocui tra i settari”, e prendendo possesso di tutti i loro ornamenti ecclesiastici e dei vasi consacrati, e spogliando il loro vescovo, Teopempto, di tutti i suoi beni. Né Cirillo si accontentava di esercitare funzioni strettamente episcopali come queste: aspirava all’autorità assoluta, sia civile che ecclesiastica.
- Scacciò gli ebrei, quarantamila in numero, distrusse le loro sinagoghe e permise ai suoi seguaci di spogliarli di tutti i loro beni. Oreste, prefetto d’Egitto, scontento per la perdita di un numero così elevato di persone ricche e industriose, protestò e inviò un rapporto all’imperatore. Anche Cirillo scrisse all’imperatore. Non giunse alcuna risposta dalla corte e il popolo esortò Cirillo a riconciliarsi con il prefetto, ma le sue proposte furono fatte in modo tale che il prefetto non le accolse. I monaci accorsero in massa dal deserto in numero di circa cinquecento per sostenere la causa di Cirillo.
- Oreste stava attraversando le strade sul suo carro. I monaci gli si accalcarono intorno, lo insultarono e lo denunciarono come pagano e idolatra. Oreste, pensando che forse lo pensassero, e sapendo che la sua vita era in pericolo, gridò di essere cristiano e di essere stato battezzato da Attico, vescovo di Costantinopoli. La sua difesa fu vana. In risposta, uno dei monaci scagliò una grossa pietra che lo colpì alla testa e [105] lo ferì a tal punto che il suo volto fu coperto di sangue. A quel punto tutte le sue guardie fuggirono per salvarsi la vita; ma la popolazione accorse in soccorso, scacciò i monaci e catturò colui che aveva lanciato la pietra. Il suo nome era Ammonio e il prefetto lo punì così severamente che poco dopo morì. “Cirillo ordinò che il suo corpo fosse portato via; gli onori di un martire cristiano furono prostituiti a questo insolente ruffiano, il suo panegirico fu pronunciato in chiesa e gli fu dato il nome di Taumasio, il meraviglioso.” (Milman. “History of Latin Christianity, libro II, cap.3, par.23).
- Ma il partito di Cirillo si spinse verso violenze ancora maggiori. A quel tempo c’era ad Alessandria un’insegnante di filosofia, una donna di nome Ipazia. Teneva lezioni pubbliche a cui partecipavano così largamente i notabili della città, che Cirillo si ingelosiva perché più persone andavano ad ascoltare le sue lezioni che a predicare. Era amica di Oreste, e si accusava anche che lei, più di ogni altro, fosse la causa del rifiuto di Oreste di riconciliarsi con Cirillo. Un giorno, mentre Ipazia attraversava la strada su un carro, fu aggredita da una folla di sostenitori di Cirillo, il cui capo era Pietro il Lettore. Fu strappata dal suo carro, spogliata nuda per strada, trascinata in una chiesa e lì picchiata a morte con un bastone da Pietro il Lettore. Poi la fecero a pezzi, e con delle conchiglie le raschiarono la carne dalle ossa, e gettarono i resti nel fuoco, nel marzo del 414 d.C.
- Questo era Cirillo, ora San Cirillo, vescovo di Alessandria. E oltre alla sua indole naturalmente tirannica e omicida, “la gelosia e l’animosità verso il vescovo di Costantinopoli erano un sacro lascito lasciato da Teofilo a suo nipote, e Cirillo amministrò fedelmente il fatale incarico”. – (Milman. Idem, par.21)
- Nel 428, fu nominato al vescovado di Costantinopoli un monaco di Antiochia, di nome Nestorio, che per malvagità di carattere era secondo solo a Cirillo di Alessandria. Nel suo sermone di ordinazione davanti alla grande folla, rivolse personalmente all’imperatore queste parole:
“Dammi, mio principe, la terra purificata dagli eretici, e ti darò il cielo come ricompensa. Aiutami a distruggere gli eretici, e io ti aiuterò a sconfiggere i Persiani”. (Socrates’s “Ecclesiastical History”, libro VII, cap.29).
- Il quinto giorno dopo, in conformità con questa proposta, Nestorio iniziò la sua opera di purificazione della terra dagli eretici. C’era un piccolo gruppo di ariani che si riuniva in una casa privata per il culto; questi furono sorpresi e aggrediti, e vedendo la casa fatta a pezzi e saccheggiata, le appiccarono il fuoco, che distrusse quell’edificio e molti altri adiacenti. Per questo motivo, Nestorio ricevette da entrambe le parti l’appropriato soprannome di “Incendiario”. Questo attacco contro gli ariani fu seguito furiosamente contro i quartodecimani, che celebravano la Pasqua in un giorno diverso dalla domenica cattolica; e anche contro i novaziani. L’autorità dell’imperatore frenò in qualche modo la sua furia contro i novaziani, ma essa infuriò indisturbata contro i quartodecimani in tutta l’Asia, la Lidia e la Caria, e moltitudini perirono nei tumulti da lui fomentati, soprattutto a Mileto e a Sardi. [106]
- E ora questi due uomini disperati, Nestorio e Cirillo, divennero i rispettivi paladini delle due fazioni di una controversia sulla fede della Chiesa Cattolica, riguardante se Maria fosse o meno la madre di Dio. Nella lunga disputa e nelle sottili distinzioni sulla natura del Figlio di Dio, se essa fosse della stessa sostanza del Padre o solo sostanza simile a quella del Padre, Cristo era stato completamente rimosso al di là della comprensione del popolo. E a causa del carattere disperato e dell’indole crudele degli uomini che portavano avanti la controversia come rappresentanti di Cristo, i membri della Chiesa avevano paura di Lui. E ora, invece di Gesù che si presentava come mediatore tra gli uomini e Dio, Egli fu rimosso così lontano e rivestito di un aspetto così minaccioso, che divenne necessario avere un mediatore tra gli uomini e Cristo. E in questo luogo fu posta la Vergine Maria.
- Ciò diede origine alla domanda su quale fosse l’esatto rapporto di Maria con Cristo. Era effettivamente la madre della divinità di Cristo, e quindi la madre di Dio? O era solo la madre dell’umanità di Cristo? Già da parecchio tempo la questione era dibattuta, e tra un popolo i cui antenati da secoli erano devoti adoratori delle dee madri – Diana e Cibele – il titolo di “Madre di Dio” era accolto con gioia e strenuamente sostenuto. Un partito parlava di Maria come “genitrice di Dio”; il partito opposto la chiamava solo “genitrice di uomini”; mentre un terzo partito, che si frapponeva tra i due, cercava di farla parlare a tutti come “genitrice di Cristo”.
- Come già detto, questa questione era già stata dibattuta a lungo, ma quando due personaggi come Cirillo e Nestorio se ne occuparono, divenne rapidamente la questione più importante e l’argomento più ricorrente. Nestorio la iniziò nel suo primo sermone dopo essere diventato vescovo di Costantinopoli. Negò che Maria potesse essere propriamente chiamata la Madre di Dio. Alcuni dei suoi sacerdoti si ritirarono immediatamente dalla comunione e iniziarono a predicare contro la sua eresia, e anche i monaci accorsero. Nestorio li denunciò tutti come uomini miserabili, chiamò le guardie e ne fece fustigare e imprigionare alcuni, soprattutto diversi monaci che lo avevano accusato presso l’imperatore. Da qui la controversia si diffuse rapidamente e Cirillo, spinto da una gelosia naturale e ereditaria, venne in soccorso in difesa del titolo di “Madre di Dio”. “Cirillo d’Alessandria, per coloro che considerano la severa e intransigente affermazione di certi principi cristiani l’unica suprema virtù cristiana, può essere l’eroe, persino il santo: ma mentre ambizione, intrighi, arroganza, rapacità e violenza sono banditi come mezzi non cristiani – barbarie, persecuzione e spargimento di sangue come malvagità empia e non evangelica – i posteri condanneranno l’ortodosso Cirillo come uno dei peggiori eretici contro lo spirito del Vangelo.” — (Milman. “History of Latin Christianity”, libro II, cap.3, par.20).
- Non è necessario esporre in questo libro le argomentazioni blasfeme di entrambe le parti. Basti dire che in questa controversia, come in quella riguardante l’Homoousion, l’intera disputa verteva solo su parole e termini. Ciascuno decise che l’altro avrebbe dovuto esprimere la dottrina controversa con le proprie parole e idee, mentre lui stesso non poteva esprimere chiaramente le proprie idee con parole diverse da quelle degli altri. “Non vi fu mai un caso in cui le parti contendenti si avvicinassero così tanto. Entrambi sottoscrissero, entrambi si appellarono al Credo niceno; entrambi ammettevano la preesistenza, l’impassibilità del Verbo Eterno; ma il fatale dovere… di considerare la scoperta dell’eresia il primo degli obblighi religiosi, mescolato, com’era, alle passioni e agli interessi umani, rese la rottura irreparabile.” – (Milman. Idem, par.15). [107]
- Cirillo chiese a Nestorio di dichiarare Maria come madre di Dio, senza alcuna distinzione, spiegazione o qualificazione. E poiché Nestorio non acconsentì, Cirillo lo denunciò ovunque come eretico, sollevò il popolo di Costantinopoli contro di lui e inviò lettere all’imperatore, all’imperatrice e a Pulcheria, per dimostrare loro che la Vergine Maria “doveva essere chiamata” madre di Dio. Dichiarò che contestare un tale titolo era una grave eresia e, con l’adulazione e dichiarando che chiunque contestasse questo titolo era indegno della protezione della famiglia imperiale, cercò di far sì che la corte si schierasse immediatamente dalla sua parte contro Nestorio. Ma Nestorio era avvantaggiato rispetto alla corte, perché era presente a Costantinopoli.
- Anche tra Cirillo e Nestorio si scambiarono lettere accese, ed entrambi inviarono lettere a Celestino, vescovo di Roma. Nestorio inviò la sua prima lettera, ma la scrisse in greco, e Celestino dovette inviarla in Gallia per farla tradurre in latino, in modo da poterla leggere. Prima che la lettera di Nestorio fosse restituita dalla Gallia, era arrivata quella di Cirillo, scritta in latino; con la quale aveva anche inviato alcuni dei sermoni di Nestorio che aveva tradotto in latino a beneficio di Celestino. Inoltre, citò Atanasio e Pietro di Alessandria, che avevano attribuito a Maria il titolo di Madre di Dio. Celestino convocò un concilio a Roma nel 430 d.C. Le lettere e i documenti di Cirillo e Nestorio furono letti, dopodiché Celestino tenne un lungo discorso per dimostrare che “la Vergine Maria era veramente la Madre di Dio”. Sostenne le sue opinioni con citazioni dei vescovi orientali, che Cirillo aveva citato, e anche dei suoi predecessori Damaso e Ilario, e di Ambrogio di Milano, che ogni anno il giorno di Natale aveva fatto cantare al popolo un inno in onore di Maria, in cui veniva chiamata Madre di Dio.
- Il concilio dichiarò che Nestorio era “l’autore di una nuova e pericolosissima eresia”, lodò Cirillo per essersi opposto, dichiarò la dottrina di Cirillo rigorosamente ortodossa e condannò alla deposizione tutti gli ecclesiastici che si fossero rifiutati di adottarla. Celestino trasmise a Nestorio la decisione del concilio e, a nome del concilio e a proprio nome, gli ordinò pubblicamente di rinunciare alle sue opinioni eretiche, con una giustificazione scritta, entro dieci giorni dal ricevimento di quella lettera, altrimenti sarebbe incorso nella pena della scomunica. Lo stesso giorno anche Celestino scrisse una lettera a Cirillo, nominandolo suo agente per l’esecuzione della decisione del concilio e autorizzandolo, in nome e con l’autorità della Sede Apostolica, a scomunicare e deporre Nestorio, se entro dieci giorni non avesse ritrattato. Altre lettere furono inviate contemporaneamente al clero e ai laici di Costantinopoli e ai principali vescovi d’Oriente, esortandoli alla fermezza nella fede e dichiarando che chiunque Nestorio avesse scomunicato o deposto a causa di questa questione, sarebbe stato considerato in comunione con il vescovo di Roma.
- Tutte queste lettere furono inviate a Cirillo, il quale, dopo averle ricevute, convocò un concilio dei vescovi egiziani e redasse dodici proposizioni con le rispettive maledizioni, che Nestorio avrebbe dovuto firmare se avesse obbedito alla sentenza del concilio di Roma e avesse ritrattato le sue opinioni. Si richiedeva inoltre che Nestorio non solo riconoscesse il credo di Nicea, ma che dovesse aggiungere una dichiarazione scritta e giurata di averlo fatto, e che avrebbe condannato tutte le sue precedenti “affermazioni perniciose e empie”, e che in futuro avrebbe accettato di “credere e insegnare le stesse cose di Cirillo, del sinodo e dei vescovi d’Oriente e d’Occidente”. – (Hefele. “History of the Church Councils”, sez.CXXXI, par.1). [108]
- Tutto questo, insieme al decreto del Concilio di Roma, fu inviato da quattro vescovi a Nestorio a Costantinopoli. Questi vescovi, per dare la massima dimostrazione possibile della loro autorità, si recarono in cattedrale la domenica, all’ora del servizio pubblico, e consegnarono i documenti a Nestorio, mentre questi celebrava il principale servizio della giornata. In risposta a questi decreti, Nestorio, in un sermone pronunciato il sabato successivo, dichiarò che, per mantenere la pace e la tranquillità della Chiesa, “era pronto a concedere il titolo di ‘Madre di Dio’ alla Vergine Maria, a condizione che non si intendesse altro che l’uomo nato da lei fosse unito alla Divinità”. Ma Cirillo insistette affinché adottasse le dodici proposizioni e le relative maledizioni inviate dal Sinodo di Alessandria. Come risposta finale, Nestorio elaborò quindi dodici controproposizioni con le rispettive maledizioni, che chiese a Cirillo di sottoscrivere.
- Era ormai la metà di dicembre del 430. Per tutto il tempo in cui queste contese erano andate avanti, entrambe le parti avevano chiesto un concilio generale; e già il 19 novembre gli imperatori Teodosio II e Valentiniano III avevano emesso lettere ordinando che un concilio generale si riunisse a Efeso nella primavera del 431.
- Di tutti i luoghi al mondo, Efeso era proprio quello che sarebbe stato più vicino all’impossibilità di ottenere qualcosa di simile a un equo esame della questione. Come per la Diana antica, la Vergine Maria era ora la patrona di Efeso; e i cattolici, anche i più infedeli, le erano più fanaticamente devoti di quanto persino i pagani di Efeso lo fossero stati a Diana. Ma un equo esame della questione, o in realtà un vero e proprio esame, non era nelle intenzioni di Celestino e Cirillo. La loro unica intenzione era la resa incondizionata o la condanna di Nestorio. Cirillo fu nominato da Celestino a presiedere il concilio. Si rivolse a Celestino, chiedendogli se a Nestorio fosse consentito di sedere come membro del concilio. Celestino gli disse che avrebbe dovuto fare tutto il possibile per riportare la pace nella Chiesa e convincere Nestorio alla verità: ma che se Nestorio fosse stato assolutamente deciso a non farlo, “allora avrebbe dovuto raccogliere ciò che, con l’aiuto del diavolo, aveva seminato”. – (Hefele. Idem, sez.CXXXIII).
- Celestino inviò anche una lettera all’imperatore Teodosio II, affermando che non poteva partecipare personalmente al concilio, ma che vi avrebbe preso parte tramite dei commissari. Desiderava che l’imperatore “non permettesse innovazioni, né turbasse la pace della Chiesa. Anzi, considerasse gli interessi della fede superiori a quelli dello Stato e la pace della Chiesa molto più importante della pace delle nazioni”. Le istruzioni di Celestino ai suoi commissari erano dello stesso tenore. Comandò loro di “attenersi rigorosamente a Cirillo”, ma allo stesso tempo di assicurarsi di “preservare la dignità della Sede Apostolica”. Fu loro ordinato di partecipare a tutte le riunioni del concilio, tuttavia di non prendere parte ad alcuna discussione, ma di “esprimere giudizi” sulle opinioni altrui. E infine, la lettera che Celestino inviò tramite questi legati ai vescovi in concilio li esortava a “preservare la vera fede” e si concludeva con queste parole: “I legati saranno presenti ai lavori del sinodo e daranno esecuzione a quanto il papa ha da tempo deciso riguardo a Nestorio; poiché non dubita che i vescovi riuniti saranno d’accordo con questo”. (Idem, par.3).
- Nessuno dei due imperatori era presente al concilio, ma nominarono congiuntamente il conte Candidiano, capitano della guardia imperiale, come “Protettore del Concilio”. Nestorio arrivò con sedici vescovi, accompagnato da una guardia armata composta da inservienti [*ai bagni /terme] di Costantinopoli e da un’orda di paesani. Oltre a ciò, per speciale favore dell’imperatore, un ufficiale, Ireneo, con un corpo di soldati, fu nominato per proteggerlo. Cirillo arrivò con cinquanta vescovi egiziani, diversi inservienti, “una moltitudine di donne” da Alessandria e i marinai della sua flotta su cui poteva contare. Giunto a Efeso, fu raggiunto da Memnone, vescovo di quella città, con cinquantadue vescovi e una folla di contadini che aveva attirato in città. Giovenale, vescovo di Gerusalemme, arrivò con i suoi vescovi subordinati, di cui non conosciamo il numero; anche questi erano ostili a Nestorio e si unirono a Cirillo e Memnone. Altri giunsero da Tessalonica, Apamea e Ieropoli e, all’apertura del concilio, erano presenti centonovantotto vescovi, inclusi i legati del papa, escluso Nestorio. Giovanni di Antiochia, con i vescovi della sua diocesi, era in viaggio, ma non raggiunse Efeso prima della conclusione della parte conciliare di Cirillo.
- Il concilio avrebbe dovuto riunirsi il 7 giugno 431, ma a causa di ritardi da parte dei vescovi di Gerusalemme, Tessalonica e Antiochia, non si aprì fino al 22 giugno, e anche allora i vescovi di Antiochia non erano ancora arrivati. Tutto il tempo fu però impiegato in dispute preliminari, conquistando sostenitori e mobilitando la popolazione. Poiché Cirillo aveva dalla sua parte la grande maggioranza dei vescovi e poiché la città era già devota alla “Madre di Dio”, Nestorio era in grave svantaggio, e i suoi nemici non esitarono a farglielo sapere e a farglielo sentire. Cirillo predicò un sermone in cui rese il seguente tributo idolatrico a Maria: “Benedetta tu, o Madre di Dio! Tu, ricco tesoro del mondo, lampada inestinguibile, corona di verginità, scettro di vera dottrina, tempio imperituro, dimora di Colui che nessuno spazio può contenere, madre e vergine, per mezzo della quale esiste Colui che viene nel nome del Signore. Benedetta tu, o Maria, che hai accolto nel tuo grembo l’Infinito; tu per mezzo della quale la beata Trinità è glorificata e adorata, per mezzo della quale la preziosa croce è adorata in tutto il mondo, per mezzo della quale il cielo gioisce e gli angeli e gli arcangeli sono lieti, per mezzo della quale il diavolo è disarmato e bandito, per mezzo della quale la creatura caduta è restituita al cielo, per mezzo della quale ogni anima credente è salvata”. (Schaff’s “History of the Christian Church”, Vol.III, sez.CLXXI, par.10).
- Cirillo e il suo partito insistettero affinché il concilio fosse aperto senza ulteriori indugi. Poiché l’imperatore aveva richiesto in particolare la presenza di Giovanni di Antiochia, Nestorio insistette per attendere il suo arrivo; e Candidiano lo sostenne. Cirillo rifiutò, e lui e i suoi sostenitori si riunirono nella chiesa della Vergine Maria per procedere con il concilio. Non appena il conte Candidiano lo seppe, si precipitò in chiesa per proibirlo, e lì cadde in una trappola ecclesiastica. Dichiarò che stavano agendo in violazione del rescritto imperiale che avrebbe dovuto guidare il concilio. Risposero che, non avendo visto il rescritto, non sapevano cosa richiedesse loro. Il conte lo lesse loro. Era proprio ciò che volevano. Dichiararono che la lettura del rescritto legalizzava la loro riunione! Lo accolsero con “clamori forti e leali”, dichiararono il concilio iniziato e ordinarono al conte di ritirarsi da un’assemblea in cui non aveva più alcun ruolo legale. [110]
- Candidiano protestò contro l’iniquità del procedimento; e poi, egli stesso afferma, lo espulsero “ingiustamente e ignominiosamente”. Successivamente espulsero tutti i vescovi, sessantotto in numero, che erano noti per favorire Nestorio, “e quindi iniziarono i loro lavori come legittimo Senato della Cristianità”. – (Milman. “History of Latin Christianity”, libro II, cap.3, par.49).
- Uno dei preti di Cirillo era segretario e aprì formalmente i lavori del concilio leggendo una relazione sulla controversia che li aveva riuniti. Poi fu letta la lettera dell’imperatore che convocava il concilio. Inviarono quattro vescovi a notificare a Nestorio la sua presenza. Egli si rifiutò cortesemente di riconoscere la legittimità della loro assemblea. Fu inviata una seconda deputazione di quattro vescovi, i quali tornarono con la notizia che le guardie non avevano permesso loro di avvicinarsi a lui, ma ricevettero dai suoi attendenti la stessa risposta di prima. Fu inviata una terza deputazione di quattro vescovi, i quali tornarono con la notizia di essere stati costretti al sole cocente, senza ricevere alcuna risposta. Dopo aver fatto un così intenso tentativo di avere Nestorio presente, ma invano, iniziarono “con tristezza” il procedimento senza di lui.
- Fu letto per primo il Credo niceno, poi la lettera di Cirillo a Nestorio, con le dodici proposizioni e le relative maledizioni, tutte solennemente confermate da tutti i vescovi in successione.
- Poi fu letta la lettera di Nestorio a Cirillo, con le dodici controproposizioni e le relative maledizioni. Uno dopo l’altro i vescovi si alzarono e dichiararono blasfeme le proposizioni, pronunciando con veemenza le maledizioni che le accompagnavano. Poi, una volta completato l’elenco, si alzarono tutti e, con un potente ruggito che fece echeggiare e riecheggiare gli archi della grande chiesa, gridarono: “Anatema a chi non anatematizza Nestorio! Anatema! Anatema! Il mondo intero si unisce nella scomunica! Anatema a chi è in comunione con Nestorio!”. (Idem, par.22).
- Poi furono lette le lettere di Celestino, che lo condannavano, che furono inserite negli atti del concilio. Seguì la lettura di dichiarazioni tratte dagli scritti di Atanasio, Pietro d’Alessandria, Giulio I, Felice I di Roma, Teofilo d’Alessandria, Cipriano e Ambrogio. Gregorio Nazianzeno, Basilio Magno, Gregorio di Nissa, Attico di Costantinopoli e Anfilochio di Iconio, tutti concordi nel sostenere che Maria fosse la madre di Dio. Allora le anime pie e dal cuore tenero, secondo le loro stesse parole, procedettero “con molte lacrime a questa dolorosa sentenza”:
“Poiché, tra le altre cose, l’empio Nestorio non ha obbedito a nessuna citazione e non ha ricevuto i santi vescovi che gli erano stati inviati da noi, siamo stati costretti a esaminare le sue empie dottrine. Abbiamo scoperto che aveva sostenuto e pubblicato dottrine empie nelle sue lettere e nei suoi trattati, così come nei discorsi che ha tenuto in questa città e che sono stati testimoniati. Sollecitati dai canoni e in conformità con la lettera del nostro santissimo padre e conservo Celestino, vescovo di Roma, siamo giunti, con molte lacrime, a questa dolorosa sentenza contro di lui, vale a dire che il nostro Signore Gesù Cristo, che Egli ha bestemmiato, decreta tramite il santo sinodo che Nestorio sia escluso dalla dignità episcopale e da ogni comunione sacerdotale”. [111]
- Questa sentenza fu firmata da tutti i vescovi, che la inviarono a Nestorio con l’indirizzo: “A Nestorio, un secondo Giuda”. Tutti questi provvedimenti, dalla visita e dalla protesta di Candidiano all’avviso a Nestorio, furono portati a termine in un solo giorno e in una lunga seduta. Era ormai notte. Furono inviati banditori in tutta la città per affiggere i decreti del concilio e annunciare la lieta notizia che Maria era davvero la madre di Dio. Ovunque furono accolti da grida di gioia fragorose. La folla si riversò nelle strade e si riversò verso la chiesa. Con torce accese scortarono i vescovi alle loro dimore, preceduti dalle donne che bruciavano incenso. L’intera città fu illuminata e i canti e le esultanze continuarono fino a notte fonda. Le dimostrazioni superarono di gran lunga quelle dei loro antenati, i quali, quando tentarono di uccidere l’apostolo Paolo, “tutti a una sola voce per circa due ore gridarono: Grande è la Diana degli Efesini”.
- Cinque giorni dopo, Giovanni di Antiochia arrivò con i suoi vescovi e rimase molto sorpreso nell’apprendere che il concilio era terminato. Riunì una cinquantina di vescovi, che condannarono all’unanimità le dottrine di Cirillo e i procedimenti del concilio, e dichiararono maledetti tutti i vescovi che vi avevano preso parte. Cirillo e Memnone risposero con contro-maledizioni. Arrivarono lettere da Celestino e il concilio di Cirillo si riunì formalmente per riceverle. Quando furono lette, l’intera assemblea si alzò e di nuovo gridò a una sola voce: Il concilio rende grazie al secondo Paolo, Celestino; alsecondo Paolo, Cirillo; a Celestino, protettore della fede; a Celestino, unanime con il concilio. Un Celestino, un Cirillo, una sola fede in tutto il concilio, una sola fede in tutto il mondo.” (Milman’s “History of Latin Christianity”, libro II, cap.3, par.56).
- Il concilio di Cirillo inviò quindi messaggeri con proposte a Giovanni, che si rifiutò di riceverli. Quindi il concilio dichiarò annullati tutti gli atti del concilio di Giovanni, e lo depose e scomunicò insieme a tutti i vescovi del suo partito. Giovanni minacciò di eleggere un nuovo vescovo di Efeso al posto di Memnone, che il suo concilio aveva deposto. Un gruppo cercò di forzare l’ingresso nella cattedrale; ma trovandola difesa da Memnone con una forte guarnigione, si ritirò. Le forze di Memnone condussero una forte sortita e li spinsero per le strade con bastoni e pietre, ferendone pericolosamente molti.
- Dopo aver appreso che il concilio si era tenuto e che Nestorio era stato deposto prima dell’arrivo di Giovanni d’Antiochia, una lettera era stata inviata dalla corte, ma non era pervenuta fino a questo punto della controversia. Questa lettera annullava tutti i lavori del concilio e imponeva una riconsiderazione della questione da parte dell’intera assemblea dei vescovi ora presenti. La lettera annunciava anche la nomina di un altro funzionario imperiale, uno dei più alti funzionari dello Stato, per assistere il conte Candidiano. [112]
- La corte non aveva reso noti a Costantinopoli i lavori del concilio e la deposizione di Nestorio. Cirillo inviò un messaggio segreto ai monaci di Costantinopoli, annunciando che Nestorio era stato deposto e scomunicato. L’obiettivo era quello di istigare quei fanatici a influenzare la corte. Il debole Teodosio II nutriva un grande timore reverenziale di fronte alla santità dei monaci. “Il suo palazzo era così regolato che differiva poco da un monastero.” Nel 422 morì uno di questi, noto per quel tipo di santità che si addice a un monaco, e Teodosio si assicurò “la sua tonaca di sacco di pelo, che, sebbene fosse eccessivamente sporca, indossava come mantello, sperando di diventare in qualche modo partecipe della santità del defunto”. – (Socrate. “Ecclesiastical History”, libro VII, cap.22). E ora, ricevuto il messaggio di Cirillo, un certo Dalmazio, famoso per la sua turpe santità, lasciò la sua cella e si mise a capo di tutta la schiera di monaci e archimandriti di Costantinopoli e dintorni. Marciarono solennemente per le strade e, ovunque passassero, la popolazione proruppe in maledizioni contro Nestorio. Marciarono verso il palazzo e si attardarono alle porte; ma l’influenza principale a corte era ancora favorevole a Nestorio e le loro dimostrazioni non ebbero effetto immediato.
- Nel frattempo i resoconti di entrambe le parti erano giunti a corte. Teodosio, dopo aver esaminato entrambi i resoconti, li approvò entrambi e dichiarò che Nestorio, Cirillo e Memnone fossero tutti e tre deposti. Quanto alla loro fede, li dichiarò “tutti e tre ugualmente ortodossi”, ma li depose come punizione che, a suo dire, tutti e tre meritavano in egual misura, essendo i principali artefici di continui disordini.
- Il nuovo commissario imperiale fu inviato a Efeso con la lettera che annunciava la decisione dell’imperatore. Non appena arrivò, convocò i vescovi al suo cospetto. Memnone si rifiutò di comparire. Di quelli che si presentarono, tuttavia, non appena arrivarono, ciascuna delle due parti iniziò a denunciare l’altra. Cirillo e il suo partito dichiararono insopportabile la presenza di Nestorio e chiesero che fosse cacciato via. Il partito di Nestorio e Giovanni di Antiochia chiesero con altrettanta severità che Cirillo venisse espulso. Poiché nessuna delle due parti poteva ottenere ciò che voleva, iniziarono a combattere. Il commissario imperiale dovette ordinare ai suoi soldati di separare i vescovi pugilatori e di porre fine allo scontro. Quando l’ordine fu così imposto, furono lette le lettere imperiali. Non appena fu letta la sentenza di deposizione contro Cirillo e Memnone, il tumulto ricominciò e un altro scontro fu impedito solo con l’arresto dei tre capi. Nestorio e Giovanni di Antiochia si sottomisero senza rimostranze; ma Cirillo pronunciò un discorso “in cui si presentava come vittima di persecuzione, incorsa per innocenza apostolica e sopportata con rassegnazione apostolica”, e poi cedette alla “inevitabile necessità”. Memnone fu braccato e anche lui preso in custodia. Cirillo fuggì e, con la sua guardia del corpo composta da inservienti [*ai bagni/terme], donne e marinai, salpò per Alessandria.
- L’imperatore ordinò poi che otto vescovi di ciascun partito si presentassero al suo cospetto a Costantinopoli. Furono inviati, ma, a causa del temperamento disperato dei monaci di Costantinopoli, fu ritenuto pericoloso per loro entrare in città, e quindi furono fermati a Calcedonia, sulla sponda opposta del Bosforo. Lì l’imperatore li incontrò. Tutta l’estate era stata trascorsa in queste contese del concilio, ed era ormai il 4 settembre quando l’imperatore concesse loro la prima udienza. Quattro volte l’imperatore li fece comparire davanti a sé e li ascoltò attentamente. Sembrava così decisamente favorevole al partito di Nestorio, che pensavano che la vittoria fosse già stata conquistata. Ne erano così certi che inviarono persino lettere al loro partito a Efeso, ordinando loro di inviargli un messaggio di ringraziamento per la sua gentilezza. [113]
- Ma al quinto incontro tutte le loro brillanti prospettive furono infrante. Cirillo, dal suo incarico ad Alessandria, aveva inviato migliaia di libbre d’oro, con istruzioni a Massimiano, vescovo di Costantinopoli, di aggiungervi non solo le ricchezze di quella Chiesa, ma anche il suo massimo sforzo personale per risvegliare “il languido zelo della principessa Pulcheria nella causa di Cirillo, per propiziare tutti i cortigiani e, se possibile, soddisfare la loro rapacità”. – (Milman. “History of Latin Christianity”, libro II, cap.3, par.64). Poiché l’avarizia era una delle passioni dominanti degli eunuchi e delle donne che governavano Teodosio II, “Ogni via del trono era affrontata con l’oro. Sotto il nome dignitoso di elogi e benedizioni, i cortigiani di entrambi i sessi venivano corrotti secondo la misura della loro rapacità. Ma le loro incessanti richieste devastavano i santuari di Costantinopoli e Alessandria; e l’autorità del patriarca non era in grado di mettere a tacere il giusto mormorio del suo clero, che un debito di sessantamila sterline era già stato contratto per sostenere le spese di questa scandalosa corruzione.” – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.47, par.15).
- Gli sforzi di Cirillo furono finalmente efficaci. L’eunuco Scolastico, uno dei principali ministri dell’imperatore e sostenitore della causa di Nestorio a corte, fu comprato; e fu questo a causare l’improvvisa rivoluzione nella condotta dell’imperatore nei confronti del partito di Nestorio. Nella quinta e ultima udienza che concesse ai delegati, l’imperatore disse loro subito che avrebbero fatto meglio ad abbandonare Nestorio e ad ammettere sia Cirillo che Memnone alla loro comunione. Essi protestarono, ma lui non volle ascoltare nulla. Pose fine alle udienze e tornò il giorno dopo a Costantinopoli, portando con sé i vescovi del partito di Cirillo, per ordinare regolarmente il successore di Nestorio nella diocesi di Costantinopoli. Poco dopo fu emanato un editto imperiale che dichiarava Nestorio giustamente deposto, reintegrava Cirillo e Memnone nelle rispettive sedi, dichiarava tutti gli altri vescovi ortodossi e concedeva loro il permesso di tornare alle loro case. Questo sciolse il concilio.
- Ancor prima dello scioglimento del concilio, l’imperatore aveva inviato un ordine a Nestorio, ordinandogli di lasciare Efeso e di tornare al monastero da cui era stato chiamato all’arcidiocesi di Costantinopoli. Grazie ai persistenti sforzi di Celestino, vescovo di Roma, e di altri 139, nel 436 d.C. l’imperatore fu indotto a bandire lui e due suoi amici – un conte dell’impero e un prete di Costantinopoli – a Petra, in Arabia. Il 30 luglio dello stesso anno, fu emanato un editto imperiale che ordinava a tutti coloro che credevano come Nestorio di essere chiamati Simoniani; che tutti i libri di Nestorio fossero ricercati e pubblicamente bruciati; che fosse proibito ai Nestori di tenere riunioni in qualsiasi luogo, in città, in villaggio o in campagna; e se una riunione del genere si fosse tenuta, il luogo in cui si era tenuta sarebbe stato confiscato, così come i beni di tutti coloro che vi avessero partecipato. A Nestorio non fu permesso di rimanere a lungo a Petra. Da lì fu portato in un luogo lontano nel deserto tra l’Egitto e la Libia, e da lì trascinato di luogo in luogo, finché non morì per le difficoltà inflitte intorno al 440 d.C., ma non si sa con certezza quando.
- Tale fu la causa e tale fu la condotta del primo Concilio di Efeso, il terzo concilio generale della Chiesa cattolica. E così fu stabilita la dottrina cattolica che la Vergine Maria era la madre di Dio. [114]
- La controversia, tuttavia, continuò, né si arrestò logicamente fino all’8 dicembre 1854, quando Papa Pio IX stabilì l’effettiva divinità della Vergine Maria, annunciando il dogma dell’Immacolata Concezione, che recita quanto segue: “Con l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo e dei beati apostoli Pietro e Paolo, nonché con la nostra, dichiariamo, promulghiamo e definiamo che la dottrina che insegna che la beatissima Vergine Maria, nello stesso istante del suo concepimento, fu preservata immune da ogni macchia di peccato originale unicamente per grazia e prerogativa di Dio onnipotente, in considerazione dei meriti di Gesù Cristo, Salvatore del genere umano, fu rivelata da Dio e deve per questo essere creduta fermamente e costantemente da tutti i fedeli”. (Encyclopedia Britannica, art. Immaculate Conception. Il seguente è l’originale come è dato: “Auctoritate Domini Nostri Jesu Christi, beatorum Apostolorum Petri et Pauli, ac Nostra, declaramus, pronuntiamus et definimus, doctrinam, quae tenet Beatissimam Verginem Mariam in primo instanti suae Conceptionis fuisse singulari Omnipotentis Dei gratia et privilegio, intuitu meritorum Christi Jesu, Salvatoris humani generis ab omni originalis culpae labe praeservatam immunem. Esse a Deo revelatam, atque idcirco ab omnibus fidelibus firmiter constanterque credendam.”)
CAPITOLO 10 – IL SECONDO CONCILIO DI EFESO
[115] La Controversia Eutichiana – Eusebio di fronte al Dilemma – Previsioni dell’Inquisizione – Appelli a Roma – Istruzioni al Concilio – L’Assassinio di Flaviano – Regolarità del Concilio.
- Dopo aver deciso che la Vergine Maria era la madre di Dio, da quella decisione sorse un’altra questione riguardante la natura di Cristo. La domanda era: in che modo la natura divina era correlata a quella umana affinché Maria potesse essere veramente chiamata madre di Dio? Ovvero: la natura divina divenne umana? O la natura divina fu solo unita a quella umana? In altre parole: c’erano due nature in Cristo? O ce n’era una sola?
- Era il 448 d.C. e iniziò la controversia eutichiana. Per una chiara comprensione del caso, sarà meglio introdurre formalmente i personaggi principali.
- Teodosio II era ancora imperatore d’Oriente; Valentiniano III era imperatore d’Occidente.
- Eutiche era l’abate, o superiore, di un monastero vicino a Costantinopoli. Era stato il capo dei monaci nella lotta contro Nestorio. “Al suo comando, sciami di monaci si erano riversati nelle strade, sfidando il potere civile, terrorizzando l’imperatore e contribuendo, più di ogni altra causa, alla definitiva caduta di Nestorio. Era invecchiato nella guerra contro l’eresia.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, libro II, cap.4, par.22).
- Flaviano occupava ora la sede episcopale di Costantinopoli.
- Crisafio era un altro eunuco, che era salito al rango di primo ministro di Teodosio II, ed era anche figlioccio di Eutiche. Stava tramando a corte per spezzare il potere di Pulcheria, esaltando l’influenza di Eudossia. Sperava anche di collocare Eutiche sul trono episcopale di Costantinopoli. L’ascesa di Flaviano a quella dignità aveva impedito per il momento questo progetto, ma egli lo teneva ancora a mente. Quando Flaviano fu insediato al vescovado, Crisafio gli chiese di offrire all’imperatore l’offerta di oro, che era consuetudine in tali occasioni. Invece di portare oro, Flaviano portò solo tre pani consacrati. Crisafio usò questo gesto in modo tale da pregiudicare l’imperatore nei confronti dell’arcivescovo.
- Dioscoro era ora arcivescovo di Alessandria. A questo punto sarà sufficiente, per descriverlo, osservare che era un secondo Cirillo, e lasciare che il prosieguo della narrazione lo riveli esattamente com’era.
- Leone I, “il Grande”, era vescovo di Roma e considerava Dioscoro “un prelato adornato di molte virtù e arricchito dai doni dello Spirito Santo”. (Bower’s. History of the Popes”, Leone, par.22). [116]
- Eusebio era vescovo di Dorileo, carica a cui era stato nominato da una carica civile nella casa di Pulcheria. Era stato anche un avversario precoce, ardente e tenace di Nestorio. Questo Eusebio si presentò ora come accusatore di Eutiche.
- In un piccolo sinodo convocato per un altro scopo a Costantinopoli l’8 novembre del 448 d.C., Eusebio presentò una denuncia scritta contro Eutiche e chiese che venisse letta. La denuncia sosteneva che Eutiche aveva accusato di nestorianesimo alcuni dottori ortodossi, persino Eusebio stesso. Alla denuncia era allegata la richiesta che Eutiche fosse convocato davanti al sinodo per rispondere.
- Quanto a Eusebio stesso, si dichiarò pronto a dimostrare che Eutiche “non aveva alcun diritto al nome di cattolico” e che era “lontano dalla vera fede”. Flaviano espresse sorpresa e disse a Eusebio che avrebbe dovuto recarsi da Eutiche e, con un colloquio privato, cercare di convincerlo della vera fede; e se poi si fosse davvero rivelato eretico, lo avrebbe citato davanti al sinodo. Eusebio disse di essere andato da lui diverse volte. Flaviano gli chiese di tornare; ma egli rifiutò, e allora il sinodo inviò un sacerdote e un diacono come delegati per trasmettere a Eutiche le accuse e convocarlo al sinodo, che si sarebbe riunito di nuovo quattro giorni dopo.
- Il sinodo si riunì di nuovo il 12 novembre ed Eusebio rinnovò la sua lamentela, aggiungendo che con conversazioni e discussioni Eutiche aveva tratto in inganno molti altri. Suggerì quindi che il sinodo dovesse esprimere la propria fede sulla questione sollevata. Flaviano produsse una lettera che Cirillo aveva scritto a Nestorio all’inizio della controversia tra loro, l’atto del Concilio di Efeso che approvò questa lettera, e un’altra lettera, scritta da Cirillo, sulla conclusione di quella controversia. Egli richiese ai vescovi presenti di accettare le affermazioni ivi contenute, come espressione della vera fede secondo il Credo niceno, al quale avevano sempre creduto e credevano ancora, ovvero: —
“Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, è vero Dio e vero uomo, di anima raziocinante e di corpo reale, generato dal Padre prima di tutti i tempi, senza inizio, secondo la divinità, ma negli ultimi tempi, per noi uomini e per la nostra salvezza, nato dalla Vergine Maria, secondo l’umanità; della stessa sostanza del Padre secondo la divinità, e della stessa sostanza di sua madre, secondo l’umanità. Noi confessiamo che Cristo, dopo l’Incarnazione, consiste di due nature in un’unica ipostasi [personalità] e in un’unica persona; un solo Cristo, un solo Figlio, un solo Signore. Chiunque affermi il contrario, lo escludiamo dal clero e dalla Chiesa.” (Hefele’s “History of the Church Councils”, sez.CLXXII, par.3).
- Tutti firmarono questo documento, e poi, su suggerimento di Eusebio, fu inviato a coloro che erano assenti per firmare.
- La successiva sessione del sinodo si tenne il 15 novembre e i delegati inviati da Eutiche riferirono che si era rifiutato di partecipare perché, una volta divenuto monaco, aveva deciso di non lasciare mai più il monastero per recarsi in nessun luogo. Inoltre, disse loro che il sinodo avrebbe dovuto sapere che Eusebio era stato a lungo suo nemico e che era solo per malizia che ora lo accusava. Si dichiarò pronto ad affermare e sottoscrivere le dichiarazioni dei Concili di Nicea e di Efeso. Il sinodo lo convocò di nuovo, e di nuovo [117] egli si rifiutò di partecipare. Allora Eusebio dichiarò: “I colpevoli hanno sempre modo di fuggire; Eutiche deve essere portato qui, anche contro la sua volontà”. Il sinodo lo convocò quindi una terza volta.
- Alla riunione successiva giunse un messaggero da parte di Eutiche, che disse che era malato. Flaviano gli disse che il sinodo avrebbe aspettato che Eutiche guarisse, ma che poi sarebbe dovuto venire. Nella riunione successiva, i deputati inviati con la terza convocazione riferirono che Eutiche aveva detto loro di aver inviato un suo messaggero all’arcivescovo e al sinodo affinché, a suo nome, potesse dare il suo assenso alle dichiarazioni dei concili di Nicea ed Efeso, “e a tutto ciò che Cirillo aveva pronunciato”. A questo punto Eusebio intervenne dichiarando: “Anche se Eutiche ora acconsentirà, perché alcuni gli hanno detto che deve cedere alla necessità e sottoscrivere, tuttavia io non sono per questo in torto, perché è con riferimento non al futuro, ma al passato, che l’ho accusato“. (Idem, par.13). I deputati conclusero quindi con l’informazione che si sarebbe presentato al sinodo il lunedì successivo.
- All’ora stabilita, Eutiche arrivò; ma non venne da solo. Arrivò accompagnato da un messaggero del consiglio privato dell’imperatore e scortato da una grande folla composta da soldati, servi del prefetto del pretorio e “una schiera di monaci turbolenti”. Il rappresentante dell’imperatore portava una lettera al sinodo, in cui l’imperatore affermava:
“Desidero la pace della Chiesa e il mantenimento della fede ortodossa, che fu affermata dai Padri a Nicea ed Efeso; e poiché so che il patrizio Fiorenzo è ortodosso e di comprovata fede, è mia volontà che sia presente alle sessioni del sinodo, poiché la fede è in discussione”. (Idem, par.11).
17 A questo punto i vescovi esclamarono: “Molti anni all’imperatore, la sua fede è grande! Molti anni al pio, ortodosso, sommo-sacerdote imperatore“. Poi il commissario dell’imperatore prese posto, ed Eusebio ed Eutiche, l’accusatore e l’accusato, si piazzarono in mezzo. La prima cosa da fare fu leggere gli atti dall’inizio fino a quel punto, la cui parte essenziale erano le dichiarazioni a cui avevano chiesto che Eutiche desse il suo assenso. Il lettore lesse il Credo niceno, e non ci fu alcun dissenso. Lesse la prima delle lettere di Cirillo, ma non ci fu alcun dissenso. Lesse la decisione del Concilio di Efeso, ma non ci fu alcun dissenso. Poi iniziò la seconda lettera di Cirillo e lesse:
«Confessiamo il nostro Signore Gesù Cristo come Dio perfetto e uomo perfetto, della stessa sostanza del Padre secondo la divinità e della stessa sostanza di noi secondo l’umanità; poiché è avvenuta un’unione delle due nature, perciò confessiamo un solo Cristo, un solo Signore e, in conformità a questa unione senza confusione, chiamiamo la santa Vergine Madre di Dio, perché Dio, il Logos, si è fatto carne e uomo e, nel concepimento, ha unito a sé il tempio che ha assunto da lei». (Idem, par.22).
- A questo punto intervenne Eusebio. Vedendo che la lettura era quasi terminata senza alcun segno di dissenso, temeva che Eutiche avrebbe effettivamente approvato tutte le dichiarazioni, cosa che senza dubbio avrebbe fatto. Interruppe quindi la lettura esclamando: “Certamente quest’uomo qui non confessa questo; non ci ha mai creduto, ma il contrario, e così ha insegnato a tutti coloro che si sono rivolti a lui!”. Florenzio chiese che a Eutiche fosse data la possibilità di dire di persona “se fosse d’accordo con quanto era stato letto”. A ciò Eusebio si oppose con veemenza, per il motivo, disse, “Se Eutiche è d’accordo, allora dovrò apparire come un calunniatore alla leggera e PERDERÒ IL MIO UFFICIO”! [118]
- Florenzio rinnovò la richiesta che a Eutiche fosse permesso di rispondere; ma Eusebio si oppose vigorosamente. E acconsentì solo alla fine, all’espressa condizione che nessun pregiudizio gli fosse opposto, anche se Eutiche avesse confessato tutto ciò che era richiesto. Flaviano confermò questa condizione, con la garanzia che a Eusebio non sarebbe derivato il minimo svantaggio. Ma anche allora a Eutiche non fu permesso di rispondere a modo suo, perché la situazione in cui si era trovato Eusebio coinvolgeva in una certa misura anche l’intero sinodo, che aveva dato pieno credito alle accuse di Eusebio e aveva rifiutato tutte le assicurazioni di Eutiche circa il suo consenso a tutti i documenti da loro citati. Flaviano ed Eusebio, quindi, per salvarsi dalla sconfitta e forse dalla deposizione, se la questione fosse giunta a un concilio generale, decisero, se possibile, di intrappolare Eutiche con qualche dichiarazione che potessero condannare. Il procedimento fu quindi il seguente:
Flaviano. — “Dimmi, ora, riconosci l’unione di due nature?”
Eutiche. — “Credo che Cristo sia Dio perfetto e uomo perfetto, ma qui mi fermo e consiglio anche a te di fare lo stesso.”
Eusebio. — “Confessi l’esistenza di due nature anche dopo l’incarnazione, e che Cristo sia della stessa natura di noi secondo la carne, o no?”
Eutiche. — “Non sono venuto per contestare, ma per testimoniare alla Santità Vostra ciò che penso. Il mio punto di vista, tuttavia, è espresso in questo scritto; ordina, quindi, che venga letto.”
Flaviano. — “Se si tratta della tua confessione di fede, perché avresti bisogno del documento?”
Eutiche. — “Questa è la mia convinzione: prego il Padre con il Figlio, e il Figlio con il Padre, e lo Spirito Santo con il Padre e il Figlio. Confesso che la sua presenza corporea proviene dal corpo della santa Vergine, e che si è fatto uomo perfetto per la nostra salvezza. Questo lo confesso davanti al Padre, davanti al Figlio, davanti allo Spirito Santo e davanti alla Santità Vostra.”
Flaviano. — “Confessi anche che l’unico e medesimo Figlio, nostro Signore Gesù Cristo, è della stessa sostanza del Padre quanto alla divinità, e della stessa sostanza della madre quanto all’umanità?”
Eutiche. — “Ho già espresso la mia opinione; ora lasciatemi in pace.”
Flaviano. — “Confessi che Cristo consiste di due nature?”
Eutiche. — “Finora non ho osato disputare sulla natura del mio Dio; ma che egli sia della stessa sostanza con noi, finora, come affermo, non l’ho mai detto. Finora non ho mai detto che il corpo del nostro Signore e Dio sia della stessa sostanza con noi. Confesso, tuttavia, che la santa Vergine è della stessa sostanza con noi, e che il nostro Dio è fatto della nostra carne.”
Flaviano, Fiorenzo e Basilio di Seleucia. — “Se riconosci che Maria è della stessa sostanza con noi, e che Cristo ha preso la Sua umanità da lei, allora ne consegue di per sé che Egli, secondo la Sua umanità, è anche della stessa sostanza con noi.”
Eutiche. — “Considera bene, non dico che il corpo dell’uomo è diventato il corpo di Dio, ma parlo di un corpo umano di Dio e affermo che il Signore si è fatto carne dalla Vergine. Se desideri che aggiunga ulteriormente che il Suo corpo è della stessa sostanza del nostro, allora lo faccio; ma non intendo questo come se negassi che Egli sia il Figlio di Dio. Prima non parlavo generalmente di unità di sostanza, ma ora lo farò, perché la Santità Vostra lo richiede.” [119]
Flaviano. — “Lo fai quindi solo per costrizione, e non perché è nella tua fede?”
Eutiche. — “Finora non l’ho detto, ma lo farò ora secondo la volontà del sinodo.”
“Florenzio. — Credi che nostro Signore, nato dalla Vergine, sia della stessa sostanza del nostro, e che dopo l’incarnazione sia di due nature o no?”
Eutiche. — “Confesso che prima dell’unione egli era di due nature, ma dopo l’unione confesso una sola natura.”
- A questo punto “l’intero concilio fu in subbuglio, e non si udirono altro che anatemi e maledizioni, ogni vescovo presente si sforzava di distinguersi dagli altri, essendo il primo a pronunciare le parole più aspre e severe che il suo zelo potesse suggerire.” – (Bower. “History of the Popes”, Leone, par.24). Quando il rumore cessò, Flaviano, a nome del sinodo, chiese a Eutiche una pubblica dichiarazione della sua fede e una maledizione su ogni opinione che non accettasse le dottrine esposte dal sinodo. Il procedimento fu quindi il seguente:
Eutiche. — “Ora accetterò certamente, poiché il sinodo lo richiede, il modo di parlare in questione; ma non lo trovo né nella Sacra Scrittura, né nel Padre collettivamente, e quindi non posso pronunciare una maledizione sulla non accettazione della questione, perché ciò sarebbe maledire i Padri.”
Tutti insieme (balzando in piedi). — “Sia maledetto!”
Flaviano. — “Cosa merita quest’uomo che non confessa la retta fede, ma persiste nella sua perversità?”
Eutiche. — “Ora accetterò certamente il modo di parlare richiesto secondo la volontà del sinodo, ma non posso pronunciare la maledizione.”
Florentio. — “Confessi due nature in Cristo e la Sua unità di sostanza con noi?”
Eutiche. — “Ho letto negli scritti di San Cirillo e Sant’Atanasio: prima dell’unione parlano di due nature, ma dopo l’unione solo di una.”
Florenzio. — “Confessi due nature anche dopo l’unione? Se no, allora sarai condannato.”
Eutiche. — “Si leggano gli scritti di Cirillo e Atanasio.”
Basilio di Seleucia. — “Se non riconosci due nature anche dopo l’unione, allora accetti una mescolanza e una confusione.”
Florenzio. — “Chi non dice ‘di due nature’ e chi non riconosce due nature, non ha la fede giusta.”
Tutti insieme. — “E chi accetta qualcosa solo per forza non ci crede. Lunga vita agli imperatori!”
Flaviano, annunciando la sentenza. — “Eutiche, sacerdote e archimandrita, con precedenti dichiarazioni e anche ora con le sue stesse confessioni, si è mostrato invischiato nella perversità di Valentino e Apollinare, senza lasciarsi ricondurre ai dogmi autentici dalla nostra esortazione e istruzione; pertanto, noi, lamentando la sua completa perversità, abbiamo decretato, per amore di Cristo che Egli ha vituperato, che venga deposto da ogni ufficio sacerdotale, espulso dalla nostra comunione e privato della sua autorità sul convento. E tutti coloro che d’ora in poi saranno in comunione con lui e ricorreranno a lui, sappiano che anche loro sono passibili della pena di scomunica.” (Hefele’s of the Church Councils, sez.cap.12, par.22-24; e Bower’s “History of the Popes”, Lec. par.46). [120]
- La sentenza fu sottoscritta da tutti i membri del sinodo, circa trenta, e il sinodo fu sciolto il 22 novembre del 448 d.C.
- Non è necessario seguire oltre i particolari. Come in ogni altra controversia, la disputa si estese rapidamente in lungo e in largo. Il decreto del sinodo fu inviato da Flaviano a tutti gli altri vescovi per la loro approvazione. Non appena il provvedimento del sinodo fu annunciato, Dioscoro, con tutti i suoi poteri, sposò la causa di Eutiche. Attraverso Crisafio l’eunuco, Eutiche era già potente a corte, e a questo si aggiunse il disfavore in cui Flaviano era già tenuto dall’imperatore, la guerra assunse fin dall’inizio proporzioni imponenti.
- Il passo successivo, naturalmente, fu che entrambe le parti si appellassero a Leone, vescovo di Roma. Eutiche si sentiva perfettamente al sicuro nell’appellarsi a lui perché aveva le parole di Giulio, vescovo di Roma, che dicevano: “Non si deve dire che ci siano due nature in Cristo dopo la loro unione; poiché come il corpo e l’anima provengono da un’unica natura nell’uomo, così la divinità e l’umanità formano un’unicanaturain Cristo”. (Bower. Idem, par.25). Essendo proprio questa la visione di Eutiche, egli si sentiva perfettamente fiducioso nel suo appello a Leone, poiché non poteva supporre che Leone avrebbe contraddetto Giulio. Ben presto si rese conto che tale speranza era del tutto vana.
- L’imperatore scrisse anche al vescovo di Roma. Sembra che Leone non abbia dato alcuna risposta diretta a Eutiche. Inviò a Flaviano una richiesta di un resoconto più completo dell’intera questione, che gli fosse inviato tramite un inviato. Scrisse all’imperatore rallegrandosi che Teodosio “avesse non solo il cuore di un imperatore, ma anche quello di un sacerdote, e fosse giustamente ansioso che non sorgesse alcuna discordia; perché allora l’impero è meglio consolidato quando la Santissima Trinità è servita nell’unità”. (Hefele’s, “History of the Church Councils”, sez.CLXXIII, par.10)
- Dioscoro, vedendo ora l’opportunità di umiliare l’arcivescovo di Costantinopoli, si unì a Eutiche nella richiesta all’imperatore di convocare un concilio generale. Crisafio, intravedendo di nuovo la possibilità di realizzare il suo progetto preferito di nominare Eutiche arcivescovo di Costantinopoli, sostenne con forza questa richiesta. Ma Teodosio, dopo l’esperienza con il Concilio di Efeso, temeva di avere a che fare con un altro e cercò di scongiurare un’altra calamità del genere. Ma non c’era rimedio; la cosa doveva accadere.
- Di conseguenza, il 30 marzo 449 d.C., fu emesso un messaggio a nome dei due imperatori, Teodosio II e Valentiniano III, che annunciava che, essendo sorti dubbi e controversie riguardo alla retta fede, si rendeva necessaria la convocazione di un sinodo ecumenico. Pertanto, gli arcivescovi, i metropoliti e gli altri santi vescovi distinti per scienza e carattere si sarebbero riuniti a Efeso il 1° agosto. A Dioscoro fu inviato un editto speciale, che diceva: [121]
“L’imperatore ha già proibito a Teodoreto di Ciro, a causa dei suoi scritti contro Cirillo, di partecipare al sinodo a meno che non fosse espressamente convocato dal sinodo stesso. Poiché, tuttavia, c’è da temere che alcuni vescovi nestoriani usino ogni mezzo per portarlo con sé, l’imperatore, seguendo la regola dei santi Padri, nominerà Dioscoro presidente del sinodo. L’arcivescovo Giovenale di Gerusalemme, Talassio di Cesarea e tutti gli zelanti amici della fede ortodossa sosterranno Dioscoro. In conclusione, l’imperatore esprime il desiderio che chiunque desideri aggiungere qualcosa alla confessione di fede nicena o toglierne qualcosa, non venga preso in considerazione nel sinodo; ma su questo punto Dioscoro pronuncerà il suo giudizio, poiché è proprio per questo che il sinodo è convocato.”
- Leone fu invitato espressamente; e un certo Barsumas, sacerdote e superiore di un monastero in Siria, fu chiamato come rappresentante dei monaci, e Dioscoro ricevette l’ordine di riceverlo come tale e di assegnargli un seggio nel concilio.
- Non volendo attendere la decisione della questione da parte del concilio generale imminente, Leone colse l’occasione per affermare la sua autorità su tutti; e il 13 giugno inviò una lettera a Flaviano, in cui approvava l’operato del Sinodo di Costantinopoli fin dove era arrivato, ma rimproverava il sinodo per aver trattato la questione con tanta mitezza, e si oppose fermamente a Eutiche. In risposta alla richiesta dell’imperatore di partecipare al concilio generale, Leone rifiutò di partecipare di persona, ma promise di essere presente tramite Legates a Latere.
- Il concilio, composto da centoquarantanove membri, si riunì nella chiesa della Vergine Maria a Efeso e fu inaugurato formalmente l’8 agosto del 449 d.C. Dioscoro, il presidente, sedeva su un alto trono. Erano presenti due commissari imperiali, Elpidio ed Eulogio, con un consistente corpo di truppe per mantenere l’ordine nel concilio e preservare la pace in città. Il concilio fu aperto con l’annuncio del segretario che “gli imperatori timorati di Dio, spinti dal loro zelo per la religione, hanno convocato questa assemblea”. Quindi fu letto il messaggio imperiale che convocava il concilio e, successivamente, i due legati del vescovo di Roma annunciarono che, sebbene invitato dall’imperatore, Leone non si era presentato di persona, ma aveva inviato una lettera. Poi Elpidio, il commissario imperiale, tenne un breve discorso, in cui disse:
“Il Logos ha permesso in questo giorno ai vescovi riuniti di emettere un giudizio su di lui. Se Lo confessate rettamente, allora anche Lui vi confesserà davanti al Padre Celeste. Ma coloro che impediranno la vera dottrina dovranno subire un severo duplice giudizio, quello di Dio e quello dell’imperatore”. (Idem, sez.CIXXVIII, par.5).
- Poi furono lette le istruzioni dell’imperatore ai due commissari imperiali, che recitavano come segue: [122]
“Ma recentemente il santo Sinodo di Efeso si è occupato delle vicende dell’empio Nestorio e ha pronunciato una giusta sentenza su di lui. Poiché, tuttavia, sono sorte nuove controversie di fede, abbiamo convocato un secondo sinodo a Efeso, per estirpare il male alle radici. Abbiamo quindi scelto Elpidio ed Eulogio per il servizio della fede al fine di adempiere ai nostri ordini in riferimento al Sinodo di Efeso. In particolare, essi non devono permettere disordini e devono arrestare chiunque ne susciti, e informare l’imperatore; devono preoccuparsi che tutto sia fatto in ordine, devono essere presenti alle decisioni, e fare in modo che il sinodo esamini la questione con rapidità e attenzione, e ne informi l’imperatore. I vescovi che in precedenza hanno giudicato Eutiche (a Costantinopoli) siano presenti al procedimento di Efeso, ma non votino, poiché la loro precedente sentenza deve essere nuovamente esaminata. Inoltre, nessun’altra questione deve essere sollevata al sinodo, e in particolare nessuna questione di denaro, prima della risoluzione della questione di fede. Con una lettera al proconsole, abbiamo richiesto alle autorità civili e militari il sostegno per i commissari, affinché possano adempiere ai nostri incarichi, che sono tanto superiori agli altri affari quanto le cose divine sono superiori a quelle umane.”(Idem, CLXXV, par.3).
- In seguito fu letta una lettera dell’imperatore al concilio stesso, in cui diceva:
«L’imperatore ha ritenuto necessario convocare questa assemblea di vescovi, affinché possano stroncare questa controversia e tutte le sue radici diaboliche, escludere dalla Chiesa i seguaci di Nestorio e preservare la fede ortodossa ferma e incrollabile; poiché tutta la speranza dell’imperatore e il potere dell’impero dipendono dalla retta fede in Dio e dalle sante preghiere del sinodo». (Idem, par.6)
- Il concilio fu quindi formalmente aperto e, secondo le istruzioni dell’imperatore, si procedette prima a esaminare la fede. Ma su questo punto sorse subito una disputa su cosa si intendesse per fede. Alcuni insistevano sul fatto che ciò significasse che il concilio avrebbe dovuto prima dichiarare la sua fede, ma Dioscoro lo interpretò non nel senso che la fede dovesse essere dichiarata per prima, poiché questo era già stato fatto dal precedente concilio, ma piuttosto che si dovesse considerare quale delle parti fosse d’accordo con ciò che la vera fede spiega. E poi esclamò: “Oppure altererai la fede dei santi Padri?“. In risposta a ciò si udirono grida: “Maledetto chi vi apporta alterazioni; maledetto chi osa discutere della fede!“.
- Poi Dioscoro prese una piega con cui annunciò di nascosto ciò che ci si aspettava dal concilio. Disse: “A Nicea e a Efeso la vera fede è già stata proclamata; ma sebbene ci siano stati due sinodi, la fede è una sola”. In risposta a ciò, l’assemblea esclamò a gran voce: “Nessuno osi aggiungere o togliere nulla. Un grande custode della fede è Dioscoro. Maledetto sia colui che ancora discute della fede; lo Spirito Santo parla per mezzo di Dioscoro!“. (Idem, sez.CIXXVIII, par.6,7).
- Eutiche fu quindi introdotto al concilio affinché spiegasse la sua fede. Per prima cosa si raccomandò alla Santissima Trinità e censurò il Sinodo di Costantinopoli. Poi consegnò al segretario una confessione scritta, in cui ripeteva il Credo niceno, approvava gli atti del Concilio di Efeso e la dottrina del santo padre Cirillo, e malediceva tutti gli eretici da Nestorio fino a Simon Mago, che era stato rimproverato dall’apostolo Pietro. Quindi raccontò il procedimento contro di lui. Dopo che questo fu letto, Flaviano chiese che Eusebio fosse ascoltato, ma i commissari imperiali lo fermarono affermando che non erano stati convocati per giudicare di nuovo Eutiche, ma per giudicare coloro che lo avevano giudicato, e che quindi l’unico compito legittimo del concilio era esaminare gli atti del sinodo di Costantinopoli. [123]
- Di conseguenza, i lavori di quel sinodo furono ripresi. Tutto procedette abbastanza liscio finché il lettore non arrivò al punto in cui il sinodo aveva chiesto a Eutiche di riconoscere due nature in Cristo dopol’incarnazione. Quando questo fu letto, ci fu un tumulto nel concilio contro di esso, come c’era stato contro l’affermazione di Eutiche nel sinodo; solo che il tumulto qui fu tanto più grande che lì, quanto il concilio era più grande del sinodo. Il concilio gridò all’unanimità: “Via Eusebio! Bandite Eusebio! Che sia bruciato vivo! Come egli separa le due nature in Cristo, così sia separato!”. (Milman’s. “History of Latin Christianity”, libro II, cap.4, par.30).
- Dioscoro chiese: “La dottrina secondo cui ci sono due nature dopo l’incarnazione deve essere tollerata?”. Il concilio rispose ad alta voce: “Sia maledetto chi lo dice!“. Di nuovo Dioscoro gridò: “Ho le vostre voci, devo avere le vostre mani. Chi non riesce a gridare abbastanza forte da essere udito, alzi le mani”. Allora, con le mani alzate, il concilio urlò all’unanimità: “Chiunque ammetta le due nature, sia maledetto; sia cacciato, fatto a pezzi, massacrato“. (Bower’s, “History of the Popes”, Leone, par.31).
- Eutiche fu quindi dichiarato ortodosso all’unanimità e dichiarato reintegrato nella comunione della Chiesa, nel governo del suo monastero e in tutti i suoi precedenti privilegi; e fu esaltato come un eroe per “il suo coraggio nell’osare insegnare e la sua fermezza nell’osare difendere la vera e genuina dottrina dei Padri”. E in questa occasione, si distinsero maggiormente per i loro panegirici coloro che prima si erano distinti maggiormente per le loro invettive” – (Bower. Idem).
- Dioscoro, avendo tutto in suo potere, decise di vendicarsi dell’arcivescovo di Costantinopoli. Con il pretesto che fosse per istruzione dei suoi colleghi, ordinò che fossero letti gli atti del precedente Concilio di Efeso riguardanti il Credo niceno, ecc. Non appena la lettura fu terminata, disse: “Avete ora sentito che il primo Sinodo di Efeso minaccia chiunque insegni diversamente dal Credo niceno, o vi apporti modifiche, e sollevi nuove o ulteriori questioni. Ognuno deve ora esprimere per iscritto la propria opinione sull’opportunità o meno di punire coloro che, nelle loro ricerche teologiche, vanno oltre il Credo niceno. (Hefele’s. “History of the Church Councils”, sez.CIXXVIII, par.15).
- Questa disposizione era rivolta direttamente a Flaviano ed Eusebio di Dorileo, poiché avevano espresso il desiderio che l’espressione “due nature” fosse inserita nel Credo niceno. All’affermazione di Dioscoro, diversi vescovi risposero subito: “Chiunque vada oltre il Credo niceno non deve essere accolto come cattolico”. Quindi Dioscoro continuò: “Poiché il primo Sinodo di Efeso minaccia chiunque alteri qualcosa nella fede nicena, ne consegue che Flaviano di Costantinopoli ed Eusebio di Dorileo devono essere deposti dalla loro dignità ecclesiastica. Dichiaro pertanto la loro deposizione e ciascuno dei presenti comunicherà il suo parere su questa questione. Inoltre, tutto sarà portato a conoscenza dell’imperatore”.
- Flaviano rispose: “Mi oppongo a voi“, e, per prendere tempo per il ciuffo [*forse cenno di consenso], consegnò un appello scritto nelle mani dei legati di Leone. Molti amici di Flaviano lasciarono i loro posti e, prostrandosi davanti al trono di Dioscoro, lo implorarono di non infliggere una simile sentenza e, soprattutto, di non chiedere loro di firmarla. Egli rispose: “Anche se mi venisse tagliata la lingua, non ne cambierei una sola sillaba“. Tremando per la propria sorte se si fossero rifiutati di sottoscrivere, i vescovi supplicanti gli abbracciarono le ginocchia e lo implorarono di risparmiarli; ma egli esclamò con rabbia: “Cosa! Pensate di sollevare un tumulto? Dove sono i conti?” [124]
- A questo punto i conti ordinarono che le porte fossero spalancate e il proconsole d’Asia entrò con un forte corpo di truppe armate, seguito da una moltitudine confusa di monaci furiosi, armati di catene, bastoni e pietre. Poi ci fu una corsa generale dei “santi vescovi” per trovare rifugio. Alcuni si ripararono dietro il trono di Dioscoro, altri strisciarono sotto i banchi: tutti si nascosero come meglio poterono. Dioscoro dichiarò: “La sentenza deve essere firmata. Se qualcuno si oppone, si preoccupi; perché è con me che deve vedersela“. I vescovi, quando si resero conto che non sarebbero stati massacrati subito, sgattaiolarono fuori da sotto i banchi e da altri nascondigli e tornarono tremanti ai loro posti.
- Allora Dioscoro prese un foglio bianco e, accompagnato dal vescovo di Gerusalemme e da una guardia armata, attraversò l’assemblea e lo fece firmare a ciascun vescovo, uno dopo l’altro. Firmarono tutti tranne i legati del vescovo di Roma. Poi la lacuna fu riempita da Dioscoro con un’accusa di eresia contro Flaviano e con la sentenza che aveva appena pronunciato contro Flaviano ed Eusebio. Quando la sentenza fu scritta, Flaviano ripeté: “Mi oppongo a te“. Al che Dioscoro con alcuni altri vescovi si avventarono su di lui e, mentre Barsumas gridava: “Colpitelo! Colpitelo a morte!“, lo picchiarono e lo percossero, poi lo gettarono a terra e lo calpestarono fino a farlo quasi morire; quindi lo mandarono immediatamente in prigione e il mattino seguente gli ordinarono l’esilio. Alla fine del secondo giorno di viaggio morì per i maltrattamenti ricevuti nel concilio. (Bower’s. “History of the Popes, Leone, par. 82; Milman’s “History of Latin Christianity”, libro II, cap.4, par.30).
- Tutti questi procedimenti, fino all’assassinio di Flaviano, furono eseguiti il primo giorno. Il concilio proseguì per altri tre giorni, durante i quali Dioscoro ottenne la condanna e la deposizione di Domno di Antiochia e di diversi altri vescovi importanti, sebbene avessero firmato la sua carta bianca, per essersi precedentemente opposti a Cirillo ed Eutiche. Quindi pose fine al concilio e tornò ad Alessandria.
- L’imperatore Teodosio, che Leone aveva lodato per il suo cuore sacerdotale, emanò un editto in cui approvò e confermò i decreti del concilio e ordinò che tutti i vescovi dell’impero sottoscrivessero immediatamente il Credo niceno. Coinvolse nell’eresia di Nestorio tutti coloro che si opponevano a Eutiche e ordinò che nessun seguace di Nestorio o Flaviano fosse mai elevato a vescovado. “Con lo stesso editto, a persone di ogni rango e condizione fu proibito, pena l’esilio perpetuo, di ospitare o nascondere chiunque insegnasse, sostenesse o favorisse i principi di Nestorio, Flaviano e dei vescovi deposti; e i libri, i commenti, le omelie e le altre opere, scritte da loro o che passavano sotto il loro nome, furono ordinati di essere bruciati pubblicamente.” (Hefele’s, “History of the Church Councils”, sez.CIXXVIII, par.16 e sez.CLXXIX). Poi scrisse a Valentiniano III che, con la deposizione del turbolento prelato Flaviano, “la pace era stata finalmente felicemente ripristinata in tutte le chiese nei suoi domini.” [125]
- Poiché la dottrina stabilita dal concilio era contraria a quella che Leone aveva pubblicato nella sua lettera, denunciò il concilio come un “sinodo di ladri”, si rifiutò di riconoscerlo del tutto e convocò un altro concilio generale. Ma sotto ogni aspetto questo concilio era altrettanto legittimo e ortodosso di qualsiasi altro che si fosse tenuto dal Concilio di Nicea fino a quel giorno. Fu convocato regolarmente; fu aperto regolarmente; i lavori furono tutti perfettamente regolari; e una volta terminato, i lavori furono regolarmente approvati e confermati dall’autorità imperiale. In breve, non manca nulla per rendere il secondo Concilio di Efeso altrettanto regolare e ortodosso quanto lo fu il primo Concilio di Efeso, che la Chiesa di Roma considera interamente ortodosso; o addirittura quanto lo fu il Concilio di Nicea stesso.
CAPITOLO 11 – LA CONTROVERSIA TEOLOGICA: IL CONCILIO DI CALCEDONIA
[127] Crescita dello Spirito Papale – L’Ambizione Sconfinata di Roma – Decretato un Altro Concilio – “Una Tempesta Spaventosa” – Condanna di Dioscoro – La lettera di Leone: il test – La Lettera di Leone Approvata – I Vescovi Egiziani – La Lettera di Leone Completa il Credo – Il Credo di Leone e Calcedonia – La Lettera del Concilio a Leone – Gli Editti Imperiali Rafforzano il Credo – Il Papa, Fonte della Fede – Risultati della Controversia Teologica.
- LEONE persistette nel suo rifiuto di riconoscere la validità degli atti del secondo Concilio di Efeso e insistette affinché fosse convocato un altro concilio generale. Poiché fu solo la volontà di Leone a rendere, o a poter ora rendere, il concilio precedente qualcosa di diverso da quello strettamente regolare e ortodosso secondo il sistema cattolico di disciplina e dottrina, è evidente che, se fosse stato convocato un altro concilio generale, questo avrebbe dovuto essere soggetto alla volontà di Leone; e la sua decisione su questioni di fede non sarebbe stata altro che l’espressione della volontà di Leone. Questo è esattamente ciò a cui Leone mirava, e niente di meno lo avrebbe soddisfatto.
- Leone era ormai vescovo di Roma da undici anni. Era un romano purosangue in tutto ciò che il termine implica. “Tutto ciò che rimaneva di Roma, della sua sfrenata ambizione, della sua inflessibile perseveranza, della sua dignità nella sconfitta, della sua alterigia di linguaggio, della sua fede nella propria eternità e nel suo indefettibile titolo al dominio universale, del suo rispetto per la legge tradizionale e scritta e per le consuetudini immutabili, poteva sembrare concentrato in lui solo.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, libro II, cap.4, par.2).
- Eppure Leone non fu il primo in cui si manifestò questo spirito. Le sue aspirazioni non erano altro che il culmine dell’arroganza del vescovado di Roma, in costante crescita. Tracciare la crescita sottile, silenziosa, spesso violenta, ma sempre costante, di questo spirito di supremazia e di invasione dell’autorità assoluta è uno degli studi più curiosi di tutta la storia. Non solo non si perse mai un’occasione, ma si crearono occasioni affinché il vescovo di Roma affermasse la propria autorità e magnificasse il proprio potere. La supremazia nella disciplina e nella giurisdizione fu affermata da Vittore e Stefano. Fu solo con l’unione tra Chiesa e Stato, però, che il campo fu completamente aperto all’arroganza del vescovado di Roma. Uno sguardo ai vescovi successivi, dall’unione tra Chiesa e Stato all’ascesa al trono di Leone, fornirà una comprensione migliore della posizione e delle pretese di Leone, migliore di quanto si potrebbe ottenere in qualsiasi altro modo. [128]
MELCHIADE
fu vescovo di Roma dal 2 luglio 311 d.C. al dicembre 314 e, pertanto, come già riferito, era sulla cattedra papale quando fu stipulata l’unione tra Chiesa e Stato e assunse un ruolo guida in quel malvagio intrigo. E presto il vescovado di Roma iniziò a ricevere la sua ricompensa in favori imperiali. “Il vescovo di Roma siede per autorità imperiale a capo di un sinodo di vescovi italiani, per giudicare le controversie dei Donatisti Africani”.[*IA: I Donatisti erano un gruppo cristiano radicato principalmente nel Nord Africa, in particolare nella regione dell’ex provincia romana dell’Africa Proconsolare (l’odierna Tunisia e parti dell’Algeria e della Libia). Erano presenti anche in Mauretania Tingitana (all’incirca la parte settentrionale dell’attuale Marocco). Lo scisma donatista ebbe origine all’inizio del IV secolo d.C., all’epoca della persecuzione di Diocleziano, e continuò per diversi secoli.]. – (Milman. Idem, libro I, cap.2, par.1).
Melchiade fu succeduto da:
SILVESTRO, 314-336 d.C.
- Nello stesso anno della sua ascesa al trono, il Concilio di Arles conferì al vescovado di Roma la distinzione e l’incarico di notificare a tutte le chiese il momento opportuno per celebrare la Pasqua. E nel 325 il Concilio generale di Nicea riconobbe il vescovo di Roma come primo vescovo dell’impero. Sotto di lui, l’organizzazione della Chiesa fu plasmata sul modello dell’organizzazione dello Stato.
Gli succedette:
MARCO, 336 d.C.,
il cui mandato durò solo da gennaio a ottobre, e fu quindi così breve che non accadde nulla di degno di nota in proposito.
A lui successe:
GIULIO, OTTOBRE 336-352,
sotto il quale il Concilio di Sardica — 347 — rese il vescovo di Roma fonte di appello, su cui “unico precedente” il vescovado di Roma costruì “un diritto universale”. – (Schaff. “History of the Christian Church”, vol.III, sez.XII, par.6).
A Giulio successe:
LIBERIO, 352-366,
che scomunicò Atanasio e poi approvò la sua dottrina, e portò avanti la lotta con Costanzo, nella quale incorse nell’esilio per la fede cattolica; e poi divenne ariano, poi semiariano, e poi di nuovo cattolico.
Gli successe:
DAMASO, 366-384.
- Durante il suo episcopato, Valentiniano I promulgò una legge che rendeva il vescovo di Roma giudice degli altri vescovi. Un concilio a Roma, nel 378 d.C., ampliò i suoi poteri di giudizio e chiese all’imperatore Graziano di esentare il vescovo di Roma da ogni giurisdizione civile, eccetto quella del solo imperatore; di ordinare che non fosse giudicato da nessuno, tranne che da un concilio o direttamente dall’imperatore; e che il potere imperiale fosse esercitato per imporre l’obbedienza al giudizio del vescovo di Roma riguardo agli altri vescovi. Graziano accolse parte della loro richiesta, che fu fatta valere per tutti. [129]
A Damaso successe:
SIRICIO, 384-389,
che emanò il primo decretale. Un decretale è “una risposta inviata dal papa alle richieste rivolte a lui come capo della Chiesa, per guida in casi che coinvolgono questioni dottrinali o disciplinari”. Le disposizioni di Siricio contenute in questo decreto dovevano essere rigorosamente osservate, pena la scomunica. Era datato 11 febbraio 385 d.C. Egli convocò un concilio a Roma, che decretò che “nessuno avrebbe dovuto presumere di ordinare un vescovo senza la conoscenza della Sede Apostolica”. – (Bower. “History of the Popes”, Siricius, par.21).
Gli successe:
ANASTASIO I, 389-402,
il quale, pur essendo molto zelante nel sostenere tutto ciò che i suoi predecessori avevano affermato o rivendicato, non aggiunse nulla di particolare. Condannò come eretico Origene, morto da centocinquant’anni e ora santo cattolico.
Gli successe:
INNOCENZO I, 402-417.
- Innocenzo era un instancabile disciplinatore e manteneva una corrispondenza costante con tutto l’Occidente, così come con i principali vescovati d’Oriente, stabilendo regole, dettando direttive ai concili ed emanando decretali su tutti gli affari della Chiesa. Fino ad allora la dignità del vescovado di Roma era derivata dalla dignità della città di Roma. Innocenzo affermava ora che la dignità superiore del vescovado di Roma derivava da Pietro, che egli designava Principe degli Apostoli; e che sotto questo aspetto aveva la precedenza su quella di Antiochia, perché a Roma Pietro aveva compiuto ciò che aveva solo iniziato ad Antiochia. Esigeva l’obbedienza assoluta di tutte le chiese d’Occidente, perché, come dichiarava, Pietro era l’unico apostolo che avesse mai predicato in Occidente; e che tutte le chiese d’Occidente erano state fondate da Pietro o da un suo successore. Questo era assolutamente falso, e lo sapeva, ma per lui non faceva alcuna differenza; lo affermò senza arrossire, e poi, su questo punto, affermò che “tutte le questioni ecclesiastiche in tutto il mondo sono, per diritto divino, da deferire alla Sede Apostolica, prima di essere definitivamente decise nelle province”. – (Bower. Idem, “Innocent”, par.8 dalla fine). Durante l’invasione di Alarico e il suo assedio di Roma, Innocenzo guidò un’ambasceria presso l’imperatore Onorio per mediare per un trattato di pace tra Alarico e l’imperatore. “Nella mente di Innocenzo sembra inizialmente essere cominciando ad apparire distintamente la vasta concezione della supremazia ecclesiastica universale di Roma, ancora vaga e indistinta, ma piena e completa nei suoi contorni”. – (Milman. ,History of Latin Christianity”, libro II, cap.1, par.8). [130]
A Innocenzo I succedette:
ZOSIMO, 18 MARZO 417 D.C., A DIC. 26, 418,
- che affermò con tutta l’arroganza di Innocenzo, tutto ciò che Innocenzo aveva rivendicato. Non solo si vantò come Innocenzo che a lui appartenesse il potere di giudicare tutte le cause, ma che il giudizio “è irrevocabile”; e di conseguenza stabilì l’uso dell’espressione dittatoriale: “Poiché così è piaciuto alla Sede Apostolica”, come autorità sufficiente per tutto ciò che avrebbe scelto di comandare. E su questa base, quei canoni del Concilio di Sardica che facevano del vescovo di Roma la fonte di appello, li spacciò ai vescovi d’Africa come canoni del Concilio di Nicea, in cui fu effettivamente seguito da Leone, e mise la tradizione allo stesso livello delle Scritture.
A Zosimo successe:
BONIFAZIO I, 419-422,
- che non aggiunse nulla al potere o all’autorità del vescovado di Roma, ma diligentemente e “coscienziosamente” mantenne tutto ciò che i suoi predecessori avevano affermato, a favore di quelli che chiamava “i giusti diritti della sede”, in cui era stato posto. Gli successe:
CELESTINO I, 422-432,
che in una lettera scritta nel 438 d.C. dichiarò chiaramente: “Essendo stato incaricato da Dio di vegliare sulla Sua Chiesa, è mio dovere sradicare ovunque le cattive pratiche e sostituirle con buone, poiché la mia vigilanza pastorale non ha limiti, ma si estende a tutti i luoghi dove Cristo è conosciuto e adorato”. – (Bower. “History of the Popes”, Celestine, par.15). Fu lui a nominare il terribile Cirillo suo vicario per condannare Nestorio e stabilire la dottrina che Maria fosse la madre di Dio.
Gli successe:
SISTO III, 432-440,
che, come altri prima di lui, non aggiunse nulla di specifico alle rivendicazioni papali, ma non cedette di un briciolo alle rivendicazioni già avanzate.
Gli successe:
LEONE I, “IL GRANDE”, 440-461 d.C.
- Tale fu l’eredità lasciata a Leone dai suoi predecessori, e l’arroganza del suo carattere innato, unita alle grandi opportunità che gli furono offerte durante il suo lungo regno, la accrebbero ulteriormente. Proprio al momento della sua elezione, si trovava in Gallia in missione come mediatore per appianare una disputa tra due dei principali personaggi dell’impero. Riuscì nella sua missione e fu acclamato come “Angelo della Pace” e “Liberatore dell’Impero”. In un sermone, mostrò ciò che la sua ambizione abbracciava. Descrisse i poteri e le glorie dell’antica Roma così come erano riprodotti nella Roma cattolica. Le conquiste e il dominio universale della Roma pagana non erano altro che la promessa delle conquiste e del dominio universale della Roma cattolica. Romolo e Remo non erano altro che i precursori di Pietro e Paolo. Roma in passato aveva conquistato la terra e il mare con i suoi eserciti: ora di nuovo, grazie alla sede del beato Pietro come capo del mondo, Roma, attraverso la sua religione divina, avrebbe dominato la terra. (Milman, “History of Latin Christianity”, libro II, cap.4, par.2). [131]
- Nel 445 d.C., “su esplicita istanza di Leone” e sotto la dettatura, se non per iscritto, di Leone, Valentiniano III emanò un “editto perpetuo” “che ordinava a tutti i vescovi di prestare completa obbedienza e sottomissione agli ordini della Sede Apostolica”; “di osservare, come legge, tutto ciò che il vescovo di Roma avrebbe voluto comandare”; “che il vescovo di Roma aveva il diritto di comandare ciò che voleva”; e “chiunque si rifiutasse di obbedire alla citazione del Romano Pontefice sarebbe stato costretto a farlo dal moderatore della provincia” in cui il vescovo recalcitrante avrebbe potuto risiedere. (Idem, par.16; e Bower, “History of the Popes”, Leo, par.8).
- Ciò rese la sua autorità assoluta su tutto l’Occidente, e ora decise di estenderla all’Oriente, e quindi di renderla universale. Non appena apprese la decisione del Concilio di Efeso, convocò un concilio a Roma, e in esso respinse tutto ciò che era stato fatto dal concilio di Efeso, e scrisse all’imperatore, Teodosio II, “supplicandolo in nome della Santissima Trinità di dichiarare nullo ciò che era stato fatto lì”, e ripristinò tutto come era prima della convocazione di quel concilio, e così lasciò la questione in sospeso fino a quando non si potesse tenere un concilio generale in Italia.
- Leone non si rivolse solo all’imperatore Teodosio per convocare un altro concilio. Scrisse a Pulcheria, nominandola legata di San Pietro, e la pregò di “impiegare tutto il suo interesse presso l’imperatore per ottenere la convocazione di un concilio ecumenico e tutta la sua autorità per prevenire i mali che sarebbero altrimenti stati causati dalla guerra recentemente dichiarata contro la fede della Chiesa”. – (Bower. “History of the Popes”, Leo, par.35).
- Nel febbraio del 450, l’imperatore Valentiniano III, con sua madre Placidia e sua moglie Eudocia, figlia di Teodosio II [*imperatore a Costantinopoli], si recò in visita a Roma. Il giorno successivo al loro arrivo, si recarono alla chiesa di San Pietro, dove furono ricevuti da Leone, il quale, non appena li incontrò, espresse tutto il tormento che poteva e si rivolse loro con singhiozzi, lacrime e sospiri; ma a causa del suo grande dolore, le sue parole furono così mormorate che non si poté ricavarne nulla.
- Subito le due donne iniziarono a piangere. Questo alleviò in qualche modo la tensione di Leone, tanto che con molta eloquenza rappresentò il grande pericolo che minacciava la Chiesa. Poi raccolse di nuovo le lacrime, le mescolò ad altri sospiri e singhiozzi e pregò l’imperatore e l’imperatrice, tramite l’apostolo Pietro, al quale stavano per rendere omaggio, per la propria salvezza e per quella di Teodosio, di scrivere all’imperatore e di non risparmiare sforzi per persuaderlo ad annullare gli atti del secondo Concilio di Efeso e a convocare un altro concilio generale, questa volta in Italia.
- Non appena in Oriente si seppe quali strenui sforzi Leone stesse compiendo per convocare un altro concilio generale, molti dei vescovi che avevano condannato Flaviano iniziarono a fare aperture al partito di Leone, in modo che, se fosse stato convocato un altro concilio, potessero sfuggire alla condanna. Dioscoro, venuto a conoscenza di ciò, convocò un sinodo di dieci vescovi ad Alessandria e scomunicò solennemente Leone, vescovo di Roma, per aver osato giudicare di nuovo e annullare ciò che era già stato giudicato e definitivamente stabilito da un concilio generale. [132]
- Leone inviò infine quattro legati alla corte di Teodosio, per sollecitarlo sulla necessità di un altro concilio generale, ma prima che raggiungessero Costantinopoli, Teodosio era morto; e non avendo lasciato eredi al trono, Pulcheria, legata di Leone, divenne imperatrice. Poiché non esisteva alcun precedente nella storia romana che sancisse il governo di una sola donna, sposò un senatore di nome Marciano e lo investì delle vesti imperiali, mantenendo ed esercitando l’autorità imperiale. La prima cosa che fecero fu bruciare Crisafio. La nuova autorità accolse i legati di Leone con grande rispetto e rispose che nulla aveva a cuore quanto l’unità della Chiesa e l’estirpazione delle eresie, e che pertanto avrebbero convocato un concilio generale. Non molto tempo dopo scrissero a Leone, invitandolo ad assistere di persona al concilio proposto.
- Non appena si seppe della morte di Teodosio e del ritorno al potere di Pulcheria e Marciano, i vescovi che avevano appoggiato e lodato Eutiche cambiarono opinione e condannarono lui e tutti coloro che sostenevano la sua causa. Anatolio, ardente difensore di Eutiche, che era succeduto a Flaviano come arcivescovo di Costantinopoli ed era stato ordinato dallo stesso Dioscoro, “riunì in gran fretta tutti i vescovi, gli abati, i preti e i diaconi che si trovavano allora a Costantinopoli e, in loro presenza, non solo ricevette e firmò la famosa lettera di Leone a Flaviano riguardante l’incarnazione, ma allo stesso tempo anatemizzò Nestorio ed Eutiche, la loro dottrina e tutti i loro seguaci, dichiarando che non professava altra fede se non quella sostenuta e professata dalla Chiesa romana e da Leone”. – (Bower. “History of the Popes”, Leo, par.40). L’esempio di Anatolio fu seguito da altri vescovi che avevano favorito Eutiche e dalla maggior parte di coloro che avevano agito nel precedente concilio, “e non si udirono altro che anatemi contro Eutiche che, solo pochi mesi prima, la maggior parte di coloro che li avevano pronunciati aveva onorato come nuovo apostolo e come vero interprete della dottrina della Chiesa e dei Padri”. – (Bower. Idem).
- Con un messaggio imperiale datato 17 maggio 451 d.C., un concilio generale fu convocato a Nicea, in Bitinia, il primo settembre. Il concilio si riunì lì, ma un’invasione degli Unni dall’Illirico rese necessario che Marciano rimanesse nella capitale; e quindi il concilio fu trasferito da Nicea a Calcedonia. Di conseguenza, a Calcedonia si riunì il concilio più numeroso mai tenuto, con un numero di vescovi pari a seicentotrenta.
- Marciano, non potendo essere presente all’inaugurazione, nominò sei dei principali ufficiali dell’impero e quattordici senatori come commissari per rappresentarlo al concilio. Presiedevano i legati di Leone, Pascasino, Lucenzio e Bonifacio.
PRIMA SESSIONE, 8 OTTOBRE.
- Quando tutti i vescovi furono seduti, i legati di Leone si alzarono e avanzarono verso il centro dell’assemblea, e Pascasino, tenendo un foglio in mano, disse:
“Abbiamo qui un ordine del beatissimo e apostolico papa della città di Roma, che è il capo di tutte le chiese, con il quale il suo apostolato si è compiaciuto di ordinare che a Dioscoro, vescovo di Alessandria, non sia permesso di sedere nel concilio. Gli si ordini quindi di ritirarsi, altrimenti dovremo ritirarci noi.”
I commissari: “Cosa avete da obiettare in particolare contro Dioscoro?”
Nessuna risposta. La domanda fu ripetuta.
Lucenzio: “Deve essere chiamato a rendere conto della sentenza che ha pronunciato a Efeso, dove ha osato riunire un concilio senza il consenso della sede apostolica, cosa che non è mai stata ritenuta lecita, cosa che non è mai stata fatta; poiché deve essere giudicato, non dovrebbe sedere come giudice.”
I commissari: “Neppure tu dovresti sedere come giudice, dal momento che ti assumi l’incarico di agire come parte in causa. Tuttavia, facci sapere quale crimine imputi a Dioscoro, perché non è conforme alla giustizia né alla ragione che lui solo debba essere accusato di un crimine di cui molti altri non sono meno colpevoli di lui.”
I legati: “Leone non permetterà in alcun modo a Dioscoro di sedere o agire in questa assemblea come giudice, e se lo fa, allora dovremo ritirarci, in conformità alle nostre istruzioni.” (Bower’s. “History of the Popes”, Leo, par.43).
- I commissari, trovando i legati inamovibili, alla fine cedettero e ordinarono a Dioscoro di lasciare il suo posto e di mettersi in mezzo all’assemblea, al posto di uno degli accusati.
- Allora Eusebio di Dorileo, il primo accusatore di Eutiche, si fece avanti come accusatore di Dioscoro e dichiarò: “Sono stato ingiustamente offeso da Dioscoro; la fede è stata offesa; il vescovo Flaviano è stato assassinato e, insieme a me, ingiustamente deposto da lui. Date disposizioni affinché la mia petizione venga letta.” Questa petizione era un memoriale per gli imperatori e affermava che, durante l’ultimo concilio di Efeso, Dioscoro “avendo radunato una plebe disordinata e procurato un’influenza prepotente con la corruzione, aveva devastato, per quanto era in suo potere, la pia religione degli ortodossi e aveva stabilito l’erronea dottrina del monaco Eutiche, che era stata fin dall’inizio ripudiata dai santi Padri”; che gli imperatori avrebbero quindi ordinato a Dioscoro di rispondere all’accusa che ora muoveva; e che gli atti dell’ultimo concilio di Efeso sarebbero stati letti nel concilio attuale, perché da questi avrebbe potuto dimostrare che Dioscoro si era “estraniato dalla fede ortodossa, che aveva rafforzato un’eresia del tutto empia” e che lo aveva “ingiustamente deposto” e “crudelmente oltraggiato”. (Evagrius’s. “Ecclesiastical History”, libro II, cap.4).
- L’ultimo concilio di Efeso aveva scomunicato Teodoreto, vescovo di Ciro. Teodoreto si era appellato a Leone. Leone lo aveva reintegrato e l’imperatore Marciano lo aveva convocato espressamente a questo concilio. Teodoreto era arrivato e, a questo punto dei lavori, i commissari imperiali ordinarono che fosse ammesso al concilio. “L’introduzione di Teodoreto causò una terribile tempesta.” – (Hefele. “History of the Church Councils”, sez.CLXXXIX, par.4. Questo è il Teodoreto che scrisse una storia ecclesiastica.) Una vaga idea di questa terribile tempesta può essere ricavata dal seguente resoconto, che è copiato integralmente dal resoconto del concilio: [134]
“E quando il reverendissimo vescovo Teodoreto entrò, i reverendissimi vescovi d’Egitto, dell’Illiria e della Palestina [il partito di Dioscoro] gridarono: ‘Pietà di noi! La fede è distrutta. I canoni della Chiesa lo scomunicano. Cacciatelo! Cacciate via il maestro di Nestorio.’
D’altra parte, i reverendissimi vescovi d’Oriente, di Tracia, del Ponto e dell’Asia, gridarono: “Siamo stati costretti [al precedente concilio] a firmare documenti in bianco; siamo stati flagellati fino alla sottomissione. Scacciate i manichei! Scacciate i nemici di Flaviano; scacciate gli avversari della fede!“.
“Dioscoro, reverendissimo vescovo di Alessandria, disse: “Perché Cirillo deve essere cacciato? È lui che Teodoreto ha condannato!“.
“I reverendissimi vescovi d’Oriente gridarono: “Scacciate l’assassino Dioscoro. Chi non conosce le gesta di Dioscoro?”.
“I reverendissimi vescovi d’Egitto, Illiria e Palestina gridarono: “Lunga vita all’imperatrice!”.
“I reverendissimi vescovi d’Oriente gridarono: “Scacciate gli assassini!“.
“I reverendissimi vescovi d’Egitto gridarono: ‘L’imperatrice ha cacciato Nestorio; lunga vita all’imperatrice cattolica! Il sinodo ortodosso rifiuta di ammettere Teodoreto!”
- A questo punto ci fu una tregua “momentanea” nella tempesta, di cui Teodoreto approfittò immediatamente e si presentò ai commissari con “una petizione agli imperatori”, che in realtà era una lamentela contro Dioscoro, e chiese che venisse letta. I commissari dissero che i lavori ordinari avrebbero dovuto essere svolti, ma che Teodoreto sarebbe stato ammesso a un seggio nel concilio, perché il vescovo di Antiochia aveva garantito per la sua ortodossia. Poi la tempesta si infuriò di nuovo:
“I reverendissimi vescovi d’Oriente gridarono: ‘È degno, degno!’”
“I reverendissimi vescovi d’Egitto gridarono: `Non chiamatelo vescovo, non è un vescovo. Cacciate via il combattente contro Dio; cacciate via l’ebreo!‘
“I reverendissimi vescovi d’Oriente gridarono: `Gli ortodossi per il sinodo! Cacciate via i ribelli; cacciate via gli assassini!‘
“I reverendissimi vescovi d’Egitto, `Cacciate via il nemico di Dio. Cacciate via il diffamatore di Cristo. Lunga vita all’imperatrice! Lunga vita all’imperatore! Lunga vita all’imperatore cattolico! Teodoreto condannò Cirillo. Se riceviamo Teodoreto, scomunichiamo Cirillo.’” (Citato da Stanley, “History of the Eastern Church, lezione II, par.8 dalla fine).
- A questo punto i commissari furono in grado, con uno speciale esercizio della loro autorità, di placare la tempesta. Dissero chiaramente ai vescovi dalla voce sguaiata: “Queste grida volgari non si addicono ai vescovi e non possono giovare a nessuna delle due parti”. (Hefele, “History of the Church Councils”, sez.CLXXXIX, par.4). Sedato il tumulto, il concilio passò ai lavori. Per prima cosa furono letti tutti gli atti dall’inizio del Sinodo di Costantinopoli contro Eutiche fino alla fine del defunto Concilio di Efeso; durante il quale ci furono molte grida e grida contrarie, simili a quelle avvenute per l’introduzione di Teodoreto, ma che non è necessario ripetere. [135]
- Il primo atto del concilio dopo la lettura dei verbali precedenti fu quello di annullare la sentenza pronunciata da Dioscoro contro Flaviano ed Eusebio. “Molti vescovi espressero il loro pentimento per aver partecipato a questi atti; alcuni dicendo di essere stati costretti a sottoscrivere con la forza, altri di sottoscrivere un foglio bianco”. – (Milman. “History of Latin Christianity”, libro II, cap.4, par.38). Quindi fu redatta una risoluzione che accusava Dioscoro di aver approvato la dottrina dell’unica natura in Cristo; di aver condannato la dottrina delle due nature e di essersi opposto a Flaviano nel sostenerla; e di aver costretto tutti i vescovi di Efeso a firmare la sentenza da lui pronunciata.
- Dioscoro non aveva paura di nulla, nemmeno dei terrori di un concilio della Chiesa ortodossa, e senza il minimo segno di intimidazione o paura, affrontò coraggiosamente l’intera schiera dei suoi avversari. In risposta alle loro accuse,
Dioscoro disse: “Ho condannato, continuo a condannare e condannerò sempre la dottrina delle due nature in Cristo e tutti coloro che la sostengono. Non sostengo altra dottrina se non quella che ho appreso dai Padri, in particolare da Atanasio, Nazianzeno e Cirillo. Ho scelto di condannare Flaviano piuttosto che loro. Coloro che non amano la mia dottrina possono trattarmi come vogliono, ora che sono al potere e hanno il potere nelle loro mani; ma in qualunque modo ritengano opportuno trattarmi, sono irrevocabilmente determinato, essendo in gioco la mia anima, a vivere e morire nella fede che ho finora professato. Quanto all’aver costretto i vescovi a firmare la condanna di Flaviano, rispondo che la costanza di ogni cristiano, e a maggior ragione di un vescovo, dovrebbe essere una garanzia contro ogni tipo di violenza e contro la morte stessa. L’accusa mossa da Eusebio grava più su di loro che su di me, e quindi spetta a loro rispondere su ciò, poiché sono più colpevoli.” – (Bower. “History of the Popes”, Leo, par.45).
- Era ormai notte. Dioscoro chiese un rinvio. La richiesta fu rifiutata. Furono portate delle torce. La notte fu resa orribile dalle grida selvagge di acclamazione all’imperatore e al Senato, di appelli a Dio e di maledizioni contro Dioscoro. Quando la risoluzione fu finalmente approvata, fu annunciata come segue da:
I Commissari Imperiali: “Come è stato ora dimostrato dalla lettura degli atti e dalla confessione di molti vescovi che confessano di essere caduti in errore a Efeso, che Flaviano e altri furono ingiustamente deposti, sembra giusto che, se così piace all’imperatore, la stessa punizione venga inflitta ai capi del precedente sinodo: Dioscoro di Alessandria, Giovenale di Gerusalemme, Talassio di Cesarea, Eusebio di Ancira, Eustazio di Berito e Basilio di Seleucia, e che la loro deposizione dalla dignità episcopale venga pronunciata dal concilio.”
Gli Orientali: “È proprio così.”
- Molti del partito di Dioscoro abbandonarono ora lui e la sua causa, e passarono dall’altra parte, esclamando: “Abbiamo tutti sbagliato, tutti chiediamo perdono“. A questo punto ci fu una richiesta quasi unanime che solo Dioscoro fosse deposto.
Dioscoro: “Non condannano solo me, ma anche Atanasio e Cirillo. Ci proibiscono di affermare le due nature dopo l’incarnazione.”
Gli Orientali e gli altri oppositori di Dioscoro, tutti insieme: “Molti anni al Senato! Santo Dio, Santo Onnipotente, Santo Immortale, abbi pietà di noi! Molti anni agli imperatori! Gli empi devono essere sempre sottomessi! Dioscoro l’assassino, Cristo lo ha deposto! Questo è un giusto giudizio, un giusto Senato, un giusto concilio.” [136]
- Tra grida come queste, e “Cristo ha deposto Dioscoro, Cristo ha deposto l’assassino, Dio ha vendicato i suoi martiri”, la risoluzione fu adottata. Quindi il concilio si aggiornò. (Hefele’s, “History of the Church Councils”, sez.CLXXXIII, ultimi tre paragrafi. Milman’s, “History of Latin Christianity”, libro II, cap.4, par.38. Nel resto di questo capitolo, Hefele’s “History of the Church Councils” è seguito così da vicino e così pienamente che riferimenti particolari non sono citati. Gli unici riferimenti direttamente accreditati riguardano passaggi non derivati dal racconto di Hefele. Nel seguire Hefele, tuttavia, l’uniformità della narrazione viene mantenuta trasformando le citazioni indirette in dirette, in modo da preservare il più possibile la personalità degli oratori.)
LA SECONDA SESSIONE, 10 OTTOBRE.
- Non appena il concilio fu aperto, le direttive furono impartite da:
I commissari imperiali: “Il sinodo dichiari ora qual è la vera fede, affinché gli erranti possano essere ricondotti sulla retta via.”
I vescovi protestano: “Nessuno può osare elaborare una nuova formula di fede, ma quella che è già stata stabilita dai Padri [a Nicea, Costantinopoli e dal primo di Efeso] deve essere mantenuta. Da questa non ci si deve allontanare”.
Cecropio, vescovo di Sebastopoli: “Sulla questione di Eutichio è già stata data una prova dall’arcivescovo romano, che noi [cioè lui e i suoi colleghi più prossimi] abbiamo tutti firmato.”
Tutti i vescovi, con acclamazione: “Anche questo lo diciamo, la spiegazione già data da Leone è sufficiente. Non si deve presentare un’altra dichiarazione di fede.”
I commissari imperiali: “Tutti i patriarchi [i vescovi principali] si riuniscano, insieme a uno o due vescovi della loro provincia, e prendano un consiglio comune sulla fede e ne comunichino il risultato, in modo che, con la sua accettazione universale, ogni dubbio riguardo alla fede possa essere rimosso, o se qualcuno crede diversamente, cosa che non ci aspettiamo, questi possa essere immediatamente reso manifesto.”
I vescovi: “Non presentiamo una dichiarazione di fede scritta. Ciò è contrario alla regola” [riferendosi al comando del primo Concilio di Efeso].
Florentio, vescovo di Sardi: “Poiché coloro che sono stati istruiti a seguire il Sinodo niceno, e anche il sinodo regolarmente e piamente riunito a Efeso, in conformità con la fede dei santi padri Cirillo e Celestino, e anche con la lettera del santissimo Leone, non possono assolutamente redigere subito una formula di fede, chiediamo quindi una dilazione più lunga; ma io, da parte mia, credo che la lettera di Leone sia sufficiente.”
Cecropio: “Siano lette le formule in cui la vera fede è già stata esposta.”
- Questo suggerimento fu accolto. Per prima cosa fu letto il Credo niceno, con la sua maledizione contro l’eresia ariana, al termine del quale,
I vescovi, all’unanimità: “Questa è la fede ortodossa, che tutti noi crediamo, in ciò in cui siamo stati battezzati, in ciò in cui anche battezziamo; così insegnò Cirillo, così crede Papa Leone.”
- Poi fu letto il Credo di Costantinopoli, e con simili acclamazioni fu approvato all’unanimità. Poi furono lette le due lettere scritte da Cirillo, che facevano parte del verbale dell’Inquisizione su Eutiche. Infine fu letta la lettera di Leone. Quando fu letta la lettera di Leone, fu accolta con grande entusiasmo e di nuovo tuonò:
I vescovi: “È la fede dei Padri, degli apostoli, così crediamo tutti! Maledetto sia colui che non ammette che Pietro abbia parlato per bocca di Leone! Leone ha insegnato ciò che è giusto e vero, e così ha insegnato Cirillo. Eterna sia la memoria di Cirillo! Perché non è stato letto a Efeso? È stato soppresso da Dioscoro!”
- I vescovi dell’Illirico e della Palestina, tuttavia, affermarono che c’erano alcuni passaggi — tre, si dimostrò — nella lettera di Leone sui quali nutrivano dei dubbi. La verità di quei passaggi era confermata da dichiarazioni che Cirillo aveva fatto nello stesso senso.
I commissari imperiali: “Qualcuno ha ancora dei dubbi?”
I vescovi, per acclamazione: “Nessuno dubita.”
- C’era ancora un vescovo che esitava e chiedeva che ci fosse una proroga di qualche giorno affinché la questione potesse essere considerata e risolta con calma; e poiché la lettera di Leone era stata letta, affinché potessero avere una copia della lettera di Cirillo a Nestorio, per esaminarle insieme.
Il concilio: “Se dobbiamo ritardare, dobbiamo chiedere che tutti i vescovi in comune prendano parte alla consultazione desiderata”.
I commissari: “L’assemblea è rinviata di cinque giorni, e i vescovi, durante quel periodo, si incontreranno con Anatolio di Costantinopoli e si consulteranno insieme sulla fede, affinché i dubbiosi possano essere istruiti”.
- Mentre il concilio stava per essere sciolto, alcuni vescovi chiesero che i vescovi che avevano avuto un ruolo guida nel precedente Concilio di Efeso fossero perdonati!
I vescovi supplicanti: “Chiediamo ai Padri che sia loro permesso di nuovo di partecipare al sinodo. L’imperatore e l’imperatrice siano informati di questa petizione. Abbiamo tutti sbagliato: che tutti siano perdonati!”
- A questo punto “si levò di nuovo una grande commozione, simile a quella all’inizio del concilio per l’introduzione di Teodoreto”:
Il clero di Costantinopoli gridò: “Solo pochi gridano per questo, il sinodo stesso non dice una sillaba”.
Gli Orientali gridarono: “Esilio presso l’Egiziano!”
Gli Illiri: “Vi supplichiamo, perdonate tutti!”
Gli Orientali: “Esilio presso l’Egiziano!”
Gli Illiri: “Abbiamo tutti sbagliato; abbiate pietà di tutti noi! Queste parole all’imperatore ortodosso! Le chiese sono fatte a pezzi”.
Il clero di Costantinopoli: “In esilio con Dioscoro; Dio lo ha rigettato. Chiunque abbia comunione con lui è un ebreo”. [138]
- In mezzo a questo tumulto, i commissari imperiali posero fine alla sessione. La pausa continuò solo due giorni invece di cinque, poiché:
LA TERZA SESSIONE SI TENNE IL 13 OTTOBRE.
- Il primo passo compiuto in questa sessione fu quello di Eusebio di Dorileo, che si fece avanti con orgoglio per ottenere dal concilio la sua rivendicazione come campione dell’ortodossia. Presentò una petizione al concilio in cui, dopo aver ripetuto la sua accusa contro Dioscoro, disse:
“Perciò vi prego di avere pietà di me e di decretare che tutto ciò che è stato fatto contro di me sia dichiarato nullo, e che non mi facciate alcun male, ma che io sia nuovamente restituito alla mia dignità spirituale. Allo stesso tempo sia anatema la sua malvagia dottrina e punitelo per la sua insolenza secondo i suoi meriti.”
- In seguito a ciò, Dioscoro fu accusato di crimini enormi, di lussuria e dissolutezza, con grande scandalo del suo gregge; di essersi proclamato re d’Egitto e di aver tentato di usurpare la sovranità. Dioscoro non era presente e, dopo essere stati convocati tre volte senza comparire, i legati di Leone ricapitolarono i crimini a lui imputati e pronunciarono la seguente sentenza:
“Leone, arcivescovo della grande e antica Roma, per noi e per il presente sinodo, con l’autorità di San Pietro, su cui si fondano la Chiesa cattolica e la fede ortodossa, priva Dioscoro della dignità episcopale e lo dichiara d’ora in poi incapace di esercitare qualsiasi funzione sacerdotale o episcopale”. (Bower, “History of the popes”, Leo, par.40).
QUARTA SESSIONE, 17 OTTOBRE.
- In questa sessione, la discussione sulla fede fu ripresa. In primo luogo, fu letto l’atto della seconda sessione, che ordinava una pausa di cinque giorni per la riflessione sulla fede.
I commissari: “Che cosa ha ora decretato il reverendo sinodo riguardo alla fede?”
Il legato papale, Pascasino: “Il santo sinodo mantiene ferma la regola di fede che fu ratificata dai Padri a Nicea e da quelli a Costantinopoli. Inoltre, in secondo luogo, riconosce l’esposizione di questo credo data da Cirillo a Efeso. In terzo luogo, la letteradel santissimo Leone, arcivescovo di tutte le Chiese, che condannò l’eresia di Nestorio ed Eutiche, mostra con assoluta chiarezza qual è la vera fede, e anche il sinodo la mantiene, e non ammette che vi si aggiunga o vi si tolga nulla“.
I vescovi tutti insieme: “Anche noi tutti crediamo in questo, in ciò in cui siamo stati battezzati, in ciò in cui battezziamo, così crediamo.”
- Al centro dell’assemblea c’era il trono su cui erano posati i Vangeli. I commissari imperiali richiesero ora che tutti i vescovi giurassero sui Vangeli, indipendentemente dal fatto che fossero d’accordo o meno con la fede espressa nei simboli di Nicea e Costantinopoli e nella lettera di Leone. Il primo a giurare fu Anatolio, arcivescovo di Costantinopoli, poi i tre legati di Leone, e dopo di loro, uno per uno, arrivarono altri, fino a quando non furono stati così raccolti centosessantuno voti; dopodiché i commissari imperiali chiesero ai vescovi rimanenti di esprimere il loro voto tutti insieme. [139]
I vescovi, all’unanimità e a gran voce: “Siamo tutti d’accordo, tutti crediamo così; chi è d’accordo, appartiene al sinodo! Molti anni agli imperatori, molti anni all’imperatrice! Persino i cinque vescovi [che erano stati deposti con Dioscoro] hanno sottoscritto e hanno creduto come Leone! Anche loro appartengono al sinodo!”
I commissari imperiali e altri: “Abbiamo scritto per conto loro [dei cinque vescovi] all’imperatore e attendiamo i suoi ordini. Voi, tuttavia, siete responsabili davanti a Dio per questi cinque per i quali intercedete e per tutti i procedimenti di questo sinodo.”
I vescovi: “Dio ha deposto Dioscoro; Dioscoro è giustamente condannato; Cristo lo ha deposto.”
- Dopo questo, il concilio attese di ricevere notizie dall’imperatore riguardo ai cinque vescovi. Dopo diverse ore giunse il messaggio, il quale diceva che il concilio stesso avrebbe deciso in merito alla loro ammissione. Poiché il concilio aveva già concordato e lo aveva convocato, i cinque vescovi furono convocati immediatamente. Mentre entravano e prendevano posto, gridarono di nuovo a gran voce:
I vescovi: “Dio ha fatto questo! Tanti anni agli imperatori, al Senato, ai commissari! L’unione è completa e la pace è data alle Chiese!”
- I commissari annunciarono poi che il giorno prima diversi vescovi egiziani avevano consegnato una confessione di fede all’imperatore, il quale desiderava che fosse letta al concilio. I vescovi furono convocati e presero posto, e la loro confessione fu letta. La confessione era firmata da tredici vescovi, ma era presentata a nome di “tutti i vescovi d’Egitto”. Dichiarava di essere d’accordo con la fede ortodossa e di maledire ogni eresia, in particolare quella di Ario e di molti altri, ma non menzionava Eutiche tra gli eretici. Non appena ciò fu notato, il concilio accusò gli egiziani di disonestà. I legati di Leone chiesero se avrebbero accettato o meno la lettera di Leone e pronunciato una maledizione su Eutiche.
Gli egiziani risposero: “Se qualcuno insegna diversamente da quanto abbiamo indicato, che si tratti di Eutiche o di chiunque altro, sia anatema. Quanto alla lettera di Leone, tuttavia, non possiamo esprimerci, poiché tutti voi sapete che, in conformità con le prescrizioni del Concilio di Nicea, siamo uniti all’arcivescovo di Alessandria e quindi dobbiamo attendere il suo giudizio in merito”.
- Ciò causò un tale clamore nel concilio contro di loro, che i tredici cedettero al punto di pronunciare apertamente e apertamente una maledizione contro Eutiche. Di nuovo i legati li invitarono a sottoscrivere la lettera di Leone.
Gli Egiziani: “Senza il consenso del nostro arcivescovo non possiamo sottoscrivere”.
Acacio, vescovo di Ariarathia: “È inammissibile attribuire più peso a una singola persona che deve ricoprire la carica di vescovado di Alessandria che all’intero sinodo. Gli egiziani vogliono solo gettare tutto nella confusione qui come a Efeso. Devono sottoscrivere la lettera di Leone o essere scomunicati”.
Gli Egiziani: “In confronto al gran numero di vescovi d’Egitto, siamo presenti solo in pochi, e non abbiamo il diritto di agire in loro nome, di fare ciò che è richiesto. Preghiamo quindi per la misericordia, e che ci sia concesso di seguire il nostro arcivescovo. Altrimenti tutte le province d’Egitto si solleveranno contro di noi.”
Cecropio di Sebastopoli: [Rimproverandoli di nuovo di eresia] “È da voi soli che si richiede l’assenso alla lettera di Leone, e non a nome del resto dei vescovi egiziani.”
Gli Egiziani: “Non possiamo più vivere in patria se facciamo questo.”
Il legato di Leone, Lucenzio: “Dieci uomini singoli non possono arrecare alcun pregiudizio a un sinodo di seicento vescovi e alla fede cattolica.”
Gli Egiziani: “Saremo uccisi, saremo uccisi, se lo facciamo. Preferiremo essere eliminati qui da voi che là. Che venga nominato qui un arcivescovo per l’Egitto, e poi firmeremo e acconsentiremo. Abbiate pietà dei nostri capelli grigi! Anatolio di Costantinopoli sa che in Egitto tutti i vescovi devono obbedire all’arcivescovo di Alessandria. Abbiate pietà di noi; preferiremmo morire per mano dell’imperatore, e per mano vostra, che in patria. Prendete i nostri vescovadi, se volete, eleggete un arcivescovo di Alessandria, non abbiamo obiezioni.”
Molti vescovi: “Gli egiziani sono eretici; devono sottoscrivere la condanna di Dioscoro.”
I commissari imperiali: “Lasciateli rimanere a Costantinopoli finché non verrà eletto un arcivescovo per Alessandria.”
Il legato, Pascasino: [Concordando] “Devono dare garanzie di non lasciare Costantinopoli nel frattempo.”
- Durante il resto della sessione furono discusse questioni che non avevano alcuna attinenza diretta con l’istituzione della fede.
LA QUINTA SESSIONE, 22 OTTOBRE.
- L’obiettivo di questa sessione era l’istituzione della fede; e l’obiettivo fu raggiunto. La prima cosa fu la lettura di una forma di dottrina che, secondo quanto stabilito nella seconda sessione, era stata elaborata e anche il giorno prima era stata “approvata all’unanimità”. Non appena fu letta, tuttavia, fu sollevata un’obiezione contro di essa:
Giovanni, vescovo di Germanicia: “Questa formula non è buona; deve essere migliorata.”
Anatolio: “Non ha forse dato ieri soddisfazione universale?”
I vescovi in acclamazione: “È eccellente e contiene la fede cattolica. Via i nestoriani! L’espressione “Theotokos” [Madre di Dio] deve essere accolta nel credo.”
I legati di Leone: “Se la lettera di Leone non viene accettata, chiediamo i nostri documenti, così da poter tornare in patria e che si possa tenere un sinodo in Occidente.” [141]
- I commissari imperiali suggerirono quindi che una commissione composta da sei vescovi d’Oriente, tre d’Asia, tre d’Illiria, tre del Ponto e tre di Tracia, con l’arcivescovo di Costantinopoli e i legati romani, si riunisse alla presenza dei commissari e decidesse una formula di fede e la presentasse al concilio. La maggioranza dei vescovi, tuttavia, chiese a gran voce che quella appena presentata fosse accettata e sottoscritta da tutti, e accusò Giovanni di Germanicia di essere un nestoriano:
I commissari: “Dioscoro afferma di aver condannato Flaviano per aver sostenuto che ci sono due nature in Cristo; nella nuova formula dottrinale, tuttavia, rimane scritto: ‘Cristo è di due nature'”.
Anatolio: “Dioscoro è stato deposto non a causa di una falsa dottrina, ma perché ha scomunicato il papa e non ha obbedito al sinodo”.
I commissari: “Il sinodo ha già approvato la lettera di Leone. Poiché ciò è stato fatto, ciò che è contenuto nella lettera deve essere confessato”.
- La maggioranza del concilio, tuttavia, insistette per adottare la formula già presentata. I commissari informarono l’imperatore della situazione. Immediatamente giunse la risposta:
Il messaggio dell’imperatore: “O la proposta commissione di vescovi deve essere accettata, oppure i vescovi devono dichiarare individualmente la loro fede tramite i loro metropoliti, in modo che ogni dubbio possa essere dissipato e ogni discordia rimossa. Se non faranno nessuna di queste cose, si dovrà tenere un sinodo in Occidente, poiché qui si rifiutano di dare una dichiarazione definitiva e stabile riguardo alla fede.”
La maggioranza: “Rispettiamo la formula, o ce ne andiamo!”
Cecropio di Sebastopoli: “Chiunque non la sottoscriverà può andare [a un concilio occidentale].”
Gli Illiri: “Chiunque si opponga è un nestoriano, questi possono andare a Roma!”
I commissari: “Dioscoro ha respinto l’espressione: “Ci sono due nature in Cristo”, e al contrario ha accettato “di due nature”; Leone invece dice: “In Cristo ci sono due nature unite“: chi seguirai, il santissimo Leone o Dioscoro?”
L’intero concilio: “Noi crediamo con Leone, non con Dioscoro; chiunque si opponga a questo è un eutichiano.”
I commissari: “Quindi dovete accogliere nel credo anche la dottrina di Leone, che è stata esposta.”
- Il concilio chiese quindi la nomina della commissione che i commissari avevano suggerito. Tra coloro che furono nominati membri della commissione c’erano diversi vescovi che non solo avevano “sostenuto con veemenza” la dottrina di Eutiche, ma avevano anche effettivamente assunto un ruolo guida con Dioscoro nel secondo concilio di Efeso. La commissione si riunì immediatamente nell’oratorio della chiesa in cui si tenne il concilio e, dopo essersi consultati per un breve periodo, tornarono al concilio e presentarono il seguente preambolo: [142]
“Il santo e grande Sinodo Ecumenico, … a Calcedonia in Bitinia … ha definito quanto segue: Nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, confermando la fede nei suoi discepoli, dichiarò: “Vi lascio la pace; vi do la mia pace”, affinché nessuno fosse separato dal prossimo nelle dottrine della religione, ma che la predicazione della verità fosse resa nota a tutti indistintamente. Tuttavia, poiché il maligno non cessa con le sue attenzioni di ostacolare il seme della religione e inventa sempre qualcosa di nuovo in opposizione alla verità, Dio, nella Sua cura per il genere umano, ha suscitato lo zelo in questo pio e ortodosso imperatore, così che ha convocato i capi del sacerdozio per rimuovere ogni piaga di falsità dalle pecore di Cristo e nutrirle con le tenere piante della verità. Anche questo abbiamo fatto in verità, poiché abbiamo espulso, con il nostro comune giudizio, le dottrine errate e rinnovato la retta fede dei Padri, abbiamo proclamato il Credo dei trecentodiciotto a tutti e abbiamo riconosciuto come nostro i centocinquanta di Costantinopoli che lo accettarono. Mentre ora riceviamo le disposizioni del precedente Sinodo di Efeso, sotto Celestino e Cirillo, e le sue prescrizioni riguardanti la fede, decretiamo che la confessione dei trecentodiciotto Padri a Nicea è una luce per la fede retta e incontaminata, e che è valido anche ciò che fu decretato dai centocinquanta Padri a Costantinopoli per la conferma della fede cattolica e apostolica.
- Qui inserirono corporalmente il Credo del Concilio di Nicea e quello di Costantinopoli; e poi il preambolo continuava come segue:
“Questo saggio e salutare simbolo della grazia divina basterebbe davvero per una conoscenza completa e per la conferma della religione, poiché insegna tutto ciò che riguarda il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e dichiara l’incarnazione del Signore a coloro che la accolgono con fede; poiché, tuttavia, coloro che volevano abolire la predicazione della verità inventarono vane espressioni attraverso le loro eresie e, da un lato, osarono distruggere il mistero dell’incarnazione di nostro Signore e rifiutarono la designazione di portatrice-di-Dio, e, dall’altro, introdussero una mescolanza e una confusione [delle nature] e, contro ragione, immaginarono una sola natura della carne e della divinità, e sostennero temerariamente che la natura divina dell’Unigenito fosse, grazie alla mescolanza, resa possibile, perciò il santo, grande ed ecumenico Sinodo decreta che la fede dei trecentodiciotto Padri rimanga inviolata, e che la dottrina promulgata in seguito dai centocinquanta Padri di Costantinopoli, a causa dei Pneumatomachi, avrà pari validità, essendo stata da loro proposta non per aggiungere al simbolo di Nicea ciò che mancava, ma per rendere nota per iscritto la loro consapevolezza riguardo allo Spirito Santo contro i negatori della Sua gloria.
“A causa di coloro, tuttavia, che si sforzarono di distruggere il mistero dell’incarnazione e che insultarono audacemente colui che nacque da santa Maria, affermando che era un semplice uomo, il santo sinodo ha accettato come valida la lettera sinodale di San Cirillo a Nestorio e agli Orientali in opposizione al nestorianesimo, e ha aggiunto ad essa la lettera del santo arcivescovo Leone di Roma, scritta a Flaviano per la sconfitta degli errori eutichiani, in quanto concordante con la dottrina di San Pietro e come pilastro contro tutti gli eretici, per la conferma del dogmi ortodossi. Il sinodo si oppone a coloro che cercano di lacerare il mistero dell’incarnazione in una dualità di figli, ed esclude dalla santa comunione coloro che oserebbero dichiarare che la divinità dell’Unigenito è capace di soffrire, e si oppone a coloro che immaginano una mescolanza e una confusione delle due nature di Cristo, e scaccia coloro che stoltamente sostengono che la forma di servo del Figlio, assunta da noi, provenga da una sostanza celeste, o da qualsiasi altra [dalla nostra], e anatemizza coloro che affermano che prima dell’unione ci fossero due nature di nostro Signore, ma dopo l’unione una sola.”
- Avendo così preparato la strada, presentarono per l’occasione presente, per tutti i popoli e per tutti i tempi, il seguente credo: [143]
“Seguendo, di conseguenza, i santi Padri, confessiamo un solo e medesimo Figlio, il nostro Signore Gesù Cristo, e tutti a una sola voce lo dichiariamo perfetto nella divinità e perfetto nell’umanità, vero Dio e allo stesso tempo vero uomo, composto di un’anima razionale e di un corpo, consustanziale al Padre per quanto riguarda la sua divinità e consustanziale a noi per quanto riguarda la sua umanità; simile a noi in ogni cosa, indipendentemente dal peccato; generato prima dei secoli dal Padre secondo la sua divinità, ma nato, negli ultimi giorni, da Maria, vergine e madre di Dio, per noi e per la nostra salvezza; essendo uno e medesimo Gesù Cristo, Figlio, Signore, Unigenito, manifestato in due nature senza confusione, senza conversione, senza distinzione, senza separazione, in quanto la differenza delle nature non è in alcun modo annullata dalla loro unione, ma l’essenza peculiare di ciascuna natura è piuttosto preservata e concorre in una sola persona e in una sola sussistenza, non come se fosse diviso o separato in due persone, ma è un solo e medesimo Figlio, Unigenito, Verbo Divino, Signore Gesù Cristo, come i profeti hanno dichiarato di lui, e Cristo stesso ci ha pienamente istruito, e il simbolo dei Padri ci ha trasmesso. Dopo che queste questioni sono state definite da noi con ogni accuratezza e diligenza, il santo e universale sinodo ha stabilito che nessuno sia libero di proporre un’altra fede, sia per iscritto, sia elaborandola, ideandola o insegnandola ad altri. E che coloro che osano elaborare, pubblicare o insegnare un’altra fede, o comunicare un altro simbolo a coloro che sono disposti a convertirsi alla conoscenza della verità dal paganesimo, dall’ebraismo o da qualsiasi altra setta, siano puniti. Essi, se vescovi o chierici, saranno privati dell’ufficio episcopale, i chierici del loro ufficio clericale; e se monaci o laici, saranno dichiarati anatema”. (Evagrius’s, “Ecclesiastical History”, libro II, cap.4, par.4).
- Terminata la lettura di questo rapporto della commissione, il concilio si aggiornò.
SESTA SESSIONE, 25 OTTOBRE.
- A questa sessione si presentarono l’imperatore Marciano e l’imperatrice Pulcheria con tutta la loro corte per ratificare la decisione presa dal concilio nella precedente sessione riguardante la fede. Marciano aprì la sessione con un discorso, pronunciato prima in latino e ripetuto in greco, che recitava quanto segue:
“Fin dall’inizio del nostro regno abbiamo avuto particolarmente a cuore la purezza della fede. Poiché ora, per l’avarizia o la perversità di alcuni, molti sono stati sedotti all’errore, abbiamo convocato il presente sinodo affinché ogni errore e ogni oscurità siano dissipati, affinché la religione risplenda per la potenza della sua luce e nessuno in futuro osasse sostenere ulteriormente riguardo all’incarnazione del nostro Signore e Salvatore altro che ciò che la predicazione apostolica e il decreto, in conformità con essa, dei trecentodiciotto santi Padri hanno tramandato ai posteri, e che è anche attestato dalla lettera del santo papa Leone di Roma a Flaviano. Per rafforzare la fede, ma non per esercitare alcuna violenza, abbiamo voluto, seguendo l’esempio di Costantino, essere personalmente presenti al sinodo, affinché le nazioni non siano ancora più divise da false opinioni. I nostri sforzi erano diretti a questo, affinché tutti, diventando uno nella vera dottrina, possano tornare alla stessa religione e onorare la vera fede cattolica. Che Dio lo conceda.” [144]
- Non appena ebbe terminato il discorso in latino, i vescovi esclamarono all’unanimità: “Molti anni all’imperatore, molti anni all’imperatrice; è l’unico figlio di Costantino. Prosperità a Marciano, il nuovo Costantino!”
- Dopo che ebbe ripetuto il discorso in greco, i vescovi ripeterono le loro acclamazioni di adulazione. Poi fu letta l’intera dichiarazione, preambolo e tutto quanto riguardava la fede, al termine della quale:
L’imperatore Marciano: “Questa formula della fede esprime forse l’opinione di tutti?”
I seicento vescovi gridarono tutti insieme: “Tutti crediamo così; c’è una sola fede, una sola volontà; siamo tutti unanimi e abbiamo sottoscritto all’unanimità; siamo tutti ortodossi! Questa è la fede dei Padri, la fede degli apostoli, la fede degli ortodossi; questa fede ha salvato il mondo. Prosperità a Marciano, il nuovo Costantino, il nuovo Paolo, il nuovo Davide! Lunghi anni al nostro sovrano signore Davide! Tu sei la pace del mondo, lunga vita! La tua fede ti difenderà. Tu onori Cristo. Egli ti difenderà. Tu hai fondato l’ortodossia… All’augusta imperatrice, molti anni! Tu sei le luci dell’ortodossia… Ortodossa dalla sua nascita, Dio la difenderà. Difensore della fede, che Dio la difenda. Tu hai perseguitato tutti gli eretici. Che il malocchio sia distolto dal tuo impero! Degno della fede, degno di Cristo! Così i sovrani fedeli sono onorati… Marciano è il nuovo Costantino, Pulcheria è la nuova Elena!… La tua vita è la sicurezza di tutti; la tua fede è la gloria delle chiese. Grazie a te il mondo è in pace; grazie a te la fede ortodossa è stabilita; grazie a te l’eresia cessa di esistere. Lunga vita all’imperatore e all’imperatrice! (Citato da Stanley, “History of the Eastern Church”, lezione II, par.4).
- L’imperatore quindi “ringraziò Cristo che l’unità nella religione era stata nuovamente ristabilita e minacciò tutti, sia i privati cittadini che i soldati, nonché il clero, con gravi punizioni se avessero nuovamente suscitato controversie riguardo alla fede”, e propose alcune ordinanze che furono inserite nei canoni stabiliti nelle sessioni future. Non appena ebbe smesso di parlare, i vescovi gridarono di nuovo: “Tu sei sacerdote e imperatore insieme, vincitore in guerra e maestro della fede”.
- Il concilio si stava riunendo nella chiesa di Sant’Eufemia, e Marciano annunciò che, in onore di Sant’Eufemia e del concilio, avrebbe conferito alla città di Calcedonia il titolo e la dignità di “metropoli”; e in cambio i vescovi esclamarono tutti all’unanimità: “Questo è giusto; la Pasqua sia su tutto il mondo; la Santissima Trinità ti proteggerà. Ti preghiamo di congedarci”.
- Invece di congedarli, tuttavia, l’imperatore ordinò loro di rimanere “altri tre o quattro giorni” e di continuare i lavori. Il concilio continuò fino al 1° novembre, durante il quale si tennero dieci sessioni, durante le quali ci furono molte discussioni teologiche, maledizioni e smentite; e un’immensa quantità di clamori e grida di approvazione o di condanna. Nulla di tutto ciò, tuttavia, è degno di ulteriore attenzione, se non per dire che furono istituiti ventotto canoni, l’ultimo dei quali confermò all’arcivescovado di Costantinopoli la dignità che gli era stata conferita dal Concilio di Costantinopoli settant’anni prima, e pose fine a ogni controversia in materia di giurisdizione decretando che nei suoi privilegi e nei suoi rapporti ecclesiastici dovesse essere esaltato e mantenere il primo posto dopo quello dell’Antica Roma. Contro questo, tuttavia, i legati di Leone protestarono all’epoca; e Leone stesso, in tre lettere – una a Marciano, una a Pulcheria e una ad Anatolio – lo denunciò con il suo tono imperioso. [145]
- Dopo aver concluso i suoi lavori, il concilio redasse e inviò a Leone un memoriale che iniziava con le parole del Salmo 126:2, che in sostanza recitava così:
“La nostra bocca si riempì di riso e la nostra lingua di gioia”.
“La ragione di questa gioia è la conferma della fede che è stata preservata dalla tua Santità e il cui beato contenuto è stato da te tradotto come interprete della voce di Pietro. Voi, vescovi di Calcedonia, avete preso come guida per mostrare ai figli della Chiesa l’eredità della verità. La tua lettera è stata per noi un banchetto spirituale e imperiale, e crediamo di aver avuto lo Sposo celeste presente in mezzo a noi. Come il capo sulle membra, così tu, tramite i tuoi rappresentanti, hai avuto il predominio tra noi. Affinché tutto procedesse nel modo più ordinato, tuttavia, i fedeli imperatori hanno avuto la presidenza. La bestia selvaggia Dioscoro, avendo nella sua follia attaccato persino colui che è per il Salvatore custode della vigna divina, e avendo osato scomunicare colui la cui vocazione è quella di unire il corpo della Chiesa, il sinodo gli ha inflitto una punizione adeguata perché non si è pentito e non è comparso in risposta alla nostra esortazione. Tutti gli altri nostri affari sono stati condotti prosperamente per grazia di Dio e per mezzo di Sant’Eufemia, che ha incoronato l’assemblea riunita nella sua camera nuziale e ne ha trasmesso il decreto dottrinale come proprio al suo sposo Cristo per mano dell’imperatore e dell’imperatrice… Abbiamo anche confermato il canone del sinodo dei centocinquanta Padri, con il quale viene assegnato il secondo posto alla sede di Costantinopoli, subito dopo la tua santa e apostolica sede. Lo abbiamo fatto con fiducia, perché hai così spesso permesso al raggio apostolico che risplende da te di apparire sulla chiesa di Costantinopoli, e perché sei solito arricchire senza riluttanza coloro che ti appartengono, consentendo loro di partecipare ai tuoi beni. Ti preghiamo, quindi, di accogliere questo decreto come se fosse tuo, santissimo e beatissimo padre. I tuoi legati si sono fortemente opposti, probabilmente perché pensavano che questa buona disposizione, come la dichiarazione di fede, dovesse provenire da te. Ma eravamo dell’opinione che spettasse al Sinodo Ecumenico confermare le sue prerogative alla città imperiale, secondo il desiderio dell’imperatore, supponendo che, una volta udito, lo avresti considerato come un tuo atto. Poiché tutto ciò che i figli hanno fatto, che è buono, contribuisce all’onore dei Padri. Ti preghiamo, onora anche il nostro decreto con il tuo assenso; e come abbiamo acconsentito al tuo buon decreto, così possa la tua sublimità compiere ciò che è conveniente per i figli. Questo piacerà anche agli imperatori, che hanno sancito il tuo giudizio nella fede come legge; e la sede di Costantinopoli potrà ben ricevere una ricompensa per lo zelo con cui si è unita a te in materia di religione. Per dimostrare che non abbiamo fatto nulla per favore o antipatia verso qualcuno, ti abbiamo portato a conoscenza l’intero contenuto di ciò che abbiamo fatto e te lo abbiamo comunicato per conferma e assenso.
- A ciò seguirono, il 18 dicembre, due lettere a Leone da parte dell’imperatore e dell’arcivescovo di Costantinopoli, Anatolio, in cui si affermava di aver costantemente fatto tutto per l’onore di Leone e dei suoi legati e, per rispetto verso il papa, il concilio e lui stesso, avevano trasmesso tutto a Leone per la sua approvazione e conferma; anche Marciano [*l’imperatore] espresse la sua gioia che la vera fede avesse ricevuto la sua espressione in conformità con la lettera di Leone, e entrambi lo pregavano di approvare e confermare i decreti del concilio, e in particolare il canone relativo alla sede di Costantinopoli. Leone, tuttavia, denunciò fermamente quel canone. Ma come Anatolio, in una lettera dell’aprile 454, riconobbe a Leone: “Tutta la forza e la conferma dei decreti sono state riservate alla tua Santità”, questo significava cedere completamente a Leone, per quanto fosse possibile al concilio e ai suoi membri. [146]
- Il 7 febbraio 452 d.C., l’imperatore Marciano, a nome proprio e di Valentiniano III, emanò il seguente editto che confermava il credo del concilio:
“Ciò che è stato tanto e universalmente desiderato è finalmente compiuto. La controversia sull’ortodossia è conclusa e l’unità di opinione è ristabilita tra le nazioni. I vescovi riuniti a Calcedonia, su mio ordine, provenienti da vari esarcati, hanno insegnato con esattezza in un decreto dottrinale ciò che deve essere mantenuto in materia di religione. Ogni empia controversia deve ora cessare, poiché è certamente empio e sacrilego chi, dopo la dichiarazione fatta da così tanti vescovi, pensa che rimanga ancora qualcosa da esaminare con il proprio giudizio. Infatti, è evidentemente segno di estrema follia quando un uomo cerca una luce ingannevole in pieno giorno. Chi, dopo aver scoperto la verità, ricerca ancora qualcos’altro, cerca per falsità. Nessun chierico, nessun soldato e in generale nessuno, in qualsiasi posizione si trovi, deve osare pubblicamente disputare sulla fede, cercando di creare confusione e di trovare pretesti per false dottrine. Infatti, è un insulto al santo sinodo sottoporre ciò che ha decretato e fondamentalmente stabilito a nuovi esami e pubbliche dispute, poiché ciò che è stato recentemente definito riguardo alla fede cristiana è in accordo con la dottrina dei trecentodiciotto Padri e con la norma dei centocinquanta Padri. La punizione dei trasgressori di questa legge non sarà differita, poiché non solo sono oppositori della fede legittimamente stabilita, ma con le loro contese tradiscono anche i santi misteri agli ebrei e ai pagani. Se un chierico osa apertamente disputare sulla religione, sarà radiato dal registro del clero, il soldato sarà privato della cintura, le altre persone saranno allontanate dalla residenza e subiranno pene adeguate, inflitta loro secondo il giudizio delle corti di giustizia.”
- Il 28 luglio successivo egli emanò un decreto in cui proibiva agli Eutichiani di avere alcun clero; e se qualcuno avesse tentato di nominarne qualcuno, sia chi lo avesse nominato che chi fosse stato nominato, sarebbero stati puniti con la confisca dei beni e l’esilio a vita. Era loro proibito tenere riunioni di qualsiasi tipo, costruire o vivere in monasteri. Se avessero osato tenere qualsiasi tipo di riunione, il luogo in cui si teneva sarebbe stato confiscato, se il proprietario ne era a conoscenza. Ma se, all’insaputa del proprietario, fosse stato affittato da qualcuno per loro, chi l’aveva affittato sarebbe stato punito con percosse, con la confisca dei beni e l’esilio. Erano dichiarati incapaci di ereditare alcunché per testamento, né di nominare erede alcun Eutichiano. Se qualcuno fosse stato trovato nell’esercito, ne sarebbe stato espulso. Quelli tra loro che in precedenza erano stati di fede ortodossa, e anche i monaci del monastero – che lui chiamava la “stalla” – di Eutiche, dovevano essere cacciati completamente oltre i confini dell’Impero Romano. Tutti i loro scritti dovevano essere bruciati, chiunque li diffondesse doveva essere bandito e ogni insegnamento nella dottrina eutichiana doveva essere “severamente punito”. E infine, tutti i governatori delle province con i loro funzionari e tutti i giudici delle città che fossero stati negligenti nell’applicazione della legge, dovevano essere multati di dieci libbre d’oro, come dispregiatori della religione e delle leggi. Contemporaneamente all’emanazione di quest’ultimo decreto, Eutiche e Dioscoro furono condannati all’esilio. Eutiche morì prima che la sentenza fosse eseguita e Dioscoro morì in esilio a Gangra, in Paflagonia, due anni dopo. [*Paflagonia: antica regione costiera dell’Anatolia centro settentrionale, bagnata a nord dal Mar Nero.] [147]
- Poiché Leone aveva pubblicato le sue lettere in cui respingeva il canone riguardante la sede di Costantinopoli, e non aveva ancora formalmente pubblicato alcuna approvazione del decreto dottrinale del concilio, si diffuse in tutto l’Oriente la notizia che egli aveva ripudiato tutte le decisioni del concilio. La notizia, quindi, costituì un nuovo incentivo per tutti coloro che non erano d’accordo con il credo del concilio, e l'”eresia” tornò a essere così diffusa che il 15 febbraio del 453 d.C. Marciano indirizzò una lettera a Leone, implorandolo con insistenza di emettere al più presto un decreto a conferma della decisione del Concilio di Calcedonia, “affinché nessuno potesse avere ulteriori dubbi sul giudizio di Sua Santità”. Il 21 marzo Leone rispose con le seguenti parole:
“Non dubito, fratelli, che sappiate tutti con quanta gioia ho confermato il decreto dottrinale del Sinodo di Calcedonia. Avreste potuto apprenderlo non solo dall’assenso dei miei legati, ma anche dalle mie lettere ad Anatolio di Costantinopoli, se egli vi avesse portato la risposta della Sede Apostolica. Ma affinché nessuno dubiti della mia approvazione di quanto decretato nel Sinodo di Calcedonia per universale consenso riguardo alla fede, ho indirizzato questa lettera a tutti i miei fratelli e confratelli vescovi che erano presenti al sinodo menzionato, e l’imperatore, su mia richiesta, ve la invierà, affinché sappiate tutti che, non solo per mezzo dei miei legati, ma anche per la mia stessa conferma, ho concordato con voi su quanto è stato fatto nel Sinodo; ma solo, come deve sempre essere ripetuto, riguardo al tema della fede, per il quale il concilio generale fu riunito per ordine degli imperatori, in accordo con la sede apostolica. Ma per quanto riguarda le disposizioni dei Padri di Nicea, vi ammonisco che i diritti delle singole chiese devono rimanere inalterati, così come furono stabiliti dai Padri ispirati. Nessuna ambizione illegittima deve desiderare ciò che non è suo, e nessuno deve aumentare con la diminuzione di altri. E ciò che l’orgoglio ha ottenuto con l’assenso forzato, e pensa di aver confermato con il nome di un concilio, è invalido, se è in contrasto con i canoni dei suddetti Padri [di Nicea]. Con quanta riverenza la sede apostolica mantenga le disposizioni di questi Padri, e che io, con l’aiuto di Dio, sarò custode della fede cattolica e dei canoni ecclesiastici, potete constatarlo dalla lettera con cui ho resistito ai tentativi del vescovo di Costantinopoli.
- Poiché la necessità del Concilio di Calcedonia fu creata dalla sola volontà di Leone; poiché il concilio, una volta riunito, fu governato dall’inizio alla fine dai suoi legati in suo nome; poiché i documenti presentati nel concilio furono indirizzati a “Leone, santissimo, beato e universale patriarca della grande città di Roma, e al santo ed ecumenico Concilio di Calcedonia”; poiché il concilio riconobbe chiaramente Leone come suo capo e i membri del concilio come suoi membri; poiché i giudizi furono pronunciati come suoi; poiché la sua lettera fu resa la prova e l’espressione della fede, e con essa tutti erano tenuti a concordare; poiché le decisioni del concilio furono sottoposte alla sua approvazione e furono praticamente di scarsa o nessuna validità finché non avesse formalmente pubblicato la sua approvazione, e poi solo la parte da lui approvata; poiché, in breve, tutto ciò che riguardava il concilio scaturiva dalla sua volontà e tornava sottomesso alla sua volontà, Leone, e in lui il vescovado di Roma, divennero così essenzialmente la fonte della fede cattolica. [148]
- Non sorprende, quindi, che Leone I° [*il papa Leone Magno] dichiarasse ufficialmente che i decreti dottrinali del Concilio di Calcedonia erano ispirati. Questo è esattamente ciò che fece. In una lettera al vescovo Giuliano di Cos (Epistola 144), affermò: “I decreti di Calcedonia sono ispirati dallo Spirito Santoe devono essere accolti come la definizione della fede per il bene del mondo intero“. E in una lettera (Epistola 145) all’imperatore d’Oriente Leone, succeduto a Marciano nel 457 d.C., affermò: “Il Sinodo di Calcedonia fu tenuto per ispirazione divina“. Pertanto, i decreti dottrinali del Concilio di Calcedonia erano l’espressione della volontà di papa Leone; e poiché questi decreti furono pubblicati e considerati di ispirazione divina, a sua volta, rappresentarono una scorciatoia per giungere all’infallibilità del vescovo di Roma.
- Ora il lettore vada alle pagine 145, 183 e 185 e confronti le parole in corsivo nella dichiarazione di Eutiche, nella dichiarazione dei commissari del concilio e nel Credo di Calcedonia. Si vedrà che [*papa] Leone e il concilio si avvicinarono così tanto a dire ciò che aveva detto Eutiche, che non si può percepire alcuna differenza. Eutiche era stato condannato come eretico per aver affermato che in Cristo, dopo l’incarnazione, le due nature sono una. Ora Leone e il concilio esprimono la fede ortodossa affermando che in Cristo ci sono due nature unite in una. In altre parole, Eutiche fu condannato come eretico per aver affermato che Cristo è “di due nature”; mentre Leone e il concilio furono dichiarati eternamente ortodossi per aver affermato che Cristo è “in due nature”. In greco, la differenza era espressa dalle due parole brevi, ek ed en, che, come le due parole lunghe, Homoousion e Homoiousion, all’inizio della controversia tra Alessandro e Ario, differivano solo per una lettera. E allo stesso modo, il significato delle due parole è così “essenzialmente lo stesso“, che chi crede all’una, crede anche all’altra. “Tale era l’artificio del demone invidioso e odiatore di Dio nel cambiare una singola lettera, che, mentre in realtà un’espressione era completamente induttiva della nozione dell’altra, tuttavia, in generale, la discrepanza tra loro era ritenuta considerevole, e le idee trasmesse da esse erano chiaramente in diametrale opposizione e si escludevano a vicenda; mentre chi confessa Cristo in due nature, afferma chiaramente che proviene da due… e d’altra parte, la posizione di chi afferma la sua origine da due nature include completamente la sua esistenza in due… Così che in questo caso l’espressione “da due nature” suggerisce appropriatamente il pensiero dell’espressione “in due“, e viceversa; né può esserci una separazione dei termini.” – (Evagrio. “Ecclesiastical History”, libro II, cap.V; Hefele’s, “History of the Church Councils”, sez.CXCIII, par.5, nota; Schaff’s, “History of the Christian Church”, vol.III, sez.CXL, par.9, nota 2, sez.CXLI, par.12, nota 4).
- E questo è tutto ciò che c’era in questa disputa, o in qualsiasi altra precedente, insé. Eppure, ne scaturirono violenza costante e universale, ipocrisia, spargimenti di sangue e omicidi, che rapidamente causarono la completa rovina dell’impero, e stabilirono un dispotismo sul pensiero che rimase supremo per secoli, e che è ancora affermato e fin troppo ampiamente accettato.
- Essendo stato così ricondotto il mondo intero all'”unità della fede”, la controversia, la confusione e la violenza continuarono peggio di prima. Ma poiché la fede di [*papa] Leone, stabilita dal Concilio di Calcedonia, “completa sostanzialmente la cristologia ortodossa della Chiesa antica” ed è “passata in tutte le confessioni delle chiese protestanti” (Schaff. “History of the Christian Church”, vol.III, sez.CXLII, par.1,2); e poiché l’opera di questi quattro concili generali – Nicea, Costantinopoli, primo di Efeso e Calcedonia – fu quella di porre formule umane morte al posto degli oracoli viventi di Dio; una donna al posto di Cristo; e l’UOMO AL POSTO DI DIO, non è necessario proseguire oltre in quella particolare linea di ambiziosi conflitti e contese teologiche.
CAPITOLO 12 – IL POTERE TEMPORALE PAPALE INSTAURATO
[149] I Papi come Mediatori- Le Terre della Chiesa – Il Regno degli Eruli Sradicato – Il Dominio Ostrogoto – Atti Papali a Roma – Il Papato Posto al di Sopra dello Stato – Cospirazioni Contro gli Ostrogoti – Giustiniano e il Papato – La Controversia del Trisagio – Il Regno dei Vandali Sradicato – Il Regno degli Ostrogoti Distrutto – Il Papato Ora Potenza Mondiale
- Abbiamo visto come, a causa dell’arrogante ministero di Leone, il vescovo di Roma divenne fonte di fede e fu elevato a una posizione di dignità e autorità che l’aspirante prelatura non aveva mai raggiunto prima. Leone, in quanto tipico papa, era uno la cui “ambizione non conosceva limiti, e per soddisfarla non si fermava davanti a nulla; non faceva distinzione tra giusto e sbagliato, tra vero e falso; come se avesse adottato la famosa massima di Giulio Cesare: “Siate giusti, a meno che un regno non tenti di infrangere le leggi, perché solo il potere sovrano può giustificare la causa”, o pensasse che le azioni più criminali cessassero di essere criminali e diventassero meritorie, quando in qualche modo servissero all’aumento del suo potere o all’esaltazione della sua sede”. – (Bower. “History of the Popes”, Leo, penultimo paragrafo.)
- Né la forza di alcun singolo punto del suo esempio andò mai perduta per i suoi successori. Il suo immediato successore:
ILARIO, (461-467),
fu così lieto di occupare il posto che era stato reso così importante da Leone, che poco dopo la sua elezione scrisse una lettera agli altri vescovi chiedendo loro di esultare con lui, curando in particolar modo di dire nella lettera che non dubitava che tutti sapessero quale rispetto e deferenza si doveva dare “nello Spirito di Dio a San Pietro e alla sua sede”. I vescovi di Spagna si rivolgevano a lui come “il successore di San Pietro, il cui primato dovrebbe essere amato e temuto da tutti”.
- A Ilario successe:
SIMPLICIO, (467-483),
sotto il cui pontificato l’impero perì quando gli Eruli, sotto Odoacre, invasero tutta l’Italia, deposero l’ultimo imperatore d’Occidente, si appropriarono di un terzo di tutte le terre e istituirono il regno degli Eruli, con Odoacre re d’Italia. Infatti, quanto più il potere imperiale si affievoliva e quanto più l’impero si avvicinava alla sua caduta, tanto più rapidamente e più forti crebbero le pretese papali. Così le stesse calamità che rapidamente causarono la rovina dell’impero, e che furono accelerate dall’unione tra Chiesa e Stato, furono volte a vantaggio del vescovado di Roma. Durante tutto il periodo delle invasioni barbariche dal 400 [150] al 476, la gerarchia cattolica ovunque si adattò alla situazione e ricavò potere e influenza dalle calamità che si abbattevano ovunque.
- Abbiamo visto che Innocenzo I, nella cui mente sembra essere nata per la prima volta la vasta concezione della supremazia ecclesiastica universale di Roma, durante l’invasione dell’Italia e l’assedio di Roma da parte di Alarico, guidò un’ambasciata presso l’imperatore per mediare un trattato di pace tra l’impero e i Goti invasori. Abbiamo visto che al momento dell’elezione di Leone alla sede papale, egli era assente per una missione analoga, volta a riconciliare l’inimicizia tra i due principali ufficiali romani, che minacciava la sicurezza dell’impero. Eppure, altre e ben più importanti occasioni dello stesso tipo capitarono a Leone durante il suo vescovado. Nel 453, Leone fu nominato capo di un’ambasciata per incontrare Attila mentre era in viaggio verso Roma, se possibile per respingerlo indietro. L’ambasciata ebbe successo; fu stipulato un trattato; Attila si ritirò oltre il Danubio, dove morì immediatamente; e l’Italia fu liberata. Ciò non arrecò meno gloria a Leone di qualsiasi altra delle sue notevoli imprese. Non ebbe altrettanto successo con Genserico due anni dopo, eppure anche allora riuscì a mitigare le devastazioni dei Vandali, che di solito erano così terribili.
- Inoltre, non fu contro la religione in quanto tale che i barbari mossero guerra: poiché essi stessi erano religiosi. Fu contro quel potente impero di cui avevano visto molto, sofferto molto e sentito ancora di più. Furono come nazioni che si vendicavano di una nazione che era stata così grande e che aveva così orgogliosamente affermato il suo dominio su tutte le altre nazioni, che invasero l’Impero Romano. E quando poterono stabilirsi e rimanere, come signori assoluti, nei domini di coloro che si erano vantati di un dominio assoluto ed eterno, e umiliare così l’orgoglio della potente Roma, questa fu la loro suprema gratificazione.
- Poiché queste invasioni non si verificarono ovunque contemporaneamente, ma a intervalli per un periodo di settantacinque anni, la Chiesa ebbe tutto il tempo per adattarsi ai costumi dei barbari pagani, cosa che, come sempre, fece prontamente. I barbari pagani erano abituati a nutrire il massimo rispetto per il proprio sacerdozio ed erano disposti ad ammettere il sacerdozio cattolico a un posto pari o addirittura maggiore nella loro stima. Quelli di loro che si dichiaravano già cristiani erano ariani e non così selvaggi come i cattolici; pertanto, ad eccezione dei Vandali, non erano così inclini a perseguitare ed erano disposti a sistemarsi e a stabilirsi nei territori dell’impero scomparso.
- Alla caduta dell’impero, il vescovado di Roma era il capo e il centro di un potere forte e compatto. E insinuando abilmente il ruolo di mediatore tra gli invasori barbari e la decadente autorità imperiale, aveva raggiunto una posizione tale da essere riconosciuto dagli invasori come il potere che, pur affermando di non essere temporale ma spirituale, era tuttavia reale, e che era succeduto alla scomparsa autorità imperiale di Roma. E alla luce della storia del tempo, è impossibile sfuggire alla convinzione che nel vescovado di Roma si fosse formata in quel momento la determinazione di insediarsi nel dominio temporale di Roma e dell’Italia. Gli imperatori erano stati assenti da Roma per così tanto tempo che il vescovo di Roma aveva preso il loro posto; e abbiamo visto come la Chiesa avesse usurpato il posto dell’autorità civile. Il vescovo di Roma era il capo della Chiesa; e ora, mentre l’impero stava per morire, avrebbe esaltato il suo trono sulle sue rovine e, dall’anarchia dei tempi, si sarebbe assicurato un posto e un nome tra i poteri e i domini della terra. [151]
- I barbari che presero possesso dell’Italia erano ariani, il che agli occhi del vescovo di Roma era peggiore di tutti gli altri crimini messi insieme. Oltre a ciò, il monarca erulo, Odoacre, ariano, pretese di affermare l’autorità civile sul papato, il che, a causa dei tumulti nell’elezione del Papa, era necessario, ma non sarebbe stato sopportato docilmente dagli orgogliosi pontefici. All’elezione del primo Papa dopo la caduta dell’impero, il rappresentante di Odoacre comparve e comunicò all’assemblea che senza la sua direttiva non si doveva fare nulla; che tutto ciò che avevano fatto era nullo e invalido; che l’elezione doveva ricominciare da capo; e “che spettava al magistrato civile prevenire i disordini che potevano sorgere in tali occasioni, per timore che dalla Chiesa passassero allo Stato”. E poiché queste elezioni furono portate avanti non solo con la violenza, ma anche con la corruzione, in cui i beni della Chiesa giocavano un ruolo importante, Odoacre, tramite il suo luogotenente in questa stessa assemblea, nel 483 d.C., “fece promulgare una legge che proibiva al vescovo che sarebbe stato eletto, così come ai suoi successori, di alienare qualsiasi eredità, proprietà o utensili sacri che appartenessero, o sarebbero appartenuti in futuro, alla Chiesa; dichiarando nulli tutti tali accordi, anatematizzando sia il venditore che l’acquirente, e obbligando quest’ultimo e i suoi eredi a restituire alla Chiesa tutte le terre e i beni così acquistati, per quanto a lungo li avessero posseduti”. – (Bower. “History of the Popes”, Felix II, par.1).
- Per la legge di Costantino, che conferiva alla Chiesa il privilegio di ricevere donazioni, lasciti, ecc., per testamento, le terre erano incluse; e attraverso quasi duecento anni di applicazione di questa legge, la Chiesa di Roma si era enormemente arricchita in proprietà terriere. E più in particolare “da quando l’estinzione dell’Impero d’Occidente aveva emancipato il potere ecclesiastico dal controllo secolare, il primo e più duraturo obiettivo dei suoi piani e delle sue preghiere era stato l’acquisizione di ricchezze territoriali nelle vicinanze della sua capitale”. – (Bryce. “The Holy Roman Empire”, cap.4, par.7.)
- La Chiesa di Roma possedeva anche altri territori, sparsi in diverse parti d’Italia e persino in Asia, poiché Celestino I inviò a Teodosio II la richiesta di estendere la sua protezione imperiale su alcuni possedimenti in Asia, che una donna di nome Proba aveva lasciato in eredità alla Chiesa di Roma. Con il declino del potere imperiale in Occidente, il vescovo di Roma, con il suo crescente potere, affermò sempre più il proprio potere di protezione sui suoi possedimenti in Italia. E quando il potere imperiale scomparve del tutto, si ritenne naturalmente che questo potere spettasse in modo assoluto a lui. Quando, pertanto, Odoacre, barbaro invasore ed eretico, emanò un decreto che proibiva l’alienazione di terre e possedimenti ecclesiastici, ciò fu rappresentato come una presuntuosa invasione dei diritti del vescovo di Roma, non solo di fare ciò che voleva con i propri beni, ma soprattutto di essere il protettore dei beni e dei possedimenti della Chiesa.
- Per questa offesa di Odoacre, il vescovo di Roma non perdonò nulla. Solo lo sradicamento totale del potere degli Eruli poteva espiare la colpa. Gli ecclesiastici cattolici d’Italia iniziarono a tramare per la sua caduta, e la cosa fu presto portata a termine. A quel tempo, nei domini dell’Impero d’Oriente, si trovavano, inquieti e vagabondi senza nessuna [152] dimora certa, gli Ostrogoti sotto il re Teodorico. Sebbene al servizio dell’impero, erano insoddisfatti della loro sorte; ed erano così selvaggi e potenti che l’imperatore ne nutriva un costante timore. Perché non impiegare questa forza per distruggere il dominio degli Eruli e liberare Roma dalle interferenze e dall’oppressione di Odoacre? La corte suggerì a Teodorico, ma poiché era al servizio dell’impero, era necessario che ottenesse il permesso di intraprendere la spedizione. Si rivolse quindi all’imperatore come segue:
“Sebbene il tuo servo sia mantenuto nell’abbondanza dalla tua liberalità, ascolta con benevolenza i desideri del mio cuore. L’Italia, eredità dei tuoi predecessori, e Roma stessa, capo e signora del mondo, ora oscillano sotto la violenza e l’oppressione del mercenario Odoacre. Guidami, con le mie truppe nazionali, a marciare contro il tiranno. Se cadrò, sarai liberato da un amico costoso e fastidioso: se, con il permesso divino, avrò successo, governerò in tuo nome, e per la tua gloria, il Senato romano e la parte della repubblica liberata dalla schiavitù dal mio esercito vittorioso.“(Gibbon, “Decline and Fall”, cap.39, par.5).
- Zenone, che a quel tempo era imperatore, aveva già “aizzato contro Odoacre la nazione dei Rugi”; e quindi “è importante notare che già nell’anno 486 i rapporti amichevoli tra Odoacre e Zenone erano stati sostituiti da un’inimicizia appena velata; e quindi l’animo dell’imperatore era già sintonizzato in armonia con quella feroce arringa contro “l’autorità usurpata di un re di Rugi e Turcilingi” che, secondo Giordane, Teodorico gli pronunciò nel 488″. – (Hodgkin. “Italy and Her Invaders” (The Ostrogothic Invasion), libro IV, cap.4, ultimo par.).
La proposta che era stata suggerita fu accolta con piacere dall’imperatore Zenone; Teodorico ricevette l’incarico di invadere l’Italia e, nell’inverno del 489, l’intera nazione degli Ostrogoti intraprese la sua marcia di settecento miglia verso l’Italia. “La marcia di Teodorico deve essere considerata come l’emigrazione di un intero popolo: le mogli e i figli dei Goti, i loro anziani genitori, e i beni più preziosi, furono trasportati con cura… e alla fine, superando ogni ostacolo con abile condotta e perseverante coraggio, scese dalle Alpi Giulie e spiegò le sue invincibili bandiere sui confini dell’Italia.” – (Gibbon. Idem, par.6).
- Teodorico sconfisse Odoacre in tre scontri, tra il 489 e il 490 d.C., e “dalle Alpi all’estremità della Calabria, Teodorico regnò per diritto di conquista”. Odoacre si chiuse a Ravenna, dove si sostenne contro un assedio serrato per tre anni. Grazie all’ufficio dell’arcivescovo di Ravenna e alle grida del popolo affamato, Odoacre fu indotto a firmare un trattato di pace: l’arcivescovo stesso “faceva da mediatore”. Prima che Teodorico entrasse nella città resa, secondo un piano “predefinito”, “l’arcivescovo gli andò incontro, ‘con croci, turiboli e i santi Vangeli’ e con un lungo seguito di sacerdoti e monaci. Caduto prostrato a terra, mentre i suoi seguaci cantavano un salmo penitenziale, pregò che ‘il nuovo re d’Oriente’ lo accogliesse in pace. La richiesta fu accolta, non solo per sé e per i cittadini di Ravenna, ma per tutti gli abitanti romani d’Italia… Una cerimonia come questa, con ogni probabilità concordata tra il re e l’arcivescovo, fu giudicata appropriata, al fine [153] di imprimere vividamente nelle menti sia degli italiani che degli ostrogoti che Teodorico era giunto come amico della Chiesa Cattolica e della vasta popolazione che, pur accettando un nuovo signore, si aggrappava ancora al grande nome di Roma”. Poco dopo, durante un banchetto solenne, Odoacre fu ucciso per mano di Teodorico stesso; e “nello stesso momento, e senza alcuna resistenza”, il suo popolo “fu massacrato universalmente”, il 5 marzo 493: “una sorta di ‘Vespri siciliani’ dei seguaci di Odoacre in tutta Italia; e, dal modo ipocrita in cui il vescovo [Ennodio, panegirista di Teodorico] rivendica il Cielo come complice dell’atto sanguinoso, possiamo forse dedurre che il clero romano fosse generalmente a conoscenza del complotto”. – (Hodgkin. “Italy and Her Invaders”, libro VI, cap.VI, par.4, 6, 16 dalla fine; Gibbon, Idem).
- Così fu distrutto, “sradicato dalle radici”, il regno di Odoacre e degli Eruli. E che sia stata in non piccola parte opera della Chiesa Cattolica è certo anche dal fatto che “durante la conquista e l’istituzione del regno gotico, il crescente potere e l’importanza degli ecclesiastici cattolici si impongono all’attenzione. Sono ambasciatori, mediatori nei trattati; [essi] decidono la lealtà vacillante o istigano la rivolta delle città”. – (Milman. “History of Latin Christianity”, libro III, cap.3, par.3). Il vescovo di Pavia portò a Teodorico a Milano la resa e l’offerta di fedeltà di quella grande città.
- Un altro elemento che rende questa tesi assolutamente vera è il fatto che, non appena l’ordine fu ripristinato in Italia e a Roma, e la Chiesa si sentì di nuovo al sicuro, un concilio di ottanta vescovi, trentasette presbiteri e quattro diaconi fu convocato a Roma dal Papa nel 499 d.C., il cui primo atto fu quello di abrogare la legge promulgata da Odoacre sui beni ecclesiastici... Ciò significava chiaramente che i beni della Chiesa non erano più soggetti in alcun modo all’autorità del potere civile, ma dovevano essere tenuti sotto la giurisdizione della sola Chiesa. Di fatto, ciò equivaleva a una dichiarazione di indipendenza del papato e dei suoi beni.
- Questa vicenda dimostra anche in modo conclusivo che il risentimento del vescovado di Roma, suscitato dalla legge di Odoacre, non si placò mai finché Odoacre e la legge, in quanto rappresentava l’autorità del potere civile, non furono entrambi eliminati. E questo è il segreto della distruzione del regno degli Eruli di Italia.
- Non è un argomento contro questo affermare che anche gli Ostrogoti fossero ariani. Perché (1) come vedremo tra poco, Teodorico, sebbene ariano, non interferì negli affari della Chiesa; e (2) la Chiesa di Roma, nel distruggere un avversario, non esita mai alla prospettiva che lo faccia un altro; né che un altro possa sorgere al posto di quello distrutto. In base al principio che è meglio avere un nemico che due, ne userà uno per distruggerne un altro, e non perderà mai l’occasione di distruggerne uno per paura che un altro possa sorgere al suo posto.
- Teodorico governò l’Italia per trentotto anni, dal 493 al 526 d.C., durante il quale l’Italia godette di una pace, tranquillità e assoluta sicurezza mai viste prima, e mai più conosciute fino al 1870: un “nettamente in contrasto con il secolo di paralisi strisciante che lo aveva preceduto e con il terrificante ciclo di guerre e barbare vendette che seguì [154] quel periodo di pace”. – (Hodgkin. “Idem, cap.8, par.2).
La popolazione del suo paese contava duecentomila uomini, che, con il numero proporzionale di donne e bambini, formavano una popolazione di quasi un milione. Le sue truppe, un tempo così selvagge e dedite al saccheggio, furono riportate a una tale disciplina che in una battaglia in Dacia, in cui uscirono completamente vittoriose, “le ricche spoglie del nemico giacevano intatte ai loro piedi”, perché il loro capo non aveva dato alcun segno di saccheggio. Quando tale disciplina prevaleva nell’eccitazione di una vittoria e in un paese nemico, è facile comprendere l’ordine pacifico che prevaleva nelle terre appena conquistate dagli Eruli prima di loro.
- Durante le epoche di violenza e rivoluzione trascorse, vaste distese di terra in Italia erano diventate completamente desolate e incolte; quasi tutto il resto era sottoposto a una coltivazione imperfetta; ma ora “l’agricoltura riprese vigore all’ombra della pace, e il numero degli agricoltori si moltiplicò con il riscatto dei prigionieri”; e l’Italia, che per così tanto tempo era stata nutrita da altri paesi, iniziò ora effettivamente a esportare grano. L’ordine civile era così saldamente mantenuto che “le porte della città non venivano mai chiuse né di giorno né di notte, e il detto comune che una borsa d’oro poteva essere lasciata al sicuro nei campi, era espressione della consapevole sicurezza degli abitanti”. – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.39, par.14; e di Milman: “History of Latin Christianity”, libro III, cap.3, par.5).
Mercanti e altri amanti dei benefici della pace accorrevano da ogni parte. Ciò potevano farlo facilmente, poiché il suo potere protettivo raggiungeva persino i Burgundi, i Visigoti e gli Alemanni; poiché “la sovranità gotica era stabilita dalla Sicilia al Danubio, da Sirmio o Belgrado all’Oceano Atlantico; e gli stessi Greci hanno riconosciuto che Teodorico regnava sulla parte più bella dell’Impero d’Occidente”. (Idem, par.11)
- Ma non regnava solo la pace civile. Soprattutto, vi era perfetta libertà nell’esercizio della religione. In effetti, la misura della libertà civile e della pace dipende sempre da quella della libertà religiosa. Teodorico e il suo popolo erano ariani, eppure alla fine di un dominio di cinquant’anni in Italia, gli Ostrogoti potevano tranquillamente sfidare i loro nemici a presentare un solo caso autentico in cui avessero mai perseguitato i cattolici. Persino la madre di Teodorico e alcuni dei suoi Goti preferiti avevano abbracciato la fede cattolica in perfetta libertà da qualsiasi molestia. La separazione tra Chiesa e Stato, tra potere civile e religioso, era chiara e netta. I beni ecclesiastici erano protetti in comune con gli altri beni, mentre allo stesso tempo erano tassati in comune con tutti gli altri beni. Il clero era protetto in comune con tutti gli altri cittadini, e allo stesso modo, in comune con tutti gli altri cittadini, veniva citato dinanzi ai tribunali civili per rispondere di tutti i reati civili. In tutte le questioni ecclesiastiche erano lasciati completamente a loro stessi. Persino le elezioni papali Teodorico le lasciava completamente a se stesse e, sebbene spesso sollecitato da entrambe le parti ad interferire, si rifiutò di avervi alcunché a che fare, se non per mantenere la pace, il che in effetti non era di per sé un compito da poco. Rifiutò persino di confermare le elezioni papali, un incarico che era stato esercitato da Odoacre.
- Non si trattava solo di una questione di tolleranza; si trattava di un autentico riconoscimento dei diritti di coscienza. In una lettera all’imperatore Giustino, nel 524 d.C., Teodorico annunciò il genuino [155] principio dei diritti di coscienza e il rapporto che avrebbe dovuto esistere tra religione e Stato, con le seguenti parole, degne di essere incise a lettere d’oro:
“Pretendere di avere un dominio sulla coscienza significa usurpare la prerogativa di Dio. Per natura delle cose, il potere dei sovrani è limitato al governo politico. Non hanno diritto di punizione se non su coloro che disturbano la pace pubblica. L’eresia più pericolosa è quella di un sovrano che si separa da una parte dei suoi sudditi perché non credono secondo la sua fede“. (Milman: “History of Latin Christianity”, libro III, cap.3, par.8 dalla fine).
- Simili argomentazioni erano state avanzate in precedenza dalle parti oppresse, ma mai prima d’ora il principio era stato annunciato dal partito al potere. L’enunciazione e la difesa di un principio, da parte di chi detiene il potere di violarlo, è la garanzia più sicura che il principio sia sostenuto con sincerità.
- La descrizione dello stato di pace e tranquillità in Italia sopra riportata si applica all’Italia, ma non a Roma, ai domini di Teodorico e degli Ostrogoti, ma non alla città del Papa e dei cattolici. Nel 499 d.C. si tenne un’elezione papale. Poiché c’erano, come al solito, candidati rivali – Simmaco e Lorenzo – scoppiò una guerra civile. “Le due fazioni si scontrarono con la più feroce ostilità; il clero, il Senato e il popolo erano divisi”; le strade della città “scorrevano di sangue, come ai tempi delle lotte repubblicane”. – (Milman. Idem, par.11)
- I contendenti erano così alla pari, e la violenta lotta durò così a lungo, che i principali esponenti di entrambi i partiti convinsero i candidati ad andare da Teodorico a Ravenna e a sottoporre al suo giudizio le loro rivendicazioni. L’amore di Teodorico per la giustizia e per i diritti del popolo, decise prontamente e semplicemente che il candidato che avesse ottenuto il maggior numero di voti sarebbe stato eletto; e se i voti fossero stati equamente divisi, sarebbe stato eletto il candidato che era stato ordinato per primo. Simmaco si assicurò la carica. Simmaco tenne un concilio, che si riunì il primo marzo del 499 e approvò un decreto “quasi nei termini dell’antica legge romana, che condannava severamente ogni ambizione ecclesiastica, ogni sollecitazione per ottenere sottoscrizioni, o per l’amministrazione di giuramenti, o promesse, per il papato” durante la vita di un Papa. Ma metodi elettorali come questi erano ormai così diffusi che questa legge aveva la stessa scarsa efficacia nel controllare i metodi degli aspiranti candidati alla carica vescovile, come ai tempi della repubblica lo stesso tipo di leggi lo erano per i candidati al consolato.
- Lorenzo, sebbene sconfitto in quel periodo, non smise di impegnarsi per ottenere la carica. Per quattro anni cercò l’occasione, organizzò un intrigo per spodestare Simmaco e, nel 503, gli mosse una serie di pesanti accuse. “L’accusa fu portata davanti al tribunale di Teodorico, sostenuta da alcune donne romane di alto rango, che erano state corrotte, si diceva, dai nemici di Simmaco. Simmaco fu convocato a Ravenna e confinato a Rimini”, ma fuggì e tornò a Roma. Nel frattempo, Lorenzo era entrato in città e, al ritorno di Simmaco, “i sanguinosi tumulti tra le due parti scoppiarono con maggiore furia”; I sacerdoti furono uccisi, i monasteri incendiati e le suore trattate con la massima indegnità. [156]
- Il Senato chiese a Teodorico di inviare un visitatore a giudicare la causa di Simmaco per i crimini a lui imputati. Il re, constatando che si trattava solo di una disputa ecclesiastica, nominò uno dei suoi, il vescovo di Altimo, che era così chiaramente favorevole a Lorenzo che il suo appoggio non fece che peggiorare la contesa. Teodorico fu nuovamente invitato a intervenire, ma egli rifiutò di assumere qualsiasi giurisdizione e disse loro di risolvere la questione tra loro; ma poiché la pace era così turbata e si protraeva così a lungo, Teodorico ordinò loro di raggiungere un accordo che ponesse fine ai loro scontri e ripristinasse l’ordine pubblico. Fu quindi convocato un concilio. Mentre Simmaco si recava al concilio, “fu attaccato dalla fazione avversa; una pioggia di pietre cadde intorno a lui; molti preti e altri suoi seguaci furono gravemente feriti; il pontefice stesso si salvò solo sotto la protezione della guardia gotica” (Milman. Idem, par14)), e si rifugiò nella chiesa di San Pietro. Si giustificò con il pericolo a cui era esposto in quel momento, per non presentarsi al concilio.
- La maggior parte del concilio era favorevole a Simmaco e alle pretese del vescovo di Roma in quel momento, e quindi era lieta di qualsiasi scusa che li esentasse dal giudicarlo. Tuttavia, lo convocarono tre volte, ma lui rifiutò sempre. Quindi il concilio inviò dei delegati per illustrare a Teodorico la situazione, “dicendogli che l’autorità del re avrebbe potuto costringere Simmaco a presentarsi, ma che il concilio non aveva tale autorità”. Teodorico rispose: “Questo è affar vostro, non mio. Se fosse stato affar mio, io e i miei bravi capi l’avremmo risolto molto tempo fa”. (Hodgking: “Italy and Her Invaders”, libro IV, cap.11, par.22).
Inoltre, “per quanto riguarda la causa di Simmaco, li aveva riuniti per giudicarlo, ma tuttavia lasciava loro piena libertà di giudicarlo o meno, a patto che potessero con qualsiasi altro mezzo porre fine alle attuali calamità e ripristinare la desiderata tranquillità nella città di Roma”.
- La maggioranza del concilio dichiarò Simmaco “assolto al cospetto degli uomini, colpevole o innocente al cospetto di Dio”, per il motivo che “nessuna assemblea di vescovi ha il potere di giudicare il Papa; egli è responsabile delle sue azioni solo a Dio”. – (Bower. “History of Popes”, Symmachus, par.9, 10).
Quindi, sotto pena di scomunica, ordinarono a tutti di accettare questo giudizio, di sottomettersi all’autorità di Simmaco e di riconoscerlo “come legittimo vescovo della santa città di Roma”. Simmaco non esitò ad affermare tutto il merito che il concilio aveva così riconosciuto al vescovo di Roma. Scrisse all’imperatore d’Oriente che “un vescovo è tanto superiore a un imperatore quanto le cose celesti, che il vescovo amministra e dispensa, sono superiori a tutti i rifiuti della terra, di cui solo i più grandi tra gli imperatori hanno il potere di disporre”. – (Bower. Idem, par.16). Dichiarò che i poteri superiori a cui si fa riferimento in Romani 13:1, significano i poteri spirituali, e che a questi ogni anima deve essere sottomessa.
- In un altro concilio tenutosi a Roma nel 504, sotto la direzione di Simmaco, fu emanato un decreto che “anatematizzava ed escludeva dalla comunione dei fedeli tutti coloro che si erano impossessati o avrebbero in futuro avuto il diritto di impossessarsi, detenere o appropriarsi dei beni o delle proprietà della Chiesa; e si dichiarò che questo decreto si estendeva anche a coloro che possedevano tali proprietà per concessione della corona”. – (Bower. Idem, par.18). Questo mirava esplicitamente a porre l’autorità della Chiesa di Roma al di sopra di quella di qualsiasi Stato.
- Giustino fu imperatore d’Oriente dal 518 al 527 d.C. Era ferventemente ortodosso e fu sostenuto da suo nipote, l’ancor più fervente ortodosso Giustiniano. Entrambi, insieme e in successione, ambivano a far prevalere ovunque la sola religione cattolica. Pertanto intrapresero con autentico zelo cattolico la pia opera di purificazione dei loro domini dagli eretici. Il primo editto, emanato nel 523, ordinava a tutti i manichei di lasciare l’impero sotto pena di morte; e tutti gli altri eretici sarebbero stati equiparati ai pagani e agli ebrei, ed esclusi da ogni carica pubblica. Non appena questo editto fu appreso in Occidente, si udirono mormorii a Roma, di speranze di libertà dal “giogo gotico”. Il passo successivo fu la violenza.
- Sotto la giusta amministrazione di Teodorico e la sicurezza assicurata dal potere gotico, molti ebrei si erano stabiliti a Roma, Genova, Milano e altre città per scopi commerciali. Era loro permesso da leggi esplicite di risiedervi. Non appena fu noto l’editto imperiale, che ordinava che tutti gli eretici rimasti fossero considerati pagani ed ebrei, poiché i cattolici non osavano attaccare gli eretici goti, questi, soprattutto a Roma e a Ravenna, attaccarono violentemente gli ebrei, li maltrattarono, li derubarono e incendiarono le loro sinagoghe. Fu tentata un’indagine legale, ma i capi delle rivolte non poterono essere scoperti. Teodorico impose quindi una tassa all’intera comunità delle città colpevoli, con cui risarcire i danni. Alcuni cattolici si rifiutarono di pagare la tassa. Furono puniti. Ciò suscitò immediatamente un grido da parte dei cattolici di tutto il mondo, che erano perseguitati. Coloro che erano stati puniti furono glorificati come confessori della fede e “trecento pulpiti deplorarono la persecuzione della Chiesa”. – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap39, par.17; Milman: “History of Latin Christianity”, libro III, cap.3, par.23).
- L’editto del 523 fu seguito nel 524 da un altro, questa volta ordinando agli ariani d’Oriente di consegnare ai vescovi cattolici tutte le loro chiese, che i vescovi cattolici ricevettero l’ordine di consacrare nuovamente. Teodorico indirizzò una lettera accorata a Giustino, in cui implorava tolleranza per gli ariani dell’Impero d’Oriente. Questa fu la lettera in cui fu affermato il principio dei diritti di coscienza, che abbiamo già citato a pagina 192. A questa nobile richiesta, tuttavia, “Giustino rispose freddamente:
“Non pretendo di avere alcuna autorità sulle coscienze degli uomini, ma è mia prerogativa affidare le cariche pubbliche a coloro in cui ho fiducia; e l’ordine pubblico esige uniformità di culto, ho pieno diritto di comandare che le chiese siano aperte solo a coloro che si conformano alla religione dello Stato.” (Milman: “History of Latin Christianity”, libro III, cap.3, par.30).
- Di conseguenza, pur non pretendendo alcuna autorità sulle coscienze degli uomini, gli ariani dei suoi domini furono da Giustino “privati di ogni ufficio d’onore o emolumento, non solo furono espulsi dalle chiese cattoliche, ma le loro furono chiuse; ed erano esposti a tutti gli insulti, le vessazioni e le persecuzioni dei loro avversari, che non erano propensi a godere del loro trionfo con moderazione, né a reprimere il loro zelo seriamente intollerante.” [158] – (Milman. Idem: “History of Latin Christianity”, libro III, cap.3, par.30). Molti di loro si conformarono alla religione di Stato; ma quelli di salda fede inviarono a Teodorico fervide richieste di protezione.
- Teodorico fece tutto il possibile, ma invano. Fu esortato a reagire perseguitando i cattolici in Italia, ma rifiutò fermamente. Decise di inviare un’ambasciata a Giustino e, cosa singolare, inviò il Papa come suo ambasciatore! “Nessuno dei due pezzi sulla scacchiera politica avrebbe dovuto, per la sicurezza del suo regno, essere tenuto più lontano l’uno dall’altro di quanto lo siano il Papa e l’imperatore: e ora, con il suo stesso atto, avvicina questi pezzi.” – (Hodgkin. “Italy and Her Invaders”, libro IV, cap.11, par.5dalla fine).
“Il Papa, accompagnato da altri cinque vescovi e quattro senatori, partì per una missione il cui obiettivo apparente era quello di ottenere l’indulgenza per gli eretici – eretici sotto il bando della sua Chiesa – eretici considerati con il più profondo odio. – (Milman. Idem). Questo accordo diede al vescovo di Roma l’opportunità più perfetta che potesse chiedere, per stringere un patto con l’autorità imperiale d’Oriente, per l’ulteriore distruzione del regno ostrogoto.
- Il Papa, Giovanni I, “fu ricevuto a Costantinopoli con i più lusinghieri onori, come se fosse stato San Pietro in persona. L’intera città, con l’imperatore in testa, gli andò incontro con ceri e fiaccole, fino a dieci miglia oltre le porte. L’imperatore si inginocchiò ai suoi piedi e implorò la sua benedizione. Il giorno di Pasqua, il 30 marzo 525, celebrò il servizio nella grande chiesa, con il vescovo Epifanio, cedendo il primo posto al santo straniero”. (Idem, par.32). Una simile ambasciata non poteva avere altro risultato che mettere più che mai in pericolo il regno di Teodorico. Prima del ritorno di Giovanni, la cospirazione divenne più manifesta; alcuni senatori e uomini di spicco furono arrestati. Uno di loro, Boezio, pur negando la sua colpa, confessò coraggiosamente: “Se ci fossero state speranze di libertà, le avrei assecondate liberamente; se avessi saputo di una cospirazione contro il re, avrei risposto con le parole di un nobile romano al frenetico Caligola: Non l’avresti saputo da me”. (Idem, par.20). Una confessione del genere era quasi una confessione della colpa che negava. Lui e suo suocero furono giustiziati. Quando il Papa ritornò, fu accolto come traditore e messo in prigione, dove morì il 18 maggio 526.
- Non appena morto, scoppiarono di nuovo violenti tumulti e disordini tra i candidati rivali per la cattedra vacante. “Molti candidati si presentarono per la sede vacante, e l’intera città, il Senato così come il popolo e il clero, erano divisi in partiti e fazioni, la dignità papale era ora ricercata con la stessa ansia, e spesso ottenuta con gli stessi metodi e arti, come lo era la carica consolare ai tempi dei pagani.” – (Bower. “History of the Popes”, Felix III, par.1).
Teodorico, ormai settantaquattrenne, temendo che queste contese si concludessero di nuovo con omicidi e spargimenti di sangue, come era accaduto con l’elezione di Simmaco, permise che la sua autorità trascendesse i suoi principi e si azzardò a nominare lui stesso un vescovo di Roma. L’intero popolo della città, Senato, clero e tutti, si unirono nell’opposizione. Ma fu raggiunto un compromesso, con il quale si convenne che in futuro l’elezione del Papa sarebbe stata effettuata [159] dal clero e dal popolo, ma avrebbe dovuto essere confermata dal sovrano. In base a questo accordo, il popolo accettò la candidatura di Teodorico; e il 12 luglio 526, Felice III fu insediato nell’ufficio papale.
- Il nobile Teodorico morì il 30 agosto 526 e gli succedette il nipote Atalarico, di circa dieci anni, sotto la reggenza di sua madre Amalasunta.
Giustino morì e gli succedette:
GIUSTINIANO, IMPERATORE ROMANO D’ORIENTE da 1 AGO. 527, a 14 NOV. 565.
- Nella creazione dell’impero ecclesiastico, Giustiniano ha il posto simile a quello che Costantino e Teodosio occupano nella creazione della Chiesa Cattolica. “Tra i titoli di grandezza, il nome” Pius “era il più piacevole per le sue orecchie; promuovere gli interessi temporali e spirituali della Chiesa è stato il serio business della sua vita; e il dovere del padre del suo paese fu spesso sacrificato a quello del difensore della fede”. – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.47, par.23).
“L’imperatore Giustiniano unisce in se stesso i vizi più opposti, – rapacità insaziabile e prodigalità sontuosa, orgoglio intenso e debolezza spregevole, ambizione senza misura e vile codardìa… Nell’imperatore cristiano sembrano convivere i crimini di coloro che conquistarono o garantirono il loro impero assassinando tutti coloro che temevano, la passione per i divertimenti pubblici, senza le imprese di Nerone o la forza bruta di Commodo, o la senescenza di Claudio”. – (Milman. “Historyof Latin Christianity”, libro III, cap.4, par.2).
- Papa Felice succedette a Bonifacio II, negli anni 530-532, e fu scelto tra le scene, ora consuete, di disturbo e lotta, che in questo caso furono portate ad una fine e l’elezione di Bonifacio fu assicurata dalla morte del suo rivale, il quale, dopo la sua morte, fu scomunicato da Bonifacio. A causa delle vergognose corruzioni e di altri metodi di competizione impiegati nell’elezione dei Papi, il Senato Romano allora emanò una legge: “dichiarando annullate ed esecrabili tutte le promesse, le occasioni e i contratti, fatti da chiunque o per chiunque, per impegnare i suffragi nelle elezione del Papa ed escludere per sempre da qualsiasi partecipazione all’elezione coloro che fossero stati direttamente o indirettamente coinvolti, per sé o per altri, in contratti o affari di tale natura.” – (Bower. “History of the Popes”, Boniface II, par.8).
- Leggi dello stesso genere erano già state promulgate più di una volta, ma non ebbero alcun effetto, perché, come ai tempi di Cesare, tutti erano pronti a corrompere o a essere corrotti. Di conseguenza, alle elezioni successive, nel 532, “i voti furono pubblicamente comprati e venduti; e nonostante il decreto recentemente emanato dal Senato, fu offerto denaro ai senatori stessi, anzi, le terre della Chiesa furono ipotecate da alcuni, e gli utensili sacri dati in pegno da altri, o venduti pubblicamente per denaro contante”. (Idem, John II, par.1).
Come risultato di settantacinque giorni di questo tipo di lavoro, un certo Giovanni Mercurio fu nominato Papa e assunse il titolo di Giovanni II, il 31 dicembre 532.
- Nell’anno 532, Giustiniano emanò un editto in cui dichiarava la sua intenzione di “unire tutti gli uomini in un’unica fede”. Che fossero ebrei, gentili o cristiani, tutti coloro che entro tre mesi non avessero professato e abbracciato la fede cattolica, con l’editto sarebbero stati “dichiarati infami e come tali [160] esclusi da ogni impiego, sia civile che militare; resi incapaci di lasciare alcunché per testamento; e tutti i loro beni confiscati, siano essi immobili o personali”. Come conseguenza di questo crudele editto, “Un gran numero di persone fu cacciato dalle proprie abitazioni con mogli e figli, spogliato e nudo. Altri si diedero alla fuga, portando con sé ciò che potevano nascondere, per il loro sostentamento e mantenimento; ma furono derubati di quel poco che avevano e molti di loro massacrati in modo disumano.” – (Bower. Idem, par.2).
- Si verificò quindi un’operazione che significò molto per la supremazia del papato. Essa si realizzò in questo modo: da quando il Concilio di Calcedonia aveva “risolto” la questione delle due nature in Cristo, vi erano state contese più numerose e più violente che mai prima; “poiché ovunque i monaci erano alla testa della rivoluzione religiosa che rovesciò il giogo del Concilio di Calcedonia”. A Gerusalemme un certo Teodosio era a capo dell’esercito di monaci, che lo nominarono vescovo, e in atti di violenza, saccheggi e omicidi, superò di gran lunga i banditi perfettamente fuorilegge del paese. “Le scene stesse delle misericordie del Salvatore erano ricoperte di sangue versato in Suo nome dai suoi feroci autoproclamatisi discepoli”. – (Milman. “History of Latin Christianity”, libro III, cap.1,par.5)
- Ad Alessandria, “il vescovo non solo fu assassinato nel battistero, ma il suo corpo fu trattato con sfacciate indegnità, e furono perpetrate altre enormità che avrebbero potuto atterrire un cannibale”. E l’orda monastica elesse quindi vescovo uno di loro, Timoteo la Donnola, discepolo di Dioscoro. – (Milman. Idem. Bower lo chiama Timoteo il Gatto; ma che si tratti di “donnola“ o “gatto“, la distinzione non è rilevante, poiché entrambi descrivono bene il suo carattere, sebbene entrambi non lo esagerino).
- Presto a tutto questo si aggiunse un altro punto che aumentò la terribile guerra. Nelle chiese cattoliche era consuetudine cantare quello che veniva chiamato il Trisagio, o Tre volte Santo. In origine era il “Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti” di Isaia 6:3; ma al tempo del Concilio di Calcedonia, era stato modificato e veniva usato dal concilio così: “Santo Dio, Santo Onnipotente, Santo Immortale, abbi pietà di noi”. Ad Antiochia, nel 477, un terzo monaco, Pietro il Fullone [*o Pietro Fullo], “guidò una processione, principalmente di monaci, per le strade”, cantando a gran voce il Tre volte Santo, con l’aggiunta: “Che fosti crocifisso per noi”. Era ortodosso cantarlo come l’aveva usato il Concilio di Calcedonia, con l’intesa che i tre “Santi” si riferissero rispettivamente alle tre persone della Trinità. Era eresia cantarlo con l’aggiunta successiva.
- Nel 511 d.C., due orde di monaci schierati su entrambi i fronti della questione si incontrarono a Costantinopoli. “I due eserciti dai cappucci neri si osservarono a vicenda per diversi mesi, operando in segreto sui rispettivi partiti. Alla fine giunsero a una rottura… I monaci monofisiti nella chiesa dell’Arcangelo all’interno del palazzo, si ribellarono dopo il “Tre volte Santo” con il fardello aggiunto ad Antiochia da Pietro il Fullone, “che fosti crocifisso per noi”. I monaci ortodossi, sostenuti dalla plebe di Costantinopoli, cercarono di espellerli dalla chiesa; non si accontentarono di lanciarsi maledizioni a vicenda, ma iniziarono a usare bastoni e pietre. Ci fu una rissa selvaggia e feroce; la presenza divina dell’imperatore perse il suo timore reverenziale: egli non riuscì a mantenere la pace. Il vescovo Macedonio prese il comando, o fu costretto a guidare il tumulto. Uomini, [161] donne e bambini si riversarono da ogni parte; i monaci con i loro archimandriti [*superiori di un monastero nelle chiese cristiane orientali] alla testa della moltitudine infuriata, fecero eco al loro grido di guerra religiosa.” – (Milman. Idem, par.31).
- Questi sono solo esempi dei ripetuti – si potrebbe quasi dire continui – eventi nelle città d’Oriente. “In tutta la cristianità asiatica si verificò la stessa lotta selvaggia. I vescovi deponevano silenziosamente; o dove si opponeva resistenza, le due fazioni si scontravano nelle strade, nelle chiese: le città, persino i luoghi più sacri, scorrevano nel sangue… L’inno degli angeli in cielo era il grido di battaglia sulla terra, il segnale dello spargimento di sangue umano.” (Idem, par.21, 22).
- Nel 512 d.C. una di queste rivolte del Trisagio scoppiò a Costantinopoli, perché l’imperatore propose di usare la clausola aggiunta. “Molti palazzi dei nobili furono incendiati, gli ufficiali della corona insultati; saccheggi, incendi e violenze imperversarono per la città”. Nella casa del ministro preferito dell’imperatore fu trovato un monaco di campagna. Fu accusato di aver suggerito l’uso dell’aggiunta. La sua testa fu tagliata e issata su un palo, e tutta la popolazione ortodossa marciò per le strade cantando il Trisagio ortodosso e gridando: “Ecco il nemico della Trinità!” (Idem).
- Nel 519 d.C., fu sollevata un’altra disputa, derivante dall’aggiunta al Trisagio. Ovvero: “Uno della Trinità ha sofferto nella carne? O una persona della Trinità ha sofferto nella carne?”. I monaci della Scizia affermarono che “uno della Trinità” ha sofferto nella carne, e dichiararono che dire che “una persona della Trinità ha sofferto nella carne” era un’eresia assoluta. La questione fu portata davanti a Papa Ormisda, il quale decise che dire che “una persona della Trinità ha sofferto nella carne” fosse la visione ortodossa; e denunciò i monaci come orgogliosi, arroganti, ostinati, nemici della Chiesa, disturbatori della pace pubblica, calunniatori, bugiardi e strumenti impiegati dal nemico della verità per bandire ogni verità, per stabilire l’errore al suo posto e per seminare tra il grano i semi velenosi della zizzania diabolica.
- Ora, nel 533, la questione fu sollevata di nuovo e Giustiniano fu coinvolto nella disputa: questa volta un gruppo di monaci sosteneva che “se uno della Trinità non ha sofferto sulla croce, allora uno della Trinità non è nato dalla Vergine Maria, e quindi ella non dovrebbe più essere chiamata la madre di Dio”. Altri sostenevano: “Se uno della Trinità non ha sofferto sulla croce, allora Cristo che ha sofferto non era uno della Trinità”. Giustiniano si schierò contro entrambi e dichiarò che Maria era “veramente la madre di Dio”; che Cristo era “nel senso più stretto uno della Trinità”; e che chiunque negasse l’una o l’altra affermazione era un eretico. Ciò spaventò i monaci, perché sapevano che le opinioni di Giustiniano in materia di eretici erano estremamente forti. Inviarono quindi due di loro a sottoporre la questione al Papa. Non appena Giustiniano lo seppe, decise anch’egli di rivolgersi al Papa. Redasse quindi una confessione di fede secondo cui “uno della Trinità soffrì nella carne” e la inviò tramite due vescovi al vescovo di Roma.
- Per far apparire la sua posizione il più favorevole possibile al Papa, Giustiniano inviò un ricco dono di calici e altri vasi d’oro, arricchiti con pietre preziose; e la seguente lettera lusinghiera: [162]
“Giustiniano, pio, fortunato, rinomato, trionfante; imperatore, console, ecc., a Giovanni, santissimo arcivescovo della nostra città di Roma e patriarca:
“Rendendo onore alla cattedra apostolica e a Vostra Santità, come è sempre stato ed è nostro desiderio, e onorando la Vostra Beatitudine come un padre, ci siamo affrettati a portare a conoscenza di Vostra Santità tutte le questioni relative allo stato delle Chiese. Essendo sempre stato nostro grande desiderio preservare l’unità della Vostra cattedra apostolica e la costituzione delle sante Chiese di Dio che ha resistito finora e che tuttora regge. Pertanto non abbiamo esitato a sottomettere e unire a Vostra Santità tutti i sacerdoti di tutto l’Oriente. Per questo motivo abbiamo ritenuto opportuno portare alla vostra attenzione le attuali questioni di disordine; sebbene siano manifeste e indiscutibili, e sempre fermamente sostenute e dichiarate da tutto il sacerdozio secondo la dottrina della vostra cattedra apostolica. Poiché non possiamo tollerare che qualcosa che riguardi lo stato della Chiesa, per quanto manifesto e indiscutibile, venga spostato, all’insaputa della vostra Santità, che è il CAPO DI TUTTE LE SANTE CHIESE; poiché in ogni cosa, abbiamo già dichiarato, siamo ansiosi di aumentare l’onore e l’autorità della vostra cattedra apostolica.” (Croly: “Apocalypse”, cap.11, “History”, sotto i versi 3-10).
- Tutto era ormai pronto per la completa liberazione della Chiesa Cattolica dal dominio ariano. Dalla morte di Teodorico, si erano insinuati concili divisi tra gli Ostrogoti, e la Chiesa cattolica aveva sempre più consolidato i poteri del trono d’Oriente. “Un costante e amichevole rapporto continuava a svolgersi tra il clero cattolico d’Oriente e d’Occidente, tra Costantinopoli e Roma, tra Giustiniano e la rapida successione di pontefici che occuparono il trono durante i dieci anni tra la morte di Teodorico e l’invasione dell’Italia”. – (Milman. “History of Latin Christianity”, libro III, cap.4, par.5).
- La crociata iniziò con l’invasione del regno ariano dei Vandali in Africa, di cui Gelimero era re, e fu apertamente e dichiaratamente nell’interesse della religione e della Chiesa Cattolica. Infatti, in un concilio dei suoi ministri, nobili e vescovi, Giustiniano fu dissuaso dall’intraprendere la guerra d’Africa. Esitò, e stava per rinunciare al suo progetto, quando fu rincuorato da un vescovo fanatico, che esclamò: “Ho avuto una visione! È volontà del cielo, o imperatore, che tu non abbandoni la tua santa impresa per la liberazione della Chiesa africana. Il Dio della battaglia marcerà davanti al tuo stendardo e disperderà i tuoi nemici, che sono i nemici di Suo Figlio”.
- Questa convinzione fu sufficiente per il “pio” imperatore, e nel giugno del 533, “l’intera flotta di seicento navi fu schierata in pompa magna marziale davanti ai giardini del palazzo”, carica ed equipaggiata con trentacinquemila soldati e marinai, e cinquemila cavalli, tutti al comando di Belisario. Sbarcò sulle coste africane a settembre, Cartagine fu catturata il 18 dello stesso mese; Gelimero fu disastrosamente sconfitto a novembre, e la conquista dell’Africa e la distruzione del regno vandalo furono completate con la cattura di Gelimero [163] nella primavera del 534. (Idem, par.7-12). Durante il resto dell’anno, Belisario “sottomise le isole di Corsica, Sardegna, Maiorca, Minorca e qualsiasi altra cosa appartenesse ai Vandali, sia sul continente che nelle isole”. – (Bower. “History of the Popes”, Agapetus, par.5, nota a.)
- Belisario inviò a Giustiniano la notizia della sua vittoria. “Ricevette i messaggeri della vittoria mentre si preparava a pubblicare le Pandette [*completezza della compilazione] del diritto romano; e l’imperatore, devoto o geloso che fosse, celebrò la bontà divina e confessò, in silenzio, il merito del suo generale vittorioso. Impaziente di abolire la tirannia temporale e spirituale dei Vandali, egli procedette senza indugio alla piena istituzione della Chiesa Cattolica. La sua giurisdizione, la sua ricchezza e le sue immunità, forse la parte più essenziale della religione episcopale, furono ripristinate e ampliate con mano liberale; il culto ariano fu soppresso, le riunioni donatiste furono proscritte; e il Sinodo di Cartagine, con la voce di duecentodiciassette vescovi, applaudì la giusta misura di una pia rappresaglia”. (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.12, par.11)
- Nell’estate del 534 Belisario tornò a Costantinopoli, portando con sé il prigioniero Gelimero e il piccolo numero di Vandali ancora in vita. Gli fu concesso un trionfo, “che per quasi seicento anni non era mai stato goduto da nessuno se non da un imperatore”. Mentre Gelimero seguiva il suo carceriere e “giunse all’Ippodromo e vide Giustiniano seduto sul trono e le schiere e gli ordini del popolo romano schierati ai suoi lati”, egli “ripeté più e più volte le parole del regale predicatore ebreo: ‘Vanità delle vanità: tutto è vanità'”. Gli fu concesso di vivere e gli furono concesse “grandi proprietà nella provincia della Galazia, e visse lì in pace con i suoi parenti esiliati”.
- Tra il bottino della conquista vandala portato quel giorno in grande processione trionfale c’erano anche il candelabro d’oro e altri vasi sacri del tempio di Dio, che erano stati portati a Roma da Tito e avevano onorato il suo trionfo dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. Erano stati presi da Genserico durante il suo sacco di Roma nel 455 e da lui portati a Cartagine, dove erano rimasti fino alla conquista di quella città da parte di Belisario e al suo ritorno in trionfo a Costantinopoli. Quel giorno, un ebreo, vedendoli, disse a un amico dell’imperatore: “Se quei vasi vengono portati a palazzo, causeranno la rovina di questo impero. Hanno già portato il Vandalo a Roma e Belisario a Cartagine: neppure Costantinopoli attenderà a lungo il suo conquistatore, se rimangono qui”. Ricevuta questa notizia, Giustiniano ne prese atto e inviò i vasi sacri a Gerusalemme, da dove erano stati trasportati più di seicento anni prima, e dove ora furono “conservati in una delle chiese cristiane”. (Hodgkin. “Italy and Her Invaders”, libro IV, cap.15, par.3 dalla fine; e libro III, cap.2, par.5 dalla fine.)
- Non appena questa pia opera di sradicamento del regno vandalo fu pienamente compiuta, le armi di Giustiniano si rivolsero contro l’Italia e gli Ostrogoti ariani [*che vi si erano stanziati]. Nel 534 Amalasunta fece soppiantare nel suo governo sugli Ostrogoti il cugino Teodoto. E “durante il breve e travagliato regno di Teodoto (534-536), Giustiniano ricevette petizioni da tutte le parti d’Italia e da tutte le persone, laici e ecclesiastici, a causa dell’atteggiamento e del tono del suo sovrano.” – (Milman, “History of Latin Christianity”, libro III, cap.4, par.7). [164]
- Belisario sottomise la Sicilia nel 535, invase l’Italia e conquistò Napoli nel 536. Essendo ormai il primo dicembre, i guerrieri goti decisero di rinviare alla primavera successiva la loro resistenza agli invasori. Una guarnigione di quattromila soldati fu lasciata a Roma, un numero esiguo per difendere una città del genere in un momento come quello in ogni caso, ma queste truppe si dimostrarono ancora più deboli nella fede che nel numero. Abbandonarono ogni preoccupazione per la città e “esclamarono furiosamente che il trono apostolico non sarebbe più stato profanato dal trionfo o dalla tolleranza dell’arianesimo; che le tombe dei Cesari non sarebbero più state calpestate dai selvaggi del Nord; e, senza riflettere sul fatto che l’Italia sarebbe sprofondata in una provincia di Costantinopoli, salutarono con passione la restaurazione di un imperatore romano come una nuova era di libertà e prosperità. I deputati del Papa e del clero, del Senato e del popolo, invitarono il luogotenente di Giustiniano ad accettare la loro volontaria fedeltà e a entrare in città, le cui porte sarebbero state spalancate per accoglierlo”. (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.12, par.23).
- Belisario marciò subito verso Roma. “Vitige, re dei Goti, non ritenendosi in grado di difendere la città contro il suo esercito vittorioso, vi lasciò quattromila soldati scelti e si ritirò con il resto a Ravenna, avendo prima esortato Papa Silverio e il Senato — ciracconta Procopio — a rimanere saldi nella loro fedeltà ai Goti, i quali se l’erano davvero meritata sia da loro e che dalla loro città. Ma non appena se ne fu andato, il Senato, su consiglio del Papa, invitò Belisario a venire a prendere possesso della città; cosa che egli fece di conseguenza: i Goti, che non riuscivano a fronteggiare contemporaneamente il nemico esterno e i cittadini all’interno delle mura, si ritirarono dalla porta Flaminia, mentre i Romani entrarono dalla porta Asinaria. Così la città di Roma fu riunita all’impero, il 10 dicembre dell’anno 536, dopo esserne stata separata per sessant’anni.” – (Bower. “Lives of the Popes”, Silverius, par.2).
- Ma la presa di Roma non fu la distruzione della nazione degli Ostrogoti: non fu lo sradicamento del regno ostrogoto. “Dalle loro rustiche abitazioni, dalle loro diverse guarnigioni, i Goti si radunarono a Ravenna per la difesa del loro paese: e tale era il loro numero che, dopo che un esercito fu distaccato per soccorrere la Dalmazia, centocinquantamila combattenti marciarono sotto lo stendardo reale” nella primavera del 537 d.C.; e la nazione gota tornò all’assedio di Roma e alla difesa dell’Italia dagli invasori. “L’intera nazione degli Ostrogoti si era radunata per l’attacco, ed fu quasi interamente consumata nell’assedio di Roma”, che continuò per oltre un anno, dal 537 al 538. “Un anno e nove giorni dopo l’inizio dell’assedio, un esercito così forte e trionfante, bruciò le proprie tende e riattraversò tumultuosamente Ponte Milvio”, e Roma fu liberata, il 12 marzo 538. “Con il cuore pesante i barbari devono aver pensato, mentre si dirigevano verso nord, alle numerose tombe di uomini coraggiosi che stavano lasciando su quella pianura fatale. Alcuni di loro devono aver sospettato la triste verità di aver scavato una tomba, più profonda e più ampia di tutte: la tomba della monarchia gotica in Italia.” – (Hodgkin. “Italy and Her Invaders”, libro V, cap.9, ultimo paragrafo).
I resti del regno furono presto distrutti. “Avevano perso il loro re, la loro capitale, i loro tesori, le [165] provincedalla Sicilia alle Alpi, e la forza militare di duecentomila barbari, magnificamente equipaggiati con cavalli e armi.” (Gibbon. Idem, par. 23, 28, e cap. 43, par. 4. In seguito, dal 541 al 553, si combatté quella che era stata chiamata la Guerra “Gotica”; ma coloro che la combatterono non erano Goti. Erano “un popolo nuovo”, composto da prigionieri romani, schiavi, disertori e chiunque altro avesse scelto di unirsi a loro, con solo un migliaio di Goti all’inizio. Vedi Gibbon, Idem, cap. 43, par. 4, 6.). E così il regno degli Ostrogoti fu distrutto di fronte all’arroganza vendicativa del papato.
- Questo aprì completamente la strada al vescovo di Roma per affermare la sua esclusiva autorità sui beni della Chiesa. Il distretto immediatamente circostante Roma era chiamato ducato romano, ed era così ampiamente occupato dai beni della Chiesa che il vescovo di Roma ne rivendicava l’autorità esclusiva. “L’imperatore, in effetti, continuava a controllare le elezioni e a far rispettare il pagamento dei tributi per il territorio protetto dalle armi imperiali; ma, d’altra parte, il pontefice esercitava un’autorità definita all’interno del ducato romano e rivendicava di avere voce nella nomina dei funzionari civili che amministravano il governo locale.” (“Encyclopedia Britannica”, art. “Popedom”, papato, par.25).
- Sotto il protettorato degli eserciti d’Oriente, che presto si fusero nell’esarcato di Ravenna, il papato ampliò le sue aspirazioni, confermò i suoi poteri e rafforzò la sua posizione sia spirituale che temporale. Essendo, per i decreti dei concili e l’omaggio dell’imperatore, divenuto capo di ogni dominio ecclesiastico e spirituale sulla terra, e possedendo un territorio ed esercitandovi una certa autorità civile, l’opportunità che ora si presentava all’ambizione del vescovado di Roma era di affermare, ottenere ed esercitare la suprema autorità in ogni cosa, sia temporale che spirituale. E la sanzione di questa aspirazione fu fatta derivare dalla lettera di Giustiniano, in cui rese un onore tanto particolare alla Sede Apostolica. È vero che Giustiniano scrisse queste parole senza un significato di così ampia portata, ma ciò non fece alcuna differenza; le parole furono scritte e, come tutte le altre parole di simile portata, esse potevano essere, e lo furono, sfruttate per sostenere qualsiasi significato il vescovo di Roma avesse scelto di trovarvi.
- Pertanto, l’anno 538 d.C., che segna la conquista dell’Italia, la liberazione di Roma e la distruzione del regno degli Ostrogoti, è la vera data che segna l’istituzione dell’autorità temporale del papato e l’esercizio di tale autorità come potenza mondiale. Tutto ciò che fu fatto in seguito in relazione a questo fu solo ampliare, con ulteriori usurpazioni e donazioni, i territori che il vescovo di Roma a quel punto possedeva e sui quali affermava la giurisdizione civile. Questa opinione è pienamente sostenuta dalla seguente eccellente esposizione del caso:
“La conquista dell’Italia da parte dei Greci fu, almeno in larga misura, opera del clero cattolico... La caduta del regno goto fu per l’Italia un male assoluto. Un monarca come Vitige o Totila avrebbe presto riparato i danni causati dai degenerati successori di Teodorico, Atalarico e Teodoto. Con la loro caduta ebbe inizio la fatale politica della sede romana... che non avrebbe mai permesso a un potente regno indigeno di unire l’Italia, o gran parte di essa, sotto un unico dominio. Qualunque cosa sia stata per la cristianità, il papato è stato l’eterno, implacabile nemico dell’indipendenza e dell’unità italiana; e altrettanto (nella misura in cui indipendenza e unità avrebbero potuto conferire dignità, peso politico e prosperità) al benessere dell’Italia.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, libro III, cap.4, penultimo paragrafo).
- A quel tempo “iniziò quella fatale politica della sede romana”, perché finalmente era essa stessa una potenza mondiale, in possesso di domini temporali sui quali rivendicava ed esercitava la sovranità, e in virtù della quale poteva competere con altri poteri allo stesso livello. E ciò che rese il papato tanto più autoritario in questa fatale politica fu il fatto che Giustiniano si fosse impegnato così pienamente. Quando l’imperatore più potente che si fosse mai seduto sul trono d’Oriente, non solo aveva reso di sua mano un omaggio così deciso al papato, ma aveva anche sradicato l’ultimo potere che gli si opponeva, questo per il papato costituiva un motivo fortemente giustificabile per la sua affermazione di supremazia su tutti gli altri governi, e per la sua disputa sull’egemonia sulle potenze della terra.
CAPITOLO 13 – RESTAURAZIONE DELL’IMPERO D’OCCIDENTE
Giustiniano e Papa Vigilio – I Cambiamenti di Fede dei Papi – Il Titolo di Vescovo Universale – Gregorio Magno – Gregorio Magno a Foca – Vescovo di Roma Decretato Vescovo Universale – I Longobardi e il Papato – Introduzione del Culto delle Immagini – Il Papa Insegna il Culto delle Immagini – Il Papa si Appella ai Franchi – Pipino Fatto Re – Il Papa Visita Pipino – “San Pietro” Scrive ai Franchi – La Donazione di Pipino al Papato – La Donazione di Carlo Magno – Carlo Magno, Re di Lombardia – Istituzione del Culto delle Immagini – Carlo Magno Fatto Imperatore – La Roma Originaria Continua nel Papato – Il Ritrapianto dell’Impero d’Occidente – Una Teocrazia Imperiale – Posizione Ecclesiastica dell’Imperatore.
- È evidente che, poiché il papato aveva fino ad allora rivendicato, e di fatto acquisito, il dominio assoluto su tutto ciò che era spirituale, d’ora in poi avrebbe rivendicato e, se una politica astuta e una procedura spregiudicata fossero state di qualche utilità, avrebbe effettivamente acquisito, il dominio assoluto su tutto ciò che era temporale e spirituale. In effetti, come abbiamo visto, questo era già stato rivendicato, e la storia d’Europa per oltre mille anni successivi dimostra ampiamente che tale rivendicazione era definitivamente e pienamente affermata.
- “Roma, gelosa di ogni sovranità temporale tranne la propria, per secoli cedette, o meglio, rese l’Italia un campo di battaglia ai transalpini e agli stranieri, e allo stesso tempo secolarizzò a tal punto la propria supremazia spirituale da confondere completamente il sacerdote e il politico, da degradare in modo assoluto e quasi irrevocabile il regno di Cristo in un regno di questo mondo.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.I, libro III, cap.4, l’ultimo paragrafo). Da allora in poi re e imperatori furono solo i suoi strumenti, e spesso solo i suoi giocattoli; e regni e imperi le sue conquiste, e spesso solo il suo traffico. La storia di come il papato assunse la supremazia su re e imperatori e di come acquisì la prerogativa di amministrare regni e imperi, non è meno interessante e non meno importante da conoscere di quella di come fu stabilita la sua supremazia ecclesiastica.
- La contesa iniziò persino con Giustiniano, che aveva fatto tanto per esaltare la dignità e spianare la strada al papato. Giustiniano divenne presto orgoglioso delle sue capacità teologiche e presunse di dettare la fede del papato, piuttosto che sottomettersi, come in precedenza, alla sua guida. E dal 542 d.C. fino alla fine del suo lungo regno nel 565, ci fu una guerra quasi costante, con alternanza di vantaggi, tra Giustiniano e i papi. Ma poiché gli imperatori vivono e muoiono, mentre il papato vive e basta, la vera vittoria rimase a lui. [168]
- Virgilio, da Novembre 22, 537 al 555, fu papa quando il regno ostrogoto fu distrutto nel 538; e quando, dopo l’annientamento del popolo misto che era in rivolta, il dominio dell’Impero d’Oriente fu formalmente restaurato in Italia con l’istituzione dell’esarcato di Ravenna nel 552. Egli “pagò un prezzo terribile per la sua ascesa: false accuse, crudele oppressione, forse omicidio”. – (Milman. Idem, par.10) Fu il più indeciso tra i papi che avevano finora regnato. La guerra tra il papato e Giustiniano verteva su quelli che sono noti come i Tre Capitoli. Negli scritti di tre uomini che vissero e scrissero quasi cento anni prima, Giustiniano trovò ciò che proclamò e condannò come eresia. I tre uomini erano vissuti e avevano scritto prima del Concilio di Calcedonia. Questi tre uomini e i loro scritti erano stati tutti presi in considerazione dal Concilio di Calcedonia, eppure quel concilio li aveva approvati, tutti senza condanna o addirittura censura. E quando Giustiniano li condannò come eretici, ciò fu considerato da tutti gli ortodossi un attacco occulto al Concilio di Calcedonia e un indebolimento dell’autorità dei concili generali in quanto tali.
- “L’imperatore minacciò di deposizione ed esilio”, tutti i vescovi, senza distinzione, che non accettavano le sue definizioni relative ai Tre Capitoli. In tale alternativa, la nuova “fede” fu presto adottata “da quasi tutti i vescovi di tutto l’Oriente. Ma in Occidente incontrò un’opposizione vigorosa e generale. Vigilio e gli altri vescovi d’Italia, così come quelli della Gallia e dell’Africa, si dichiararono tutti unanimemente contrari, poiché essa evidentemente violava quello che chiamavano il fondamento stesso della fede cattolica: l’autorità dei concili”. – (Bower. “Lives of the Popes”. Vigilius, par.19) Questa posizione era tanto più essenziale per il vescovo di Roma, perché il Concilio di Calcedonia era soprattutto il concilio di Leone il Grande, e la fede di Calcedonia era preminentemente la fede di Leone come papa.
- Nel 543 Giustiniano convocò perentoriamente Vigilio a Costantinopoli. Nel 544 “egli partì tra le imprecazioni del popolo romano che lo assalì con raffiche di pietre, accusandolo di aver ucciso Silverio e di essere un uomo di nota crudeltà… ‘Che la carestia e la pestilenza ti perseguitino: ci hai fatto del male; che il male ti colpisca ovunque tu sia'”. Giunto a Costantinopoli, egli si trovò tra due fuochi: se avesse resistito all’imperatore, sarebbe potuto essere fatto prigioniero ed esiliato; se si fosse arreso all’imperatore, sarebbe stato certamente ripudiato da tutto l’Occidente e avrebbe potuto perdere il trono papale. Privo di forza di carattere e di propositi, cercò alternativamente di compiacere sia l’imperatore che l’Occidente.
- Vigilio arrivò a Costantinopoli il 25 gennaio 547. Fu “ricevuto con insoliti segni di rispetto” dall’imperatore e dall’imperatrice, ma nella prima occasione condannò la condanna dei Tre Capitoli da parte dell’imperatore e scomunicò il patriarca di Costantinopoli e tutti i vescovi che avevano accettato la condanna dei Tre Capitoli. Poi, “pochi mesi dopo, il desiderio di tornare a Roma prevalse sulla stima che fingeva di nutrire per il Concilio di Calcedonia e per la fede cattolica”: egli ritrattò la sua scomunica e convocò a Costantinopoli un concilio di settanta vescovi, a capo del quale “lanciò il suo infallibile anatema contro i Tre Capitoli”. Ciò causò la rivolta di tutto l’Occidente, alla quale si unirono persino gli ecclesiastici che avevano accompagnato il papa a Costantinopoli. Quindi revocò le dichiarazioni dell’ultimo concilio e, con la scusa che nessun vescovo occidentale era presente a quello, convinse Giustiniano a considerarlo un nulla di fatto e a convocare un concilio generale. [169]
- Un gran numero di vescovi orientali si riunì per il concilio nel 551, ma solo pochissimi dall’Occidente: “alcuni dall’Italia, solo due dall’Africa e nessuno dall’Illirico”, né alcuno dalla Gallia. Il papa si rifiutò di partecipare al concilio finché non fosse giunto un numero maggiore di vescovi occidentali e nessun altro vescovo occidentale si fosse più presentato. Giustiniano, vedendo che con questo stratagemma il papa lo stava prendendo in giro, emanò un nuovo editto contro i Tre Capitoli. Vigilio radunò quanti più vescovi possibile in un concilio e denunciò “l’usurpazione dell’autorità ecclesiastica” da parte dell’imperatore, e scomunicò chiunque si fosse conformato all’editto. Giustiniano lo fece prigioniero a Costantinopoli, ma egli fuggì a Calcedonia e si rifugiò lì, presso il santuario di Sant’Eufemia. L’imperatore non osò tentare di portarlo via da lì e giunse a un accordo con lui; revocò il suo editto e rimandò la questione a un concilio, al quale il papa promise di essere presente.
- Ma quando il concilio si riunì, nel 553, il papa si rifiutò di parteciparvi se non fosse stato composto da un numero uguale di vescovi d’Oriente e d’Occidente. L’imperatore acconsentì, ma i vescovi orientali protestarono all’unanimità; inoltre, non era possibile avere un vero e proprio concilio generale composto equamente da vescovi orientali e occidentali, dato il numero esiguo di vescovi occidentali presenti. Giustiniano inviò un’ambasceria al papa per convincerlo dell’irragionevolezza della sua richiesta; ma Vigilio mantenne rigidamente la sua posizione, insistendo sulla sua disponibilità a riunirsi in concilio “alle condizioni concordate tra lui e l’imperatore”.
- Giustiniano ordinò infine che il concilio procedesse. Di conseguenza, centosessantacinque vescovi orientali si riunirono; mentre sedici vescovi occidentali si incontrarono con Vigilio. Il concilio imperiale condannò i Tre Capitoli come eretici: il concilio papale approvò i Tre Capitoli, assolvendoli con un solenne decreto da ogni eresia. Questo decreto si conclude come segue:
“Poiché queste cose sono state da noi stabilite con ogni cura, diligenza e circospezione, ordiniamo e decretiamo, statuimus et decernimus, che d’ora in poi non sarà lecito a nessuna persona ricoperta di ordini sacri, per quanto dignitosa o distinta, scrivere, parlare o insegnare alcunché riguardo a questi Tre Capitoli, contrariamente a quanto abbiamo insegnato e decretato con la nostra presente costituzione; né sarà lecito a nessuno, dopo questa nostra presente definizione, sollevare alcuna questione in merito. Ma se qualcosa in merito ad essi viene detto, fatto o scritto, contrariamente a quanto abbiamo qui insegnato e decretato, lo dichiariamo nullo, con l’autorità della Sede Apostolica, alla quale, per grazia di Dio, ora presiediamo”.
- L’imperatore notificò al papa che avrebbe dovuto accettare il decreto del concilio dei vescovi orientali, e che se non l’avesse fatto, sarebbe stato deposto ed esiliato. Il papa rispose che, poiché “non poteva firmare gli atti e i decreti di tale assemblea senza rinunciare alla santa fede di Calcedonia, era pronto a soffrire, e soffrire con gioia, sia l’esilio che la morte per una causa così giusta”. Fu quindi immediatamente catturato e mandato in esilio a “Proconneso, un’isola inospitale nella Propontide”. [*Oggi Mar di Marmara]. Anche gli altri vescovi occidentali che avevano composto il concilio del papa furono deposti ed esiliati in diversi luoghi. [170]
- Dopo circa cinque mesi trascorsi nell’isola rocciosa del suo esilio, Vigilio, apprendendo che l’imperatore stava prendendo provvedimenti per deporlo e il popolo di Roma per eleggere un nuovo papa, scrisse una lettera al patriarca di Costantinopoli informandolo che “dopo aver esaminato i Tre Capitoli con maggiore cura e attenzione (li aveva già esaminati con tutta la cura e l’attenzione – omni undique cantela atque diligentia) era pienamente convinto che fossero stati meritatamente condannati, quindi non si vergognò di riconoscere e ammettere apertamente di aver sbagliato nel difenderli, imitando in ciò Sant’Agostino, che non si vergognò, quando scoprì la verità, di condannare e ritrattare qualsiasi cosa avesse scritto contro di essa. Egli … conclude così:
“Rendiamo noto a tutta la Chiesa Cattolica che condanniamo e anatematizziamo tutte le eresie e gli eretici, vale a dire Teodoro di Mopsuestia e i suoi empi scritti; gli scritti di Teodoreto contro San Cirillo e il Concilio di Efeso; e la lettera di Maris, il Persiano, che si dice sia stata scritta da Ibas. Allo stesso modo, anatematizziamo chiunque oserà difendere i suddetti Tre Capitoli, o li riterrà idonei a essere sostenuti o difesi. Riconosciamo come nostri colleghi e fratelli coloro che li hanno condannati; e con la presente annulliamo tutto ciò che è stato fatto, detto o scritto da noi o da altri per difenderli.”
- Questa lettera fu presentata dal patriarca all’imperatore; ma l’imperatore non accettò alcuna ritrattazione che non chiarisse che il papa condannava i Tre Capitoli “come ripugnanti alla dottrina di Calcedonia”. Pertanto il papa ne scrisse un’altra, il 23 febbraio 554, in cui approfondiva l’argomento in modo più dettagliato che in qualsiasi altro momento, concludendo come segue: “Pertanto anatematizziamo e condanniamo i Tre Capitoli empi sopra menzionati; … quanto a ciò che noi o altri, in qualsiasi momento, abbiamo detto o scritto in difesa dei suddetti Tre Capitoli empi, dichiariamo il tutto, con l’autorità di questa nostra presente costituzione, assolutamente nullo”. (Bower’s, “Lives of the Popes.”, Vigilius).
- Questo documento fu del tutto soddisfacente per Giustiniano; e Vigilio fu immediatamente riportato a Costantinopoli, fu ricevuto dall’imperatore con “straordinari segni di onore” e gli fu data la libertà di tornare immediatamente a Roma. Partì, ma durante il viaggio morì, all’inizio del 555. Gli successe:
Pelagio, 11 Aprile 555 – 1 Marzo 560, che era stato lo stretto collaboratore e sostenitore di Vigilio durante tutto il suo pontificato. Di conseguenza, aveva cambiato “fede” esattamente come aveva fatto Vigilio nei suoi numerosi cambiamenti, fino all’ultimo. Pertanto Giustiniano gli aveva promesso l’ufficio di papa se fosse sopravvissuto a Vigilio. Era con Vigilio quando questi morì e si affrettò a Roma per assumere il pontificato. Ma quando vi arrivò, trovò tutti contro di lui, a causa della sua ultima condanna dei Tre Capitoli. Ma avendo l’imperatore a suo favore, tutto ciò che era richiesto perché diventasse papa era un numero sufficiente di vescovi per ordinarlo. I canoni richiedevano che ce ne dovessero essere almeno tre, ma in tutta Italia si trovarono solo due vescovi disposti a partecipare all’ordinazione di Pelagio. Questi due, con un prete di Ostia, celebrarono la cerimonia, e così Pelagio divenne papa. [172]
- La condizione del favore di Giustiniano a Pelagio era che facesse sì che la dottrina dell’imperatore sui Tre Capitoli fosse accettata in tutto l’Occidente, e ora Pelagio doveva adempiere alla sua parte dell’accordo. L’imperatore ordinò a Narsete, il suo rappresentante in Occidente, di sostenere Pelagio “con tutto il suo interesse e potere. In ottemperanza al comando dell’imperatore, Narsete non risparmiò sforzi per riconciliare il popolo di Roma con il suo vescovo, e vi riuscì al punto da conquistare, in brevissimo tempo, la maggior parte della nobiltà e del clero”. Tuttavia, Narsete usò solo la persuasione per raggiungere il suo scopo, e questa non fu abbastanza rapida nei suoi risultati da soddisfare Pelagio. Esortò quindi Narsete a usare la sua autorità imperiale e a imporre il conformismo. Narsete esitò, non essendo disposto a perseguitare. Allora il papa gli scrisse quanto segue:
“Non allarmarti per le chiacchiere vane di alcuni, che gridano contro la persecuzione e rimproverano la Chiesa, come se si compiacesse della crudeltà, quando punisce con salutare severità o procura la salvezza delle anime. Egli perseguita solo chi costringe al male; ma impedire agli uomini di fare il male, o punirli perché lo hanno fatto, non è persecuzione né crudeltà, ma amore per il genere umano. Ora, che lo scisma, o la separazione dalla Sede Apostolica, sia un male, nessuno può negarlo: e che gli scismatici possano e debbano essere puniti, anche dal potere secolare, è manifesto sia dai canoni della Chiesa che dalla Scrittura.
- “Conclude la sua lettera esortando Narsete a far arrestare i capi dello scisma e a inviarli sotto stretta sorveglianza a Costantinopoli; assicurandogli che non deve avere scrupoli a usare la violenza, se così si può chiamare, nel caso presente, visto che al potere civile è consentito, anzi richiesto dai canoni, non solo di arrestare, ma anche di mandare in esilio e confinare in dolorose prigioni coloro che, dissentendo dai loro fratelli, disturbano la tranquillità della Chiesa.” – (Bower. “Lives of the Popes”, par.6)
- Giustiniano morì il 14 novembre del 565 d.C. “La sua morte ripristinò in una certa misura la pace della Chiesa e i regni dei suoi quattro successori”: Giustino II, Tiberio, Maurizio e Foca; e anche i regni dei tre successori di Pelagio: Giovanni III, dal 18 luglio 560 al 573; Benedetto, dal 3 giugno 574 al 30 luglio 578; e Pelagio II, dal 28 novembre 578 all’8 febbraio 590; “si distinguono per un raro, seppur fortunato, vuoto nella storia ecclesiastica d’Oriente”. – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.47, par.26). Eppure la confusione sui Tre Capitoli continuò tra il papa e molti vescovi; e nel 588 scoppiò una guerra tra il papa e il patriarca di Costantinopoli sul titolo di “vescovo universale”, che, sebbene non dello stesso genere feroce e violento della guerra tra Giustiniano e il papa, non fu di minore importanza nello sviluppo del papato e nella restaurazione dell’Impero d’Occidente. [172]
- Nel 588 si tenne a Costantinopoli un concilio per processare un certo Gregorio, patriarca di Antiochia. Questo concilio approfittò dell’occasione per conferire al patriarca di Costantinopoli il titolo di vescovo universale. “Pelagio, non meno diviso e preoccupato che se fosse stata in gioco l’intera fede cattolica, o se il concilio avesse condannato qualche articolo fondamentale della religione cristiana, dichiarò immediatamente, con l’autorità e in nome di San Pietro, ogni singolo atto di quell’assemblea assolutamente nullo, eccetto la sentenza a favore di Gregorio”. Inviò lettere a Costantinopoli, al suo rappresentante lì e al patriarca di Costantinopoli, in cui accusava il patriarca “di orgoglio e ambizione, definendo il suo tentativo `malvagio’, `detestabile’ e `diabolico’, e minacciando di separarsi dalla sua comunione se non avesse immediatamente rinunciato al titolo anticristiano che aveva empiamente assunto”. – (Bower. “Lives of the Popes”, Pelagius II). Pelagio II morì prima di poter portare la controversia oltre; ma il suo posto fu più che solo compensato dal suo successore: Gregorio Magno, Settembre 3, 590, al 12 Marzo 604.
- Sebbene Gregorio “non abbia mai tentato di estendere la propria autorità con nuove usurpazioni o intrusioni dei diritti dei suoi fratelli, anche di coloro che erano immediatamente soggetti alla sua sede; sebbene non abbia mai esercitato o rivendicato alcuna nuova giurisdizione o potere; tuttavia fu un assertore zelantissimo di ciò che i suoi predecessori avevano esercitato, o in qualsiasi momento rivendicato. Dichiarò spesso che avrebbe preferito perdere la vita piuttosto che permettere alla sede di San Pietro di perdere uno qualsiasi dei privilegi di cui aveva mai goduto, o che il primo apostolo fosse in qualche modo danneggiato o derubato dei suoi diritti… È sempre stata, fin dai primi tempi, una massima dei papi, quella di non rinunciare mai a nessun potere o giurisdizione che i loro predecessori avessero acquisito, con qualsiasi mezzo l’avessero acquisito; né di rinunciare al minimo privilegio che uno qualsiasi dei loro predecessori, a ragione o a torto, abbia mai aveva affermato.” (Idem, Gregory, par.18).
- “Il vescovo di Costantinopoli era ormai insignito in tutto l’Oriente del pomposo titolo di patriarca ecumenico o universale. Gregorio scoprì di essersi autodefinito così più e più volte, in una sentenza che aveva recentemente emesso contro un prete accusato di eresia e che, su richiesta del papa, aveva trasmesso a Roma. A questo punto Gregorio si allarmò e, dimenticando ogni altra preoccupazione, come se la Chiesa, la fede, la religione cristiana, fossero in pericolo imminente, inviò in gran fretta un messaggero con delle lettere a Sabiniano, il suo nunzio a Costantinopoli, incaricandolo, mentre offriva “la libertà con cui Cristo ci ha resi liberi”, di fare tutto il possibile con l’imperatore, con l’espresso e, soprattutto, con il vescovo stesso, suo amato fratello, per distoglierlo dall’usare ancora di più il termine “orgoglioso”, “profano”, “anticristiano” titolo di “vescovo universale”, che aveva assunto nell’orgoglio del suo cuore, con grande degradazione dell’intero ordine episcopale. Il nunzio, in ottemperanza ai suoi ordini, non tralasciò nulla di intentato che, a suo avviso, potesse fare impressione sul patriarca, assicurandogli che, se non avesse rinunciato all’odioso titolo che aveva recato così grande offesa al papa, avrebbe trovato in lui un formidabile antagonista, per non dire un nemico inconciliabile.
- Il patriarca rispose che, sebbene fosse “dispiaciuto che il suo santissimo fratello di Roma si fosse offeso per un titolo così inoffensivo”, tuttavia, poiché il titolo “era stato conferito, e conferito da un così grande concilio, non solo a lui, ma a lui e ai suoi successori, non era in suo potere dimettersi, né i suoi successori avrebbero accettato le sue dimissioni, se lo avesse fatto”. La risposta dell’imperatore a Gregorio fu solo un’esortazione a vivere in pace con “il vescovo della città imperiale”. Gregorio replicò:
“È molto doloroso che, dopo aver rinunciato al nostro argento, al nostro oro, ai nostri schiavi e persino alle nostre vesti per il bene pubblico, siamo costretti a rinunciare anche alla nostra fede; perché accettare quel titolo empio significa rinunciare alla nostra fede”. [173]
- Poiché il patriarca non cedette, Gregorio, tramite il suo nunzio, lo scomunicò; e poi gli scrisse “una lunga lettera, caricando il titolo di patriarca o vescovo universale di tutti gli epiteti di rimprovero e ignominia che gli vennero in mente: definendolo ‘vano’, ‘ambizioso’, ‘profano’, ’empio’, ‘esecrabile’, ‘anticristiano’, ‘blasfemo’, ‘infernale’, ‘diabolico’; e applicando a colui che lo assunse ciò che il profeta Isaia disse a Lucifero: ‘Chi imiti nell’assumere quel titolo blasfemo? Chi se non colui che, gonfio di orgoglio, si innalzò al di sopra di tante legioni di angeli, suoi pari, per non essere soggetto a nessuno, e tutti potessero essere soggetti a lui! L’apostolo Pietro fu il primo membro della Chiesa universale. Quanto a Paolo, Andrea e Giovanni, erano solo i capi di congregazioni particolari; ma tutti erano membri della Chiesa sotto un unico capo, e nessuno sarebbe mai stato chiamato universale’.” E all’imperatrice scrisse:
“Sebbene Gregorio sia colpevole di molti gravi peccati, per i quali merita di essere punito in questo modo, Pietro non è colpevole di alcun peccato, né dovrebbe soffrire per i miei. Pertanto, ripetutamente, ti prego, ti supplico e ti scongiuro, per l’Onnipotente, di non abbandonate le orme dei vostri antenati, ma percorrendole, cercate di corteggiare e assicurarvi la protezione e il favore di quell’apostolo, che non deve essere privatodell’onore dovuto ai suoi meriti, per i peccati di chi non ha meriti e lo serve indegnamente.” (Idem, par.31-34).
- Nel mese di ottobre del 602 d.C., l’esercito del Danubio si ribellò, dichiarò l’imperatore Maurizio indegno di regnare, nominò al comando il centurione Foca e marciò su Costantinopoli. La capitale si unì alla rivolta e l’imperatore fuggì. Lui e la sua famiglia speravano di trovare rifugio nella chiesa di Sant’Eufemia a Calcedonia; ma una tempesta li spinse a riva e si rifugiarono nella chiesa di Sant’Autonomo, vicino a Calcedonia. Nei giochi che furono celebrati in onore del grande ingresso di Foca nella capitale, il 23 novembre, scoppiò una disputa per la precedenza tra le fazioni del circo. Quando Foca si pronunciò a favore di una fazione, l’altra esclamò: “Ricordatevi che Maurizio è ancora vivo!”. Ciò suscitò tutta la terribile gelosia di Foca. “I ministri della morte furono inviati a Calcedonia: trascinarono l’imperatore fuori dal suo santuario, e i cinque figli di Maurizio furono assassinati uno dopo l’altro davanti agli occhi del loro genitore agonizzante. A ogni colpo che sentiva nel cuore, trovava la forza di ripetere una pia esclamazione: ‘Tu sei giusto, o Signore! E i tuoi giudizi sono giusti’. E tale, negli ultimi istanti, fu il suo rigido attaccamento alla verità e alla giustizia che rivelò ai soldati la pia falsità di una nutrice che presentò il proprio figlio al posto di un neonato reale. La tragica scena fu infine conclusa dall’esecuzione dell’imperatore stesso, nel ventesimo anno del suo regno e nel sessantatreesimo della sua età. I corpi del padre e dei suoi cinque figli furono gettati in mare, le loro teste furono esposte a Costantinopoli agli insulti o alla pietà della moltitudine, e solo dopo che apparvero alcuni segni di putrefazione Foca si impegnò a seppellire privatamente questi venerabili resti. – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.46, par.12).
- L’imperatrice e le tre figlie erano state risparmiate al momento del massacro dell’imperatore e dei suoi figli. Tuttavia, non molto tempo dopo, tutti questi furono inviati da Foca nello stesso luogo e furono “decapitati sullo stesso terreno che era stato macchiato del sangue del marito e dei cinque figli. Dopo un simile esempio, sarebbe superfluo enumerare i nomi e le sofferenze di vittime più umili. La loro condanna era raramente incalzata dalle forme del processo, e la loro punizione era inasprita dalle raffinatezze della crudeltà: … una morte semplice e rapida era una grazia che raramente potevano ottenere. L’ippodromo, il sacro asilo dei piaceri e della libertà dei Romani, era contaminato da teste, arti e corpi mutilati; e i compagni di Foca erano i più consapevoli che né il suo favore né i loro servigi potevano proteggerli da un tiranno, il degno rivale dei Caligola e dei Domiziani della prima era dell’impero”. (Idem). [174]
- Pur conoscendo queste cose, Papa Gregorio Magno letteralmente lodò Foca fino al cielo. Non appena Foca si fu proclamato unico imperatore massacrando tutti i possibili legittimi pretendenti, inviò a Roma e alle altre principali città d’Oriente e d’Occidente le immagini di sé stesso e della moglie. A Roma “le immagini dell’imperatore e di sua moglie Leonzia furono esposte in Laterano alla venerazione del clero e del Senato di Roma, e in seguito deposte nel palazzo dei Cesari tra quelli di Costantino e Teodosio”. (Idem). E, dopo aver ricevuto queste immagini, papa Gregorio Magno scrisse a Foca:
“Gloria a Dio nell’alto dei cieli, che, come è scritto, muta i tempi e rimuove i re; che ha fatto conoscere a tutti ciò che gli è piaciuto dire per mezzo del suo profeta: l’Altissimo regna sul regno degli uomini e lo dà a chi vuole. Vari sono i cambiamenti e molte le vicissitudini della vita umana: l’Onnipotente, nella sua giustizia, dà talvolta principi per affliggere il suo popolo, e invia talvolta, nella sua misericordia, principi per confortarlo e sollevarlo. Finora siamo stati gravemente afflitti, ma l’Onnipotente ti ha scelto e ti ha posto sul trono imperiale per disperdere, con la tua misericordiosa disposizione, tutte le nostre afflizioni e i nostri dolori. Gioiscano dunque i cieli; esulti la terra; tutto il popolo ringrazi per un così felice cambiamento. Possa la repubblica godere a lungo di questi tempi felicissimi! Possa Dio, con la sua grazia, guidare il tuo cuore in ogni buon pensiero, in ogni buona azione! Possa lo Spirito Santo che dimora nel tuo petto guidarti e assisterti sempre, affinché tu possa, dopo un lungo corso di anni, passare da un regno terreno e temporale a un regno eterno e celeste!” (Bower’s. “Lives of the Popes”, Gregory, sotto l’anno 602, o par.59).
- Prima che Foca ricevesse questa lettera dal papa, ne aveva inviata una al papa, dicendo che al momento della sua ascesa al trono non aveva trovato a Costantinopoli alcun nunzio del papa e gli aveva chiesto di inviarne uno. Questo diede a Gregorio un’altra opportunità di lodare Foca, cosa che fece così:
“Quali ringraziamenti non siamo tenuti a rendere all’Onnipotente, che finalmente si è compiaciuto di liberarci dal giogo della schiavitù e di farci godere di nuovo i benefici della libertà sotto il vostro impero! Il fatto che la vostra Serenità non abbia trovato alcun diacono della sede apostolica residente, secondo l’usanza, nel palazzo, non è dovuto a mia negligenza, ma ai tempi, gli ultimi tempi più infelici e calamitosi, in cui tutti i ministri di questa Chiesa rifiutarono l’ufficio che li obbligava a risiedere nel palazzo, e avevano persino paura di avvicinarsi ad esso.(Mentre Maurizio era imperatore, Gregorio gli aveva scritto: “che la sua lingua non riusciva ad esprimere la bontà che egli aveva ricevuto dall’Altissimo, e dal suo signore l’imperatore; che si riteneva obbligato, per gratitudine, a pregare incessantemente per la vita del suo pio e cristianissimo signore; e che in cambio della bontà del suo religiosissimo signore nei suoi confronti, non poteva fare a meno di amare la terra stessa su cui camminava”. Idem, sotto l’anno 603, o par.62). Ma ora che sanno che è piaciuto all’Onnipotente, nella sua bontà e misericordia, di porre voi sul trono, non temono più; ma esultano e gioiscono e, corteggiando l’ufficio che avevano rifiutato prima, volano ai vostri piedi con inesprimibile gioia… Noi speriamo che l’Onnipotente, che ha iniziato a sollevarci, completerà ciò che ha così felicemente iniziato, e Colui che ci ha dato signori così pii, ci libererà dai nostri crudeli nemici. Possa la Santissima Trinità, quindi, concederti lunga vita, affinché quanto più tardi avremo ricevuto i benefici che scaturiscono dalla tua pietà, tanto più a lungo potremo goderne! (Idem, sotto 603, o par.60). [175]
- Nello stesso tempo scrisse anche alla nuova imperatrice quanto segue:
“Quale lingua può pronunciare, quale mente può concepire, i ringraziamenti che dobbiamo a Dio, che vi ha posto sul trono per liberarci dal giogo con cui siamo stati finora così crudelmente afflitti? Che gli angeli rendano gloria a Dio in cielo; che gli uomini rendano grazie a Dio sulla terra; perché la repubblica è sollevata e i nostri dolori sono tutti banditi. Possa l’Onnipotente, che nella sua misericordia vi ha fatti nostri imperatori, rendervi parimenti zelanti difensori della fede cattolica! Possa Egli dotare le vostre menti di zelo e misericordia: di zelo per punire ciò che viene commesso contro Dio; di misericordia per sopportare e perdonare ciò che può essere commesso contro voi stessi! Possa Egli concedere a voi e al nostro piissimo signore un lungo regno, affinché i conforti e le benedizioni di cui godiamo in esso possano essere lunghi! Forse vi avrei implorato di prendere sotto la vostra particolare protezione la Chiesa dell’apostolo San Pietro, finora gravemente afflitta, ma poiché so che amate Dio, non ho bisogno di chiedervi di fare ciò che sono sicuro che siete pronti a fare di vostra spontanea volontà. Perché più temete Dio, più dovete amare il Suo apostolo, al quale fu detto: “Tu sei Pietro”, ecc., “A te darò”, ecc. Non dubito quindi che vi prendiate cura di obbligare e legare a voi colui dal quale dovete essere liberati dai vostri peccati. Possa egli, quindi, essere il custode del vostro impero; possa egli essere il vostro protettore sulla terra; possa egli essere il vostro avvocato in cielo, affinché dopo un lungo corso di anni voi possiate godere, nel regno dei cieli, della ricompensa che vi è dovuta lassù, per aver liberato i vostri sudditi dai pesi sotto i quali gemevano e averli resi felici sulla terra.” (Idem, sotto 603, o par.61).
- Queste lodi portarono rapidamente al papato una ricompensa corrispondente. Il nunzio che Gregorio inviò a Costantinopoli nel 603, su richiesta di Foca, era un certo Bonifacio, nativo di Roma e diacono della Chiesa di Roma. Gregorio Magno morì il 12 marzo 604 e gli successe:
Sabiniano, dal 13 Settembre 604 al 22 Febbraio 606, che regnò solo un anno, cinque mesi e nove giorni, e gli successe proprio questo nunzio Bonifacio, che divenne papa:
Bonifaccio III, dal 19 Febbraio al 10 Novembre 607.
- Essendo stato inviato a Foca da Gregorio tramite lettere come quelle che Gregorio scrisse a Foca e Leonzia, si può facilmente comprendere quale sarebbe stato l’atteggiamento e la condotta di Bonifacio nei confronti del nuovo imperatore e imperatrice. E ora fu scelto per essere papa, espressamente perché era “uno che non solo era ben noto a Foca, ma anche grandemente favorito sia da lui che da sua moglie. Infatti, adulando l’usurpatore, come aveva fatto Gregorio, e complice delle sue crudeltà, se non addirittura applaudendolo, mentre il resto dell’umanità lo accusava di essere un tiranno oltraggioso, Bonifacio si era insinuato nelle sue grazie a tal punto da diventare uno dei suoi principali favoriti, o, come scrive Sigeberto, il suo unico favorito, essendo l’unica persona in tutta la città di Costantinopoli che approvava, o riusciva a dissimulare al punto da far credere al tiranno di approvare la sua condotta. Per questo solo merito fu scelto” (Idem, Boniface III, par.1) al soglio papale. L’uso diligente che fece dell’opportunità che gli si presentò nell’ufficio di nunzio alla corte di Foca può essere in qualche modo compreso dal fatto che, sebbene fosse a Costantinopoli solo per circa un anno e fosse stato papa per meno di nove mesi, durante il suo mandato papale riuscì a ottenere da Foca un editto che conferiva a lui e ai suoi successori il prestigioso e ambitissimo titolo di “vescovo universale”. [176]
- Il patriarca di Costantinopoli di quel tempo, Ciriaco, si era attirato la disgrazia di Foca per aver protetto l’imperatrice, vedova di Maurizio, e le sue figlie. E ora Bonifacio “non appena si trovò rivestito della dignità papale, approfittando della parzialità e del favore di Foca nei suoi confronti, e della sua avversione e odio per il patriarca Ciriaco, non solo convinse il tiranno a revocare il decreto che attribuiva il titolo di vescovo universale al vescovo della città imperiale; ma ottenne… un nuovo decreto, che attribuiva a sé stesso e ai suoi successori proprio quel titolo”.
- “Non appena l’editto imperiale, che lo investiva del titolo di vescovo universale e lo dichiarava capo della Chiesa, fu portato a Roma, egli, convocato un concilio nella basilica di San Pietro, composto da settantadue vescovi, trentaquattro presbiteri e tutti i diaconi e il clero inferiore della città, agì lì come se non fosse stato investito solo del titolo (sebbene Foca probabilmente non intendesse concedergli altro), ma di tutto il potere di un vescovo universale, di tutta l’autorità di un capo supremo, o meglio di un monarca assoluto della Chiesa. Infatti, con un decreto da lui emanato in quel concilio, fu “pronunciato”, “dichiarato” e “definito” che nessuna elezione di un vescovo sarebbe stata da allora in poi considerata legittima e valida, a meno che non fosse fatta dal popolo e dal clero, approvata dal principe o signore della città e confermata dal papa, interponendo la sua autorità nei seguenti termini: “Noi volontà e comando: valumus et jubemus’“. (Idem, par.8).
- Così il titolo e il potere, fino ad allora rivendicati, di vescovo universale, o capo di tutta la Chiesa, furono ufficialmente e legalmente assegnati al vescovo di Roma. E così, sebbene Bonifacio III avesse ricoperto l’ufficio papale per così breve tempo, “tuttavia si può dire con certezza che a lui solo la sede romana deve più che a tutti i suoi predecessori insieme”. Quel titolo, come ufficialmente e legalmente conferito, “deve la sua origine al peggiore degli uomini; fu ottenuto con i mezzi più vili, adulando un tiranno nella sua malvagità e tirannia; ed era di per sé, se ci atteniamo al giudizio di Gregorio Magno, `anticristiano’, `eretico’, `blasfemo’, `diabolico'”. E così, nel palazzo dei Cesari, il posto dell’immagine di Foca tra quelle di Costantino e Teodosio era perfettamente appropriato, in quanto simboleggiava l’uguaglianza di Foca con i due nella creazione del papato. E quanto si addiceva l’opera agli operai: il papato: Costantino, Teodosio e Foca!
- Il centro del movimento nello sviluppo del papato si trova poi in Italia; e in una serie di circostanze attraverso le quali il papato assicura l’indipendenza dall’Impero d’Oriente, e che si conclude solo con l’affermazione della supremazia del papato su regni e imperi nella restaurazione dell’Impero d’Occidente.
[177] 34. Nel 568 d.C. i Longobardi avevano invaso l’Italia e per quasi vent’anni avevano causato una tale devastazione che persino il papa pensava che il mondo stesse per finire. Il potere imperiale d’Oriente era così debole che la difesa dell’Italia ricadeva esclusivamente sull’esarca di Ravenna e sul papa. E poiché “la morte di Narsete aveva lasciato al suo successore, l’esarca di Ravenna, solo la dignità di sovrano che era troppo debole per esercitare per qualsiasi utile scopo di governo” (Milman, “History of Latin Christianity”, vol.I, libro III, cap.7, par.1), solo il papa divenne il principale difensore dell’Italia. Nel 594 Gregorio Magno concluse un trattato di pace con i Longobardi; e “il papa e il re dei Longobardi divennero i veri poteri nel nord e nel centro Italia”. (Encyclopedia Britannica, art. Lombards, par.6). Anche a quel tempo il papa ignorò talmente il potere dell’imperatore d’Oriente, al punto da inviare “lettere a re Childeberto e alla regina Brunehaut, con l’apparente pretesto di raccomandare un sacerdote che aveva inviato ai vescovi della Gallia; ma in realtà per sollecitare il loro aiuto”. – (De Cormenin. “History of the Popes”, Gregory I, par.82).
- La moglie del re dei Longobardi era cattolica e, per influenza di Gregorio, “pose solennemente la nazione longobarda sotto il patrocinio di San Giovanni Battista. A Monza costruì in suo onore la prima chiesa longobarda e il palazzo reale vicino ad essa”. Da allora i Longobardi divennero presto cattolici; ma, nonostante ciò, non tollerarono che il sacerdozio avesse alcun ruolo negli affari del regno. Essi “non ammisero mai i vescovi d’Italia a un seggio nei loro consigli legislativi”. – (Gibbon. “Decline and fall”, cap.14, par.18). E sebbene sotto il dominio longobardo “gli italiani godessero di un governo più mite e più equo di qualsiasi altro regno fondato sulle rovine dell’impero”, questa esclusione del clero dagli affari di stato era ora contro di loro, sebbene fossero cattolici, tanto quanto erano stati ariani in precedenza; e i papi speravano sempre con ansia di vederli cacciati completamente dall’Italia.
- Nel 728 fu pubblicato in Italia l’editto dell’imperatore d’Oriente che aboliva il culto delle immagini. Il papa difese le immagini, naturalmente, e “gli italiani giurarono di vivere e morire in difesa del papa e delle sante immagini”. E così iniziò una guerra che, nella sua natura e nelle sue conseguenze, fu in ogni senso caratteristica del papato. Stabilì il culto delle immagini come articolo di fede cattolica; sviluppò la supremazia del papa negli affari temporali.
- “La prima introduzione di un culto simbolico fu nella venerazione della croce e delle reliquie.” – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.49, par.2). E la prima introduzione della croce come simbolo visibile fu ad opera di Costantino. È vero che il segno della croce era usato già ai tempi di Tertulliano; ma era solo un segno, fatto con un movimento della mano sulla fronte o sul petto. Costantino approfondi questo aspetto con l’introduzione della croce visibile stessa: nel Labaro. Eresse a Roma la sua statua, “con una croce nella mano destra, con un’iscrizione che riferiva la vittoria delle sue armi e la liberazione di Roma a quel segno salutare, vero simbolo di forza e coraggio. Lo stesso simbolo santificava le armi dei soldati di Costantino; la croce brillava sui loro elmi, era incisa sui loro scudi, era intrecciata nei loro stendardi. Gli emblemi consacrati che adornavano la persona dell’imperatore stesso si distinguevano solo per materiali più pregiati e una fattura più squisita. [178]
- “Ma lo stendardo principale che mostrava il trionfo della croce era chiamato Labarum… È descritto come una lunga picca intersecata da una trave trasversale. Il velo di seta che pendeva dalla trave era curiosamente intarsiato con le immagini del monarca regnante e dei suoi figli. La sommità della picca sosteneva una corona d’oro che racchiudeva il misterioso monogramma, che esprimeva al tempo stesso la figura della croce e le lettere iniziali del nome di Cristo.” La base di tutto ciò era la finzione e l’impostura della “visione della croce” di Costantino. E da essa “la Chiesa cattolica, sia d’Oriente che d’Occidente, ha fatta propria una meraviglia che favorisce, o sembra favorire, il culto popolare della croce”. (Idem, cap.20, par.11,13)
- Anche sotto il patrocinio di Costantino, “magnifiche chiese furono erette dall’imperatore a Roma adorne di immagini e dipinti, dove il vescovo sedeva su un trono elevato, circondato da sacerdoti di grado inferiore, e celebrava riti mutuati dallo splendido cerimoniale del tempio pagano”. – (Lawrence. “Historical Studies”, art. Bishops of Rome, par.13). “Inizialmente l’esperimento fu condotto con cautela e scrupoli; e alle venerabili immagini fu discretamente consentito di istruire gli ignoranti, di risvegliare i freddi e di gratificare i pregiudizi dei proseliti pagani. Con una lenta, seppur inevitabile, progressione, gli onori dell’originale furono trasferiti alla copia: il devoto cristiano pregava davanti all’immagine di un santo; e i riti pagani di genuflessione, luminari e incenso si infiltrarono di nuovo nella Chiesa Cattolica. Gli scrupoli della ragione o della pietà furono messi a tacere dalla forte evidenza di visioni e miracoli; e le immagini che parlano, si muovono e sanguinano, devono essere dotate di un’energia divina e possono essere considerate oggetti appropriati di adorazione religiosa.
- “L’uso e persino il culto delle immagini furono saldamente stabiliti prima della fine del VI° secolo; erano amati con affetto dalla fervente immaginazione dei Greci e degli Asiatici; il Pantheon e il Vaticano erano adornati con gli emblemi di una nuova superstizione. . . . Lo stile e i sentimenti di un inno bizantino dimostreranno quanto il loro culto fosse lontano dalla più rozza idolatria: “Come possiamo noi con occhi mortali contemplare quest’immagine, il cui splendore celeste le schiere del cielo non osano contemplare? Colui che dimora in cielo si degna oggi di visitarci con la sua venerabile immagine. Colui che siede sui cherubini ci visita oggi con un’immagine che il Padre ha delineato con la sua mano immacolata; che ha formato in modo ineffabile; e che noi santifichiamo adorandola con timore e amore”. – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.49, par.2,3).
- Così stava l’idolatria cattolica quando i maomettani, con pari disprezzo per le immagini e i loro adoratori, invasero i deserti dell’Arabia. E sotto l’influenza dell’accusa di idolatria che i maomettani sollecitavano incessantemente contro i cattolici, alcuni cominciarono a rendersi conto che forse l’accusa era vera. I musulmani trionfanti, che regnavano a Damasco e minacciavano Costantinopoli, gettarono sulla bilancia del rimprovero il peso accumulato della verità e della vittoria. Le città di Siria, Palestina ed Egitto erano state fortificate con le immagini di Cristo, di Sua madre e dei Suoi santi: e ogni città si affidava alla speranza o alla promessa di una difesa miracolosa. Nella rapida conquista di dieci anni, gli arabi sottomisero quelle città e queste immagini; e, a loro avviso, il Signore degli eserciti pronunciò un giudizio decisivo tra l’adorazione e il disprezzo di questi idoli muti e inanimati. In questo periodo di angoscia e sgomento, l’eloquenza dei monaci fu esercitata in difesa delle immagini. Ma ora erano osteggiati dai mormorii di molti cristiani semplici o razionali, che si appellavano all’evidenza dei testi, dei fatti e dei tempi primitivi; e segretamente desideravano la riforma della Chiesa. (Idem, cap.49, par.4). [179]
- Così ebbe inizio la controversia iconoclasta, tra gli adoratori e i distruttori delle immagini, che continuò con sanguinosa e inarrestabile furia per centoventi anni, dal 726 all’846, e che infine portò al trionfo del culto delle immagini e della “religione di Costantino”. Nel 726 d.C., Leone III, “l’Isaurico”, salì al trono d’Oriente come imperatore. “Iniziò nel 727-730 la famosa riforma iconoclasta. Ordinò che le immagini fossero fatte a pezzi; che i muri delle chiese fossero imbiancati; e perseguì con onesto ma imprudente vigore il suo progetto di estirpare l’idolatria. Ma un feroce dissenso infuriò subito in tutta la cristianità: monaci e popolo insorsero in difesa delle loro immagini e dei loro dipinti, e l’imperatore, persino nella sua capitale, fu denunciato come eretico e tiranno. C’era un’immagine del Salvatore, rinomata per i suoi poteri miracolosi, sopra la porta del palazzo imperiale, chiamata Porta di Bronzo per le ricche piastrelle di bronzo dorato che ne ricoprivano il magnifico vestibolo. L’imperatore ordinò che la sacra immagine fosse smontata e fatta a pezzi. Ma il popolo da ogni parte della città corse in difesa del suo idolo preferito, si scagliò contro gli ufficiali e ne mise a morte molti.
- “Le donne erano ancora più violente degli uomini. Come furie si precipitarono sul posto e, trovando uno dei soldati impegnato nell’empio lavoro in cima alla scala, la tirarono giù e lo fecero a pezzi mentre giaceva a terra ferito. “Così”, esclama il pio annalista, “il ministro dell’ingiustizia dell’imperatore cadde all’improvviso dalla cima della scala in fondo all’inferno”. Le donne corsero poi verso la grande chiesa e, trovando il patriarca iconoclasta che officiava all’altare, lo travolsero con una pioggia di pietre e mille nomi obbrobriosi. Egli fuggì, ferito e suo punto di svenire, dall’edificio. Le guardie furono quindi chiamate fuori e l’insurrezione femminile repressa; ma non prima che diverse donne perissero nella mischia.” – (Lawrence. “Historical Studies”, art.Bishop of Rome, par.33). “L’esecuzione degli editti imperiali fu ostacolata da frequenti tumulti a Costantinopoli e nelle province; La persona di Leone fu messa in pericolo, i suoi ufficiali furono massacrati e l’entusiasmo popolare fu sedato dai più vigorosi sforzi del potere civile e militare.” – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.49, par.5). [180]
- Quando il decreto di Leone contro il culto delle immagini fu pubblicato in Occidente, “le immagini di Cristo e della Vergine, degli angeli, dei martiri e dei santi furono abolite in tutte le chiese d’Italia”; e l’imperatore minacciò il papa che se non avesse rispettato il decreto, sarebbe stato degradato e mandato in esilio. Ma il papa:
GREGORIO II, 19 MAGGIO 715 – 20 FEBBRAIO 732, si schierò fermamente a favore del culto delle immagini e inviò lettere pastorali in tutta Italia, esortando i fedeli a fare lo stesso. “A questo segnale, Ravenna, Venezia e le città dell’esarcato e della Pentapoli aderirono alla causa delle immagini religiose. La loro forza militare per mare e per terra era composta, per la maggior parte, da nativi, e lo spirito di patriottismo e zelo fu trasfuso negli stranieri mercenari. Gli italiani giurarono di vivere e morire in difesa del papa e delle immagini sacre… I greci furono sconfitti e massacrati, i loro capi subirono una morte ignominiosa e i papi, per quanto inclini alla clemenza, si rifiutarono di intercedere per queste vittime colpevoli.”
- A Ravenna, nel 729 d.C., la rivolta e la sanguinosa contesa furono così grandi che persino l’esarca, il rappresentante personale dell’imperatore, fu ucciso. “Per punire questo atto infame e ripristinare il suo dominio in Italia, l’imperatore inviò una flotta e un esercito nel Golfo Adriatico. Dopo aver subito molte perdite e ritardi a causa dei venti e delle onde, i Greci sbarcarono nei pressi di Ravenna… In un giorno di dura battaglia, mentre i due eserciti alternativamente cedevano e avanzavano, fu visto un fantasma, si udì una voce e Ravenna fu vittoriosa per la certezza della vittoria. Gli stranieri si ritirarono sulle loro navi, ma la popolosa costa riversò una moltitudine di barche; le acque del Po erano così profondamente contaminate dal sangue che per sei anni il pubblico pregiudizio si astenne dal pesce del fiume; e l’istituzione di una festa annuale perpetuò il culto delle immagini e l’orrore del tiranno greco. In mezzo al trionfo delle armi cattoliche, il pontefice romano convocò un sinodo di novantatré vescovi contro l’eresia degli iconoclasti. Con il loro consenso, pronunciò una scomunica generale contro tutti coloro che con parole o azioni attaccassero le tradizioni dei Padri e le immagini dei santi.” (Idem, par.9).
- Come già affermato, Gregorio II era ora papa. Vale la pena di riportare qui alcune delle sue argomentazioni a sostegno del culto delle immagini, affinché si possa comprendere quanto sia certamente idolatrico l’uso delle immagini nella Chiesa Cattolica. Nel 730 Gregorio II scrisse all’imperatore Leone III:
“Per dieci anni, per grazia di Dio, hai camminato rettamente e non hai menzionato le immagini sacre; ma ora affermi che esse prendono il posto degli idoli e che coloro che le venerano sono idolatri e vuoi che vengano completamente eliminate e distrutte. Non temi il giudizio di Dio e che l’offesa sarà data non solo ai fedeli, ma anche ai non credenti. Cristo ci proibisce di offendere anche la minima cosa. E tu hai offeso il mondo intero, come se non dovessi anche morire e rendere conto. Hai scritto: “Non possiamo, secondo il comando di Dio (Esodo 20:4), adorare nulla fatto da mano d’uomo, né alcuna immagine di ciò che è nel cielo o sulla terra. Solo dimostrami, chi ci ha insegnato ad adorare qualcosa fatto da mani d’uomo, e allora concorderò che questa è la volontà di Dio“. Ma perché, o imperatore e capo dei cristiani, non hai interrogato i sapienti su questo argomento prima di turbare e confondere la povera gente? Avresti potuto imparare da loro a proposito di quali immagini fatte da mani umane Dio avesse detto ciò. Ma hai respinto i nostri Padri e dottori, sebbene tu abbia assicurato con la tua stessa sottoscrizione che li avresti seguiti. I santi Padri e dottori sono la nostra Scrittura, la nostra luce e la nostra [181] salvezza, e i sei sinodi ce lo hanno insegnato; ma tu non accetti la loro testimonianza. Sono costretto a scriverti senza delicatezza o dottrina, come anche tu non sei delicato o dotto; ma la mia lettera contiene comunque la verità divina.
Dio diede quel comando a causa degli idolatri che possedevano la terra promessa e adoravano animali d’oro, ecc., dicendo: “Questi sono i nostri dèi e non c’è altro Dio”. A causa di questi diabolici, Dio ci ha proibito di adorarli… Mosè desiderava vedere il Signore, ma Egli si mostrò a lui solo di spalle. A noi, al contrario, il Signore si mostrò perfettamente, poiché il Figlio di Dio si è fatto uomo. … Da ogni parte, uomini vennero a Gerusalemme per vederlo, e poi lo raffigurarono e lo rappresentarono agli altri. Allo stesso modo, hanno raffigurato e rappresentato Giacomo, Stefano e i martiri; e gli uomini, abbandonando il culto del diavolo, hanno venerato queste immagini, ma non in modo assoluto (con latria), bensì relativo. … Perché, allora, non facciamo alcuna rappresentazione di Dio Padre? La natura divina non può essere rappresentata. Se Lo avessimo visto, come abbiamo visto il Figlio, potremmo anche farne un’immagine… Tu dici: “Adoriamo pietre, muri e tavole”. Ma non è così, o imperatore; ma ci servono per ricordare e incoraggiare, sollevando i nostri spiriti stanchi attraverso coloro di cui le immagini portano i nomi e di cui sono la rappresentazione. E noi non li adoriamo come Dio, come tu affermi; Dio non voglia! Perché non riponiamo in loro la nostra speranza; e se c’è un’immagine del Signore, diciamo: Signore Gesù Cristo, aiutaci e salvaci. A un’immagine della Sua santa madre, diciamo: Santa portatrice di Dio, prega per noi con tuo Figlio; e così con un martire… Sarebbe stato meglio per te essere un eretico che un distruttore di immagini.” (Hefele’s “History of the Councils”, sez.CCCXXXII. Ancora ai nostri giorni il culto delle immagini è stato sostenuto da un vescovo cattolico con la seguente argomentazione:
“L’Antico Testamento proibiva le immagini (Esodo 20:4), perché a causa della debolezza del popolo ebraico e della sua forte inclinazione a imitare i culti idolatri dei popoli vicini, esso aveva messo in pericolo il culto spirituale e monoteistico di Dio. Questo divieto, come tutte le ordinanze rituali, non era più vincolante di per sé nel Nuovo Testamento. Al contrario, era compito del Cristianesimo afferrare e nobilitare l’uomo intero in tutte le sue facoltà superiori, e quindi non solo tutte le altre arti nobili, ad esempio la musica e la poesia, ma anche porre la pittura e la scultura al servizio del Santissimo.” — Hefele, idem, par.I).
- In questa crisi, il papato strinse un’alleanza con i Longobardi, che furono lieti dell’opportunità offerta dal loro zelo per il culto delle immagini per impossessarsi dei territori italiani dell’imperatore d’Oriente. Grazie a questa alleanza, “l’Italia intera, istigata dal pontefice, decise di liberarsi dal dominio degli imperatori greci”. – (De Cormenin. “History of the Popes”, Gregory II, par.29). Questa alleanza, tuttavia, non durò a lungo: essendo entrambe le potenze – i Longobardi e il papato – determinate a conquistare la maggior parte d’Italia possibile, vi fu una costante irritazione che culminò infine in aperte ostilità, e i Longobardi invasero il territorio papale nel 739 d.C. E ora cosa poteva fare il papa? Non poteva appellarsi al suo nemico, l’imperatore, che distruggeva le immagini. I Longobardi, sebbene amici delle immagini, erano ora anche nemici del papa. Cosa si poteva fare? [182]
- Carlo Martello, maggiordomo del palazzo del regno franco, si era guadagnato una gloria mondiale grazie alla sua recente vittoria, nel 732, sui maomettani a Tours. Tra tutti i barbari, i Franchi furono i primi a convertirsi al cattolicesimo, e da allora erano sempre stati figli devoti della Chiesa. Il papa, ora:
GREGORIO III, 18 MARZO 732 – 27 NOVEMBRE 741, era determinato a chiedere aiuto a Carlo contro questa affermazione del dominio longobardo. Inviò a Carlo le chiavi del “sepolcro di San Pietro”, alcuni frammenti delle catene con cui “Pietro era stato legato” e, cosa più importante, come legittimo erede dell’autorità dell’antica repubblica romana, osò conferire a Carlo Martello il titolo di console romano. “In tutte queste transazioni il papa appare effettivamente, se non apertamente, un potere indipendente, che si allea con gli alleati o i nemici dell’impero, a seconda delle esigenze del momento”. E ora, “il papa, in quanto potentato indipendente, sta stringendo un’alleanza con un sovrano transalpino per la liberazione dell’Italia”. – (Milman. “History of Latin Christianity”, libro IV, cap.9, par.14,26)
- Anche i Longobardi inviarono a Carlo delle contro-trattative. Il papa lo sapeva, e scrisse a Carlo che in Italia i Longobardi lo trattavano con disprezzo e dicevano: “Che venga, questo Carlo, con il suo esercito di Franchi; se può, che vi salvi dalle nostre mani”, e poi Gregorio si lamenta e implora Carlo così:
“O dolore indicibile, che figli così insultati non facciano alcuno sforzo per difendere la loro santa madre, la Chiesa! Non che San Pietro non sia in grado di proteggere i suoi successori e di vendicarsi dei loro oppressori, ma l’apostolo sta mettendo alla prova la fede dei suoi seguaci. Non credere ai re longobardi, che il loro unico obiettivo è punire i loro sudditi refrattari, i duchi di Spoleto e Benevento, il cui unico crimine è quello di non unirsi all’invasione e al saccheggio della sede romana. Manda, o mio figlio cristiano, un ufficiale fedele, che possa riferirti sinceramente la situazione qui! Che possa vedere con i suoi occhi le persecuzioni che stiamo sopportando, l’umiliazione della Chiesa, la desolazione dei nostri beni, il dolore dei pellegrini che frequentano il nostro santuario. Non chiudere le orecchie alla nostra supplica, affinché San Pietro non ti chiuda le porte del cielo. Ti scongiuro, per il Dio vivo e vero, e per le chiavi di San Pietro, di non anteporre l’alleanza dei Longobardi all’amore del grande apostolo, ma affrettatevi, affrettatevi in nostro soccorso affinché possiamo dire con il profeta: “Il Signore ci ha ascoltati nel giorno della tribolazione, il Dio di Giacobbe ci ha protetti”. (Idem, par.24). [183]
- Gli ambasciatori e le lettere del papa “furono ricevuti da Carlo con decorosa riverenza; ma la grandezza delle sue occupazioni e la brevità della sua vita gli impedirono di interferire negli affari d’Italia, se non tramite una mediazione amichevole e inefficace”. – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.49, par.12). Ma presto le cose in Francia presero una piega tale che il desiderio a lungo accarezzato dal papato fu ricompensato con abbondante successo. Carlo Martello era semplicemente duca o maggiordomo di palazzo, sotto i pigri re di Francia. Morì il 21 ottobre 741. Gregorio III morì il 27 novembre dello stesso anno e gli successe:
ZACCARIA, NOV. 30, 741 – 14 MARZO 752.
Non ricevendo alcun aiuto immediato dalla Francia, Zaccaria si fece avanti verso i Longobardi e un trattato di pace ventennale fu concluso tra il regno di Lombardia e il “ducato di Roma”.
- Carlo Martello lasciò due figli, Carlomanno e Pipino. Carlomanno, essendo il maggiore, gli successe in carica; ma era in carica da poco tempo prima di cederla al fratello e di farsi monaco, nel 747 d.C. Gli ultimi eventi in Italia e il prestigio che il papa ne aveva tratto esercitarono una potente influenza in Francia; e poiché il papa aveva già desiderato una lega con Carlo Martello, che, pur non possedendo il titolo, deteneva tutta l’autorità di un re, Pipino, suo successore, concepì l’idea che forse avrebbe potuto ottenere l’approvazione papale per assumere il titolo di re con l’autorità che già possedeva. Pipino, quindi, inviò due ecclesiastici a consultare il papa per decidere se potesse diventare re di Francia. Zaccaria rispose che “la nazione poteva legittimamente unire, nella stessa persona, il titolo e l’autorità di re; e che lo sfortunato Childerico [*Childerico III], vittima della sicurezza pubblica, sarebbe stato degradato, rasato e rinchiuso in un monastero per il resto dei suoi giorni [*anno 751]. Una risposta così gradita ai loro desideri fu accettata dai Franchi come l’opinione di un casista, la sentenza di un giudice o l’oracolo di un profeta; … e Pipino fu innalzato su uno scudo con il suffragio di un popolo libero, abituato a obbedire alle sue leggi e a marciare sotto il suo stendardo”; e il 7 marzo 752 fu proclamato re dei Franchi. – (Gibbon. Idem, par.13)
- Zaccaria morì il 14 marzo dello stesso anno e gli successe:
STEFANO II, che morì il quarto giorno dopo, e prima della sua consacrazione, e STEFANO III divenne papa il 26 marzo. Astolfo era ora re dei Longobardi. Si era apertamente dichiarato nemico del papa; ed era determinato a far suoi non solo i territori dell’esarcato, ma anche quelli del papa. Il papa inviò ambasciatori e il trattato di pace fu rinnovato per “quarant’anni”; “ma in quattro mesi, il Lombardo era di nuovo in armi. In termini di contumelia e minaccia, chiese l’immediata sottomissione di Roma e il pagamento di un pesante tributo personale, una tassa pro capite per ogni cittadino”. Il papa inviò di nuovo ambasciatori, ma furono trattati con disprezzo e Astolfo invase il territorio dell’esarcato e pose l’assedio alla capitale, Ravenna.
- “Eutichio, esarca in quel periodo, difese il luogo per qualche tempo con grande risolutezza e intrepidezza, ma trovando i suoi uomini completamente stanchi, poiché la guarnigione era esigua a causa dei ripetuti attacchi del nemico, e disperando di trovare soccorso, alla fine lo abbandonò e tornò via mare a Costantinopoli, portando con sé tutti gli uomini e gli effetti personali che poté. Astolfo, divenuto così padrone della metropoli dell’esarcato, ridusse, quasi senza opposizione, le altre città e tutta la Pentapoli, che aggiunse al suo regno; con tale aggiunta elevò la potenza dei Longobardi al livello più alto che avesse mai raggiunto dal loro primo ingresso in Italia. Così finì l’esarcato di Ravenna e, con l’esarcato, lo splendore di quell’antica città, che era stata fin dal tempo di Valentiniano la sede degli imperatori d’Occidente, come lo fu in seguito dei re goti e, dopo la loro espulsione, degli esarchi che, risiedendo lì, avevano mantenuto per centottantasette anni il potere e l’autorità degli imperatori in Occidente.” – (Bower. “Lives of the Popes”, Stephen II, par.3) [184]
- Astolfo, avendo così soppiantato l’esarca, come suo successore rivendicò i territori del papa, persino fino a Roma stessa. L’imperatore d’Oriente inviò un ambasciatore che passasse per Roma, con il quale il papa inviò suo fratello ad Astolfo per chiedergli di inviare un rappresentante a Costantinopoli per concordare i termini tra i Longobardi e l’Impero d’Oriente. Astolfo li congedò con parole gentili, ma vedendo il papa intrigare con l’imperatore, inviò un messaggero al papa e ai Romani chiedendo che riconoscessero la sua autorità. Essi rifiutarono categoricamente. Astolfo con il suo esercito si avvicinò a Roma per far valere la sua richiesta. “Il papa si appellò al cielo, legando una copia del trattato, violato da Astolfo, alla santa croce.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, libro IV, cap.11, par.24). Astolfo insistette nell’assedio. La situazione del papa era di nuovo disperata.
- Scrisse a Pipino, ma non ottenne risposta. Nella sua angoscia, scrisse persino a Costantinopoli, ma neppure da lì ottenne risposta. Decise quindi di recarsi personalmente da Pipino e chiedere il suo aiuto. Era presente alla corte del papa un ambasciatore della corte di Francia, sotto la cui protezione Stefano si pose e viaggiò apertamente attraverso i domini di Astolfo. Il 15 novembre 752 entrò nei domini francesi. Incontrò alla frontiera un membro del clero e un nobile, con l’ordine di condurlo alla corte del re. A cento miglia dal palazzo incontrò il principe Carlo, poi il potente Carlo Magno, con altri nobili che lo scortarono lungo il cammino. A tre miglia dal palazzo, il re in persona, con la moglie, la famiglia e una schiera di nobili, incontrò Stefano. “Mentre il papa si avvicinava, il re smontò da cavallo e si prostrò a terra davanti a lui. Poi camminò a fianco del palafreno del papa. Il papa e gli ecclesiastici proruppero subito in inni di ringraziamento e, cantando mentre camminavano, raggiunsero la residenza reale.
- “Stefano non perse tempo nell’elencare lo scopo della sua visita. Implorò l’immediato intervento di Pipino per imporre la restaurazione di San Pietro… Pipino giurò immediatamente di esaudire tutte le richieste del papa.” (Idem par.25). “Fece persino una donazione anticipata a San Pietro di diverse città e territori, che erano ancora sotto il dominio dei Longobardi. L’atto fu solennemente consegnato e Pipino lo firmò, a nome proprio e dei suoi due figli, Carlo e Carlomanno.”- (De Cormenin. “History of the Popes”, Stephen III, par.21). Poiché l’inverno rendeva impraticabili tutte le operazioni militari, Pipino invitò il papa “a Parigi, dove prese residenza nell’abbazia di St. Denys (San Dionigi)”. [185]
- Pipino era già stato unto da un vescovo in Francia, ma questo non era sufficiente; il papa doveva ungere anche lui, e poi basarsi sulla pretesa che il re dei Franchi detenesse il suo regno per grazia del vescovo di Roma. Nel monastero di San Dionigi, Stefano III pose il diadema sul capo di Pipino, lo unse con l’olio santo, confermò per sempre la sovranità sulla sua casa e pronunciò una maledizione eterna su chiunque avesse tentato di nominare un re di Francia di stirpe diversa da quella di Pipino. Il papa fu colpito da una pericolosa malattia che lo tenne nella capitale della Francia fino alla metà del 753.
- In questa stessa occasione, il papa, in qualità di capo della restaurata repubblica di Roma, rinnovò a Pipino il titolo e la dignità romana di patrizio, che, così come quello di console, erano stati conferiti a Carlo Martello. Conferiva lo stesso titolo anche ai due figli di Pipino, “per impegnarli a difendere la città santa”. Le insegne del nuovo ufficio erano le chiavi del sacrario di San Pietro, “come pegno e simbolo di sovranità”; e un vessillo “sacro” che era loro “diritto e dovere dispiegare” in difesa della Chiesa e della città di Roma.
- L’imperatore Leone morì nel 741 e gli successe il figlio Costantino V, il 18 giugno. Mentre Costantino era assente per una spedizione contro i Saraceni, un rivale sposò la causa delle immagini, usurpò il trono e ripristinò trionfalmente il culto delle immagini. Costantino tornò con il suo esercito e fu vittorioso contro l’usurpatore e la sua causa. L’intento dell’imperatore Leone era stato “di pronunciare la condanna delle immagini come articolo di fede e con l’autorità del concilio generale”; e ora suo figlio realizzò tale proposito. Convocò un concilio generale a Costantinopoli nel 754, composto da trecentotrentotto vescovi. Dopo sei mesi di deliberazioni, in una lunga disquisizione, emisero il loro “decreto unanime che tutti i simboli visibili di Cristo, tranne l’eucaristia, erano blasfemi o eretici; che il culto delle immagini era una corruzione del cristianesimo e un rinnovamento del paganesimo; che tutti questi monumenti di idolatria dovevano essere distrutti o cancellati; e che coloro che si rifiutavano di consegnare gli oggetti della loro superstizione privata erano colpevoli di disobbedienza all’autorità della Chiesa e all’imperatore”. – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.49, par.6)
- “Il paziente Oriente abiurò, con riluttanza, le sue immagini sacre; invece esse furono tenute con affetto e difese vigorosamente dallo zelo indipendente degli Italiani.” (Idem, par.47). Il decreto del concilio fu imposto con tutta la potenza dell’imperatore in una dura persecuzione. Egli “chiese a tutti i vescovi e ai monaci più illustri un assenso scritto al decreto del suo sinodo. Non sappiamo che un solo uomo tra i vescovi e il clero secolare dell’intero regno [bizantino] abbia rifiutato; ma tanto più accanitamente si opposero molti monaci.” – (Hefele. “History of the Councils”, sez.CCCXXXVII).
- Nel frattempo Astolfo aveva convinto Carlomanno a lasciare il suo monastero e a recarsi alla corte di Pipino per contrastare l’influenza del papa e, se possibile, convincere Pipino alla causa dei Longobardi. Ma lo sfortunato Carlomanno fu immediatamente imprigionato “a vita”, e la sua vita terminò in pochi giorni. Nel settembre e nell’ottobre del 753, Pipino e il papa marciarono verso l’Italia contro Astolfo, che si rifugiò a Pavia. Avanzarono fino alle mura di quella città: e Astolfo fu lieto di acquistare una pace ignominiosa, impegnandosi, con giuramento, a ripristinare il territorio di Roma. [186]
- Pipino tornò nella sua capitale; e Stefano si ritirò a Roma. Ma non appena Pipino fu ben lontano dalla sua portata, Astolfo era di nuovo in armi e in viaggio verso Roma. Marciò fino alle porte della città e chiese la resa del papa. “Pretese che i Romani gli consegnassero il papa nelle mani, e solo a queste condizioni avrebbe risparmiato la città. Astolfo dichiarò che non avrebbe lasciato al papa un piede di terra.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.II, libro IV, cap.11, par.28).
- Stefano inviò in fretta dei messaggeri con una lettera a Pipino in cui il papa gli ricordava che San Pietro gli aveva promesso la vita eterna in cambio di un voto che aveva fatto di fare una donazione a San Pietro. Disse a Pipino che avrebbe rischiato la dannazione eterna se non si fosse affrettato a mantenere il suo voto; e che, poiché Pietro aveva la firma di Pipino, se non l’avesse mantenuto, l’apostolo glielo avrebbe presentato nel giorno del giudizio. Pipino non rispose e fu inviata una seconda lettera in cui il papa “lo scongiurò, per Dio e per la sua santa madre, per gli angeli in cielo, per gli apostoli San Pietro e San Paolo, e per l’ultimo giorno”, di affrettarsi in soccorso della sua santa madre, la Chiesa, e gli promise, se l’avesse fatto, “la vittoria su tutte le nazioni barbariche e la vita eterna”.
- Ma Pipino non rispose ancora; e poiché Astolfo insisteva sempre più, il papa decise di far rivolgere personalmente la parola a San Pietro, che si rivolgeva al re indugiante. Di conseguenza, inviò la seguente lettera:
“Io, Pietro apostolo, protesto, ammonisco e scongiuro voi, i re cristianissimi, Pepsino, Carlo e Carlomanno, con tutta la gerarchia, i vescovi, gli abati, i sacerdoti e tutti i monaci; tutti i giudici, i duchi, i conti e l’intero popolo dei Franchi. Anche la Madre di Dio vi scongiura, vi ammonisce e vi comanda, lei stessa, così come i troni e i domini e tutte le schiere celesti, di salvare l’amata città di Roma dagli odiati Longobardi. Se vi affrettate, io, Pietro apostolo, vi prometto la mia protezione in questa vita e nell’altra, preparerò per voi le più gloriose dimore in cielo, vi donerò le gioie eterne del paradiso. Fate causa comune con il mio popolo di Roma e vi concederò tutto ciò che pregherete. Vi scongiuro di non abbandonare questa città alla distruzione e tormentati dai Longobardi, affinché le vostre anime non siano lacerate e tormentate all’inferno, con il diavolo e i suoi angeli pestilenziali. Di tutte le nazioni sotto il cielo, i Franchi sono i più stimati da San Pietro; a me dovete tutte le vostre vittorie. Obbedite, e obbedite prontamente, e, per mio suffragio, nostro Signore Gesù Cristo vi darà in questa vita lunghezza di giorni, sicurezza, vittoria; nella vita a venire, moltiplicherà le sue benedizioni su di voi, tra i suoi santi e angeli.” (Idem, par.31).
- Ciò spinse Pipino alla più diligente attività. Astolfo seppe del suo arrivo e si affrettò a tornare alla sua capitale; ma appena lo seppe, vi arrivò che Pipino lo stava assediando. Astolfo cedette immediatamente e cedette a Pipino l’intero territorio conteso. I rappresentanti dell’imperatore d’Oriente erano lì per chiederne la restituzione; Ma “Pipino dichiarò che il suo unico scopo nella guerra era quello di mostrare la sua venerazione per San Pietro”; e come bottino di conquista, lo donò interamente al papa — 755 d.C. “I rappresentanti del papa, che tuttavia parlano sempre della repubblica di Roma, attraversarono il territorio, ricevendo l’omaggio delle autorità e le chiavi delle città. Il distretto comprendeva Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, Cesena, Sinigaglia, Jesi, Forlimpopoli, Forlì con il Castello di Sussibio, Montefeltro, Acerra, Monte di Lucano, Serra, San Marino, Bobbio, Urbino, Cagli, Luciolo, Gubbio, Comachio e Narni, che fu separata dal ducato di Spoleto.” (Idem, par.35). [187]
- Astolfo fu ucciso poco dopo durante una battuta di caccia. La successione fu contesa tra Desiderio e Rachis. Desiderio si assicurò il trono corteggiando l’influenza del papa, e in cambio il papa lo costrinse ad accettare di cedere al papato cinque città e l’intero ducato di Ferrara. L’accordo fu poi rispettato e questi territori furono annessi al regno del papa.
- Stefano III morì il 26 aprile 757 e gli succedette il fratello:
PAOLO, DAL 29 MAGGIO 757 AL 28 GIUGNO 767, che glorificò Pipino come un nuovo Mosè, colui che aveva liberato Israele dalla schiavitù dell’Egitto. Come Mosè aveva confutato l’idolatria, così Pipino aveva confutato l’eresia; ed esclamò con entusiasmo: “Tu, dopo Dio, sei il nostro difensore e soccorritore. Se tutti i capelli del nostro capo fossero lingue, non potremmo renderti grazie pari ai tuoi meriti”. Quando Costantino V seppe che Pipino aveva conferito al papa “l’esarcato di Ravenna e della Pentapoli”, inviò due ambasciatori a Pipino per convincerlo a restituire quelle terre all’autorità dell’imperatore d’Oriente. Ma, alla sua richiesta, Pipino rispose che “i Franchi non avevano versato il loro sangue per i Greci, ma per San Pietro e la salvezza delle loro anime; e non avrebbe, per tutto l’oro del mondo, ritirato la sua promessa fatta alla Chiesa romana”. Paolo I “si impegnò al massimo per opporsi ai Bizantini”; e “in una delle lettere che Papa Paolo indirizzò a Pipino, lo assicurò che era la questione delle immagini la causa principale della grande ira dei Greci contro Roma”. – (Hefele. Idem, sez.CCCXXXVIII).
- Tutte le donazioni che Pipino aveva elargito al papato furono ricevute e conservate dai papi, sotto la pia finzione che fossero destinate a usi sacri come il mantenimento delle luci nelle chiese e il sostentamento dei poveri. Ma in realtà erano considerati i domini del nuovo Stato sovrano, discendente dalla repubblica romana, la cui autorità effettiva era ormai confluita nel papato, e per diritto del quale il papa aveva già nominato Carlo console romano, e Pipino patrizio. Il papa governava tutti questi territori come sovrano. Egli “ne prese possesso come signore e padrone; ricevette l’omaggio delle autorità e le chiavi delle città. Le istituzioni locali o municipali rimasero; ma le entrate, che prima erano state ricevute dalla corona bizantina, divennero entrate della Chiesa: di quelle entrate il papa era il custode, il distributore, il possessore.” – (Milman. Idem, par.41). [188]
- Nel 768 d.C., Pipino morì e gli succedettero i suoi due figli, Carlo e Carlomanno. Nel 771, alla morte di Carlomanno, regnò Carlo Magno. Nel 772 al papato successe:
ADRIANO O ADRIANO, FEB. 9, 772, AL 25 DICEMBRE 795.
- Carlo Magno era un cattolico non meno devoto di Clodoveo prima di lui. Le sue guerre contro i pagani Sassoni furono quasi interamente guerre di religione; e la sua severa dichiarazione che “questi Sassoni devono essere cristianizzati o annientati” esprime il temperamento sia della sua religione che della sua condotta militare. L’inimicizia tra il papa e i Longobardi continuava ancora; e il re dei Longobardi invase il territorio e prese possesso di alcune delle città che Pipino aveva conferito al papato. Il papa si rivolse immediatamente a Carlo Magno, ricordandogli l’obbligo che gli incombeva da quando lui e suo padre Pipino avevano ricevuto dal papa il titolo e la dignità di patrizio di Roma. Carlo Magno marciò immediatamente in Lombardia, nel 773 d.C., e assediò Pavia, la capitale longobarda; contemporaneamente, una parte del suo esercito attaccò la città di Verona.
- Era il mese di ottobre prima che Verona cadesse; e Pavia resistette fino all’estate successiva. Con l’avvicinarsi della Pasqua, Carlo Magno decise di celebrare la festa a Roma. Nel mese di marzo, “accompagnato da un gran numero di vescovi, abati e altri ecclesiastici, che lo avevano accompagnato in Italia, nonché da ufficiali e persone distinte”, intraprese il suo viaggio verso la celebre città. Non appena il papa seppe la strada percorsa da Carlo Magno, “inviò tutti i magistrati e i giudici della città, con le loro bandiere e le insegne dei rispettivi uffici, a incontrarlo a trenta miglia di distanza e ad accompagnarlo per il resto del suo viaggio. A 239 miglia dalla porta fu ricevuto da tutta la milizia di Roma in armi e da una processione di bambini che portavano rami di ulivo in mano e cantavano le sue lodi. Dopo di loro apparvero a una certa distanza le croci che venivano portate secondo l’usanza davanti agli esarchi e ai patrizi romani durante le loro entrate pubbliche. Non appena vide le croci, Carlo Magno scese da cavallo con tutto il suo seguito e, accompagnato dalla sua nobiltà e dal popolo romano, percorse a piedi, tra le forti acclamazioni del popolo che accorreva da ogni parte per vederlo, il resto del cammino fino al Vaticano.
- “Quanto al papa, egli, con tutto il corpo del Il clero si era recato nella chiesa del Vaticano di buon mattino per attendere l’arrivo del re e condurlo personalmente alla tomba di San Pietro. Carlo Magno, giunto ai piedi della scalinata che conduceva alla chiesa, si inginocchiò e baciò il primo gradino; e così continuò a inginocchiarsi e a baciare ogni gradino mentre saliva. All’ingresso della chiesa fu ricevuto dal pontefice in tutti gli splendidi abiti dei suoi paramenti pontificali. Si abbracciarono con grande tenerezza; e il re, tenendo la mano destra del papa con la sinistra, entrarono così in chiesa: il popolo e il clero cantavano a gran voce le parole del Vangelo: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. Il papa condusse il re direttamente alla confessione, cioè alla presunta tomba di San Pietro; e lì, prostrandosi entrambi a terra, resero grazie al principe degli apostoli per il grande vantaggio che il re, per sua intercessione, aveva già ottenuto sui suoi nemici e sui nemici della Chiesa…
- “Il terzo giorno dopo Pasqua il papa e il re ebbero un colloquio in Vaticano, quando Adriano, giunto al punto principale, ricordò al re la promessa che re Pipino, suo padre, e lui stesso avevano fatto a Chieri al suo santo predecessore, papa Stefano, esaltò la generosità dei suoi predecessori e la sua verso la sede apostolica, il merito che avevano così acquisito e la ricompensa che per questo motivo era loro riservata in cielo; e lo pregò ardentemente, mentre offriva la sua felicità in questo mondo e nell’altro, di confermare la sua precedente promessa o donazione; di far sì che tutti i luoghi ivi menzionati fossero consegnati senza ulteriore indugio a San Pietro; e di assicurarne per sempre il possesso a quell’apostolo e alla sua Chiesa. Carlo Magno acconsentì prontamente al desiderio del papa: e dopo aver fatto leggere il precedente atto di donazione, ordinò a Eterio, suo cappellano e notaio, di redigerne un altro. Firmò lui stesso questo nuovo atto e, richiedendo a tutti Vescovi, abati e altri illustri uomini che lo avevano accompagnato a Roma, di firmarlo, lo pose di sua mano, così firmato, baciandolo con grande rispetto e devozione, sul corpo di San Pietro.” – (Bower. “Lives of the Popes”, Hadrian, par.13,14).
- Questo documento è andato completamente perduto, tanto che è impossibile sapere esattamente cosa fosse incluso nella donazione. Era più nell’interesse del papato che andasse perduto, piuttosto che conservarlo. Se fosse stato conservato, le pretese del papato avrebbero potuto essere limitate ai limiti specificati: mentre se fosse andato completamente perduto, in base ad esso avrebbero potuto rivendicare almeno tutto ciò che rientrava nei confini di tutta Italia. E questo è stato effettivamente fatto: “Si dice che comprendesse tutta l’Italia, l’esarcato di Ravenna dall’Istria ai confini di Napoli, inclusa la Corsica.” – Milman. È noto che almeno il ducato di Spoleto fu aggiunto ai territori già menzionati nella donazione di Pipino. “Carlo Magno fece questa donazione come signore per conquista del regno longobardo e del territorio dell’esarcato.” (“History of Latin Christianity”, vol.II, libro IV, cap.12, par.15,16).
- Carlo Magno tornò all’assedio di Pavia, che pressò così duramente che la città cadde presto. Desiderio, il re longobardo, fu costretto ad arrendersi “e a consegnarsi, con la moglie e la figlia, a Carlo Magno a condizione, poiché il conquistatore non voleva sentire parlare di altro, che le loro vite fossero risparmiate. Carlo Magno li portò con sé in Francia e li confinò, secondo alcuni autori, prima a Liegi e poi nel monastero di Corbie, dove si dice che Desiderio abbia trascorso il resto della sua vita nel digiuno, nella preghiera e in altre buone opere. Così finì il regno dei principi longobardi in Italia duecentosei anni dopo che si erano impadroniti di quel paese. Dico il regno dei principi longobardi; perché, propriamente parlando, quel regno non finì lì, avendo Carlo Magno assunto, con la resa di Pavia e la prigionia di Desiderio, il titolo di Re dei Longobardi, lasciando il popolo nelle stesse condizioni in cui lo aveva trovato; così che il monarca fu cambiato, ma non fu apportata alcuna alterazione alla monarchia.
- “Come Carlo Magno rivendicò il regno dei Longobardi per diritto di conquista e, subito dopo la caduta di Pavia, si fece incoronare re di Lombardia dall’arcivescovo di Milano in un luogo chiamato Modastia, a circa dieci miglia da quella città. Di quella cerimonia leggiamo il seguente resoconto nell’Ordo Romanus, un rituale molto antico: il nuovo re fu condotto fuori dalla sua camera da diversi vescovi verso la chiesa; e, condotto all’altare maggiore, l’arcivescovo, dopo alcune solenni preghiere, chiese al popolo se fosse disposto a sottomettersi a Carlo e a obbedire con costante fedeltà ai suoi ordini. Avendo il popolo risposto di sì, il vescovo gli unse il capo, il petto, le spalle e le braccia, pregando che il nuovo re avesse successo nelle sue guerre e fosse felice nella sua prole. Poi lo cinse con una spada, gli mise dei braccialetti alle braccia e gli diede una veste, un anello e uno scettro; e, postagli la corona sul capo, lo condusse attraverso il coro fino al trono, e, fattolo sedere e datogli il bacio della pace, celebrò il divino servizio.
- Avendo così completato la conquista della Lombardia e posto sul proprio capo la corona ferrea di quel regno, “la prima cura di Carlo Magno, dopo la sottomissione di Pavia, fu quella di mettere il papa in possesso di tutti i luoghi che gli erano stati ceduti da suo padre o da lui stesso; vale a dire l’esarcato, la Pentapoli e il ducato di Spoleto, che tuttavia continuava a essere governato dai propri duchi. Così i papi ebbero finalmente la soddisfazione, la soddisfazione a lungo desiderata, di vedere i Longobardi umiliati e non più in grado di controllarli nelle loro ambiziose mire; gli imperatori quasi cacciati dall’Italia; e loro stessi arricchiti dalle spoglie di entrambi. . . . Carlo Magno, avendo così sistemato gli affari d’Italia con piena soddisfazione del papa e dei suoi, ripassò le montagne nel mese di agosto di quest’anno e tornò in Francia.” – (Bower. “Lives of the Popes”, Hadrian, par.26, nota 17).
- Proprio nella forma di governo temporale papale, feudale, “Adriano prese possesso dell’esarcato, apparentemente con il potere e i privilegi di un principe temporale. Durante tutto l’esarcato di Ravenna ebbe ‘i suoi uomini’, che erano giudicati da magistrati da lui nominati, gli dovevano fedeltà e non potevano lasciare il territorio senza il suo permesso speciale.” Né questi sono solo ecclesiastici, subordinati al suo potere spirituale(quella supremazia spirituale che Adriano in effetti affermò nella massima misura: Roma aveva il diritto di giudicare su tutte le chiese); ma anche il suo linguaggio a Carlo Magno è quello di un sovrano feudale: ‘Come ai tuoi uomini non è permesso venire a Roma senza il tuo permesso e una lettera speciale, così ai mieiuomininon deve essere permesso di comparire alla corte di Francia senza le mie stesse credenziali. La stessa fedeltà che i sudditi di Carlo Magno gli dovevano era richiesta dai sudditi della sede di Roma al papa. Sia così ammonito: Dobbiamo rimanere al servizio e sotto il dominio del beato apostolo San Pietro fino alla fine del mondo.’ L’amministrazione della giustizia era in nome del papa; e non solo i diritti ecclesiastici e le rendite dei beni facenti parte del patrimonio di San Pietro, anche le entrate civili entravano nel suo tesoro. Adriano dona a Carlo Magno i marmi e i mosaici del palazzo imperiale di Ravenna: quel palazzo apparentemente era di sua proprietà indiscussa.
- “Tale era la fedeltà rivendicata sull’esarcato e sull’intero territorio incluso nella donazione di Pipino e Carlo Magno: a tutto ciò il papa, sempre vigile, aggiungeva continuamente (parti dell’antico territorio sabino, della Campania e di Capua) alla giurisdizione immediata del papato. In tutti questi territori le antiche istituzioni romane rimanevano sotto il papa come patrizie. Il patriziato sembrava equivalente all’autorità imperiale. Solo la città di Roma manteneva, con la forma, una certa indipendenza di una repubblica. Adriano, con il potere, assunse la magnificenza di un grande sovrano. Le sue spese a Roma, in particolare per gli edifici religiosi, come si addiceva al suo carattere, furono prodighe. Roma, con l’aumento delle entrate papali, iniziò a riprendere il suo antico splendore.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.II, libro IV, cap.12, par.19,20).
- Nel 776 Carlo Magno fu costretto da una rivolta longobarda a tornare in Italia. I suoi movimenti furono, tuttavia, così rapidi e vigorosi che non fu necessario per lui rimanervi a lungo. Nel 780, di nuovo a causa di una rivolta longobarda, e anche perché l’arcivescovo di Ravenna aveva rivendicato l’esarcato in opposizione al papa, fu costretto a tornare in Italia. Questa volta andò persino a Roma dove, nel 781, celebrò di nuovo la Pasqua con il papa e gli fece battezzare suo figlio Carlomanno, che aveva cinque anni; ed entrambi i suoi figli, Carlomanno e Ludovico, furono unti re: Carlomanno di Lombardia e Ludovico d’Aquitania.
- Durante tutti questi anni, la guerra iconoclasta era in corso tra l’Est e l’Ovest. Costantino V era morto il 14 settembre 775 e gli era succeduto il figlio Leone IV, che aveva ampiamente attenuato la pressione che Costantino aveva costantemente esercitato contro il culto delle immagini. Morì l’8 settembre 780 e gli successe il figlio Costantino VI, che aveva solo dieci anni. Data la giovane età del nuovo Costantino, sua madre Irene divenne la sua tutrice e iniziò a lavorare con impegno per il restauro delle immagini. Ella aprì una corrispondenza con Papa Adriano I, che “la esortò continuamente a questo”. (Nella sua argomentazione a favore del culto delle immagini, il papa citò Ebrei 11:21: “Giacobbe benedisse entrambi i figli di Giuseppe e ‘adorò sulla cima del suo bastone’, rendendolo un supporto al culto delle immagini, eliminando le preposizioni in modo da leggere: ‘adorò la cima del suo bastone’. Bower’s, “Lives of the Popes”, Hadrian, par.40). Ma poiché il culto delle immagini era stato abolito da un concilio generale, fu solo grazie a un concilio generale che il culto delle immagini poté essere ripristinato dottrinalmente. Ci volle molto tempo per raggiungere questo obiettivo, tanto che il concilio fu convocato solo nel 787.
- Questo concilio, chiamato anche settimo concilio generale, si tenne a Nicea, in Asia, soprattutto per il prestigio che gli sarebbe derivato dal nome di secondo concilio niceno. Si tenne dal 24 settembre al 23 ottobre del 787 d.C. “Gli iconoclasti apparvero non come giudici, ma come criminali o penitenti; la scena fu decorata dai legati di papa Adriano e dai patriarchi orientali; i decreti furono redatti dal presidente Tarasio e ratificati dalle acclamazioni e dalle sottoscrizioni di trecentocinquanta vescovi. Essi dichiararono all’unanimità che il culto delle immagini è in accordo con la Scrittura e la ragione, con i Padri e i concili della Chiesa.” – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.49, par.17).
- Le parole conclusive del decreto del concilio sono le seguenti:
“Il Signore, gli apostoli e i profeti ci insegnano che dobbiamo onorare e lodare davanti a tutti il santo Teoforo, che è esaltato sopra tutte le potenze celesti; inoltre, i santi angeli, gli apostoli, i profeti e i martiri, i santi dottori e tutti i santi, affinché possiamo avvalerci della loro intercessione, che può renderci accetti a Dio se camminiamo virtuosamente. Inoltre, veneriamo anche l’immagine della sacra e vivificante croce e le reliquie dei santi, e accettiamo le sacre e venerabili immagini, e le salutiamo e le abbracciamo, secondo l’antica tradizione della santa Chiesa Cattolica di Dio, cioè dei nostri santi Padri, che ricevettero queste immagini e ordinarono che fossero erette in tutte le chiese ovunque. Queste sono le rappresentazioni del nostro Salvatore incarnato Gesù Cristo, quindi della nostra inviolata Signora e santissima Madre di Dio, e degli angeli incorporei, che sono apparsi ai giusti in forma umana; anche le immagini dei santi apostoli, profeti, martiri, ecc., affinché possiamo essere ricordati dalla rappresentazione dell’originale e possiamo essere condotti a una certa partecipazione alla Sua santità.”
- “Questo decreto fu sottoscritto da tutti i presenti, anche dai priori dei monasteri e da alcuni monaci. I due legati papali aggiunsero alla loro sottoscrizione l’annotazione che accoglievano tutti coloro che si erano convertiti dall’empia eresia dei nemici delle immagini.” – (Hefele. “History of the Councils”, sez.COCLI). “Il concilio non si accontentò di questa sottoscrizione formale e solenne. Con una sola voce proruppe in una lunga acclamazione: ‘Tutti crediamo, tutti assentiamo, tutti sottoscriviamo. Questa è la fede degli apostoli, questa è la fede della Chiesa, questa è la fede degli ortodossi, questa è la fede di tutto il mondo. Noi, che adoriamo la Trinità, adoriamo le immagini. Chi non fa lo stesso, anatema su di lui! Anatema su tutti coloro che chiamano idoli le immagini! Anatema su tutti coloro che comunicano con coloro che non adorano le immagini! Anatema su Teodoro, falsamente chiamato vescovo di Efeso; contro Sisinnio di Perge, contro Basilio dal nome nefasto! Anatema contro i nuovi Ario Nestorio e Dioscoro, Anastasio; contro Costantino e Niceta (i patriarchi iconoclasti di Costantinopoli)! Gloria eterna agli ortodossi Germano, a Giovanni Damasceno! A Gregorio Romano, gloria eterna! Gloria eterna ai predicatori della verità! (Milman’s, “History of Latin Christianity”, libro IV, cap.7, par.27).
- “In Occidente, Papa Adriano I accettò e annunciò i decreti dell’assemblea nicena, che ora è venerata dai cattolici come la settima per rango dei concili generali.” “Per l’onore dell’ortodossia, almeno dell’ortodossia della Chiesa romana, è un po’ deplorevole che i due principi [Costantino e Irene] che convocarono i due concili di Nicea, siano entrambi macchiati del sangue dei loro figli.” – (Gibbon.“Decline and Fall”, cap.49, par.18).
- Nell’anno 787 Carlo Magno tornò in Italia, conquistò sei città – Sora, Arce, Acquaviva, Arpino, Teano e Capua – del ducato di Benevento, e le aggiunse alle sue già immense donazioni territoriali al papato. Nell’anno 795 morì papa Adriano, e gli successe immediatamente:
LEONE III – 26 DICEMBRE 795 – 24 GENNAIO 817,
che nell’anno 799 si recò in Francia e fu ricevuto e intrattenuto regalmente da Carlo Magno. A un banchetto reale, il re e il papa brindarono insieme “con gioia conviviale i loro ricchi vini”. – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.II, libro IV, cap.12, par.26). [193]
- E ora le conquiste di Carlo Magno erano finite. Indossava la corona del regno franco e la corona ferrea del regno di Lombardia. Oltre a questi due regni, era il sovrano di una vasta regione, in cui i ducati erano quasi grandi quanto i regni: alcuni dei quali erano stati effettivamente regni. Era l’unico grande sovrano d’Europa e l’unico grande difensore della Chiesa. Perché allora non avrebbe dovuto essere imperatore? Lui, suo padre e suo nonno erano stati tutti nominati patrizi di Roma dai papi. E ora che Carlo Magno era tanto più grande di quando era stato nominato patrizio, e tanto più grande di suo padre o suo nonno quando erano stati nominati patrizi, perché non avrebbe dovuto avere una dignità ancora più elevata? Se un semplice re di Francia poteva meritare di essere un patrizio di Roma, non meritava forse quello stesso re di Francia, quando era anche re di Lombardia e sovrano di vasti territori, una dignità tanto maggiore di quella del patrizio quanto maggiore era il suo potere ora rispetto a quando era solo re di Francia? C’erano solo due dignità superiori a quella del patrizio: console e imperatore; e quella di console, così come quella di patrizio, era stata conferita a Carlo Martello quando non era ancora re. Pertanto, a Carlo Magno quale dignità appropriata rimaneva se non quella di imperatore?
- Nell’anno 800 Carlo Magno si recò a Roma. Arrivò in città il 23 novembre e vi rimase per tutto l’inverno e fino a dopo Pasqua. Il giorno di Natale dell’800 d.C., si tennero magnifiche funzioni. Carlo Magno non apparve con l’abito della sua patria, ma con quello di un patrizio romano, onore che lui, come suo padre e suo nonno, aveva ricevuto dal papa. Così vestiti, il re con tutta la sua corte, i suoi nobili, il popolo e tutto il clero di Roma assistettero alle funzioni. “Il papa stesso cantò la messa; l’assemblea plenaria fu avvolta da profonda devozione. Al termine, il papa si alzò, si avvicinò a Carlo con una splendida corona tra le mani, gliela pose sulla fronte e lo proclamò Cesare Augusto”. La cupola della grande chiesa “risuonò delle acclamazioni del popolo: ‘Lunga vita e vittoria a Carlo, il piissimo Augusto, incoronato da Dio grande e pacifico imperatore dei Romani'”. Quindi il capo e il corpo di Carlo Magno furono unti con l'”olio santo” dalle mani del papa stesso, e i servizi si conclusero. (Idem, par.31, e Gibbon’s: “Decline and Fall” cap.49, par.20). In cambio di tutto ciò, Carlo Magno giurò di mantenere la fede, i poteri e i privilegi della Chiesa; e di riconoscere il dominio spirituale del papa, in tutti i confini del suo impero.
- Sarebbe un puro ignorare l’innata lungimiranza del papato supporre che questa deduzione non fosse venuta in mente ai papi che assistettero alla meravigliosa carriera di Carlo Magno. Ciò sarebbe vero anche se non ci fosse altro, se non quella straordinaria carriera, su cui ci si aspetterebbe che il papato costruisse. Ma oltre a questo, nel corso del papato ci sono fatti indiscutibili che praticamente dimostrano che si trattava di un piano profondamente radicato per l’esaltazione del papato, il cui funzionamento segreto è rintracciabile fin dai tempi della sua ambiziosa carriera.
- Il conferimento della dignità di patrizio, così come quella di console, era una prerogativa che spettava solo all’imperatore romano. Per il papa, quindi, conferire tale dignità significava innanzitutto affermare che il papa occupava il posto dell’imperatore e possedeva un’autorità che includeva quella dell’imperatore. Questo è esattamente ciò che veniva rivendicato. Abbiamo visto che, anche mentre l’Impero Romano esisteva ancora, Papa Leone Magno, 440-461, dichiarò che la Roma precedente non era altro che la promessa della Roma successiva; che le glorie della prima dovevano essere riprodotte nella Roma cattolica; che Romolo e Remo non erano altro che i precursori di Pietro e Paolo, e i successori di Romolo perciò i precursori dei successori di Pietro; e che come la Roma di un tempo aveva governato il mondo, così la Roma di oggi, attraverso la sede del beato Pietro come capo del mondo, avrebbe dominato la terra. Questa concezione non fu mai abbandonata dal papato. E quando l’Impero Romano fosse di per sé perito, e solo il papato fosse sopravvissuto alla rovina e avesse saldamente mantenuto il suo posto e il suo potere a Roma, la capitale, quanto più forte e certa sarebbe stata quella concezione sostenuta e affermata.
- Questa concezione fu anche sviluppata intenzionalmente e sistematicamente. Le Scritture furono studiate con impegno e ingegnosamente distorte per mantenerla. Con un’applicazione perversa del sistema levitico dell’Antico Testamento, furono stabilite l’autorità e l’eternità del sacerdozio romano; e con deduzioni perverse “dal Nuovo Testamento, furono stabilite l’autorità e l’eternità di Roma stessa”. Partendo innanzitutto dal presupposto che essa fosse l’unica vera continuazione della Roma originaria, il papato affermò che ovunque il Nuovo Testamento citasse o facesse riferimento all’autorità della Roma originaria, si intendesse lei, perché era la vera, e l’unica vera, continuazione della Roma originaria. Di conseguenza, laddove il Nuovo Testamento ingiunge la sottomissione ai poteri costituiti o l’obbedienza ai governatori, si riferisce al papato; poiché l’unico potere e gli unici governatori allora esistenti erano romani. E poiché persino Cristo aveva riconosciuto l’autorità di Pilato, che non era altro che il rappresentante di Roma, chi avrebbe osato ignorare l’autorità del papato, la vera continuazione di quell’autorità a cui persino il Signore dal cielo si era sottomesso? “Ogni passaggio fu colto in cui si imponeva la sottomissione ai poteri costituiti; ogni caso citato in cui l’obbedienza era stata effettivamente resa ai funzionari imperiali: particolare enfasi fu posta sulla sanzione che Cristo stesso aveva dato al dominio romano pacificando il mondo tramite Augusto, nascendo al tempo della tassazione, pagando il tributo a Cesare, dicendo a Pilato: ‘Non avresti alcun potere contro di me se non ti fosse stato dato dall’alto’.” (Bryce, “The Holy Roman Empire”, cap.7, par.17).
- Il potere usurpato dai papi su queste perversioni della Scrittura fu infine confermato da una falsificazione specifica e assoluta. Questa “la più stupefacente di tutte le falsificazioni medievali” consisteva nell'”Editto Imperiale di Donazione”, o “la Donazione di Costantino”. “Di per sé una portentosa falsità, è la prova più inconfutabile dei pensieri e delle convinzioni del sacerdozio che l’ha formulata… Racconta come Costantino il Grande, guarito dalla lebbra grazie alle preghiere di Silvestro, decise, il quarto giorno dopo il suo battesimo, di abbandonare l’antica sede per una nuova capitale sul Bosforo, per timore che la continuazione del governo secolare potesse limitare la libertà dello spirituale; e come con ciò conferì al papa e ai suoi successori la sovranità sull’Italia e sui paesi d’Occidente. Ma non era tutto, sebbene questo sia ciò su cui gli storici, ammirati dalla sua splendida audacia, si sono principalmente soffermati. L’editto procede a concedere al pontefice romano e al suo clero una serie di dignità e privilegi, tutti di cui godevano l’imperatore e il suo Senato, tutti dimostrando lo stesso desiderio di fare del pontificale una copia dell’ufficio imperiale. Il papa deve abitare il palazzo del Laterano, indossare il diadema, il collare, il mantello di porpora, portare lo scettro ed essere assistito da un corpo di camerlenghi. Allo stesso modo, il suo clero deve cavalcare cavalli bianchi e ricevere gli onori e le immunità del Senato e dei patrizi. L’idea che prevale ovunque, secondo cui il capo della società religiosa deve essere in ogni punto conforme al suo prototipo, il capo di quella civile, è la chiave di tutti i pensieri e gli atti del clero romano: non meno chiaramente visibile nei dettagli del cerimoniale papale che nel gigantesco schema della legislazione papale. – (Bryce. “The Holy Roman Empire”, cap.7, par.8,9). [195]
- Il documento racconta come “Costantino trovò Silvestro in uno dei monasteri sul monte Soracte, e dopo averlo fatto salire su un mulo, afferrò le sue briglie e, camminando per tutto il tragitto, l’imperatore condusse Silvestro a Roma e lo pose sul soglio papale;” e poi, riguardo al dono imperiale, dice:
“Attribuiamo alla sede di Pietro tutta la dignità, tutta la gloria, tutta l’autorità del potere imperiale. Inoltre diamo a Silvestro e ai suoi successori il nostro palazzo del Laterano, che è incontestabilmente il più bel palazzo sulla terra; gli diamo la nostra corona, la nostra mitra, il nostro diadema e tutti i nostri paramenti imperiali; gli trasferiamo la dignità imperiale. Doniamo gratuitamente al santo pontefice la città di Roma e tutte le città occidentali d’Italia. Per cedergli la precedenza, ci spogliamo della nostra autorità su tutte queste province; e ci ritiriamo da Roma, trasferendo la sede del nostro impero a Bisanzio: poiché non è appropriato che un imperatore terreno conservi la minima autorità dove Dio ha posto il capo della sua religione.” (Wylie’s “History of Protestantism”, libro I, cap.3, par.14).
- Questa falsificazione fu commessa proprio in questi tempi di intrighi dei papi con Pipino e Carlo Magno contro i Longobardi e l’autorità dell’Impero d’Oriente, rappresentato in Occidente nell’esarcato di Ravenna. Fu prodotto per la prima volta come stendardo d’appello nel 776; e nella densa ignoranza in cui il papato aveva immerso l’Europa, fu facile mantenerlo. E questo è il grande segreto del meraviglioso successo dei papi nell’assicurare al papato le immense donazioni delle città e dei territori italiani e longobardi da parte di Pipino e Carlo Magno. E con una visione così inveterata del proprio possesso della dignità e delle prerogative imperiali, di cui disporre come meglio credeva, di concederle a chi desiderava, è abbastanza facile comprendere che avrebbe osservato con ansia la carriera conquistatrice di Carlo Magno, o di chiunque altro si fosse presentato, e avrebbe coltivato attentamente la sua amicizia, pronta a servirsi di lui al momento opportuno, a lusingare la sua ambizione ed esaltare la propria dignità e il proprio potere esercitando la prerogativa di creare imperatori.
- Proprio in quel periodo si verificò anche un’altra circostanza che aprì perfettamente la strada al papato per compiere questo passo epocale: l’Impero d’Oriente era caduto in mano a una donna. Si riteneva del tutto illegittimo che una donna regnasse come imperatrice. Prima di allora, le donne avevano esercitato l’autorità imperiale; tuttavia, essa era sempre stata celata sotto il nome di un marito o di un figlio minorenne. Ma nel 797 Irene, madre di Costantino VI e vedova dell’imperatore Leone IV, che dal 780 al 790 aveva regnato come reggente, depose il figlio e gli fece cavare gli occhi con tale barbarie che pochi giorni dopo morì. “Alla sua morte, Irene fu proclamata imperatrice. E così, cosa mai accaduta prima, l’impero cadde in rovina.” – (Bower. “Lives of the Popes”, Leo III, par.26). E nella breccia causata dall’usurpazione di Irene, 797-802, papa Leone III si inserì con l’incoronazione di Carlo Magno come imperatore e, quindi, con la restaurazione dell’Impero d’Occidente. [196]
- Quando Odoacre con il Senato nel 476 abolì l’Impero d’Occidente, “non lo abolì come potere separato, ma lo fece riunire o sprofondare in quello d’Oriente”. Inviò le insegne imperiali all’imperatore d’Oriente, con l’affermazione che un solo imperatore era sufficiente: “affinché da quel momento ci fosse, come c’era stato prima di Diocleziano, un unico Impero Romano indiviso”. E ora che, per l’usurpazione di Irene, non ci fu più un imperatore d’Oriente e Carlo Magno fu incoronato imperatore, si ritenne che ciò avesse significato il trasferimento dell’impero ancora una volta al suo luogo originario e legittimo in Occidente. E così Carlo Magno fu sempre, nella finzione, “considerato il legittimo successore non di Romolo Augusto, ma di Leone IV, Eraclio, Giustiniano, Aracadio e di tutta la dinastia orientale. Ed è per questo che in tutti gli annali dell’epoca, e di molti secoli successivi, il nome di Costantino VI, il sessantasettesimo in ordine di successione da Augusto, è seguito senza interruzione da quello di Carlo, il sessantottesimo”. Leone e Carlo Magno affermavano di “non fare altro che riempire legittimamente il posto del deposto Costantino VI: il popolo della città imperiale esercitava il suo antico diritto di scelta, il loro vescovo il suo diritto di consacrazione”. – (Bryce. “The Holy Roman Empire”, cap.4, par.10)
- Pertanto, l’assunzione del papato con l’incoronazione di Carlo Magno imperatore non fu semplicemente l’assunzione del potere e della prerogativa di creare un imperatore a sé stante: fu niente meno che l’enorme assunzione di tutto il potere e la prerogativa dell’intero Impero Romano originario, e il suo ristabilimento nella sua capitale originaria, Roma. E sebbene, nell’occasione immediata, Carlo Magno fosse il mezzo conveniente con cui questa enorme assunzione fu fatta prevalere; e sebbene, in occasioni successive, i successori di Carlo Magno furono il mezzo con cui quella enorme assunzione fu mantenuta; tuttavia, questi furono in effetti solo i mezzi occasionali con cui il papato raggiunse quella suprema vetta di arroganza in cui lei avrebbe detenuto come interamente suo tutto il potere e la prerogativa di quell’enorme assunzione e, “armato di spada, corona e scettro”, avrebbe gridato a gran voce alla moltitudine riunita: “IO SONO CESARE — IO SONO IMPERATORE!”
- La vera natura di questo nuovo impero con la carica di imperatore può essere vista dal fatto che “in una grande assemblea tenutasi ad Aquisgrana nell’802 d.C., l’imperatore appena incoronato rivide le leggi di tutte le genti che gli obbedivano, cercando di armonizzarle e correggerle, ed emanò un capitolare singolare nel soggetto e nel tono. A tutte le persone all’interno dei suoi domini, sia ecclesiastiche che civili, che gli hanno già giurato fedeltà come re, viene quindi ordinato di giurargli di nuovo come Cesare; e tutti coloro che non hanno mai giurato, fino all’età di dodici anni, dovranno ora prestare lo stesso giuramento. Allo stesso tempo, verrà pubblicamente spiegato a tutti qual è la forza e il significato di questo giuramento, e quanto di più includa di una semplice promessa di fedeltà alla persona del monarca. In primo luogo, esso impegna coloro che lo giurano a vivere, ognuno di loro, secondo il proprio forza e conoscenza, nel santo servizio di Dio; poiché il signore imperatore non può estendere su tutti la sua cura e disciplina. In secondo luogo, non li obbliga né con la forza né con la frode a sequestrare o molestare alcuno dei beni o dei servitori della corona. In terzo luogo, a non commettere violenza né tradimento verso la Santa Chiesa, né verso le vedove, gli orfani o gli stranieri, visto che il signore imperatore è stato nominato dopo il Signore e i suoi santi, protettore e difensore di tutti costoro. Quindi, in modo simile ai monaci, la purezza di vita viene prescritta: l’omicidio, la negligenza nell’ospitalità e altri reati vengono condannati, le nozioni di peccato e crimine vengono mescolate e quasi identificate in un modo che non si può trovare alcun parallelo, se non nel Codice Mosaico… L’intero ciclo del dovere sociale e morale è dedotto dall’obbligo di obbedienza al capo autocratico visibile dello Stato cristiano. [197]
- “Nella maggior parte delle parole e delle azioni di Carlo, e non meno distintamente negli scritti del suo consigliere Alcuino, si può discernere l’operare delle stesse idee teocratiche. Tra i suoi intimi amici scelse di essere chiamato con il nome di Davide, esercitando in realtà tutti i poteri del re ebreo; presiedendo a questo regno di Dio sulla terra più come un secondo Costantino o Teodosio che nello spirito e nelle tradizioni dei Giulii o dei Flavi. Tra i suoi provvedimenti ce ne sono due che in particolare ricordano il primo imperatore cristiano. Come Costantino fonda, così Carlo erige su basi più solide il legame tra Chiesa e Stato. Vescovi e abati sono una parte essenziale del feudalesimo nascente quanto conti e duchi. I loro benefici sono tenuti alle stesse condizioni di fedeltà e di servizio in guerra dei loro vassalli, non della persona spirituale stessa: hanno simili diritti di giurisdizione e sono soggetti egualmente alla missi imperiale. Il monarca cerca spesso di limitare il clero, in quanto persona, ai doveri spirituali; reprime l’insubordinazione dei monasteri; si sforza di portare i secolari alla vita monastica istituendo e regolamentando capitoli. Ma dopo aver concesso ricchezza e potere, il tentativo fu vano: ritirata la sua mano forte, si burlarono del controllo. Ancora una volta, fu per primo grazie a lui che il pagamento delle decime, per il quale il sacerdozio aveva a lungo invocato, fu reso obbligatorio nell’Europa occidentale, e il sostegno dei ministri del culto fu affidato alle leggi dello Stato. – (Bryce. “The Holy Roman Empire”, cap.5, par.8,9 dalla fine.)
- “Così la Santa Romana Chiesa e il Sacro Romano Impero sono una sola e medesima cosa, sotto due aspetti; e il Cattolicesimo, il principio della società cristiana universale, è anche Romanesimo: cioè, si fonda su Roma come origine e tipo della sua universalità; manifestandosi in un dualismo mistico che corrisponde alle due nature del suo Fondatore. Come divino ed eterno, il suo capo è il papa, al quale sono state affidate le anime; come umano e temporale, l’imperatore, incaricato di governare i corpi e le azioni degli uomini. Per natura e portata, il governo di questi due potentati è lo stesso, differendo solo nella sfera della sua attività; e non importa se chiamiamo il papa un imperatore spirituale o l’imperatore un papa secolare.
- “Questo è l’unico schema perfetto e coerente dell’unione tra Chiesa e Stato; poiché, assumendo come evidente l’assoluta coincidenza dei loro limiti, presuppone l’infallibilità del loro governo congiunto e, come corollario di tale infallibilità, stabilisce il dovere del magistrato civile di sradicare l’eresia e lo scisma non meno che di punire il tradimento e la ribellione. È anche il piano che, garantendo la possibilità della loro azione armoniosa, pone i due poteri in quella relazione che conferisce a ciascuno di essi la massima forza. Ma per una legge alla quale sarebbe difficile trovare eccezioni, man mano che lo Stato diventava più cristiano, la Chiesa, che per realizzare i suoi scopi aveva assunto forme mondane, divenne, per contatto, più mondana, più meschina, più debole spiritualmente. (Idem, cap.7, par.12,13). [198]
- Quanto al rapporto tra l’imperatore e il papa, “non si possono desiderare illustrazioni migliori di quelle che si trovano nell’ufficio per l’incoronazione imperiale a Roma, troppo lungo per essere trascritto qui, ma degno di uno studio attento. I diritti in esso prescritti sono diritti di consacrazione ad un ufficio religioso: l’imperatore, oltre alla spada, al globo e allo scettro del potere temporale, riceve un anello come simbolo della sua fede, viene ordinato suddiacono, assiste il papa nella celebrazione della messa, partecipa come persona clericale alla comunione sotto le due specie, è ammesso come canonico di San Pietro e San Giovanni in Laterano… l’imperatore giura di amare e difendere la santa Chiesa Romana e il suo vescovo… tra i titoli ufficiali dell’imperatore si trovano questi: “Capo della Cristianità”, “Difensore e Avvocato della Chiesa Cristiana”, “Capo Temporale dei Fedeli“, “Protettore della Palestina e della Fede Cattolica“. (Idem, cap.7, par.16).
CAPITOLO 14 – IL PAPATO E I BARBARI
Clodoveo Diventa Cattolico – Le Guerre Sante di Clodoveo – I Visigoti Diventano Cattolici – Il Cattolicesimo Invade la Gran Bretagna – Agostino e i Cristiani Britannici – l’Inghilterra Diventa Cattolica – I Sassoni Diventano Cattolici – Il Cattolicesimo in Francia – Il Papato Corrompe i Barbari.
Un’altra specificazione importante e suggestiva riguardante l’Impero Ecclesiastico è che “gli fu dato un esercito… a causa della trasgressione”. (Daniele 3:12). La trasgressione è semplicemente peccato, perché “il peccato è la trasgressione della legge”. Pertanto, questa affermazione in Daniele è di per sé il suggerimento originale da cui Paolo scrisse la sua espressione “l’uomo del peccato”. Fu attraverso il peccato, attraverso la trasgressione, corteggiando gli elementi del peccato e facendo il gioco della trasgressione, che l’uomo del peccato raccolse a sé l'”esercito” che gli diede il potere che ha sempre caratterizzato il suo dominio.
- Attraverso l’apostasia nella dottrina, nella disciplina, nella filosofia, nei riti, la Chiesa Cattolica aveva radunato a sé un esercito tale da potersi accampare contro lo Stato romano, portandone alla rovina. E ora, sempre a causa della trasgressione, raduna attorno a sé un altro esercito – persino l’esercito dei barbari – per mezzo del quale si esalterà al comando del mondo. Questo viene solitamente definito la conversione dei barbari; ma, da ogni evidenza, è evidente che tale termine è improprio. Un esercito conquistato solo a causa, e per mezzo della trasgressione, potrebbe essere solo un esercito raccolto dagli elementi dell’iniquità, e per mezzo dell’iniquità; e l’operato del potere così ottenuto potrebbe essere solo l’operato dell’iniquità; proprio come descritto: “il mistero dell’iniquità”.
- Fin dai tempi di Costantino, il dio e salvatore dei cattolici era stato il dio della battaglia; e nessuna via più sicura per raggiungere le ricompense eterne del martirio poteva essere intrapresa che essere uccisi in una sommossa in nome della fede ortodossa, o morire per la punizione inflitta per tale condotta, come nel caso di quel monaco ribelle che tentò di assassinare Oreste. Era facile, quindi, per i barbari pagani, il cui dio più grande era il dio della battaglia, e la cui più grande vittoria e il più sicuro lasciapassare per le sale del dio guerriero era morire nel mezzo della carneficina di una sanguinosa battaglia, era facile per persone come queste convertirsi al dio della battaglia dei cattolici. Una singola vittoria sanguinosa avrebbe ribaltato la situazione e portato alla conversione di un’intera nazione.
- Già nel 430 d.C., gli Unni, facendo incursioni in Gallia, afflissero gravemente i Burgundi, i quali, trovandosi impotenti di fronte al potere del loro dio, decisero di mettere alla prova il dio cattolico. Inviarono quindi dei rappresentanti in una città vicina della Gallia, chiedendo al vescovo cattolico di riceverli. Il vescovo ordinò loro di digiunare per una settimana, durante la quale li catechizzò e poi li battezzò. In seguito, i Burgundi trovarono gli Unni senza un capo e, piombando improvvisamente su di loro in svantaggio, confermarono la loro conversione con l’uccisione di diecimila nemici. Dopodiché l’intera nazione abbracciò la [200] religione cattolica “con ardente zelo”. – (Milman. “History of Latin Christianity”, libro II, cap.2, par.21; Socrates’s “Ecclesiastical History”, libro VII, cap.30). In seguito, tuttavia, quando l’impero stava per cadere, i Visigoti, sotto Eurico, affermarono il loro dominio su tutta la Spagna, sulla maggior parte della Gallia e anche sui Burgundi, abbandonarono la Chiesa cattolica e adottarono la fede ariana.
- Eppure Clotilde, nipote del re di Borgogna, “fu educata” nella professione della fede cattolica. Sposò Clodoveo, il re pagano dei Franchi pagani, e lo convinse con forza a convertirsi al cattolicesimo. Tutte le sue suppliche, tuttavia, furono vane, fino al 496 d.C., quando nella loro grande battaglia con gli Alemanni, i Franchi stavano subendo la peggio. Nel bel mezzo della battaglia, Clodoveo giurò che, se la vittoria fosse stata loro, si sarebbe convertito al cattolicesimo. Le sorti della battaglia cambiarono; la vittoria fu conquistata e Clodoveo divenne cattolico. Clotilde inviò in fretta un messaggero con la lieta notizia al vescovo di Reims, che venne a battezzare il nuovo convertito.
- Ma dopo la fine della battaglia e superata la pericolosa crisi, Clodoveo non era sicuro se voleva essere cattolico. Disse che avrebbe dovuto consultare i suoi guerrieri; Così fece, e loro manifestarono la loro disponibilità ad adottare la stessa religione del loro re. Egli dichiarò quindi di essere convinto della verità della fede cattolica, e i preparativi per il battesimo del nuovo Costantino, il giorno di Natale del 496 d.C., furono immediatamente avviati. “Per impressionare le menti dei barbari, la cerimonia battesimale fu celebrata con la massima pompa. La chiesa fu addobbata con arazzi ricamati e tende bianche; profumi d’incenso, simili a brezze paradisiache, si diffondevano tutt’intorno; l’edificio risplendeva di innumerevoli luci. Quando il nuovo Costantino si inginocchiò al fonte battesimale per essere purificato dalla lebbra del suo paganesimo, “Fiero Sicambro”, disse il vescovo, “china il collo; brucia ciò che hai adorato, adora ciò che hai bruciato”. Tremila Franchi seguirono l’esempio di Clodoveo.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, libro III, cap.2, par.27)
- Il papa inviò a Clodoveo una lettera di congratulazioni per la sua conversione. Come esempio del reale valore della sua istruzione religiosa, può essere utile affermare che qualche tempo dopo il suo battesimo, il vescovo tenne un sermone sulla crocifissione del Salvatore; e mentre si soffermava sulla crudeltà degli ebrei in quell’atto, Clodoveo esclamò: “Se fossi stato lì con i miei fedeli Franchi, non avrebbero osato farlo!”. “Se un’ambizione senza scrupoli, un valore e un’intraprendenza intrepidi e una guerra devastante fossero stati mezzi legittimi per la propagazione del puro cristianesimo, non avrebbe potuto trovare un campione migliore di Clodoveo. Per la prima volta la diffusione della fede nella natura della Divinità divenne il pretesto dichiarato per l’invasione di un territorio confinante.” – (Milman. Idem, par.28). “Il suo regno ambizioso fu una perpetua violazione dei doveri morali e cristiani; le sue mani erano macchiate di sangue in pace come in guerra; e non appena Clodoveo ebbe sciolto un sinodo della Chiesa gallicana, assassinò con calma tutti i principi della stirpe merovingia.” – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.38, par.6) [201]
- Anche il vescovo di Vienne [*Vienne in Francia, 35 km a sud di Lyon/Lione ] inviò una lettera al nuovo convertito, in cui profetizzava che la fede di Clodoveo sarebbe stata garanzia della vittoria della fede cattolica; e lui, come ogni altro cattolico della cristianità, era pronto a fare tutto il possibile affinché la profezia si adempisse. I cattolici di tutti i paesi vicini desideravano ardentemente, pregavano e cospiravano affinché Clodoveo li liberasse dal dominio dei monarchi ariani; e, data la natura del caso, la guerra seguì presto.
- La Borgogna fu il primo paese ad essere invaso. Prima che la guerra iniziasse effettivamente, tuttavia, su consiglio del vescovo di Reims, un sinodo dei 257 vescovi ortodossi si riunì a Lione; poi, guidati dal vescovo di Vienne, si recarono dal re dei Burgundi, poiché erano pronti a dimostrare che gli ariani erano in errore. Alla loro proposta, il re rispose: “Se la vostra è la vera dottrina, perché non impedite al re dei Franchi di intraprendere una guerra ingiusta contro di me e di insidiare i miei nemici contro di me? Non c’è vera fede cristiana dove c’è una cupidigia rapace per i beni altrui e sete di sangue. Che egli dimostri la sua fede con le sue buone opere”. – (Milman. “History of Latin Christianity”, libro III, cap.2, par.28).
- Il vescovo di Vienne eluse questa domanda diretta e rispose: “Ignoriamo le motivazioni e le intenzioni del re dei Franchi; ma la Scrittura ci insegna che i regni che abbandonano la legge divina vengono spesso sovvertiti: e che nemici sorgeranno da ogni parte contro coloro che hanno fatto di Dio il loro nemico. Ritorna con il tuo popolo alla legge di Dio, ed Egli darà pace e sicurezza ai tuoi domini”. – (Gibbon. “Decline and fall”, cap.38, par.8). Ne seguì una guerra, e i domini borgognoni [* il termine “borgognoni” si riferisce sia agli abitanti della Borgogna che al popolo germanico dei Burgundi, V° secolo] furono assoggettati al governo di Clodoveo, nel 500 d.C.
- In quel periodo i Visigoti possedevano tutta la parte sud-occidentale della Gallia. Anch’essi erano ariani; e la reciproca cospirazione dei cattolici nei domini goti, e la crociata dei Franchi dalla parte di Clodoveo, portarono presto a un’altra guerra santa. All’assemblea di principi e guerrieri a Parigi, nel 508 d.C., Clodoveo si lamentò: “Mi addolora vedere che gli ariani possiedono ancora la parte più bella della Gallia. Marciamo contro di loro con l’aiuto di Dio; e, sconfitti gli eretici, prenderemo possesso e divideremo la loro fertile provincia”. Clotilde aggiunse la sua pia esortazione: “Senza dubbio il Signore ci presterà più prontamente il Suo aiuto se gli venisse fatto qualche dono”; e in risposta, Clodoveo afferrò la sua ascia da battaglia e la lanciò il più lontano possibile, e mentre turbinava nell’aria, esclamò: “Là, in quel luogo dove cadrà la mia Francesca, erigerò una chiesa in onore dei santi apostoli”. (Idem, par.11).
- Fu dichiarata guerra e, mentre Clodoveo proseguiva il suo cammino, attraversò Tours e deviò per consultare il santuario di San Martino di Tours, per un presagio. “I suoi messaggeri furono istruiti a ricordare le parole del salmo che sarebbero state cantate proprio nel momento in cui sarebbero entrati in chiesa”. E il clero oracolare si assicurò che le parole che “avrebbe” udito in quel momento – pronunciate non in latino, ma in una lingua che Clodoveo comprendeva – fossero le seguenti, tratte dal Salmo 18: “Mi hai cinto, o Signore, di forza per la battaglia; mi hai sottomesso coloro che si levavano contro di me. Mi hai consegnato la testa dei miei nemici, affinché io distruggessi coloro che mi odiano”. L’oracolo fu [202] soddisfacente e alla fine ebbe pieno successo. “Il regno visigoto fu devastato e sottomesso dalla spada spietata dei Franchi”. (Idem, par.12, e Milman’s “History of Latin Christianity”, libro III, cap.2, par.29).
- Né lo zelo religioso di Clodoveo si limitò alla sconfitta degli ariani. C’erano due gruppi di Franchi, i Salii e i Ripuari. Clodoveo era re dei Salii, Sigeberto dei Ripuari. Clodoveo era determinato a diventare re di tutti; quindi spinse il figlio di Sigeberto ad assassinare suo padre, con la promessa che il figlio sarebbe succeduto pacificamente a Sigeberto sul trono; ma non appena l’omicidio fu commesso, Clodoveo ordinò che l’assassino fosse eliminato, e poi, in un parlamento plenario di tutto il popolo dei Franchi, giurò solennemente di non aver avuto nulla a che fare con l’assassinio del padre o del figlio; e in seguito, non essendoci eredi, Clodoveo fu innalzato su uno scudo e proclamato re dei Franchi Ripuari. Tutto ciò, insieme a un’ulteriore “lunga lista di assassini e atti del più oscuro tradimento”, Gregorio, vescovo di Tours, lodò come volontà di Dio, dicendo di Clodoveo che “Dio ogni giorno prostrava i suoi nemici sotto le sue mani e allargava il suo regno, perché camminava davanti a lui con cuore retto e faceva ciò che era gradito ai suoi occhi”. – (Milman. “History of Latin Christianity”, idem, par.29). Così la sanguinosa condotta di Clodoveo fu glorificata dagli scrittori cattolici, come il trionfo della dottrina ortodossa della Trinità sull’arianesimo.
- Nella penisola spagnola “i cattolici godevano di una libera tolleranza” sotto i Visigoti ariani. “Durante i primi regni, sia dei re svevi che di quelli visigoti, i vescovi cattolici avevano tenuto i loro concili indisturbati”. – ( Milman, “History of Latin Christianity”, vol.II, libro III, cap.7, par.24). I Visigoti rimasero ariani fino al regno di Recaredo, nel 568 d.C., nel 259. L’ultimo re ariano di Spagna fu Leovigildo, 572-586 d.C., padre e predecessore di Recaredo. Il figlio maggiore di Leovigildo, Ermenegildo, “fu investito dal padre del diadema reale e del bel principato di Betica”. Sposò una figlia di re Sigeberto d’Austrasia, che era cattolica. Sua suocera la maltrattava ferocemente. Questo spinse Ermenegildo ad aggrapparsi ancora di più a lei; e grazie alla sua influenza e a quella dell’arcivescovo di Siviglia, Ermenegildo divenne cattolico. Qualche tempo dopo si ribellò a suo padre, sperando di elevare il suo principato a regno indipendente. Nella lunga guerra che seguì, Ermenegildo subì continue sconfitte e il suo paese, le sue città e infine lui stesso furono conquistati. “Al ribelle, spogliato degli ornamenti regali, fu comunque permesso, in un decoroso esilio, di professare la religione cattolica.” Ma egli continuò a fomentare tradimenti, tanto che fu necessario imprigionarlo; e infine fu messo a morte.
- Re Leovigildo attribuì alla Chiesa cattolica la condotta ribelle di suo figlio e il proposito di stabilire un regno indipendente. Non vi può essere alcun dubbio che avesse ragione; perché durante l’intero corso della guerra e tutti i comportamenti del re, nel riportare in sottomissione il figlio ribelle, i cattolici considerarono ciò una persecuzione; ed Ermenegildo, circa mille anni dopo, fu proclamato, ed è tuttora, un santo cattolico. Ma quando i problemi di Leovigildo con suo figlio si conclusero con l’esecuzione di Ermenegildo, non vi fu nulla che potesse essere interpretato come una persecuzione dei cattolici. Quando, nel 586, Recaredo salì al trono visigoto, era cattolico. E, per spianare la strada al passaggio della nazione al cattolicesimo, “supponeva piamente” che suo padre “avesse abiurato gli errori dell’Arianesimo e raccomandasse al figlio la conversione della nazione gota. Per raggiungere questo salutare scopo, Recaredo convocò un’assemblea del clero e dei nobili ariani, si dichiarò cattolico e li esortò a imitare l’esempio del loro principe… [203]
- “Il re cattolico incontrò alcune difficoltà riguardo a questo importante cambiamento nella religione nazionale. Una cospirazione, segretamente fomentata dalla regina vedova, fu ordita contro la sua vita; e due capi d’accusa fomentarono una pericolosa rivolta nella Gallia Narbonese. Ma Recaredo disarmò i cospiratori, sconfisse i ribelli ed eseguì una giustizia severa, che gli ariani, a loro volta, avrebbero potuto marchiare con il disprezzo della persecuzione. Otto vescovi, i cui nomi tradiscono la loro origine barbarica, abiurarono i loro errori; e tutti i libri di teologia ariana furono ridotti in cenere, insieme alla casa in cui erano stati appositamente raccolti. L’intero corpo dei Visigoti e degli Svevi fu attratto o spinto verso la comunione cattolica; la fede, almeno della generazione nascente, era fervente e sincera; e la devota liberalità dei barbari arricchì le chiese e i monasteri di Spagna.
- “Settanta vescovi, riuniti nel concilio di Toledo, ricevettero la sottomissione dei loro conquistatori; e lo zelo degli spagnoli migliorò il Credo niceno, dichiarando la processione dello Spirito Santo, dal Figlio, così come dal Padre; un punto dottrinale di grande importanza, che produsse, molto tempo dopo, lo scisma delle chiese greca e latina. Il proselito reale salutò immediatamente e consultò papa Gregorio, soprannominato il Magno, un prelato colto e santo, il cui regno si distinse per la conversione di eretici e infedeli. Gli ambasciatori di Recaredo offrirono rispettosamente sulla soglia del Vaticano i suoi ricchi doni di oro e gemme: accettarono, come lucroso scambio, i capelli di San Giovanni Battista; una croce che racchiudeva un piccolo pezzo di vero legno; e una chiave che conteneva alcune particelle di ferro che erano state raschiate dalle catene di San Pietro.” – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.37, par.28).
- Subito dopo la “conversione” dei Visigoti, Gregorio Magno poté contribuire alla gloria della Chiesa e a se stesso con l’avvicinamento al cattolicesimo degli Anglosassoni. Prima ancora di diventare papa, quando era ancora solo un monaco, Gregorio fu infiammato dallo zelo per la conquista dell’Inghilterra, alla vista di alcuni giovani anglicani venduti come schiavi nella città di Roma. Passando, li vide e chiese chi fossero. I mercanti di schiavi risposero: “Sono Angli”. Gregorio esclamò: “Hanno un aspetto angelico, e tale si addice ad essere coeredi degli angeli in cielo”. “Da dove vengono?” chiese Gregorio. I mercanti di schiavi risposero: “Vengono dalla provincia di Deira”. Gregorio esclamò: “Bene: de ira eruti — strappati all’ira e chiamati a Cristo”. “Qual è il nome del loro re?” chiese Gregorio. Gli fu risposto: “Aella”. “Alleluia!” gridò Gregorio. “In quelle parti si deve cantare la lode di Dio Creatore.”.
- Ma la conquista personale della terra d’Inghilterra da parte di Gregorio fu impedita dalla sua elezione al soglio pontificio, nel 587 d.C. Eppure, questo, pur impedendogli di recarsi personalmente nelle isole britanniche, gli diede solo maggiore potere di realizzarla tramite altri: chiamò immediatamente all’impresa un monaco di nome Agostino. Agostino, con un gruppo di quaranta monaci, intraprese il suo lungo viaggio, raccomandato dal papa al favore dei buoni sovrani cattolici di Francia. Tra i Franchi ottenne interpreti e “i buoni uffici della regina Brunehaut, che in quel periodo aveva usurpato il potere sovrano in Francia. Questa principessa, sebbene macchiata da ogni vizio di tradimento e crudeltà, possedeva o fingeva un grande zelo per la causa; e Gregorio riconobbe che al suo amichevole aiuto doveva in gran parte il successo di quell’impresa”. – (Hume. “History of England”, cap.1, par.38). Con questi rinforzi, Agostino e la sua compagnia proseguirono la loro missione. Sbarcarono sull’isola di Thanet, nel regno del Kent, dove i primi anglosassoni avevano fatto il loro sbarco permanente 148 anni prima. Etelberto era re del Kent: aveva sposato Berta, figlia di Cariberto, re di Francia, che era cattolico; nel contratto di matrimonio era specificato che le sarebbe stato concesso il libero esercizio della sua religione. [204]
- Da Thanet, Agostino mandò a dire al re di essere giunto “come solenne ambasciatore da Roma, per offrire al re del Kent l’eterna beatitudine del cielo: un regno eterno al cospetto del Dio vero e vivente”, e chiese un incontro. Il re non li avrebbe incontrati in alcuna casa o edificio, ma solo all’aria aperta, nei campi; “perché aveva preso precauzioni affinché non si presentassero a lui in nessuna casa, secondo l’antica superstizione, per timore che, se avessero avuto arti magiche, al loro arrivo potessero imbrogliarlo e avere la meglio su di lui.” “Agostino e i suoi seguaci incontrarono il re con tutta la pompa che poterono, con un crocifisso d’argento in testa alla processione, un’immagine del Redentore portata in alto e cantando le loro litanie per la salvezza del re e del suo popolo. ‘Le vostre parole e le vostre offerte’, rispose il re, ‘sono belle; ma sono nuove per me e non ancora comprovate, non posso abbandonare subito la fede dei miei antenati anglicani.’ Ma i missionari furono accolti con cortese ospitalità. La loro vita rigorosamente monastica, le loro costanti preghiere, i digiuni e le veglie, insieme al loro atteggiamento fiducioso, impressionarono sempre più favorevolmente la mente barbarica. La voce attribuì loro molti miracoli. In breve tempo il re del Kent divenne un convertito dichiarato, il suo esempio fu seguito da molti dei suoi più nobili sudditi.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.II, libro IV, cap.3, par,7). Il re non usò ancora alcuna costrizione per indurre i suoi sudditi a convertirsi al cattolicesimo; tuttavia, era chiaro che coloro che lo facevano erano oggetto speciale del favore reale.
- Agostino, naturalmente, inviò a Gregorio la lieta notizia della conversione del re. Gregorio lo ricompensò con l’arcivescovado. Stabilì la sua sede a Canterbury, e così diede origine all’arcivescovado di Canterbury, che ha sempre detenuto il primato di tutta l’Inghilterra. Il papa scrisse anche a Etelberto, “ingiungendogli, nel modo più solenne, di usare ogni mezzo di forza e di persuasione per convertire i suoi sudditi; di distruggere completamente i loro templi, di non mostrare alcuna tolleranza verso coloro che aderiscono ai loro riti idolatrici”. Fu istituito un vescovado a Londra, e al nuovo vescovo Gregorio scrisse che i luoghi sacri dei pagani non dovevano essere distrutti, purché fossero ben costruiti; ma dovevano essere ripuliti dai loro idoli, purificati con l’acqua santa; e le reliquie dei santi sarebbero state “custodite nei recinti. Persino i sacrifici sarebbero continuati sotto un altro nome. I buoi che i pagani erano soliti immolare ai loro dei sarebbero stati portati in processione nei giorni festivi. Le capanne o tende di rami, che un tempo venivano costruite per i fedeli riuniti, sarebbero state ancora erette, i buoi macellati e mangiati in onore della festa cristiana: e così queste gioie esteriori avrebbero addestrato un popolo ignorante alla percezione delle vere gioie cristiane.” [205]
- Una di queste feste pagane che fu allora adottata dalla Chiesa cattolica e che oggi occupa un posto importante anche nel culto protestante, è la festa di Eostre, la Pasqua. Eostre, o Ostara, era la dea anglosassone della primavera. Di conseguenza, a lei era dedicato “il quarto mese, corrispondente al nostro aprile – da lì chiamato Eostur-monath”. Questa dea Eostre, o Ostara, tra gli Anglosassoni, era identica a Ishtar degli Assiri e dei Babilonesi, e ad Astarte e Ashtaroth dei Fenici. Il culto di Eostre, così come di Ishtar, Astarte e Ashtaroth, era una fase del culto solare. Ciò è in effetti suggerito dalla forma tedesca della parola – Ostern – la cui radice è Ost, e significa Oriente. Da Ost derivarono oster e osten, che significano “sorgere”, dal sorgere del sole. Quest’idea di sorgere era legata in particolar modo alla primavera, perché in quel periodo tutta la natura “sorge” di nuovo. La fonte di questo sorgere della natura era attribuita al sole, che, con il suo sorgere al solstizio d’inverno, il 25 dicembre, nella sua vittoria sui poteri delle tenebre e della notte, durante il mese di Eostur era diventato così potente da far sorgere anche tutta la natura. Questa festa pagana del sole e della primavera, come nella concezione di Eostre, fu lasciata sussistere e celebrata ancora da Agostino e Roma: ma come la festa della resurrezione di Cristo. Ed è proprio questa festa pagana, questa festa di Eostre, Ostara, Ishtar, Astarte, Ashtaroth – l’elemento femminile nel culto del sole – che è ancora la festa primaverile del mondo cristiano.
- Agli albori dell’era cristiana, il cristianesimo era stato impiantato in Britannia e vi aveva continuato a vivere da allora, sebbene a quel tempo non nella sua purezza originaria. Nei terribili massacri perpetrati dagli Anglosassoni nelle loro terribili invasioni, i cristiani di Britannia non avevano avuto l’opportunità di avvicinare gli invasori in modo missionario. L’ira degli invasori si abbatté su tutti i nativi allo stesso modo. Essere Britannico era sufficiente per subire appieno gli effetti di quell’ira, senza alcun dubbio sul fatto che l’individuo fosse cristiano o meno. Così, qualsiasi traccia di cristianesimo presente tra i Britanni, veniva, insieme ai Britanni, respinta negli angoli più remoti del paese, dove i resti dei Britanni potevano ancora sopravvivere. I cristiani britannici celebravano la Pasqua cristiana secondo l’usanza originaria, il quattordicesimo giorno del primo mese, in qualsiasi giorno della settimana cadesse. C’erano anche altre questioni disciplinari in cui la Chiesa di Britannia differiva dalla Chiesa di Roma.
- Agostino non era stato a lungo sull’isola quando si informò sulla situazione dei cristiani tra i Britanni. Anche i Britanni erano interessati a sapere cosa questa nuova invasione potesse significare per loro. Fu aperta una comunicazione tra loro. Fu organizzata una conferenza, in cui “i Romani chiesero la sottomissione alla loro disciplina e l’adozione implicita del cerimoniale occidentale sui punti controversi”. I Britanni non furono soddisfatti e chiesero l’opportunità di consultarsi con il proprio popolo, e che poi si tenesse un’altra conferenza. La proposta fu accolta.
- Nell’intervallo, i delegati britannici consultarono uno dei loro saggi su cosa fosse meglio fare. Egli disse loro: “Se l’uomo è da Dio, seguitelo”. Chiesero: “Come possiamo sapere che è da Dio?”. Egli rispose: “Nostro Signore dice: Prendete il mio giogo su di voi e imparate da me, perché sono mite e umile di cuore. Se, quindi, Agostino è mite e umile di cuore, si deve credere che abbia preso su di sé il giogo di Cristo e lo offra a voi perché lo prendiate su di voi. Ma se è altezzoso e orgoglioso, è chiaro che non è da Dio e che non dobbiamo dare peso alle sue parole”. Chiesero di nuovo: “Come possiamo discernere questo?”. Egli rispose: “Fai in modo che arrivi per primo con la sua compagnia al luogo del convegno; e se, al tuo avvicinarsi, si alzerà per venirti incontro, tu, essendo allora certo che è un servo di Cristo, ascoltalo obbedientemente. Ma se ti disprezzerà e non si alzerà verso di te, che sei il più numeroso, sia anche lui disprezzato da te.” (Knight’s, “History of England”, cap.5, par.12). [206]
- Così fecero, e così giunsero al convegno. “Agostino sedeva, mentre si avvicinavano, con inflessibile dignità. I Britanni rifiutarono subito di obbedire ai suoi ordini e lo rinnegarono come loro metropolita. L’indignato Agostino (per dimostrare il suo più genuino cristianesimo) proruppe in dure denunce della loro colpa, per non aver predicato il Vangelo ai loro nemici. Profetizzò (una profezia che difficilmente avrebbe potuto non affrettare il proprio adempimento) la vendetta divina per mezzo delle armi dei Sassoni.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.II, libro IV, cap.3, par.9). “La vendetta di cui erano minacciati si abbatté infine su di loro nel massacro di Bangor. In quel terribile giorno, quando Etelfrito, il Berniciano, avanzò contro i Britanni, i monaci di Bangor, che si erano rifugiati presso l’esercito guidato dal capo di Powis, si inginocchiarono sul campo di battaglia e pregarono per la salvezza dei loro connazionali. Il pagano sassone ordinò che la banda disarmata fosse massacrata, ‘perché se invocano Dio per i miei nemici, allora combattono contro di me, anche se senza armi’… La memoria di Agostino è stata macchiata dal rimprovero di aver fomentato questo massacro in uno spirito di vendetta contro coloro che, per usare le parole di Beda,’ avevano disdegnato i suoi consigli per la loro salvezza eterna’. La feroce profezia di Agostino, anche senza il suo intervento diretto, potrebbe aver avuto molto a che fare con la sua crudele realizzazione… Comunque sia, lo spirito della profezia era anticristiano.” – (Knight. Idem).
- Così la religione di Roma entrò in Britannia; e procedette nel suo modo anticristiano, finché, in cento anni, gli Anglosassoni divennero cattolici “da un capo all’altro del paese”. E anche allora continuò nel suo modo nativo; poiché è vero che duecento anni dopo “i Sassoni, sebbene fossero stati così a lungo insediati nell’isola, non sembrano ancora essere molto migliorati rispetto ai loro antenati tedeschi, né nelle arti, nella civiltà, nella conoscenza, nell’umanità, nella giustizia o nell’obbedienza alle leggi. Persino il Cristianesimo, sebbene avesse aperto la strada a collegamenti tra loro e gli stati più raffinati d’Europa, non era stato finora molto efficace nel bandire la loro ignoranza o nell’ammorbidire i loro costumi barbari. Quando ricevettero quella dottrina attraverso i canali corrotti di Roma, essa portò con sé un grande miscuglio di credulità e superstizione, ugualmente distruttivo per l’intelletto e per la morale. La riverenza verso i santi e le reliquie sembra aver quasi soppiantato l’adorazione dell’Essere Supremo. Le osservanze monastiche erano considerate più meritorie delle virtù attive; la conoscenza delle cause naturali era trascurata a causa della credenza universale di interventi e giudizi miracolosi; la generosità verso la Chiesa espiava ogni violenza contro la società; e il I rimorsi per crudeltà, omicidio, tradimento, assassinio e i vizi più violenti venivano placati non con l’emendamento della vita, ma con penitenze, servilismo verso i monaci e una devozione abietta e illiberale.” – (Hume. “History of England”, cap.I, par.7 dalla fine).
- Prima che Agostino mettesse piede sul suolo britannico, il cristianesimo dei Britanni e degli Irlandesi era stato da loro portato in Germania, tra le tribù selvagge delle foreste native. Cento anni dopo l’ingresso di Agostino in Inghilterra, Bonifacio, un monaco sassone, andò in missione in Germania per ricondurre i pagani ed eretici tedeschi all’ovile cattolico. Non ottenne subito il successo che si aspettava e, dopo circa due anni, tornò in Inghilterra. Ma poco dopo decise di recarsi a Roma, per avere l’approvazione e la benedizione del papa sulla sua missione presso i tedeschi.
- Gregorio II era papa a quel tempo. Approvò prontamente l’impresa di Bonifacio, “gli conferì ampi poteri, ma esigette un giuramento di fedeltà alla sede romana. Lo raccomandò a tutti i vescovi e a tutti gli ordini cristiani, soprattutto a Carlo Martello, che, in qualità di maggiordomo di palazzo, esercitava l’autorità regia in quella parte della Francia. Esortò Carlo ad assistere il missionario con tutti i mezzi in suo potere nella pia opera di riscattare i pagani dallo stato di bestie brute. E Carlo Martello esaudì fedelmente i desideri del papa. ‘Senza la protezione del principe dei Franchi’, scrive il grato Bonifacio, ‘non potrei né governare il popolo, né difendere i sacerdoti, i monaci e le ancelle di Dio, né impedire i riti pagani e idolatri in Germania’. E il papa attribuisce all’aiuto di Carlo la sottomissione spirituale di centomila barbari da parte del santo Bonifacio”.
- Bonifacio tornò a Roma, dove fu ordinato vescovo nel 723 d.C. Tornò poi in Germania e vi rimase fino al 740 d.C. circa, quando tornò di nuovo a Roma e fu nominato arcivescovo da Gregorio III, “con pieni poteri in rappresentanza della Sede Apostolica”. Stabilì il suo trono a Mentz, o Magonza. “Bonifacio governava le menti del clero, del popolo e del re. Tenne concili e condannò gli eretici”. In breve, mirava giustamente a diventare papa nel suo stesso territorio, poiché “si oppose persino all’interno della sua diocesi all’autore della sua grandezza”, il papa stesso. (Milman’s, “History of Latin Christianity”, libro IV, cap.5, par.18-27).
- L’opera di Bonifacio e Carlo Martello fu portata a termine da San Lebuino e Carlo Magno. “Le guerre sassoni di Carlo Magno, che aggiunsero quasi tutta la Germania ai suoi domini, furono dichiaratamente guerre di religione. Se Bonifacio era il cristiano, Carlo Magno era il maomettano, apostolo del Vangelo. L’obiettivo dichiarato delle sue invasioni, secondo il suo biografo, era l’estinzione del paganesimo: la sottomissione alla fede cristiana o lo sterminio. Il battesimo era il segno di sottomissione e fedeltà; i Sassoni lo accettavano o lo abbandonavano a seconda che si trovassero in uno stato di sottomissione o di rivolta.”
- La prima spedizione di Carlo Magno contro i Sassoni avvenne nel 772 e si svolse in questo modo: Tra i missionari che erano passati dall’Inghilterra in Germania per cattolicizzare i pagani, c’era San Lebuino. Organizzò di partecipare alla dieta annuale di tutte le tribù sassoni, che si teneva sul Weser. Nello stesso periodo, Carlo Magno tenne la sua dieta, o Campo di Maggio, a Worms. I Sassoni erano in atto di solenne adorazione e sacrificio, quando Lebuino si alzò in mezzo a loro, si proclamò messaggero dell’unico vero Dio, il Creatore del cielo e della terra, e denunciò la follia e l’empietà delle loro idolatrie. Li esortò al pentimento, alla fede, al battesimo e promise come ricompensa la pace temporale ed eterna. Finora i Sassoni sembravano aver ascoltato con rispettosa o timorosa reverenza; ma quando Lebuino smise di parlare in questo tono più pacifico e dichiarò che, se si fossero rifiutati di obbedire, Dio avrebbe mandato contro di loro un re potente e invincibile, che avrebbe punito la loro insubordinazione, devastato la loro terra con il fuoco e la spada e reso schiavi le loro mogli e i loro figli, i fieri barbari si scatenarono in una furia incontenibile; minacciarono l’intrepido missionario con pali e pietre: la sua vita fu salvata solo dall’intervento di un anziano capo. Il vecchio insistette sulla santità che apparteneva a tutti gli ambasciatori, soprattutto agli ambasciatori di un grande Dio.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.II, libro V, cap.1, par.7,9). [208]
- Carlo Magno radunò immediatamente il suo esercito a Worms, attraversò il Reno e invase la Sassonia. E così iniziò una guerra di trentatré anni, nell’esecuzione del suo terribile proposito che “questi Sassoni dovevano essere cristianizzati o annientati”. “Gli atti e il linguaggio di Carlo mostrano che egli combatté contemporaneamente contro la religione e la libertà della Germania… Per tutta la guerra Carlo Magno cercò di sottomettere le tribù man mano che avanzava, con il terrore delle sue armi; e terribili erano davvero quelle armi! In un’occasione, a Verdun-sur-Allier, massaccò a sangue freddo quattromila coraggiosi guerrieri che si erano arresi.”
- Nei barbari “convertiti”, il sistema cattolico instillò tutta la sua superstizione e il suo odio bigotto verso gli eretici e i miscredenti. Distrusse così ciò che di generosità rimaneva ancora nelle loro menti, mentre non fece altro che intensificare la loro innata ferocia; e la vergognosa licenziosità del sistema papale corruppe allo stesso modo la purezza e il rispetto innato per le donne e il matrimonio che erano sempre stati una nobile caratteristica delle nazioni germaniche.
- Quando azioni orribili come quelle di Clodoveo furono lodate dai vertici del clero come atti pii di cattolici ortodossi, è certo che il clero stesso non era migliore dei sanguinari oggetti delle loro lodi. Sotto l’influenza di tali ecclesiastici, la condizione dei barbari dopo la loro cosiddetta conversione non poteva essere migliore, anche se non peggiore di prima. Convertirsi ai principi e ai precetti di tale clero significava solo essere dannati più profondamente. A riprova di ciò, è necessario solo accennare alla condizione della Francia cattolica sotto Clodoveo e i suoi successori. Ciò è del tutto appropriato, perché dal giorno della “conversione” di Clodoveo, la Francia è sempre stata considerata da Roma come il più anziano e devoto “figlio della Chiesa”. Il sistema cattolico in Francia, quindi, è strettamente rappresentativo.
- “È difficile concepire uno stato sociale più oscuro e odioso di quello della Francia sotto i suoi re Merovingi, discendenti di Clodoveo, come descritto da Gregorio di Tours. Nel conflitto o nella coalizione tra la barbarie e il cristianesimo romano, la barbarie ha introdotto nel cristianesimo tutta la sua ferocia, senza alcuna generosità o magnanimità; la sua energia si manifesta nell’atrocità della crudeltà e persino della sensualità. Il cristianesimo [romano] ha dato alla barbarie poco più che la sua superstizione e il suo odio per gli eretici e i miscredenti. In tutto questo, assassinii, parricidi e fratricidi si mescolano ad adulteri e stupri.
- “La crudeltà potrebbe sembrare il mero risultato inevitabile di questa fusione violenta e innaturale; ma la misura in cui questa crudeltà si diffonde in tutta la società supera quasi ogni immaginazione. Che re Clotario abbia bruciato vivo il figlio ribelle con la moglie e la figlia, è abbastanza spaventoso, ma siamo stupiti, anche in questi tempi, che un vescovo di Tours bruci vivo un uomo per ottenere i titoli di una proprietà che bramava. Fredegonda invia due assassini ad assassinare Childeberto, e questi assassini sono chierici. Fa assassinare l’arcivescovo di Rouen mentre canta la funzione in chiesa; e in questo crimine un vescovo e un arcidiacono sono suoi complici. Non si accontenta della violenza palese; somministra veleno con la sottigliezza di una Locusta o di un italiano moderno, apparentemente senza alcun intento sensuale, ma per pura barbarie. [209]
- “Per quanto riguarda il rapporto tra i sessi, le guerre di conquista, dove le donne sono alla mercé dei vincitori, soprattutto se la virtù femminile non è tenuta in grande considerazione, metterebbero a dura prova la morale più rigida del conquistatore. La forza del carattere teutonico, una volta spezzati i vincoli della moderazione abituale o tradizionale, potrebbe sembrare disdegnare il vizio facile ed effeminato e cercare una sorta di entusiasmo selvaggio nell’indulgenza della lussuria, mescolandola a tutte le altre passioni violente, alla rapacità e alla disumanità. Il matrimonio era un vincolo contratto e rotto per la minima occasione. Alcuni re merovingi presero tante mogli, insieme o in successione, quante ne convenivano alle loro passioni o alla loro politica.
- La religione papale “difficilmente interferisce anche solo per proibire l’incesto. Re Clotario chiese per il fisco la terza parte delle entrate delle chiese; alcuni vescovi cedettero; uno, Ingiurioso, rifiutò sdegnosamente, e Clotario ritirò le sue richieste. Eppure Clotario, apparentemente senza essere rimproverato, sposò due sorelle contemporaneamente. Anche Cariberto sposò due sorelle: egli, tuttavia, trovò un ecclesiastico – ma era San Germano – abbastanza audace da rimproverarlo. Questo rimprovero il re (scrive lo storico con discrezione), poiché aveva già molte mogli, sopportò con pazienza. Dagoberto, figlio di Clotario, re di Austrasia, ripudiata la moglie Gomatrude per sterilità, sposò una schiava sassone, Matilde, poi un’altra, Regnatrude, così che ebbe tre mogli contemporaneamente, oltre a così tante concubine che il cronista si vergogna di enumerarle. Brunehaut e Fredegonda non sono meno famose per la loro licenziosità che per la loro crudeltà. Fredegonda è costretta, o non si fa scrupoli di sua spontanea volontà, a prestare un giuramento pubblico, con tre vescovi e quattrocento nobili come garanzie, che suo figlio era figlio di suo marito Chilperico.
- “Il rito orientale di avere una concubina sembra essere stato inveterato tra i successivi re franchi: ciò che era permesso per perpetuare la razza, fu continuato e portato all’eccesso dai sovrani più dissoluti per il proprio piacere. Perfino ai tempi di Carlo Magno, la poligamia di quel grande monarca, più simile a un sultano orientale (se non fosse per il fatto che le sue mogli non erano recluse in un harem), così come la nota licenziosità delle donne della sua corte, non era frenata, e anzi non era riprovata, dalla religione di cui egli era almeno il capo temporale, di cui il sovrano spirituale gli pose sulla fronte la corona dell’Impero d’Occidente.”
- “L’imperatore religioso, per un certo aspetto, non si preoccupava dei limiti della religione. La Chiesa, umile o grata, osservava con mitezza, e quasi senza rimostranze, l’irregolarità della vita domestica, che non si limitava a concedersi una libera licenza, ma trattava il sacro rito del matrimonio come un patto dissolubile a suo piacimento. Una volta abbiamo sentito, e solo una volta, la Chiesa alzare la sua voce autorevole e critica, e non per proibire al re dei Franchi di sposare una seconda moglie mentre la prima era ancora in vita, ma di sposare una principessa longobarda. Un solo pio ecclesiastico nei suoi domini, un parente, osò protestare ad alta voce. Carlo ripudiò la sua prima moglie per sposare la figlia di Desiderio; e dopo un anno la ripudiò per sposare Ildegarda, una donna sveva. Da Ildegarda ebbe sei figli. Alla sua morte sposò Fastrada, che gliene diede due, e una concubina senza nome, [*gliene diede] un altro. Alla morte di Fastrada Sposò Liutgardis, una tedesca, che morì senza eredi. Alla sua morte si accontentò di quattro concubine.” – (Milman. Idem, vol.II, libro V, cap.1, par.5). [210]
- “Il possesso della terra implicava il servizio militare, man mano che la terra finiva sempre più nelle mani del clero, l’ecclesiastico si sarebbe trovato sempre più in imbarazzo con questa doppia funzione; finché alla fine si arriva al principe vescovo o all’abate feudale, che uniscono alternativamente l’elmo e la mitra in testa, il pastorale e la lancia in mano: ora in campo e di fronte ai suoi vassalli armati, ora sul suo trono in chiesa in mezzo al suo coro canterino.” – (Milman. Idem, libro III, cap.2, par.33-37).
- Nel settimo secolo “il progresso del vizio tra i governanti subordinati e i ministri della Chiesa era davvero deplorevole: né vescovi, né preti, né diaconi, né persino i monaci di clausura, erano esenti dal contagio generale; come appare dalla confessione unanime di tutti gli scrittori di questo secolo degni di fede. Proprio in quei luoghi consacrati alla promozione della pietà e al servizio di Dio, si vedeva ben poco se non ambizione spirituale, avarizia insaziabile, pie frodi, orgoglio intollerabile e arrogante disprezzo dei diritti naturali del popolo, insieme a molti altri vizi ancora più enormi”. – (Mosheim. “Ecclesiastical History”, cent.VII, parte II, cap.2, par.3).
- Nell’ottavo secolo la situazione era peggiore. “Quella corruzione dei costumi che disonorava il clero nel secolo precedente, in questo aumentò invece di diminuire, e si rivelò sotto i caratteri più odiosi, sia nelle province orientali che occidentali… Nel mondo occidentale il cristianesimo non fu meno disonorato dalle vite e dalle azioni di coloro che fingevano di essere i luminari della Chiesa, e che avrebbero dovuto esserlo in realtà, mostrando esempi di pietà e virtù al loro gregge. Il clero si abbandonava alle proprie passioni senza moderazione o freno: si distingueva per il lusso, la gola e la lussuria; si abbandonava a dissipazioni di vario genere, ai piaceri della caccia e, ciò che sembrava ancora più lontano dal loro carattere sacro, agli studi e alle imprese militari. Avevano anche estinto a tal punto ogni principio di paura e vergogna, da diventare incorreggibili; né le varie leggi emanate contro i loro vizi da Carlomanno, Pipino e Carlo Magno, in alcun modo contribuisca a porre limiti alla loro licenziosità, o a promuovere la loro riforma”. (Idem, cent.VIII, parte II, cap.2, par.1).
- Carlomanno fu costretto a promulgare leggi severe contro “la prostituzione del clero, dei monaci e delle monache”. Carlo Magno dovette promulgare leggi contro “i prestiti di denaro da parte degli ecclesiastici con un interesse del dodici per cento”; contro le loro “infestazioni di taverne”; contro le loro “pratiche di magia”; contro il loro “ricevere tangenti per ordinare persone indegne”; contro “vescovi, abati e badesse che tengono mute di cani da caccia, o falchi, o falconi”; contro “l’ubriachezza del clero”, il “concubinato”, la “infestazione di taverne” e le “bestemmie”. (Idem, Murdock’s translation, nelle note.) Ma tutto ciò fu vano; poiché abbondanti e indiscutibili prove dimostrano che nel secolo successivo la deplorevole condizione divenne ancora peggiore. Così fece il papato per i barbari che “convertì”; e quelli che non riuscì a corrompere, li distrusse.
CAPITOLO 15 – IL SACRO ROMANO IMPERO
I Papi e gli Imperatori – Il Papa Protegge l’Omicidio – I Tentativi di Riforma Falliscono – Il Papa Umilia l’Imperatore – I Saraceni nello Stato Pontificio – Il Papa e l’Impero d’Oriente – Niccolò Afferma la Sua Infallibilità – Niccolò al Re di Bulgaria – Il Papa a Carlo il Calvo – Carlo il Calvo al Papa – Lo Stato Pontificio Dichiarato Indipendente – Il Papato Rende Omaggio ai Saraceni – Papa Stefano all’Imperatore d’Oriente – Il Papa Processa il Defunto Formoso – L’Abominio della Desolazione – Le Donne Romane Governano il Papato – Il Figlio di Marozia Viene Fatto Papa – Il Nipote di Marozia Viene Fatto Papa – Papa Giovanni XII e il Concilio dell’Imperatore – Papa Giovanni XII Deposto – Giovanni XII di Nuovo Papa – Regno del Terrore Papale – Concilio Francese al Papa – “L’Uomo del Peccato, il Mistero dell’Iniquità” – Il Papato Proibisce il Matrimonio del Clero – Il Papato Venduto all’Asta – La Riforma Significa Rovina per il Papato – I Normanni e il Papato – Il Cardinale Damiani Descrive i Vescovi – Ulteriori Tentativi di Riforma del Papato – Guerra Papale – Ildebrando Diventa Papa.
- Quando così stavano le cose con i rami, cos’altro poteva essere l’albero alla sua radice? Roma era, più di ogni altra cosa, la causa della terribile situazione tra le nazioni. Che cosa, allora, doveva essere Roma stessa!
- Leone III fu papa all’incoronazione di Carlo Magno e, in quella occasione, alla restaurazione dell’Impero d’Occidente. Così “all’inizio del IX secolo, la Santa Sede si trovò liberata dal giogo degli imperatori greci, degli esarchi di Ravenna e dei re longobardi. I papi, incoronando Carlo Magno imperatore d’Occidente, si erano procurati protettori potenti e interessati nei suoi successori, i quali, per mantenere la loro tirannia sul popolo, costrinsero tutti i vescovi a sottomettersi, senza alcun esame, alle decisioni della corte di Roma. Ma presto si vide all’opera uno strano cambiamento nella religione: le sante tradizioni furono disprezzate, la moralità di Cristo fu oltraggiata; l’ortodossia della Chiesa non consisteva in niente altro che nella sovranità del papa, nell’adorazione delle immagini e nell’invocazione dei santi; nel canto sacro, nella solennità delle messe e nella pompa delle cerimonie; nella consacrazione di templi, di splendide chiese, nei voti monastici e nei pellegrinaggi.
- “Roma impose il suo fanatismo e le sue superstizioni su tutte le altre chiese; la moralità, la fede e la vera pietà furono sostituite da cupidigia, ambizione e lusso; l’ignoranza del clero era così profonda che la conoscenza del canto del Padre Nostro, del Credo e del servizio della messa era tutto ciò che veniva richiesto ai principi e ai dignitari ecclesiastici. La protezione che Carlo Magno aveva concesso alle lettere non era in grado di cambiare le vergognose abitudini dei sacerdoti e di salvarli dall’incredibile degradazione in cui erano stati gettati.” – (De Cormenin. “History of the Popes”. Stephen the Fifth. Tutte le citazioni in questo capitolo, non espressamente citate, provengono da De Cormenin. Quest’opera è considerata un punto di riferimento perché: 1– è stata scritta da un cattolico e: 2– è la più recente storia completa dei papi. Fu tradotta in inglese del 1846. Louis Marie de l’Haye, visconte di Cormenin, fu un giurista, scrittore politico, statista di spicco, sostenitore della libertà religiosa, membro dell’Istituto di Francia e commendatore della Legione d’Onore. Morì il 6 maggio 1868). [212]
- Il primo papa dopo l’incoronazione di Carlo Magno fu:
STEFANO V, 21 GIUGNO 816 — 24 GENNAIO 817.
Il figlio di Carlo Magno, Ludovico, era ora imperatore. Per assicurarsi la sua posizione presso il nuovo imperatore d’Occidente e per assicurarsi il sostegno di Ludovico contro qualsiasi affermazione di potere in Occidente da parte dell’imperatore d’Oriente, la prima cosa che il nuovo papa fece fu inviare legati in Francia per illustrare a Ludovico la situazione papale. Sembra, tuttavia, che il suo bisogno fosse così urgente che Stefano, senza attendere il ritorno dei suoi legati, si recò personalmente in Francia per incontrare l’imperatore. Non appena Ludovico seppe dell’arrivo del papa, inviò messaggeri al re d’Italia, ordinandogli di accompagnò Stefano oltre le Alpi; e inviò anche ambasciatori e guardie per scortare il papa alla città di Reims, dove si sarebbe svolto l’incontro.
- Mentre Stefano si avvicinava a Reims, “l’imperatore ordinò ai grandi dignitari del suo regno – l’arcicappellano Ildebaldo, Teodulfo, vescovo di Orléans, Giovanni, metropolita di Arles, e diversi altri prelati – di andare incontro al papa con grande cerimonia. Egli stesso avanzò con la sua corte fino al monastero di San Remigio e, non appena vide il pontefice, smontò da cavallo e si prostrò davanti a lui, esclamando: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. Stefano lo prese per mano, rispondendo: “Benedetto il Signore, che ci ha fatto vedere un secondo Davide”. Si abbracciarono quindi e si recarono alla chiesa metropolitana, dove cantarono un Te Deum. Entrambi pregarono a lungo in silenzio; infine il papa si alzò e a gran voce tuonò cantici di gioia in onore del re di Francia. Il giorno dopo inviò alla regina e ai grandi ufficiali di corte i doni che aveva portato da Roma; e la domenica successiva, prima di celebrare il servizio divino, consacrò nuovamente l’imperatore, gli pose sul capo una corona d’oro arricchita di pietre preziose e gliene presentò un’altra destinata a Irmengarda, che salutò con il nome di imperatrice. Durante il suo soggiorno a Reims, Stefano trascorse tutte le sue giornate conversando con Ludovico il Facile sugli affari della Chiesa, e ottenne da lui tutto ciò che desiderava: lo convinse persino a liberare gli assassini che avevano attentato alla vita di Leone III. Prima della fine dell’anno, Stefano “tornò in Italia, carico di onori e doni”. Morì il 22 gennaio 817 e gli successe:
PASCAL, 25 GENNAIO 817 — 10 FEBBRAIO 824
- Pascal non attese l’arrivo degli inviati dell’imperatore per assistere alla sua consacrazione. Ciò gli provocò un rimprovero da parte dell’imperatore. Il papa attribuì la colpa alle istigazioni del popolo. “Luigi quindi notificò ai cittadini di Roma di stare attenti per il futuro a come avrebbero ferito la sua maestà imperiale; e di preservare più religiosamente i costumi dei loro antenati. Ma questo principe indolente si pentì presto di aver scritto in modo così severo; e per espiare la sua colpa, rinnovò il trattato di alleanza che confermava alla Santa Sede le donazioni di Pipino e Carlo Magno, suo nonno e suo padre; ampliò persino i domini della Chiesa e riconobbe l’assoluta sovranità del pontefice su diversi patrimoni della Campania, della Calabria e dei paesi di Napoli e Salerno, nonché la giurisdizione dei papi sulla città e sul ducato di Roma, sulle isole di Corsica, Sardegna e Sicilia… La corte di Roma divenne così una potenza formidabile; né i papi possedevano solo immense entrate, ma i sovrani d’Occidente misero eserciti sotto il loro comando, rovinarono imperi, sterminarono popoli in nome di San Pietro, e inviarono le spoglie dei vinti per accrescere la ricchezza del clero romano e per sostenere i monaci nell’ozio e nella dissolutezza. I pontefici non si accontentavano più di trattare alla pari con i principi; si rifiutavano di ricevere i loro inviati e di aprire i loro messaggi.” [213]
- Nell’anno 823, Lotario, figlio maggiore dell’imperatore Ludovico, “giunto a Roma per essere consacrato dal pontefice, fu scandalizzato da tutti i disordini che esistevano nella città santa, e in particolare nel palazzo del papa, che assomigliava a un lupanare in quelle città malvagie distrutte in passato dal fuoco dal cielo. Rivolse severe rimostranze a Pascal e lo minacciò, in nome dell’imperatore, suo padre, di sottoporre l’esame delle sue azioni a un concilio. Il pontefice promise di emendare i suoi costumi; ma non appena il giovane principe lasciò l’Italia, arrestò Teodoro, il primicerio [* primo iscritto in una lista di cera, come in uso presso i Romani] della Chiesa romana, e Leone, il nomenclatore, due venerabili sacerdoti che accusò di averlo offeso presso il giovane principe. Fece in modo che fossero condotti al palazzo del Laterano, dove vennero loro cavati gli occhi e strappata la lingua, in sua presenza; poi consegnò li consegnò al boia per essere decapitati.”
- Quando la notizia giunse all’imperatore, questi inviò a Roma due inviati per indagare sull’accaduto. Pascal, tuttavia, avrebbe prevenuto questa indagine inviando due legati alla corte dell’imperatore in Francia, “per implorare il monarca di non dare credito alle calunnie che lo rappresentavano come autore di un crimine nel quale non aveva coinvolgimento”. Ciononostante, l’imperatore inviò i suoi due commissari a Roma, con pieni poteri per indagare sulla questione. Non appena giunsero a Roma, il papa, con un gruppo di membri del suo clero, li visitò e rivendicò il diritto di “giustificarsi con giuramento” in loro presenza e in presenza di un concilio. Di conseguenza, “il giorno successivo radunò nel palazzo del Laterano trentaquattro vescovi, venduti alla Santa Sede, oltre a un gran numero di sacerdoti, diaconi e monaci; e davanti a questa assemblea giurò di essere innocente della morte del primiziario e del nomenclatore.
- “Gli inviati di Francia chiesero quindi che gli assassini fossero consegnati loro; il pontefice si rifiutò di farlo, con il pretesto che i colpevoli appartenevano alla famiglia di San Pietro e che era suo dovere proteggerli da tutti i sovrani del mondo. Inoltre, aggiunse, “Leone e Teodoro furono giustamente condannati per il crimine di lesa maestà. Il Santo Padre inviò quindi una nuova ambasceria composta da Giovanni, un vescovo, Sergio, il bibliotecario, e Leone, il capo della milizia, per convincere il monarca della sincerità delle sue proteste. L’imperatore Ludovico non ritenne opportuno, per la dignità della Chiesa, spingere oltre le sue indagini e ricerche, temendo di trovarsi costretto, per punire un crimine, a consegnare al boia la testa di un pontefice assassino.” [214]
- Alla morte di Pascal, l’11 maggio 824, a Roma c’erano due fazioni rivali, ciascuna delle quali elesse un papa. I nobili, i magistrati e il clero scelsero un sacerdote di nome Zinzino: il popolo era più potente dell’altra fazione e costrinse Zinzino a cedere il posto al proprio candidato, e così:
EUGENIO II, 14 FEBBRAIO 824 — 27 AGOSTO 827 —
divenne papa. Inviò immediatamente dei legati all’imperatore in Francia, chiedendogli di punire la parte avversa per sedizione. L’imperatore inviò suo figlio Lotario a occuparsi della questione. “Il principe, al suo arrivo nella città santa, poiché aveva fatto annunciare che avrebbe ascoltato tutte le lamentele dei cittadini, trovò intere famiglie che si gettarono ai suoi piedi, chiedendo giustizia contro la Santa Sede; e Lotario poté giudicare da solo quante ingiuste condanne l’indegno predecessore di Eugenio avesse pronunciato al solo scopo di impossessarsi delle ricchezze del popolo. Ordinò al Santo Padre di restituire alle famiglie le terre e i territori che erano stati ingiustamente confiscati, e, per impedire nuovi abusi, pubblicò il seguente decreto davanti al popolo riunito nella cattedrale di San Pietro:
“È proibito, sotto pena di morte, nuocere a coloro che sono posti sotto la speciale protezione dell’imperatore.
“Pontefici, duchi e giudici renderanno al popolo una giustizia equa. Nessun uomo, libero o schiavo, impedirà l’esercizio del diritto di elezione dei capi della Chiesa, che appartiene ai Romani, con le antiche concessioni fatte loro dai nostri padri.
“Vogliamo che siano nominati dal papa dei commissari per consigliarci ogni anno in che modo sia stata resa giustizia ai cittadini e come la presente costituzione avrebbe dovuto essere osservata. Vogliamo anche che venga chiesto ai Romani sotto quale legge desiderano vivere, affinché possano essere giudicati secondo la legge che avranno adottato, che sarà loro concessa dalla nostra autorità imperiale.
“Infine, ordiniamo a tutti i dignitari dello Stato di presentarsi al nostro cospetto e di prestarci giuramento di fedeltà in questi termini: ‘Giuro di essere fedele agli imperatori Ludovico e Lotario, nonostante la fedeltà che ho promesso alla Santa Sede; e mi impegno a non permettere che un papa venga eletto non canonicamente, né venga consacrato finché non abbia rinnovato, davanti ai commissari dei sovrani, il giuramento che è stato ora formulato dal pontefice attualmente regnante, Eugenio II'”.
- Quando Lotario tornò in Francia, vi trovò ambasciatori dell’imperatore d’Oriente, che erano stati inviati a lamentarsi con lui, in quanto re d’Italia, contro il papa, per aver istigato sacerdoti e monaci nell’Impero d’Oriente, a togliere le croci dalle chiese e a sostituirle con immagini, a cancellare i colori dalle immagini e a fare una serie di altre cose per promuovere il culto delle immagini nei domini dell’Impero d’Oriente. I vescovi francesi chiesero a Eugenio l’autorità di convocare un concilio in Gallia “per esaminare la questione delle immagini”, Eugenio accolse la richiesta e l’imperatore ordinò ai vescovi della Gallia di riunirsi a Parigi il 1° novembre 826. Dopo un esame e una discussione della questione, inviarono all’imperatore una lettera in cui dicevano:
“Illustre Imperatore, tuo padre, dopo aver letto gli atti del sinodo di Nicea, vi trovò diverse cose condannabili: indirizzò giudiziose osservazioni su di essi a papa Adriano, affinché il pontefice potesse censurare, con la sua autorità, gli errori dei suoi predecessori; ma quest’ultimo, favorendo coloro che sostenevano la superstizione delle immagini, invece di obbedire agli ordini del principe, protesse gli adoratori delle immagini.
Pertanto, nonostante il rispetto dovuto alla Santa Sede, siamo costretti a riconoscere che in questa grave questione essa è completamente in errore e che le spiegazioni che ha fornito dei libri sacri, sono contrari alla verità e distruttivi della purezza della fede.
“Sappiamo quanto soffrirete nel vedere che i pontefici romani, queste potenze della terra, si sono allontanati dalla verità divina e sono caduti in errore; tuttavia non ci lasceremo fermare da questa considerazione, poiché riguarda la salvezza dei nostri fratelli.” [215]
- “I disordini e le dissolutezze del clero in quest’epoca di oscurità avevano completamente distrutto la disciplina ecclesiastica; la corruzione dei costumi era spaventosa, soprattutto nei conventi dei monaci e delle monache. Eugenio II si impegnò a riformare gli abusi e convocò un sinodo di tutti i prelati d’Italia. Sessanta vescovi, diciotto sacerdoti e un gran numero di chierici e monaci si riunirono, per ordine del Santo Padre. Questa assemblea radunò tutti i più abili prelati d’Italia; la loro ignoranza era, tuttavia, così profonda che furono costretti a copiare la prefazione degli atti di un concilio tenuto da Gregorio II, come discorso iniziatico.” Il concilio emanò alcuni decreti per garantire l’istruzione e il miglior comportamento del clero, eppure questi “non avevano il potere di riformare la morale corrotta dei preti, né di stimolarli allo studio. Il clero non cambiò nulla delle sue abitudini viziose e rimase immerso, come prima, in un’ignoranza così profonda che venivano citati come i più informati tra i vescovi, coloro che sapevano battezzare secondo le regole, che sapevano spiegare il pater e il credo in lingua volgare e che possedevano una chiave per il calendario della Chiesa”.
- Eugenio morì il 27 agosto 827 e gli succedette:
VALENTINO, che è descritto come un modello di pietà. Ma il suo regno durò solo cinque settimane. Morì il 10 ottobre 827 e gli succedette:
GREGORIO IV, OTTOBRE 827 — GENNAIO 25, 844, i cui mezzi per ottenere il pontificato erano stati così scandalosi e violenti che l’imperatore, qualche tempo dopo, “illuminato dai resoconti dei suoi ministri sulla condotta del pontefice, gli scrisse una lettera severa e minacciò di deporlo se non avesse riparato lo scandalo della sua elezione con una condotta esemplare. Da quel momento Gregorio giurò un odio implacabile al principe”. Nell’833 i figli dell’imperatore Ludovico si rivoltarono tutti contro il padre; e Gregorio approfittò di questa occasione per vendicarsi dell’imperatore e intrigò con i figli. Per meglio realizzare i suoi scopi, si recò in Francia. Il clero francese fedele all’imperatore gli scrisse chiedendogli di lasciare la Francia, dichiarando “che se avesse accettato di imporre loro un interdetto, gli avrebbero rivolto la scomunica e gli anatemi, e lo avrebbero solennemente deposto dalle sue sacre funzioni”. Gregorio rispose che “il potere della Santa Sede è al di sopra dei troni” e che “coloro che sono stati battezzati, indipendentemente dal loro rango, gli devono totale obbedienza”. [216]
- Quando Gregorio giunse all’accampamento dell’imperatore, con il pretesto di cercare di ristabilire la concordia tra i figli e il padre, ottenne accesso alla corte imperiale. Rimase diversi giorni con l’imperatore e, mentre gli rivolgeva proteste di indicibile devozione, si assicurava della defezione delle truppe con doni, promesse o minacce; e la notte stessa della sua partenza, tutti i soldati si recarono all’accampamento di Lotario [*Lotario I, figlio maggiore dell’imperatore Ludovico il Pio, coinvolto nella ribellione contro suo padre]. Il giorno dopo, Ludovico, informato di questo odioso tradimento, si rese conto di non poter più resistere ai progetti criminali dei suoi figli. Radunò i fedeli servitori che gli erano rimasti accanto, si recò all’accampamento dei principi e si consegnò nelle loro mani. La pianura in cui si verificarono questi eventi si trova tra Basilea e Strasburgo: da allora è stata chiamata “la pianura della falsità” [in tedesco, Lugenfeld: in latino, campos mentilis, campus mendacii], in ricordo dell’infamia del pontefice.
- L’imperatore fu costretto a dimettersi dalla sua carica imperiale e a fare una pubblica e forzata confessione di un lungo elenco di peccati e crimini, scritto a suo nome. Dopo aver ripetuto questa umiliante lezione, l’imperatore depose la pergamena sull’altare, fu spogliato della cintura militare, che fu anch’essa posta lì; e, dopo essersi spogliato dei suoi abiti mondani e aver indossato l’abito del penitente, fu da quel momento considerato incapace di compiere qualsiasi atto civile. La parte più memorabile di questa memorabile azione è che fu organizzata, condotta e compiuta alla presenza e sotto l’autorità del clero. Il permesso [*di governare?] di Lotario è appena accennato; ma l’atto intendeva apertamente dimostrare la forza del potere ecclesiastico, la punizione giustamente inflitta a coloro che disobbediscono all’ammonizione sacerdotale. Così la gerarchia assunse il controllo non solo sulle delinquenze religiose, ma anche sulla cattiva condotta civile del sovrano. Impose una penitenza ecclesiastica non solo per i suoi presunti giuramenti violati davanti all’altare, ma per la rovina dell’impero. – (Milman. “History of Latin Christianity”, libro V, cap.2, par.11,12 dalla fine).
- L’imperatore Ludovico, dopo tutto questo, si rammaricò del suo pentimento e fu reintegrato pienamente nel suo ufficio imperiale, che mantenne fino alla sua morte, il 20 giugno 840. Ma né il clero né il papa persero mai il ricordo dell’umiliazione che inflissero all’imperatore. E questo divenne il precedente e la base dell’affermazione, da parte dei papi dei tempi successivi, di un’autorità assoluta, civile ed ecclesiastica, su tutti i poteri della terra. Gregorio morì il 25 gennaio 844 e gli successe:
SERGIO II, 10 FEBBRAIO 844 — 27 GENNAIO 847, che, tra le solite rivalità e sommosse, fu posto sul soglio pontificio. Anch’egli fu consacrato senza che la sua elezione fosse stata prima confermata dall’imperatore. Dopo aver appreso ciò, l’imperatore Lotario nominò suo figlio Ludovico re d’Italia e lo inviò a Roma “per testimoniare il suo malcontento nei confronti della Santa Sede e per impedire la futura consacrazione di papi senza la sua autorità”. [217]
- Quando Ludovico arrivò a Roma, Sergio “gli mandò incontro i magistrati di Roma, i bambini delle scuole, le compagnie della milizia con i loro comandanti, tutti intonando canti in onore del giovane sovrano e portando croci e stendardi in testa alla processione, come era consuetudine nel ricevere gli imperatori”. Così fu scortato attraverso la città fino alla chiesa di San Pietro. Sul portico della chiesa “stava il pontefice Sergio, circondato dal suo clero e rivestito di ornamenti scintillanti d’oro e pietre preziose. Quando il re fu salito sui gradini della chiesa, i due sovrani si abbracciarono ed entrambi entrarono nella corte d’onore, tenendosi per mano. A un segnale del Santo Padre, le porte interne, che erano d’argento massiccio, si chiusero come da sole. Allora Sergio, rivolgendosi al principe, gli disse: ‘Mio signore, se venite qui con il sincero desiderio di contribuire con tutte le vostre forze alla sicurezza della capitale, Stato e Chiesa, farò aprire le porte sacre; altrimenti, non entrerete nel tempio degli apostoli’. Il re gli assicurò di non essere venuto con cattive intenzioni. Immediatamente le porte si spalancarono e il papa condusse il re alla tomba di San Pietro, mentre il clero che lo accompagnava cantava: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”.
- “Tuttavia, nonostante le pacifiche rassicurazioni del giovane monarca, i soldati della sua scorta, accampati intorno alla città, ricevettero l’ordine di devastare il paese, per punire i Romani per aver ordinato un papa senza attendere l’arrivo dei commissari dell’imperatore. I prelati e i signori francesi si riunirono persino per esaminare se l’elezione di Sergio fosse stata regolare e se avrebbero dovuto cacciare dal trono pontificio l’audace arciprete. Questa assemblea, composta da ventitré vescovi e da un gran numero di abati e signori, era così indignata per gli intrighi e le macchinazioni del santo padre, che Angilberto, metropolita di Milano, accusò a gran voce Sergio di aver fomentato, con la sua ambizione, tutti i disordini che avevano devastato la città santa, e dichiarò che si era separato dalla sua comunione.
- “Viguier afferma anche che durante il regno di Sergio, i sacerdoti godevano di ogni licenza. Aggiunge: “Il papa aveva un fratello di nome Benedetto, un uomo dal carattere brutale, che si impadronì dell’amministrazione ecclesiastica e politica della città di Roma. Con la sua avarizia introdusse disordini ovunque e logorò il popolo con le sue esazioni. Vendette pubblicamente i vescovadi e chi pagava il prezzo più alto otteneva la preferenza. Alla fine rese l’uso della simonia così naturale per il clero italiano, che non esisteva in questa provincia corrotta un solo vescovo o sacerdote, animato da lodevoli motivi, che non rivolgesse lamentele all’imperatore per porre fine a questo abominevole traffico. La divina Provvidenza, stanca di queste abominazioni, inviò il flagello dei pagani per vendicare i crimini della corte di Roma. I Saraceni, spinti dalla mano di Dio, giunsero persino nel territorio della Chiesa, per mettere a morte un gran numero di persone e saccheggiò villaggi e castelli.” [218]
- “Tale era la spaventosa situazione di Roma sei mesi dopo l’intronizzazione di Sergio. Tuttavia, il giovane principe, sedotto dai doni e dalle adulazioni del pontefice, confermò la sua elezione, nonostante il consiglio dei suoi consiglieri, e chiese solo che i cittadini di Roma rinnovassero il loro giuramento di fedeltà a lui e a suo padre. La cerimonia ebbe luogo nella chiesa di San Pietro. I signori italiani e francesi, il clero, il popolo e il pontefice giurarono davanti al corpo dell’apostolo totale sottomissione all’imperatore Lotario e a suo figlio, dopodiché Ludovico ricevette la corona dalle mani di Sergio, che lo proclamò re dei Longobardi. A Sergio successe:
LEONE IV, 11 APRILE 847 — 17 LUGLIO 855.
- L’invasione dei Saraceni era diventata così minacciosa che il popolo pensò di non poter attendere la conferma ufficiale dell’imperatore e ordinò nuovamente un papa senza di essa; tuttavia, con la dichiarazione che non intendeva in alcun modo derogare ai giusti diritti della corona imperiale. Il tempo e gli sforzi di Leone IV furono dedicati principalmente al restauro delle chiese di San Pietro e San Paolo, che erano state saccheggiate e danneggiate dai Saraceni, e alla fortificazione della città contro quegli invasori. La chiesa di San Pietro fu decorata “con una croce d’oro, con calici e lampadari d’argento, con tende e arazzi di stoffe preziose; pose davanti al confessionale del presunto sepolcro tavole d’oro, arricchite di pietre preziose e adornate con dipinti a smalto, raffiguranti il suo ritratto e quello di Lotario. Il sepolcro era circondato da grandi cornici d’argento, riccamente lavorate, e tutti questi ornamenti erano coperti da un immenso tabernacolo d’argento, del peso di milleseicento libbre. Questi abbellimenti e le entrate che egli stanziò per i sacerdoti di questa Chiesa ammontavano a più di tremilaottocentosedici libbre d’argento e duecentosedici libbre d’oro. Leone IV fu succeduto da:
BENEDETTO III, 29 SETTEMBRE 855 — 8 APRILE 858.
- Benedetto fu regolarmente eletto e insediato sul trono pontificio. Dei delegati furono inviati all’imperatore per ricevere la conferma dell’elezione. Ma un certo Anastasio, che era stato deposto dall’episcopato da Leone IV e da un concilio, radunò attorno a sé un certo numero di ecclesiastici e si assicurò il sostegno dei rappresentanti dell’imperatore e di numerose truppe, ed entrò in città per impadronirsi del trono del papato. Alla testa del suo gruppo, “entrò per la prima volta nella chiesa di San Pietro per bruciare il tableau del concilio, su cui era incisa la sua deposizione. Invase quindi il palazzo del Laterano e ordinò ai suoi satelliti di trascinare Benedetto giù dal soglio pontificio. Lo spogliò personalmente dei suoi ornamenti pontificali, lo coprì di rimproveri, lo percosse con la croce episcopale e poi lo consegnò a sacerdoti che erano stati deposti dal sacerdozio. Costoro, per ottenere il favore del loro nuovo signore, legarono lo sfortunato Benedetto con delle corde e lo cacciarono fuori dal palazzo, percuotendolo con dei bastoni.
- “Anastasio, rimasto signore del palazzo, si dichiarò papa e salì sulla cattedra di San Pietro alla presenza del clero e dei soldati. Roma fu allora immersa nella costernazione e nello spavento”. La grande massa del popolo chiese ai commissari dell’imperatore di restituire loro Benedetto. Ma i commissari insistettero per ricevere Anastasio: minacciarono persino di colpire con le loro spade i rappresentanti del popolo. Ma tutti rimasero fermi nella loro richiesta che Benedetto diventasse papa. Dopo diversi giorni di confusione generale in città, i commissari furono costretti a cedere alla popolazione. Ma, poiché Anastasio era già insediato, dovette essere cacciato via, affinché Benedetto potesse entrare in carica. Tra ulteriori tumulti e confusione, tuttavia, ciò fu fatto, e Benedetto divenne finalmente papa. [219]
- Durante il regno di Benedetto, nell’856, re Etellupo d’Inghilterra “fece un pellegrinaggio a Roma e pose il suo regno sotto la protezione del papa. Offrì a San Pietro una corona d’oro del peso di quaranta libbre e magnifici doni; fece grandi elargizioni al clero e al popolo e costruì nuovi edifici per la scuola inglese che era stata bruciata. Al suo ritorno in Gran Bretagna, tenne un concilio a Winchester, nella chiesa di San Pietro; e emanò un decreto in base al quale, per il futuro, la decima parte delle terre del suo regno apparteneva alla Chiesa ed era esente da ogni onere; ripristinò l’obolo di San Pietro in tutto il suo regno e, infine, lasciò per testamento un canone di trecento marchi d’oro pagabili annualmente alla Santa Sede”. A Benedetto III successe:
NICOLA, 24 APRILE 858 — 10 NOVEMBRE 858 13, 867.
- Niccolò fu eletto e consacrato alla presenza dell’imperatore, che arrivò a Roma un mese dopo la morte di Benedetto III, e la presenza dell’imperatore impedì le solite fazioni, rivolte e violenze. La prima cosa importante che attirò l’attenzione del nuovo papa furono gli appelli che gli pervennero dall’imperatore d’Oriente e dal patriarca di Costantinopoli. L’imperatore aveva rimosso dal patriarcato Ignazio e aveva nominato Fozio al suo posto. Sia l’imperatore che il nuovo patriarca inviarono lettere e ambasciatori al vescovo di Roma, affinché confermasse quanto era stato fatto. Senza entrare nei dettagli della lunga e prolissa controversia, è sufficiente dire che l’occasione fu sfruttata appieno da Niccolò per esaltare gli onori e le prerogative del vescovado di Roma.
- Fozio era un laico. Ma, come in molti altri casi sia in Oriente che in Occidente, fu sottoposto alle diverse fasi dell’ordine ecclesiastico fino all’accesso all’arcidiocesi, per essere qualificato a tale carica. Quando l’imperatore ne informò il papa per ottenere la sua approvazione, papa Niccolò richiese che tutti i particolari dell’intera vicenda, sia quelli contro Ignazio che quelli a favore di Fozio, gli fossero presentati prima di pronunciarsi in merito. Pertanto, inviò dei legati a Costantinopoli per tenere un concilio e indagare sull’intera questione. I legati si lasciarono corrompere e concordarono con il concilio nell’approvare la deposizione di Ignazio da parte dell’imperatore e la promozione di Fozio.
- Non appena la notizia dell’azione dei suoi legati giunse a Niccolò a Roma, egli convocò un concilio del clero romano e rinnegò tutto ciò che il concilio e i legati avevano fatto in suo nome. Successivamente, in un concilio convocato per un altro scopo, il principale dei legati inviati a Costantinopoli “fu riconosciuto colpevole di simonia e prevaricazione per sua stessa ammissione”, e fu quindi deposto e scomunicato. “Dopo ciò, il Santo Padre così parlò:
“Nel nome della Santissima Trinità, con l’autorità trasmessaci dal Principe degli Apostoli, avendo preso conoscenza di tutte le accuse mosse contro il patriarca Fozio, lo dichiariamo deposto dalle sue funzioni sacerdotali, per aver sostenuto gli scismatici di Bisanzio; per essere stato ordinato vescovo da Gregorio, vescovo di Siracusa, durante la vita di Ignazio, il legittimo vescovo di Costantinopoli; per aver corrotto i nostri inviati e, infine, per aver perseguitato i sacerdoti ortodossi rimasti fedeli al nostro fratello Ignazio. [220]
“Abbiamo scoperto che Fozio è colpevole di crimini così enormi che lo dichiariamo per sempre privato di tutti gli onori del sacerdozio e di tutte le funzioni clericali, in virtù dell’autorità che riceviamo da Gesù Cristo, dagli apostoli Pietro e Paolo, da tutti i santi e dai sei concili generali.
“Lo Spirito Santo pronuncia per bocca nostra un terribile giudizio contro Fozio e lo condanna per sempre, qualunque cosa accada, anche al momento della morte, per aver ricevuto il corpo e il sangue del Salvatore.”
28 Quando questo anatema del papa giunse a Costantinopoli, l’imperatore d’Oriente inviò in Italia un rappresentante “con una lettera al pontefice da parte del suo signore, in cui quel principe minacciava di punire la Santa Sede se non avesse immediatamente revocato l’anatema lanciato contro Fozio”. A questa lettera Nicola rispose:
“Sappi, principe, che i vicari di Cristo sono al di sopra del giudizio dei mortali; e che i sovrani più potenti non hanno il diritto di punire i crimini dei papi, per quanto enormi possano essere. I tuoi pensieri dovrebbero essere occupati dagli sforzi che compiono per la correzione della Chiesa, senza preoccuparti delle loro azioni; perché per quanto scandalose o criminali possano essere le dissolutezze dei pontefici, dovresti obbedire loro, perché sono seduti sulla cattedra di San Pietro. E Gesù Cristo stesso, anche quando condannava gli eccessi degli scribi e dei farisei, non comandò loro obbedienza, perché erano gli interpreti della legge di Mosè?…
“Abbiamo guardato con pietà a quell’abominevole cabala che tu chiami concilio e che, in te orgoglioso, poni alla pari del Concilio generale di Nicea. Dichiariamo, in virtù dei privilegi della nostra Chiesa, che questa assemblea è stata sacrilega, impura e abominevole. Cessate, quindi, di opporvi ai nostri diritti e di obbedire ai nostri ordini, altrimenti, a nostra volta, eleveremo il nostro potere contro il vostro e diremo alle nazioni: Popolo, cessate di chinare il capo davanti ai vostri orgogliosi padroni. Rovesciate questi empi sovrani, questi re sacrileghi, che si sono arrogati il diritto di comandare gli uomini e di togliere la libertà ai loro fratelli.
“Temete, dunque, la nostra ira e i tuoni della nostra vendetta; poiché Gesù Cristo ci ha nominati con la sua stessa bocca giudici assoluti di tutti gli uomini; e gli stessi re sono sottomessi alla nostra autorità. Il potere della Chiesa è stato consacrato prima del vostro regno e sussisterà anche dopo. Non sperate di allarmarci con le vostre minacce di rovinare le nostre città e i nostri campi. Le vostre armi saranno impotenti e le vostre truppe fuggiranno di fronte alle forze dei nostri alleati.
“Molte migliaia di persone vengono a Roma ogni anno e si pongono devotamente sotto la protezione di San Pietro. Noi abbiamo il potere di convocare monaci e persino clero da ogni parte del mondo: voi, o imperatore, non avete tale potere; Non avete nulla a che fare con i monaci, ma implorate umilmente le loro preghiere.” (Milman’s, “History of Latin Christianity”, libro cap.4, nota al par.11).
- Nell’esercizio del suo potere sui re e sui loro affari, Niccolò aveva scomunicato Lotario, il re di Lorena. Anche l’arcivescovo di Colonia e il suo clero si erano attirati il disappunto del papa resistendo alla sua arroganza. Re Lotario inviò un rappresentante a Roma con proposte di pace. “Alle sue lettere era allegato un atto di sottomissione da parte dei vescovi di Lorena. Niccolò rispose loro in questi termini:
“Voi affermate di essere sottomessi al vostro sovrano, per obbedire alle parole dell’apostolo Pietro, che disse: ‘Siate sottomessi al principe, perché egli è al di sopra di tutti i mortali in questo mondo’. Ma sembra che dimentichiate che noi, in quanto vicari di Cristo, abbiamo il diritto di giudicare tutti gli uomini; quindi, prima di obbedire ai re, dovete obbedienza a noi; e se dichiariamo un monarca colpevole, dovreste respingerlo dalla vostra comunione finché non lo perdoniamo.
“Solo noi abbiamo il potere di legare e sciogliere, di assolvere Nerone e di condannarlo; e i cristiani non possono, sotto pena di scomunica, eseguire un giudizio diverso dal nostro, che solo è infallibile. I popoli non sono giudici dei loro principi; dovrebbero obbedire, senza mormorare, agli ordini più iniqui; dovrebbero inchinare la fronte sotto i castighi che i re vogliono infliggergli, poiché un sovrano può violare le leggi fondamentali dello Stato, e impossessarsi delle ricchezze dei cittadini, con imposte o confische; può persino disporre della loro vita, senza che nessuno dei suoi sudditi abbia il diritto di rivolgergli semplici rimostranze. Ma se noi dichiariamo un re eretico e sacrilego, se noi lo cacciamo dalla Chiesa, il clero e i laici, qualunque sia il loro rango, sono sciolti dai loro giuramenti di fedeltà e possono ribellarsi al suo potere…”
- “Nicola, nello stesso periodo, scrisse a Carlo il Calvo, per aizzarlo contro il re di Lorena:
“Voi dite, mio signore, di aver indotto Lotario a sottomettersi alla nostra decisione, e che vi ha risposto che sarebbe andato a Roma per ottenere il nostro giudizio sul suo matrimonio. Ma non sapete che lui stesso ci ha già informato di questo disegno tramite i suoi ambasciatori, e che gli abbiamo proibito di presentarsi davanti a noi nello stato di peccato in cui si trova? Abbiamo atteso abbastanza a lungo la sua conversione, rimandando fino a questo momento di calpestarlo con il nostro anatema, per evitare la guerra e lo spargimento di sangue. Una pazienza più lunga, tuttavia, ci renderà criminali agli occhi di Cristo, e noi vi ordiniamo, in nome della religione, di invadere i suoi Stati, bruciare le sue città e massacrare il suo popolo, che rendiamo responsabile della resistenza del loro malvagio principe.”
- Il re bulgaro Bagoris era diventato cattolico da poco e nell’866 inviò un’ambasceria al papa con un elenco di centocinque domande, chiedendo istruzioni riguardo alla nuova fede. Bagoris si era impegnato a costringere il suo popolo ad adottare la sua nuova religione. Ciò causò una rivolta e, nel reprimere la rivolta, Bagoris aveva massacrato un certo numero di nobili e persino i loro figli innocenti. Una delle sue domande al papa fu se avesse peccato in questo. In risposta, Nicola gli disse che aveva indubbiamente peccato mettendo a morte i figli, che non avevano alcuna parte nella colpa dei loro padri; ma per quanto riguarda il resto della sua condotta, Nicola scrisse così:
“Ci avvertite di aver causato ai vostri sudditi di esservi battezzato senza il loro consenso, e che vi siete esposto a una rivolta così violenta da aver messo a rischio la vostra vita. Vi glorifico per aver mantenuto la vostra autorità mettendo a morte quelle pecore erranti che si rifiutavano di entrare nell’ovile; e non solo non avete peccato, mostrando un santo rigore, ma mi congratulo anche con voi per aver aperto il regno dei cieli al popolo sottomesso al vostro dominio. Un re non deve temere di comandare massacri, quando questi manterranno i suoi sudditi nell’obbedienza o li faranno sottomettere alla fede di Cristo, e Dio lo ricompenserà in questo mondo, e nella vita eterna, per questi omicidi… Dovete festeggiare la domenica, e non il sabato; dovreste astenervi dal lavoro nei giorni delle feste della Santa Vergine, dei dodici apostoli, degli evangelisti, di san Giovanni Battista, di santo Stefano protomartire e dei santi, la cui memoria è tenuta in venerazione nel vostro paese. [222]
“In questi giorni e durante la Quaresima, non dovreste amministrare il giudizio e dovreste astenervi dalla carne durante il digiuno quaresimale, a Pentecoste, all’Assunzione della Vergine e a Natale; dovete anche digiunare il venerdì e la vigilia delle grandi feste. Il mercoledì potete mangiare carne e non è necessario privarvi dei bagni in quel giorno e nei venerdì, come raccomandano i Greci. Siete liberi di ricevere la comunione ogni giorno in Quaresima, ma non dovreste cacciare, né giocare d’azzardo, né intrattenervi in conversazioni leggere, né essere presenti agli spettacoli dei giocolieri durante questo periodo di penitenza. Non dovete dare banchetti, né assistere a matrimoni, e le persone sposate dovrebbero vivere in continenza. Lasciamo a disposizione dei sacerdoti il dovere di imporre una penitenza a coloro che avranno ceduto ai desideri della carne.
“Potete fare la guerra in Quaresima, ma solo per respingere un nemico. Siete liberi di mangiare ogni genere di animali, senza preoccuparvi delle distinzioni dell’antica legge; e i laici, così come il clero, possono benedire la tavola prima di mangiare, facendo il segno della croce. È usanza della Chiesa non mangiare prima delle nove del mattino, e un cristiano non dovrebbe toccare la selvaggina uccisa da un pagano…
“Prima di dichiarare guerra ai vostri nemici, dovreste assistere al sacrificio della messa e fare ricche offerte alle chiese; e vi ordiniamo di prendere, come vostra insegna militare, al posto della coda di cavallo, che vi serve da stendardo, la croce di Gesù Cristo. Vi proibiamo inoltre di stringere qualsiasi alleanza con gli infedeli; e quando concluderete una pace in futuro, giurerete sugli evangelisti, e non sulla spada.”
- Niccolò è giustamente classificato con Leone I e Gregorio I, meritevole del titolo di “Magno”, poiché “mai il potere del clero o la supremazia di Roma erano stati affermati in modo così netto e inflessibile. I privilegi di Roma erano eterni, immutabili, anteriori a tutti i sinodi o concili, non derivati da nessuno, ma concessi direttamente da Dio stesso; potevano essere contestati, ma non trasferiti; strappati temporaneamente, ma non sradicati. Roma poteva fare appello da tutto il mondo, alla sua autorità non c’era appello”. – (Milman. “History of Latin Christianity”, libro V, cap.4, par.11). Egli morì il 13 novembre 867 e gli successe immediatamente:
ADRIANO II, 13 DICEMBRE 867 — 26 NOVEMBRE 872,
il quale fu anch’egli consacrato e intronizzato senza l’approvazione dell’imperatore. Ma quando l’imperatore lo chiamò a rendere conto, gli fu nuovamente presentata la scusa che non era per mancanza di rispetto verso l’imperatore, ma perché era stato sopraffatto dall’urgenza della moltitudine. L’imperatore accolse la richiesta e confermò l’elezione.
- Adriano perdonò immediatamente tutti coloro che erano stati deposti o anatemizzati da Niccolò e fece tutto ciò che era in suo potere per esaltare il nome e la memoria di Niccolò. Offrì un sontuoso banchetto a un gran numero di monaci orientali che erano stati perseguitati da Niccolò, durante il quale li trattò con la massima deferenza, servendoli persino con le proprie mani. Quando il banchetto fu terminato e i monaci si furono alzati da tavola, Adriano si prostrò davanti a loro con la faccia a terra e si rivolse loro come segue:
“Fratelli miei, pregate per la santa Chiesa Cattolica, per nostro figlio, il cristianissimo imperatore Ludovico, affinché possa soggiogare i Saraceni; pregate per me e supplicate Dio di darmi la forza di governare i suoi numerosi fedeli. Le vostre preghiere si elevino in memoria di coloro che hanno vissuto una vita santa e rendiamo tutti grazie a Cristo insieme per aver dato alla sua Chiesa il mio signore e padre, il santissimo e ortodosso papa Nicola, che l’ha difesa come un altro Giosuè contro i suoi nemici”. [223]
- I monaci risposero: “Sia lodato Dio per aver dato al suo popolo un pastore così rispettoso come voi siete verso il vostro predecessore”. E poi esclamarono per tre volte: “Eterna memoria al sommo pontefice Adriano, che Gesù Cristo ha costituito vescovo universale”. Adriano, vedendo che evitavano di dire alcunché in lode di Nicola, li trattenne e disse:
“Fratelli miei, vi prego nel nome di Cristo, che le vostre lodi siano rivolte al santissimo ortodosso Nicola. Costituito da Dio sommo pontefice e papa universale; Gloria a lui, il nuovo Elia, il nuovo Fineo, degno di un sacerdozio eterno, e pace e grazia ai suoi seguaci”.
- Questa attribuzione i monaci la ripeterono tre volte dopo il papa, e l’assemblea si disperse. Poi scrisse ai metropoliti di Francia quanto segue:
“Vi supplichiamo, fratelli miei, di ristabilire il nome di papa Niccolò nei libri e negli scritti sacri delle vostre chiese, di nominarlo nella messa e di ordinare ai vescovi di conformarsi alla nostra decisione su questo argomento. Vi esortiamo a resistere con fermezza ai principi greci che si ostinano ad accusarne la memoria o a rigettare i suoi decreti; tuttavia, non vogliamo essere inflessibili verso coloro che egli ha condannato, se imploreranno la nostra misericordia e non accetteranno di giustificarsi accusando quel grande papa, che ora è al cospetto di Dio, e che nessuno osò attaccare mentre era in vita.
“Siate dunque vigilanti e coraggiosi e istruite i prelati d’Oltralpe affinché, se rigettassero i decreti di un pontefice, distruggerebbero la suprema autorità dei ministri della Chiesa; tutti dovrebbero temere che le loro ordinanze vengano disprezzate, quando avranno raggiunto il potere che governa i re.”
- Nell’anno 869, re Lotario morì, senza lasciare figli che potessero ereditare il suo dominio. Suo fratello, l’imperatore Ludovico, era quindi il legittimo erede del regno di Lorena. Ma, per timore di Carlo il Calvo, Ludovico non avanzò le sue pretese finché non avesse arruolato il papa per i suoi interessi. Adriano scrisse ai signori e ai prelati del regno di Lorena, ordinando loro di riconoscere l’imperatore Ludovico come legittimo erede del regno, “e di non cedere né a promesse né a minacce” da parte di nessun altro pretendente. Inviò anche lettere ai metropoliti, ai duchi e ai conti del regno di Carlo il Calvo, contenenti “minacce di scomunica contro coloro che non si schieravano dalla parte dell’imperatore; e ricordò ai francesi i solenni giuramenti con cui i nipoti di Carlo Magno si erano impegnati a osservare religiosamente gli accordi che avevano regolato la divisione tra loro e i loro nipoti; e aggiunse:
“Sappiate, vescovi, signori e cittadini, che chiunque tra voi si opponga alle pretese di Luigi, che noi dichiariamo sovrano di Lorena, sarà colpito dalle armi che Dio ha posto nelle nostre mani per la difesa di questo principe”. [224]
- Gli ordini del papa, tuttavia, giunsero troppo tardi per essere di qualche preavviso, perché, alla prima notizia della morte di Lotario, Carlo il Calvo era entrato nel regno, e a Metz era già stato incoronato re di Lorena. Quando il papa ne venne a conoscenza, scrisse immediatamente a Carlo il Calvo, che ciò che aveva fatto era un insulto all’autorità del papa; lo accusò di aver trattato con disprezzo i legati del papa, invece di prostrarsi ai loro piedi come avevano fatto altri sovrani; e concluse così:
“Re empio, ti ordiniamo di ritirarti dal regno di Lorena e di consegnarlo all’imperatore Luigi. Se rifiuti di sottometterti alla nostra volontà, andremo noi stessi in Francia a scomunicarti e a cacciarti dal tuo malvagio trono”.
- Contemporaneamente scrisse all’arcivescovo di Reims, rimproverandolo “per non aver distolto il re dai suoi progetti di usurpazione; e lo rimproverò di essersi reso colpevole, per la sua debolezza, di essere un complice criminale della ribellione del monarca. Gli ordinò di riparare la sua colpa anatematizzando Carlo, non avendo alcuna comunicazione con lui e proibendo a tutti i vescovi della Gallia di ricevere l’usurpatore nelle loro chiese, pena la deposizione e la scomunica. Allo stesso tempo, diede istruzioni segrete ai suoi legati di incitare il figlio di Carlo alla rivolta contro il padre. Lo fecero; ma Carlo, venendone a conoscenza, fece cavare gli occhi al figlio con il piombo rovente, perché considerava la morte una pena troppo lieve. Il papa inviò quindi una lettera ingiuriosa condannando Carlo per questo maltrattamento nei confronti del figlio e ordinando al re di ristabilire il figlio:
“nei suoi beni, nei suoi onori e nelle sue dignità, fino al momento in cui il nostro legato entrerà nel tuo maledetto regno per prendere, a favore di questo sventurato, le misure che riterremo opportune”. Nel frattempo, qualunque siano le azioni di Carlomanno contro di te, proibiamo ai tuoi signori di prendere le armi in tua difesa, e ingiungiamo ai vescovi di non obbedire ai tuoi ordini, pena la scomunica e la dannazione eterna, perché Dio vuole che regni la divisione tra il padre e il figlio per punirti dell’usurpazione dei regni di Lorena e Borgogna.”
- In risposta alla lettera che il papa aveva inviato al clero dei domini coinvolti in questa contesa, l’arcivescovo di Reims, a nome suo e di tutti, scrisse quanto segue:
“Quando esortiamo il popolo a temere il potere di Roma, a sottomettersi al pontefice e a inviare le proprie ricchezze al sepolcro dell’apostolo per ottenere la protezione di Dio, ci rispondono: Difendete dunque, con i vostri fulmini, lo Stato dai Normanni che desiderano invaderlo; che la Santa Sede non implori più il soccorso delle nostre armi per proteggerlo.
“Se il papa desidera preservare l’aiuto del nostro popolo, non cerchi più di disporre dei troni; e ditegli che non può essere allo stesso tempo re e sacerdote. Che non può imporci un monarca, né pretendere di sottometterci, noi che siamo Franchi, perché non sopporteremo mai il giogo della schiavitù di principi o papi, e seguiremo i precetti della Scrittura, combattendo incessantemente per la libertà, l’unica eredità che Cristo ha lasciato alle nazioni morendo sulla croce.
“Se il santo padre scomunica i cristiani che rifiutano di sottomettersi ciecamente alla sua autorità, abusa indegnamente del potere apostolico, e i suoi anatemi non hanno alcun potere in cielo; perché Dio, che è giusto, gli ha rifiutato il potere di disporre dei regni temporali. [225]
“Ho fatto del mio meglio per indurre i nostri prelati a sentimenti più conformi ai vostri desideri; ma tutte le mie parole sono state inutili; non dovrei quindi essere separato dalla vostra comunione per i peccati degli altri. I vostri legati sono miei testimoni che, nell’esecuzione dei vostri ordini, ho resistito ai signori e al re, finché non mi hanno minacciato che, se avessi persistito nel difendervi, mi avrebbero fatto cantare da solo davanti all’altare della mia chiesa e mi avrebbero tolto ogni potere sui beni e sulle persone della mia diocesi. Minacce ancora più terribili sono state rivolte contro di voi, che non mancheranno di eseguire, se Dio lo permette. Pertanto vi dichiaro, dopo aver avuto una triste esperienza, che né i vostri anatemi né i vostri fulmini impediranno al nostro monarca e ai suoi signori di conservare la Lorena, di cui si sono impossessati.”
- Quanto a re Carlo, rispose al papa come segue:
“Nella vostra lettera riguardante Incmaro di Laon, ci scrivete quanto segue: ‘Vogliamo e comandiamo, con la nostra autorità apostolica, che Incmaro di Loan ci venga inviato’. Qualcuno dei vostri predecessori ha mai scritto in modo simile a qualcuno dei nostri? Non bandite forse con ciò la semplicità e l’umiltà cristiane dalla Chiesa, e introducete al loro posto l’orgoglio e l’ambizione mondani?… Vi ho scritto in precedenza, e ora vi scrivo di nuovo affinché non lo dimentichiate, che noi re dei Franchi, di stirpe reale, non siamo i vicegerenti dei vescovi, ma signori e padroni del mondo… Vi preghiamo pertanto di non scrivere mai più tali lettere a noi, né ai vescovi e ai signori dei nostri regni, affinché non siamo costretti a trattare con disprezzo sia le lettere che i latori. Siamo disposti ad accettare ciò che è approvato dalla Santa Sede, quando ciò che la Santa Sede approva è conforme alla Scrittura, alla tradizione e alle leggi della Chiesa. Se ciò interferisce con loro, sappiate che non dobbiamo essere spaventati con minacce di scomunica e anatemi.” (Bower’s, “Lives of the Popes”, Hadrian II, par.3 dalla fine).
- Queste audaci parole sia dei vescovi che del re ebbero un effetto meravigliosamente soggiogante sulla supremazia del papa; poiché egli scrisse immediatamente al re quanto segue:
“Principe Carlo, siamo stati informati da persone virtuose che siete il più zelante protettore delle chiese del mondo; che non esiste nel vostro immenso regno alcun vescovado o monastero sul quale non abbiate accumulato ricchezze, e sappiamo che onorate la sede di San Pietro e che desiderate estendere la vostra liberalità al suo vicario e difenderlo da tutti i suoi nemici.
“Di conseguenza, ritrattiamo le nostre precedenti decisioni, riconoscendo che avete agito con giustizia nel punire un figlio colpevole e un prelato libertino, e nel farvi dichiarare sovrano di Lorena e Borgogna. Vi rinnoviamo l’assicurazione che noi, il clero, il popolo e la nobiltà di Roma attendiamo con impazienza il giorno in cui sarete dichiarato re, patrizio, imperatore e difensore della Chiesa. Tuttavia, vi imploriamo di tenere segreta questa lettera a vostro nipote Luigi.”
- Queste ultime lettere furono scritte nell’871, e Adriano II morì il 26 novembre 872, e gli successe:
GIOVANNI VIII, 14 DICEMBRE 872 — 14 DICEMBRE 882, e trovandosi l’imperatore in quel momento in Italia, i suoi delegati furono presenti alla consacrazione del nuovo papa. Il 13 o 14 agosto 875, l’imperatore Ludovico morì a Milano; e subito dopo averlo saputo, il papa “inviò una pomposa ambasciata a Carlo il Calvo, invitandolo a venire a Roma per ricevere la corona imperiale, che gli offriva come proprietà di cui i papi avevano l’intera disponibilità”. Carlo fu fin troppo lieto di ricevere tale invito e partì immediatamente per Roma, dove, al suo arrivo, fu ricevuto dal clero, dai magistrati e dalle scuole, con stendardi e croci e grande sfoggio, come avevano fatto i grandi prima di lui; e il giorno di Natale dell’875, fu incoronato imperatore dal papa. “Nel porre la corona sulla fronte del monarca, Giovanni gli disse: ‘Non dimenticare, principe, che i papi hanno il diritto di creare imperatori'”. [226]
- Subito dopo l’incoronazione dell’imperatore, lui e il papa si recarono insieme a Pavia, dove il papa convocò un concilio che si svolse nella forma di eleggere Carlo il Calvo re di Lombardia. I prelati riuniti si rivolsero a Carlo come segue:
“Mio signore, poiché la bontà divina, per intercessione di San Pietro e San Paolo e per il ministero di Papa Giovanni, vi ha elevato alla dignità di imperatore, vi eleggiamo all’unanimità come nostro protettore, sottomettendoci con gioia alla vostra volontà e promettendo di osservare fedelmente tutto ciò che ordinerete per l’utilità della Chiesa e la nostra sicurezza”.
- Questa forma di elezione al regno di Lombardia era essenziale per dare a Carlo la parvenza di legalità come sovrano d’Italia, poiché Carlo non aveva alcun legittimo diritto alla corona imperiale. È vero, l’imperatore Ludovico non aveva lasciato eredi maschi; ma lasciava due zii, i quali, se si potesse rivendicare la carica imperiale per diritto di discendenza, erano eredi legittimi. Ma il papa, vedendo in questa mancanza di discendenza diretta un’opportunità per confermare ulteriormente la prerogativa papale di conferire l’impero, colse l’occasione offerta dall’ambizione di Carlo il Calvo per dimostrare al mondo la supremazia del papato su ogni potere terreno. “Maimbourg afferma che questo concilio fu convocato da Giovanni VIII solo allo scopo di rendere manifesto al mondo che Carlo non era diventato imperatore per diritto di successione, ma che aveva ottenuto la sua dignità per elezione”. In effetti, ciò è dimostrato in una lettera scritta dallo stesso papa all’epoca. Egli infatti disse:
“Abbiamo eletto e approvato, con il consenso dei nostri fratelli, degli altri vescovi, dei ministri della santa Chiesa romana, del Senato e del popolo romano, il re Carlo, imperatore d’Occidente”.
- Ma tutto ciò che il papa elargì a Carlo, per quanto di per sé ridondasse all’esaltazione del papa, non fu senza un ritorno da parte di Carlo al papa. “Gli storici sono quasi unanimi sul prezzo che Carlo fu costretto a pagare per la sua corona imperiale. Comprò il papa, comprò i senatori di Roma; comprò, se possiamo azzardare a prendere le parole alla lettera, lo stesso San Pietro [Beato Petro multa et pretiosa munera offerens in Imperatorem unctus et coronatus est… Omnem senatum populi Romani, more Jugurthino corrupit, sibique sociavit.]” — (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.III, libro V, cap.6, par.2). Ma non fu solo con la prodigalità di corruzione giugurtina che Carlo ricompensò il papato per la sua incoronazione. “Per ottenere lo scettro principale, contro i diritti ereditari dei legittimi successori di Carlo Magno, cedette ai pontefici la sovranità che gli imperatori esercitavano su Roma e sulle province della Chiesa; e dichiarò la Santa Sede uno stato indipendente.” [227]
- Ma non furono solo gli onori conferiti al papato in Italia da Carlo. Immediatamente dopo il suo ritorno in Francia, convocò “un sinodo di vescovi nella città di Pontione, in cui li fece riconoscere la suprema autorità dei papi sulla Francia. I legati romani nominarono il diacono Giovanni, metropolita di Sens, e Ansegiso, primate delle Gallie e della Germania, con il titolo di vicario della Santa Sede nelle due province. Conferirono a quest’ultimo il potere di convocare concili, di notificare i decreti della corte di Roma, di giudicare cause ecclesiastiche, di eseguire gli ordini del papa, e riservarono l’appello a Roma solo nei casi più gravi. I prelati di Francia protestarono energicamente contro tale istituzione che distruggeva ogni libertà della Chiesa gallicana; ma l’imperatore mantenne il sacrilego patto che aveva stretto con Giovanni: dichiarò di avere l’incarico di rappresentare il papa in questa assemblea e che avrebbe eseguito i suoi ordini. Egli Poi ordinò che gli fosse posto un seggio alla destra, e Ansegiso si sedette accanto a lui nella sua qualità di primate.”
- Nell’anno 876 i Saraceni divennero così forti in Italia da minacciare seriamente l’esistenza stessa dello Stato pontificio. Il papa scrisse con tono molto supplichevole all’imperatore Carlo, dicendo:
“Non credere che i nostri mali provengano solo dai pagani. I cristiani sono ancora più crudeli degli arabi. Vorrei parlare di alcuni signori, nostri vicini, e principalmente di quelli che voi chiamate marchesi o governatori di frontiera: saccheggiano i domini della Chiesa e la fanno morire, non con la spada, ma con la fame. Non conducono il popolo in cattività, ma lo riducono in servitù; e la loro oppressione è la causa per cui non troviamo nessuno che combatta i Saraceni. Così, mio signore, tu solo, dopo Dio, sei il nostro rifugio e la nostra consolazione. Ti imploriamo quindi, a nome dei vescovi, dei sacerdoti e dei nobili, ma soprattutto a nome del nostro popolo, di stendere una mano in soccorso alla Chiesa, tua madre, da cui tieni non solo la corona, ma anche la fede in Cristo; e che ti ha elevato all’impero, nonostante i legittimi diritti di tuo fratello.”
- Ma, proprio in quel periodo, morì Ludovico il Germanico a Francoforte; e l’imperatore, Carlo il Calvo, marciò immediatamente con un esercito per conquistare quel regno. Tuttavia, fu totalmente sconfitto dal figlio e successore di Ludovico il Germanico, e fu inseguito persino nel suo stesso regno. Ciò gli rese impossibile
fornire alcun aiuto al papa in Italia. Inoltre, suo nipote Carlomanno, re di Baviera, approfittando della sconfitta di Carlo, invase l’Italia, rivendicò il regno di Lombardia e cercò di assicurarsi, se possibile, la corona imperiale. Papa Giovanni convocò un concilio in Laterano, che aprì con il seguente discorso:
“Secondo l’antica consuetudine, fratelli miei, abbiamo solennemente elevato Carlo alla dignità imperiale, su consiglio dei vescovi, dei ministri della nostra Chiesa, del Senato e di tutto il popolo romano, e soprattutto per realizzare il pensiero che era stato rivelato a papa Niccolò per ispirazione celeste. L’elezione di Carlo è quindi legittima e sacra. Essa emana dalla volontà del popolo e dalla volontà di Dio. Pertanto dichiariamo anatemizzato chiunque la condanni e lo condanniamo all’esecrazione degli uomini, come nemico di Cristo e ministro del diavolo”. [228]
- Quando l’imperatore seppe che Carlomanno era entrato in Italia, vi si recò personalmente, ma non ne seguì nulla di definitivo, tranne la sua morte, avvenuta il 6 ottobre 877, mentre stava per tornare in Francia. Carlomanno, vedendo ora che c’era qualche speranza di ricevere la corona imperiale, scrisse al pontefice lettere di sottomissione e pretese dal maestro e dispensatore della corona imperiale. Prima, tuttavia, di consacrare il nuovo principe, volle approfittare delle circostanze per assicurare vantaggi materiali alla sua sede. Rispose quindi al re di Baviera:
“Accettiamo di riconoscerti imperatore d’Italia; ma prima di darti la corona, ti chiediamo di versare nella borsa di San Pietro tutte le somme che sono nel tuo tesoro, affinché tu sia degno di ricevere la ricompensa di colui che ha promesso di onorare nell’altro mondo coloro che lo onorano in questo. Ti invieremo a breve gli articoli che trattano di ciò che dovresti concedere alla Chiesa; ti invieremo quindi una legazione più solenne, per condurti a Roma con gli onori dovuti al tuo rango. Tratteremo quindi insieme del bene dello Stato e della sicurezza del popolo cristiano. Fino a quel momento, vi prego di non concedere alcun accesso vicino a voi agli infedeli, o a coloro che desiderano la nostra vita, qualunque sia stato il vostro precedente rapporto con loro; e vi scongiuro di condonare le entrate del patrimonio di San Pietro, che si trovano in Baviera.”
- Carlomanno non era in grado di concedere tutto questo in una volta, e così il papa, non ricevendo né denaro né l’aiuto di truppe, fu costretto a ottenere soccorso dai Saraceni con un accordo “per pagare loro ventimila marchi d’oro all’anno” per riscattare da loro gli Stati della Chiesa, che avevano già preso. Nell’878 il papa fu così vessato e maltrattato dai principi longobardi che “fece trasportare tutti i tesori sacri da San Pietro al Laterano, coprì l’altare di San Pietro con un sacco, chiuse le porte e rifiutò di permettere ai pellegrini provenienti da terre lontane di avvicinarsi al santuario. Fuggì quindi a Ostia e si imbarcò per la Francia.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, libro V, cap.6, par.8). Durante tutto il suo viaggio e in Francia, fu ricevuto con i massimi onori. In Francia tenne concili e lanciò anatemi e scomuniche da ogni parte, e contro chiunque scelse di giudicare avesse violato in qualsiasi modo, qualunque cosa egli potesse presumere fossero i diritti o le leggi del papato. Prima della fine dell’anno tornò in Italia.
- Nell’879, Carlomanno fu soppiantato nelle sue pretese sull’Italia dal fratello Carlo il Grosso. Poco dopo, Carlomanno morì e, non lasciando figli, il suo regno passò al secondo fratello Ludovico. Per assicurarsi il controllo del regno contro il fratello Carlo, Ludovico rinunciò, in favore di quest’ultimo, a ogni pretesa sul regno di Lombardia e anche al titolo imperiale. Papa Giovanni, venuto a conoscenza di ciò, scrisse a Carlo di recarsi in Italia e ricevere la corona imperiale. Al suo arrivo, il papa lo incontrò a Ravenna, informandolo che “ti abbiamo chiamato, con l’autorità delle nostre lettere, alla sovranità imperiale, per il vantaggio e l’esaltazione della Chiesa”. Ingiunse inoltre a Carlo di inviare prima di lui a Roma i suoi ufficiali principali per ratificare “tutti i privilegi della sede romana”, affermando che “la Chiesa non deve subire alcuna diminuzione, ma piuttosto essere accresciuta nei suoi diritti e possedimenti”. (Idem, par.8). Si riunirono a Roma, dove, il giorno di Natale dell’880, nella chiesa di San Pietro, Carlo il Grosso fu incoronato imperatore da Papa Giovanni VIII. [229]
- Il vescovo di Napoli era anche duca di Napoli. Aveva garantito la sicurezza dei suoi domini dai Saraceni stringendo un’alleanza con loro. Il papa visitò Napoli per persuadere il duca episcopale a rompere la sua alleanza con i Saraceni e a unirsi a una lega generale contro di loro; e, poiché Anastasio non lo fece, Giovanni lo scomunicò nell’aprile dell’881. L’anno successivo Atanasio inviò un diacono al papa con la notizia che aveva rotto la sua alleanza con i Saraceni e che si sarebbe schierato con il papa. Il papa non si accontentò solo della sua parola, ma chiese ad Atanasio, come garanzia di buona fede, “di catturare i capi dei maomettani, inviarli a Roma e massacrare gli altri alla presenza dei legati del papa”. Con questo atto traditore e barbaro, “richiesto dal capo della cristianità, il duca-vescovo di Napoli avrebbe ottenuto la riammissione nella Chiesa cattolica e il diritto di officiarvi come vescovo cattolico!”. (Milman’s, “History of Latin Christianity”, vol.III, libro V, cap.6, par.16).
- A Giovanni VIII successe:
MARTINO II, DICEMBRE 882 — MAGGIO 884, che “si dimostrò altrettanto depravato nei costumi, traditore nella politica e orgoglioso nella condotta quanto il suo predecessore Giovanni VIII”. Ma, nel suo breve regno, non si presentò alcuna occasione speciale per la manifestazione delle caratteristiche peculiari di un papa. Gli successe:
ADRIANO III, GIUGNO 884 — 2 LUGLIO 885, che compì un altro passo avanti nella supremazia del papato, decretando “che il nuovo papa sarebbe stato da allora in poi consacrato senza attendere l’intervento degli inviati imperiali per assistere alla sua consacrazione”. Gli successe:
STEFANO VI, LUGLIO 885 — SETTEMBRE 891.
- L’imperatore d’Oriente aveva scritto a papa Adriano III, risentendosi dell’interferenza del papa nel governo della Chiesa d’Oriente; ma, morendo Adriano, toccò a Stefano rispondere alla lettera. E nella sua risposta disse:
“Dio ha dato ai principi il potere di governare le cose temporali, come ha dato a noi, con l’autorità di San Pietro, il potere di governare le cose spirituali. I sovrani hanno il diritto di reprimere un popolo ribelle, di coprire la terra e il mare con i loro soldati, di massacrare gli uomini che rifiutano di riconoscere il loro dominio o di obbedire alle leggi che emanano per gli interessi della loro corona. A noi spetta insegnare al popolo che deve sopportare la tirannia dei re, gli orrori della carestia, persino la morte stessa, per ottenere la vita eterna. Il ministero che Cristo ci ha affidato è tanto superiore al vostro, quanto il cielo è superiore alla terra, e voi non potete essere giudici della sacra missione che abbiamo ricevuto da Dio”.
- Nel gennaio dell’888 morì l’imperatore Carlo il Grosso, senza lasciare eredi maschi. I duchi e il popolo longobardo pensavano di poter nominare re d’Italia un loro connazionale, ma non ci fu unanimità sulla scelta, e regnava una violenta confusione. Il papa invitò Arnolfo, re di Germania, in Italia per ricevere il regno e la corona imperiale; ma Arnolfo non poté rispondere subito, e il papa e la città di Roma si dichiararono a favore di Guido, duca di Spoleto. Questo fece pendere la bilancia a suo favore: sconfisse in battaglia il suo rivale nell’890 e divenne così re di Lombardia; e il 21 febbraio 891 fu incoronato imperatore dal papa. [230]
- A Stefano VI successe:
FORMOSO, SETTEMBRE 891 — 4 APRILE 896,
che, nell’876, era stato scomunicato da Papa Giovanni VIII, in un concilio tenutosi a Roma, “con l’accusa di cospirare contro l’imperatore e contro il papa” e di “aver tentato di elevarsi da una Chiesa minore a una maggiore, fino alla sede apostolica”. Papa Giovanni aveva anche richiesto a Formoso un giuramento che non sarebbe mai più tornato a Roma, non avrebbe mai esercitato alcuna funzione episcopale in alcun luogo, ma si sarebbe accontentato della comunione laicale finché fosse vissuto. Sia dalla scomunica che dal giuramento, Papa Martino II lo aveva assolto, restituendolo agli onori e alla dignità del suo originario vescovado di Porto.
- L’imperatore Guido morì nell’894 e gli successe il figlio Lamberto, incoronato imperatore da Formoso. Ma l’autorità di Lamberto fu contestata da un duca longobardo, Berengario; ne seguì una guerra distruttiva. Il papa mandò un messaggio ad Arnolfo di Germania, promettendo di incoronarlo imperatore se fosse venuto a ristabilire la pace in Italia. Arnolfo giunse a Roma nell’895. La città inizialmente gli resistette; ma non appena ebbe conquistato la città esterna, “il Senato e la nobiltà, sottomessi al conquistatore, uscirono in massa con i loro stendardi e le loro croci per accoglierlo e implorare la sua protezione contro gli insulti del suo esercito vittorioso. Il papa ricevette il re sui gradini della chiesa di San Pietro e, accompagnatolo con tutto il clero alla tomba degli apostoli, lo unse e lo incoronò imperatore quello stesso giorno”. – (Bower. “Lives of the popes”, Formosus, par.7). Poco dopo Arnolfo tornò in Germania. Non appena se ne fu andato, i pretendenti al regno di Lombardia ripresero la loro guerra, che, per intercessione del papa, si concluse con la divisione della Lombardia in due parti per soddisfare entrambi i pretendenti.
- A Formoso successe:
BONIFACIO VI, che, per i crimini di adulterio e omicidio, e per una vita malvagia e scandalosa in generale, era stato deposto, prima dall’ufficio di suddiacono, e poi persino dal sacerdozio. Ma morì alla fine di un regno di soli quindici giorni, e gli successe:
STEFANO VII, LUGLIO 896 — 2 MAGGIO 897, che “si introdusse con la forza e la violenza nella sede”. La prima cosa che Stefano VII fece dopo il suo insediamento fu processare Papa Formoso, morto da più di tre mesi. Convocò un concilio e fece estrarre il cadavere di Formoso dalla tomba e portarlo davanti al concilio. E “lì, nel mezzo del concilio, il cadavere di Formoso fu posto sul seggio pontificio, con la tiara in testa, il bastone pastorale in mano e rivestito degli ornamenti sacerdotali”. Un diacono fu nominato consigliere e avvocato del cadavere. Quindi Papa Stefano VII si rivolse al cadavere con le seguenti parole:
“Vescovo di Porto, perché hai spinto la tua ambizione fino al punto di usurpare la sede di Roma, in sfida ai sacri canoni che proibivano quest’azione infame?”
- L’avvocato, che era stato nominato, naturalmente lo confessò colpevole; dopodiché Papa Stefano “pronunciò una sentenza di deposizione contro il vescovo di Porto; e, avvicinatosi alla sede pontificia, diede un colpo al cadavere che lo fece rotolare ai suoi piedi. Poi lo spogliò di tutti i paramenti sacerdotali, gli tagliò tre dita della mano destra e infine ordinò al carnefice di tagliargli la testa e gettarlo nel Tevere.” Alcuni pescatori trovarono il corpo, dove era stato portato a riva dalla corrente, e gli fu data nuovamente sepoltura. Papa Stefano chiamò quindi a sé tutto il clero che Formoso aveva ordinato, dichiarò l’ordinazione nulla e li ordinò nuovamente tutti. Dichiarò persino l’imperatore Arnolfo deposto, perché Formoso lo aveva incoronato imperatore; e incoronò Lamberto, duca di Spoleto, imperatore d’Occidente.
- Nel breve tempo trascorso da quando Adriano III aveva decretato che il papa fosse incoronato senza attendere l’approvazione dell’imperatore, la violenza che accompagnò l’elezione dei papi era diventata così grande che Stefano VII fu costretto a emanare il seguente decreto:
“Poiché la santa Chiesa Romana, alla quale presiediamo per disposizione di Dio, subisce grandi violenze da molti alla morte del pontefice, a causa dell’usanza introdotta di consacrare gli eletti senza attendere l’approvazione dell’imperatore o l’arrivo dei suoi inviati per assistere alla sua ordinazione e per impedire, con la loro presenza, ogni tumulto e disordine, comandiamo ai vescovi e al clero di riunirsi quando si dovrà eleggere un nuovo pontefice e l’elezione dovrà essere fatta alla presenza del Senato e del popolo; ma gli eletti siano consacrati alla presenza degli inviati imperiali.”
- Stefano VII, maestro di violenza, fu presto raggiunto dal suo stesso esempio; fu presto detronizzato, gettato in prigione e lì strangolato. L’annalista papale, il cardinale Baronio, dichiara che Stefano VII meritò ampiamente il destino che lo colpì: “poiché entrò nell’ovile come un ladro, era giusto che morisse per la cavezza”. Gli successe:
ROMANO, 11 LUGLIO — OTTOBRE 897, che “conservò il suo rango tra quei papi esecrabili, sebbene occupasse la Santa Sede solo per quattro mesi”. Gli successe:
TEODORO II, NOVEMBRE E DICEMBRE 897, che riportò il defunto Formoso al luogo da cui Stefano VII lo aveva cacciato. Annullò tutti gli atti di Stefano contro Formoso, dichiarò tutti gli atti di Formoso legali e validi e, con grande onore e solennità papale, restituì il suo corpo al sepolcro in Vaticano. [232]
- A Teodoro successe inizialmente un certo Sergio; ma, poiché c’erano partiti rivali, Sergio fu cacciato prima di essere consacrato, e:
GIOVANNI IX, GENNAIO 898 – LUGLIO 900, fu papa. Giovanni non fu soddisfatto della rivendicazione di Formoso da parte di Teodoro; ma poiché Stefano VII aveva condannato Formoso da un concilio, Giovanni IX avrebbe voluto che fosse scagionato da un concilio. Di conseguenza, il concilio di Giovanni dichiarò:
“Rigettiamo completamente il concilio tenuto dal pontefice Stefano; e condanniamo come funesta per la religione la convenzione in cui il corpo di Formoso fu strappato dal sepolcro, giudicato e trascinato per le strade di Roma: un atto sacrilego, fino a quel momento sconosciuto tra i cristiani… I vescovi che assistettero a questo giudizio, avendo implorato il nostro perdono e protestato che solo la paura li aveva costretti a questo orribile sinodo, abbiamo usato indulgenza in loro favore; ma proibiamo ai pontefici, nostri successori, di ostacolare in futuro la libertà di deliberazione e di commettere qualsiasi violenza al clero… L’unzione dell’olio santo che fu data al nostro figlio spirituale, l’imperatore Lamberto, è confermata…
“Gli atti delle convenzioni che abbiamo censurato saranno bruciati; Sergio, Benedetto e Marino non possono più essere considerati ecclesiastici, a meno che non vivano in penitenza. Li dichiariamo separati dalla comunione dei fedeli, così come tutti coloro che violarono il sepolcro di Formoso e ne trascinarono il corpo nel Tevere.
“La Santa Romana Chiesa subisce gravi violenze alla morte di un papa. Disordini accompagnano le elezioni, che vengono fatte con insulto all’imperatore e senza attendere, come prescrivono i canoni, la presenza dei commissari imperiali. Ordiniamo che in futuro i pontefici siano eletti in una riunione dei vescovi, su richiesta del Senato e del popolo e sotto gli auspici del principe; e proibiamo che gli vengano imposti giuramenti che la consuetudine non avrebbe consacrato.
“I tempi hanno introdotto un’usanza detestabile: alla morte di un pontefice, il palazzo patriarcale viene saccheggiato; e il saccheggio si estende a tutta la città. Anche le residenze episcopali sono trattate allo stesso modo alla morte dei vescovi. È nostra volontà che questa usanza cessi. Le censure ecclesiastiche e l’indignazione dell’imperatore puniranno coloro che sfideranno il nostro divieto.
“Condanniamo anche l’uso di vendere la giustizia secolare: se, ad esempio, si trovano delle prostitute in una casa appartenente a un sacerdote, i giudici o i loro ufficiali le trascinano fuori con scandalo e le maltrattano finché non vengono riscattate dai loro padroni, al fine di acquisire il diritto di prostituzione”.
- Alla morte dell’imperatore Arnolfo, nell’anno 909, il clero di Germania ritenne necessario scusarsi con il papa per aver scelto suo figlio – di sette anni – come re di Germania senza attendere i suoi “sacri ordini”; e i vescovi di Baviera gli scrissero riconoscendo che occupava “il posto di Dio sulla terra”.
- L’elogio funebre che il cardinale Baronio tributa a Giovanni IX è che fu “il migliore dei cattivi papi”. E del papato in generale nel IX secolo, che si concluse con il regno di Giovanni IX, lo stesso scrittore dice:
“Mai divisioni, guerre civili, persecuzioni di pagani, eretici e scismatici avevano fatto soffrire [la Santa Sede] tanto quanto i mostri che si erano insediati sul trono di Cristo con simonia e omicidi. La Chiesa romana si trasformò in una svergognata cortigiana, ricoperta di sete e pietre preziose, che si prostituiva pubblicamente per l’oro; il palazzo del Laterano divenne una vergognosa taverna, in cui ecclesiastici di tutte le nazioni disputavano con prostitute il prezzo dell’infamia. Mai [prima] i sacerdoti, e soprattutto i papi, commisero tanti adulteri, stupri, incesti, rapine e omicidi; e mai l’ignoranza del clero fu così grande come durante questo deplorevole periodo… Così la tempesta di abominio si attaccò alla Chiesa e offrì all’esame degli uomini lo spettacolo più orribile! I canoni dei concili, il credo degli apostoli, la fede di Nicea, le antiche tradizioni, i riti sacri, furono sepolti nell’abisso dell’oblio, e la dissolutezza più sfrenata, il dispotismo feroce e l’ambizione insaziabile ne usurparono il posto.” (Citato da De Comenin sotto Stefano VII).
- Ma presto gli eventi dimostrarono che il X secolo avrebbe dovuto assistere a una condizione ancora peggiore del papato. E, a questo proposito, il cardinale è costretto a scrivere che fu “un’età del ferro, sterile di ogni bontà; un’età di piombo, ricca di ogni malvagità; e un’età oscura, notevole, soprattutto, per la scarsità di scrittori e uomini di cultura. In questo secolo l’abominio della desolazione fu visto nel tempio del Signore; e nella sede di San Pietro, venerato dagli angeli, furono collocati gli uomini più malvagi, non pontefici, ma mostri”. (Citato da Bower sotto Benedetto IV). E re Eadgar d’Inghilterra, in un discorso ai vescovi riuniti del suo regno, dichiarò: “Vediamo a Roma solo perversione, dissolutezza, ubriachezza e impurità; le case dei sacerdoti sono diventate i vergognosi rifugi di prostitute, giocolieri e sodomiti; giocano d’azzardo notte e giorno nella residenza del papa. Canti da baccanali [*orgiastici], danze lascive e la dissolutezza di una Messalina, hanno preso il posto del digiuno e delle preghiere.” (Citato da De Cormenin, sotto Benedetto IV).
- BENEDETTO IV, AGOSTO 900 — OTTOBRE 903, fu il primo papa del X secolo. Ma di lui non si ha notizia certa, come dei papi che lo precedettero che di quelli che lo seguirono, tranne che incoronò imperatore Luigi, re di Arles o Provenza – Borgogna. Il suo epitaffio dice che fu gentile con le vedove, i poveri e gli orfani, amandoli come figli, e che preferì il bene pubblico a quello privato. Gli successe:
LEONE V, NOVEMBRE 903, in opposizione ai partigiani di Sergio, che erano stati sconfitti e cacciati da Giovanni IX. Ma, prima che fossero trascorsi due mesi, Leone fu detronizzato, gettato in prigione e strangolato da uno dei suoi preti e cappellani, che divenne così Papa:
CRISTOFORO, DICEMBRE 903 — GIUGNO 904.
Ma in meno di sette mesi Sergio, che era già stato sconfitto due volte nei suoi tentativi di salire al soglio pontificio, divenne Papa:
SERGIO III, GIUGNO 904 – AGOSTO 911, detronizzando Cristoforo e imprigionandolo prima in un monastero e poi in una prigione, dove morì. Il partito che fin dall’inizio aveva sostenuto Sergio nelle sue aspirazioni al soglio pontificio aveva come capo il duca di Toscana, il più potente e il più ricco, a quel tempo, di tutti i nobili d’Italia. E lui, a sua volta, era appoggiato da Carlo il Semplice, re di Germania. [234]
- “Con Sergio, lo spirito vendicativo del prete, la lascivia del monaco e la violenza del fanatico furono posti sul trono di San Pietro. Questo papa, considerando Giovanni IX e i tre papi che lo avevano preceduto come usurpatori, cancellò tutti i loro atti e si pronunciò contro la memoria di Formoso”. Con un concilio, “approvò i procedimenti di Stefano VII contro il defunto Formoso”; e ancora, con Sergio e il suo concilio, “Formoso fu solennemente dichiarato papa sacrilego e la sua memoria fu anatemizzata”. Il cardinale Baronio dice di Sergio III che “era schiavo di ogni vizio ed era il più malvagio degli uomini”. Questo da parte sua. Ma, oltre al suo, fu durante il suo regno di sette anni che il papato fu consegnato, e da lui, all’influenza e al potere di tre donne licenziose e dei loro amanti. Fu allora che iniziò a Roma il regno della celebre Teodora e delle sue due figlie Marozia e Teodora. Appartenevano a una famiglia senatoriale, e non meno famose per la loro bellezza, il loro ingegno e la loro abilità, quanto infami per la vita scandalosa che conducevano. Teodora, e in seguito sua figlia Marozia, furono le amanti di Adalberto, duca di Toscana. Adalberto conquistò Castel Sant’Angelo, nella città di Roma, e lo diede a Teodora e alle sue figlie, che, sostenute dal marchese e dal suo partito, governarono Roma senza controllo e affidarono la Santa Sede a chi volevano. Adalberto ebbe un figlio da Marozia, di nome Alberico; ma lei si prostituì comunque al papa, e Sua Santità ebbe da lei un figlio di nome Giovanni, che presto vedremo elevato al soglio pontificio per interesse di sua madre.” – (Bower. “Lives of the Popes”, Sergius III, par.1. Anche De Cormenin, sotto Sergius III, e Milman’s “History of Latin Christianity”, vol.III, libro V, cap.11).
- A Sergio successe:
ANASTIO III, SETTEMBRE 911 — OTTOBRE 913, e a lui:
LANDO, OTTOBRE 913 — APRILE 914.
Ma di questi non rimane altro che la scarsa documentazione. Dopo Lando venne:
GIOVANNI X, 15 MAGGIO 914 — LUGLIO 928, che fu fatto papa grazie all’interesse di Teodora Maggiore, sua amante, sia prima che dopo la sua elevazione al soglio pontificio. Era stato diacono, aveva intrattenuto una relazione con Teodora e poco dopo fu nominato vescovo di Bologna. Ma, prima che fosse consacrato a tale ufficio, l’arcivescovo di Ravenna morì e Teodora ottenne da Papa Lando la nomina e l’ordinazione di Giovanni, il suo amante, all’arcivescovado di Ravenna. E poi, alla morte di Papa Lando, “Teodora, esercitando tutto il suo interesse, non potendo vivere alla distanza di duecento miglia dal suo amante, lo fece eleggere al soglio pontificio”. (Luitprand. Citato da Bower, sotto John X). [235]
- Giovanni X riuscì a formare contro i Saraceni in Italia una lega dei duchi e del re di Lombardia, e persino dell’imperatore d’Oriente; e, “con l’elmo in testa e la spada al fianco, prese il comando delle truppe, combatté una grande battaglia contro gli Arabi e li scacciò completamente dalle province che occupavano”. E poiché re Berengario aveva assistito il papa nella sua campagna contro gli Arabi, il papa in cambio lo incoronò imperatore il 24 marzo 916.
- In questo periodo sembra che siano morti sia Adalberto che Teodora Maggiore. Marozia sposò Alberico, marchese di Camerino, dal quale ebbe un figlio che chiamò Alberico. Intorno al 925, Alberico, marito di Marozia, morì, e lei sposò il figliastro, Guido, figlio di Adalberto, duca di Toscana. Giovanni X si attirò il disappunto di Marozia concedendo a suo fratello Pietro un posto maggiore nei suoi consigli di quanto ne concedesse a Marozia e a suo marito. Per questo Marozia sollevò Guido contro di lui. Guido, con una banda di seguaci, invase il palazzo del Laterano, uccise Pietro, catturò il papa e lo trascinò in prigione, dove, in seguito, fu soffocato. E:
LEONE VI, LUGLIO 928 — FEBBRAIO 929, fu fatto papa, ma rimase in carica solo per circa sette mesi, quando gli successe:
STEFANO VIII, FEBBRAIO 929 — MARZO 931, di cui non si sa altro. Ma, alla sua morte, Marozia poté elevare al soglio pontificio suo figlio, avuto da Papa Sergio III, che, all’età di diciotto anni, regnò come:
GIOVANNI XI, MARZO 931 — GENNAIO 936.
- Guido morì all’incirca all’epoca dell’elevazione di Giovanni XI al soglio pontificio, e Marozia sposò Ugo di Borgogna, o Provenza, che era diventato re d’Italia. Ugo chiese al figlio di Marozia, Alberico, di reggere la bacinella d’acqua in cui il re si sarebbe lavato le mani. Alberico, per caso, rovesciò un po’ d’acqua per cui Ugo lo colpì in faccia. Alberico si precipitò fuori dal palazzo, esclamando:
“Questi Borgognoni, un tempo schiavi di Roma, dovranno tiranneggiare i Romani?” Fu suonata una campana e il popolo si radunò e, guidato da Alberico, attaccò il re a Castel Sant’Angelo. Re Ugo riuscì a fuggire. Ma il castello e Marozia furono conquistati da Alberico; e, sebbene Marozia fosse sua madre e il papa fosse anche suo figlio, Alberico li imprigionò entrambi e tenne prigioniero Giovanni per quattro anni, fino al giorno della sua morte. Avendo il possesso di Castel Sant’Angelo e il favore dei nobili, Alberico II rimase signore di Roma finché visse: ventidue anni. Mentre era ancora in prigione, Giovanni XI fu papa d’Oltralpe. Gli successe:
LEONE VII, 9 GENNAIO 936 — 18 LUGLIO 939.
- Non era solo a Roma e in Italia che regnavano tumulti e disordini: sebbene lì le condizioni fossero peggiori che altrove. Leone VII scrisse a tutti i re, duchi, vescovi e arcivescovi di Germania, “esortandoli a unirsi per estirpare, con il loro potere temporale e spirituale, i molti disordini che, a suo dire, prevalevano tra loro”. Gli successe:
STEFANO IX, LUGLIO 939 — DICEMBRE 942
Stefano fu fatto papa da una fazione che si opponeva ad Alberico II. Al che il partito di Alberico provocò una sommossa, assaltò il palazzo papale e sfigurarono il papa a tal punto che non sarebbe mai più apparso in pubblico. Sposò la causa di Luigi d’Oltremare di Francia e scrisse lettere ai nobili e al popolo di Francia e Borgogna, ordinando loro di sottomettersi a Luigi d’Oltremare come loro legittimo sovrano e di obbedire a colui che Dio aveva posto sopra di loro, e prima di Natale di inviare dei delegati a Roma per annunciare che lo avevano ricevuto e obbedito, altrimenti avrebbero subito la scomunica.
- A Stefano IX successe:
MARTINO III, DICEMBRE 942 – GIUGNO 946, che Alberico II fece eleggere pochi giorni dopo la morte di Stefano IX. “Si racconta di lui che durante i tre anni e mezzo del suo pontificato non si dedicò ad altro che ai doveri religiosi e alle pratiche monastiche. Di conseguenza, i preti di Roma mostrarono un grande disprezzo per questo pontefice. Dissero di lui ‘che la Cristianità non aveva mai avuto un papa simile, e che il regno di un uomo che conosceva l’arte di accrescere i possedimenti della Santa Sede e di far affluire il denaro del popolo nella sua borsa, era di maggior vantaggio per loro’. … Martino III, scrupoloso e bigotto, permise che il potere temporale, necessario per il mantenimento di quello spirituale, si indebolisse nelle sue mani; per questo è giunto ai posteri con la fama di essere stato un cattivo papa”.
- A Martino III successe:
AGAPETO II, GIUGNO 946 – 956; e a questo:
GIOVANNI XII, NOVEMBRE 956 – 963, che era figlio di Alberico II, a sua volta figlio di Marozia. Alberico II era morto nel 954 e suo figlio Ottaviano gli era succeduto nella sovranità della città di Roma. E ora, nel 956, questo Ottaviano, nipote di Marozia, essendo il potere supremo a Roma, si fece nominare papa, cambiando il suo nome in Giovanni XII e continuando a mantenere ed esercitare il suo potere di governatore civile in nome di Ottaviano. Aveva solo diciotto anni quando divenne papa. La prima cosa che si ricorda di lui è il suo mettersi a capo di un esercito, nel tentativo di impadronirsi del ducato di Spoleto. Ma, in battaglia, fu sconfitto e sfuggì per un pelo alla caduta nelle mani dei suoi avversari. Quindi sciolse il suo esercito, tornò a Roma e “si abbandonò a ogni sorta di malvagità e dissolutezza”. [237]
- Re Berengario d’Italia e suo figlio Adalberto si erano resi così oppressivi per tutto il popolo che si levò un grande grido di liberazione. Giovanni XII, quindi, inviò due rappresentanti in Germania per chiedere a Re Ottone il Grande di venire in Italia per liberare la Chiesa e ricevere la corona imperiale. Ottone rispose alla chiamata e marciò verso l’Italia alla fine dell’anno 961. Andò prima a Pavia. Al suo arrivo, Berengario e Adalberto si rinchiusero nelle loro fortezze più forti, liberando così l’Italia dalle sue oppressioni. A Pavia Ottone fu incoronato re di Lombardia e, nel febbraio del 962, arrivò a Roma per essere incoronato imperatore d’Occidente. Al suo arrivo, “l’intera popolazione gli si riversò incontro con grida di gioia. Il papa lo incoronò imperatore e giurò sul corpo del santo apostolo Pietro di non rinunciare mai alla sua obbedienza, né di dare alcun aiuto a Berengario, né a suo figlio. I cittadini, i sacerdoti e i signori prestarono lo stesso giuramento. Il nuovo capo dell’impero d’Occidente restituì quindi alla Chiesa tutto il territorio di cui era stata privata dai principi deposti. Fece al sovrano pontefice, in particolare, magnifici doni d’oro e pietre preziose. Confermò alla Santa Sede, con atto autentico, le immense donazioni di Pipino e Carlo Magno, comprendenti Roma, il suo ducato e le sue dipendenze, diverse città in Toscana, l’esarcato di Ravenna, la Pentapoli, i ducati di Spoleto e Benevento, l’isola di Corsica, il patrimonio di Sicilia e diversi altri luoghi in Lombardia e Campania. “Se Dio li mette in nostro potere”, aggiunge con una saggia restrizione. Questa donazione fu copiata parola per parola da quella di Ludovico il Buono. Ottone vi annesse Rieti, Amiterne e altre cinque città del regno che era venuto a conquistare. Alla fine di questo atto fu posta questa importante e notevole clausola: “Salvando il nostro potere, quello di nostro figlio e dei nostri discendenti”.
- Dopo di ciò, l’imperatore tornò a Pavia. Sebbene Papa Giovanni avesse prestato un solenne giuramento di fedeltà a Ottone, l’imperatore aveva appena lasciato Roma che Giovanni inviò emissari ad Adalberto, che si era rifugiato tra i Saraceni, proponendo loro di unire i loro interessi in una rivolta contro l’autorità di Ottone. La notizia fu portata a Ottone, ma egli non ci credette. Preferì piuttosto pensare che alcuni cattivi consiglieri avessero tentato di persuadere Giovanni a fare una cosa del genere, e che, data la giovane età del papa, il suggerimento avrebbe potuto ricevere una certa attenzione; e sperava che il giovane papa potesse essere influenzato da consiglieri migliori. Inviò quindi due ambasciatori a Roma per indagare sulla questione e, se si fosse scoperto che la notizia era veritiera, Giovanni avrebbe potuto cambiare idea. Gli ambasciatori non solo scoprirono che era vero, ma tornarono da Ottone con un lungo elenco di accuse contro Giovanni, formulate “per voce unanime di Roma” (Milman), come segue:
“Giovanni XII odia Ottone per la stessa ragione per cui il diavolo odia il suo Creatore. Voi, mio signore, cercate di piacere a Dio e desiderate il bene della Chiesa e dello Stato; il papa, d’altra parte, accecato da una passione criminale, concepita per la vedova del suo vassallo Ranieri, le ha concesso il governo di diverse città e la direzione di diversi conventi; e per accrescere lo scandalo, ha pagato i suoi infami piaceri con le croci d’oro e i calici della chiesa di San Pietro. [238]
“Una delle sue concubine, Stefanetta, è morta davanti ai nostri occhi, nel palazzo del Laterano, dando alla luce un figlio, che lei ha dichiarato essere del pontefice. La sacra residenza dei papi è diventata, sotto il regno di Giovanni, un orribile bordello, il rifugio delle prostitute. Né le donne romane né quelle straniere osano più visitare le chiese, perché questo mostro fa sì che mogli, vedove e vergini vengano rapite dai gradini dell’altare! Abiti sfarzosi o stracci laceri, bellezza o bruttezza, tutto viene usato allo stesso modo per soddisfare le sue esecrabili dissolutezze! I templi degli apostoli cadono in rovina, la pioggia del cielo inonda la mensa sacra, e i tetti minacciano persino di seppellire i fedeli sotto di loro. Queste sono le ragioni per cui Adalberto è più gradito al papa che all’imperatore.”
- Ottone era ancora propenso a scusare il papa a causa della sua giovane età e a tenere conto della possibile esagerazione dei nemici, soprattutto perché Giovanni aveva promesso un emendamento. Eppure, invece di apportare alcun emendamento, il papa si dichiarò apertamente a favore di Adalberto; inviò ambasciatori a Costantinopoli per garantire l’alleanza dell’imperatore d’Oriente contro Ottone e inviò rappresentanti in Ungheria per uno scopo simile. Ottone catturò questi agenti del papa, con la corrispondenza del papa sotto la sua firma e il suo sigillo. Il papa inviò due legati a Ottone a Pavia per giustificare la sua alleanza con Adalberto, accusando Ottone di aver catturato due uomini del papa e di averli costretti a giurargli fedeltà, e di non aver mantenuto il giuramento di ripristinare i domini del papa. Ottone rispose che i due uomini che aveva catturato erano in quel momento in missione a Costantinopoli, a lui ostile; e che altri, con il pretesto di una missione religiosa presso gli Ungheresi, erano stati catturati e, incaricati dal papa di aizzare gli Ungheresi contro l’imperatore Ottone, con il pretesto di una missione religiosa presso gli Ungheresi, erano stati incaricati dal papa di aizzare gli Ungheresi contro l’imperatore Ottone. Disse al papa che queste cose non si basavano su voci, né su un rapporto formale, ma sulle lettere del papa stesso, che aveva allora in mano.
- Poco dopo Adalberto fu ricevuto a Roma dal papa. Ottone marciò verso Roma; ma il papa e Adalberto non aspettarono per difendere se stessi o la città. Saccheggiarono la chiesa di San Pietro e fuggirono con il bottino. Ottone fu ricevuto dai nobili e dal popolo della città, che gli prestarono un nuovo giuramento di fedeltà, impegnandosi a non scegliere mai un papa senza il suo consenso o quello del suo successore. Tre giorni dopo, su richiesta dei nobili, del clero e del popolo di Roma, Ottone convocò un concilio allo scopo di portare ordine, se possibile, in questo caos romano. “A questo concilio l’imperatore presiedette personalmente; e furono presenti tredici cardinali preti, tre cardinali diaconi, gli arcivescovi di Amburgo e di Treviri, i vescovi di Minden e Spira, e quasi tutti i vescovi d’Italia, con molti preti, diaconi e i principali nobili di Roma.” – (Bower. “Lives of the Popes”, John XII, par.8).
- Papa Giovanni fu convocato dal concilio; ma non diede alcuna risposta. L’imperatore chiese all’assemblea perché Giovanni si fosse assentato. Il concilio rispose all’unanimità:
“Siamo sorpresi che non sappiate ciò che è ben noto ai Babilonesi, agli Iberi e persino agli Indiani. I suoi crimini sono così pubblici, ed è così privo di vergogna, che non tenta nemmeno di nasconderli. Non è un lupo che si abbassa a vestirsi da agnello: la sua crudeltà, le sue azioni diaboliche sono palesi, dichiarate, disdegnano di essere nascoste.” (Bower, John XII, par.7; Milman’s “Latin Christianity”, vol.III, libro V, cap.12, par.7). [239]
- L’imperatore chiese se si potessero formulare accuse più specifiche. “Tutti i vescovi e i cardinali si alzarono immediatamente spontaneamente e uno dopo l’altro parlarono contro il papa, accusandolo di essere colpevole” di aver celebrato la messa mentre era ubriaco; di aver ordinato un diacono in una stalla; di aver ordinato vescovi per denaro, e tra questi aveva ordinato vescovo di Todi un bambino di dieci anni; di aver trattato Benedetto, suo padre spirituale, con tale crudeltà che morì sotto le mani del boia; di aver fatto mettere a morte in sua presenza il suddiacono Giovanni, dopo averlo mutilato; di aver “attraversato le strade di Roma con una spada al fianco, un elmo in testa e vestito con una corazza; di aver tenuto una muta di cani e cavalli per la caccia; e di aver trasformato il palazzo papale in un bordello”: con cose ancora più vergognose.
- A proposito di queste terribili accuse, Ottone osservò: “A volte accade, come sappiamo per esperienza personale, che gli uomini elevati a dignità vengano calunniati dagli invidiosi. Non stupitevi se sono diffidente nell’udire l’orribile accusa letta dal diacono Benedetto. Vi scongiuro quindi, per il nome di Dio, che non possiamo ingannare, per quello della santa madre e per il corpo del santo apostolo Pietro, alla cui presenza siamo riuniti, di non imputare nulla al pontefice Giovanni XII di cui non sia veramente colpevole e che non sia stato visto da uomini degni di fede”.
- A questo discorso l’intero concilio rispose nuovamente:
“Se Papa Giovanni non è colpevole dei crimini a lui imputati, e di molte altre enormità ancora più detestabili, possa San Pietro, che apre le porte del cielo ai giusti e le chiude agli indegni, non assolverci mai dai nostri peccati; e farci essere posti alla sinistra nell’ultimo giorno. Se non credete a noi, credete al vostro esercito, che lo ha visto solo cinque giorni fa, con una spada al fianco, e armato di uno scudo, di un elmo e di una corazza.”
- L’imperatore osservò: “Ci sono tanti testimoni quanti sono i soldati del mio esercito. Credo a tutti; e inoltre, non so forse io stesso che Giovanni si è reso colpevole di spergiuro nei nostri confronti, a causa della sua alleanza con Adalberto? Ascolteremo comunque la sua difesa prima di condannarlo.”
- Di conseguenza, l’imperatore inviò a Papa Giovanni la seguente lettera:
“Essendo venuti a Roma per il servizio di Dio, e non trovandovi qui, abbiamo chiesto ai vescovi romani, ai cardinali, ai preti, ai diaconi e al popolo perché vi foste ritirato dalla città al nostro arrivo e non aveste voluto vedere i vostri difensori e i difensori della vostra Chiesa. Nella loro risposta, vi hanno accusato di tali oscenità, che ci farebbero arrossire se fossero dette da un attore. Vi menzionerò solo alcuni dei crimini che vi vengono imputati, poiché ci vorrebbe un giorno intero per enumerarli tutti. Sappiate, quindi, che siete accusato, non da pochi, ma da tutto il clero, così come dai laici, di omicidio, spergiuro, sacrilegio e incesto con i vostri parenti e due sorelle; che si dice che abbiate bevuto vino in onore del diavolo e che abbiate invocato, giocando, Giove, Venere e gli altri demoni. Vi preghiamo quindi con insistenza di venire a discolparvi da queste accuse. Se temete di essere insultato dalla folla, vi promettiamo, sotto giuramento, che non verrà fatto nulla se non ciò che è autorizzato dai canoni. [240]
- A questa lettera Giovanni rispose con la seguente breve risposta:
“Giovanni, servo dei servi di Dio, a tutti i vescovi: sentiamo che volete fare un altro papa. Se questo è il vostro proposito, vi scomunico tutti nel nome dell’Onnipotente, affinché non abbiate il potere di ordinarne un altro, o anche solo di celebrare la messa.”
- Il concilio inviò un’altra lettera al papa, come segue:
“Santissimo padre, non avete ancora risposto all’imperatore Ottone e non avete inviato delegati a spiegare la vostra difesa. Siete disposto a fornirci i motivi per aver fatto ciò? Se venite al concilio e vi liberate dai crimini che vi vengono imputati, renderemo tutto il dovuto rispetto alla vostra autorità. Ma se non venite e non siete trattenuto da un legittimo impedimento, poiché non avete mari da attraversare né un viaggio molto lungo da compiere, non faremo alcun conto della vostra scomunica, ma ve la rinvieremo. Il traditore Giuda ricevette da nostro Signore il potere di legare e sciogliere, così come gli altri apostoli; e gli fu conferito quel potere finché rimase fedele al suo divino Maestro e Signore. Ma tradendolo, perse tutto il suo potere e autorità, e da allora in poi non avrebbe potuto vincolare nessuno se non se stesso.”
- Due membri del concilio furono inviati con questa lettera a cercare Giovanni. Ma tutte le informazioni che riuscirono a ottenere furono che “il papa era uscito a cacciare”. A questo punto l’imperatore si appellò al concilio per un giudizio su cosa fare. Il concilio rispose:
“Un male così straordinario deve essere curato con un rimedio straordinario. Se non avesse danneggiato nessun altro se non se stesso, avrebbe potuto, in una certa misura, essere sopportato: ma quanti il suo esempio ha pervertito! Quanti, che con ogni probabilità avrebbero condotto una vita pura e irreprensibile, si sono abbandonati a ogni sorta di malvagità! Preghiamo, quindi, che questo mostro, senza una sola virtù per espiare i suoi molti vizi, venga cacciato dalla Santa Sede Apostolica; e un altro, che ci darà il buon esempio, venga messo al suo posto.”
- L’imperatore dichiarò quindi: “È nostro piacere, e nulla ci darà maggiore soddisfazione della vostra elevazione alla Santa Sede Apostolica di una persona di tale carattere”. Di conseguenza, Giovanni fu deposto il 4 dicembre 963 e il concilio scelse all’unanimità un laico, che, in rapida successione, fu ordinato a tutti gli uffici clericali, da neofita a papa. L’imperatore approvò tutte queste decisioni, e così nominò papa:
LEONE VIII, 6 DICEMBRE 963.
- All’imperatore sembrò che questo avesse portato la pace in città; e quindi congedò una parte considerevole del suo esercito. Non appena Giovanni se ne accorse, riuscì a scatenare una furiosa insurrezione contro l’imperatore e il nuovo papa. L’imperatore sedò l’insurrezione e avrebbe eseguito una terribile vendetta sul popolo, se non fosse stato per le suppliche di Papa Leone. Non molto tempo dopo, l’imperatore stesso lasciò Roma, marciando contro Berengario e Adalberto. Ma non appena se ne fu andato, le donne sostenitrici di Giovanni insorsero contro il nuovo papa e gli aprirono le porte della città. Giovanni entrò, Leone fuggì e:
GIOVANNI XII, DAL 2 FEBBRAIO AL 14 MAGGIO 964, riprese il suo posto sul trono papale. Quindi, “circondato da Baccanti, con i capelli scompigliati e dai suoi orribili satelliti, Giovanni si alzò dal suo posto e pronunciò il seguente discorso:
“Sapete, miei cari fratelli, che sono stato strappato dalla Santa Sede dalla violenza dell’imperatore. Anche il sinodo che avete celebrato durante la mia assenza e in disprezzo delle consuetudini e dei canoni ecclesiastici, dovrebbe essere immediatamente anatemizzato. Non potete riconoscere come vostro sovrano temporale colui che presiedeva quella empia assemblea, né come vostra guida spirituale colui che avete eletto papa.” [241]
- Il concilio rispose:
“Abbiamo commesso una prostituzione in favore dell’adultero e usurpatore Leone.”
Giovanni: “Volete condannarlo?”
Il concilio: “Lo vogliamo.”
Giovanni: “I prelati ordinati da noi possono ordinare nel nostro palazzo pontificio? E che ne pensate del vescovo Sicone, che abbiamo consacrato con le nostre mani, e che ha ordinato Leone, uno degli ufficiali della nostra corte, neofita, capo, accolito, suddiacono, diacono, sacerdote, e, infine, senza sottoporlo ad alcuna prova, e contrariamente a tutti gli ordini dei Padri, ha osato consacrarlo alla nostra sede episcopale? Che ne pensate della condotta di Benedetto, vescovo di Porto, e di Gregorio di Albano, che hanno benedetto l’usurpatore?”
Il Concilio: “Siano ricercati e condotti davanti a noi; se saranno scoperti prima della scadenza della nostra terza seduta, saranno condannati con l’antipapa, affinché per il futuro nessuno degli ufficiali, neofiti, giudici o penitenti pubblici sia così temerario da aspirare al più alto onore nella Chiesa.”
- Papa Giovanni pronunciò quindi la sentenza di condanna su Leone VIII, dichiarandolo deposto da tutti gli onori sacerdotali e da tutte le funzioni clericali, con una maledizione perpetua se avesse tentato di rientrare nella città di Roma. Degradò dalla loro posizione tutti coloro che erano stati ordinati da Leone, imponendo a tutti di presentarsi davanti a lui in abiti clericali e di scrivere di propria mano la confessione: “Mio padre, non avendo nulla, non poteva legittimamente darmi nulla”. Giovanni quindi li reintegrò solennemente tutti esattamente come erano prima. In seguito, fece condurre davanti a sé tre sostenitori di Leone e Ottone: a uno di questi fece tagliare la mano destra; un altro lo fece mutilare orribilmente; e il terzo lo fece frustare quasi a morte. Non molto tempo dopo, Giovanni XII, ancora immerso nei suoi vizi, fu ucciso dalla giusta indignazione di un marito, di cui aveva invaso la casa.
- Alla morte di questo terribile Giovanni:
BENEDETTO V, 964,
gli succedette al soglio pontificio, sebbene Leone VIII, che era stato cacciato da Giovanni, fosse ancora in vita. Quando Leone VIII fu nominato papa dall’imperatore, i prelati e il popolo, tra cui Benedetto, avevano giurato di non riconoscere nessun altro papa se non Leone, finché fosse stato in vita, e di non permettere che alcun papa fosse ordinato senza il consenso dell’imperatore. Tuttavia, non appena Giovanni morì, tutti proseguirono la loro ribellione restaurando, eleggendo e ordinando Benedetto. Ma, non appena l’imperatore lo venne a sapere, marciò verso Roma. Benedetto difese la città da lui: salì lui stesso “sui bastioni, vestito con l’abito pontificale, con un’ascia da battaglia in mano, e dall’alto delle mura lanciò anatemi contro i suoi assalitori, e respinse il nemico che si era lanciato all’assalto”. [242]
- Ottone, tuttavia, conquistò la città e il papa. Reinsediò:
LEONE VIII, 964, e poi convocò un concilio. Benedetto fu portato davanti al concilio in piena veste pontificale, quando il cardinale arcidiacono gli si rivolse così:
“Con quale autorità o per quale legge hai assunto questi ornamenti durante la vita del venerabile papa Leone, che hai scelto insieme a noi al posto di Giovanni, che tutti abbiamo condannato e rigettato? Puoi negare di aver promesso con giuramento all’imperatore di non scegliere mai, né di ordinare un papa senza il suo consenso, o quello di suo figlio, il re Ottone?” (Bower’s, “Lives of the Popes”, Leo VIII, par.6).
- Benedetto rispose: “Ho peccato, abbiate pietà di me”. L’imperatore chiese al concilio di trattare Benedetto con misericordia, “a condizione che riconoscesse la sua colpa davanti all’intero concilio”. A queste parole Benedetto, gettandosi ai piedi di Leone e dell’imperatore, ammise ad alta voce di essere un usurpatore e implorò il papa, l’imperatore e il concilio di perdonarlo. Quindi si tolse il drappo e lo consegnò al papa, insieme al pastorale, che Leone ruppe immediatamente, mostrandolo così rotto al popolo. Dopodiché Leone gli ordinò di sedersi a terra e, dopo averlo spogliato, in quella posizione, di tutti gli ornamenti pontificali, pronunciò la seguente sentenza:
“Spogliamo Benedetto, che ha usurpato la Santa Sede Apostolica, della dignità pontificia e dell’onore del sacerdozio. Tuttavia, su richiesta dell’imperatore, che ci ha restaurati, gli permettiamo di mantenere l’ordine del diaconato, ma a condizione che lasci Roma e vada in esilio perpetuo.”
- Il luogo del suo esilio fu Amburgo, in Germania. Leone VIII morì all’inizio di marzo del 965. I Romani inviarono un ambasciatore a Ottone, che si trovava allora in Sassonia, per chiedergli di nominare un successore. Ottone fu così compiaciuto da questo segno di rispetto che diede loro piena libertà di scegliere autonomamente il nuovo papa; e scelsero immediatamente Benedetto, che era stato esiliato ad Amburgo. L’imperatore acconsentì persino a questo, ma, mentre queste trattative erano in corso tra Roma e la Sassonia, Benedetto morì nel luglio del 965. Quindi i Romani scelsero all’unanimità il vescovo di Narni, che divenne papa:
GIOVANNI XIII, 1 OTTOBRE 965.
Sebbene fosse stato scelto all’unanimità, agì in modo così tirannico che, prima della fine dell’anno, fu cacciato all’unanimità. Si rifugiò a Capua, da dove si appellò all’imperatore, il quale, nel 966, marciò nuovamente su Roma, restituì Giovanni al soglio pontificio; lui e il papa si vendicarono in modo terribile sui capi di coloro che avevano cacciato Giovanni. Dopo di ciò, a Giovanni fu concesso di occupare la sede papale fino alla sua morte, il 5 settembre 972. Gli successe:
BENEDETTO VI, DICEMBRE 972-973.
- Ottone il Grande morì il 7 maggio 973. Non appena la notizia fu resa nota a Roma, scoppiò una violenta insurrezione, guidata da Crescenzio, governatore di Roma, nipote di Teodora e di Papa Giovanni X. Invase il palazzo del Laterano, catturò Papa Benedetto VI, lo gettarono in una prigione, dove poco dopo fu strangolato; e Francone salì al soglio pontificio come papa:
BONIFACIO VII, 974, ma, nel giro di un mese, fu cacciato. Prese tutti i tesori e tutti i vasi sacri dalla chiesa di San Pietro e fuggì a Costantinopoli. La fazione che lo aveva cacciato pose sul trono papale:
BENEDETTO VII, 975-984.
Non appena ordinato, Benedetto convocò un concilio in Laterano, con il quale depose, scomunicò e anatemizzò Francone, Bonifacio VII. [243]
- Con il sostegno di Ottone II, Benedetto riuscì a mantenersi sul soglio pontificio, poiché essi semplicemente terrorizzavano la città. L’imperatore e il papa prepararono in Vaticano “un sontuoso ricevimento, a cui furono invitati i grandi di Roma, i magistrati e i deputati delle città vicine. Ottone dapprima si sforzò di ispirare gioia ai suoi ospiti. Vini profumati furono versati a profusione; squisite pietanze si susseguirono senza interruzione sulla tavola, e la più luminosa allegria brillò su ogni volto. Poi, a un segnale del principe, un gruppo di soldati entrò improvvisamente nella sala delle feste, con le spade sguainate in mano, e tre guardie si piazzarono dietro ogni ospite. Uno spettacolo così strano riempì i loro cuori di spavento, e il terrore aumentò quando un ufficiale di palazzo, mostrando una lunga lista, chiamò a gran voce gli sventurati uomini destinati al boia. Sessanta vittime furono condotte fuori dalla sala del banchetto e massacrate senza pietà. Durante questo massacro, Ottone e il papa mantennero la stessa amenità nella loro parole e gesti. Offrirono ai loro ospiti i migliori vini e indicarono loro i piatti più deliziosi, ma la spaventosa immagine della morte era davanti a tutti gli occhi, e i loro volti rimasero agghiacciati dal terrore. Finalmente l’orribile banchetto si concluse.”
- Al tempo di Benedetto VII, la sete di denaro era cresciuta a tal punto “che vendevano persino il diritto di sedere nelle chiese; da qui è nato il traffico di sedie nelle chiese, che si è perpetuato fino ai nostri giorni e che ancora oggi porta immense entrate al clero”. A Benedetto successe:
GIOVANNI XIV, LUGLIO 983.
Ma dopo aver regnato per otto mesi, fu deposto, imprigionato e fatto morire di fame o avvelenato da Bonifacio VII, marzo 984, che era tornato da Costantinopoli ed era riuscito ad accumulare sufficiente potere per impadronirsi del trono papale. Tuttavia, la sua carriera si concluse in meno di un anno. Al termine di una sbornia, morì di apoplessia o di veleno, e il popolo ne strappò il cadavere dalla bara, lo trascinò per le strade e lo appese per i piedi alla statua equestre di Marco Aurelio. [244]
- GIOVANNI XV, 986-996, fu il papa successivo. Fu presto cacciato da Crescenzio, ma riuscì a raggiungere un accordo che gli consentiva di riprendere il trono, senza doverlo contendere a un altro papa. Durante il suo pontificato, il re Ugo Capeto convocò un concilio a Reims per processare l’arcivescovo di Reims per tradimento. Il re scrisse e inviò ambasciatori al papa per informarlo di ciò. Anche i vescovi della sede di Reims scrissero al papa “per testimoniare l’orrore che il tradimento del loro superiore ispirava loro”. Ma né al re né ai vescovi il papa diede alcuna risposta. I rappresentanti del re e dei vescovi si recarono per tre giorni di seguito al palazzo del papa a Roma, aspettando ogni volta per tutto il giorno un messaggio; ma furono completamente ignorati e furono costretti a tornare in Francia senza alcuna risposta.
- Il concilio si riunì il 17 luglio 991. Poiché il papa li aveva completamente ignorati tutti, divenne necessario per loro prima di tutto stabilire canonicamente l’autorità del concilio. Alcune delle argomentazioni con cui ciò avvenne meritano di essere citate qui. A nome del re, il vescovo di Orléans pronunciò un discorso, la cui sostanza, se non il discorso stesso, era stata composta da Gerberto, il segretario dell’arcivescovo di Reims, che era stato educato alla scuola maomettana di Cordova. In esso si trovano i seguenti passaggi:
“Crediamo, fratelli miei, di dover sempre onorare la Chiesa Romana, in memoria di San Pietro, e non pretendiamo di porci in opposizione al papa. Tuttavia, dobbiamo un’uguale obbedienza al Concilio di Nicea e alle regole stabilite dai Padri. Di conseguenza, dovremmo diffidare del silenzio del papa e delle sue nuove ordinanze, affinché la sua ambizione o cupidigia non pregiudichi gli antichi canoni, che dovrebbero rimanere sempre in vigore.
“Abbiamo ottenuto i privilegi della corte di Roma riunendoci regolarmente? No. Se il papa è lodevole per la sua intelligenza e le sue virtù, non abbiamo alcuna censura da temere. Se, al contrario, il santo padre si lascia errare per ignoranza o passione, non dovremmo ascoltarlo. Abbiamo visto sul trono dell’apostolo un Leone e un Gregorio, pontefici ammirevoli per la loro saggezza e scienza, e tuttavia i vescovi d’Africa si opposero alle pretese vanagloriose della corte di Roma, perché prevedevano i mali che ora soffriamo.
“In effetti, Roma è molto degenerata! Dopo aver dato luci splendenti al Cristianesimo, ora diffonde la profonda oscurità che si estende sulle generazioni future. Non abbiamo visto Giovanni XII immerso in ignobili piaceri, cospirare contro l’imperatore, tagliare il naso, la mano destra e la lingua del diacono Giovanni e massacrare i primi cittadini di Roma? Bonifacio VII, quell’infame parricida, quel ladro disonesto, quel commerciante di indulgenze, non ha regnato sotto i nostri occhi?
“A tali mostri, pieni di ogni infamia, privi di ogni conoscenza, umana e divina, devono sottomettersi tutti i sacerdoti di Dio: uomini illustri in tutto il mondo per la loro dottrina e la loro vita santa? Il pontefice romano che pecca così contro il fratello, che spesso ammonito rifiuta di ascoltare la voce del consiglio, è come un pubblicano e un peccatore. Anche se siede su un trono eccelso, scintillante di porpora e oro, se è così privo di carità, così gonfio di vana conoscenza, non è forse anticristo? È un’immagine, un idolo, e consultare questo equivale a consultare una pietra.
“Dobbiamo tuttavia confessare di essere noi stessi la causa di questo scandalo; poiché se la sede della Chiesa Latina, prima splendente, è ora coperta di vergogna e ignominia, è perché abbiamo sacrificato gli interessi della religione alla nostra dignità e grandezza. È perché abbiamo posto al primo posto colui che merita di essere all’ultimo! Non sapete che l’uomo che ponete su un trono si lascerà ingannare da onori e adulazioni e diventerà un demonio nel tempio di Cristo? Avete reso i papi troppo potenti, e sono diventati corrotti.
“Alcuni prelati di questa solenne assemblea possono testimoniare che in Belgio e in Germania, dove il clero è povero, si trovano ancora sacerdoti degni di governare il popolo. È lì che dobbiamo cercare vescovi capaci di giudicare saggiamente gli ecclesiastici che sbagliano; e non a Roma, dove la bilancia della giustizia non pende se non sotto il peso dell’oro; dove lo studio è proscritto e l’ignoranza è incoronata.
“Non c’è nessuno a Roma, è noto, che conosca abbastanza le lettere da essere qualificato come guardiano. Con quale faccia presumerà di insegnare, chi non ha mai imparato? Se gli ambasciatori di re Ugo avessero potuto corrompere il papa e Crescenzio, i suoi affari avrebbero preso una piega diversa.
“L’orgoglioso Gelasio disse che il pontefice romano avrebbe dovuto governare il mondo intero e che i mortali non avevano il diritto di chiedergli conto della minima delle sue azioni. Chi, allora, ci dà un papa la cui equità è infallibile? Si può credere che lo Spirito Santo ispiri improvvisamente colui che eleviamo al pontificato e che rifiuti la sua luce agli altri vescovi che sono stati nominati? Gregorio non ha forse scritto il contrario, che i vescovi erano tutti uguali, purché adempissero ai doveri del cristiano?
“Se le armi dei barbari ci impedissero di recarci nella città santa, o se il pontefice fosse sottoposto all’oppressione di un tiranno, saremmo allora obbligati a non tenere più assemblee, e i prelati di tutti i regni sarebbero costretti a condannare i loro principi, a eseguire gli ordini di un nemico che deteneva la sede suprema? Il Concilio di Nicea ci ordina di tenere assemblee ecclesiastiche due volte all’anno, senza parlare affatto del papa; e l’apostolo ci comanda di non ascoltare nemmeno un angelo che volesse opporsi alle parole della Scrittura. [246]
“Seguiamo dunque queste sacre leggi e non chiediamo nulla a quella Roma che è abbandonata a ogni vizio e che Dio presto sommergerà in un mare di zolfo. Dalla caduta dell’impero, ha perso le chiese di Alessandria e Antiochia, quelle dell’Asia e dell’Africa. Presto l’Europa le sfuggirà; l’interno della Spagna non ne riconosce più i giudizi; l’Italia e la Germania disprezzano i papi: l’uomo del peccato, il mistero dell’iniquità.
“Che la Gallia cessi di sottomettersi al vergognoso giogo di Roma, e allora sarà compiuta quella rivolta delle nazioni di cui parlano le Scritture.” (De Cormenin, sotto John XV: Milman’s “Latin Christianity”, vol.III, libro V, cap.13, par.11. La scrittura qua riferita è Apocalisse 17:16,17: “E le dieci corna, che tu hai vedute nella bestia, son quelli che odieranno la meretrice, e la renderanno deserta, e nuda; e mangeranno le sue carni, e bruceranno lei col fuoco. Perciocchè Iddio ha messo nel cuor loro di eseguire la sua sentenza, e di prendere un medesimo consiglio, e di dare il lor regno alla bestia; finchè sieno adempiute le parole di Dio.” Diodati, 1885).
- Gerberto stesso fu eletto arcivescovo di Reims, al posto del prelato deposto. Il papa, con un concilio del suo clero romano, emanò una bolla, annullando l’ordinazione di Gerberto e ponendo la sede di Reims sotto interdetto. Gerberto fece a pezzi la bolla e proibì al clero di rispettare l’interdetto. Nel 995 il papa inviò un legato in Francia per eseguire sul posto il decreto del papa; e nel 996, piuttosto che persistere in una guerra interminabile, Gerberto li lasciò fare e si ritirò alla corte di Ottone III.
- Sotto Giovanni XV, nel 993, ebbe inizio l’usanza papale di canonizzare i santi, che non è altro che una forma papale corrispondente all’usanza pagana romana di deificare i propri eroi, collocandoli tra gli dei. Alla morte di Giovanni XV, Ottone III si trovava in Italia e nominò papa suo nipote Bruno, di ventiquattro anni, che assunse il titolo di:
GREGORIO V, 996.
Ma non appena Ottone se ne fu andato in Italia, il nuovo papa fu cacciato da Crescenzio, che nominò papa un certo Filagate, arcivescovo di Piacenza, che prese il nome di:
GIOVANNI XVI, 997.
Ottone tornò dalla Germania, Giovanni XVI fuggì, ma fu catturato e, con le solite terribili mutilazioni, fu esiliato o giustiziato, e:
GREGORIO V, 997, fu reintegrato e regnò indisturbato fino alla sua morte, il 18 febbraio 999. Nel 998 l’imperatore Ottone III aveva nominato Gerberto all’arcivescovado di Ravenna. E ora che Gregorio era morto, l’imperatore nominò Gerberto al pontificato vacante. Assunse il titolo di:
SILVESTRO II, APRILE 999 — 12 MAGGIO 1003.
- All’insediamento di Gerberto, l’imperatore emanò il seguente decreto:
“Dichiariamo Roma capitale del mondo, la Chiesa romana madre di tutte le chiese, ma la dignità della Chiesa Romana è stata oscurata dai suoi pontefici negligenti e ignoranti. Essi hanno alienato i beni della Chiesa fuori città alla feccia dell’umanità [questi erano i principi feudatari degli Stati romani], hanno reso tutto venale e così hanno spogliato gli stessi altari degli apostoli. Questi prelati hanno gettato ogni legge nella confusione. Essi hanno cercato di recuperare le proprie dilapidazioni spogliandoci. Hanno abbandonato i propri diritti per usurpare quelli dell’impero.” (Milman’s “Latin Christianity”, idem, par.3 dalla fine). [247]
- Ottone dichiarò che le immense donazioni di Costantino e Carlo Magno al papato erano prodighe e imprudenti. Ciononostante, egli stesso aggiunse a tutte le donazioni fatte da tutti gli imperatori prima di lui, altre otto contee d’Italia, per gratitudine verso il suo amico Gerberto. Ottone III fu avvelenato e morì a Roma il 22 gennaio 1002. L’anno successivo, il 12 maggio 1003, Silvestro morì e gli successe:
GIOVANNI XVII, il cui regno continuò solo da giugno a dicembre 1003. Gli successe:
GIOVANNI XVIII, 25 DICEMBRE 1003 — 31 MAGGIO 1009; poi da:
SERGIO IV, GIUGNO 1009 — GIUGNO 1012; e poi da:
BENEDETTO VIII, 1012-1024.
Benedetto fu cacciato da un certo:
GREGORIO, che assunse la cattedra di papa. Benedetto fuggì in Germania, sotto la protezione di Enrico II. Enrico inviò truppe per accompagnarlo in Italia. Gregorio fu quindi cacciato e:
BENEDETTO VIII, si insediò nuovamente.
- Nel 1014 Enrico si recò a Roma per essere incoronato imperatore dal papa. Enrico confermò tutte le donazioni degli imperatori, da Carlo Magno a Ottone III, e vi aggiunse altre. Dopo che Enrico lasciò l’Italia, i Saraceni fecero un’incursione e invasero tutta la costa della Toscana. Benedetto si mise alla testa di un esercito e marciò contro di lui. La spedizione ebbe successo; molti Saraceni furono uccisi e la moglie del capo fu catturata e consegnata al papa, che le tagliò la testa e spogliò il suo corpo dei gioielli d’oro, del valore di mille libbre, e li inviò in dono all’imperatore Enrico. Il Venerdì Santo del 1017 ci fu una forte tempesta che continuò per tutto il giorno successivo, durante la quale si avvertì un terremoto. Il papa, informato che alcuni ebrei stavano pregando nella loro sinagoga in quel momento, li fece mettere tutti a morte: dopo di che, dice lo storico dell’epoca, la tempesta si placò e non ci fu più il terremoto. [248]
- Intorno al 1020 Benedetto tenne un concilio a Pavia, all’apertura del quale “lesse un lungo discorso in cui censurò fermamente la vita licenziosissima del clero; accusò i sacerdoti di dissipare in orge i beni ricevuti dalla liberalità dei re e di impiegare le entrate della Chiesa per il sostentamento delle loro prostitute… Invocò contro di loro i canonici di Nicea, che raccomandavano agli ecclesiastici di preservare la continenza e proibivano loro di vivere con le concubine; infine, richiamò alla loro memoria i decreti di San Siricio e San Leone, che condannavano il matrimonio dei sacerdoti e persino dei suddiaconi”. Andò anche oltre e “emanò un decreto, diviso in sette articoli, per proibire agli ecclesiastici di avere moglie o concubina; lo estese a tutto il clero, regolare e secolare, senza eccezioni; dichiarò che i figli degli ecclesiastici dovevano essere considerati servi e appartenere alle diocesi, sebbene le madri fossero donne libere”. Quando, in opposizione a ciò, furono citate le Scritture che permettono il matrimonio, dichiarò che questo “non si applicava ai sacerdoti, ma ai laici; e che coloro che dovessero sostenere questa eresia dovevano essere scomunicati”.
- A Benedetto VIII successe il fratello Giovanni, che si fece strada al trono, corrompendo i fedeli e regnò come papa:
GIOVANNI XIX, 1024-1033.
Nel 1027 incoronò imperatore Corrado II, re di Germania. Re Canuto d’Inghilterra e Re Rodolfo di Borgogna erano presenti e assistevano alla cerimonia. Erano presenti anche gli arcivescovi di Milano e di Ravenna. Ciascuno di questi arcivescovi rivendicava la dignità di occupare il posto alla destra dell’imperatore. L’arcivescovo di Ravenna si pose coraggiosamente in quel posto. Ma, per ordine del papa, l’imperatore ritirò la mano da quella dell’arcivescovo e chiamò il vescovo di Vercelli alla sua destra. Ma l’arcivescovo di Ravenna non cedette. La disputa si trasformò in una lotta tra i partigiani dei due arcivescovi. Il partito di Ravenna fu sconfitto. Un concilio prese quindi in esame la questione e la discusse seriamente, e alla fine decise che l’onore di un posto alla destra dell’imperatore o del papa spettasse all’arcivescovo di Milano. Ma l’arcivescovo di Ravenna respinse la decisione.
- A Giovanni XIX successe il nipote Teofilatto. Era un favorito dei conti di Tuscolo, che con “intrighi, denaro e minacce” gli procurarono il soglio pontificio, sebbene avesse solo dieci o dodici anni. Prese il nome di:
BENEDETTO IX, 1033.
Si rese così odioso con i suoi vizi e le sue depredazioni che fu cacciato da Roma. Fu reintegrato nel 1038 dall’imperatore Corrado II. Papa Vittore III dichiarò che Benedetto IX era “il successore di Simone il mago” piuttosto che di Simone l’apostolo, e che conduceva “una vita così vergognosa, così turpe ed esecrabile, che rabbrividiva a descriverla. Governava come un capitano di banditi, piuttosto che come un prelato. Adulteri e omicidi perpetrati di sua mano passavano inosservati. Non vendicati, poiché il patrizio della città, Gregorio, era il fratello del papa: un altro fratello, Pietro, un attivo partigiano.” – (Milman. Idem, cap.14, par.7). [249]
- Nel 1044 Benedetto era di nuovo diventato così insopportabile che fu nuovamente cacciato, e un altro, che prese il titolo di:
SILVESTRO III, fu insediato al suo posto; ma in tre mesi il nuovo papa fu cacciato e:
BENEDETTO IX fu nuovamente restaurato. Questa volta, per poter continuare le sue dissipazioni senza il pericolo di essere scacciato, secondo la consuetudine degli imperatori dei peggiori giorni di Roma, Benedetto IX vendette deliberatamente l’ufficio di papa a Giovanni, il suo arciprete, per quindicimila sterline. Si diceva che questo Giovanni fosse l’uomo più religioso di Roma. Fu intronizzato e ordinato da Benedetto stesso, che gli aveva venduto il papato; e regnò come:
GIOVANNI XX, 1045.
- E ora Silvestro III, che era stato scacciato da Benedetto IX, tornò con un forte esercito e prese possesso del Vaticano come papa. Anche Benedetto IX, dopo aver dissipato il denaro per cui aveva venduto l’ufficio di papa, radunò un esercito e cacciò dal palazzo del Laterano Giovanni, a cui aveva venduto il papato e che lui stesso aveva ordinato; e si insediò nuovamente come papa in Laterano. Giovanni si stabilì a Santa Maria Maggiore. Poi questi tre:
SILVESTRO III,
BENEDETTO IX,
GIOVANNI XX,
rendendosi conto che nella loro rivalità non potevano ottenere il risultato desiderato, unirono i loro interessi e, uniti, misero all’asta pubblica il papato al miglior offerente. [250]
- Il papato fu acquistato questa volta da Giovanni Graziano, un sacerdote che aveva accumulato enormi ricchezze “per usi pii”, uno dei quali, a suo dire, era il suo stesso progresso; e un altro era che, distribuendole con la corruzione generale, avrebbe restituito al popolo il diritto di elezione. Questo nuovo acquirente del papato regnò come papa:
GREGORIO VI, 1045-1046.
Ma fu deposto dall’imperatore Enrico III e da un concilio. Quindi l’imperatore chiese al concilio di nominare un altro papa. Ma il clero riunito dichiarò che non c’era nessuno tra il clero romano che potesse in alcun modo raccomandare. L’imperatore scelse quindi il vescovo di Bamberga, in Germania, che era al suo seguito. Quest’uomo fu immediatamente consacrato papa:
CLEMENTE II, 25 DICEMBRE 1046 – 9 OTTOBRE 1047.
- Clemente incoronò Enrico III imperatore lo stesso giorno in cui fu nominato papa. Convocò immediatamente anche un concilio per riformare il clero romano. Propose la deposizione di tutti i vescovi che si erano comprati l’accesso all’episcopato. Ma fu informato dal concilio che, così facendo, la Chiesa sarebbe stata distrutta, perché non sarebbe rimasto abbastanza clero per celebrare i servizi nelle chiese. Tutto ciò che si poteva fare era emanare canoni che proibissero la pratica: e questo da parte di un clero che ne era tutto colpevole! Ciò che occupò maggiormente l’attenzione del concilio fu un’altra disputa tra l’arcivescovo di Milano e l’arcivescovo di Ravenna, su chi dovesse occupare il posto d’onore alla destra del papa. Di nuovo, dopo molte discussioni e una seria deliberazione, la questione fu decisa, questa volta a favore dell’arcivescovo di Ravenna.
- Alla morte di Clemente III, il papato fu nuovamente sequestrato da:
BENEDETTO IX, 8 NOVEMBRE 1047 – 17 LUGLIO 1048, che aveva venduto il papato all’asta per ben due volte. Ma l’imperatore Enrico III, avendo scelto e inviato a Roma come papa un certo Popponio di Baviera, Benedetto cedette al potere dell’imperatore e Popponio regnò per ventitré giorni come papa:
DAMASO II, 16 LUGLIO – AGOSTO 1048 8, 1048.
Alla morte di Damaso, l’imperatore convocò un concilio in Germania, a Worms, per eleggere un papa; e fu scelto il vescovo Bruno di Toul. Arrivò a Roma alla fine del 1048 e fu intronizzato come:
LEONE IX, 2 FEBBRAIO 1049 – 13 APRILE 1954.
Anch’egli convocò un concilio per riformare il clero romano. Si propose nuovamente di deporre tutti coloro che avevano comprato la via per gli ordini sacri; ma ancora una volta questo proposito dovette essere abbandonato, perché ciò avrebbe inevitabilmente dissolto la Chiesa: come dichiararono, avrebbe “sovvertito la religione cristiana”. Il nuovo papa, quindi, dovette accontentarsi di confermare i decreti di Clemente III, che imponevano pene e multe e le proibivano per il futuro. Questa linea di condotta fu prontamente approvata dal concilio dei corrotti confessi.
- Leone pensò quindi di diffondere il suo zelo riformatore tra il clero in Francia e Germania. Tenne un grande concilio a Reims. Anche lì, come già due volte a Roma, la prima questione importante da decidere fu una disputa tra gli arcivescovi – questa volta di Reims e di Treviri – su chi avrebbe dovuto avere l’onore di sedere alla destra del papa. Leone, non sapendo quanti altri pretendenti ci potessero essere, tagliò la corda facendoli sedere tutti in cerchio, con lui al centro. Con questo concilio si fece ben poco di più rispetto ai concili che si erano già tenuti a Roma. Dopo che Leone fu tornato a Roma, Pier Damiani gli indirizzò una lettera, chiedendogli istruzioni in merito alla condotta scandalosa del clero della sua provincia; in cui affermava:
“Abbiamo prelati che si abbandonano apertamente a ogni sorta di dissolutezza, si ubriacano alle feste, montano a cavallo e tengono le loro concubine nei palazzi vescovili. Questi ministri indegni spingono i fedeli nell’abisso, e i semplici sacerdoti sono caduti in un eccesso di corruzione, senza che possiamo escluderli dagli ordini sacri. Il sacerdozio è così disprezzato che siamo obbligati a reclutare ministri per il servizio di Dio tra simoniaci, adulteri e assassini. In passato, l’apostolo dichiarò degni di morte non solo coloro che commettevano crimini, ma anche coloro che li tolleravano! Cosa direbbe, se potesse tornare sulla terra e vedere il clero dei nostri giorni? La depravazione è così grande ora che i sacerdoti peccano con i propri figli! Questi miserabili prendono a pretesto le regole della corte di Roma e, poiché hanno una tariffa per crimini, li commettono in tutta sicurezza di coscienza.”
- Pietro si lamentò della leggerezza e dell’ineguaglianza di queste tariffe, e poi dichiarò ulteriormente:
“Dichiaro che i papi che hanno formulato queste leggi miserabili sono responsabili davanti a Dio per tutti i disordini della Chiesa; poiché i decreti del sinodo di Ancira condannano a venticinque anni di penitenza i semplici laici colpevoli del peccato della carne. San Basilio e Papa Siricio dichiararono indegno del sacerdozio chiunque fosse sospettato di questi crimini. Spero, quindi, che Vostra Santità, dopo aver consultato la legislazione della Chiesa e i dottori, prenda una decisione che reprima i disordini dei nostri sacerdoti.”
- L’unica istruzione che Leone fu in grado di inviare in merito fu che i peccati che Pietro aveva censurato “meritavano di essere puniti con tutto il rigore delle leggi penitenziali e con la privazione degli ordini; ma che il numero di chierici colpevoli rendeva tale procedimento impraticabile e lo obbligava a preservare anche il criminale nella Chiesa”.
- Alcuni Normanni erano penetrati in Italia e avevano preso possesso della provincia di Puglia. Leone IX guidò personalmente un esercito per scacciarli e prendere possesso di quella provincia per il papato. Il 16 giugno 1053, il suo esercito fu completamente sconfitto ed egli fu fatto prigioniero. I Normanni erano tutti devoti cattolici: e sebbene prigioniero, a Leone fu comunque permesso di gestire gli affari del papato. Il patriarca di Costantinopoli aveva scritto una lettera in cui menzionava alcuni punti di divergenza tra la Chiesa romana e quella orientale. Questa lettera fu portata all’attenzione di Leone, il quale scrisse al patriarca quanto segue:
“Mi assicurano, indegno prelato, che tu spingi la tua audacia fino a condannare apertamente la Chiesa latina, perché celebra l’eucaristia con pane azzimo. Secondo la tua opinione, il romano pontefice, dopo aver esercitato il potere sovrano per dieci secoli interi, dovrebbe imparare dal vescovo di Costantinopoli il modo corretto di onorare il suo divino maestro. Ignori forse che i papi sono infallibili, che nessuno ha il diritto di giudicarli e che spetta alla Santa Sede condannare o assolvere re e popoli? Lo stesso Costantino decretò che era indegno della divina maestà che il sacerdote, a cui Dio aveva dato l’impero del cielo, fosse sottomesso ai principi della terra. Non solo diede a Silvestro e ai suoi successori l’autorità temporale, ma concesse loro persino ornamenti, ufficiali, guardie e tutti gli onori annessi alla dignità imperiale. Affinché non ci accusiate di aver fondato il nostro potere sull’ignoranza e la falsità, vi inviamo una copia dei privilegi che Costantino aveva concesso alla Chiesa Romana.” [252]
- L’imperatore d’Oriente, Costantino Monomaco, scrisse a Leone una lettera molto favorevole, alla quale il papa rispose così:
“Principe, vi lodiamo per esservi inchinati al nostro potere supremo e per essere stati i primi a proporre di ristabilire la concordia tra il vostro impero e la nostra Chiesa; poiché, in questi tempi deplorevoli, tutti i cristiani dovrebbero unirsi per sterminare quella nazione straniera che desidera ergersi in opposizione a noi, vicario di Dio. Questi Normanni, nostri nemici comuni, hanno messo a morte i nostri fedeli soldati sotto le loro spade; hanno invaso il patrimonio di San Pietro, senza riguardo per la santità della nostra residenza; hanno forzato conventi, massacrato monaci, violato vergini e bruciato chiese. Questo popolo selvaggio, nemico di Dio e degli uomini, ha resistito alle preghiere, alle minacce e agli anatemi della Santa Sede; questi barbari, induriti dal saccheggio e dall’omicidio, non temono più la vendetta divina. Siamo stati costretti a chiamare aiuto da ogni parte per domare queste orde settentrionali; e noi stessi, alla testa di un esercito, abbiamo desiderato marciare contro di loro e unirci al vostro fedele servitore, il duca di Argira, per conferire con lui sulla loro cacciata dall’Italia; ma questi demoni incarnati ci hanno improvvisamente attaccato, hanno fatto a pezzi tutte le nostre truppe e si sono impossessati della nostra sacra persona. La loro vittoria, tuttavia, ha suscitato in loro grande timore e dubitano che i principi cristiani possano venire a schiacciarli e liberarci dalle loro mani.
“Non vacilleremo nella santa missione che Dio ci ha affidato: non cesseremo di aizzare altri popoli contro di loro, al fine di sterminare questa razza malvagia. Non imiteremo i nostri predecessori, quei vescovi mercenari, che erano più impegnati nelle loro dissolutezze che negli interessi della Chiesa Romana. Da parte nostra, è nostro desiderio ristabilire la Santa Sede nel suo antico splendore, e non risparmieremo né oro né sangue per rendere il nostro trono degno della maestà di Dio. L’imperatore Enrico, nostro caro figlio, sta già avanzando in nostro aiuto con un potente esercito; e speriamo che tu stesso coprirai presto il Bosforo con le tue vele, allo scopo di sbarcare i tuoi soldati sulle coste della Puglia. Cosa dovrei ora sperare, con un aiuto così potente, per la gloria della Santa Sede!”
- In un’altra lettera al patriarca di Costantinopoli, disse:
“Si dice che tu sia un neofita e che non sia salito, seguendo i passi dovuti, all’episcopato. Si dice che tu abbia osato minacciare i patriarchi di Alessandria e Antiochia, privandoli delle loro antiche prerogative, per sottometterli al tuo potere, e che, con un’usurpazione sacrilega, tu abbia preso il titolo di vescovo universale, che appartiene solo al vescovo di Roma. Così, nel tuo orgoglio, osi paragonarti a noi e contestare la nostra infallibilità, disprezzando le decisioni dei Padri e dei concili ortodossi; e persino contro gli apostoli. Infine, perseguiti i fedeli che ricevono l’eucaristia con pane azzimo, con il pretesto che Gesù Cristo abbia usato pane lievitato nell’istituire il sacramento dell’altare. Ti avverto, quindi, che le tue empie dottrine saranno anatemizzate dai nostri legati e che la tua condotta sarà pubblicamente condannata, se persisti nel rifiutare di prestarci giuramento di obbedienza.” [253]
- Il patriarca non volle cedere al papa. L’imperatore cercò di costringerlo a sottomettersi, ma egli disse all’imperatore che avrebbe potuto rimuoverlo dal patriarcato, ma nessun potere al mondo avrebbe mai potuto indurlo a tradire la sua fiducia sottomettendo la sede della città imperiale di Costantinopoli a quella di Roma. Di conseguenza, la minaccia di Leone fu messa in atto dai suoi legati a Costantinopoli il 16 luglio 1054, pronunciando una lunga accusa e una scomunica contro il patriarca di Costantinopoli e “tutti coloro che da allora in poi avrebbero ricevuto il sacramento amministrato da qualsiasi greco che avesse trovato da ridire sul sacrificio o sulla messa dei Latini”. Pochi giorni dopo, a questa sentenza ne seguì un’altra con le parole: “Chiunque troverà da ridire sulla fede della Santa Sede di Roma e sul suo sacrificio, sia anatemizzato e non considerato un cristiano cattolico, ma un eretico prozimita. Fiat, fiat, fiat!” (Bower’s “Lives of the Popes”, Leo IX, par.5 dalla fine).
- Tuttavia, prima che queste scomuniche fossero effettivamente pronunciate, la carriera di Leone si era conclusa, essendo morto il 19 aprile 1054. Il popolo di Roma non avrebbe intrapreso alcun passo verso l’elezione di un nuovo papa senza l’esplicito ordine dell’imperatore. Pertanto, inviò un suddiacono, Ildebrando, all’imperatore in Germania, per chiedergli di nominare colui che avrebbe ritenuto più degno. Ildebrando aveva già deciso, nella sua mente, chi dovesse essere scelto – una persona a cui era difficilmente possibile che l’imperatore potesse opporsi – Gebhard, vescovo di Eichstadt, il principale consigliere dell’imperatore. Ildebrando attirò a sé i prelati di Germania, che implorarono l’imperatore di nominare Gebhard. Gebhard fu scelto; e fu insediato come papa:
VITTORIO II, 13 APRILE 1055 – 28 LUGLIO 1057.
- Nel 1056 l’imperatore Enrico III, rendendosi conto che la sua fine si stava avvicinando, chiamò il papa in Germania. L’imperatore affidò al papa la cura del suo giovane figlio Enrico IV, che allora aveva circa cinque anni, e morì il 5 ottobre. La vedova dell’imperatore fu nominata reggente durante la minore età del figlio. Ma con Papa Vittorio come principale consigliere della vedova, e anche praticamente tutore del bambino, il papa era praticamente imperatore oltre che papa di fatto. E questo fu riconosciuto dal papa. Poiché “l’ambizione di Vittorio crebbe con il suo potere, le sue concessioni assunsero un tono più elevato; il trono apostolico di Pietro, il capo degli apostoli, è innalzato al di sopra di tutti i popoli e di tutti i regni, affinché egli possa sradicare e distruggere, piantare e costruire in suo nome”; ma “morì improvvisamente ad Arezzo, e con lui spirarono tutti questi magnifici progetti di governo universale” – (Milman. “Latin Christianity”, vol.III, libro VI, cap.3, par.8). [254]
Gli successe Federico di Lorena, che era stato cancelliere del papato e uno dei legati a Costantinopoli per pronunciare contro il patriarca di Costantinopoli la scomunica lanciata da Leone IX. Federico regnò come papa:
STEFANO X, 2 AGOSTO 1057 — 29 MARZO 1058.
- Il nuovo papa tentò di riformare il clero e tenne diversi concili sull’argomento. Ma, come nei tentativi precedenti, tutto ciò che si fece fu emanare canoni che condannassero le loro pratiche. Nominò cardinale Pietro Damiani, il monaco che aveva scritto così chiaramente a Leone IX sulla condizione del clero. E come cardinale, Pietro continuò a denunciare le cattive pratiche del clero. Scrisse:
“La disciplina ecclesiastica è ovunque abbandonata; i canoni della Chiesa sono calpestati; i sacerdoti si affaticano solo per soddisfare la loro cupidigia o per abbandonarsi all’incontinenza. I doveri dell’episcopato consistono solo nell’indossare vesti ricoperte d’oro e pietre preziose, nell’avvolgersi in pellicce preziose, nel possedere cavalli da corsa nelle scuderie e nell’uscire con una numerosa scorta di cavalieri armati. I prelati dovrebbero, al contrario, dare l’esempio per la purezza della loro morale e di tutte le virtù cristiane. Le sventure colpiscono coloro che conducono una vita condannabile e gli anatemi coloro che tramano per la dignità dei vescovi a fini colpevoli. Vergogna agli ecclesiastici che abbandonano la patria, seguono gli eserciti dei re e diventano cortigiani dei principi, per ottenere, a loro volta, il potere di comandare gli uomini, e di sottometterli al loro potere! Questi preti corrotti sono più sensibili alle dignità terrene che alle ricompense celesti promesse dal Salvatore; e per ottenere le sedi vescovili sacrificano anima e corpo. Sarebbe tuttavia meglio per loro acquistare apertamente le sedi episcopali, poiché la simonia è un crimine meno grave dell’ipocrisia. Le loro mani impure sono sempre aperte a ricevere doni dai fedeli; le loro teste sono sempre all’opera per inventare nuovi modi per spremere il popolo, e le loro lingue viperine sono prodighe, giorno e notte, di adulazioni ai tiranni. — Così dichiaro i vescovi che sono diventati schiavi dei re, tre volte simoniaci e tre volte dannati!
- Prima di morire, Stefano aveva chiesto al clero di promettere che non avrebbero scelto un papa prima del ritorno di Ildebrando, che si trovava allora in Germania. Ma, non appena Stefano fu morto, un forte partito, guidato dai conti di Tuscolo, scelse il vescovo di Veletri; e, contro l’opposizione dei cardinali, lo insediarono di notte come papa:
BENEDETTO X, DA APRILE A DICEMBRE 1058.
Ma quando Ildebrando tornò dalla Germania, fece eleggere papa l’arcivescovo di Firenze, che assunse il titolo di:
NICOLA II, DA GENNAIO 1059 A 22 LUGLIO 1061.
- Quindi ancora una volta c’erano due papi contemporaneamente. Interrogato su quale di questi fosse il vero papa, a cui si dovesse obbedire, Pietro Damiani rispose:
“Colui che ora è sulla Santa Sede fu intronizzato di notte da truppe di uomini armati, che lo fecero eleggere distribuendo denaro tra il clero. Il giorno della sua nomina, le patine, le sante pissidi e i crocifissi del tesoro di San Pietro furono venduti in tutta la città. La sua elezione fu allora violenta e simoniaca. Egli sostiene nella sua giustificazione di essere stato costretto ad accettare il pontificato; e non affermerei che non sia così; perché il nostro papa è così stupido che non sarebbe affatto straordinario se ignorasse gli intrighi che i conti di Tuscanella hanno condotto in suo nome. È colpevole, tuttavia, di essere rimasto nell’abisso in cui è stato gettato e di essere stato ordinato da un arciprete il cui l’ignoranza è così grande che non riesce a leggere una riga senza scriverne ogni sillaba. Sebbene l’elezione di Niccolò II non sia stata del tutto regolare, mi sottometterei più volentieri all’autorità di questo pontefice, perché è sufficientemente letterato, possiede una mente attiva, una morale pura ed è pieno di carità. Tuttavia, se l’altro papa potesse comporre una riga, non dirò un salmo, ma persino un’omelia, non mi opporrei a lui e gli bacerei i piedi.” [255]
- Niccolò convocò un concilio a Firenze, a cui parteciparono i cardinali e la maggior parte dei vescovi d’Italia, per discutere come ottenere il possesso del soglio papale a Roma. Il concilio dichiarò all’unanimità che Niccolò era stato legittimamente eletto e pronunciò una sentenza di scomunica contro Benedetto X. E, poiché Niccolò e il suo concilio godevano del sostegno del Duca Goffredo di Lorena, in qualità di rappresentante dell’imperatore, Benedetto cedette senza ulteriori contestazioni. La scomunica fu revocata: fu deposto dal sacerdozio e costretto a trascorrere il resto dei suoi giorni in un monastero.
- Niccolò convocò un concilio a Roma e si adoperò, come di consueto, per riformare il clero, ottenendo i consueti risultati. Riguardo a coloro che si erano guadagnati la carica clericale tramite corruzione, egli fu costretto a confessare:
“Quanto a coloro che sono stati ordinati per denaro, la nostra clemenza permette loro di conservare le dignità a cui sono stati promossi; perché la moltitudine di questi ecclesiastici è così grande che, osservando il rigore dei canoni nei loro confronti, lasceremmo quasi tutte le chiese senza sacerdoti.”
- Con questo concilio l’elezione del papa fu tolta al popolo, e persino al clero in generale, e fu limitata ai cardinali: sebbene al popolo fosse lasciato un vago diritto di approvazione. Il concilio inflisse una grave maledizione a chiunque avesse ignorato questa nuova legge. Dichiararono contro di lui una scomunica irrevocabile e che sarebbe stato annoverato tra i malvagi per tutta l’eternità. Si concluse con le seguenti parole:
“Possa egli sopportare l’ira del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e quella di San Pietro e San Paolo, in questa vita e nell’altra! Possa la sua casa essere desolata e nessuno abiti nelle sue tende! Siano i suoi figli orfani, sua moglie vedova, i suoi figli emarginati e mendicanti! Possa l’usuraio consumare le sue sostanze, lo straniero raccogliere le sue fatiche; possano tutto il mondo e tutti gli elementi fargli guerra, e i meriti di tutti i santi che dormono nel Signore confonderlo e infliggergli vendetta visibile durante questa vita! Chiunque, d’altra parte, osserverà questa legge, per l’autorità di San Pietro, sarà assolto da tutti i suoi peccati.”
- Niccolò fece pace con i Normanni, con grande vantaggio del papato, sia spiritualmente che temporalmente. Infatti, al papa, il famoso normanno Roberto il Guiscardo prestò il seguente giuramento di fedeltà:
“Io, Roberto, per grazia di Dio e di San Pietro, duca di Puglia e Calabria, e futuro duca di Sicilia, prometto di pagare a San Pietro, a te, papa Niccolò, mio signore, ai tuoi successori, o a te e ai loro nunzi, dodici denari, moneta di Pavia, per ogni giogo di buoi, come riconoscimento per tutte le terre che io stesso detengo e possiedo, o che ho dato in possesso a qualcuno degli ultramontani; questa somma sarà pagata annualmente la domenica di Pasqua da me, dai miei eredi e successori, a te, papa Niccolò, mio signore, e ai tuoi successori. Così mi aiuti Dio e questi suoi santi Vangeli.” (Bower’s “Lives of the Popes”, Nicholas II, par.10).[256]
- Alla morte di Niccolò, il clero e il popolo si divisero nuovamente in due potenti fazioni, ciascuna delle quali lottava vigorosamente per ottenere il potere derivante dall’elezione del papa. Nessuna delle due fazioni riuscì a prevalere immediatamente, quindi furono inviati messaggeri in Germania, alla corte del giovane imperatore, per chiedere al consiglio imperiale di nominare un papa. Ma, per qualche ragione, i messaggeri non riuscirono a ottenere udienza alla corte imperiale e furono costretti a tornare con i sigilli delle loro lettere intatti. Ildebrando compì quindi l’audace passo di far eleggere un papa senza alcuna comunicazione da parte della corte imperiale; e il nuovo papa fu debitamente insediato come:
ALESSANDRO II, 7 OTTOBRE 1061 — 21 APRILE 1073.
La fazione avversa inviò messaggeri all’imperatore: un concilio fu riunito a Basilea, che dichiarò Alessandro deposto; e poi elesse come suo successore il vescovo di Parma, che fu proclamato e consacrato papa:
ONORIO II, 28 OTTOBRE 1061 — 1066.
- Questo Onorio è descritto dal Cardinale Damiani come “chiaramente un perturbatore della Chiesa, il sovvertitore della disciplina apostolica, il nemico della salvezza umana… la radice del peccato, l’araldo del diavolo, l’apostolo dell’anticristo. E cosa dovrei dire di più? È una freccia dalla faretra di Satana, il bastone di Assur, un figlio di Belial, il figlio della perdizione che si oppone ed esalta al di sopra di tutto ciò che è chiamato Dio, o che è adorato: l’abisso della lascivia, il naufragio della castità, l’obbrobrio del cristianesimo, l’ignominia del sacerdozio, la progenie delle vipere, il fetore del mondo, la sozzura della razza, la vergogna dell’universo,… un viscido serpente, un serpente contorto, una fossa di crimine, la feccia [latino, sentina, – acqua di sentina] del vizio, l’abominio del cielo, reietto dal Paradiso, cibo per il Tartaro, la stoppia del fuoco eterno.” Questo non esaurisce l’elenco delle imprecazioni rivolte dal cardinale al nuovo papa; ma è sufficiente a dare un’idea del carattere di Onorio II, o dello stesso cardinale Damiani: forse di entrambi. [257]
- Essendo ora due papi, la questione successiva da risolvere, ovviamente, era quale dovesse essere il papa unico. Onorio II, con un esercito, marciò da Basilea direttamente a Roma. Papa Alessandro fuggì, ma il Duca Goffredo, che aveva sposato la sua causa, incontrò l’esercito di Onorio e lo sconfisse. Lo stesso Onorio fu fatto prigioniero, ma corruppe i suoi carcerieri e fuggì. Quando Alessandro apprese della sconfitta di Onorio, tornò a Roma e assunse la sede papale. Onorio aveva radunato un esercito più forte e, nella primavera del 1062, marciò di nuovo in Italia, dove fu accolto con gioia da un gran numero di vescovi delle città longobarde. Il vescovo di Albi si recò a Roma come emissario di Onorio e ambasciatore dell’imperatore. Lì operò con impegno, con la parola e con il denaro, negli interessi di Onorio. Ci fu una grande assemblea nell’ippodromo, alla quale papa Alessandro apparve a cavallo. Lì, alla presenza di tutti, il vescovo di Albi accusò papa Alessandro II: “Hai ottenuto la tua elezione al papato con l’aiuto di Normanni, ladri e tiranni, e con una corruzione notoria. Ildebrando, figlio di Simone Mago, era il principale agente di questa detestabile merce, per la quale sei incorso nella dannazione davanti a Dio e agli uomini”. Gli ordinò di recarsi alla corte dell’imperatore per fare penitenza. Alessandro rispose che, ricevendo l’incarico di papa, non aveva tradito la sua fedeltà all’imperatore e che avrebbe inviato il suo legato alla corte di Enrico. Poi, tra le urla della folla: “Via, lebbroso! Fuori, miserabile! Vattene, odioso!”, Alessandro se ne andò a cavallo.
- I sostenitori di Alessandro risposero alla corruzione con la corruzione. Ciononostante, il vescovo di Albi riuscì a formare a Roma un potente partito a sostegno di Onorio; e, nel frattempo, Onorio marciava con il suo esercito verso Roma. Mentre si avvicinava, l’esercito di papa Alessandro uscì dalla città per incontrarlo. Nella battaglia, l’esercito di Alessandro fu sconfitto e fu costretto a rifugiarsi all’interno delle mura di Roma. L’esercito di Onorio non era sufficientemente potente per forzare le porte o le mura, e si accampò nel territorio del conte di Tuscolo, nipote del famoso Alberico, figlio di Marozia. Proprio in quel momento il duca di Toscana, che non si era schierato da nessuna delle due parti in questa disputa papale, si presentò con un esercito più potente di quello di entrambi i papi e chiese che le ostilità cessassero, che i papi rivali si ritirassero, ciascuno nella propria città, e attendessero la decisione dell’imperatore sulle rispettive rivendicazioni.
- In quel periodo anche i sostenitori di Alessandro, in Germania, avevano compiuto un potente colpo in suo favore: i principali arcivescovi e nobili avevano, con la forza, sottratto il giovane imperatore dalle cure della madre alle proprie mani. E ora, in suo nome, si riunì un concilio ad Augusta, in cui il cardinale Damiani fu il principale difensore di Alessandro. Egli giustificò l’azione degli arcivescovi, che avevano messo da parte la madre dell’imperatore e lo avevano preso sotto il proprio controllo, con l’argomento che “negli affari temporali la madre dell’imperatore poteva guidare il figlio, ma la Chiesa Romana era la madre dell’imperatore in un senso superiore, e in quanto sua legittima tutrice doveva agire per lui nelle questioni spirituali”. Il concilio si pronunciò a favore di Alessandro II e lo dichiarò legittimo papa, al quale spettavano tutti i poteri del papato.
- Tuttavia, Onorio era ancora vivo, aveva i suoi amici e persino il suo esercito, e uno dei suoi amici occupava persino Castel Sant’Angelo, a Roma. Nella primavera del 1063, su sollecitazione dei suoi sostenitori a Roma, Onorio condusse di nuovo il suo esercito in quella città. La sua fazione controllava le porte di una parte della città, e Onorio poté entrare in città senza combattere. Le truppe di Alessandro tenevano le altre parti della città; fu combattuta una battaglia: Onorio fu sconfitto e si rifugiò a Castel Sant’Angelo, dove si mantenne per due anni. “Roma aveva due papi con le loro truppe armate che si sfidavano a vicenda dai quartieri opposti della città. I tuoni spirituali — ognuno, naturalmente, e ognuno nel suo sinodo, aveva scagliato la sua più severa scomunica contro l’altro — furono soffocati dal frastuono più forte delle armi.” – (Milman, “History of Latin Christianity”, vol.III, libro VI, cap.3, par.30 della fine). [258]
- Nel maggio del 1064, un altro concilio fu convocato per decidere nuovamente la questione su chi fosse il legittimo papa. Questo concilio si riunì a Mantova, in Lombardia. I papi rivali furono convocati a comparire al concilio. Alessandro, sapendo che i dirigenti del concilio gli erano favorevoli, vi andò. Onorio si rifiutò di andarci, dichiarando che nessun potere poteva legittimamente convocarlo, poiché la sua elezione era stata regolarmente compiuta da un concilio e confermata dall’autorità imperiale. Il concilio dichiarò Alessandro II papa legittimo. Una parte dell’esercito di Onorio fece irruzione nella città di Mantova mentre il concilio era in corso. Ma il duca Goffredo aveva accompagnato Alessandro con un esercito, garantendone la sicurezza, e questi scacciò i soldati di Onorio. I sostenitori episcopali di Onorio in Lombardia abbandonarono la sua causa e implorarono il perdono del concilio. Ma Onorio II mantenne il titolo di papa fino al giorno della sua morte, nel 1066, e Alessandro II regnò in pace papale per sette anni, fino al 21 aprile 1073, quando morì anche lui e gli successe il monaco Ildebrando, come papa:
GREGORIO VII.
CAPITOLO 16 – LA SUPREMAZIA PAPALE
Da Gregorio VII [1073 – 1085] a Callisto II [1119 – 1124]
[259] Ildebrando Contro il Clero Sposato – Il Significato di “Gregorio VII” – Il Piano Teocratico di Ildebrando – Gregorio VII Concepisce le Crociate – La Guerra Contro il Matrimonio – I Guai Inflitti da Gregorio VII – La Guerra delle Investiture – Gregorio Convoca Enrico IV – Enrico IV al Papa – Gregorio Scomunica Enrico – L’Impero Contro Enrico IV – Enrico a Canossa – Enrico Liberato dalla Scomunica – Viene Eletto un Re Rivale – Gregorio Scomunica di Nuovo Enrico – Enrico IV Vincitore – Roma in Rovina: Gregorio Muore – Massime di Gregorio VII – Origine delle Crociate – Discorso di Papa Urbano sulla Crociata – Ricompensa e Carattere dei Crociati – La Prima Crociata – La Cattura di Gerusalemme – Carattere delle Crociate – La Guerra delle Investiture Rinnovata – Papa Pasquale II: Re Enrico V – Enrico V Cattura il Papa – Il Papa Cede a Enrico V – Il Contributo di Pasquale al Papato – Il Papato nel XII Secolo.
- Il regno di Gregorio VII fu di tale carattere da segnare un’epoca, persino nel corso del papato. Fu il papato a restaurare l’Impero d’Occidente. Fu dal papa che Carlo Magno fu proclamato imperatore. Carlo Magno, e i suoi successori per un lungo periodo, ricevettero dalle mani del papa la corona imperiale. Per un certo periodo, infatti, a causa dell’anarchia dei tempi, i papi avevano avuto la possibilità persino di scegliere, oltre che di incoronare, l’imperatore. Ma, per un lungo periodo, fino all’epoca di Gregorio VII, il papato in sé si era degradato a tal punto che, invece di essere i papi a scegliere gli imperatori, era toccato agli imperatori scegliere i papi. L’unico e fermo proposito di Gregorio VII era quello di invertire quest’ordine e di rendere nuovamente supremo il papato.
- È su questo tema che il nome di Ildebrando compare per la prima volta nella storia. Quando, a causa delle sue enormi crudeltà e oppressioni, papa Gregorio VI fu respinto dal popolo e persino dal clero di Roma e, a nome del clero e del popolo, dovette essere deposto ed esiliato dall’imperatore Enrico, Ildebrando, che all’epoca era solo un monaco, censurò pubblicamente il Concilio di Sutri, che aveva concesso all’imperatore il potere di deporre il papa. In quel periodo, il monaco Ildebrando si stabilì nel monastero di Cluny, in Borgogna, di cui divenne presto abate. Quando Leone IX fu eletto papa dall’imperatore e dalla sua Dieta a Worms, mentre era in viaggio verso Roma, si fermò al monastero di Cluny. Lì Ildebrando attaccò Leone con il suo proposito di sottomettere l’autorità dell’imperatore a quella dei papi. Fino a quel momento, durante il suo viaggio, Leone aveva viaggiato come papa, in abiti papali, con quattro vescovi al suo seguito. Ildebrando lo convinse a mettere da parte tutto questo, non a rinunciare all’ufficio di papa in sé, ma solo al riconoscimento del suo conferimento da parte dell’imperatore. Lo convinse a compiere il resto del viaggio come un semplice pellegrino e a presentarsi a Roma al popolo, come se dipendesse unicamente dalla sua voce per l’ufficio pontificio. [260]
- Ildebrando ebbe un tale successo nell’abbazia di Cluny nell’imporre a Leone il suo piano, che fece seguire a questo successo l’abbandono della sua abbazia e del suo abbaziato, andando con Leone a Roma e rimanendovi permanentemente. Non si può affermare con certezza se Ildebrando avesse allora, o anche per qualche tempo dopo, formulato l’intenzione di diventare papa lui stesso, sul trono. Ma si può affermare con certezza che aveva formulato la ferma determinazione che, ovunque si trovasse e qualsiasi cosa facesse, per quanto il suo potere potesse essere spinto ad arrivare, il papato sarebbe stato supremo. E a Roma, sebbene non fosse papa sul trono, Ildebrando divenne papa dietro il trono. Mantenne il suo potere su Leone IX. Alla morte di Leone, fu l’ambasciatore che andò in Germania e ottenne la nomina di Vittorio II. Ebbe così tanto successo nel mantenere saldamente questa linea di condotta che divenne di pubblico dominio il fatto che Ildebrando fosse il papa del papa. Al tempo di Alessandro II, il cardinale Damiana scrisse a Ildebrando: “Tu fai di questo un Signore: quello ti fa Dio”. “Io sono più soggetto al signore del papa che al signore papa”.
- Un altro obiettivo a cui Ildebrando era devoto, e che era essenziale per il suo grande progetto di supremazia del papato, era il celibato assoluto e universale del clero. Il monachesimo era, ovviamente, sempre contrario al matrimonio. Tutti i membri del clero che erano monaci erano quindi celibi. E tutti i papi che erano anche monaci si erano schierati fermamente contro il matrimonio; e i papi che non erano monaci mantenevano rigidamente ciò che avevano fatto quelli che erano monaci. Nel 748 Bonifacio, il monaco missionario papale in Germania, dopo una lunga guerra contro il clero sposato in Francia, nella quale era fermamente sostenuto da Carlo Martello e da suo figlio Carlomanno, fu costretto ad ammettere che il clero sposato, sebbene espulso da ogni legame con la Chiesa, era “molto più numeroso di coloro che fino ad allora erano stati costretti a conformarsi alle regole”. Espulsi dalle chiese, ma sostenuti dal popolo simpatizzante, svolgevano il loro ministero nei campi e nelle capanne dei contadini, che li nascondevano alle autorità ecclesiastiche. Questa non è la descrizione di semplici mondani sensuali, ed è probabile che a quel tempo la persecuzione avesse schierato i maldisposti dalla parte dei vincitori. Coloro che esercitavano il loro ministero in segreto e in miseria, mantenendo la venerazione del popolo, erano quindi uomini che si credevano onorevolmente e legittimamente sposati, e che erano incapaci di sacrificare moglie e figli per vantaggi mondani o in cieca obbedienza a una regola che per loro era nuova, innaturale e indifendibile.” – (Lea. “History of Sacerdotal Celibacy”, cap.IX, par.14).
- Per quanto grave potesse essere la licenziosità del clero non sposato, essere sposati e vivere onorevolmente con una moglie era denunciato come un peccato più grave di tutto questo. Era insegnamento positivo della Chiesa che chi era colpevole di praticare la licenziosità, “sapendo che era sbagliato, era molto meno criminale di chi si sposava credendo che fosse giusto”. – (Lea. Idem, cap.12, par.9 dalla fine). Quelli del clero che non erano monaci venivano designati come clero “secolare”. E sembrerebbe che di questi ce ne fossero di più rispetto al clero monastico. E nonostante la guerra perpetua dei monaci e dei papi contro il matrimonio del clero, al tempo di Gregorio VII c’erano ancora un gran numero di questi che riconoscevano, onoravano e godevano del vincolo matrimoniale. In Inghilterra, in Francia, in Normandia, in Germania, in Borgogna, in Lombardia e nel regno di Napoli, c’erano un gran numero di clero sposato, e persino a Roma ce n’erano alcuni. Fino al tempo di Niccolò II, tutto il clero del regno di Napoli, dal più alto al più basso, viveva apertamente e onorevolmente con le proprie mogli legittime. [261]
- “Nonostante il pio fervore che abitualmente stigmatizzava le mogli come prostitute e i mariti come adulteri, Damiani stesso ci permette di vedere che il rapporto matrimoniale era preservato con assoluta fedeltà da parte delle donne, ed era compatibile con la cultura, la decenza e la rigorosa attenzione al dovere religioso da parte degli uomini. Esortando le mogli a lasciare i mariti, ritiene necessario combattere i loro scrupoli nel rompere quello che per loro era un impegno solenne, corroborato da tutte le disposizioni legali e i riti religiosi, ma che egli definisce una cerimonia frivola e priva di significato. Così, nel deplorare la pratica abituale del matrimonio tra il clero piemontese, la considera l’unica macchia sugli uomini che altrimenti gli apparivano come un coro di angeli e come luci splendenti nella Chiesa.” (Idem, par.9 dalla fine). Ma tutto questo era il fermo proposito di Ildebrando di distruggerlo completamente e universalmente. Il ruolo e il potere di Ildebrando negli affari del papato sono il segreto dei concili e degli sforzi di Leone IX, Stefano X, Niccolò II e Alessandro II contro il matrimonio, o come lo chiamavano loro, il “concubinato e adulterio” del clero. Fu il favoreggiamento del matrimonio del clero la causa principale per cui Onorio II fu così aspramente denunciato dal cardinale Damiani.
- Il giorno dopo la morte di Alessandro II, mentre Ildebrando, in qualità di arcidiacono, celebrava il funerale, si levò il grido, subito ripreso dalla moltitudine: “Ildebrando è papa”. San Pietro sceglie l’arcidiacono Ildebrando.” I servizi funebri così interrotti furono abbandonati fino a quando Ildebrando non fu insediato al suo nuovo ufficio e, vestito di porpora, fu insediato sul trono papale, il 22 aprile 1073, come:
GREGORIO VII.
La sua stessa scelta del nome papale fu un segnale di quello che sarebbe stato il suo atteggiamento nei confronti dell’autorità imperiale. Il nome scelto, Gregorio VII, fu l’aperta approvazione del pontificato di Gregorio VI, che era stato deposto ed esiliato dall’imperatore, azione che Ildebrando, il monaco, aveva all’epoca pubblicamente censurato.
- Questa aperta approvazione del pontificato di Gregorio VI da parte di questo “Cesare del papato” è degna di nota anche per un altro aspetto: Gregorio VI era il sacerdote Giovanni Graziano (pagina 323) che aveva accumulato così tante ricchezze “per usi pii”, che impiegò nel “pio uso” di acquistare il papato quando fu messo all’asta da quel triplice papato, Benedetto IX, Giovanni XX e Silvestro III. Pertanto, quando Ildebrando scelse il nome di Gregorio VII, non solo schernì l’autorità imperiale che aveva deposto Gregorio VI, ma appose la sua approvazione papale sull’intero corso di Gregorio VI. Con ciò, Gregorio VII pose il sigillo papale di legittimità sull’ordine delle cose grazie al quale si arrivò a un Gregorio VI. E con ciò sia stabilito dalla più alta autorità papale possibile che non possa esserci nulla come un’illegittima ascesa al papato. Dal papato stesso si certifica così che nelle sue questioni, “qualunque cosa sia, è giusta”. [262]
- Per quanto Gregorio VII odiasse qualsiasi dipendenza del papato dalla sanzione dell’autorità imperiale, la situazione del papato in quel momento lo costrinse a sottomettersi all’autorità imperiale, a corteggiarne il favore e persino a sollecitarne l’approvazione per la sua elevazione al soglio pontificio. Durante la maggior parte del regno del suo immediato predecessore c’erano stati due papi, e di conseguenza una guerra; e ora l’imperatore era pronto a eleggere un papa in opposizione a Gregorio VII. Per sfuggire a un simile evento e alle sue conseguenze, Gregorio fu costretto a sottoporre all’approvazione dell’imperatore le sue pretese sulla sede papale, sebbene fosse già stato eletto papa. Il giorno successivo alla sua elezione inviò messaggeri a Enrico IV in Germania, per annunciargli quanto era accaduto; e “che, sebbene non fosse stato in grado di resistere al fervente desiderio, o meglio alla violenza, del popolo romano, non si era lasciato consacrare senza l’approvazione e il consenso del re. Pertanto, Enrico inviò immediatamente il conte Eberardo a Roma, con l’ordine di informarsi sul caso se l’elezione di Ildebrando fosse canonica; e in caso contrario, di far eleggere un altro al suo posto.” – (Bower. “Lives of the Popes”, Gregory VII, par.1). Gregorio riuscì a soddisfare il conte Eberardo, che tornò con un rapporto favorevole a Enrico, il quale inviò quindi a Roma il cancelliere d’Italia, il vescovo di Vercelli, per confermare l’elezione di Gregorio e assistere alla sua consacrazione a papa.
- Così Gregorio VII mantenne il trono papale incontestato sia dall’autorità imperiale che da un papa rivale. E così confessò se stesso e il papato dipendenti dall’autorità imperiale per lo stesso potere che era determinato a usare per elevare se stesso e il papato al di sopra di tale autorità. E questa è solo la storia del piano di Gregorio: pur essendo determinato a esaltare il potere papale al di sopra di quello imperiale e a renderlo supremo e assoluto, non pensò mai, nemmeno per un istante, di rendere il papato indipendentedall’autorità imperiale. Il potere imperiale doveva essere il braccioarmato della Chiesa, essere diretto dalla volontà della Chiesa e brandito in nome della Chiesa. Ciò fu chiarito da Ildebrando durante il regno di Alessandro II nel 341, in una lettera che scrisse all’arcivescovo tutore del giovane imperatore Enrico IV, intorno all’anno 1062. Disse:
“Il potere reale e quello sacerdotale sono uniti in Gesù Cristo, in cielo. Dovrebbero ugualmente formare un’unione indissolubile sulla terra; poiché ciascuno ha bisogno dell’assistenza dell’altro per governare il popolo. Il sacerdozio è protetto dalla forza della regalità, e la regalità è aiutata dall’influenza del sacerdozio. Il re porta la spada per colpire i nemici della Chiesa; il papa porta i fulmini dell’anatema per schiacciare i nemici del sovrano. Che il trono e la Chiesa si uniscano allora, e il mondo intero sarà sottoposto alla loro legge”. (De Cormenin’s, “History of the Popes”, Alexander II).
- Questa teoria, più ampiamente formulata, è che “come Dio, in mezzo alla gerarchia celeste, governava gli spiriti beati in paradiso, così il papa, il Suo vicario, elevato al di sopra di sacerdoti, vescovi, metropoliti, regnava sulle anime degli uomini mortali. Ma come Dio è Signore della terra così come del cielo, così egli (l’imperator coelestis) deve essere rappresentato da un secondo viceré terreno, l’imperatore (imperator terrenus), la cui autorità sarà di e per questa vita presente. E come in questo mondo presente l’anima non può agire se non attraverso il corpo, mentre il corpo non è altro che uno strumento e un mezzo per la manifestazione dell’anima, così deve esserci un governo e una cura dei corpi degli uomini così come delle loro anime, sempre subordinati tuttavia al benessere di ciò che è più puro e più duraturo. È sotto l’emblema dell’anima e del corpo che il rapporto tra il potere papale e quello imperiale ci viene presentato per tutto il Medioevo”. [263]
- “Il papa, in quanto vicario di Dio nelle questioni spirituali, deve condurre gli uomini alla vita eterna; l’imperatore, in quanto vicario nelle questioni temporali, deve controllarli nei loro rapporti reciproci in modo tale che possano perseguire indisturbati la vita spirituale e raggiungere così lo stesso fine supremo e comune di felicità eterna. In vista di questo obiettivo, il suo dovere principale è quello di mantenere la pace nel mondo, mentre nei confronti della Chiesa la sua posizione è quella di avvocato, un titolo mutuato dalla pratica adottata da chiese e monasteri di scegliere un potente barone per proteggere le loro terre e guidare i loro affittuari in guerra. Le funzioni dell’avvocato sono duplici: in patria, per rendere il popolo cristiano obbediente al sacerdozio e per eseguire i loro decreti su eretici e peccatori; all’estero, per propagare la fede tra i pagani, non risparmiando l’uso di armi carnali. Così l’imperatore risponde in ogni punto al suo antitipo il papa, pur essendo il suo potere di rango inferiore, creato sull’analogia del papato, poiché il papato stesso era stato modellato sul precedente impero.
- “Il parallelo è valido anche nei dettagli; poiché proprio come abbiamo visto l’ecclesiastico assumere la corona e le vesti del principe secolare, così ora rivestì l’imperatore con i suoi paramenti ecclesiastici, la stola e la dalmatica, gli conferì un carattere clericale oltre che sacro, allontanò il suo ufficio da ogni restrittiva associazione di nascita o patria, lo inaugurò con riti, ognuno dei quali era un mezzo per simboleggiare e imporre doveri nella loro essenza religiosa. Così la Santa Romana Chiesa e il Sacro Romano Impero sono la stessa cosa, sotto due aspetti; e il Cattolicesimo, il principio della società cristiana universale, è anche Romanesimo; cioè, si fonda su Roma come origine e tipo della sua universalità; manifestandosi in un dualismo mistico che corrisponde alle due nature del suo Fondatore. In quanto divino ed eterno, il suo capo è il papa, al quale sono state affidate le anime; come umano e temporale, l’imperatore, incaricato di governare i corpi e le azioni degli uomini.” — (Bryce. “The Holy Roman Empire”, cap.7, par.12).
- Gregorio VII rivendicò non solo i domini che componevano il Sacro Romano Impero, ma anche quelli ben oltre: Inghilterra, Norvegia, Danimarca, Polonia, Boemia, Russia, Africa e praticamente persino l’intera terra; poiché tutto il territorio che si potesse conquistare ai pagani doveva essere tenuto in feudo dal papa. Scrisse ai re di Spagna che qualsiasi parte di quel dominio fosse stata conquistata ai musulmani doveva essere considerata come concessa ai conquistatori dal papa e tenuta dai conquistatori come vassallo del papa. E fu lui che, seguendo questa idea, concepì per primo l’idea delle Crociate. Infatti, conquistando così domini in Oriente, avrebbe avuto autorità ecclesiastica in Oriente e avrebbe potuto sperare di riportare persino l’intera Chiesa orientale sotto il potere del papato. [264]
- La concezione di Gregorio delle Crociate è chiarita in una lettera al re Enrico IV, come segue:
“Siamo stati informati, figlio mio, che i cristiani d’oltremare, perseguitati dagli infedeli e oppressi dalla miseria che li opprime, hanno inviato suppliche alla Santa Sede, implorando il nostro aiuto, affinché durante il nostro regno la fiaccola della religione non si estingua in Oriente. Siamo pervasi da un sacro dolore e aspiriamo ardentemente al martirio. Preferiamo esporre la nostra vita per proteggere i nostri fratelli, piuttosto che rimanere a Roma a dettare leggi al mondo, quando sappiamo che i figli di Dio stanno morendo in schiavitù. Di conseguenza, ci siamo impegnati a eccitare lo zelo di tutti i fedeli d’Occidente e a condurli al nostro seguito in difesa della Palestina. Gli Italiani e i Longobardi, ispirati dallo Spirito Santo, hanno già ascoltato con entusiasmo le nostre esortazioni, e più di cinquantamila guerrieri si stanno preparando per questa spedizione lontana, determinati a strappare il sepolcro di Cristo dalle mani degli infedeli. Sono ancora più deciso a condurre personalmente questa impresa, poiché la Chiesa di Costantinopoli chiede di essere riunita alla nostra, e tutti gli abitanti possono contare su di noi per porre fine alle loro dispute religiose. I nostri padri hanno visitato frequentemente queste province, per confermare la fede con parole sante; desideriamo a nostra volta seguire le loro orme, se Dio lo permette; ma poiché un’impresa così grande ha bisogno di un potente aiuto, chiediamo l’aiuto della vostra spada.” (De Cormenin’s, “History of the Popes”, Gregory VII).
- Scrisse anche “una lettera generale sullo stesso argomento a tutte le nazioni d’Occidente, in cui incitava i principi alla guerra santa contro gli infedeli, implorandoli di inviare ambasciatori a Roma, con i quali avrebbe potuto organizzare l’esecuzione di una spedizione oltremare. Gregorio, tuttavia, nonostante la sua ostinata perseveranza nel progetto di conquistare la Terra Santa, non poté metterlo in atto, a causa del rifiuto del re di Germania di unirsi a lui in questa pericolosa impresa. Il papa, temendo l’ambizione del principe se avesse abbandonato l’Italia per combattere gli infedeli, rinunciò ai suoi progetti e si dedicò solo ad aumentare la grandezza temporale della Santa Sede”. – (De Cormenin. Idem).
- L’anno successivo alla sua ascesa al soglio pontificio, Gregorio convocò un concilio a Roma, il 9 e il 10 marzo 1074, per iniziare la sua guerra contro il matrimonio del clero. In quell’assemblea, i seguenti decreti furono proposti dal papa e approvati, su sua richiesta, dai vescovi che la componevano:
- Che coloro che avessero ottenuto per simonia una qualsiasi dignità, ufficio o grado nella Chiesa, fossero esclusi dall’esercizio dell’ufficio così ottenuto.
- Che coloro che avessero acquistato chiese con denaro le abbandonassero e che nessuno da allora in poi presumesse di vendere o acquistare alcuna dignità ecclesiastica.
- Che i chierici sposati non svolgessero alcun ufficio clericale.
- Che il popolo non assistesse alla messa da loro celebrata, né ad alcuna altra funzione sacra.
- Che coloro che avevano mogli, o, come sono definite nel decreto, concubine, le ripudiassero, e che da allora in poi non venisse ordinato nessuno che non avesse promesso di osservare la continenza per tutta la vita.” (Bower’s, “Lives of the Popes”, Gregory VII, par.4). [265]
- Quanto a questi decreti relativi alla simonia, non ammontavano praticamente a nulla di più di quanto non fossero stati i decreti simili che erano stati così spesso emanati; poiché tutta la ricchezza della Chiesa non solo era ancora detenuta, ma Gregorio si aspettava che aumentasse notevolmente. “Secondo la legge rigorosa, il clero poteva ricevere tutto, non alienare nulla.” – (Milman. “Latin Christianity”, vol.III, libro VII, cap.1, par.15). E finché ciò fosse continuato, e persino aumentato, non avrebbe potuto esserci alcuna forza nella legislazione che lo proibisse, quando coloro che dovevano far rispettare la legge erano coloro che facevano le leggi e che commettevano le trasgressioni proibite dalle leggi che loro stessi avevano fatto. Ma, con i canoni che proibivano il matrimonio del clero, era diverso. Qui, nei monaci, un’orda immensa di persone si unì a lui per fare da spalla al papa nella condanna e nell’annientamento del matrimonio tra il clero. Eppure, nonostante tutto questo, ci fu un’opposizione aperta e universale da parte del clero sposato.
- I decreti di questo concilio furono inviati a tutti i vescovi di Francia e Germania, con l’ordine del papa di “esercitare tutto il loro potere e la loro autorità nel farli osservare rigorosamente in tutti i luoghi sotto la loro giurisdizione”. Alcuni vescovi si conformarono a tale ingiunzione al punto da far pubblicare i decreti del concilio in tutte le loro diocesi ed esortare il clero a conformarsi ad essi. Ma tale fu l’opposizione che incontrarono ovunque, che non ritennero opportuno esercitare la loro autorità o ricorrere ad alcun tipo di coercizione. Altri vescovi, soprattutto quelli sposati, invece di imporre l’osservanza del decreto papale, lo dichiararono ripugnante sia alla Scrittura che alla ragione. Tra questi c’era Ottone, vescovo di Costanza, che il papa convocò a Roma per questo motivo, come “incoraggiatore della fornicazione”. Il vescovo invece sosteneva che quel vizio e ogni sorta di impurità, da lui aborriti, venivano incoraggiati dal papa. Nello stesso momento in cui Gregorio scrisse a Ottone, invitandolo a Roma per rendere conto dei suoi scritti e della sua condotta, assolse il clero e il popolo di Costanza, con una lettera a loro indirizzata, da ogni obbedienza al loro vescovo, finché avesse persistito nella sua “disobbedienza a Dio e alla Sede Apostolica”. – (Bower. “Lives of the Popes”, Gregory VII, par.6).
- I vescovi e il clero sposati dichiararono che “se il papa avesse ostinatamente insistito sull’esecuzione del suo decreto, erano determinati ad abbandonare il sacerdozio piuttosto che le loro mogli; e Sua Santità avrebbe potuto allora vedere dove avrebbe potuto trovare degli angeli per governare la Chiesa, poiché rifiutava il ministero degli uomini”. Il papa inviò quattro vescovi come suoi legati in Germania, per tenere un concilio e far sì che i vescovi eseguissero i decreti del concilio. Re Enrico incontrò i legati a Norimberga, li ricevette e li trattò con il massimo rispetto possibile. Ma li sconsigliò di tenere un concilio, perché l’arcivescovo di Magonza era il legittimo legato papale in Germania, e quindi solo lui aveva il diritto di convocare e presiedere tutti i concili tenuti in Germania. E lui, in quanto sovrano, non poteva esigere che i vescovi di Germania partecipassero a un concilio presieduto da un altro che non fosse l’arcivescovo di Magonza. [266]
- I legati di Gregorio ignorarono il consiglio di Enrico e tentarono di convocare il loro concilio. Ma i vescovi tedeschi dichiararono all’unanimità che non avrebbero partecipato a nessun concilio convocato da nessuno se non dall’arcivescovo di Magonza, né avrebbero rispettato i decreti di un concilio che egli non avesse presieduto come legato. Ciò causò di fatto la sconfitta dei decreti del concilio di Gregorio, che decise di convocarne un altro. Di conseguenza, dal 24 al 28 febbraio 1075, si tenne a Roma un altro concilio, in cui “fu confermato il decreto contro il matrimonio, o, come lo chiamavano, il concubinato del clero, e agli ecclesiastici di ogni rango fu ordinato, pena la scomunica, di lasciare le proprie mogli o di rinunciare al ministero”. Questo decreto fu rafforzato dal divieto imposto a tutti i laici, ovunque, di “assistere a qualsiasi funzione svolta da coloro che non obbedissero immediatamente a tale decreto”.
- Quest’ultima svolta decretata dal concilio non era altro che la volontà di Gregorio, adottata dal concilio stesso. Infatti, nel mese precedente la convocazione del concilio, Gregorio aveva inviato lettere circolari ai duchi e ai signori degli Stati dell’impero, con le quali conferiva loro il potere di costringere i vescovi a eseguire i decreti del concilio, dicendo:
“Qualunque cosa i vescovi dicano o non dicano al riguardo, non accettate in alcun modo il ministero di coloro che devono la promozione o l’ordinazione a causa della simonia, o che sapete essere colpevoli di concubinato… e, per quanto possibile, impedite, con la forza se necessario, a tutte queste persone di officiare. E se qualcuno osasse blaterare e dire che non sono affari vostri, dite loro di venire da noi e di discutere sull’obbedienza che vi imponiamo”.
- Nella lettera egli esprimeva anche “aspre lamentele contro gli arcivescovi e i vescovi, i quali, salvo rare eccezioni, non avevano preso alcun provvedimento per porre fine a queste “esecrabili usanze” o “per punire i colpevoli”. E quando questo principio fu adottato da quest’ultimo concilio, “i principi di Germania, che già stavano complottando con Gregorio per ottenere sostegno nelle loro perenni rivolte contro il loro sovrano, furono lieti di cogliere l’opportunità di compiacere immediatamente il papa, creando disordini in patria e approfittando dei beni ecclesiastici che riuscivano a ottenere espellendo gli sfortunati preti sposati. Di conseguenza, procedettero a esercitare, senza indugio e nella massima misura, il potere illimitato così improvvisamente concesso loro su una classe che fino ad allora aveva sfidato con successo la loro giurisdizione; né fu difficile incitare il popolo a unirsi alla persecuzione di coloro che si erano sempre considerati esseri superiori e che ora venivano dichiarati dalla più alta autorità della Chiesa peccatori della peggior specie. La plebe ignorante era naturalmente affascinata dall’idea della mortificazione vicaria con cui i propri errori sarebbero stati redenti dall’astinenza imposta ai loro pastori, e non erano irragionevolmente indotti a credere di essere stati profondamente offesi dalla mancanza di purezza dei loro ecclesiastici. A questo si aggiunga l’attrattiva che la persecuzione esercita sempre sul persecutore, e la licenza del saccheggio, così cara a un’epoca turbolenta e barbara, e non è difficile comprendere la forza motrice della tempesta che si abbatté sulle teste del clero secolare e che dovette soddisfare con la sua severità l’animo inflessibile di Gregorio stesso.
- “Uno scrittore contemporaneo, il cui nome è andato perduto, ma che Dom Martene suppone fosse un prete di Treviri, ci offre un quadro molto vivido degli orrori che ne seguirono, e poiché si mostra favorevole in linea di principio alla riforma tentata, il suo resoconto può essere considerato attendibile. Descrive ciò che equivaleva quasi a una dissoluzione della società: uno schiavo tradiva il padrone e il padrone lo schiavo; un amico denunciava l’amico; insidie e trappole si stendevano ai piedi di tutti; fede e verità sconosciute. I preti peccaminosi soffrivano terribilmente. Alcuni, ridotti in estrema povertà e incapaci di sopportare lo scherno e il disprezzo di coloro da cui erano soliti ricevere onore e rispetto, vagavano come esuli senza casa; altri, mutilati dall’indecente zelo di ardenti puritani, venivano portati in giro a mostrare la loro vergogna e miseria; altri torturati in una morte lenta, portavano al tribunale celeste la testimonianza di colpevolezza di sangue contro i loro persecutori; mentre altri, nonostante il pericolo, continuarono segretamente i legami che li esponevano a tutte queste crudeltà… [267]
- “Quando tale fu il destino dei pastori, è facile immaginare la miseria inflitta alle loro sfortunate mogli. Un zelante ammiratore di Gregorio racconta con pia gratitudine, come prova indubitabile della vendetta divina, come, impazziti per i torti subiti, alcuni di loro si suicidarono apertamente, mentre altri furono trovati morti nei letti che avevano cercato in perfetta salute; e questa, essendo la prova della loro possessione da parte del diavolo, fu loro negata la sepoltura cristiana. Il caso del conte Manigold di Veringen offre un esempio non privo di spunti delle spaventose passioni suscitate dall’implacabile crudeltà che li marchiò come infami, li strappò dalle loro famiglie e li gettò alla deriva in un mondo beffardo. Il conte eseguì gli ordini di Gregorio con rigore e severità in tutti i suoi possedimenti nelle Alpi Sveve. Una miserabile creatura, così strappata al marito, giurò che il conte avrebbe subito la stessa sorte; e, nella cecità della sua rabbia, avvelenò la contessa di Veringen, il cui marito vedovo, sopraffatto dal dolore, non cercò una seconda compagna. – (Lea. “History of Sacerdotal Celibacy”, cap.14, par.17-19).
- Nello stesso concilio in cui inferse questo colpo durissimo che persino il papato avrebbe potuto infliggere ai vincoli divini della società umana, fu promulgato il seguente decreto:
“Se qualcuno d’ora in poi accetterà un vescovado o un’abbazia da un laico, non sia considerato vescovo o abate, né gli si renda alcun rispetto come tale. Lo escludiamo inoltre dalla grazia di San Pietro e gli proibiamo di entrare nella Chiesa finché non abbia rinunciato alla dignità che ha ottenuto per ambizione e per disobbedienza, che è idolatria. E questo decreto si estende alle dignità inferiori. Allo stesso modo, se un imperatore, un duca, un marchese, un conte o qualsiasi altra persona secolare si assumesse l’incarico di conferire l’investitura di un vescovado o di qualsiasi altra dignità ecclesiastica, sarà soggetto alla stessa sentenza.” (Bower’s, “Lives of the Popes”, Gregory VII, par.13).
- Questo fu l’inizio di quella che è nota come la Guerra delle Investiture. “Nell’XI secolo, metà della terra e delle ricchezze del paese, e non piccola parte della sua forza militare, erano nelle mani di ecclesiastici: la loro influenza predominava nella Dieta; L’arcicancelliere dell’impero, il più alto di tutti gli incarichi, era ricoperto, e alla fine finì per appartenere di diritto, all’arcivescovo di Magonza, in quanto primate di Germania.” – (Bryce. “The Holy Roman Empire”, cap.8, par.6). Questo faceva sì che questi prelati fossero, e a tutti gli effetti lo erano effettivamente, signori temporali e nobili, oltre che ecclesiastici. Il sovrano sosteneva, e fino a quel momento tale pretesa era universalmente riconosciuta, che, per questi beni temporali, gli ecclesiastici dovevano fedeltà al sovrano. Il segno di questa fedeltà era che, al momento dell’insediamento del prelato nel suo ufficio, il sovrano esprimeva la sua “approvazione mettendo l’eletto in possesso dei beni temporali della sua sede, il che avveniva consegnandogli un bastone pastorale, o un pastorale, e un anello. E questa era la cerimonia conosciuta con il nome di Investitura; e l’eletto non veniva ordinato finché non veniva eseguita.” – (Bower. “Lives of the Popes”, Gregory VII, par.13). [268]
- Questo decreto del secondo concilio di Gregorio, che proibiva l’investitura laica, se reso effettivo, avrebbe d’un tratto privato l’impero di metà dei suoi beni temporali, ponendoli completamente sotto il potere del papa. Chiaramente, quindi, “questo decreto era una dichiarazione di guerra contro tutti i principi cristiani; poiché Gregorio non poteva supporre che si sarebbero sbarazzati docilmente di un diritto che consideravano uno dei gioielli più preziosi della loro corona, e che nessun papa aveva mai contestato. Ma riteneva che valesse la pena di lottare, degna di tutta la confusione, le guerre civili, le ribellioni, gli spargimenti di sangue che un tale decreto avrebbe potuto causare, poiché, eseguendolo, avrebbe acquisito la gestione di tutta la ricchezza della Chiesa, rendendo così il clero ovunque indipendente dai propri principi e dipendente solo da lui, poiché solo lui poteva ricompensarli e preferirli”. (Idem).
- Il decreto intendeva essere una dichiarazione di guerra, in particolare contro Enrico IV, il capo dell’impero. Ed è difficile credere che il momento non fosse stato scelto deliberatamente da Gregorio VII per la contesa. Gregorio aveva sessantadue anni; Enrico ne aveva solo ventidue circa. Gregorio aveva alle spalle trent’anni di formazione nell’oscura, astuta e arrogante scuola del papato; Enrico non aveva ricevuto alcuna formazione alla scuola della regalità, poiché dall’infanzia fino alla maggiore età era stato tenuto al comando degli imperiosi ecclesiastici di Germania, i quali, nella loro ambizione di governare il regno, “lo avevano irritato con tutto ciò che era umiliante, senza nessuno degli effetti benefici di un controllo severo. Erano stati indulgenti solo con i suoi divertimenti: non lo avevano addestrato ai doveri del suo rango, né alla conoscenza degli affari e degli uomini… Così, con tutti i titoli altisonanti, la pompa senza il potere, il fardello con nient’altro che lussi snervanti, senza la nobile fiducia in se stesso di chi è nato e adeguatamente educato all’impero, il carattere di Enrico fu ulteriormente degradato dalla vergogna di una sconfitta e un’umiliazione perpetue”. – (Milman. “Latin Christianity”, vol.III, libro VII, cap.2, par.6). Oltre a questo svantaggio di Enrico in termini di età e formazione, proprio in quel periodo ci fu una rivolta dei nobili sassoni, tra cui l’arcivescovo di Magdeburgo, i vescovi di Halberstadt, Hildesheim, Mersberg, Minden, Paderborn e Meissen.
- Tale era la situazione di Enrico IV quando Gregorio VII, attraverso il suo secondo concilio, diede inizio alla Guerra delle Investiture. Non appena il concilio fu concluso, Gregorio scrisse a Enrico, inviandogli una copia dei decreti, “rimproverandolo allo stesso tempo, nella lettera, di mantenere e impiegare ancora i ministri che aveva scomunicato; di permettere ai vescovi, che aveva deposto, di continuare a ricoprire le loro sedi; di trascurare di pubblicare nei suoi domini i decreti del precedente Concilio di Roma contro la simonia e l’incontinenza del clero; e infine di aver protetto Goffredo, l’usurpatore della sede di Milano, e di aver comunicato con i vescovi longobardi suoi seguaci, sebbene esclusi dalla comunione della Chiesa dalla sede apostolica. Alla fine della sua lettera proibisce al re, da allora in poi, di intromettersi in qualsiasi modo nelle promozioni ecclesiastiche, di concedere investiture o di disporre di chiese vacanti, con qualsiasi pretesto; e lo minaccia di scomunica se non ottempera al decreto che bandisce tali Pratiche illecite da parte della Chiesa.” – (Bower. “Lives of the Popes”, Gregory VII, par.14). [269]
- Enrico, impegnato nella sua guerra contro la Sassonia, e quindi non preparato a una guerra aperta con il papa, inviò a Gregorio una risposta molto gentile e promise che avrebbe fatto pubblicare nei suoi domini i decreti del concilio contro la simonia e il matrimonio del clero e che avrebbe fatto tutto il possibile per farli rispettare. Ma ignorò completamente sia il decreto che la lettera di Gregorio, per quanto riguardava le investiture, affermando che in seguito avrebbe inviato un’ambasciata a Roma per esaminare e risolvere con il papa altre questioni. Ben presto, tuttavia, Enrico trionfò sui Sassoni in rivolta e, superata questa difficoltà, si sentì in grado di raccogliere la sfida di Gregorio sulle investiture. In questo intervallo si erano creati alcuni posti vacanti in questi vescovadi, e Gregorio aveva osato colmarne alcuni. Enrico ricoprì le sedi vacanti e, di sua iniziativa, anche quelle che Gregorio aveva preteso di ricoprire, escludendo i vescovi da lui nominati. E a tutti questi nominati, Enrico conferì l’investitura come era sempre avvenuto.
- Quando Gregorio venne a conoscenza di questa disobbedienza da parte di Enrico, scrisse una lettera in cui diceva:
“Gregorio, vescovo, servo dei servi di Dio, al re Enrico salute e benedizione apostolica, se obbedisce alla sede apostolica, come si addice a un re cristiano: valutando profondamente e ansiosamente le responsabilità del compito affidatoci da San Pietro, abbiamo concesso con grande esitazione la nostra benedizione apostolica, poiché si dice che tu sia ancora in comunione con persone scomunicate. Se ciò è vero, la grazia di quella benedizione non ti giova a nulla. Chiedi consiglio spirituale a qualche sacerdote saggio ed esegui la penitenza che ti è stata imposta… Il sinodo apostolico che abbiamo presieduto quest’anno, ha ritenuto opportuno, nella decadenza della religione cristiana, tornare all’antica disciplina della Chiesa, quella disciplina da cui dipende la salvezza dell’uomo. Questo decreto (tuttavia, alcuni potrebbero presumere di definirlo un peso insopportabile o un’oppressione intollerabile) lo consideriamo una legge necessaria. Tutti i re e il popolo cristiano sono tenuti direttamente ad accettarla e a osservarla. Poiché tu sei il più alto in dignità e potere, dovresti superare gli altri in devozione a Cristo. Se, tuttavia, considerassi questa abrogazione una cattiva consuetudine dura o ingiusta nei tuoi confronti, avresti dovuto inviare alla nostra presenza alcuni tra i più saggi e religiosi del tuo regno, per persuaderci, nella nostra condiscendenza, a mitigarne la forza in un modo che non fosse incompatibile con l’onore di Dio e la salvezza delle anime. Ti esortiamo, nel nostro amore paterno, a preferire l’onore di Cristo al tuo e a dare piena libertà alla Chiesa, la sposa di Dio.” (Milman’s, “History of Latin Christianity”, vol. idem libro VII, cap.2, par.29). [270]
- Enrico non prestò alcuna attenzione a questa comunicazione. Fu quindi presto seguita da un’ambasciata di Gregorio a Enrico, che lo convocava “a presentarsi di persona a Roma, il lunedì della seconda settimana di Quaresima”, il 22 febbraio 1076, per rispondere della sua disobbedienza al papa. I legati dichiararono inoltre, da parte del papa, che se Enrico non avesse obbedito a questa convocazione e non si fosse presentato nel giorno stabilito, in quel giorno sarebbe stato scomunicato e sottoposto a anatema. “Così il re, il vittorioso re dei Germani, fu solennemente citato come criminale per rispondere di accuse indefinite, per essere soggetto a leggi che il giudice si era assunto il diritto di promulgare, interpretare e far rispettare fino alle ultime pene. Tutti gli affari dell’impero dovevano essere sospesi mentre il re si trovava davanti al tribunale del suo imperioso arbitro: non era consentito alcun indugio. L’alternativa severa e immutabile era l’umile e immediata obbedienza, o quella sentenza che comportava la deposizione dall’impero, la perdizione eterna.” – (Milman. Idem, par.31).
- In risposta alla convocazione e alla minaccia di Gregorio, Enrico convocò un concilio a Worms, il 24 gennaio 1076. Al concilio comparve il cardinale Ugo il Bianco, lo stesso che era stato portavoce della folla il giorno in cui Ildebrando fu proclamato papa per acclamazione, ma che era incorso nello scontento di Gregorio, ed era stato quindi deposto, poco tempo prima dell’assemblea di questo concilio a Worms. Il cardinale Ugo portò con sé quella che sosteneva essere “la storia autentica di Gregorio VII”, in cui veniva accusato di ogni sorta di male, persino di magia e omicidi. Che queste accuse fossero vere o meno, l’effetto delle prove presentate dal cardinale Ugo fu tale che l’intero concilio, con l’eccezione di due, dichiarò “che l’elezione di un tale mostro era invalida, e che Dio non era stato in grado di dare a Satana il potere di legare e sciogliere”, e pronunciò contro di lui la seguente sentenza di deposizione:
“Ildebrando, che per orgoglio ha assunto il nome di Gregorio, è il più grande criminale che abbia invaso il papato fino a questo momento. È un monaco apostata, che adultera la Bibbia, adatta i libri dei Padri alle esigenze della sua esecrabile ambizione e contamina la giustizia, diventando allo stesso tempo accusatore, testimone e giudice. Separa i mariti dalle mogli; preferisce le prostitute ai legittimi sposi; incoraggia gli adulteri e gli incestuosi; aizza il popolo contro il suo re e si sforza di obbligare sovrani e vescovi a pagare la corte di Roma per i loro diademi e mitre. Infine, fa un pubblico commercio del sacerdozio e dell’episcopato, compra province, vende le dignità della Chiesa e fa sì che tutto l’oro della cristianità affluisca nel suo tesoro. Di conseguenza, noi dichiariamo, in nome dell’imperatore di Germania, dei principi e dei prelati, e in nome del Senato e del popolo cristiano, che Gregorio VII è deposto dal trono apostolico, che egli macchia con le sue abominazioni.” (De Cormenin’s, “History of the Popes”, Gregory VII).
- Furono emessi dei moduli in bianco, che ciascun vescovo firmò, con la seguente dicitura: “Io, […] vescovo di […] rinnego da quest’ora ogni sottomissione e fedeltà a Ildebrando, e non lo stimerò né lo chiamerò papa”. (Milman’s, “Latin Christianity”, idem, par.34). [271]
- Con questo decreto del concilio, Enrico inviò a Gregorio la seguente lettera:
“Enrico, re per divina ordinazione e non per usurpazione, a Ildebrando, non più papa, ma falso monaco: tu meriti di essere salutato in questo modo, dopo aver introdotto, come hai fatto, la massima confusione nella Chiesa e tra tutti gli ordini umani. Hai calpestato gli arcivescovi e i vescovi e hai trattato gli unti del Signore come tuoi vassalli e schiavi, ecc. Tutto questo lo abbiamo sopportato per il rispetto dovuto alla sede apostolica; ma tu, attribuendo ciò alla paura, hai osato ergerti contro la dignità regale e minacciare di togliercela, come se l’avessimo ricevuta da te e da Dio, che ha chiamato noi al trono, ma non ha mai chiamato te alla sedia gestatoria. Devi la tua dignità alla frode, all’astuzia e al denaro. Il tuo denaro ti ha procurato amici e i tuoi amici ti hanno aperto la strada verso il seggio della pace con la spada. Essendo così elevato al seggio, ti sei prefissato di seminare discordia, turbare la tranquillità pubblica, incoraggiare la disobbedienza in coloro a cui tutti sono tenuti a obbedire. Non hai risparmiato nemmeno me, sebbene io sia stato, indegno come sono, unto re e, secondo la dottrina insegnata dai padri, debba essere giudicato solo da Dio e possa perdere il mio regno solo apostatando dalla fede. I santi vescovi di un tempo non si presero la responsabilità di deporre l’imperatore apostata Giuliano, ma lo lasciarono giudicare e deporre da Dio, che solo poteva giudicarlo e deporlo. Pietro, che era un vero papa, comandò a tutti gli uomini di temere Dio e onorare il re, ma tu non fai né l’uno né l’altro, e il tuo non onorarmi può derivare solo dal tuo non temere Dio. San Paolo anatemizzò persino un angelo dal cielo che predicasse un altro vangelo. Pertanto ti ordino, colpito da questo anatema e condannato dal giudizio di tutti i nostri vescovi, a lasciare la sede che hai ingiustamente usurpato. Che un altro sia elevato al trono di San Pietro, che non dissimuli i suoi malvagi tentativi con la maschera della religione, ma insegni la sana dottrina di quel santo apostolo. Io, Enrico, per grazia di Dio, re, comando a te, con tutti i miei vescovi, di scendere dal trono. Descende, descende: discendi, discendi. (Idem, par.35, e Bower’s, “Lives of the Popes”, Gregory VII, par.48).
- Nello stesso tempo, Enrico inviò anche una lettera al clero, ai signori e al popolo della Lombardia e di Roma, in cui affermava:
“Gregorio metterebbe a repentaglio la propria vita o priverebbe il re della sua vita e del suo regno. Siate i più leali, i primi a unirvi alla sua condanna. Non vi chiediamo di versare il suo sangue; lasciate che soffra la vita che, dopo la sua deposizione, sarà per lui più miserabile della morte. Ma se oppone resistenza, costringetelo a cedere il trono apostolico e fate posto a uno che eleggeremo, che avrà sia la volontà che il potere di sanare le ferite inflitte alla Chiesa dal loro attuale pastore”. (Millman’s, “Latin Christianity”, idem, par.36).
- Sotto la guida dell’arcivescovo di Ravenna, il potente partito che aveva sostenuto Onorio II nelle sue rivendicazioni al papato si schierò con Enrico. Si tenne un concilio a Piacenza, che ratificò il decreto del concilio di Worms. [272]
- Tutto ciò era accaduto prima di quel ventidue febbraio, che Gregorio aveva fissato per la comparizione di Enrico in persona a Roma, per rispondere dei crimini a lui imputati. E ora il 22 febbraio era vicino, e Gregorio aveva riunito in Laterano, il 21 febbraio, un concilio di centodieci vescovi e abati. Gregorio “sedette tra i suoi vescovi riuniti. L’inno che implorava la discesa dello Spirito Santo” sulla loro assemblea era cessato. Rolando, vescovo di Parma, era stato inviato a Roma da Enrico, con il decreto del concilio di Worms e la lettera di Enrico a Gregorio. Ora egli entrò coraggiosamente nel concilio e salì al trono del papa, e pose nelle mani di Gregorio i documenti che portava con sé. “L’ingresso audace e improvviso di Rolando fu a malapena percepito in mezzo alla grave occupazione a cui (come autentici discendenti degli antichi Romani, che, quando il destino di re e nazioni dipendeva dal loro voto, di solito iniziavano il loro solenne concilio consultando gli auguri e attendendo qualche presagio significativo) avevano affidato la loro assorta attenzione. Era stato trovato un uovo che, per la sua forma misteriosa, preannunciava l’esito del conflitto. Quello che sembrava un serpente nero, simbolo del male, si ergeva come in altorilievo e si avvolgeva attorno al liscio guscio; ma aveva colpito quello che sembrava uno scudo e si era ritratto, ferito e contorto in un’agonia mortale. Su questo sedeva a guardare il muto Senato ecclesiastico. Ma la voce di Rolando si fece udire. Rivolgendosi al papa, esclamò:
“Il re e i vescovi di Germania inviano questo mandato: Giù subito dal trono di San Pietro! Abbandonate il governo usurpato della Chiesa romana! Nessuno può prendersi un tale onore se non coloro che sono stati scelti dal voto generale e approvati dall’imperatore.”
- Poi, rivolgendosi al concilio, disse:
“A voi, fratelli miei, è stato ordinato di presentarvi al re, mio signore, durante la festa di Pentecoste, per ricevere un papa e un padre, perché quest’uomo non è un papa, ma un lupo rapace.”
- Il messaggero del re si salvò a stento la vita, e Gregorio riuscì a frenare la furia dei vescovi e dei soldati, che stavano per farlo a pezzi. Gregorio lesse quindi i decreti del concilio di Worms e Piacenza e la lettera di re Enrico a lui indirizzata, dopodiché si rivolse al concilio come segue:
“Amici miei, non turbiamo la pace della Chiesa rendendoci colpevoli di un omicidio inutile. Questi sono i giorni a venire e predetti, in cui conviene al clero mostrare l’innocenza della colomba, mescolata alla saggezza del serpente. Il precursore dell’anticristo si è levato contro la Chiesa; la messe secca sta per essere bagnata dal sangue dei santi. Ora è il momento in cui verrà mostrato che chi si vergogna del suo Signore, il Signore si vergognerà di lui alla Sua seconda venuta. Meglio morire per Cristo e le Sue sante leggi che, cedendo vergognosamente a coloro che le violano e le calpestano, essere traditori della Chiesa: non resistere a uomini così empi sarebbe rinnegare la fede di Cristo.”
- A questo punto Gregorio mostrò al concilio lo straordinario uovo che aveva attirato lo stupore dell’assemblea nel momento in cui il messaggero Rolando aveva fatto irruzione. Gregorio ne interpretò il profondo significato: lo scudo era la Chiesa; il serpente era il drago del libro dell’Apocalisse, personificato nel ribelle Enrico. Il rinculo e l’agonia mortale del serpente dopo aver colpito lo scudo predissero il destino di Enrico! Quindi Gregorio continuò la sua arringa al concilio, come segue:
“Ora, dunque, fratelli, ci conviene sguainare la spada della vendetta; ora dobbiamo colpire il nemico di Dio e della sua Chiesa. Ora la sua testa ferita, che si erge orgogliosa contro il fondamento della fede e di tutte le chiese, cadrà a terra; lì, secondo la sentenza pronunciata contro il suo orgoglio, camminerà sul ventre e mangerà la polvere. Non temere, piccolo gregge, dice il Signore, perché è volontà del Padre vostro concedervi il regno. Abbastanza a lungo lo avete sopportato; abbastanza spesso lo avete ammonito: lasciate che la sua coscienza indurita si senta finalmente!” [273]
- Il concilio rispose all’unanimità:
“La tua saggezza, santissimo padre, che la divina misericordia ha suscitato a governare il mondo ai nostri giorni, pronunci una sentenza contro questo bestemmiatore, questo usurpatore, questo tiranno, questo apostata, che lo schiacci a terra e ne faccia un monito per le età future… Sguaina la spada, pronunzia il giudizio, “affinché il giusto possa gioire quando vedrà la vendetta e lavarsi le mani nel sangue degli empi”.
- L’ulteriore procedimento per la condanna di Enrico fu rinviato al giorno successivo, poiché Gregorio si era impegnato a scomunicare Enrico il 22 febbraio, se non avesse ottemperato alla convocazione papale. Di conseguenza, il giorno successivo, il concilio si riunì in solenne conclave. Gregorio si alzò e si rivolse a SanPietro in persona, come segue:
“Beato Pietro, principe degli apostoli, ascolta me, tuo servo, che hai nutrito fin dall’infanzia e che hai liberato oggi dalle mani dei malvagi, che mi odiano perché ti sono fedele. Tu sei mio testimone, tu e la nostra Signora, la Madre di Dio, e tuo fratello San Paolo, che la tua santa Chiesa Romana mi ha posto contro la mia volontà nella tua sede, e che avrei preferito morire in esilio piuttosto che ascendervi con mezzi illeciti o con il favore degli uomini. Ma, essendo stato posto in essa per tua grazia, mi persuado che ti piaccia che io governi il popolo cristiano affidato alle tue cure ed eserciti il potere che Dio mi ha dato, come tuo successore, il potere di legare e sciogliere in cielo e in terra. In questa convinzione, per l’onore e la difesa della tua Chiesa, da parte di Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, e con il tuo potere e la tua autorità, proibisco a Re Enrico, figlio dell’imperatore Enrico, che con inaudito orgoglio ha insultato la tua Chiesa, di intromettersi d’ora in poi nel governo del regno teutonico o d’Italia. Assolvo tutti i cristiani dal giuramento di fedeltà che gli hanno prestato o che gli presteranno, e proibisco a chiunque di servirlo come re. Perché chi tenta di sminuire l’onore della tua Chiesa, merita di perdere il proprio. E poiché ha rifiutato di obbedire, come si addice a un cristiano, e non è tornato al Signore, che ha abbandonato, comunicando con gli scomunicati, ma ha disprezzato i consigli che gli ho dato per il suo bene e si è sforzato di suscitare divisioni nella tua Chiesa, ora lo anatemizzo nel tuo nome, affinché tutte le nazioni sappiano che tu sei Pietro, che su questa pietra il Figlio del Dio vivente ha edificato la sua Chiesa, e che le porte dell’inferno non saranno aperte”. (Milman’s, idem, par.36-44; Bower e De Cormenin sotto Gregory VII).
- Il principale sostenitore di Enrico, il vescovo di Utrecht, in cambio, a nome di Enrico, scomunicò il papa. L’arcivescovo di Ravenna convocò un concilio a Pavia e, allo stesso modo, lo scomunicò e lo sottopose a anatema. Ma, incoraggiati dalla scomunica di Gregorio, tutti gli elementi scontenti della Germania iniziarono a cospirare contro Enrico. Anche la superstizione si ritorse contro Enrico, poiché il suo principale sostenitore, il vescovo di Utrecht, morì e la sua cattedrale fu colpita da un fulmine. Questo fatto fu usato dai nemici di Enrico per alimentare la superstizione del popolo, dichiarandolo un segno manifesto dell’ira di Dio contro il re ribelle. Inoltre, i vescovi sassoni, che avevano preso parte alla recente ribellione e che erano stati fatti prigionieri, ora fuggirono, rafforzando ulteriormente la cospirazione che si era ormai saldamente organizzata sotto la guida del papa, il quale continuava a emanare lettere e scomuniche contro Enrico e coloro che sostenevano la sua causa. Ordinò a tutti di interrompere ogni rapporto o comunicazione di qualsiasi tipo con Enrico, e i vescovi dovevano far rispettare questa disciplina ovunque; dichiarò che chiunque comunicasse con il re incorreva a sua volta nella scomunica, e che la consacrazione compiuta da un vescovo che comunicava con lo scomunicato era in realtà un’esecrazione anziché una consacrazione. [274]
- Questi procedimenti continuarono per tutta l’estate del 1076; e il 3 settembre Gregorio inviò una lettera ai vescovi, ai nobili e al popolo tedesco, ordinando loro che, se Enrico non si fosse pentito immediatamente e “non avesse riconosciuto che la Chiesa non gli era soggetta come un’ancella, ma superiore come un’amante”, e non avesse abbandonato ogni pretesa al diritto di investitura, avrebbero dovuto scegliere un altro sovrano, uno approvato dal papa. Ciò intensificò l’opposizione a Enrico, alimentando l’ambizione dei duchi più importanti. Rodolfo di Svevia e Ottone di Sassonia furono dichiarati aspiranti al trono, se Enrico fosse stato detronizzato. Pertanto, in ottemperanza al comando del papa e all’ambizione dei nobili più in vista, una dieta si riunì a Tribur il 16 ottobre 1076, durante la quale Enrico, sebbene non presente, fu processato e accusato di una lunga lista di reati politici, ecclesiastici e morali, che coprivano tutta la sua vita fin dall’infanzia. Enrico offrì sottomissione, riparazione dei torti e correzione dei suoi errori. Ma i suoi nemici dichiararono di non potersi fidare di lui. La dieta infine decise e impose a Enrico l’obbligo di rimettere l’intera questione alla decisione del papa; che un concilio si sarebbe tenuto ad Augusta l’anno successivo, presieduto dal papa, per la decisione del caso; e, fino a quando quel concilio non si fosse riunito, Enrico avrebbe dovuto rispettare l’autorità del papa, sciogliere le sue truppe, deporre tutte le insegne reali, non compiere alcun atto di autorità come re, non entrare in una chiesa, non avere alcuna comunicazione con i suoi consiglieri e amici che erano incorsi con lui nella scomunica del papa, e risiedere nella città di Spira interamente come privato cittadino. Oltre a tutto ciò, la dieta decise che se Enrico non fosse riuscito a liberarsi dalla scomunica del papa entro il ventiduesimo giorno di febbraio del 1077, ogni diritto e titolo al trono sarebbe stato perso in quel giorno e tutti i suoi sudditi sarebbero stati sciolti dalla loro fedeltà a lui.
- Era ormai l’inizio di novembre del 1076. Meno di quattro mesi rimanevano a Enrico per assicurarsi il trono liberandosi dalla scomunica; e non era affatto certo che il concilio che si sarebbe tenuto ad Augusta si sarebbe riunito prima di quel fatale 22 febbraio dell’anno successivo. Decise quindi di sottomettersi al papa e, se possibile, salvare la corona. Inviò un messaggero per chiedere al papa il permesso di comparire davanti a lui in Italia piuttosto che in Germania. Ma Gregorio dichiarò che avrebbe tenuto il tribunale ad Augusta e che prima dell’8 gennaio sarebbe arrivato fino a Mantova, diretto in Germania. Enrico decise quindi di incontrare il papa in Italia senza il suo permesso. Era l’inverno più freddo che si fosse conosciuto in Europa da anni, con il Reno ghiacciato dall’inizio di novembre al primo aprile. Enrico, con la moglie e il figlio piccolo, e con alcuni seguaci, si diresse verso l’Italia attraversando le Alpi, un paese non solo ghiacciato e coperto di neve, ma anche pieno di nemici. Riuscì a sfuggire ai nemici e, attraverso terribili difficoltà, a raggiungere la vetta delle Alpi, al passo del Monte Cenisio. Ma la discesa dall’altro lato era ancora più pericolosa. “Sembrava un vasto precipizio, liscio e quasi a strapiombo”. Avvolsero la moglie e il figlio in pelli e, calandoli insieme con delle corde, scivolarono, rotolarono e precipitarono lungo i pendii. Alcuni dei servitori del re perirono, altri rimasero congelati al punto da perdere l’uso degli arti, ma il re stesso, la moglie, il figlio e la maggior parte del suo seguito giunsero sani e salvi in Italia. [275]
- Non appena la sua presenza fu nota in Italia, i principi e i vescovi longobardi si radunarono attorno a lui in gran numero, persino con le loro truppe: supponevano infatti che fosse venuto per deporre il papa, impresa in cui erano lieti di sostenerlo. Anche Gregorio venne a sapere dell’arrivo di Enrico in Italia e temeva che Enrico fosse venuto per deporlo. Pertanto, deviò dal suo viaggio e si rifugiò nel forte castello della contessa Matilde, a Canossa. Questa contessa Matilde possedeva i territori più estesi di qualsiasi nobile in Italia, eccetto i Normanni. Lei stessa era parente di Enrico, ma era tuttavia più legata a Gregorio. Era ormai vedova e “si dedicava interamente a Gregorio, non faceva nulla senza consultarlo, seguiva ogni sua indicazione e, senza mai separarsi da lui, lo accompagnava ovunque andasse. La sua intimità con Gregorio e la straordinaria considerazione che egli le dimostrava in ogni occasione, diedero origine a molti rapporti scandalosi, che furono propagati con industriosità dai nemici del papa, in particolare dagli ecclesiastici, dai quali esigeva il più rigoroso celibato. Il loro attaccamento reciproco non era forse criminale, ma anche coloro che ammirano di più il papa ammettono che, dato che aveva così tanti nemici, fosse stato quantomeno molto imprudente essere dalla sua parte.” – (Bower. “Lives of the Popes”, Gregory VII, par.29). Gregorio non era solo il principale e più intimo consigliere di Matilde, ma lei era anche il suo, poiché i suoi rapporti con lui erano più stretti e liberi persino di quelli dei suoi ciambellani.
- Enrico non si lasciò persuadere dai nobili e dai vescovi longobardi a muovere guerra al papa finché non avesse ottenuto la rimozione della scomunica. E mancava ormai meno di un mese alla scadenza del termine stabilito dalla dieta ribelle di Triburo. Perciò Enrico si recò a Canossa. Ottenne prima un colloquio con Matilde, e poi egli la inviò con altri intercessori a Gregorio per intercedere in suo favore. Gregorio rispose: “Si presenti il giorno stabilito ad Augusta e riceverà una giustizia rigorosa e imparziale”. Enrico, tramite i suoi intercessori, si dichiarò disposto a comparire ad Augusta e a sottoporre il suo caso a giudizio, ma dato che il suo possesso della corona dipendeva dalla sua liberazione dalla scomunica: solo che il papa gliela concedesse, e lui avrebbe fatto tutto il resto. Allora il papa rispose:
“Se è veramente pentito, che metta la sua corona e tutte le insegne reali nelle mie mani e si confessi apertamente indegno del nome e della dignità reale”.
- Enrico accettò le condizioni e si presentò alle porte del castello. Lì gli fu comunicato che doveva lasciare fuori tutte le sue guardie e i suoi attendenti ed entrare da solo. Il castello era circondato da tre mura. Enrico attraversò la porta della prima cinta muraria, che fu chiusa alle sue spalle. Lì gli fu richiesto non solo di deporre tutti gli abiti reali, ma di spogliarsi completamente e di indossare il sottile, semplice abito di sacco del penitente; “una scopa e delle forbici gli furono poste in mano in segno del suo consenso a essere frustato e rasato”, e fu quindi ammesso all’interno della seconda cinta muraria. E lì, “in una triste mattina d’inverno, il 25 gennaio 1077, con il terreno ricoperto di neve, il re, erede di una lunga stirpe di imperatori”, se ne stava a capo scoperto e a piedi nudi, in attesa della volontà del papa. Così digiunando, trascorse il primo giorno e la prima notte. Il secondo giorno e la seconda notte li trascorse allo stesso modo, implorando il papa di ascoltarlo e di liberarlo. Il terzo giorno giunse con il papa ancora inflessibile. Persino i suoi compagni iniziarono a mormorare che la sua condotta “invece di essere la gravità della severità apostolica, era la crudeltà di una ferrea tirannia”. Matilde alla fine si sciolse in una sincera pietà e andò da Gregorio e, con la sua influenza, lo persuase a porre fine alle sofferenze di Enrico, ammettendolo alla presenza papale. [276]
- Il quarto giorno Enrico fu ammesso al colloquio desiderato con il papa. “Le condizioni richieste a Enrico, che era troppo profondamente umiliato per contestare alcunché, non contenevano alcun tocco di gentilezza o compassione.” – (Milman. “Latin Christianity”, idem, par.71). Queste condizioni erano:
“1. Che si presentasse nel momento e nel luogo stabiliti dal papa per rispondere, in una dieta generale dei signori tedeschi, dell’accusa mossagli, e che riconoscesse il papa come suo giudice.
“2. Che si sottomettesse al giudizio del papa, che conservasse o rinunciasse alla corona a seconda che fosse stato dichiarato colpevole o innocente dal papa, e che non cercasse mai di vendicarsi dei suoi accusatori.
“3. Che fino a quando la sentenza non fosse stata pronunciata e la sua causa non fosse stata definitivamente decisa, avrebbe deposto ogni segno di regalità, non si sarebbe intromesso, con alcun pretesto, negli affari pubblici e non avrebbe imposto denaro al popolo se non quanto necessario per il sostentamento della sua famiglia.
“4. Che tutti coloro che gli avevano prestato giuramento di fedeltà fossero assolti da quel giuramento davanti a Dio e davanti agli uomini.
“5. Che avrebbe allontanato per sempre dalla sua presenza Roberto, vescovo di Bamberga, Udalrico di Cosheim e tutti i loro malvagi consiglieri.
“6. Che se si fosse discolpato dai crimini a lui imputati e fosse rimasto re, avrebbe dovuto essere sempre obbediente e sottomesso al papa e collaborare con lui, con tutta la sua forza, nel riformare gli abusi che la consuetudine aveva introdotto nel suo regno, contro le leggi della Chiesa.
“7. Infine, se avesse mancato a una qualsiasi di queste condizioni, la sua assoluzione sarebbe stata nulla; sarebbe stato ritenuto colpevole dei crimini a lui imputati come se li avesse confessati; non sarebbe mai più stato ascoltato; e i signori del regno, assolti dai loro giuramenti, avrebbero avuto piena libertà di eleggere un altro re al suo posto”. (Bower’s, “Lives of the Popes”, Gregory VII, par.31).
- Enrico si sottomise a questi termini e promise, sotto giuramento, di osservarli fedelmente. Ma il papa chiese che venissero fornite garanzie per il fedele adempimento dei termini: Matilde e diversi vescovi e nobili fornirono le garanzie richieste, l’agognata assoluzione fu concessa a Enrico, che tornò a regnare. “Ma anche allora l’implacabile Ildebrando non aveva costretto il re a bere la feccia dell’umiliazione. Aveva degradato Enrico davanti agli uomini, lo avrebbe degradato al cospetto di Dio: si era esaltato al vertice del potere terreno, si sarebbe appellato al Cielo perché ratificasse e sancisse questa assunzione di inavvicinabile superiorità.” – (Milman. “Latin Christianity”, idem, par.73). [277]
- Insieme, il re e il papa si recarono alla celebrazione della messa nella grande chiesa della città di Canossa. Nel mezzo della funzione, Gregorio “prese in mano l’ostia consacrata e, rivolgendosi al re, gli si rivolse così:
“Ho ricevuto molto tempo fa lettere da te e da quelli del tuo partito, che mi accusano di essermi elevato alla sede apostolica per simonia e di aver macchiato la mia vita, prima e dopo il mio episcopato, con altri crimini, per i quali, secondo i canoni, avrei dovuto essere escluso per sempre dagli ordini sacri: e sebbene potessi confutare queste calunnie con la testimonianza di coloro che sanno benissimo quale vita ho condotto fin dall’infanzia e di coloro che furono gli artefici della mia promozione alla dignità episcopale, tuttavia affinché non si pensi che io mi affidi più al giudizio degli uomini che a quello di Dio, e affinché non vi sia spazio per il minimo sospetto di scandalo, il corpo di nostro Signore, che sto per prendere, sia oggi una prova della mia innocenza. Che Dio mi assolva con il suo giudizio se sono innocente e mi colpisca a morte all’improvviso se sono colpevole.”
- Gregorio mangiò quindi una parte dell’ostia e, poiché non cadde morto, tutta la congregazione esclamò a gran voce la sua gioia e la sua approvazione per la sua dimostrata innocenza! Ottenuto nuovamente il silenzio, Gregorio si rivolse a Enrico come segue:
“Fai, figlio mio, se ti fa piacere, quello che mi hai visto fare. I signori tedeschi ti accusano quotidianamente presso di noi di molti enormi crimini, per i quali, a loro dire, dovresti non solo essere rimosso dall’amministrazione di tutti gli affari pubblici, ma escluso per sempre dalla comunione della Chiesa e persino dalla società umana. Poiché ti auguro ogni bene e hai implorato la protezione della Sede Apostolica nella tua angoscia, fai ciò che ti consiglio: se sei consapevole della tua innocenza e sai di essere accusato falsamente e maliziosamente, libera la Chiesa da quello scandalo e te stesso da ogni perplessità, poiché l’esito dei giudizi umani è certissimo. Prendi l’altra parte dell’ostia, affinché la tua innocenza, così dimostrata, possa mettere a tacere i tuoi nemici, affinché io possa diventare il tuo più fervente amico e, una volta che i signori tedeschi si saranno riconciliati con te per mio tramite, tu possa essere sostituito sul trono, e la tranquillità desiderata restituita allo Stato.” (Bower, idem, par.32)
- Per quanto Enrico potesse essere stato malvagio, non aveva ancora acquisito un tale spirito blasfemo come quello del papa. Pertanto rifiutò la sfida di Gregorio e gli disse che la dieta imminente avrebbe potuto giudicare adeguatamente il suo caso.
- Ma Gregorio aveva superato il suo obiettivo. La sua estrema pressione su Enrico fu la causa della sua sconfitta. Riportò alla loro fedeltà a Enrico tutti coloro che, in Germania, avevano vacillato, e accrebbe di molto il loro odio per il papa che avrebbe così degradato e umiliato il loro re. Per un attimo sembrò che avesse completamente distrutto la causa di Enrico in Italia. Infatti, i Normanni che gli erano stati accanto, fino al punto di volerlo aiutare a deporre il papa, erano così disgustati dalla sua cessione di tutto al papa che minacciarono di ripudiarlo e di prendere il suo giovane figlio che era con lui, di dichiararlo imperatore e di farlo incoronare da un papa che avrebbero eletto loro stessi, dopo aver deposto Gregorio. Nella loro ira, alcuni principi normanni lo abbandonarono e tornarono alle loro fortezze. Quelli rimasti, si tennero in disparte, in attesa di vedere cosa avrebbe fatto. [278]
- Enrico, vedendo di nuovo in pericolo la sua corona, decise di mantenerla con il sostegno dei Normanni, ignorando i termini che aveva accettato da Gregorio. Richiamò a sé i vescovi e i nobili che gli accordi con Gregorio lo avevano obbligato a congedare. Informò Gregorio che non avrebbe partecipato alla dieta stabilita ad Augusta e chiese al papa di tenere un concilio generale a Mantova. Poiché Enrico sorvegliava attentamente tutti i passi alpini, Gregorio sapeva che non avrebbe potuto raggiungere Augusta nemmeno se ci avesse provato. Quindi, almeno sembrò acconsentire alla richiesta di Enrico di un concilio a Mantova. Entrambi partirono per Mantova; ma prima che Gregorio vi giungesse, la paura di incontrare Enrico sopraffece lui e Matilde, e fu riportato in fretta a Canossa.
- Enrico inviò messaggeri a Gregorio a Canossa per chiedergli il permesso di essere incoronato re d’Italia; e questo da parte di ecclesiastici che Gregorio aveva scomunicato! È quasi impossibile che Enrico si aspettasse che una richiesta del genere venisse accolta; ma, tecnicamente, essa dimostrava rispetto per l’autorità del papa, e quindi poneva sul papa la responsabilità di rifiutare la sottomissione di Enrico e di respingere le sue proposte. Ma Gregorio riuscì a eludere il dilemma senza fare né l’una né l’altra cosa. Quindi Enrico rifiutò persino qualsiasi apparente sottomissione al papa; e ancora una volta, in un’assemblea di principi longobardi, denunciò apertamente la sua durezza e tirannia. Ciò restituì la fiducia dei principi longobardi, che si schierarono unanimemente in suo favore, ed Enrico si ritrovò in possesso di un esercito abbastanza forte da affrontare con successo qualsiasi forza che il papa fosse in grado di radunare.
- I nemici di Enrico, in Germania, constatando che la Dieta di Augusta non poteva essere tenuta, ne convocarono una a Forsheim il 13 marzo 1077 per eleggere un nuovo re al posto di Enrico, poiché Enrico aveva violato il trattato con il papa. Gregorio inviò i suoi legati a questa Dieta di Forsheim. La Dieta elesse re il Duca Rodolfo di Svevia, che fu “consacrato dagli arcivescovi di Magonza e Magdeburgo, alla presenza dei legati del papa e di tutti i signori dell’assemblea, i quali, riconoscendolo come loro legittimo sovrano, gli prestarono giuramento di fedeltà”. Enrico, venuto a conoscenza di ciò in Italia, marciò immediatamente in Germania con le truppe che poté portare con sé. Il suo esercito crebbe costantemente durante la marcia. La guerra infuriava in tutta la Germania. “Vescovo si sollevò contro vescovo; il clero contro il clero; il popolo contro il popolo; padre contro figlio, figlio contro padre, fratello contro fratello… La Svevia pagò per prima il prezzo dell’ambizione del suo principe. Dal Necker al Meno, tutto fu devastato.” – (Milman. ,Latin Christianity”, idem, cap.3, par.9). Rodolfo fu sconfitto per primo, poi Enrico.
- Gregorio tornò a Roma e concluse un trattato con Roberto il Guiscardo e i suoi Normanni, che erano sotto scomunica da lui, per ottenere la loro forza e difenderlo da ciò che poteva venire da Enrico. Lì, nella settimana di Quaresima del 1078, Gregorio convocò un concilio. Con questo concilio Gregorio cercò di far sentire la sua voce nella confusione che aveva creato in Germania. Chiese che fosse convocato un concilio, presieduto da lui o dai suoi legati, per decidere tra le rivendicazioni dei re rivali di Germania. E, annunciando ciò al popolo di Germania, Gregorio scrisse:
“Se uno di questi re, gonfio di orgoglio, dovesse in qualche modo ostacolare il nostro viaggio verso di voi e, consapevole della sua ingiusta causa, rifiutasse il giudizio dello Spirito Santo, opponendosi, nella sua disobbedienza alla sua santa madre, la Chiesa Cattolica, disprezzatelo come una progenie dell’anticristo, un distruttore della religione cristiana, e rispettate qualsiasi sentenza che i nostri legati possano pronunciare contro di lui. A coloro, d’altra parte, che si sottometteranno umilmente al nostro giudizio, tributate ogni riverenza e onore”. (Idem, par.15). [279]
- In un secondo discorso alla nazione tedesca, Gregorio scrisse:
“Se qualcuno tenterà di impedire ai nostri legati di eseguire questa nostra risoluzione, sia esso re, arcivescovo, vescovo, duca, conte o marchese, lo leghiamo e lo anatemizziamo, non solo nella sua anima, ma anche nel suo corpo, e con la nostra autorità apostolica priviamo le sue armi della vittoria. In tutte le sue azioni possa egli sentire la vendetta di Dio Onnipotente: in ogni battaglia possa trovarsi privo di forze; possa non ottenere mai una vittoria, ma, prostrato in umile contrizione, essere umiliato e confuso, finché non sia portato al vero pentimento”. (Idem, par.16).
- Eppure non si tenne alcun concilio in Germania. Nel novembre del 1078, un altro concilio si tenne a Roma, al quale si presentarono messaggeri sia di Enrico che di Rodolfo, che promettevano sotto giuramento la salvezza del papa o dei suoi legati se avessero partecipato a un concilio in Germania. Nel febbraio del 1079, Gregorio tenne un altro concilio a Roma per discutere della transustanziazione e per esaminare il caso di Berengario, che era il principale propagatore di “eresia” in relazione a tale dottrina. A questo concilio furono inviati ambasciatori di entrambi i re rivali, ciascuno dei quali mosse pesanti lamentele contro l’altro, e entrambi si impegnarono a non ostacolare in alcun modo la convocazione di un concilio in Germania, ma a collaborare attivamente e a garantire al papa o ai suoi legati un salvacondotto all’andata e al ritorno. La grande questione di questo concilio occupò così tanto tempo che l’estate trascorse senza che si tenesse ancora un concilio in Germania.
- Le fortune di Enrico si stavano nuovamente riprendendo. Il suo potere cresceva così tanto di giorno in giorno da minacciare la sconfitta di Rodolfo. Gregorio decise di investire tutta la sua influenza a favore di Rodolfo. Pertanto, convocò un altro concilio a Roma, con il quale rinnovò il suo primo decreto contro le investiture laiche e, il 7 marzo 1080, pronunciò un’altra scomunica contro Enrico. Rivolgendosi nuovamente a San Pietro e San Paolo, Gregorio inveì contro Enrico in questo modo:
“Beati apostoli, voi siete miei testimoni che i signori e i vescovi tedeschi, senza il nostro consiglio, scelsero il Duca Rodolfo come loro re; che questo principe inviò immediatamente ambasciatori al nostro legato, dichiarando di aver assunto, suo malgrado, il governo del regno e di essere pronto a obbedirci in ogni cosa, offrendosi, come prova della sua sincerità, di inviarci ricchi doni e di darci come ostaggi suo figlio e quello del Duca Bertoldo. Sapete che Enrico, nello stesso tempo, ci implorò di pronunciarci in suo favore contro Rodolfo, e che rispondemmo che avremmo agito di nostra volontà, dopo aver ascoltato questi due principi in consiglio. Ma non appena Enrico pensò di poter rovesciare il suo concorrente senza il nostro aiuto, respinse la nostra interferenza con disprezzo. [280]
“Per questo motivo, confidando nella giustizia e nella misericordia di Dio, e della Sua benedetta madre, la sempre benedetta Vergine Maria, sulla vostra autorità, scomunico il suddetto Enrico e tutti i suoi seguaci e lo lego nei ceppi dell’anatema; da parte di Dio Onnipotente e da parte vostra, lo interdico dal governo di tutta la Germania e dell’Italia. Lo privo di ogni potere e dignità reale. Proibisco a ogni cristiano di prestargli obbedienza come re. Assolvo dai loro giuramenti tutti coloro che hanno giurato o giureranno fedeltà alla sua sovranità. In ogni battaglia possano Enrico e i suoi partigiani essere senza forza e non ottenere alcuna vittoria durante la sua vita. E quel Rodolfo, che i tedeschi hanno eletto come loro re, possa governare e difendere quel regno in fedeltà a voi! Da parte vostra, do e concedo a coloro che aderiranno fedelmente al suddetto Rodolfo, la piena assoluzione da tutti i loro peccati e, in piena fiducia, la benedizione in questa vita e nella vita a venire. Come Enrico, per il suo orgoglio, la sua disobbedienza e la sua falsità, viene giustamente detronizzato dalla sua dignità reale, così il potere e la dignità reale vengono concessi a Rodolfo, per la sua umiltà, obbedienza e verità.
“Venite dunque, beati San Pietro e San Paolo, fate che tutto il mondo comprenda e sappia che, poiché avete il potere di legare e sciogliere in cielo, avete il potere di togliere e di concedere imperi, regni, principati, ducati, marchesati, contee e i possedimenti di tutti gli uomini secondo i loro meriti. Avete spesso privato uomini malvagi e indegni di patriarcati, primati, arcivescovadi, vescovadi, e li avete conferiti a uomini religiosi. Se dunque giudicate negli affari spirituali, quanto grande deve essere il vostro potere in quelli secolari! E se dovete giudicare gli angeli, che governano su principi orgogliosi, cosa non potete fare a questi loro servi? Che i re, quindi, e tutti i principi del mondo imparino chi siete e quanto grande è il vostro potere, e temano di trattare senza rispetto i mandati della Chiesa; e voi, sul suddetto Enrico, adempite il vostro giudizio così rapidamente affinché sappia che è per vostro potere, non per caso, che è caduto. Possa Dio confonderlo, affinché sia portato al pentimento dalla sua rovina, affinché la sua anima sia salvata nel giorno del Signore Gesù.” (Idem, par.24, con Bower e De Cormenin, Gregory VII).
- Gregorio inviò questo decreto a Rodolfo, accompagnato da una splendida corona d’oro e pietre preziose, sulla quale era inciso: “Petra dedit Petro, Petrus diadema Rudolfo” – “Diede una pietra a Pietro, Pietro un diadema a Rodolfo”. Ma questo fulgore del papa fu privato della sua forza dalla vittoria clamorosa di Enrico su Rodolfo poco dopo. Ciò incoraggiò ulteriormente Enrico, che il 12 aprile 1080 convocò un concilio a Magonza, in cui formularono accuse contro Gregorio; ma poiché non era presente nessuno dei vescovi d’Italia, il concilio fu aggiornato per riunirsi a Bressanone, in Tirolo, il 25 giugno 1080. A questo concilio, quando si riunì, parteciparono trenta vescovi provenienti da Italia e Germania. All’unanimità scomunicarono e deposero il papa con il seguente decreto:
“Noi, riuniti per l’autorità di Dio in questo luogo, dopo aver letto la lettera del sinodo dei diciannove vescovi, tenutosi a Magonza, contro il licenzioso Ildebrando, predicatore di dottrine sacrileghe e incendiarie; difensore dello spergiuro e dell’omicidio; che, in quanto antico discepolo dell’eretico Berengario, ha messo in pericolo la dottrina cattolica e apostolica del corpo e del sangue di Cristo; adoratore di divinazioni e sogni; noto negromante; egli stesso posseduto da uno spirito maligno, e quindi colpevole di essersi allontanato dalla verità, noi lo giudichiamo canonicamente deposto ed espulso dalla sua sede e, a meno che, ascoltato il nostro giudizio, non scenda dal suo trono, condannato per l’eternità”. (Idem, par.). [281]
- A ciò seguì immediatamente l’elezione, da parte di questo concilio, di Guiberto, arcivescovo di Ravenna, come papa, che assunse il nome di:
CLEMENTE III, 25 GIUGNO 1080 — SETTEMBRE 1100.
Non appena Gregorio venne a conoscenza dell’elezione di Clemente, esplose:
“Sono stati costretti a rinnovare la loro vecchia cospirazione; hanno scelto come loro capo un eretico, un sacrilego, uno spergiuro, un assassino che voleva strapparci la tiara e la vita — un anticristo — un Guiberto!! In una cabala composta da prelati demoniaci e concubinari, i nostri nemici hanno spinto la loro furia fino a condannarci, perché abbiamo rifiutato alle loro suppliche e alle loro minacce il perdono per i loro crimini. Ma Dio ci sostiene, ci farà trionfare sui malvagi, e noi disprezziamo i loro anatemi.” (De Cormenin, “History of the Popes”, Gregory VII).
- Gregorio aggiunse una profezia, scritta in una lettera al popolo di Germania, in favore di Rodolfo, affermando che l’apostolo Pietro gli era apparso e gli aveva annunciato che “un falso re” sarebbe morto quest’anno; e “se questa predizione non si avverasse, giuro davanti a Dio e agli uomini di essere indegno di essere papa”. I due re, con i loro eserciti, si scontrarono nella battaglia dell’Elster, il 15 giugno 1080. “Potrebbe sembrare una guerra religiosa non meno che civile. Enrico fu accompagnato alla battaglia dagli arcivescovi di Colonia e Treviri e da quattordici altri prelati. I Sassoni avanzarono alla carica, con i vescovi del loro partito e il clero che cantava l’ottantaduesimo salmo: ‘Dio sta nell’assemblea dei principi'”.
- Le truppe di Enrico furono sconfitte; ma Rodolfo fu ucciso. Nella battaglia una delle mani di Rodolfo era stata tagliata da una sciabola. Mentre stava morendo, guardò la sua mano mozzata e disse: “Con questa mano ho ratificato il mio giuramento di fedeltà al mio sovrano Enrico. Ho perso la vita e il regno. Riflettete, voi che mi avete guidato, in obbedienza ai cui consigli sono salito al trono, se mi avete guidato bene”. Nello stesso giorno della battaglia dell’Elster, il partito di Enrico in Italia sconfisse l’esercito della contessa Matilde e del papa.
- Enrico era ormai vittorioso in Germania e in Italia: aveva un papa suo; e, il prima possibile nella primavera del 1081, marciò su Roma per insediare Clemente III e deporre definitivamente Gregorio come papa. Il 7 luglio giunse a Roma e la assediò per tre anni. Nel giugno del 1083 ottenne il suo primo successo prendendo una parte della città e costringendo Gregorio a rifugiarsi in Castel Sant’Angelo. Il Natale del 1083, la città gli fu consegnata; e, con Gregorio assediato a Castel Sant’Angelo, la domenica delle Palme, il 29 marzo 1084, Clemente III fu consacrato papa nella chiesa di San Pietro; e, il giorno di Pasqua, re Enrico fu incoronato imperatore da Clemente III. [282]
- Poco dopo, tuttavia, si udì la notizia che Roberto il Guiscardo stava avanzando a gran velocità, con seimila cavalieri e trentamila fanti, in soccorso del papa e per la liberazione di Roma. “Era uno strano esercito di fede: da ogni parte uomini erano accorsi sotto la sua bandiera, alcuni per salvare il papa, altri per amore della guerra. I Saraceni si erano arruolati in gran numero.” — Milman. Il lungo assedio aveva ridotto a tal punto l’esercito di Enrico che gli era impossibile affrontare Roberto il Guiscardo con qualche speranza di successo. Distrusse quindi le fortificazioni più solide che gli avevano resistito e si ritirò. Tre giorni dopo che Enrico aveva lasciato la città, Roberto arrivò con il suo esercito. Sebbene Roberto fosse venuto in soccorso del papa, i Romani temevano il suo esercito più di quello di Enrico, e trovò le porte chiuse e le mura presidiate contro di lui. Ma, fin dal primo giorno, le truppe di Roberto riuscirono a sorprendere una delle porte e si impossessarono della città. Egli liberò immediatamente Gregorio e lo scortò al palazzo del Laterano. “Ma Gregorio ora doveva assistere a quegli orrori che, finché avevano afflitto la Germania o l’Italia settentrionale, aveva contemplato impassibile: intento a costruire la sua teocrazia onnipotente. Dai piedi del papa, avendo appena ricevuto la sua benedizione, i Normanni si diffusero per la città, trattandola con tutta la crudeltà di una città conquistata: saccheggiando, violando, assassinando, ovunque incontrassero opposizione.
- “I Romani erano stati sorpresi, non domati. Per due giorni e due notti covarono la loro vendetta; il terzo giorno scoppiarono in un’insurrezione generale, si precipitarono armati nelle strade e iniziarono una terribile carneficina dei loro conquistatori. I Normanni banchettavano in spensierata sicurezza, ma con la disciplina di soldati esperti, corsero alle armi: l’intera città fu un conflitto selvaggio. La cavalleria normanna si riversò nelle strade, ma i Romani combatterono in vantaggio, grazie al possesso delle case e alla conoscenza del terreno. Stavano guadagnando la superiorità. I Normanni si resero conto del pericolo. L’implacabile Guiscardo diede ordine di incendiare le case. Da ogni parte le fiamme si levarono: case, palazzi, conventi, chiese, mentre la notte si faceva più buia, furono visti in un terribile incendio. Gli abitanti, sconvolti, si precipitarono selvaggiamente nelle strade, non più cercando di difendersi, ma di salvare le proprie famiglie. Furono falcidiati a centinaia. I Saraceni, alleati del papa, erano stati i primi nel saccheggio, ed erano ora i primi nell’incendio e nel massacro. Nessuna casa, nessun monastero, era al sicuro da saccheggi, omicidi, stupri. Le suore furono profanate, le matrone costrette a entrare, gli anelli tagliati dalle loro dita vive. Gregorio si impegnò, senza successo, per salvare le chiese principali. È probabile, tuttavia, che né i Goti, né i Vandali, né i Greci, né i Germani abbiano portato alla città una tale desolazione come questa conquista da parte dei Normanni…
- “Il Guiscardo fu finalmente padrone delle rovine di Roma, ma la vendetta del liberatore del papa non era ancora stata placata. Molte migliaia di romani furono venduti pubblicamente come schiavi, molti dei quali condotti nelle zone più remote della Calabria. Non abbiamo sentito alcuna rimostranza dal vescovo, dal sovrano di Roma, su questa odiosa alleanza con i nemici della fede, i Saraceni. Di questo, forse, ignorava quando si trovava a Castel Sant’Angelo. Nessuna potente intercessione viene ora fatta, nessuna minaccia di scomunica viene ora fatta a favore dei suoi sudditi ribelli, perfidi, eppure sottomessi, la maggior parte sofferenti, senza dubbio innocenti e indifesi. Il feroce Guiscardo è ancora riconosciuto come suo alleato, suo protettore, forse suo vendicatore. Non protetto dalla sua guardia straniera, il papa non poteva ora fidarsi della città, che, senza dubbio, e non senza giustizia, ne avrebbe attribuito la rovina e miseria alla sua ostinazione. In compagnia di Roberto il Guiscardo, oppresso dalla vergogna e dall’afflizione, si ritirò dalle rovine fumanti e dalle strade desolate della città di San Pietro, prima al monastero di Monte Cassino e poi al forte castello normanno di Salerno. Da Salerno, incurante degli orrori a cui aveva assistito o dei pericoli a cui era sfuggito, Ildebrando tuonò di nuovo la scomunica assoluta contro Enrico, l’antipapa Clemente e tutti i loro seguaci. – (Milman. “Latin Christianity”, vol.III, libro VII, cap.III, par.47,48). [283]
- A Salerno, il 25 maggio 1085, Gregorio VII morì. Quando i vescovi presenti e Matilde gli chiesero di perdonare i suoi nemici, rispose:
“No, il mio odio è implacabile. Maledico il presunto imperatore Enrico, l’antipapa Guiberto e i reprobi che li sostengono. Assolvo e benedico i semplici che credono che un papa abbia il potere di legare e sciogliere”. (De Cormenin’s, “History of the Popes”, Gregory VII).
- Mentre moriva, disse: “Ho amato la giustizia e odiato l’iniquità; perciò muoio in esilio”. Poi, alzando gli occhi al cielo, disse ai vescovi e ai cardinali: “Là vado e vi raccomanderò incessantemente alla protezione e al favore dell’Onnipotente”.
- E così morì Gregorio VII, il papa che, più di tutti, fino a quel momento, aveva avanzato le più alte e audaci rivendicazioni per il papato, e che aveva abbandonato la Germania e l’Italia alla confusione, allo spargimento di sangue e alla desolazione, per mantenere le sue esorbitanti pretese a favore del papato. Lasciò ventisette “Massime”, come segue:
- La Chiesa Romana fu fondata solo da Nostro Signore.
- Solo il Romano Pontefice dovrebbe di diritto essere definito vescovo universale.
- Solo lui può deporre e ristabilire i vescovi.
- Il legato del papa, sebbene di rango inferiore, nei concili sostituisce tutti i vescovi e può pronunciare sentenze di deposizione contro di loro.
- Il papa può deporre i vescovi assenti.
- Nessuno deve vivere nella stessa casa con persone da lui scomunicate.
- Solo il papa può emanare nuove leggi, istituire nuove chiese, dividere i vescovadi ricchi e unire quelli poveri.
- Solo lui può indossare gli ornamenti imperiali.
- Tutti i principi devono baciargli il piede e rendere a lui solo questo segno di distinzione.
- Solo il suo nome deve essere commemorato nelle chiese.
- Non c’è altro nome al mondo che il suo [cioè, come alcuni interpretano, solo lui è chiamato papa. Il nome di papa, un tempo comune a tutti i vescovi, fu attribuito, come osserva Padre Paolo, da Gregorio VII al Romano Pontefice].
- Gli è lecito deporre gli imperatori.
- Può trasferire i vescovi da una sede all’altra quando lo ritenga necessario.
- Può ordinare un chierico in qualsiasi chiesa.
- Un chierico da lui ordinato non deve essere avanzato a un grado superiore da nessun altro vescovo.
- Nessun concilio generale deve essere riunito senza il suo ordine.
- Nessun libro può essere ritenuto canonico se non per la sua autorità.
- Nessuno può revocare i suoi giudizi, ma egli può revocare tutti gli altri.
- Non deve essere giudicato da nessuno.
- Nessuno presumerà di condannare chi si appella alla Sede Apostolica.
- Le cause maggiori di tutte le Chiese devono essere portate davanti alla Sede Apostolica.
- La Chiesa Romana non ha mai errato, né mai lo farà, secondo la Scrittura.
- Il Romano Pontefice, eletto canonicamente, diventa indubbiamente santo per i meriti di San Pietro, secondo la testimonianza di Sant’Ennodio, vescovo di Pavia, e di molti Padri, come riportato nei decreti di Papa Simmaco. [284]
- Con il suo permesso, un inferiore può accusare il suo superiore.
- Può deporre e ristabilire i vescovi senza convocare un sinodo.
- Non deve essere considerato cattolico chi non è d’accordo con la Chiesa romana.
- Il papa può assolvere i sudditi dal giuramento di fedeltà prestato a un principe malvagio. (Bower’s, “Lives of the Popes”, Gregory VII, par.64. Come tradotte e riassunte da De Cormenin, le “Massime” di Gregorio sono le seguenti: Dio è Spirito. Egli governa la materia. Pertanto lo spirituale è al di sopra del potere temporale. Il papa è il rappresentante di Dio sulla terra; egli dovrebbe quindi governare il mondo. A lui solo appartengono l’infallibilità e l’universalità. Tutti gli uomini sono sottomessi alle sue leggi, e può essere giudicato solo da Dio. Dovrebbe indossare ornamenti imperiali. Popoli e re dovrebbero baciargli i piedi. I cristiani sono irrevocabilmente sottomessi ai suoi ordini. Dovrebbero uccidere i loro principi, padri e figli se egli lo ordina. Nessunconcilio puòessere dichiarato universale senza gli ordini del papa. Nessun libro può essere ricevuto come canonico senza la sua autorità. Infine, non esiste né bene né male se non in ciò che egli ha condannato o approvato”.).
- Sul letto di morte, Gregorio VII aveva esortato i cardinali a scegliere come suo successore un certo Desiderio, abate di Montecassino. Lì, a Salerno, luogo della morte di Gregorio, i cardinali chiesero a Desiderio di accettare l’ufficio di papa: ma, vedendo la città di Roma in rovina e temendo il proseguimento delle guerre che l’avevano provocata, rifiutò e si ritirò nel suo monastero, e ci vollero due anni prima che fosse fatto papa. Poi, durante un’assemblea pubblica a Roma, Desiderio fu improvvisamente catturato e condotto di corsa nella chiesa di Santa Lucia, e proclamato papa:
VITTORIO III, 23 MARZO — 16 SETTEMBRE 1087.
- Il principe di Salerno chiese al nuovo papa di ordinare un suo favorito all’arcivescovado di Salerno. Vittorio rifiutò: la capitale fu conquistata dalle truppe e, quattro giorni dopo la sua elezione, Vittorio fuggì da Roma, si tolse tutte le insegne papali e fece ritorno alla sua abbazia. Il 9 maggio tornò a Roma, accompagnato da un corpo di truppe normanne, e si accampò davanti alla chiesa di San Pietro, che era presidiata da papa Clemente con una guarnigione. Ma Vittorio e i Normanni scacciarono Clemente e conquistarono la chiesa, dove Vittorio fu solennemente consacrato papa. Dopo otto giorni, Vittorio tornò alla sua abbazia e a Roma per celebrare la festa di San Pietro, il 29 giugno. Alla vigilia della festa di San Pietro, un messaggero dell’imperatore Enrico giunse a Roma e invitò i nobili e il popolo romano ad abbandonare la causa di Vittorio. Il popolo obbedì alla chiamata e insorse contro le truppe di Matilde e Vittorio “che ancora dalle alture mantenevano il possesso della chiesa di San Pietro. Questa divenne il centro della sanguinosa lotta; gli uomini si battevano con la massima furia per chi dovesse celebrare il giorno santo dell’apostolo nella sua grande chiesa. Nessuna delle due fazioni ottenne questo trionfo; l’altare rimase per tutto il giorno senza luce, incenso o sacrificio; poiché le truppe sconfitte del papa furono costrette a rifugiarsi in Castel Sant’Angelo… [285]
- “Guiberto celebrò la messa solenne nella vicina chiesa di Santa Maria, con le due torri o campanili, da entrambe le quali aveva appena uscire la guarnigione col fumo. Il giorno dopo i partigiani di Guiberto presero possesso di San Pietro, lavarono l’altare dalla contaminazione della messa nemica e poi celebrarono la santa eucaristia. Ma anche il loro trionfo fu di breve durata: il giorno seguente furono nuovamente cacciati e papa Vittorio governò in San Pietro.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.III, libro VII, cap.IV, par.4).
- Nell’agosto del 1087, Vittorio tenne un concilio a Benevento, con il quale rinnovò la scomunica e l’anatema contro Clemente III, che denunciò come “il precursore dell’anticristo, come un lupo rapace scatenato contro il gregge di Cristo.” – (Bower. “Lives of the Popes”, Victor III). Il concilio rinnovò anche la condanna di Gregorio all’investitura laica. Ma, mentre il concilio era in sessione, Vittorio fu colpito dalla pericolosa malattia che ne causò la morte il 16 settembre. Sul letto di morte aveva raccomandato ai cardinali l’elezione di un certo Ottone, vescovo di Ostia. Un’assemblea fu incaricata di riunirsi a Terracina, in Campania, la prima settimana di Quaresima del 1088. E lì, domenica 12 marzo, il vescovo di Ostia fu eletto all’unanimità alla carica papale, diventando così Papa:
URBANO II, 12 MARZO 1088 — 29 LUGLIO 1099.
- Urbano notificò immediatamente ai nobili e ai sovrani di tutti i paesi che era papa. Nell’anno 1099 tenne un concilio a Roma, in cui scomunicò Clemente III, l’imperatore Enrico e tutti i loro seguaci, di cui scrisse al principale nemico episcopale di Enrico in Germania, in questo modo:
“Pongo al primo posto tra gli scomunicati l’eretico Guiberto di Ravenna, l’usurpatore del trono apostolico, e il re Enrico; poi coloro che li sostengono; e infine tutto il clero o i laici che comunicano con questi due criminali. Non pronunciamo tuttavia un anatema in particolare contro tutti, ma non li ammettiamo alla nostra comunione senza imporre loro una penitenza, che regoliamo in base al grado del peccato, sia che questi colpevoli abbiano agito per ignoranza, paura o necessità. Desideriamo trattare con estrema severità coloro che sono caduti volontariamente nell’abisso. Vi confermiamo nel potere di governare in nostra vece in Sassonia, in Germania e negli altri paesi limitrofi, affinché tu possa regolare tutti gli affari ecclesiastici, in conformità con gli interessi della Chiesa.” (Milman. De Cormenin, “History of the Popes”, Urban II). [286]
- Più tardi, nello stesso anno, tenne un concilio a Melfi, in cui rinnovò il decreto di Gregorio contro le investiture laiche e il matrimonio del clero. A questo decreto confermato di Gregorio contro il matrimonio del clero, Urbano aggiunse un decreto che autorizzava i laici a rendere schiave le mogli dei chierici sposati, ovunque le trovassero. Questi atti di Urbano, attraverso i suoi concili, furono un avviso al mondo che avrebbe perpetuato la guerra che Gregorio aveva iniziato e che Vittorio aveva continuato. È troppo ripetere i dettagli di intrighi, massacri e devastazioni che accompagnarono questa guerra. L’unica novità fu che Urbano e il suo partito riuscirono a conquistare il figlio di Enrico, il principe Corrado, dalla loro parte e a prendere le armi in una vera e propria guerra contro suo padre. “Così completamente era l’interesse dell’ecclesiastico ad assorbire tutti gli altri, che crimini così contro natura non solo venivano giustificati dalle passioni ordinarie degli uomini, ma anche da quelle delle più alte pretese di santità cristiana. Quale papa, se avesse promesso un vantaggio, avrebbe mai rifiutato l’alleanza di un figlio ribelle?” – (Milman. “History of Latin Christianity”, idem, cap.5, par.8).
- Fu come promotore delle Crociate che Urbano II ottenne in modo particolare la distinzione papale. Abbiamo visto che Gregorio VII progettò una Crociata: toccò a Urbano II, “il più fedele dei suoi discepoli”, portarla a termine. I turchi avevano preso Gerusalemme ai Saraceni nel 1076. Tra le molte migliaia di persone che fecero un pellegrinaggio a Gerusalemme c’era un eremita, di nome Pietro, proveniente dalla provincia di Piccardia in Francia. I turchi non avevano solo conquistato Gerusalemme, ma anche “la Cilicia, la Siria, l’Isauria, la Licia, la Pisidia, la Licaonia, la Cappadocia, la Galazia, l’una e l’altra Ponto e Bitinia”. Quando Pietro l’Eremita si appellò al patriarca di Gerusalemme per sapere perché gli imperatori greci potessero tollerare che i turchi prendessero possesso del “Santo Sepolcro”, il patriarca poté solo rassicurarlo sulla debolezza dei successori di Costantino. Allora, esclamò Pietro, “Susciterò le nazioni bellicose d’Europa a favore della tua causa!”. “Da Gerusalemme il pellegrino tornò come un fanatico accanito, ma poiché eccelleva nella follia popolare dell’epoca, papa Urbano II lo accolse come un profeta, applaudì il suo glorioso disegno, promise di sostenerlo in un concilio generale e lo incoraggiò a proclamare la liberazione della Terra Santa”. – (Gibbon. “Decline and Fall of the Roman Empire”, cap.LVIII, par.1).
- Così incoraggiato, Pietro si mise in cammino nel suo rozzo abito da eremita, a capo e piedi nudi, in groppa a un asino, e attraversò l’Italia e la Francia, predicando ovunque: nelle chiese, nelle strade, agli incroci, sulle strade maestre. Con sospiri, lacrime, gemiti e percosse al petto; con appelli al cielo, alla Vergine Maria, a tutti i santi e agli angeli; con immagini intensamente tratteggiate delle oppressioni inflitte ai santi pellegrini dai turchi infedeli; egli agiva sui sentimenti e faceva appello alle passioni della moltitudine superstiziosa, ignorante e debole di mente ovunque. “Il più perfetto oratore di Atene avrebbe potuto invidiare il successo della sua eloquenza: l’entusiasta contadino ispirò la passione che provava, e la cristianità attese con impazienza i consigli e i decreti del sommo pontefice.”(Idem).
- Urbano tenne un concilio a Piacenza nel marzo del 1095, a cui parteciparono duecento vescovi d’Italia, Francia, Borgogna, Svevia e Baviera, e al quale si riunirono altri quattromila ecclesiastici e trentamila laici. Al concilio si presentarono anche ambasciatori dell’imperatore d’Oriente, implorando aiuto per proteggere l’Europa dai turchi vittoriosi. “Al triste racconto della miseria e dei pericoli dei loro fratelli orientali, l’assemblea scoppiò in lacrime: i più zelanti sostenitori dichiararono la loro disponibilità a marciare; e gli ambasciatori greci furono congedati con la garanzia di un soccorso rapido e potente. Il soccorso di Costantinopoli era incluso nel più ampio e distante progetto della liberazione di Gerusalemme, ma il prudente Urbano rinviò la decisione finale a un sinodo che si proponeva di celebrare in qualche città della Francia nell’autunno dello stesso anno.” (Idem, par.2). [287]
- La città francese scelta per questo secondo concilio fu Clemens; e il concilio si tenne nel novembre del 1095. “Oltre alla sua corte e al consiglio dei cardinali romani, Urbano era sostenuto da tredici arcivescovi e duecentoventicinque vescovi; il numero dei prelati mitrati era stimato in quattrocento… Dai regni adiacenti, un corteo marziale di signori e cavalieri potenti e rinomati partecipò al concilio, in grande attesa delle sue risoluzioni. Tale era l’ardore dello zelo e della curiosità che la città si riempì, e molte migliaia di persone, nel mese di novembre, eressero le loro tende o capanne in aperta campagna. Una sessione di otto giorni produsse alcuni canoni utili o edificanti per la riforma dei costumi; una severa censura fu pronunciata contro la licenza della guerra privata… Ma una legge, per quanto venerabile sia la sanzione, non può trasformare improvvisamente il carattere dei tempi, e gli sforzi benevoli di Urbano meritano meno lodi, poiché egli lavorò per placare alcune liti interne, in modo da poter diffondere le fiamme della guerra dall’Atlantico all’Eufrate. Dal sinodo di Piacenza, la voce del suo grande disegno si era diffusa tra le nazioni: il clero, al suo ritorno, aveva predicato in ogni diocesi il merito e la gloria della liberazione della Terra Santa; e quando il papa salì su un’alta impalcatura nella piazza del mercato di Clermont, la sua eloquenza si rivolse a un pubblico ben preparato e impaziente. (Idem, par.3). Da quell’impalcatura Urbano II declamò quanto segue:
“Siamo senza dubbio lieti di vedere la nostra presenza suscitare acclamazioni in questa grande e illustre assemblea; ma non possiamo nascondere sotto le apparenze di una gioia ingannevole, i segni di una profonda tristezza; e i vostri cuori vedranno con amarezza, e i vostri occhi verseranno torrenti di lacrime, quando considererete con me, miei fratelli, le sventure del cristianesimo e la nostra negligenza verso i fedeli d’Oriente. “Grazie a Dio, abbiamo quasi completamente estirpato l’eresia che ha devastato la Chiesa d’Occidente; abbiamo sterminato gli scismatici ostinati con il fuoco o la spada; abbiamo riformato gli abusi e accresciuto i domini e le ricchezze della Santa Sede. Nonostante questo successo, la nostra anima rimane immersa nella tristezza e vi dichiariamo che non avremo pace finché gli implacabili nemici del nome cristiano non saranno cacciati dalla Terra Santa, che oltraggiano con la loro condotta empia e sacrilega. [288]
“Sì, cari fratelli, Gerusalemme, la città di Dio, quell’eredità di Cristo che ci è stata lasciata in eredità dal Salvatore, quella terra venerata in cui si sono compiuti tutti i misteri divini, è stata per diversi secoli nelle mani sacrileghe dei Saraceni e dei Turchi, che trionfano su Dio stesso. Chi può raccontare le orribili profanazioni che commettono in questi luoghi santi? Hanno rovesciato gli altari, spezzato le croci, distrutto le chiese; e se nella loro rabbia hanno risparmiato la chiesa del Santo Sepolcro, è stato solo per un sentimento di avarizia, poiché hanno speculato sulla devozione dei fedeli che da ogni parte del mondo si recano alla tomba divina. Esigono un riscatto dai pellegrini per permettere loro di penetrare nei luoghi santi; poi li spogliano quando permettono loro di andarsene, e li attaccano persino quando riprendono le loro imbarcazioni, per impossessarsi delle loro persone e ridurli alla schiavitù più dura. “E noi, figli di Cristo, contempliamo il massacro dei nostri fratelli, freddamente e senza indignazione: ci mostriamo indifferenti agli oltraggi che i barbari commettono contro Dio; abbandoniamo loro silenziosamente un’eredità che appartiene solo a noi; permettiamo loro di godere pacificamente di una conquista che è la vergogna di tutta la cristianità, e restiamo loro tributari senza osare rivendicare i nostri diritti con la forza delle armi. “I cristiani, tuttavia, non rifuggono la battaglia, poiché quasi tutta l’Europa è quasi costantemente in guerra; ma le spade che dovrebbero sterminare i nemici di Cristo sono sguainate contro di lui e colpiscono le sue sacre membra. Per quanto tempo lascerete i musulmani padroni dell’Oriente? Risorgete dal vostro letargo, che ha distrutto la nostra santa religione! Uno solo dei nostri eserciti potrebbe facilmente trionfare sugli infedeli; ma le nostre liti e le guerre intestine ci decimano costantemente e accrescono la forza dei nostri nemici. Quali grandi cose potremmo compiere se i principi d’Occidente non fossero obbligati a tenere le loro truppe al loro fianco per difendersi dagli attacchi dei vicini, e se lo Spirito di Dio unisse i nostri sforzi in un’impresa così bella! Speriamo che egli presti eloquenza alle nostre parole e discenda nei vostri cuori, affinché possiate comprendere questa importante verità.
“Abbiamo scelto di preferenza questo regno cristianissimo per dare esempio agli altri popoli, perché ricordiamo che furono i vostri antenati, i Franchi, che hanno dimostrato un così grande zelo per la religione, e perché speravamo che avreste risposto alla voce di Dio e trascinato tutta l’Europa sui vostri passi. Il popolo dei Galli è già stato un avversario formidabile degli Unni, dei Mori d’Africa e degli Arabi; già sotto la guida di Carlo Martello e di Carlo Magno, ha sterminato eserciti di infedeli più numerosi della sabbia del mare; ora le vostre legioni saranno ancora più terribili, le vostre vittorie brillanti, perché combatterete sotto lo stendardo del Dio degli eserciti, che vi manda a conquistare l’eredità di Suo Figlio e che vi ordina di scacciare gli infedeli dal Santo Sepolcro.
“Seguite, intrepidi Franchi, il capo che vi chiama al soccorso della religione, al soccorso dei vostri fratelli d’Oriente, al soccorso di Cristo stesso! Guardate quel divino Salvatore che uscì vittorioso sul mondo, sulla morte e sull’inferno: Egli ora è schiavo dei Saraceni; vi presenta la sua croce, ve la dà come sacro emblema sotto il quale dovrete sconfiggere i suoi nemici e acquisire la gloria eterna. Non dimenticate che Dio, per bocca mia, vi promette la vittoria e vi abbandona le ricche spoglie degli infedeli. Coloro che verseranno il loro sangue in questa sacra guerra riceveranno l’ineffabile corona del martirio; se, tuttavia, il timore della morte… ”
- Qui il papa fu interrotto dal grido: “Deus lo volt! Deus lo volt!” – Dio lo vuole! – come a una sola voce, da migliaia di quella folla eccitata. Urbano rispose:
“Quale espressione più magnifica della volontà divina può esserci di queste semplici parole: ‘Dio lo vuole’, che escono simultaneamente da ogni bocca! Cari figli, avete seguito l’ispirazione dello Spirito Santo, e noi riceviamo questa rivelazione come un oracolo che garantisce il successo di una guerra che Dio stesso viene a dichiarare. Che questa sublime espressione sia l’emblema dell’esercito; incidiamola sui nostri stendardi e sui nostri petti, affinché diventi il grido dei soldati e dei capi in combattimento. Sì, Dio lo vuole! Marciamo verso il Santo Sepolcro; andiamo a liberare Cristo e, fino al giorno benedetto in cui lo restituiremo alla libertà, portiamo come Lui, sulla spalla destra, la santa croce, sulla quale spirò per strapparci dalla schiavitù del peccato. La sua croce è il simbolo della vostra salvezza. Portatela, una croce rossa, insanguinata, come segno esteriore, sul petto o sulle spalle, come pegno della vostra sacra e irrevocabile chiamata.” (De Cormenin’s, “History of the Popes”, Urban II). [289]
- Il papa “proclamò un’indulgenza plenaria per coloro che si fossero arruolati sotto il vessillo della croce: l’assoluzione di tutti i loro peccati e la piena remissione di tutto ciò che fosse dovuto di penitenza canonica”. – (Gibbon. “Decline and Fall”, cap.LVIII, par.5). Quando il concilio si aggiornò, Urbano invitò solennemente i vescovi a far predicare la crociata dal clero in tutte le loro diocesi. “La fredda filosofia dei tempi moderni è incapace di percepire l’impressione che fu fatta su un mondo peccatore e fanatico. Alla voce del loro pastore, il ladro, l’incendiario, l’omicida, si levarono a migliaia per redimere le loro anime, ripetendo sugli infedeli le stesse azioni che avevano compiuto contro i loro fratelli cristiani; e i termini dell’espiazione furono abbracciati con entusiasmo dai trasgressori di ogni rango e denominazione. Nessuno era puro; nessuno era esente dalla colpa e dalla pena del peccato; e coloro che erano meno inclini alla giustizia di Dio e della Chiesa, erano i più meritevoli della ricompensa temporale ed eterna del loro pio coraggio. Se fossero caduti, lo spirito del clero latino non avrebbe esitato ad adornare la loro tomba con la corona del martirio; e se fossero sopravvissuti, avrebbero potuto aspettarsi senza impazienza il ritardo e l’aumento della loro ricompensa celeste.” (Idem).
- Dappertutto alla moltitudine ignorante e superstiziosa, “di uomini, grandi e piccoli, veniva insegnato a credere a ogni meraviglia, a terre dove scorrevano latte e miele, a miniere e tesori, a oro e diamanti, a palazzi di marmo e diaspro e a boschi odorosi di cannella e incenso. In questo paradiso terrestre, ogni guerriero faceva affidamento sulla propria spada per costruire un’abitazione florida e onorevole, che misurava solo in base ai propri desideri. I loro vassalli e soldati affidavano le loro fortune a Dio e al loro signore: le spoglie di un emiro turco potevano arricchire il più umile dei seguaci dell’accampamento; e il sapore dei vini, la bellezza delle donne greche, erano tentazioni più adatte alla natura che alla professione dei campioni della croce. L’amore per la libertà era un potente incitamento per le moltitudini oppresse dalla tirannia feudale o ecclesiastica. Sotto questo segno sacro, i contadini e i borghesi, legati alla servitù della gleba, potevano sfuggire a un signore altezzoso e trapiantare se stessi e le loro famiglie in una terra di libertà. Il monaco poteva liberarsi dalla disciplina del suo convento: il debitore poteva sospendere l’accumulo di usura e la ricerca dei creditori, e fuorilegge e malfattori di ogni casta potevano continuare a sfidare le leggi ed eludere la punizione dei loro crimini.”(Idem, par.6).
- Il Concilio di Clemens aveva designato il 15 agosto 1096 come data della partenza della crociata. Ma l’entusiasmo era così grande che una grande folla era pronta a partire a marzo: circa centomila persone, divise in tre bande, guidate rispettivamente da Pietro l’Eremita, da un certo Gualtiero, a ragione chiamato il Senza Soldi, e da un monaco di nome Godescal. A questi seguiva, già nel mese di maggio, un’orda di duecentomila persone, opportunamente guidata da un’oca e una capra. Queste schiere erano composte “dai più stupidi e selvaggi rifiuti del popolo, che mescolavano alla loro devozione una brutale licenza di rapina, prostituzione e ubriachezza”. E quelli erano così totalmente ignoranti “che alla vista della prima città o castello oltre i limiti della loro conoscenza, erano pronti a chiedersi se quella non fosse Gerusalemme, il termine e l’obiettivo delle loro fatiche”. (Idem, cap.LVIII, par.7,8). [290]
- Fin dal primo passo della loro marcia, il loro zelo crociato si riversò in un massacro generale degli ebrei lungo il percorso. “A Verdun, Treviri, Magonza, Spira, Worms, molte migliaia di quella sventurata popolazione furono saccheggiate e massacrate: né avevano subito un colpo più sanguinoso dalla persecuzione di Adriano”. Ciò continuò lungo tutto il Danubio. Eppure, l’afflizione che colpì il popolo in generale, lungo il percorso dei crociati, fu solo meno terribile di quella che colpì gli ebrei. L’immensa folla aveva bisogno di provviste: non ne portava con sé e, per forza, doveva vivere a spese della gente dei paesi che attraversava. Se la gente esitava, ciò di cui aveva bisogno veniva preso con la forza; se rifiutava, si esponeva all’omicidio. Così terribile fu questa invasione dei crociati che il re di Bulgaria e il re d’Ungheria furono costretti a radunare i loro eserciti per difendere i loro paesi e i loro popoli.
- Quando i crociati giunsero a Costantinopoli, l’imperatore d’Oriente sperava di salvarli dalla distruzione certa che, a suo dire, sarebbe stata loro inflitta dai Turchi non appena fossero entrati in Asia. Ma essi si dimostrarono subito così distruttivi che, per la sicurezza del suo paese, della sua città e del suo popolo, egli fu lieto di aiutarli ad attraversare il Bosforo. Questo, certo, fece piacere ai crociati, poiché li avrebbe portati a portata di mano degli odiati oggetti del loro zelo crociato, che si aspettavano di spazzare via prontamente, come pula davanti al turbine, e di giungere rapidamente a Gerusalemme e al Santo Sepolcro. Sbarcarono sani e salvi sul suolo asiatico. In due battaglie, che per i Turchi furono poco più che scaramucce, l’intera moltitudine fu annientata. “Una piramide di ossa informò i loro compagni del luogo della loro sconfitta. Dei primi crociati, trecentomila erano già morti prima che una sola città fosse salvata dagli infedeli, prima che i loro fratelli più serie e nobili avessero completato i preparativi della loro impresa.”(Idem, par.9). “Mai, forse, spedizioni furono così totalmente, irrimediabilmente disastrose, così selvaggiamente prodighe di vite umane, come la crociata popolare che partì per prima sotto Pietro l’Eremita.” – (Milman. “Latin Christianity”, col.IV, libro VII, cap.VI, par.27).
- Poi arrivò il mese di agosto, il periodo stabilito dal papa per la partenza regolare della crociata. E il numero di coloro che raggiunsero Costantinopoli fu così vasto che un testimone oculare, uno storico, pensò che l’Europa dovesse essere stata sradicata dalle sue fondamenta, per fornire tali moltitudini. Si stima che circa sei milioni partirono, ma molti tornarono presto indietro e molti altri perirono lungo il cammino. Tuttavia, la stima prudente della storia standard è che “mai un gran numero di uomini sia stato contenuto entro le linee di un singolo accampamento come durante l’assedio di Nizza, la prima operazione dei principi latini”. – (Gibbon. Idem, par.16). Poiché una stima analoga dell’esercito di Serse, quando fu conteggiato, dopo il suo primo raduno sul suolo europeo, indica un numero di 5.283.220, -(“Great Empires of Prophecy”, cap.IX, par.2)- è evidente che il numero di crociati che componevano la prima crociata doveva essere di ben cinque milioni.(Idem, par.24). Questi erano guidati dai primi principi e dai più abili guerrieri d’Europa; e portarono a termine una marcia vittoriosa attraverso l’Asia Minore, la Siria e la Palestina. Assediarono e conquistarono Nizza ed Antiochia dal maggio 1097 al 3 giugno 1098. Il 7 giugno 1099 iniziarono l’assedio di Gerusalemme, conquistandola il 15 luglio. “Un venerdì alle tre del pomeriggio, giorno e ora della Passione, Goffredo di Buglione si erse vittorioso sulle mura di Gerusalemme. Il suo esempio fu seguito da ogni parte dall’emulazione del valore; e circa quattrocentosessanta anni dopo la conquista di Omar, la città santa fu liberata dal giogo maomettano.” — Gibbon. [291]
- “Nessun barbaro, nessun infedele, nessun saraceno perpetrò mai atrocità così sconsiderate e crudeli come quelle dei portatori della croce di Cristo (che, si dice, caddero in ginocchio e proruppero in un pio inno alla prima vista della Città Santa), alla conquista della città. L’omicidio era misericordia, lo stupro tenerezza, il semplice saccheggio la mera affermazione del diritto del conquistatore. I bambini venivano afferrati per le gambe, alcuni strappati dal seno delle madri e sbattuto contro le mura o trascinati giù dai bastioni. Altri erano costretti a saltare giù dalle mura; alcuni torturati, arrostiti a fuoco lento. Squartavano i prigionieri per vedere se avessero ingoiato oro. Di 70.000 saraceni non ne rimasero abbastanza per seppellire i morti; poveri cristiani furono assunti per svolgere l’ufficio. Chiunque fosse sorpreso nel tempio fu massacrato, finché il tanfo dei cadaveri non allontanò gli assassini. Gli ebrei furono bruciati vivi nella loro sinagoga. Anche il giorno dopo, tutti coloro che si erano rifugiati sui tetti, nonostante la resistenza di Tancredi, furono fatti a pezzi. Ancora più tardi, i pochi saraceni che erano riusciti a fuggire (senza eccettuare i bambini di un anno) furono messi a morte per vendicare gli insulti ai morti e per evitare che aumentassero il numero dell’esercito egiziano in avanzata. – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.IV, libro VII, cap.VI, par.28).
- Quindi, “dopo che ogni nemico fu sottomesso e massacrato”, con le strade di Gerusalemme che scorrevano di sangue e coperte dai corpi degli uccisi, i crociati trionfanti gettarono via le armi ancora intrise di sangue e si diressero verso il “Santo Sepolcro”. Raggiunsero così la meta della loro lunga e mortale marcia; e lì, presso l’immaginaria tomba del Salvatore, con le mani e le vesti insanguinate per il massacro indiscriminato di uomini, donne e bambini innocenti, osarono con lacrime, inni e atteggiamento devoto esprimere la loro gratitudine a Colui che dal Sinai aveva tuonato: “Non uccidere”, e che, senza opporre alcuna resistenza, aveva donato la Sua vita e pronunciato la Sua preghiera morente per i Suoi nemici! E tra la folla sanguinaria e fanatica intravediamo un ultimo barlume della causa principale di tutto il fanatico progetto: Pietro l’Eremita.
- Allora fu istituito il regno di Gerusalemme, di cui Goffredo di Buglione fu scelto all’unanimità come primo sovrano. Questo regno durò dal 1099 al 1187, quando Gerusalemme fu riconquistata dai Maomettani, sotto Saladino. Alla presa della città, Saladino “acconsentì ad accettare la città e a risparmiare gli abitanti. Ai cristiani greci e orientali fu permesso di vivere sotto il suo dominio, ma fu stipulato che entro quaranta giorni tutti i Franchi e i Latini avrebbero dovuto evacuare Gerusalemme ed essere condotti sani e salvi nei porti di Siria ed Egitto; che dieci pezzi d’oro sarebbero stati pagati per ogni uomo, cinque per ogni donna e uno per ogni bambino; e che coloro che non fossero stati in grado di acquistare la propria libertà sarebbero stati tenuti in schiavitù perpetua”. Alcuni scrittori considerano un tema preferito e invidioso paragonare l’umanità di Saladino con il massacro della prima crociata. La differenza sarebbe meramente personale, ma non dovremmo dimenticare che i cristiani si erano offerti di capitolare e che i maomettani di Gerusalemme avevano sostenuto le estreme conseguenze di un assalto e di una tempesta. Giustizia è dovuta alla fedeltà con cui il conquistatore turco adempì le condizioni del trattato, e può essere giustamente lodato per lo sguardo di pietà che rivolse alla miseria dei vinti. Invece di una rigorosa esazione del suo debito, accettò una somma di trentamila bizantini per il riscatto di settemila poveri; altri due o tremila furono congedati dalla sua gratuita clemenza; e il numero degli schiavi fu ridotto a undici o quattordicimila persone. Nel suo colloquio con la regina, le sue parole e persino le sue lacrime suggerirono le più gentili consolazioni; le sue generose elemosine furono distribuite tra coloro che erano rimasti orfani o vedove a causa della fortuna della guerra; e mentre i cavalieri dell’ospedale erano in armi contro di lui, permise ai loro confratelli più pii di continuare, per un anno, la cura e il servizio dei malati. [292]
- “In questi atti di misericordia la virtù di Saladino merita la nostra ammirazione e il nostro amore: era al di sopra della necessità di dissimulare, e il suo austero fanatismo lo avrebbe spinto a dissimulare, piuttosto che a fingere, questa profana compassione per i nemici del Corano. Dopo che Gerusalemme fu liberata dalla presenza degli stranieri, il sultano fece il suo ingresso trionfale, con le sue bandiere che sventolavano al vento e al suono della musica marziale. La grande moschea di Omar, che era stata trasformata in chiesa, fu nuovamente consacrata a un solo Dio e al Suo profeta Maometto; le pareti e il pavimento furono purificati con acqua di rose, e un pulpito, opera di Noureddin, fu eretto nel santuario. Ma quando la croce d’oro che scintillava sulla cupola fu abbattuta e trascinata per le strade, i cristiani di ogni setta emisero un lamentoso gemito, a cui risposero le grida di gioia dei musulmani. In quattro casse d’avorio il patriarca aveva raccolto le croci, le immagini, i vasi e le reliquie del luogo santo: furono sequestrati dal conquistatore, desideroso di presentare al califfo i trofei dell’idolatria cristiana. Fu tuttavia convinto ad affidarli al patriarca e principe di Antiochia; il pio impegno fu riscattato da Riccardo d’Inghilterra, al costo di cinquantaduemila bizantini d’oro.” – (Gibbon. “Decline and Fall of the Roman Empire”, cap.LIX, par.11).
- Questa epidemia di fanatismo e ferocia delle Crociate continuò per quasi duecento anni. In questo periodo quasi sette milioni di persone lasciarono l’Europa occidentale per Gerusalemme, pochissime delle quali tornarono mai, e solo individualmente. Così, questo vasto numero di persone fu chiamato dai papi al massacro: e questo senza un singolo elemento redentore e senza una sola causa giustificatrice. “L’ostinata perseveranza dell’Europa può davvero suscitare la nostra pietà e ammirazione: che nessun insegnamento sia stato tratto da un’esperienza costante e avversa; che la stessa fiducia sia ripetutamente cresciuta dagli stessi fallimenti; che sei generazioni successive si siano precipitate a capofitto nel precipizio che si apriva davanti a loro; e che uomini di ogni condizione abbiano messo in gioco le loro fortune pubbliche e private nella disperata avventura di possedere o recuperare una lapide a duemila miglia dal loro paese.” – (Gibbon. Idem, par.6). “Le Crociate (contemplate non con fredda e indifferente filosofia, ma con quell’elevato spiritualismo di fede che non può consentire di limitare l’onnipresente Dio, il Salvatore e lo Spirito Santo a nessun luogo, a nessuna particolare montagna o città, e per la quale una guerra di religione è essenzialmente, inconciliabilmente contraria allo spirito del Cristianesimo) possono sembrare il colmo della follia umana. Le Crociate, se potessimo calcolare l’incalcolabile spreco di vite umane dall’inizio alla fine (uno spreco, senza conseguire alcun risultato umano duraturo) e tutta la miseria umana che è implicita in quella perdita di vite umane, possono sembrare la più meravigliosa frenesia che abbia mai posseduto l’umanità.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.IV, libro VII, cap.VI, par.23). [293]
- Eppure tutto ciò ridondava all’arricchimento, e quindi alla gloria del papato. Innanzitutto, tutti gli interessi, in questo e nell’altro mondo, di ogni crociato furono posti sotto la speciale tutela del papa; e poiché quasi nessuno di coloro che partivano tornava, questa tutela divenne perpetua e, sotto l’innato spirito di invasione del papato, si confuse facilmente in un controllo assoluto. Oltre a ciò, tutti avevano bisogno di denaro contante per provvedere alle crociate. La disponibilità di beni di una tale moltitudine fece sì che, all’improvviso, fossero vendibili solo a un prezzo notevolmente ridotto. E, dai tesori accumulati nel corso dei secoli, e a tassi esorbitanti, la Chiesa prestò il denaro necessario su oggetti di valore e proprietà terriere. Ad esempio, Goffredo di Buglione ipotecò al vescovo di Verdun e al vescovo di Liegi la maggior parte dei suoi grandi possedimenti; e poiché non fece mai ritorno, quei beni sono ancora oggi detenuti dalla Chiesa di Roma. “Per almeno due secoli questo traffico proseguì silenziosamente, la Chiesa riceveva sempre, raramente alienava: e questo aggiunto alle ordinarie offerte di devozione, ai lasciti del rimorso in punto di morte, alle esazioni per un’assoluzione ottenuta a fatica, alle prodighe tangenti del terrore superstizioso, alle elemosine di pura e abnegata carità.
- “Chiunque durante tutto il periodo delle Crociate cercasse a chi affidare le sue terre come guardiano, o in perpetuo, se avesse trovato la sua tomba o possedimenti più ricchi in Terra Santa, si rivolgeva alla Chiesa, con le cui preghiere avrebbe potuto ottenere il successo, con le cui messe il peccato, che si era aggrappato all’anima persino del soldato della croce, avrebbe potuto essere purificato. Se tornava, spesso tornava deluso e malinconico, si rifugiava nel chiostro per sfuggire ai suoi scoraggiati sentimenti religiosi e cedeva i suoi rimanenti diritti ai suoi confratelli. Se non tornava più, la Chiesa ne era in possesso. L’ecclesiastico che si recava in Terra Santa non deteneva in sé la successione perpetua alle terre della sua sede o del suo monastero; era nella Chiesa o nella confraternita. Così, in ogni modo, la Chiesa onnipresente continuava ad accumulare ricchezze, circondando nuove terre nel suo sacro recinto, l’unico mercante stabile che in questo vasto traffico e vendita di proprietà personali e terriere non intraprese mai un’impresa perdente, ma continuò ad accumulare e ancora ad accumulare, e per la maggior parte ritirò la più ampia porzione delle terre di ogni regno in una tenuta separata, che rivendicava l’esenzione da tutti i pesi del regno.” – (Milman. Idem, par.37). [294]
- Urbano II non tornò dalla Francia a Roma fino al settembre 1096, e poi fu scortato da una schiera di crociati, con il cui aiuto il pontefice entrò a Roma in trionfo e cacciò i sostenitori di Clemente III dalle fortezze che occupavano, tranne Castel Sant’Angelo. In seguito, Urbano si recò a Salerno, quando i sostenitori di Clemente III di nuovo si ribellarono e stabilirono il potere di Clemente. Un concilio composto da cardinali, vescovi, sacerdoti, diaconi e monaci, in gran numero, fu scomunicato e sottoposto a anatema, dichiarando:
“Non vogliamo lasciare i fedeli nell’ignoranza di esserci riuniti in concilio per distruggere le eresie introdotte nella Chiesa dal monaco Ildebrando e dagli imitatori della sua politica. Di conseguenza, pubblichiamo la condanna di Papa Urbano e di tutti coloro che lo riconoscono. Tuttavia, permettiamo ai colpevoli di perorare la loro causa davanti a noi, promettendo loro, anche se fossero condannati, la completa salvezza per le loro persone fino alla festa di Ognissanti, perché non abbiamo sete di sangue e desideriamo sinceramente la pace, la verità e l’unità nella Chiesa.”
- Poco dopo, tuttavia, all’inizio dell’anno 1099, Urbano tornò e scacciò nuovamente Clemente III. Il 29 luglio 1099, Urbano II morì. Al suo posto fu eletto il cardinale Rainerio, che assunse il titolo di:
PASQUALE II, 13 AGOSTO 1099 — 21 GENNAIO 1118.
Pasquale continuò contro Enrico IV la guerra iniziata da Gregorio VII e sostenuta da Vittorio III e Urbano II. Clemente III morì nel settembre del 1100. Un successore fu immediatamente eletto dal partito di Enrico, ma Pasquale lo fece prigioniero il giorno stesso della sua elezione e lo rinchiuse in un monastero. Al suo posto fu eletto un altro, che, centocinque giorni dopo la sua elezione, fu anch’egli catturato e imprigionato da Pasquale. Fu eletto anche un terzo, che prese il nome di:
SILVESTRO IV.
Ma in pochi giorni fu cacciato da Roma da Pasquale e morì prima di potervi tornare.
- La guerra tra il papa e l’imperatore, iniziata da Gregorio VII e continuata dai suoi successori, fu condotta con la massima asprezza da Pasquale. Il primogenito dell’imperatore, Corrado, che il partito papale aveva aizzato contro il padre, era morto. Riuscirono quindi a rivoltare contro l’imperatore il suo secondogenito, Enrico, e sebbene non si possa dimostrare che il papa stesso fosse direttamente coinvolto nella ribellione del giovane Enrico contro il padre, è tuttavia certo che “il primo atto del giovane Enrico fu di consultare il papa in merito all’obbligo del suo giuramento di fedeltà. Il santo padre, attribuendo audacemente questo dissenso tra il figlio e il genitore all’ispirazione di Dio, gli inviò senza riserve la benedizione apostolica e gli diede l’assoluzione, a condizione che governasse con giustizia e fosse fedele alla Chiesa: per la sua ribellione contro il padre, un’assoluzione nel giudizio finale di Cristo”. – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.IV, libro VIII, cap.1, par.12 dalla fine).
- Per mezzo di questo secondo figlio ribelle, il papato riuscì a spingere l’imperatore Enrico IV alla morte, il 7 agosto 1106. E non si fermò nemmeno allora; ma, quando fu sepolto dal vescovo di Liegi, dove morì, il vescovo fu costretto a riesumarne il corpo e a escluderlo dalla “terra consacrata”. “Così questo grande principe, Enrico, quarto imperatore con quel nome, in spregio a tutte le leggi umane e divine, fu perseguitato fino alla tomba, e oltre, dai suoi stessi sudditi e dai suoi stessi figli, con l’approvazione, se non addirittura su istigazione di quattro papi in successione, per non aver ceduto loro una prerogativa che i suoi predecessori avevano tutti goduto come loro indubbio diritto, e che nessun papa, per quanto audace e ambizioso, aveva osato rivendicare fino all’epoca di quell’incendiario Gregorio VII.” – (Bower. “Lives of the Popes”, Pascal II). [295]
- Ma, ora che il papa si era sbarazzato di Enrico IV, si può dire che i suoi guai fossero solo all’inizio. Con l’ascesa al trono di Enrico V, il papa cadde in mani più crudeli di quanto avesse mai trovato. Infatti, sebbene il giovane Enrico si fosse unito al papato nella guerra contro suo padre per ottenere dall’imperatore, per il papato, il diritto esclusivo di investitura, tuttavia il giovane Enrico, non appena divenne ‘l’imperatore Enrico V’, affermò con tutta la sua forza contro il papato lo stesso diritto di investitura per il quale suo padre aveva sempre lottato. Così il papa si ritrovò più profondamente coinvolto nella guerra di quanto non lo fosse prima.
- Pasquale fece un viaggio in Francia. A Châlons, Enrico gli inviò un’ambasciata per dichiarargli la legittimità delle rivendicazioni imperiali sul diritto di investitura. In risposta, il vescovo di Piacenza, parlando a nome del papa, dichiarò che “il bastone e l’anello appartenevano all’altare e di conseguenza non potevano essere utilizzati dai laici, e che era altamente sconveniente che mani consacrate dal corpo e dal sangue di Cristo ricevessero le insegne della loro dignità e del loro potere da mani macchiate dal sangue versato dalla spada!”. Gli ambasciatori di Enrico interruppero l’arcivescovo con le parole: “Non è questo il luogo in cui dobbiamo decidere la disputa: la spada deve deciderla a Roma”. In una lettera ad Anselmo d’Inghilterra, Pasquale dichiarò:
“Sappiate che non ho mai permesso, e non permetterò mai, che il re di Germania concedesse investiture. Aspetto solo che la ferocia di quella nazione si sia in qualche modo domata. Ma se il re continua a seguire il malvagio esempio di suo padre, sentirà, a tempo debito, il peso della spada di San Pietro, che abbiamo già iniziato a sguainare”. (Bower’s “Lives of the Popes”, Pascal II, par.36).
- Enrico propose un trattato, in base al quale avrebbe rinunciato a ogni pretesa sulle investiture, a condizione che il papa gli cedesse tutti i possedimenti e le temporalità che erano stati conferiti al papato dal tempo di Carlo Magno fino a oggi, con il consenso dei vescovi. Il papa acconsentì, ed Enrico si recò a Roma per ratificare il trattato stipulato dai suoi ambasciatori e per essere incoronato imperatore dal papa. L’11 febbraio 1111 giunse a Roma con un esercito di trentaquattromila uomini. Fu accolto con gioia da ebrei e greci, dal clero, dalle suore e da una grande moltitudine di popolo, e da loro fu scortato in Vaticano. Lì Enrico “smontò da cavallo, salì i gradini di San Pietro, si avvicinò al papa, che era circondato dai cardinali, da molti vescovi, da tutto il clero e dal coro della Chiesa. Baciò prima i piedi e poi la bocca del pontefice; si abbracciarono tre volte e tre volte in onore della Trinità, si scambiarono il sacro bacio sulla fronte, sugli occhi e sulle labbra… Il re prese la mano destra del papa; il popolo squarciò l’aria con acclamazioni. Il re fece la sua solenne dichiarazione di osservare il trattato; il papa lo dichiarò imperatore e di nuovo il papa gli diede il bacio della pace. Ora presero posto nel presbiterio di porfido.” – (Milman. History of Latin Christianity”, vol.IV, libro VIII, cap.II, par.19,20). [296]
- Ma ognuno sapeva di non potersi fidare dell’altro. Ciascuno esitò a fare la propria rinuncia per conto dell’altro, per paura che, se l’avesse fatta per primo, l’altro si sarebbe rifiutato e sarebbe stato così sorpreso. Mentre ciascuno sedeva in attesa dell’altro, il papa fu il primo a rompere il silenzio chiedendo al re di rinunciare alle investiture. Il re rispose che aveva accettato di rinunciare alle investiture solo a condizione che i vescovi d’Italia accettassero la rinuncia del papa alle temporalità, e che non poteva rinunciare alle investiture finché non avesse avuto la certezza che i vescovi, di loro spontanea volontà, si fossero uniti al papa nella rinuncia alle temporalità. Poco dopo il re si fece da parte per conferire con i vescovi presenti. La conferenza durò così a lungo che il papa lo mandò a chiedere di tornare e di adempiere alla sua parte del trattato. Quando Enrico tornò dove sedeva il papa, i vescovi e alcuni membri della guardia reale lo accompagnarono. I vescovi dichiararono all’unanimità che non avrebbero mai acconsentito alla cessione dei loro beni, che il papa non aveva alcun diritto di prendere accordi in merito; e che in ogni caso non poteva essere fatto, perché, essendo i beni temporali concessi alla Chiesa dagli imperatori, erano inalienabili. Il papa cercò di convincerli, dicendo:
“È giusto rendere a Cesare ciò che è di Cesare. Chi serve Dio non dovrebbe occuparsi degli affari di questo mondo. L’uso delle armi, e di conseguenza il possesso di castelli e fortezze, è, secondo Sant’Ambrogio, estraneo all’ufficio di vescovo”. (Bower’s, “Lives of the Popes”, Pascal II, par.41).
- Ma i vescovi non si lasciarono convincere. Eppure il papa, sostenendo di aver adempiuto alla sua parte del trattato, insistette affinché anche il re adempisse alla sua. Mentre la disputa si faceva più accesa, un membro del seguito del re si avvicinò al papa e gli disse: “A che servono tanti discorsi? Che cosa abbiamo a che fare con i vostri articoli e trattati? Sappiate che nostro signore, l’imperatore, vuole che lo incoroniate senza alcuno dei vostri articoli o condizioni, come i vostri predecessori incoronarono Carlo, Ludovico e Pipino”. Il papa rispose che non poteva né voleva incoronarlo finché non avesse eseguito il trattato. Ma, poiché la parte del re nel trattato si basava definitivamente sulla condizione che i vescovi accettassero la rinuncia alle temporalità, Enrico insistette che, poiché i vescovi si erano rifiutati di farlo, non era in alcun modo tenuto a rinunciare alle investiture. Ma il papa insistette. Enrico pose fine alla lite ordinando alle sue guardie di circondare il papa e i suoi vescovi. Era la domenica di Quinquagesima e al papa fu permesso di celebrare la funzione regolare e di celebrare la messa. Enrico aveva fatto occupare le porte e le torri del Vaticano e di San Pietro dai suoi soldati. E quando la funzione fu terminata, e il papa e i suoi cardinali stavano per ritirarsi, i soldati occuparono tutte le porte, tenendole così sotto controllo. Enrico fece portare il papa e i suoi cardinali (tranne due che riuscirono a fuggire) in un edificio adiacente, dove furono tenuti sotto sorveglianza. [297]
- I due cardinali fuggiti diffusero per la città la notizia che il papa era stato imprigionato. La popolazione si infuriò e uccise molti soldati tedeschi che, ignari degli eventi di San Pietro, si dispersero, disarmati, per la città. Allora la folla inferocita si precipitò verso San Pietro e attaccò persino le truppe armate. L’imperatore, che guidò una carica contro di loro, fu disarcionato da cavallo e ferito, e avrebbe certamente perso la vita se uno dei suoi nobili non gli avesse donato il proprio cavallo. Con questo sacrificio, il nobile stesso fu catturato dalla folla, letteralmente fatto a pezzi e gettato ai cani per le strade. L’esercito di Enrico prevalse e ci fu un altro grande massacro. Il papa fu imprigionato in un castello, i cardinali furono legati e confinati in un castello separato non lontano da Roma. Così furono tenuti prigionieri, e a nessuno tranne ai tedeschi era permesso comunicare con loro. Dopo due mesi, i vescovi e i cardinali perorarono così efficacemente le proprie sofferenze, quelle del popolo di Roma e di tutto il vicinato, che Enrico metteva continuamente in imbarazzo e flagellava, che Papa Pasquale II si arrese ai dettami di Enrico V, così come Enrico IV si era arreso a Gregorio VII: con la differenza, tuttavia, che Papa Pasquale II non fu in alcun modo umiliato o fatto soffrire da Enrico V, come era successo a Enrico IV da Gregorio VII.
- Fu stipulato il seguente accordo — naturalmente per dettatura dell’imperatore e con la resa e la sottomissione del papa—:
DA PARTE DEL PAPA.
“Papa Pasquale non molesterà re Enrico per aver concesso investiture ai vescovi e agli abati del suo regno; non si occuperà di loro, né scomunicherà mai il re per averle concesse, o per qualsiasi danno che abbia arrecato, in occasione di questa disputa, a lui o ai suoi amici e seguaci; il re investirà, come ha fatto finora, con il pastorale e l’anello, i vescovi e gli abati, che saranno stati eletti liberamente, senza simonia e con la sua approvazione; gli arcivescovi e i vescovi consacreranno coloro che il re avrà così investito, e nessuno sarà consacrato finché non li avrà investiti; il papa incoronerà immediatamente l’imperatore, lo aiuterà a preservare il suo regno e gli confermerà, con una bolla speciale, il diritto di investire.”
DA PARTE DELL’IMPERATORE
“Io, Enrico, mercoledì o giovedì prossimo, rimetterò in libertà papa Pasquale e tutti i cardinali, i vescovi e le altre persone, nonché gli ostaggi che sono stati presi con lui e per lui, e farò in modo che siano condotti sani e salvi alle porte della città trans-tiberina. D’ora in poi non arresterò né farò arrestare nessuno che sarà fedele a papa Pasquale. Il popolo romano, così come gli abitanti della città transtiberina, godranno di pace e sicurezza, indisturbati sia nelle loro persone che nei loro beni; restituirò i patrimoni e i demani della Chiesa Romana che ho preso, la aiuterò e la assisterò nel recuperare e nel mantenere tutto ciò che le appartiene per giustizia, come hanno fatto i miei antenati, e obbedirò a papa Pasquale, salvando l’onore del mio regno e del mio impero, come gli imperatori cattolici hanno obbedito ai papi cattolici.” (Idem, par.44). [298]
- Questo trattato fu stipulato nell’accampamento dell’imperatore, a breve distanza da Roma. Tuttavia, c’era ancora un punto che doveva essere adempiuto prima che il papa potesse ottenere la sua libertà. La parte del papa nell’accordo era che avrebbe confermato “con una speciale bolla” il diritto di investitura dell’imperatore, ed Enrico richiese che questa bolla gli fosse regolarmente rilasciata dal papa prima di essere rilasciato. Il papa obiettò di non avere con sé il sigillo papale, e come poteva rilasciarlo? Enrico fece portare il sigillo dal palazzo del papa all’accampamento. Allora Papa Pasquale II firmò e regolarmente sigillò la seguente bolla papale:
“Pascal, vescovo, servo dei servi di Dio, al suo diletto figlio Enrico, re dei Germani, e per grazia di Dio imperatore dei Romani, salute e benedizione apostolica. Poiché il vostro regno si è sempre distinto per il suo attaccamento alla Chiesa, e i vostri predecessori hanno meritato per la loro probità di essere onorati con la corona imperiale a Roma, è piaciuto all’Onnipotente di chiamarvi mio diletto figlio Enrico, in modo analogo a quella dignità, ecc. Vi concediamo pertanto quella prerogativa che i nostri predecessori hanno concesso al vostro, cioè che investiate i vescovi e gli abati del vostro regno con il pastorale e l’anello, a condizione che siano stati eletti liberamente e senza simonia, e che siano consacrati, dopo che li avrete investiti, dai vescovi, di cui è competenza. Se qualcuno sarà scelto dal popolo e dal clero, senza la vostra approvazione, non fatelo consacrare finché non lo avrete investito. I vescovi e gli arcivescovi avranno piena libertà di consacrare i vescovi e gli abati che avrete investito. Infatti, i vostri predecessori hanno così dotato e arricchito la Chiesa con i propri beni, che i vescovi e gli abati dovrebbero essere i primi a contribuire alla difesa e al sostegno dello Stato; e vi conviene, da parte vostra, reprimere i dissensi popolari che nascono durante le elezioni. Se qualcuno, chierico o laico, presumerà di violare questa nostra concessione, sarà colpito da anatema e perderà la sua dignità. Che la misericordia dell’Onnipotente protegga coloro che la osserveranno e conceda a vostra maestà un regno felice.” (Idem, par.45).
- Quindi il papa fu reso pienamente libero. Lui e l’imperatore entrarono insieme in città e si recarono direttamente a San Pietro, dove il papa incoronò Enrico imperatore, domenica 12 aprile 1111. Al termine della cerimonia dell’incoronazione, il papa celebrò la messa, e quando si avvicinò alla comunione, prese l’ostia e la spezzò in due. Dandone una parte a Enrico e tenendo l’altra lui stesso, disse:
“Ti doniamo, imperatore Enrico, il corpo di nostro Signore Gesù Cristo, lo stesso che nacque dalla Vergine Maria e soffrì sulla croce, come ci insegna la santa Chiesa Cattolica: te lo doniamo a conferma della pace che abbiamo fatto. E come questa parte del sacramento vivificante è divisa dall’altra, così chiunque tenterà di infrangere questo accordo sia diviso da nostro Signore Gesù Cristo ed escluso dal suo regno“. (Idem, par.46).
- Una delegazione del popolo romano fu quindi ammessa alla Chiesa. Essi presentarono all’imperatore la corona d’oro e le insegne del patriziato e della difesa della città di Roma. Enrico chiese che, alla presenza di tutti, il papa gli consegnasse la bolla che era stata emessa nell’accampamento. Il papa inizialmente rifiutò, ma fu costretto a farlo, per sfuggire molto probabilmente a un’altra esperienza simile a quella che aveva appena vissuto. Enrico ricevette la bolla dalle mani del papa e partì immediatamente con il suo esercito per la Germania. [299]
- Ma i problemi del papa non erano ancora finiti. Quelli tra i cardinali e i vescovi che non erano stati prigionieri, e il clero di Roma, gli chiesero di revocare immediatamente la bolla che aveva concesso, e di dichiarare nullo e privo di valore tutto ciò che aveva fatto nel trattato con Enrico. Tennero un concilio e dichiararono all’unanimità nulle tutte le concessioni fatte da Pascal e rinnovarono i decreti di Gregorio e dei suoi successori contro l’investitura laica. Condannarono “chiunque agisse o sostenesse chiunque agisse contro quei decreti”. L’ondata di opposizione si fece così forte che il papa stesso convocò un concilio, il 28 marzo 1112, composto da “dodici arcivescovi, centoquattordici vescovi, quindici cardinali preti, otto cardinali diaconi, un gran numero di abati ed ecclesiastici di ogni rango”. Al concilio, egli rese conto di tutto ciò che era accaduto nella contesa con Enrico. Confessò di non aver fatto bene a fare le concessioni che aveva fatto e che la questione avrebbe dovuto in qualche modo essere corretta; e chiese al concilio di assisterlo nel trovare un modo per porre rimedio alla difficoltà, poiché aveva concesso all’imperatore, con quella bolla speciale, il diritto di investitura e si era anche impegnato a non scomunicarlo.
- Il concilio chiese tempo per deliberare, cosa che, naturalmente, gli fu concessa. Il risultato della loro deliberazione fu l’opinione espressa dal vescovo di Angoulême, e che “fu accolta da tutti come dettata dallo Spirito Santo”, secondo cui “poiché il papa aveva solo promesso di non scomunicare l’imperatore, poteva scomunicare la propria bolla” e il trattato che quella bolla confermava! Di conseguenza, il concilio adottò all’unanimità il seguente decreto:
“Tutti noi che siamo riuniti in questo santo concilio, condanniamo con l’autorità della Chiesa e il giudizio dello Spirito Santo, il privilegio estorto al papa da Re Enrico. E affinché sia per sempre nullo e privo di valore, scomunichiamo il suddetto privilegio: essendo con ciò stabilito che un vescovo, sebbene eletto canonicamente, non possa essere consacrato finché non abbia ricevuto l’investitura dal re, il che è contro lo Spirito Santo e incoerente con tale istituzione canonica. Amen! Amen! Fiat! Fiat!” (Idem, par.49).
- Sebbene il papa si fosse impegnato a non scomunicare l’imperatore, e sebbene avesse mantenuto fede a tale impegno e avesse scomunicato solo la sua bolla e il trattato, tuttavia ovunque i suoi legatiscomunicarono Enrico, e papa Pasquale confermò la loro scomunica. E, in effetti, la loro scomunica era di per sé priva di valore se non confermata dal papa. Anche il Concilio di Vienne, presieduto dal legato del papa e tenutosi nel settembre del 1112, scomunicò l’imperatore, e il papa confermò definitivamente questo decreto di quel concilio in una lettera datata 17 novembre dello stesso anno, “facendo così tramite altri ciò che egli stesso aveva solennemente giurato di non fare: consentendo a quello che di solito si supponeva un tribunale inferiore di dispensare dal giuramento che egli stesso non osava ritrattare; con un indegno sofisma che cercava di ottenere il vantaggio, senza la colpa, dello spergiuro.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.IV, libro VIII, cap.II, par.39). E così il papa si sottopose alla divisione che egli stesso decretò sull’ostia spezzata, domenica 12 aprile 1111. [300]
- Così, quando Pasquale II lasciò la sede papale, lasciò ai futuri papi la grande lezione papale che “non c’era limite entro cui non potessero avanzare le loro pretese per l’ingrandimento della gerarchia; ma ritrattare la minima di queste pretese andava oltre il loro potere altrimenti illimitato”. – (Milman. Idem, par.5 dalla fine). La guerra continuò dopo la morte di Pasquale II, come era già successo prima. Continuò per tutto il regno del suo successore:
GELASIO II, 1118;
e quasi per tutto il regno del suo successore:
CALLISTO II, 1119 — 12 DICEMBRE 1124.
Nel settembre del 1122 si tenne una dieta a Worms, alla quale presenziarono i legati di Papa Callisto II, e durante la quale, dopo una conferenza di dieci giorni, si concluse la guerra delle investiture con il seguente accordo:
DA PARTE DEL PAPA.
“Noi, legati della Santa Sede, concediamo all’imperatore il potere di far eleggere i vescovi e gli abati del regno di Germania in sua presenza, senza ricorrere alla violenza o alla simonia, e sotto gli auspici dei prelati metropolitani e co-provinciali. L’eletto riceverà dal principe l’investitura delle insegne tramite lo scettro, e non le insegne ecclesiastiche, e svolgerà nei confronti del suo sovrano i doveri che gli sono imposti dal suo titolo di suddito. In virtù di questo trattato, concediamo a Enrico una pace duratura, e lo stesso vale per coloro che si sono schierati dalla sua parte durante i tempi infelici delle nostre discordie.”
DA PARTE DI ENRICO V
“Per amore di Dio, della Santa Romana Chiesa, di Papa Callisto e per la salvezza della nostra anima, rinunciamo al privilegio delle investiture mediante l’anello e la croce, e concediamo a tutte le chiese del nostro impero elezioni canoniche e libere consacrazioni. Restituiamo alla Santa Sede le terre e i diritti reali di cui ci siamo impossessati durante le nostre divisioni, e promettiamo al Papa la nostra assistenza per recuperare quelli di cui i nostri sudditi si sono impossessati. Restituiremo inoltre alle chiese, ai signori e ai cittadini i domini che sono in nostro possesso. Infine, concediamo una pace completa e duratura a Papa Callisto, alla santa Romana Chiesa e a tutti coloro che l’hanno aiutata durante le nostre discordie.”
- “Questi due atti furono letti e scambiati in una pianura sulla riva sinistra del Reno, dove erano state erette tende e un altare. Furono quindi rese grazie a Dio e il vescovo di Ostia celebrò una messa solenne, durante la quale ammise l’imperatore alla comunione e gli diede il bacio della pace. Diede inoltre la sua assoluzione alle truppe che li circondavano e a tutti coloro che avevano preso parte allo scisma. Così il papa e il re cementarono la loro unione, dopo aver devastato la Germania e l’Italia ed assassinato i popoli di Sassonia, Baviera, Lorena e Lombardia per mezzo secolo, per una miserabile lite sulle investiture.” – (De Cormenin. “History of the Popes”, Calixtus II). [301]
- Seguire la storia dettagliata dei papi in successione per tutto questo secolo, tre quarti del quale in cui ci furono due papi contemporaneamente, significherebbe solo imporre al lettore una tediosa ripetizione di intrighi, bestemmie e arroganza, e di malvagità, guerra e sventura. La testimonianza dei contemporanei cattolici sarà una descrizione sufficiente dell’intero XII secolo: il cardinale Baronio, l’annalista dei papi, confessa che “sembrava che l’Anticristo governasse allora la cristianità”. E, poiché il papa era il governatore della cristianità, questa affermazione designa con estrema precisione chi sia l’Anticristo.
- San Bernardo, che visse a quel tempo, scrisse in una lettera:
“Avendo avuto per alcuni giorni la gioia di vedere il pio Noberto e di ascoltare alcune parole dalla sua bocca, gli chiesi quali fossero i suoi pensieri riguardo all’anticristo. Mi rispose che questa generazione sarebbe stata certamente sterminata dal nemico di Dio e degli uomini; poiché il suo regno era iniziato”.
- Bernardo di Morlaix, monaco di Cluny, anch’egli vissuto in questo secolo, scrisse:
“Le età dell’oro sono passate; le anime pure non esistono più. Viviamo negli ultimi tempi: frode, impurità, rapine, scismi, litigi, guerre, tradimenti, incesti e omicidi desolano la Chiesa. Roma è la città impura del cacciatore Nimrod: pietà e religione hanno abbandonato le sue mura. Ahimè! il pontefice, o meglio il re, di questa odiosa Babilonia, calpesta i Vangeli e Cristo e si fa adorare come un dio”.
- Onorio di Antron, un sacerdote, dichiarò:
“Guardate questi vescovi e cardinali di Roma! Questi degni ministri che circondano il trono della Bestia! Sono costantemente occupati in nuove iniquità e non cessano mai di commettere crimini… Il regno di Dio è finito e quello dell’anticristo è iniziato. Una nuova legge ha sostituito la vecchia. La teologia scolastica si è allontanata dalla moralità, dai dogmi e dai culti: ed ecco, gli ultimi tempi, annunciati nell’Apocalisse, sono giunti!” (DeCormenin’s, “History of the Popes”, Pascal II, primi paragrafi).
CAPITOLO 17 – LA SUPREMAZIA PAPALE
Da Innocenzo III a Bonifacio VIII
[*periodo 1198 — 1303]
[303] Il Papa Cede l’Irlanda all’Inghilterra – L’Opinione del Mondo sul Papato – Innocenzo III e il Re di Francia – Innocenzo III e Giovanni d’Inghilterra – Origine della Disputa con Giovanni – Inghilterra sotto Interdetto – L’Inghilterra Ceduta da Giovanni a Roma – La Guerra di Innocenzo in Germania – Innocenzo Sceglie un Imperatore – L’Imperatore di Innocenzo si Rivolta Contro di Lui – I Crociati Conquistano Costantinopoli – Le Prodigiose Affermazioni di Innocenzo IV – L’Apice del Potere Temporale.
- Nel 1143 la città di Roma si proclamò Repubblica. Fu eletto un patrizio e il Senato fu ripristinato. Nel marzo del 1144, questa repubblica dichiarò la separazione tra Chiesa e Stato e notificò al papa – Lucio II – che avrebbero riconosciuto e sottomesso la sua autorità nelle questioni spirituali, ma solo in quelle spirituali. “Dichiararono che il papa e il clero avrebbero dovuto accontentarsi, da quel momento, delle decime e delle oblazioni del popolo”, perché “tutti i beni temporali, i diritti reali e i diritti di sovranità” ricadevano ora sul potere temporale conferito al patrizio della repubblica. Papa Lucio, alla testa dei nobili armati, tentò di schiacciare la nuova repubblica di Roma e, nel tentativo di espugnare la capitale, fu ferito mortalmente e morì il 25 febbraio 1145.
- Il successore di Lucio II – Eugenio III – fu espulso da Roma. Verso la fine dell’anno riconquistò la città e celebrò il Natale, ma nel marzo del 1146 fu nuovamente costretto a fuggire e non vi entrò più se non come vescovo, fino alla sua morte, avvenuta il 7 luglio 1153. Il successore di Eugenio III morì il 2 dicembre 1154 e gli successe immediatamente Nicolas Breakspear, l’unico inglese ad essere mai stato papa di Roma, che regnò come papa.
ADRIANO IV, 4 DICEMBRE 1154 – 1 SETTEMBRE 1159.
Nella guerra contro la nuova repubblica, Adriano ordinò la chiusura di tutte le chiese di Roma; proibì a tutto il clero di celebrare qualsiasi funzione religiosa, tranne che in occasione di battesimi e morti. Il clero aizzava il popolo superstizioso che veniva privato dei suoi riti religiosi, delle feste e delle processioni. La Pasqua era vicina, e la prospettiva che non si celebrasse quella grande festa papale era insopportabile per la popolazione che chiese a gran voce il ripristino della propria religione. Così “il clero e il popolo costrinsero il Senato a cedere. Adriano non ammise condizioni inferiori all’abrogazione delle istituzioni repubblicane” e all’esilio dei leader. “La repubblica era finita”, marzo 1155.
- Nel 1156 Enrico II d’Inghilterra chiese al papa di appoggiare il suo progetto di invadere e sottomettere l’Irlanda. L’Irlanda aveva accolto il cristianesimo contemporaneamente ai Britanni nei primi secoli dell’era cristiana. Ma “il papa considerava il segno più sicuro della loro imperfetta conversione il fatto che seguissero le dottrine dei loro primi maestri, e non avessero mai riconosciuto alcuna sottomissione alla sede di Roma”. – (Hume. “History of England”, cap.9, par.2). Pertanto, nello stesso anno (1156), Adriano IV emanò una bolla che concedeva l’Irlanda all’Inghilterra, con la riserva dell’obolo di San Pietro al papato, e incaricava Enrico di prendere possesso dell’isola. Ciò avvenne perché, come dichiarò, “l’Irlanda e tutte le isole convertite al cristianesimo appartenevano alla giurisdizione speciale di San Pietro”, e quindi aveva il diritto di sanzionare l’invasione e il possesso dell’Irlanda da parte dell’Inghilterra “sulla base del suo progresso nella civiltà e della propagazione di una fede più pura tra i popoli barbari e ignoranti”. – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.IV, libro VIII, cap.7, par.4). [304]
- Durante il regno di Adriano IV ci fu anche una guerra tra il papato e l’imperatore Federico Barbarossa, che fu sfruttata da Adriano come occasione per amplificare ulteriormente le già enormi pretese del papato. In opposizione all’imperatore Federico Barbarossa, papa Adriano IV scrisse agli arcivescovi di Treviri, Magonza e Colonia quanto segue:
“Sia gloria a Dio nell’alto dei cieli, perché siete stati trovati provati e fedeli, mentre queste mosche del faraone, che sciamavano dal fondo dell’abisso e, spinte dai venti vorticosi mentre si sforzavano di oscurare il sole, si trasformano in polvere della terra. E badate di non essere coinvolti nei peccati di Geroboamo, che fece peccare Israele; ed ecco, qui c’è uno peggiore di Geroboamo. L’impero non fu forse trasferito, dai papi, dai Greci ai Teutoni? Il re dei Teutoni non è imperatore prima di essere consacrato dal papa. Prima della sua consacrazione è solo re; dopo di essa, imperatore e Augusto. Da dove, dunque, l’impero se non da noi? Ricordate cosa erano questi re teutonici prima che Zaccaria desse la sua benedizione a Carlo, il secondo con quel nome, che era trainato su un carro da buoi, come i filosofi! Re gloriosi, che abitavate, come i capi delle sinagoghe, in questi carri, mentre il maggiordomo di palazzo amministrava gli affari dell’impero. Zaccaria I promosse Carlo all’impero, la terra gli diede un nome grande al di sopra di tutti i nomi… Ciò che abbiamo donato al fedele tedesco possiamo toglierlo al tedesco sleale. Ecco, è in nostro potere concederlo a chi vogliamo. Per questo motivo siamo posti al di sopra delle nazioni e dei regni, affinché possiamo distruggere e sradicare, edificare e piantare. Così grande è il potere di Pietro, che tutto ciò che facciamo degnamente e giustamente deve essere creduto fatto da Dio! (Idem, penultimo paragrafo).
- Giovanni di Salisbury, connazionale di Adriano IV, e in seguito vescovo di Chartres, visitò Adriano e fu ricevuto in termini di intimità. Un giorno, durante uno scambio di confidenze, il papa chiese a Giovanni di dirgli liberamente e onestamente “quale opinione il mondo nutrisse di lui e della Chiesa Romana”. Giovanni, usando la libertà che il papa gli concedeva, disse a Sua Santità che, poiché desiderava sapere cosa pensasse il mondo della Chiesa Romana, non avrebbe dissimulato, ma gli avrebbe raccontato con tutta la libertà di un amico ciò che aveva sentito nelle diverse province che aveva attraversato, e iniziò così: “Dicono, santo padre, che la Chiesa Romana, la madre di tutte le chiese, si comporta verso le altre chiese più come una matrigna che come una vera madre; che scribi e farisei siedono in essa, imponendo pesanti pesi sulle spalle degli uomini, che loro stessi non toccano nemmeno con un dito; che dominano sul clero, ma non sono un esempio per il gregge, né [305] guidano per la retta via della vita; che bramano ricche suppellettili, riempiono le loro tavole d’argento e oro e, tuttavia, per avarizia vivono con parsimonia; che raramente accolgono o soccorrono i poveri, e quando li soccorrono, lo fanno solo per vanità; che saccheggiano le chiese, seminano dissensi, mettono in discordia il clero e il popolo, non si lasciano toccare dalle miserie e dalle sofferenze degli afflitti e considerano il guadagno come devozione e pietà; che fanno giustizia non per amore della giustizia, ma per lucro; che tutto è venale, che per denaro puoi ottenere oggi ciò che vuoi, ma il giorno dopo non otterrai nulla senza. Li ho sentiti paragonare al diavolo, che si pensa faccia del bene quando smette di fare del male; eccetto alcuni pochi che rispondono al nome di pastori e adempiono al dovere. Il romano pontefice stesso è, dicono, un peso quasi insopportabile per tutti. Tutti si lamentano che, mentre le chiese, erette dalla pietà dei nostri antenati, sono pronte a cadere o a giacere in rovina, e mentre gli altari sono trascurati, egli costruisce palazzi e appare splendidamente vestito di porpora e oro. I palazzi dei sacerdoti sono tenuti puliti, ma la Chiesa di Cristo è coperta di sporcizia. Saccheggiano intere province, come se mirassero a niente di meno che alle ricchezze di Creso. Ma l’Onnipotente li tratta secondo i loro meriti, spesso lasciandoli preda dei rifiuti stessi dell’umanità; e mentre vagano fuori strada, la punizione che meritano li colpirà, poiché il Signore dice: “Con il giudizio con cui giudicate, sarete giudicati, e con la misura con cui misurate, vi sarà misurato di nuovo”. Questo, santo padre, è ciò che dice la gente, poiché volete saperlo.
- “Quando ebbi finito, il papa mi chiese il mio parere. Risposi che non sapevo cosa fare, che sarei stato considerato un bugiardo o un sicofante se avessi contraddetto il popolo da solo, e che, d’altra parte, sarebbe stato un crimine non meno grave del tradimento per me aprire bocca contro il Cielo. Tuttavia, poiché Guido Clemente, cardinale presbitero di Santa Pudenziana, concorda con il popolo, non oserò dissentire da lui; ed egli afferma che il doppio gioco, contrario alla semplicità della colomba, prevale nella Chiesa Romana, e con esso l’avarizia, radice di ogni male. Questo non lo disse in un angolo, ma pubblicamente in un concilio presieduto personalmente da papa Eugenio. Tuttavia, non mi azzarderò a dire di non aver mai incontrato ecclesiastici di maggiore probità, o che aborrissero l’avarizia più di quanto non lo siano nella Chiesa Romana. Chi non può ammirare il disprezzo delle ricchezze e il disinteresse di Bernardo di Rennes, cardinale diacono di San Cosma e San Damiano? Non è ancora nato l’uomo da cui ha ricevuto una sciocchezza o un dono. Che dire del vescovo di Preneste, che, per un sentimento di tenerezza, non ha voluto ricevere nemmeno ciò che gli spettava? Molti eguagliano Fabrizio in serietà e moderazione. Poiché tu mi incalzi e mi comandi, e non devo mentire allo Spirito Santo, dirò la verità: dobbiamo obbedire ai tuoi comandi, ma non imitarti in tutte le tue azioni. Perché ti interessi della vita degli altri e non della tua? Tutti ti applaudono e ti adulano, tutti ti chiamano signore e padre; se padre, perché ti aspetti doni dai tuoi figli? Se signore, perché non tieni i tuoi romani in soggezione e sottomissione? Non sei padre nel modo giusto. Dona gratuitamente ciò che hai ricevuto gratuitamente. Se opprimi gli altri, sarai oppresso ancora più gravemente tu stesso. Quando ebbi finito di parlare, il papa sorrise, mi lodò per la libertà che mi ero preso e mi ordinò di fargli sapere immediatamente qualsiasi cosa avessi sentito dire male di lui.'” (Bower’s, “Lives of the Popes”, Hadrian IV, penultimo paragrafo). [306]
- Il papa successivo, degno di particolare nota, è uno in cui furono riassunte tutte le caratteristiche papali:
INNOCENZO III, 8 GENNAIO 1198 – 16 LUGLIO 1216,
che fu scelto “per il suo carattere irreprensibile, la sua erudizione e le sue doti eccellenti”, e grazie al quale “il potere papale raggiunse la sua massima altezza”. “Nel suo sermone d’insediamento emerse il carattere dell’uomo: l’incommensurabile affermazione della sua dignità e le proteste di umiltà che suonano come orgoglio”, come segue:
“Vedete che tipo di servitore è colui che il Signore ha posto sul Suo popolo: nessun altro che il vicario di Cristo, il successore di Pietro. Egli sta in mezzo tra Dio e gli uomini: al di sotto di Dio, al di sopra degli uomini; inferiore a Dio, superiore agli uomini. Egli giudica tutti, non è giudicato da nessuno, perché è scritto: “Io giudicherò”. Ma colui che la preminenza della dignità esalta viene abbassato attraverso il suo ufficio di servo, affinché l’umiltà sia esaltata e l’orgoglio abbassato; poiché Dio è contro i superbi e agli umili usa misericordia, e chi si esalta sarà abbassato. Ogni valle sarà innalzata, ogni collina e ogni monte abbassati.” (“History of Latin Christianity”, vol.IV, libro IX, cap.1, par.8).
- La prima cosa che Innocenzo fece fu usurpare il posto dell’imperatore a Roma. “Il prefetto della città, così come gli altri magistrati, avevano fino ad allora prestato giuramento di fedeltà solo all’imperatore. Ma Innocenzo, il giorno successivo alla sua consacrazione, insistette affinché prestassero quel giuramento a lui: e tutti lo prestarono a lui, di conseguenza, come loro legittimo sovrano, del tutto indipendenti dall’imperatore. Egli investì il prefetto del suo ufficio, consegnandogli il mantello che aveva fino ad allora ricevuto dalle mani dell’imperatore o di un suo ministro.” – (Bower. “Lives of the Popes”, Innocent III, par.2). Clemente III, nel 1187, aveva ottenuto il riconoscimento del papa come governatore civile della città di Roma, l’abolizione del patriziato e un giuramento di fedeltà a lui come sovrano della città. Eppure, nonostante tutto ciò, la fedeltà all’imperatore era ancora detenuta dal popolo e riconosciuta dal papa. Ma Innocenzo escluse ogni fedeltà all’imperatore e la rivolse interamente al papa. Egli “sostituì i propri giudici a quelli nominati dal Senato: tutta l’autorità emanava dal papa e rimaneva in carica finché egli lo desiderava; i giudici erano responsabili solo del papa ed erano tenuti a dimettersi quando da lui chiamati”. – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.IV, libro IX, cap.4, par.11).
- Nel 1199 Innocenzo iniziò una lotta contro il re di Francia, Filippo Augusto, “l’uomo più ambizioso, senza scrupoli e abile che avesse mai impugnato lo scettro di Francia”. Il motivo era questo: nell’anno 1195 Filippo Augusto aveva sposato Ingeburga, figlia del re di Danimarca. Per qualche ragione, mai conosciuta da nessuno tranne lui stesso, e forse anche da Ingeburga, Filippo, fin dal giorno del suo matrimonio, si era rifiutato di riconoscerla come sua moglie. L’ossequioso clero francese, con a capo l’arcivescovo di Reims, pronunciò immediatamente la decisione di non contrarre quel matrimonio “sulla base del fatto che rientrava nei gradi di parentela proibiti dalla Chiesa”. Quando Ingeburga ne fu informata, esclamò: “Mala Francia! mala Francia! Roma, Roma!” — Perfida Francia! Perfida Francia! Roma! Roma! Si rifiutò di riconoscere la loro decisione. Suo padre si appellò al papa Celestino III in suo favore. Il papa inviò due legati, che tennero un concilio a Parigi con tutti gli arcivescovi, vescovi e abati del regno, per esaminare il caso. Questo concilio si pronunciò a favore del re e la loro decisione fu confermata dai legati. La loro azione, tuttavia, fu ripudiata da Celestino, che ordinò a Filippo di riprendere Ingeburga e gli proibì di sposare qualsiasi altra donna mentre lei era in vita. Re Filippo, tuttavia, non prestò attenzione all’ordine del papa e nel 1196 sposò Agnese di Merano, figlia del duca di Boemia. Ingeburga scrisse al papa, chiedendogli nuovamente di perorare la sua causa. Ma Celestino non prestò ulteriore attenzione alla questione. [307]
- Così stavano le cose quando, nel 1199, Innocenzo III ne approfittò per affermare l’assolutismo del potere papale in Francia contro l’augusto Filippo. Inviò il suo legato in Francia per ordinare a Filippo di riprendere Ingeburga e, se Filippo avesse rifiutato, di porre l’intero regno sotto interdetto. L’effetto di un interdetto era quello di precludere l’accesso al cielo a tutti gli abitanti del luogo o del paese interdetto: le attività di tutti i santi venivano interdette, le loro immagini venivano coperte di crespo; non venivano celebrati riti, né feste religiose; non venivano predicati sermoni; non erano consentite sepolture in terra “consacrata”; i matrimoni venivano celebrati solo nei cimiteri, e solo il battesimo dei neonati e l’estrema unzione ai moribondi erano consentiti. Il legato consegnò il suo messaggio al re. Ma Filippo non volle obbedire. Il 6 dicembre 1199 si riunì un concilio a Digione. Due dei presenti furono inviati a citare in giudizio il re, ma questi li allontanò dalla sua presenza e inviò messaggeri per protestare contro qualsiasi azione del concilio e appellarsi al papa. “A mezzanotte del settimo giorno del concilio, ogni sacerdote con una torcia in mano, cantò il Miserere e le preghiere per i defunti, le ultime preghiere che dovevano essere recitate dal clero di Francia durante l’interdetto”.
- Filippo dichiarò che avrebbe perso metà del suo regno prima di separarsi da Agnese. Col passare del tempo, il popolo superstizioso iniziò a manifestare il proprio malcontento. Il malcontento crebbe fino a trasformarsi in risentimento. Giunsero mormorii di rivolta da tutta la Francia. Filippo inviò un’ambasciata a Roma per informare il papa che era pronto ad accettare la sentenza di Roma. Innocenzo chiese: “Quale sentenza? Quella già pronunciata o quella che deve essere pronunciata? Conosce il nostro decreto: ripudi la sua concubina, accolga la sua legittima moglie, reinserisca i vescovi che ha espulso, risarcisca loro per le perdite subite; poi eleveremo l’interdetto, riceveremo i suoi garanti, esamineremo la presunta parentela e pronunceremo il nostro decreto”. A questa risposta, Filippo esclamò, infuriato: “Diventerò musulmano! Felice Saladino, che non ha un papa al di sopra di sé!”. Riunì il suo parlamento: ma non dissero nulla. Filippo chiese: “Cosa si deve fare?”. Il parlamento rispose: “Obbedite al papa, congedate Agnese, accogliete di nuovo Ingeburga”. Filippo chiese all’arcivescovo di Reims, che aveva concesso il divorzio, se il papa avesse definito quell’atto una beffa. L’arcivescovo acconsentì. “Allora”, disse Filippo, “che sciocco sei stato a pronunciare una simile sentenza!”.
- Filippo inviò una nuova ambasciata a Roma. Con essa, Agnese stessa inviò una lettera al papa, in cui diceva:
“Io, straniera, figlia di un principe cristiano, mi sono sposata, giovane e ignara del mondo, al re, in nome di Dio e della Chiesa. Gli ho dato due figli. Non mi interessa la corona. È su mio marito che ho riposto il mio amore. Non separarmi da lui”. In risposta, Innocenzo inviò solo un nuovo legato, per insistere affinché Filippo fornisse completa soddisfazione e bandisse Agnese non solo dalla sua parte, ma dal suo regno; riprendesse pubblicamente Ingeburga, e prestasse giuramento e garanzia di attenersi alla sentenza della Chiesa. L’intero regno fu pieno di lamenti superstiziosi che da un momento all’altro avrebbero potuto scatenarsi contro di lui, e Filippo si arrese. [308]
- “Al castello reale di San Leger giunsero i cardinali, i prelati e al loro seguito Ingeburga. Il popolo si accalcò intorno alle porte: ma l’avvicinarsi di Ingeburga sembrò risvegliare tutta l’insormontabile avversione del re. I cardinali chiesero che la scena della riconciliazione fosse pubblica; il negoziato fu quasi interrotto; il popolo era in preda alla disperazione. Alla fine il re sembrò dominarsi con un forte sforzo. Con i legati e alcuni ecclesiastici la visitò nella sua camera. L’espressione del suo volto tradiva la lotta interiore: “Il papa mi fa violenza”, egli disse. “Sua Santità non chiede altro che giustizia”, rispose Ingeburga. Fu condotta fuori, presentata al consiglio in abiti reali. Un fedele cavaliere del re si fece avanti e giurò che il re l’avrebbe ricevuta e onorata come regina di Francia. In quell’istante il suono delle campane proclamò la revoca dell’interdetto. Le tende furono sollevate dalle immagini, dai crocifissi; le porte delle chiese si spalancarono, la folla accorse in massa per soddisfare i propri pii desideri, repressi da sette mesi. La notizia si diffuse in tutta la Francia; giunse a Digione in sei giorni, dove l’editto inizialmente proclamato fu abrogato nella forma.” — (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.IV, libro IX, cap.4, par.4 dalla fine)
- Che il caso di Ingeburga sia stato utilizzato da Innocenzo III esclusivamente come occasione per affermare la supremazia papale su Filippo Augusto, e non per la giustezza della pretesa di Ingeburga, è chiaro, non solo dal carattere complessivo del papato stesso, ma anche dalla condotta di Innocenzo stesso in altri casi. Se Ingeburga fosse stata la colpevole, e la giustizia fosse stata dalla parte di Filippo Augusto, come sembra essere stato dalla parte di Ingeburga, la condotta del papa sarebbe stata altrettanto probabile, perché tale era stata ripetutamente nella storia dei papi. Ciò è dimostrato dal successivo caso di affermazione di arroganza papale da parte di Innocenzo: quello di Giovanni d’Inghilterra. Per quanto Filippo potesse essere stato cattivo, sotto qualsiasi aspetto, la storia dimostra che sotto ogni aspetto Giovanni d’Inghilterra doveva essere peggiore. Giovanni, come Filippo, aveva ripudiato la moglie e, come nel caso di Filippo, la sua azione fu sanzionata da un arcivescovo – l’arcivescovo di Bordeaux – per la sempre conveniente ragione che il matrimonio rientrava nei gradi proibiti di parentela. Giovanni aveva poi promesso in sposa una figlia del re del Portogallo; ma, prima che il matrimonio avesse luogo, trovò Isabella, promessa sposa del conte della Marche, la rapì e la fece sua moglie. “Ma sebbene questo flagrante torto, e persino il peccato di adulterio, si aggiunga al ripudio della sua legittima moglie, nessun interdetto, nessuna censura viene pronunciata da Roma, né contro il re né contro l’arcivescovo di Bordeaux. Il papa, il cui orrore per tali legami illeciti è ora singolarmente quieto, conferma lo scioglimento del matrimonio (contro il quale, è vero, il facile Havoise non protesta, non fa appello), perché Giovanni, finché non fu corrotto con l’abbandono della pretesa di Artù al trono da parte del traditore Filippo Augusto, è ancora il sostenitore di Ottone: è l’alleato del papa, perché è l’alleato dell’imperatore papale.” – (Milman. Idem, vol.V, libro IX, cap.5, par.3). [309]
- Non solo Innocenzo non tentò alcuna correzione nei confronti di Giovanni a causa dei suoi illeciti rapporti matrimoniali, ma si fece addirittura difensore di Giovanni contro Filippo di Francia e il suo partito, quando, nel tentativo di punirlo per l’oltraggio che aveva inflitto al conte Ugo, privandolo della sua promessa sposa Isabella, convocarono Giovanni alla loro corte per rendergli omaggio come vassallo della sua provincia d’Aquitania. E quando Filippo dichiarò che il papa non aveva alcun diritto di interferire tra lui e il suo vassallo, Innocenzo si espresse come “stupito dal linguaggio del re di Francia, che presumeva di limitare il potere nelle cose spirituali conferito dal Figlio di Dio alla Sede Apostolica, che era così grande da non poter ammettere alcun ampliamento”, e continuò:
“Ogni figlio della Chiesa è tenuto, nel caso in cui suo fratello pecchi contro di lui, ad ascoltare la Chiesa. Tuo fratello, il re d’Inghilterra, ti ha accusato di trasgressione contro di lui; ti ha ammonito; ha chiamato molti dei suoi grandi baroni a testimoniare dei suoi torti: in ultima analisi si è appellato alla Chiesa. Ci siamo sforzati di trattarti con amore paterno, non con severità giudiziaria; ti abbiamo esortato, se non alla pace, a una tregua. Se non vuoi ascoltare la Chiesa, non dovresti essere considerato dalla Chiesa come un pagano e un pubblicano? Posso stare in silenzio? — No. Vi ordino ora di ascoltare i miei legati, l’arcivescovo di Bourges e l’abate di Casamaggiore, che hanno il potere di indagare e di decidere la causa. Non entriamo nella questione dei diritti feudali del re di Francia sul suo vassallo, ma condanniamo la vostra trasgressione, il vostro peccato, che è indiscutibilmente sotto la nostra giurisdizione. I decretali, la legge dell’impero, dichiarano che se in tutta la cristianità una delle due parti litiganti si appella al papa, L’ALTRA È TENUTA A RISPETTARE LA SENTENZA. Il re di Francia è accusato di spergiuro per aver violato il trattato vigente, al quale entrambi hanno giurato, e lo spergiuro è un crimine così chiaramente perseguibile dai tribunali ecclesiastici, che non possiamo rifiutarci di prenderne atto dinanzi al nostro tribunale. (Idem, par.5).
- L’occasione dell’affermazione del potere di Innocenzo sull’Inghilterra fu questa: nel 1205 morì Uberto, arcivescovo di Canterbury. Una parte dei monaci scelse un successore: un’altra parte dei monaci scelse un altro uomo come successore all’arcivescovado. Quest’ultimo partito era favorito dal re, e la loro scelta fu effettivamente insediata alla presenza e per incarico del re. Il candidato dell’altra parte si era recato immediatamente a Roma, con l’ingiunzione da parte di coloro che lo avevano eletto di mantenere segreta la notizia della sua elezione fino al suo arrivo a Roma. Ma, quando giunse nelle Fiandre, rivelò il suo segreto perché riteneva più opportuno recarsi a Roma come arcivescovo eletto d’Inghilterra, piuttosto che come semplice pellegrino. Quando la notizia fu appresa in Inghilterra, l’altra parte inviò dodici monaci a Roma per perorare la causa del loro candidato.
- Dopo aver ascoltato le richieste delle rispettive parti, Innocenzo li accantonò entrambi e ordinò loro di eleggere come arcivescovo di Canterbury un cardinale, un inglese che all’epoca si trovava a Roma, Stephen Langton. Questo avvenne nel 1207. Innocenzo, convinto che ciò sarebbe dispiaciuto a Giovanni d’Inghilterra, e sapendo che Giovanni aveva una particolare predilezione per i gioielli raffinati, gli inviò un meraviglioso anello, con elaborate spiegazioni dei suoi significati simbolici. Sembra che si trattasse di una combinazione di quattro anelli in uno. Innocenzo “lo pregò di considerare seriamente la forma degli anelli, il loro numero, la loro materia e il loro colore. La loro forma, disse, essendo rotonda, adombrava l’eternità che non aveva né inizio né fine; e da lì avrebbe dovuto imparare il suo dovere di aspirare dagli oggetti terreni a quelli celesti, dalle cose temporali a quelle eterne. Il numero quattro, essendo un quadrato, denotava fermezza d’animo, che non poteva essere sovvertita né dalle avversità né dalla prosperità, fissata per sempre sulla solida base delle quattro virtù cardinali. L’oro, che è la materia, essendo il più prezioso dei metalli, simboleggiava la saggezza, che è la più preziosa di tutte le realizzazioni, e giustamente preferita da Salomone alle ricchezze, al potere e a tutti i successi esteriori. Il colore blu dello zaffiro rappresentava la fede; il verde dello smeraldo, la speranza; il rosso del rubino, la carità; e lo splendore del topazio, le buone opere.” – (Hume. “History of England”, cap.11, par.24). [310]
- Quando il suo splendido dono ebbe avuto, come supponeva, il suo giusto effetto, Innocenzo lo seguì con una lettera in cui raccomandava al re Stephen Langton come arcivescovo eletto di Canterbury, esprimendo grande apprezzamento per la sua idoneità a quell’alta carica. Ma la voce di quanto accaduto a Roma era giunta in Inghilterra, e ai messaggeri del papa fu proibito di entrare nel regno oltre il loro sbarco a Dover. In Italia, Innocenzo consacrò Langton arcivescovo di Canterbury e primate di tutta l’Inghilterra. Giovanni era furioso. Minacciò di bruciare il chiostro dei monaci di Canterbury sopra le loro teste. Essi fuggirono nelle Fiandre. Al papa Giovanni scrisse di essere stato insultato sia dal rifiuto del papa dell’eletto che aveva approvato, sia dall’elezione di Langton, che gli era sconosciuto e aveva trascorso la maggior parte del suo tempo in Francia tra i nemici dell’Inghilterra. Il papa rispose esaltando Langton. Giovanni dichiarò che era solo a suo rischio e pericolo che Stefano Langton mettesse piede sul suolo inglese. Innocenzo incaricò quindi i vescovi di Londra, Ely e Worcester di chiedere, per l’ultima volta, il riconoscimento di Langton da parte del re e, se il re avesse rifiutato, di dichiarare al papa il regno d’Inghilterra sotto interdetto. Quando i vescovi presentarono a Giovanni l’ultimatum del papa, il re, con giuramenti spaventosi, giurò che se avessero “osato porre il suo regno sotto interdetto, avrebbe cacciato tutti i vescovi e il clero dal regno, avrebbe cavato gli occhi e tagliato il naso a tutti i romani nel regno”. I vescovi, dopo aver consegnato il loro messaggio, si ritirarono e, il 24 marzo 1208, pubblicarono l’interdetto e si protessero con la fuga immediata dall’Inghilterra.
- Poi, “in tutta l’Inghilterra, come in tutta la Francia, senza eccezioni, senza alcun privilegio di chiesa o monastero, cessarono gli uffici divini della Chiesa. Da Berwick alla Manica britannica, da Land’s End a Dover, le chiese erano chiuse, le campane silenziose. Gli unici membri del clero che si vedevano aggirarsi furtivamente in silenzio erano quelli che dovevano battezzare i neonati con una cerimonia frettolosa e quelli che dovevano ascoltare la confessione dei moribondi e amministrare loro, e solo a loro, la santa eucaristia. I morti (senza dubbio la più crudele afflizione) venivano cacciati dalle città, sepolti come cani in qualche luogo non consacrato – in un fosso o in un letamaio – senza preghiera, senza il suono delle campane, senza il rito funebre. Solo coloro che considerano quanto completamente l’intera vita di tutti gli ordini fosse influenzata dai rituali e dalle ordinanze quotidiane della Chiesa possono giudicare l’effetto di questa terribile maledizione. Ogni atto importante veniva compiuto sotto il consiglio del prete o del monaco. Anche per i meno seri, le feste della Chiesa erano le uniche festività, le processioni della Chiesa gli unici spettacoli, le cerimonie della Chiesa gli unici divertimenti. Per coloro che nutrivano una religione più profonda, per coloro — di gran lunga la maggior parte— di abietta superstizione, cosa significava avere un bambino battezzato così quasi di nascosto, un matrimonio non benedetto o a malapena benedetto; [*cosa significava avere] le esequie negate; non ascoltare né preghiere né canti; supporre che il mondo fosse arreso al potere sfrenato del diavolo e dei suoi spiriti maligni, senza alcun santo a intercedere, nessun sacrificio a scongiurare l’ira di Dio; quando nessuna immagine era esposta alla vista, nessuna croce svelata poiché il rapporto tra l’uomo e Dio era completamente interrotto e le anime lasciate perire, o l’assoluzione concessa solo a malincuore nell’istante della morte? – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.V, libro IX, cap.5, par.11). [311]
- Eppure, nel caso di Giovanni, l’interdetto non portò gli stessi risultati che aveva avuto nel caso di Filippo Augusto. Un anno dopo l’altro passò, finché non ne furono passati cinque, e Giovanni non si arrese ancora. L’interdetto stava così rapidamente perdendo il suo potere e, con ciò, il prestigio del papa stava svanendo. Bisognava fare di più. Di conseguenza, nel 1213, Innocenzo dichiarò Re Giovanni scomunicato, tutti i sudditi furono assolti dalla loro fedeltà e il re d’Inghilterra fu dichiarato deposto, e i suoi domini legittimo bottino di chiunque fosse riuscito a prenderli. Filippo Augusto era disposto, e riteneva di avere una causa sufficiente, e di essere l’unico ad avere il potere per intraprendere la conquista dei domini di Giovanni, così dichiarati confiscati dal papa. E ora, Filippo era il buono e rispettoso figlio della Chiesa. Ora “gli interessi del papa e del re di Francia erano tanto intimamente legati quanto implacabilmente opposti. A una grande assemblea a Soissons, l’8 aprile 1213, si presentarono Stephen Langton, i vescovi di Londra ed Ely, appena arrivati da Roma, il re di Francia, i vescovi, il clero e il popolo del regno. I vescovi inglesi proclamarono la sentenza di deposizione; ingiunsero al re di Francia e a tutti gli altri, con la promessa della remissione dei peccati, di prendere le armi, di detronizzare l’empio re d’Inghilterra e di sostituirlo con un sovrano più degno. Filippo Augusto accettò il comando di questa nuova crociata.”(Idem, par.15).
- Giovanni, come Filippo, minacciò di convertirsi maomettano. Inviò un’ambasciata segreta al califfo di Cordova, offrendosi di diventare suo vassallo. Questa, tuttavia, non ebbe seguito. Proprio in quel momento giunse in Inghilterra un legato, Pandolfo, che Innocenzo aveva inviato all’insaputa di Filippo. Egli amplificò il pericolo della minacciata invasione e dichiarò a Giovanni che Filippo aveva già le firme di quasi tutti i baroni inglesi, che lo invitavano a passare [*in Inghilterra]. Inoltre, sottolineò i grandi benefici che gli sarebbero derivati dall’avere l’amicizia, anziché l’opposizione, del papa. Giovanni si arrese e fu stipulato un trattato, in base al quale l’arcivescovo Langton sarebbe stato riconosciuto; tutti gli affari della Chiesa sarebbero stati pienamente ripristinati; e il re d’Inghilterra pose nelle mani del legato un documento “firmato, sigillato e sottoscritto con il suo nome” e con il nome di un arcivescovo, un vescovo, nove conti e quattro baroni, come testimoni autentici, che recitava quanto segue:
“Sia noto a tutti gli uomini che, avendo in molti punti offeso Dio e la nostra santa madre Chiesa, a titolo di riparazione per i nostri peccati, e dovendo umiliarci secondo l’esempio di Colui che per amor nostro si è umiliato fino alla morte, per grazia dello Spirito Santo, con la nostra libera volontà e il comune consenso dei nostri baroni, consegniamo e cediamo a Dio, ai suoi santi apostoli Pietro e Paolo, a nostro signore il papa Innocenzo e ai suoi successori, tutto il nostro regno d’Inghilterra e tutto il nostro regno d’Irlanda, da tenere in feudo della Santa Sede con il pagamento di 1.000 marchi e il consueto obolo di San Pietro. Ci riserviamo A noi stessi e ai nostri eredi, i diritti reali nell’amministrazione della giustizia. E dichiariamo questo atto irrevocabile; e se uno dei nostri successori tenterà di annullarlo, dichiariamo che ha perso la corona.” [312]
- Il giorno dopo, giurando sui Vangeli, Re Giovanni prestò il seguente giuramento di fedeltà come vassallo del papa:
“Io, Giovanni, per grazia di Dio, re d’Inghilterra e signore d’Irlanda, da questo giorno in poi e per sempre, sarò fedele a Dio e al beatissimo Pietro, alla Chiesa di Roma, al mio signore papa Innocenzo e ai suoi successori cattolici. Non sarò complice, con atti o parole, per consenso o consiglio, della loro perdita di vita, di arti o di libertà. Li salverò da qualsiasi torto di cui potrò essere a conoscenza; allontanerò tutto ciò che sarà in mio potere; li avvertirò personalmente o tramite messaggeri fidati di qualsiasi male inteso contro di loro. Manterrò profondamente segrete tutte le comunicazioni che mi affideranno per lettera o messaggio. Contribuirò al mantenimento e alla difesa del patrimonio di San Pietro, in particolare di questo regno d’Inghilterra e d’Irlanda, al massimo del mio potere, contro tutti i nemici. Così mi aiutino Dio e i Suoi santi Vangeli”.(Idem, par.17).
- Quindi, con una somma di ottomila sterline come risarcimento danni per il clero esiliato, Pandolfo attraversò la Manica fino all’accampamento di Filippo Augusto e comparve al cospetto del re di Francia, “e in nome del papa gli proibì brevemente e perentoriamente di procedere a ulteriori ostilità contro Giovanni, che aveva ormai fatto pace con la Chiesa”. Infuriato, Filippo chiese: “Ho forse, al costo di sessantamila sterline riunite su convocazione e supplica del papa, uno degli armamenti più nobili che si siano mai riuniti sotto un re di Francia? Tutta la cavalleria di Francia, in armi attorno al suo sovrano, deve essere licenziata come servi mercenari quando non ci sarà più bisogno dei loro servizi?” Ma la rabbia di Filippo fu vana e le sue proteste furono infruttuose.
- In Inghilterra seguì l’azione dei nobili che richiesero a Giovanni la grande carta. E il principale protagonista di questa grande operazione fu quello Stephen Langton che Innocenzo III, con immenso sforzo, era appena riuscito a insediare nell’arcivescovado di Canterbury come primate di tutta l’Inghilterra. Quando la notizia della concessione della Magna Charta giunse a Innocenzo, egli esclamò:
“Cosa! I baroni d’Inghilterra hanno forse osato detronizzare un re che ha preso la croce e si è posto sotto la protezione della sede apostolica? Trasferiscono ad altri il patrimonio della Chiesa di Roma? Per San Pietro, non possiamo lasciare impunito un simile crimine”.
- Egli emanò immediatamente una bolla, in cui attribuiva l’azione dei baroni all’ispirazione del diavolo e si esprimeva stupito che non avessero portato le loro lamentele davanti al suo tribunale e lì avessero chiesto giustizia. E continua:
“Vassalli hanno cospirato contro il loro signore, cavalieri contro il loro re: hanno assalito le sue terre, conquistato la sua capitale, che è stata loro consegnata per tradimento. Sotto la loro violenza, e sotto timori che potrebbero scuotere anche l’uomo più saldo, egli ha stipulato un trattato con i baroni; un trattato non solo vile e ignominioso, ma illegale e ingiusto, in flagrante violazione e diminuzione dei suoi diritti e del suo onore. Pertanto, come ha detto il Signore per bocca del Suo profeta: “Ti ho posto al di sopra delle nazioni e dei regni, per sradicare e distruggere, per edificare e piantare”; e per bocca di un altro profeta: “Rompi le alleanze dell’empietà e sciogli i pesanti fardelli”. Noi non possiamo più passare sotto silenzio un’audace malvagità, commessa in disprezzo della Sede Apostolica, in violazione dei diritti del re, a disonore del regno d’Inghilterra, a grave rischio della crociata. Noi pertanto, con il consiglio dei nostri fratelli, riproviamo e condanniamo integralmente questa carta, proibendo al re, sotto pena di anatema, di osservarla, ai baroni di esigerne l’osservanza; dichiariamo la suddetta carta, con tutti i suoi obblighi e garanzie, assolutamente nulla e priva di valore. [313]
- “La bolla di scomunica contro i baroni seguì rapidamente l’abrogazione della carta. Era indirizzata a Pietro, vescovo di Winchester, all’abate di Reading e all’inviato papale. Esprimeva il massimo stupore e la massima ira per il fatto che Stefano, arcivescovo di Canterbury, e i suoi suffragante avessero mostrato una tale mancanza di rispetto per il mandato papale e di fedeltà al loro re; che non gli avessero prestato alcun aiuto contro i perturbatori della pace; che fossero stati al corrente, se non attivamente coinvolti, nella lega ribelle. ‘È così che questi prelati difendono il patrimonio di Roma; così che proteggono coloro che hanno preso la croce? Peggio dei Saraceni, scaccerebbero dal suo regno un re in cui è riposta la migliore speranza di liberazione della Terra Santa’. Tutti coloro che disturbano il re e il regno sono dichiarati scomunicati; il primate e i suoi suffraganti sono solennemente ingiunti di pubblicare questa scomunica in tutte le chiese del regno, ogni domenica e giorno festivo, con il suono delle campane, finché i baroni non avranno fatto la loro assoluta sottomissione al re. Ogni prelato che disobbedisce a questi ordini viene sospeso dalle sue funzioni.” – (Milman. Idem, par.26-28).
- Quando questa scomunica fu presentata all’arcivescovo Langton da Pandolfo, il legato, egli si rifiutò categoricamente di pubblicarla. Sostenne che solo con false dichiarazioni il papa avrebbe potuto essere indotto a emanarla. Chiese quindi una proroga, finché la questione non fosse stata presentata equamente al papa. Ma non fu concesso alcun rinvio. “I delegati papali dichiararono il primate sospeso dal suo ufficio” e pubblicarono essi stessi la scomunica. L’arcivescovo Langton, in qualità di cardinale romano, partecipò a un grande concilio tenuto da Innocenzo nel novembre del 1215, e lì la sua sospensione, dichiarata dal legato in Inghilterra, “fu solennemente ratificata dal papa e dal concilio, e anche quando fu successivamente allentata, fu a condizione che non tornasse in Inghilterra. Stephen Langton rimase a Roma, sebbene non in custodia, ma comunque prigioniero.” (Idem).
- Durante tutto questo periodo di lotta di Innocenzo con Filippo di Francia e Giovanni d’Inghilterra, egli stava anche conducendo una guerra in Germania. Nel 1197 era morto l’imperatore Enrico VI, lasciando un figlio neonato, Federico di Sicilia, come unico erede. Nel 1198 morì la madre di questo bambino, avendo scelto nel suo testamento Innocenzo III come tutore del bambino. Il papa accettò la tutela, come disse, “non solo a parole, ma nei fatti”. I nobili di Germania si riunirono in una dieta ed elessero re di Germania il fratello dell’imperatore, Filippo di Svevia. Un partito di minoranza elesse Ottone, secondogenito di Enrico il Leone di Sassonia. Filippo era sotto il bando della Chiesa e, quando Ottone fu eletto all’opposizione, poiché doveva la sua elezione ad alcuni eminenti ecclesiastici, fu dichiarato “campione della Chiesa”. Sia Filippo che Ottone fecero appello a Innocenzo III e, di conseguenza, “dieci anni di conflitti e guerra civile in Germania sono da attribuire, se non alla diretta istigazione, all’inflessibile ostinazione di papa Innocenzo III”. – (Milman. Idem, libro IX, cap.2, par.4). [314]
- Innanzitutto, Innocenzo fece di questo appello l’occasione per esaltare il papato. Intraprese una lunga analisi argomentata delle pretese del figlio-erede di Enrico VI di Filippo e di Ottone, che emanò in una bolla che si apriva così:
“Spetta alla Sede Apostolica giudicare sull’elezione dell’imperatore, sia in prima che in ultima istanza: in primo luogo perché, con il suo aiuto e per suo conto, l’impero fu trapiantato da Costantinopoli; da qui, come sua unica autorità per questo trapianto, per suo conto e per una sua migliore protezione; in ultima istanza, perché l’imperatore riceve la conferma definitiva della sua dignità dal papa; è consacrato, incoronato, investito della dignità imperiale da lui. Ciò che si deve ricercare è il legittimo, il giusto, l’opportuno.”
- Ammise che il figlio-erede era stato legittimamente riconosciuto: che i principi dell’impero gli avevano prestato giuramento due volte; ma Innocenzo respinse le pretese del bambino, perché aveva solo due anni e perché “Guai al regno, dice la Scrittura, il cui re è un bambino”. Sosteneva che il piccolo Federico, in età matura, non avrebbe mai potuto giustamente rimproverare la sede di Roma di averlo derubato del suo impero, perché era stato lo zio del bambino, Filippo, a privarlo della corona, accettando l’elezione alla carica imperiale!
- Eppure, Innocenzo non permise la corona a Filippo, che, nella sua argomentazione, lo rende responsabile della negazione della corona da parte del papa al piccolo Federico, il cui tutore era lo stesso papa. Dell’elezione di Filippo, ammette inoltre: “Né si può sollevare alcuna obiezione contro la legalità dell’elezione di Filippo. Essa si basa sulla gravità, sulla dignità, sul numero di coloro che lo hanno scelto. Può sembrare vendicativo, e quindi sconveniente da parte nostra, perché suo padre e suo fratello sono stati persecutori della Chiesa, far ricadere su di lui i loro peccati. Egli è anche potente, in territorio, ricchezza, popolo; non è forse nuotare controcorrente provocare l’inimicizia dei potenti contro la Chiesa, noi che, se favorissimo Filippo, potremmo godere di quella pace che è nostro dovere perseguire? Eppure è giusto che ci schieriamo contro di lui?”
- Le ragioni per cui Innocenzo considera giusto, contro ogni diritto, schierarsi contro Filippo sono che era stato scomunicato dai predecessori di Innocenzo; perché i suoi padri, gli imperatori, avevano mosso guerra ai suoi predecessori, i papi; perché Filippo stesso aveva rivendicato terre che anche il papa rivendicava, e “se mentre il suo potere era ancora immaturo, perseguitò la Santa Chiesa, cosa avrebbe fatto se fosse diventato imperatore? Ci conviene opporci a lui prima che abbia raggiunto la sua piena forza. Che i peccati del padre ricadano sui figli, lo sappiamo dalla Sacra Scrittura, lo sappiamo da molti esempi: Saul, Geroboamo, Baasa”. Un’ulteriore ragione è che Filippo aveva giurato fedeltà al giovane Federico, ed era quindi colpevole di spergiuro nell’accettare lui stesso la carica imperiale. È vero che Innocenzo aveva dichiarato quel giuramento nullo e privo di valore; tuttavia, sosteneva che, sebbene il giuramento fosse nullo e privo di valore, Filippo non ne era stato sciolto se non con l’assoluzione speciale del papa. Questo perché “gli Israeliti, quando volevano essere sciolti dal loro giuramento riguardo a Gabaon, prima consultarono il Signore: così avrebbe dovuto prima consultarsi con noi, che soli possiamo assolvere dai giuramenti”. [315]
- “Ora, per quanto riguarda Ottone. Potrebbe non sembrare giusto favorire la sua causa perché è stato scelto, ma da una minoranza; non appropriato, perché potrebbe sembrare che la sede apostolica agisca non tanto per benevolenza nei suoi confronti, quanto per odio verso gli altri; non opportuno perché è meno potente. Ma come il Signore abbassa i superbi ed esalta gli umili, come ha innalzato Davide al trono, così è giusto, conveniente, opportuno che noi concediamo il nostro favore a Ottone. Abbiamo indugiato abbastanza a lungo e lavorato per l’unità con le nostre lettere e i nostri inviati; non ci conviene più apparire come se stessimo aspettando l’esito degli eventi, come se, come Pietro, stessimo negando la verità che è Cristo; dobbiamo quindi dichiararci pubblicamente per Ottone, egli stesso devoto alla Chiesa, di una stirpe devota alla Chiesa, da parte di madre dalla casa reale d’Inghilterra, da parte di padre dal duca di Sassonia, tutti, soprattutto il suo antenato, l’imperatore Lotario, figli leali della Chiesa; lui, pertanto, proclamiamo, riconosciamo, come re; lui quindi chiamiamo a prendere su di sé la corona imperiale.”
- Il partito di Filippo, “la parte più numerosa e potente dell’impero”, si rifiutò di credere che questo provenisse realmente dal papa. Insistevano sul fatto che dovesse essere l’unica opera del legato pontificio. Scrissero quindi immediatamente al papa in questo modo:
“Chi ha mai sentito parlare di tale presunzione? Quale prova si può addurre per pretese di cui la storia, i documenti autentici e persino la favola stessa tacciono? Dove avete letto, papi! Dove avete sentito, cardinali! Che i vostri predecessori o i vostri legati abbiano osato immischiarsi nell’elezione di un re dei Romani, sia come elettori che come giudici? L’elezione del papa richiedeva effettivamente il consenso dell’imperatore, finché Enrico I, nella sua generosità, non rimosse tale limitazione. Come osa Sua Santità, il papa, stendere la mano per impossessarsi di ciò che non gli appartiene? Non c’è consiglio superiore, in un’elezione contestata per l’impero, dei principi dell’impero. Gesù Cristo ha separato gli affari spirituali da quelli temporali. Chi serve Dio non dovrebbe immischiarsi nelle questioni mondane; chi aspira al potere mondano è indegno della supremazia spirituale. Punisci, quindi, santissimo padre, il vescovo di Palestrina per la sua presunzione, riconosci Filippo che abbiamo scelto e, come è tuo dovere, preparati a incoronarlo.” (Idem, par.15-19).
- Innocenzo rispose, dichiarando che non era sua intenzione interferire con i diritti degli elettori, ma che era suo diritto, suo dovere, esaminare e dimostrare l’idoneità di colui che aveva solennemente consacrato e incoronato.
- La Germania era già da due anni devastata dalla guerra; e per altri otto anni, con solo “brevi intervalli di tregua”, la Germania fu abbandonata a tutti gli orrori della guerra civile. Le ripetute proteste di Innocenzo di non essere la causa di queste fatali discordie, tradiscono il fatto che fu accusato di colpa e che dovette lottare con la propria coscienza per assolversi dall’accusa. Non fu una guerra di battaglie decisive, ma di predoni, desolazione, devastazione, saccheggio, spreco di raccolti, devastazione di paesi aperti e indifesi; guerra condotta da prelato contro prelato, da principe contro principe; Boemi selvaggi e soldati banditi di ogni razza scorrevano per ogni provincia. In tutto il paese non vigeva alcuna legge: le strade principali erano impraticabili a causa dei briganti; il traffico era interrotto, tranne che sui grandi fiumi da Colonia lungo il Reno, da Ratisbona lungo il Danubio; nulla fu risparmiato, nulla di sacro, chiesa o chiostro. Alcuni monasteri furono completamente impoveriti, alcuni distrutti. La ferocia della guerra si trasformò in brutalità; il clero e le persone sacre furono vittime e carnefici.” (Idem, par.21). [316]
- Il 22 giugno 1208, Filippo fu assassinato, per soddisfare la vendetta privata di “uno dei capi più feroci e senza legge di quei tempi senza legge”. Questo lasciò Ottone imperatore indiscusso. Ai legati del papa in Germania giurò quanto segue:
“Prometto di onorare e obbedire a papa Innocenzo come i miei predecessori hanno onorato e obbedito al loro. Le elezioni dei vescovi saranno libere e le sedi vacanti saranno occupate da coloro che sono stati eletti dall’intero capitolo o dalla maggioranza. Gli appelli a Roma saranno fatti liberamente e liberamente perseguiti. Prometto di reprimere e abolire l’abuso che si è verificato di sequestrare gli effetti dei vescovi defunti e le rendite delle sedi vacanti. Prometto di estirpare tutte le eresie, di restituire alla Chiesa romana tutti i suoi beni, concessile dai miei predecessori o da altri, in particolare la marca di Ancona, il ducato di Spoleto e i territori della contessa Matilde, e di mantenere inviolabilmente tutti i diritti e i privilegi di cui gode la Sede Apostolica nel regno di Sicilia.” (Bower’s, “Lives of the Popes”, Innocent III).
- Nell’autunno dello stesso anno, Ottone si recò in Italia per ricevere la corona imperiale. “Il papa e il suo imperatore si incontrarono a Viterbo; si abbracciarono, piansero lacrime di gioia al ricordo delle loro comuni prove, nell’attesa del loro comune trionfo”. Eppure, il papa nutriva sospetti nei confronti del suo imperatore e “chiese la garanzia che Ottone avrebbe ceduto, subito dopo la sua incoronazione, le terre della Chiesa, ora occupate dalle sue truppe. Ottone quasi si risentì del sospetto sulla sua lealtà; e Innocenzo, nella sua cieca fiducia, abbandonò la sua richiesta”. Il 24 ottobre, Ottone IV fu incoronato imperatore, con grande magnificenza, in San Pietro, da Innocenzo III. Eppure, non appena ebbero finito, si ritrovarono a punta di spada. Le terre che Innocenzo sperava sarebbero state restituite da Ottone alla Chiesa, la cui semplice richiesta Ottone aveva finto di considerare un ingiusto sospetto di lealtà alla Chiesa, erano lontane quanto mai dalle speranze della Chiesa. “Dopo tutte le sue fatiche, dopo tutti i suoi rischi, dopo tutti i suoi sacrifici, dopo tutti i suoi pericoli, persino le sue umiliazioni, Innocenzo si era creato un antagonista più formidabile, un nemico più acerrimo persino del più orgoglioso e ambizioso degli Hohenstaufen.”
- Ottone trascorse quasi tre anni in Italia. Il piccolo Federico aveva ormai diciassette anni e il partito di Filippo, in Germania, e molti nobili d’Italia lo invitarono a diventare imperatore. Ottone, saputolo, si affrettò in Germania. Nel marzo del 1212, Federico giunse a Roma, dove “fu accolto dal papa, dai cardinali e dal Senato; e ricevette da papa Innocenzo consigli, approvazione e un certo aiuto economico per la sua impresa”. Da Roma, Federico si recò in Germania, arrivando a Costanza, che chiuse le porte a Ottone e si schierò dalla sua parte. Anche tutta la Germania lungo il Reno si schierò dalla sua parte; e il 2 dicembre fu eletto imperatore a Francoforte. La battaglia di Bouvines, il 27 maggio 1214, indebolì a tal punto le forze di Ottone da distruggere ogni speranza di successo contro Federico, con il quale Filippo Augusto era ora alleato; e, nel 1215, si ritirò praticamente nella casa della sua giovinezza, dove morì il 25 luglio 1217. Ma già il 19 maggio 1217, il giovane Federico era stato regolarmente incoronato ad Aquisgrana con la corona d’argento di Germania. [317]
- Innocenzo III organizzò anche una crociata – la quarta – contro i maomettani, che, in effetti, ebbe conseguenze inaspettate e notevoli. Fu una crociata via mare; e fu organizzata e lanciata sotto gli auspici di Innocenzo e del doge di Venezia. Era una crociata destinata a riconquistare la Terra Santa dai successori di Saladino. Ma, invece di dirigersi verso Gerusalemme, attaccarono Costantinopoli, che presero d’assalto il 13 aprile 1204. E, sebbene Costantinopoli fosse una “città cristiana”, tuttavia le toccò solo meno male della Gerusalemme turca quando cadde nelle mani dei primi crociati. Persino Innocenzo III deplorò la barbarie dei crociati. Esclamò: “Come potrà la Chiesa greca tornare all’unità ecclesiastica e al rispetto per la sede apostolica, quando ha visto nei Latini solo esempi di malvagità e opere delle tenebre, per le quali avrebbe potuto aborrirli peggio dei cani? Coloro che si credeva non cercassero i propri interessi, ma quelli di Cristo Gesù, immergendo nel sangue cristiano quelle spade che avrebbero dovuto brandire contro i pagani, non risparmiarono né la religione, né l’età, né il sesso; praticavano fornicazioni, incesti, adulteri, al cospetto degli uomini; abbandonando matrone e vergini consacrate a Dio alla dissolutezza degli stallieri. Né si accontentarono di impossessarsi delle ricchezze dell’imperatore, delle spoglie dei principi e del popolo: alzarono le mani sui tesori delle chiese – cosa più atroce! – gli stessi vasi consacrati; strapparono le tavole d’argento dagli stessi altari, frantumando le sacre cose, portando via croci e reliquie.”
- Nella grande chiesa di Santa Sofia, costruita da Giustiniano, “l’argento fu portato via dal pulpito; una squisita e pregiatissima tavola per le offerte fu fatta a pezzi; i sacri calici furono trasformati in coppe; la frangia d’oro fu strappata dal velo del santuario. Asini e cavalli furono condotti nelle chiese per portare via il bottino. Una prostituta salì sul trono del patriarca e cantò, con gesti indecenti, una canzone irriverente. Le tombe degli imperatori furono saccheggiate e i Bizantini videro, con stupore e angoscia allo stesso tempo, il cadavere di Giustiniano – che persino la decomposizione e la putrefazione avevano risparmiato per sei secoli nella sua tomba – esposto alla violenza di una folla. Era stato capito tra coloro che istigarono questi atroci procedimenti che le reliquie sarebbero state riunite in un unico corpo e equamente divise tra i conquistatori! Ma ogni ecclesiastico si impadronì in segreto di tutto ciò che poté.” – (Draper. “History of the Intellectual Development of Europe”, vol.II, cap.2, par.43). A questi altri terrori dei crociati di Innocenzo si aggiunse anche il fuoco. “Nella notte dell’assalto furono bruciate più case di quante se ne potessero trovare in tre delle più grandi città di Francia.”
- Sebbene Innocenzo potesse raccontare le barbarie dei suoi crociati, non esitò un giorno a raccogliere tutti i benefici di questa conquista dell’Impero d’Oriente. Prese immediatamente sotto la sua protezione, come papa, il nuovo ordine di cose nella capitale e nell’impero d’Oriente. “Il vescovo di Roma nominò infine il vescovo di Costantinopoli. Il riconoscimento della supremazia papale fu completo. Roma e Venezia si divisero i guadagni illeciti della loro impresa.” (Idem, par.44). Eppure, al di là di tutto questo, Innocenzo III si erge preminente come il grande persecutore. Lo spirito crociato, nel suo fanatismo e nella sua ferocia, lo rivolse contro gli “eretici”, in particolare gli Albigesi; fu il fondatore dell’Inquisizione. Le sue imprese in questo campo, tuttavia, dovranno essere rimandate a un altro capitolo. [318]
- Grazie al ministero di Innocenzo III, tutta la cristianità – non solo l’Europa intera, ma anche Costantinopoli, Alessandria e Gerusalemme, persino l’intero Oriente – era stata sottomessa al papato. Ogni sovrano, ogni potenza del mondo riconosciuto, eccetto solo quella maomettana, era soggetta al papato. E questo trionfo fu coronato – anche questo da Innocenzo III – con la convocazione del “Parlamento della cristianità, il dodicesimo concilio generale”. Il concilio si riunì il 1° novembre 1215 e l’ambizione sconfinata di Innocenzo fu gratificata nell’aprire e presiedere la più augusta assemblea che la cristianità latina avesse mai visto. L’occupazione franca di Costantinopoli offrì l’opportunità per la riunione, almeno nominale, delle Chiese d’Oriente e d’Occidente, e i patriarchi di Costantinopoli e Gerusalemme erano presenti in umile obbedienza a San Pietro. Tutto ciò che era più importante nella Chiesa e nello Stato era venuto, di persona o tramite un rappresentante. Ogni monarca aveva il suo ambasciatore lì, per assicurarsi che i suoi interessi non subissero alcun danno da un organismo che, agendo sotto la diretta ispirazione dello Spirito Santo e in base al principio che le questioni temporali erano totalmente subordinate a quelle spirituali, poteva avere scarso rispetto per i diritti dei sovrani. I teologi e i dottori più eruditi erano a disposizione per dare consigli su questioni di fede e intricate questioni di diritto canonico. I principi della Chiesa erano presenti in numero del tutto senza precedenti. Inoltre patriarchi, c’erano settantuno primati e metropoliti, quattrocentododici vescovi, più di ottocento abati e priori, e gli innumerevoli delegati di questi prelati che non potevano partecipare di persona.” – (Lea. “History of the Inquisition”, vol.I, pag.181).
- Le pretese del papato, che erano state elevate a un’altezza così prodigiosa da Innocenzo III, furono mantenute a tale altezza dai suoi successori. Per tutti gli anni che seguirono il regno di Innocenzo III, ci fu una guerra quasi costante tra i papi successivi e l’imperatore Federico II, fino alla morte di Federico nel 1250. Nel giugno del 1243, il cardinale Fiesco fu eletto al soglio pontificio. “Assunse il nome di:
INNOCENZO IV, 24 GIUGNO 1243 — 7 DICEMBRE 1254,
un presagio e una minaccia che avrebbe seguito le orme di Innocenzo III.” Finché era solo il cardinale Fiesco, era stato amico personale, e persino sostenitore, di Federico II, nella sua lotta contro la sempre crescente invasione del papato. Quando il cardinale Fiesco fu eletto papa, Federico si congratulò con lui perché il suo buon amico era ora papa. Ma Federico comprendeva il papato meglio di coloro che si congratulavano con lui; e, nella sua risposta, colpì al cuore il genio stesso del papato: “Nel cardinale ho perso il mio migliore amico; nel papa troverò il mio peggior nemico”.
- Questa osservazione di Federico non solo esprimeva una verità generale dell’intero papato, ma la trovò ampiamente vera nella sua esperienza personale. Nel 1245 il nuovo papa scomunicò Federico. Federico lo sfidò e si appellò alla cristianità. Contro la sfida e l’appello di Federico, Innocenzo IV riformulò le rivendicazioni del papato, portandole ancora più in alto. Finora i papi avevano attribuito solo a Costantino il loro diritto al potere temporale e imperiale; ma ora, con Innocenzo IV, viene esteso persino a Cristo stesso. In risposta a Federico II, Innocenzo IV scrisse alla cristianità quanto segue:
“Quando il malato che ha disprezzato rimedi più lievi viene sottoposto al bisturi e alla cauterizzazione, si lamenta della crudeltà del medico: quando il malfattore, che ha disprezzato ogni avvertimento, viene finalmente punito, accusa il suo giudice. Ma il medico si preoccupa solo del benessere del malato, il giudice considera il crimine, non la persona del criminale. L’imperatore dubita e nega che tutte le cose e tutti gli uomini siano soggetti alla sede di Roma. Come se noi, che dobbiamo giudicare gli angeli, non dovessimo pronunciare sentenze su tutte le cose terrene. Nell’Antico Testamento i sacerdoti detronizzarono re indegni; quanto più è giustificato il vicario di Cristo nel procedere contro colui che, espulso dalla Chiesa come eretico, è già la porzione dell’inferno! Gli ignoranti affermano che Costantino diede per primo il potere temporale alla sede di Roma; esso era già stato conferito da Cristo stesso, il vero re e sacerdote, come inalienabile per sua natura e assolutamente Incondizionato. Cristo ha fondato non solo una sovranità pontificia, ma anche una sovranità regale, e ha affidato a Pietro il governo sia di un regno terreno che di uno celeste, come è indicato e visibilmente dimostrato dalla pluralità delle chiavi. “Il potere della spada è nella Chiesa e deriva dalla Chiesa”; essa la dà all’imperatore durante la sua incoronazione, affinché la usi legittimamente e in sua difesa; ha il diritto di dire: “Riponi la spada nel fodero”. Egli si sforza di suscitare la gelosia degli altri re temporali, come se il rapporto dei loro regni con il papa fosse lo stesso di quello del regno elettorale di Germania e del regno di Napoli. Quest’ultimo è un feudo papale; il primo è inseparabile dall’impero, che il papa ha trasferito come feudo dall’Oriente all’Occidente. Al papa spetta l’incoronazione dell’imperatore, che è quindi vincolato, per consenso dei tempi antichi e moderni, a fedeltà e sottomissione.” (Milman‘s, “History of Latin Christianity”, vol.V, libro X, cap.5, par.21). [319]
- Dal punto più alto raggiunto da Innocenzo IV, non ci fu che un passo verso l’apice della pretesa papale per quanto riguarda il potere temporale. Questo passo fu compiuto, l’apice fu raggiunto, l’assoluta unità tra Chiesa e Stato fu conseguita, da:
BONIFACIO VIII, 24 DIC. 1294, A OTT. 11, 1303.
“Come Gregorio VII appare il più usurpatore dell’umanità finché non leggiamo la storia di Innocenzo III, così Innocenzo III viene messo in ombra dalla superiore audacia di Bonifacio VIII.” – (Hallam. “Middle Ages” o cap.7, par.27 dalla fine).
- Nel 1300 ci fu un giubileo papale. Bonifacio emanò una bolla “che concedeva la piena remissione di tutti i peccati” a coloro che, “nell’anno in corso, o in qualsiasi altro centesimo anno”, avessero visitato le tombe di San Pietro e San Paolo a Roma. Questo attirò a Roma un’immensa folla di persone: a volte fino a duecentomila stranieri contemporaneamente. All’inizio di quell’anno giunsero anche gli ambasciatori di un imperatore eletto. Bonifacio dichiarò loro che l’elezione del loro signore era nulla e che non lo riconosceva né come re dei Romani né come imperatore. Poi, in un giorno solenne del giubileo, Bonifacio stesso apparve alla moltitudine, vestito con una corazza, con un elmo in testa e una spada in mano alzata, ed esclamò:
“Non c’è altro Cesare, né re, né imperatore che io, il sommo pontefice e successore degli apostoli”.
- E quando, in seguito, riconobbe come imperatore colui che era stato eletto, lo fece solo dopo aver ottenuto dall’imperatore eletto la seguente dichiarazione:
“Riconosco che l’impero è stato trasferito dalla Santa Sede dai Greci ai Germani, nella persona di Carlo Magno; che il diritto di eleggere il re dei Romani è stato delegato dal papa ad alcuni principi ecclesiastici o secolari; e, infine, che i sovrani ricevono dai capi della Chiesa il potere della spada materiale”. (De Cormenin’s, “History of the Popes, Boniface VIII). [320]
- Due anni dopo, nel 1302, seguì una bolla di conferma, unum sanctum, in cui Papa Bonifacio VIII, ex cathedra, dichiarò:
“Ci sono due spade, quella spirituale e quella temporale: nostro Signore non disse di queste due spade: ‘È troppo’, ma: ‘È abbastanza'”. Entrambi sono in potere della Chiesa: uno spirituale, da usare dalla Chiesa, l’altro materiale, per la Chiesa: il primo quello dei sacerdoti, il secondo quello dei re e dei soldati, da brandire al comando e con la tolleranza del sacerdote. Una spada deve essere sotto l’altra, quella temporale sotto quella spirituale… Lo spirituale ha istituito il potere temporale e giudica se tale potere è ben esercitato. È stato posto sulle nazioni e sui regni per sradicare e abbattere. Se il potere temporale sbaglia, viene giudicato dallo spirituale. Negare ciò significa affermare, con gli eretici manichei, due principi co-eguali. Pertanto, noiaffermiamo, definiamo e dichiariamo che è NECESSARIO PER LA SALVEZZA credere che ogni essereumano sia soggetto al pontefice di Roma. (Milman’s, “History of Latin Christianity”, vol.VI, libro XI, cap.9, par.27).
- “Un’altra bolla dichiara che tutte le persone di qualsiasi rango sono obbligate a comparire quando citate personalmente davanti all’udienza o al tribunale apostolico tribunale di Roma; “poiché tale è il nostro desiderio, noi che, per divino permesso, governiamo il mondo”. (Idem, par.24 dalla fine).
- È perfettamente appropriato che questo apice di arroganza papale sia stato raggiunto da Bonifacio VIII, poiché “di tutti i pontefici romani, Bonifacio ha lasciato il nome più oscuro per astuzia, arroganza, ambizione, persino per avarizia e crudeltà. … Bonifacio VIII non ha semplicemente tramandato, e giustamente, come pontefice dalle più elevate pretese spirituali, pretese che, almeno nel loro linguaggio, avrebbero potuto spaventare Ildebrando o Innocenzo III, ma quasi tutta la storia contemporanea, così come la poesia, dai sublimi versi di Dante alle volgari ma vigorose rapsodie di Jacopone da Todi, sono piene di quei tocchi sorprendenti e indimenticati di superbia e rapacità… che, sia per l’adesione a principi cresciuti impopolari, o per la sua stessa arroganza e violenza, aveva suscitato in gran parte della cristianità. Bonifacio era appena morto quando l’epitaffio, che il tempo non può cancellare, dalla cui impressione la mente più sincera si sforza a fatica di emanciparsi, fu proclamato al mondo cristiano impassibile: “Egli venne come una volpe, governò come un leone, morì come un cane”. (Idem, cap.7, par.1).
CAPITOLO 18 – L’IMPERO PAPALE
Universalità del Governo Papale – I Vescovi e la Loro Elezione – Vescovi Militari – Saccheggiatori Papali – “Un Terrore per Tutti” – Miseria Universale – “Una Maledizione per il Popolo” – Risultati del Celibato – Il più Singolare Standard di Moralità – Chiesa di Roma Responsabile – Oppressione Giudiziaria – Monaci Mendicanti – Feticismo Papale – Indulgenze – Feticismo delle Reliquie – “Una Maledizione Assoluta”.
- Il dominio rivendicato dal papato è il cuore e la vita, l’anima dell’uomo. Essenziale per la corretta amministrazione di questo dominio, il papato sosteneva che il potere temporale del mondo dovesse essere assolutamente soggetto alla sua volontà. Questo potere lo aveva ormai conquistato. Grazie ad esso, il suo dominio sull’uomo era divenuto completo. Atti particolari di singoli papi venivano spesso contestati, ma sulla legittimità e il potere del suo impero non c’erano dubbi.
- Pertanto, la domanda successiva da porsi è: come usò il papato il suo potere? La risposta a questa domanda è la più completa, diretta ed esplicita che si possa ragionevolmente chiedere. Questa risposta è data in modo più completo, e tuttavia più breve, nella “Storia dell’Inquisizione” di Lea che in qualsiasi altra opera. Questa storia dell’Inquisizione è l’ultima ad essere stata scritta: pubblicata nel 1888; le sue evidenze sono indiscutibili, mentre le sue opinioni sono così favorevoli al papato da costituire quasi, se non del tutto, una sua scusa. Per queste ragioni, verrà qui ampiamente citato. (Tutte le citazioni, non altrimenti accreditate, provengono da Lea, “History of the Inquisition”). Abbiamo visto come il papato trattava i maomettani e gli ebrei. Abbiamo visto come trattava il popolo della Chiesa greca. Abbiamo visto come trattava coloro che erano imperatori, re e nobili. Come trattava la gente comune e i poveri del suo popolo riconosciuto, coloro che erano suoi: cuore, anima e corpo?
- Mentre il XII secolo volgeva al termine, la Chiesa si stava avvicinando a una crisi nella sua carriera. Le vicissitudini di centocinquant’anni, abilmente migliorate, l’avevano resa la padrona della cristianità… Sull’anima e sulla coscienza” l'”impero” dei “sacerdoti era completo. Nessun cristiano poteva sperare nella salvezza se non fosse stato in tutto e per tutto un figlio obbediente della Chiesa e non fosse pronto a prendere le armi in sua difesa… L’antica indipendenza dell’episcopato non esisteva più. A poco a poco la supremazia della sede romana era stata affermata e rafforzata, fino a godere della giurisdizione universale che le permetteva di piegare ai suoi desideri ogni prelato, nella netta alternativa tra sottomissione o espulsione. Il mandato papale, giusto o ingiusto, ragionevole o irragionevole, doveva essere ricevuto e implicitamente obbedito, poiché non vi era appello dal rappresentante di San Pietro. In una sfera più ristretta, e soggetta al papa, il vescovo deteneva un’autorità che, almeno in teoria, era altrettanto assoluta, mentre il più umile ministro dell’altare era lo strumento mediante il quale i decreti del papa e del vescovo venivano applicati al popolo, poiché il destino di tutti gli uomini era nelle mani di chi poteva amministrare o negare i sacramenti essenziali alla salvezza. [322]
- “Oltre alla supervisione su questioni di fede e disciplina, di matrimonio, di eredità e di usura, che appartenevano loro per consenso generale, c’erano relativamente poche questioni tra uomo e uomo che non potessero includere qualche caso di coscienza che comportasse l’inserimento di un’ingerenza spirituale, specialmente quando gli accordi erano abitualmente confermati con la sanzione del giuramento; e la cura delle anime implicava un’inchiesta perpetua sulle aberrazioni, positive o possibili, di ogni membro del gregge. Sarebbe stato difficile porre limiti all’intrusione negli affari di ogni uomo che veniva così resa possibile, o all’influenza che ne derivava. Non solo il più umile sacerdote esercitava un potere soprannaturale che lo identificava come qualcuno elevato al di sopra del comune livello dell’umanità, ma la sua persona e i suoi beni erano ugualmente inviolabili. Qualunque fosse il crimine che commetteva, la giustizia secolare non poteva prenderne atto, e i funzionari secolari non potevano arrestarlo. Era suscettibile solo ai tribunali del suo stesso ordine, ai quali era vietato infliggere punizioni che comportassero l’effusione di sangue, e dalle cui decisioni un appello alla suprema giurisdizione della lontana Roma conferiva troppo spesso un’immunità virtuale.”
- In Inghilterra le condizioni non erano peggiori che nel continente, se erano così pessime, e lì “crimini della più grave entità – omicidi, rapine, adulteri e stupri – venivano commessi quotidianamente impunemente dagli ecclesiastici. Si era scoperto, ad esempio, dopo un’inchiesta, che non meno di cento omicidi erano stati perpetrati dall’ascesa al trono del re [Enrico II — 1154-1163] da uomini della professione, che non erano mai stati chiamati a rendere conto di questi reati; e gli ordini sacri erano diventati una protezione completa per tutte le enormità.”
- La Chiesa sosteneva che “solo le pene spirituali potevano essere inflitte” in caso di reati del clero. Quando un ecclesiastico aveva rovinato la figlia di un gentiluomo e, per proteggersi, ne aveva assassinato il padre, e Re Enrico II richiese che “l’ecclesiastico fosse consegnato e ricevesse una punizione adeguata dal magistrato, Becket insistette sui privilegi della Chiesa; rinchiuse il criminale nella prigione del vescovo, per timore che venisse esaminato dagli ufficiali del re; sostenne che non gli si potesse infliggere una punizione maggiore della degradazione; e quando il Re chiese che subito dopo la degradazione fosse processato dal potere civile, il primate affermò che era iniquo processare un uomo due volte per lo stesso reato”. – (Hume. “History of England”, cap.8, par.2). “Lo stesso privilegio proteggeva la proprietà ecclesiastica, conferita alla Chiesa dalla pietà di generazioni successive, e copriva non piccola parte delle terre più fertili d’Europa. Inoltre, i diritti signorili annessi a quelle terre comportavano spesso un’ampia giurisdizione temporale, che conferiva ai loro possessori spirituali il potere sulla vita e sulla salute di cui godevano i signori feudali.
- “La Chiesa militante era quindi un esercito accampato sul suolo della cristianità, con i suoi avamposti ovunque, soggetto alla più efficiente disciplina, animato da uno scopo comune, ogni soldato rivestito di inviolabilità e armato con le tremende armi che uccidevano l’anima. C’era ben poco che non potesse essere osato o fatto dal comandante di una tale forza, i cui ordini venivano ascoltati come oracoli di Dio, dal Portogallo alla Palestina e dalla Sicilia all’Islanda. “I principi”, dice Giovanni di Salisbury, “derivano il loro potere dalla Chiesa e sono servitori del sacerdozio”. “L’ultimo dell’ordine sacerdotale è più degno di qualsiasi re”, esclama Onorio di Autun; “principe e popolo sono sottomessi al clero, che splende superiore come il sole alla luna”. Innocenzo III usò una metafora più spirituale quando dichiarò che il potere sacerdotale era superiore a quello secolare quanto l’anima dell’uomo lo era al suo corpo; e riassunse la sua valutazione della propria posizione dichiarandosi vicario di Cristo, il Cristo del Signore, il Dio del Faraone, posto a metà strada tra Dio e l’uomo, al di qua di Dio, ma al di là dell’uomo, inferiore a Dio, ma superiore all’uomo, che giudica tutti e non è giudicato da nessuno. Che egli fosse supremo su tutta la terra – sui pagani e sugli infedeli così come sui cristiani – fu legalmente dimostrato e universalmente insegnato dai dottori medievali.” [323]
- “Eppure, per raggiungere questa supremazia, era stato necessariamente sacrificato molto. Le virtù cristiane di umiltà, carità e abnegazione erano praticamente scomparse nella contesa che lasciava il potere spirituale dominante su quello temporale. L’affetto delle popolazioni non era più attratto dalle grazie e dalla bellezza del cristianesimo; la sottomissione veniva acquistata con la promessa della salvezza da acquisire con la fede e l’obbedienza, o veniva estorta con la minaccia della perdizione, o con i terrori più acuti della persecuzione terrena. Se la Chiesa, separandosi completamente dai laici, aveva acquisito i servizi di una milizia interamente dedicata a sé stessa, aveva in tal modo creato un antagonismo tra sé e il popolo.”
- “In pratica, l’intero corpo dei cristiani non costituiva più la Chiesa; quel corpo era diviso in due classi essenzialmente distinte: i pastori e le pecore; e gli agnelli erano spesso portati a pensare, non irragionevolmente, di essere destinati solo alla tosatura. I premi mondani offerti all’ambizione da una carriera ecclesiastica attiravano nei ranghi della Chiesa uomini capaci, è vero, ma uomini il cui obiettivo era l’ambizione mondana piuttosto che lo sviluppo spirituale. Le immunità e i privilegi della Chiesa, e l’ampliamento delle sue acquisizioni temporali, erano obiettivi tenuti più a cuore della salvezza delle anime, e i suoi posti più alti erano occupati, per la maggior parte, da uomini per i quali la mondanità era più evidente delle virtù più umili.”
- “Mentre gli angeli sarebbero stati necessari per esercitare degnamente gli enormi poteri rivendicati e acquisiti dalla Chiesa, i metodi con cui venivano garantiti gli avanzamenti e le promozioni clericali erano tali da favorire i senza scrupoli piuttosto che i meritevoli. Per comprendere appieno le cause che spinsero così tante migliaia di persone allo scisma e all’eresia, portando a guerre e persecuzioni e all’istituzione dell’Inquisizione, è necessario dare uno sguardo al carattere degli uomini che rappresentavano la Chiesa di fronte al popolo e all’uso che facevano, nel bene o nel male, dell’assoluto dispotismo spirituale che si era instaurato. In mani sagge e devote, avrebbe potuto elevare in modo incalcolabile gli standard morali e materiali della civiltà europea; nelle mani degli egoisti e dei depravati avrebbe potuto diventare lo strumento di un’oppressione minuta e pervasiva, portando intere nazioni alla disperazione.”
- “Per quanto riguarda i metodi di elezione all’episcopato, non si può dire che in questo periodo ci fosse stata una regola consolidata e invariabile. L’antica forma di elezione da parte del clero, con l’acquiescenza del popolo della diocesi, era ancora conservata in teoria, ma in pratica il corpo elettorale era costituito dai canonici della cattedrale; in tale periodo di istituzioni instabili, la conferma richiesta al re, o a un nobile feudale semi-indipendente, e al papa, rendeva spesso l’elezione una forma vuota, in cui il potere reale o papale poteva prevalere, a seconda delle tendenze del tempo e del luogo. I sempre crescenti appelli a Roma, come a tribunale di ultima istanza, da parte di aspiranti delusi, con ogni pretesto immaginabile, diedero alla Santa Sede un’influenza in rapida crescita, che, in molti casi, equivaleva quasi al potere di nomina; e Innocenzo II, al Concilio Lateranense del 1139, applicò il sistema feudale alla Chiesa dichiarando che tutte le dignità ecclesiastiche erano ricevute e tenute dai papi come feudi.” [324]
- “Qualunque regola, tuttavia, potesse essere stabilita, non avrebbe potuto operare nel rendere gli eletti migliori degli elettori. Il flusso non si innalzerà oltre la sua sorgente, e un potere elettivo o di nomina corrotto non è in grado di essere trattenuto dalla selezione di rappresentanti idonei per se stesso con metodi, per quanto ingegnosamente ideati, che non hanno la capacità intrinseca di auto-imposizione. Il giuramento che i cardinali erano obbligati a prestare entrando in un conclave: “Chiamo Dio a testimone che scelgo colui che giudico secondo Dio debba essere scelto”, era notoriamente inefficace nel garantire l’elezione di pontefici idonei a servire come vicegerenti di Dio; e così, dal più umile parroco al più alto prelato, tutti i gradi della gerarchia erano probabilmente occupati da uomini mondani, ambiziosi, egoisti e licenziosi. Il materiale tra cui selezionare, inoltre, era di tale natura che persino gli amici più esigenti della Chiesa dovevano accontentarsi quando il meno degno aveva successo. San Pier Damiani, nel chiedere a Gregorio VI la conferma di un vescovo eletto di Fossombrone, ammette che non è idoneo e che dovrebbe sottoporsi a penitenza prima di intraprendere l’episcopato, ma non c’è nulla di meglio da scegliere, poiché in tutta la diocesi non c’era un solo ecclesiastico degno dell’ufficio; tutti erano egoisticamente ambiziosi, troppo desiderosi di una preferenza per pensare di rendersene degni, infiammati dal desiderio del potere, ma completamente incuranti dei suoi doveri.”
- “In queste circostanze la simonìa, con tutti i mali che ne conseguono, era quasi universale, e questi mali si facevano sentire ovunque sul carattere sia degli elettori che degli eletti. Nella vana guerra condotta da Gregorio VII e dai suoi successori contro questo vizio onnipresente, il numero di vescovi attaccati è l’indice più sicuro dei mezzi che si erano rivelati efficaci e degli uomini che in tal modo furono in grado di rappresentare gli apostoli. Come dichiarò Innocenzo III, si trattava di una malattia della Chiesa non curabile né con rimedi lenitivi né con il fuoco; e Peter Cantor, morto in odore di santità, racconta con plauso la storia di un certo cardinale Martino, il quale, mentre officiava le solennità natalizie alla corte romana, rifiutò un dono di venti sterline inviatogli dal cancelliere papale, perché notoriamente frutto di rapina e simonia.”
- “Si raccontava come un esempio supremo della virtù di Pietro, cardinale di San Crisogono, già vescovo di Meaux, che egli avesse, in una sola elezione, rifiutato la luccicante tangente di cinquecento marchi d’argento. I principi temporali erano più pronti a sfruttare proficuamente il potere della conferma, e pochi imitarono l’esempio di Filippo Augusto, il quale, quando l’abbazia di San Dionigi divenne vacante, e il prevosto, il tesoriere e il cellario dell’abbazia lo cercarono segretamente, e gli diedero ciascuno cinquecento lire per la successione, si recò silenziosamente all’abbazia, scelse un semplice monaco in piedi in un angolo, gli conferì la dignità e gli consegnò le millecinquecento lire. Il Concilio di Rouen, nel 1050, si lamenta amaramente della perniciosa consuetudine con cui uomini ambiziosi accumulavano, con ogni mezzo possibile, doni con cui ottenere il favore del principe e dei suoi cortigiani al fine di ottenere vescovadi, ma non poteva suggerire alcun rimedio…” [325]
- “Sotto tali influenze, fu invano che la classe superiore di uomini che occasionalmente appariva nei ranghi della gerarchia… lottò per imporre il rispetto per la religione e la moralità. La corrente contro di loro era troppo forte, e non poterono fare altro che protestare e offrire un esempio che pochi si rivelarono disposti a seguire. In quei giorni di violenza, i mansueti e gli umili avevano poche possibilità, e i premi erano per coloro che sapevano intrigare e contrattare, o le cui tendenze marziali promettevano di far rispettare i diritti delle loro chiese e dei loro vassalli. In effetti, il carattere militare dei prelati medievali è un argomento che sarebbe interessante considerare più dettagliatamente di quanto lo spazio qui consenta. Le ricche abbazie e i potenti vescovadi finirono per essere ampiamente considerati come mezzi appropriati per provvedere ai figli cadetti delle case nobiliari o per aumentare l’influenza delle famiglie più importanti. Con metodi come quelli che abbiamo visto, passarono nelle mani di coloro la cui formazione era stata militare piuttosto che religiosa. Mitra e croce non avevano più scrupoli di quanto lo stendardo cavalleresco si facesse vedere in prima linea in battaglia. Quando la scomunica non riusciva a riportare alla ragione vassalli irrequieti o vicini invadenti, si ricorreva prontamente al braccio carnale, e il contadino depredato non riusciva a distinguere tra le devastazioni del barone ladro e quelle del rappresentante di Cristo…”
- “Il popolo, su cui gravava il peso schiacciante di questi conflitti, non poteva che considerare il barone e il prete come entrambi nemici, e qualsiasi lacuna nell’abilità militare dei guerrieri spirituali veniva compensata dal loro tentativo di uccidere le anime oltre che i corpi dei loro nemici. Questo era particolarmente vero in Germania, dove i prelati erano principi oltre che sacerdoti, e dove una grande casa religiosa come l’abbazia di San Gallo era il governatore temporale dei cantoni di San Gallo e Appenzello, finché quest’ultimo non si liberò dal giogo dopo una lunga e devastante guerra. Lo storico dell’abbazia racconta con orgoglio le virtù marziali dei successivi abati, e parlando di Ulrico III, morto nel 1117, osserva che, stremato da molte battaglie, morì infine in pace. Tutto ciò era in qualche modo una necessità dell’incongrua unione tra nobile feudale e prelato cristiano e, sebbene più marcata in Germania che altrove, era visibile ovunque.”
- “L’impressione che questi uomini mondani e turbolenti fecero sui loro contemporanei più silenziosi fu che le anime pie credevano che nessun vescovo potesse raggiungere il Regno dei Cieli. Circolava ampiamente la storia di Geoffroi de Péronne, priore di Clairvaux, che fu eletto vescovo di Tournay e che fu esortato da San Bernardo ed Eugenio III ad accettare, ma che si gettò a terra dicendo: ‘Se mi cacciate, potrò diventare un monaco vagabondo, ma un vescovo mai!’ Sul letto di morte promise a un amico di tornare e di riferirgli della sua condizione nell’altro mondo, e lo fece mentre quest’ultimo pregava all’altare. Annunciò di essere tra i beati, ma gli era stato rivelato dalla Trinità che se avesse accettato l’incarico vescovile, sarebbe stato annoverato tra i dannati. Pietro di Blois, che racconta questa storia, e Pietro Cantor, che la ripete, manifestarono entrambi la loro fede in essa rifiutando persistentemente l’incarico vescovile. Non molto tempo dopo un ecclesiastico a Parigi dichiarò di poter credere a tutto tranne che un vescovo tedesco potesse essere salvato, perché portava le due spade, quella dello spirito e quella della carne.” [326]
- “Cesario di Heisterbach spiega tutto questo con la rarità di prelati degni e la sovrabbondanza di malvagi; sottolinea inoltre che le tribolazioni a cui erano esposti derivavano dal fatto che la mano di Dio non era visibile nella loro promozione. Il linguaggio difficilmente può essere più forte di quello impiegato da Luigi VII nel descrivere la mondanità e la pompa dei vescovi, quando invano si appellò ad Alessandro III affinché utilizzasse il suo trionfo su Federico Barbarossa riformando la Chiesa. In effetti, i registri dell’epoca recano ampia testimonianza della rapina e della violenza, dei crimini flagranti e della sprezzante immoralità di questi principi della Chiesa. L’unico tribunale a cui erano ammissibili era quello di Roma. Ci voleva il coraggio della disperazione per far sì che lì si presentassero denunce contro di loro, e quando tali denunce venivano presentate, la difficoltà di provare le accuse, la lunghezza dei procedimenti e la nota venalità della curia romana garantiva un’immunità virtuale… Possiamo facilmente credere all’affermazione di uno scrittore del XIII secolo, secondo cui il processo di deposizione di un prelato era così macchinoso che persino i più malvagi non temevano la punizione.”
- “Anche laddove l’enormità dei reati non richiedeva l’intervento papale, l’ufficio episcopale veniva prostituito in mille modi di oppressione ed esazione, sufficientemente conformi alla legge da non offrire ai sofferenti alcuna opportunità di riparazione. Quanto fosse ampiamente riconosciuta la sua natura redditizia, è dimostrato dal caso di un vescovo che, giunto all’età avanzata, radunò i suoi nipoti e parenti affinché si accordassero tra loro sulla sua successione. Si accordarono su uno di loro e congiuntamente presero in prestito le ingenti somme necessarie per acquistare l’elezione. Sfortunatamente, il vescovo eletto morì prima di ottenere il possesso, e sul letto di morte fu vivamente smentito dai suoi parenti in rovina, che non vedevano alcun modo per ripagare il capitale preso in prestito e investito nella fallita associazione episcopale. Come dice San Bernardo, i ragazzi venivano introdotti all’episcopato in un’età in cui si rallegravano più di sottrarsi alla ghigliottina dei loro insegnanti che di acquisire la regola; ma, diventando presto insolenti, impararono a vendere l’altare e a svuotare le tasche dei loro sudditi!”
- “Sfruttando così il loro ufficio, i vescovi non fecero altro che seguire l’esempio dato loro dal papato, che, direttamente o tramite i suoi agenti, con le sue esazioni, si rese il terrore delle chiese cristiane. Arnoldo, che fu arcivescovo di Treviri dal 1169 al 1183, si guadagnò grande merito per la sua astuzia nel salvare il suo popolo dalle spoliazioni da parte dei nunzi papali, poiché ogni volta che sentiva del loro previsto arrivo, era solito andare loro incontro e, con pesanti tangenti, indurli a dirigere i loro passi altrove, con infinito sollievo del suo stesso gregge. Nel 1160 i Templari si lamentarono con Alessandro III che i loro lavori per la Terra Santa erano seriamente compromessi dalle estorsioni dei legati e dei nunzi papali, i quali non si accontentavano degli alloggi gratuiti e della fornitura di beni di prima necessità a cui avevano diritto; Alessandro concesse gentilmente all’Ordine un’esenzione speciale dagli abusi [*dei legati e dei nunzi], tranne quando il legato era un cardinale.”
- “Fu peggio quando il papa arrivò di persona. Clemente V, dopo la sua consacrazione a Lione, si recò a Bordeaux, dove lui e il suo seguito saccheggiarono le chiese lungo il cammino in modo così efficace che, dopo la sua partenza da Bourges, l’arcivescovo Gilles, per sopravvivere, fu costretto a presentarsi quotidianamente tra i suoi canonici per condividere nella distribuzione delle provviste; la residenza papale presso il ricco priorato di Grammont impoverì a tal punto la casa che il priore si dimise, disperando di poterne ristabilire gli affari, e il suo successore fu costretto a imporre una pesante tassa a tutte le case dell’Ordine.” [327]
- “L’Inghilterra, dopo l’ignominiosa resa di Re Giovanni, fu particolarmente soggetta alle estorsioni papali. Ricchi benefici furono concessi a stranieri, che non avevano alcun pretesto di risiedervi, finché le entrate annuali così prelevate dall’isola non furono calcolate in settantamila marchi, ovvero tre volte le entrate della corona, e ogni resistenza fu repressa con scomuniche che turbarono l’intero regno. Al Concilio generale di Lione, tenutosi nel 1245, fu presentato un discorso a nome della Chiesa anglicana, lamentando queste oppressioni in termini più energici che rispettosi, ma esso non ottenne alcun risultato. Dieci anni dopo, il legato papale, Rustand, chiese a nome di Alessandro IV un immenso sussidio – la quota dell’abbazia di St. Albans non era inferiore a seicento marchi – quando Fulk, vescovo di Londra, dichiarò che avrebbe preferito essere decapitato, e Walter di Worcester essere impiccato piuttosto che sottomettersi; ma questa resistenza fu infranta dall’espediente di inventare fittizie rivendicazioni di debiti dovuti a banchieri italiani in cambio di denaro che si presumeva fosse stato anticipato per coprire le spese presso la curia romana, e queste rivendicazioni furono fatte valere con la scomunica. Quando Robert Grosseteste di Lincoln scoprì che i suoi sforzi per riformare il clero erano vanificati dagli appelli a Roma, dove i trasgressori potevano sempre acquistare l’immunità, si recò da Innocenzo IV nella speranza di ottenere un cambiamento in meglio e, non riuscendoci completamente, esclamò bruscamente al papa: “Oh, denaro, denaro, quanto puoi fare, soprattutto nella corte romana!”
- “Questo non fu affatto l’unico modo in cui la suprema giurisdizione di Roma operò un male inestimabile in tutta la cristianità. Mentre le corti feudali erano strettamente territoriali e locali, e le funzioni giudiziarie dei vescovi erano limitate alle proprie diocesi, cosicché ognuno sapeva a chi rispondere in un sistema giudiziario relativamente ben consolidato, la giurisdizione universale di Roma offriva ampie opportunità per abusi della peggior specie. Il papa, in quanto giudice supremo, poteva delegare a chiunque una qualsiasi parte della sua autorità, che era suprema ovunque; e la cancelleria papale non era troppo attenta al carattere delle persone a cui inviava lettere che autorizzavano a esercitare funzioni giudiziarie e a farle rispettare con l’ultima, terribile sentenza di scomunica; lettere, in effetti, che, se la cancelleria papale non era in torto, venivano vendute liberamente a chiunque fosse in grado di pagarle. L’Europa era così attraversata da moltitudini di uomini armati di queste armi, che usavano senza rimorso per estorcere e opprimere. Anche i vescovi non erano restii a delegare in questo modo le loro giurisdizioni più limitate e, nella confusione che ne derivava, non era difficile per avventurieri spericolati fingere di possedere questi poteri delegati e usarli allo stesso modo per i più vili scopi, nessuno osava rischiare le possibili conseguenze di una resistenza.”
- “Queste lettere offrivano quindi carta bianca attraverso la quale l’ingiustizia poteva essere perpetrata e la malignità gratificata al massimo. Un’ulteriore complicazione, che non innaturalmente seguì, fu la fabbricazione e la falsificazione di queste lettere. Non era facile rivolgersi alla lontana Roma per accertare l’autenticità di un documento papale presentato con sicurezza dal suo latore, e l’impunità con cui si potevano assumere poteri così tremendi era irresistibilmente attraente. Quando Innocenzo III salì al trono, trovò una fabbrica di lettere false in piena attività a Roma e, sebbene questa fosse stata soppressa, l’attività era troppo redditizia per essere smantellata anche solo dalla sua vigilanza. Fino alla fine del suo pontificato, l’individuazione di documenti fraudolenti fu una preoccupazione costante. Né questa industria era limitata a Roma. Più o meno nello stesso periodo, Stephen, vescovo di Tournay, scoprì nella sua città episcopale un’analogo covo di falsari, che avevano inventato un ingegnoso strumento per la fabbricazione dei sigilli papali. Al popolo, tuttavia, importava poco se fossero autentici o fittizi; la sofferenza era la stessa, indipendentemente dal fatto che la cancelleria papale ricevesse o meno il suo compenso.” [328]
- “Così la curia romana era un terrore per chiunque la incontrasse. Ildeberto di Le Mans descrive i suoi funzionari come venditori di giustizia, ritardatori di decisioni con ogni pretesto e, infine, incuranti quando le tangenti si esaurivano. Erano pietra quanto a comprensione, legno quanto a emettere giudizi, fuoco quanto a ira, ferro quanto a perdono, volpi nell’inganno, tori nell’orgoglio e Minotauri nel consumare tutto. Nel secolo successivo, Robert Grosseteste disse coraggiosamente a Innocenzo IV e ai suoi cardinali che la curia era la fonte di tutta la viltà che rendeva il sacerdozio uno scherno e un rimprovero per il Cristianesimo, e, dopo un altro secolo e mezzo, coloro che la conoscevano meglio la descrissero come immutata.”
- “Quando tale era l’esempio dato dal capo della Chiesa, sarebbe stato un miracolo se non troppi vescovi non avessero sfruttato tutte le loro abbondanti opportunità per spennare i loro greggi. Peter Cantor, un testimone non eccezionale, li descrive come pescatori di denaro e non di anime, con mille frodi per svuotare le tasche dei poveri. Essi hanno, dice, tre ami con cui catturare la loro preda nelle profondità: il confessore, a cui è affidata l’ascolto delle confessioni e la cura delle anime; il decano, l’arcidiacono e gli altri funzionari, che promuovono gli interessi del prelato con mezzi leciti o illeciti; e il prevosto rurale, che viene scelto esclusivamente in base alla sua abilità nello spremere le tasche dei poveri e portare il bottino al suo padrone. Questi luoghi venivano spesso appaltati, e il diritto di torturare e depredare la gente veniva venduto al miglior offerente. L’odio generale che nutriva per questi signori è illustrato dalla storia di un ecclesiastico che, avendo perso tutto il suo denaro a causa di una sfortunata serie di dadi, tranne cinque soldi, esclamò con blasfema follia che li avrebbe dati a chiunque gli avesse insegnato come offendere Dio nel modo più grave, e un passante fu ritenuto vincitore quando disse: “Se desideri offendere Dio più di tutti gli altri peccatori, diventa un funzionario o un esattore episcopale”. In passato, continua Peter Cantor, si usava un discreto occultamento nell’appropriarsi dei beni di ricchi e poveri, ma ora vengono pubblicamente e sfacciatamente sequestrati attraverso infiniti stratagemmi, frodi e nuovi metodi di estorsione. I funzionari dei prelati non sono solo le loro sanguisughe, che succhiano e vengono spremuti, ma sono anche i filtratori del latte della loro rapina, trattenendo per sé la feccia del peccato.”
- “Da questo onesto impeto di indignazione comprendiamo che il principale strumento di esazione e oppressione erano le funzioni giudiziarie dell’episcopato. È vero che provenivano considerevoli entrate dalla vendita dei benefici e dall’esazione di tasse per tutti gli atti ufficiali, e molti prelati non si vergognavano di trarre un guadagno sporco dalla licenziosità diffusa tra un clero celibe, esigendo un tributo noto come `cullagium’, in pagamento del quale al sacerdote era permesso di mantenere in pace la sua concubina; ma la giurisdizione spirituale era la fonte del maggior profitto per il prelato e della più grande miseria per il popolo. Anche nei tribunali temporali, le multe derivanti dalle controversie legali costituivano una parte non trascurabile delle entrate dei signori; e nei tribunali cristiani, che abbracciavano tutta la giurisprudenza spirituale e gran parte di quella temporale, c’era un’ampia messe da raccogliere. Così, come dice Peter Cantor, il santissimo sacramento del matrimonio, dovuto al fatto della consanguineità rientrante nei gradi proibiti, divenne oggetto di derisione da parte dei laici per la venalità con cui i matrimoni venivano contratti e disfatti per riempire le tasche dei funzionari episcopali.” [329]
- “La scomunica era un’altra fruttuosa fonte di estorsione. Se si opponeva a una richiesta ingiusta, il recalcitrante veniva scomunicato e doveva quindi pagare per la riconciliazione oltre alla somma originaria. Qualsiasi ritardo nell’obbedire a una convocazione alla Corte d’Ufficialità comportava la scomunica con lo stesso risultato dell’estorsione. Quando il contenzioso era così redditizio, veniva incoraggiato al massimo, con infinita miseria del popolo. Quando un sacerdote veniva introdotto in un beneficio, era consuetudine esigere da lui un giuramento che non avrebbe trascurato alcun reato commesso dai suoi parrocchiani, ma che lo avrebbe denunciato all’Ordinario, affinché i trasgressori potessero essere processati e multati, e che non avrebbe permesso che alcuna lite fosse risolta amichevolmente; e sebbene Alessandro III emettesse un decretale che dichiarava nulli tutti questi giuramenti, essi continuavano a essere richiesti. A titolo di esempio del sistema, si registra un caso in cui un ragazzo, giocando, uccise accidentalmente un compagno con una freccia. Il padre dell’uccisore era ricco e ai due genitori non fu permesso di riconciliarsi gratuitamente. Peter di Blois, arcidiacono di Bath, probabilmente non si sbagliava di grosso quando descrisse gli Ordinari episcopali come vipere di iniquità che trascendevano la malizia di tutti i serpenti e basilischi, come pastori non di agnelli, ma di lupi, e come dediti interamente alla malizia e alla rapina.”
- “Ancora più efficace come causa di miseria per il popolo e di ostilità verso la Chiesa fu la venalità di molte corti episcopali. La natura delle transazioni e degli avvocati clericali che si presentavano dinnanzi a loro è evidente in un tentativo di riforma da parte del Concilio di Rouen, nel 1231, che richiedeva ai legali che esercitavano in questi tribunali di giurare di non rubare i documenti della controparte né di produrre falsi o testimonianze spergiure a sostegno delle proprie cause. I giudici erano perfettamente adatti a presiedere un simile tribunale. Sono descritti come estorsori che cercavano con ogni mezzo di spillar denaro ai pretendenti fino all’ultimo centesimo, e quando una frode era troppo evidente per essere perseguita, avevano funzionari subordinati sempre pronti a fare il loro gioco, rendendo la loro occupazione più vile di quella di un ruffiano con le sue ruffiane.”
- “Che il denaro fosse supremo in tutte le questioni giudiziarie fu chiaramente dato per scontato quando l’abbazia di Andres litigò con la casa madre di Charroux, e quest’ultima assicurò alla prima che avrebbe potuto spendere in tribunale cento marchi d’argento per ogni dieci lire che l’altra poteva permettersi; e in effetti, al termine del contenzioso decennale, inclusi tre appelli a Roma, Andres si ritrovò oppressa dall’enorme debito di millequattrocento lire varisis, mentre i dettagli della transazione mostrano la più sfacciata corruzione. La corte romana diede l’esempio agli altri, e la sua reputazione attuale è visibile negli elogi tributati a Eugenio III per aver rimproverato un priore che aveva intentato una causa davanti a lui offrendogli un marco d’oro per ottenere il suo favore.”
- “C’era un’altra fonte di oppressione che aveva un motivo più nobile e risultati migliori, ma che tuttavia gravava sulla massa del popolo. Fu più o meno in questo periodo che si affermò la moda di costruire chiese e abbazie magnifiche; e l’invenzione delle vetrate artistiche e la sua rapida introduzione dimostrano il lusso ornamentale che si ricercava. Se da un lato queste strutture erano in una certa misura l’espressione di una fede ardente, dall’altro erano soprattutto la manifestazione dell’orgoglio dei prelati che le avevano erette, e nella nostra ammirazione per queste sublimi reliquie del passato, con qualsiasi spirito reverenziale possiamo contemplare l’imponente guglia, la navata ad arco lungo e la gloriosa vetrata, non dobbiamo perdere di vista lo sforzo supremo che costarono, uno sforzo che inevitabilmente ricadde su servi e contadini sofferenti. Peter Cantor ci assicura che furono costruite sfruttando le esazioni sui poveri, i guadagni illeciti dell’usura e le menzogne e gli inganni dei quaestuarii o indulgentieri; e le ingenti somme di denaro profuse in loro favore, ci assicura, sarebbero state spese molto meglio per riscattare i prigionieri e alleviare le necessità degli indifesi.” [330]
- “Non era prevedibile che prelati come quelli che ricoprivano la maggior parte delle sedi della cristianità si dedicassero ai veri doveri della loro posizione. Il principale tra questi doveri era quello di predicare la Parola di Dio e istruire i loro greggi nella fede e nella morale. L’ufficio di predicatore, infatti, era soprattutto una funzione episcopale: egli era l’unico uomo nella diocesi autorizzato a esercitarla; non faceva parte del dovere o della formazione del parroco, che non poteva presumere di pronunciare un sermone senza una speciale licenza del suo superiore. Non deve sorprenderci, quindi, vedere questa parte dell’insegnamento e della devozione cristiana completamente trascurata, poiché i turbolenti e marziali prelati dell’epoca erano troppo immersi nelle preoccupazioni mondane per dedicare un pensiero a una questione per la quale la loro inidoneità era totale.”
- “Non ci si poteva ragionevolmente aspettare che il carattere degli ordini inferiori degli ecclesiastici fosse migliore di quello di i loro prelati. I benefici erano per lo più di competenza dei vescovi, sebbene, naturalmente, gli avvocati fossero spesso detenuti da laici. Diritti speciali di patronato erano detenuti da enti religiosi, e molti di questi ultimi riempivano i posti vacanti al loro interno per cooptazione. Qualunque fosse il potere di nomina, tuttavia, il risultato era destinato a essere lo stesso. È la lamentela universale dell’epoca che i benefici venissero venduti apertamente, o concessi per favore, senza un esame dei requisiti del nominato, o la minima considerazione per la sua idoneità… È vero che il diritto canonico era pieno di precetti ammirevoli riguardanti le virtù e i requisiti richiesti per i titolari, ma nella pratica erano lettera morta.”
- “Alessandro III si indignò quando apprese che il vescovo di Coventry aveva l’abitudine di assegnare chiese a ragazzi di età inferiore ai dieci anni, ma poteva solo ordinare che le cure fossero affidate a vicari competenti fino al raggiungimento dell’età adatta da parte dei candidati, età che egli stesso fissò a quattordici anni; mentre altri papi ridussero caritatevolmente a sette anni l’età minima per detenere benefici semplici o prebende. Naturalmente, non ci si poteva aspettare da Roma un efficace controllo degli abusi di patronato, quando la curia stessa era la più ansiosa beneficiaria dei benefici derivanti dal male. Il suo esercito di ruffiani e parassiti era sempre in agguato per ottenere lauti favori in tutte le terre d’Europa, e i papi scrivevano costantemente a vescovi e capitoli chiedendo posti per i loro amici.”
- “Un clero reclutato in questo modo e sottoposto a tali influenze non poteva che, per la maggior parte, essere una maledizione per le persone sotto la sua direzione spirituale. Un beneficio acquistato era naturalmente considerato un investimento commerciale, da sfruttare al massimo profitto, e c’era poco scrupolo nel mettere a frutto ogni stratagemma per estorcere denaro ai parrocchiani, mentre i doveri del pastorato cristiano ricevevano poca attenzione.” [331]
- “Se il fedele cristiano veniva così multato per tutta la vita a ogni svolta, la ricerca del guadagno continuava fino al letto di morte, e persino il suo corpo aveva un valore speculativo che veniva sfruttato dai demoni che litigavano per esso. La necessità dei sacramenti finali per la salvezza dava origine a un abuso occasionale, per cui venivano rifiutati a meno che non venisse pagato un tributo o un beneficio illegale, come il lenzuolo su cui giaceva il peccatore morente, ma questo possiamo ben credere che non fosse usuale. Più redditizia era l’usanza con cui si sfruttavano i timori dell’imminente giudizio e si suggerivano lasciti per usi pii come un’appropriata espiazione per una vita di malvagità o crudeltà. È ben noto quanto gran parte dei beni temporali della Chiesa venisse procurata in questo modo, e già nel IX secolo era diventata oggetto di lamentela. Nell’811 Carlo Magno, convocando concili provinciali in tutto il suo impero, chiede loro se si possa veramente dire che abbia rinunciato al mondo quell’uomo che cerca incessantemente di aumentare i propri beni e, con promesse di paradiso e minacce di inferno, persuade i semplici e gli ignoranti a diseredare i propri eredi, costretti dalla povertà a rubare e commettere crimini.”
- “A questa domanda significativa, il Concilio di Châlons, nell’813, rispose con un canone che proibiva tali pratiche e ricordava al clero che la Chiesa avrebbe dovuto soccorrere i bisognosi piuttosto che derubarli; quello di Tours rispose di aver svolto indagini e di non aver trovato nessuno che si lamentasse dell’ereditarietà; quello di Reims prudentemente passò sotto silenzio la questione; e quello di Magonza promise la restaurazione in tali casi. Questo freno fu solo temporaneo; la Chiesa continuò a far valere le sue pretese sulla base della paura dei moribondi, e infine Alessandro III, intorno al 1170, decretò che nessuno poteva redigere un testamento valido se non in presenza del proprio parroco. In alcuni luoghi, il notaio che redigeva un testamento in assenza del sacerdote veniva scomunicato e al corpo del testatore veniva negata la sepoltura cristiana. Le ragioni a volte addotte per questo erano l’impedimento a un eretico di lasciare i suoi beni a degli eretici, ma la fragilità di tale norma è dimostrata dalla ripetuta promulgazione della regola in regioni in cui l’eresia era sconosciuta e dalle forti rimostranze contro le usanze locali che cercavano di contrastare questo sviluppo dell’avidità ecclesiastica. Talvolta si lamentava anche che il parroco convertisse a uso personale i lasciti lasciati a beneficio di fondazioni pie.”
- “Anche dopo la morte, il controllo che la Chiesa esercitava sui vivi e il profitto che ne derivava non venivano abbandonati. Così diffusa era l’usanza di lasciare somme considerevoli per le pie opere con cui la Chiesa alleviava i tormenti del purgatorio, e così consueta era la distribuzione di oblazioni durante i funerali, che la custodia del cadavere divenne una fonte di guadagno non disprezzabile, e la parrocchia in cui il peccatore aveva vissuto ed era morto rivendicava il diritto di reversibilità sulle ceneri, che erano così redditizie. Occasionalmente, degli intrusi violavano le loro riserve, e qualche monastero convinceva il morente a lasciargli in eredità i suoi resti fecondatori, dando origine a indecorose liti sul cadavere e sul privilegio di seppellirlo e di celebrare messe funebri per la sua anima.”
- “Su nessun punto i rapporti tra il clero e il popolo erano più delicati che su quello della purezza sessuale… Nel periodo in esame, il celibato forzato del sacerdozio era diventato generalmente riconosciuto nella maggior parte dei paesi in obbedienza alla Chiesa Latina. Non era stato tuttavia accompagnato dal dono della castità promesso con tanta fiducia dai suoi promotori. Privato com’era il sacerdozio della gratificazione offerta dal matrimonio agli istinti naturali dell’uomo, alla moglie, nella migliore delle ipotesi, succedeva la concubina; nella peggiore, una serie di amanti, per le quali le funzioni di sacerdote e confessore offrivano un’opportunità peculiare. Ciò era così ampiamente riconosciuto che a un uomo che confessava un amore illecito era proibito nominare la compagna della sua colpa per timore che ciò potesse indurre il confessore alla tentazione di abusare della sua conoscenza della fragilità di lei. Non appena la Chiesa riuscì a sopprimere il vincolo matrimoniale dei suoi ministri, la troviamo ovunque e incessantemente impegnata nel compito apparentemente impossibile di costringerli alla castità: uno sforzo la cui futilità è sufficientemente dimostrata dalla sua persistenza fino ai tempi moderni…” [332]
- “Lo spettacolo di un sacerdozio che professava la purezza ascetica come prerequisito essenziale per le sue funzioni, e praticava una dissolutezza più cinica di quella del laico medio, non era adatto ad accrescerne la stima popolare; nel frattempo i singoli casi, in cui la pace e l’onore delle famiglie venivano sacrificati alle brame del pastore, tendevano necessariamente a suscitare il più profondo antagonismo. Quanto ai crimini più oscuri e deplorevoli, essi erano sufficientemente frequenti, non solo nei monasteri da cui le donne erano rigorosamente escluse; e, per di più, essi erano commessi con effettiva immunità.”
- “Non ultimo dei mali impliciti nell’ascetismo artificiale, apparentemente imposto al sacerdozio, era l’erezione di un falso standard di moralità che arrecava un danno infinito ai laici così come alla Chiesa. Finché il sacerdote non sfidava I canoni sposandosi, tutto poteva essere perdonato. Alessandro II, che si adoperò così strenuamente per ripristinare la regola del celibato, nel 1064 decise che un sacerdote di Orange, che aveva commesso adulterio con la moglie di suo padre, non doveva essere privato della comunione per paura di portarlo alla disperazione; e, data la fragilità della carne, gli doveva essere permesso di rimanere negli ordini sacri, sebbene nei gradi inferiori. Due anni dopo, lo stesso papa attenuò caritatevolmente la pena imposta a un sacerdote di Padova che aveva commesso incesto con sua madre, e lasciò al suo vescovo la decisione se mantenerlo nel sacerdozio. Sarebbe difficile esagerare l’influenza disastrosa di tali esempi sulla popolazione.”
- “Se i legami irregolari, seppur permanenti, che prevalevano ovunque fossero stati l’unica conseguenza del divieto del matrimonio, forse ne sarebbe derivato ben poco male pratico, se non per la Chiesa stessa e per i suoi membri colpevoli. Quando i desideri dell’uomo, tuttavia, sono tentati di cercare con mezzi illeciti il sollievo loro negato da regole artificiali, non è facile porre limiti alle passioni sfrenate che, irritate dall’infruttuoso tentativo di repressione, non sono più frenate da una legge infranta o da una coscienza che ha perso il suo potere. Gli archivi del Medioevo sono quindi pieni di prove che una licenza indiscriminata della peggior specie prevaleva in ogni grado della gerarchia.”
- “Anche supponendo che questa spaventosa immoralità non fosse attribuibile alle innumerevoli leggi di natura che si vendicavano della loro tentata violazione, ciò potrebbe essere facilmente spiegato dall’esempio dato dalla guida principale. Gli sforzi di Niccolò e Gregorio avevano appena posto fine al matrimonio sacerdotale a Roma, quando la morale del clero romano divenne una vergogna per la cristianità. Quanto poco i risultati della riforma corrispondessero alle speranze degli zelanti puritani che l’avevano promossa, si può dedurre dal martirio di un certo Arnolfo, che, sotto il pontificato di Onorio II, predicò con veemenza contro gli scandali e l’immoralità degli ecclesiastici della città apostolica. Questi riuscirono ad eliminarlo, nonostante la protezione di Onorio e la venerazione dei nobili e del popolo che lo consideravano un profeta.” [333]
- “Poiché tale era la condizione della virtù clericale, non possiamo meravigliarci che nel 1130 il Sacro Collegio concedesse al Cardinale Pier-Leone sufficienti suffragi per garantirgli una plausibile pretesa al papato, sebbene fosse notoriamente macchiato dei crimini più turpi. A quanto pare, i figli avuti dalla sorella Tropea e il fatto di portare con sé una concubina quando viaggiava in qualità di legato pontificio non si erano rivelati un ostacolo alla sua ascesa nella Chiesa, né al suo impiego negli affari più cospicui e importanti. Difficilmente si potrebbe immaginare una satira più severa sullo standard della moralità ecclesiastica dell’inculcare da parte di un uomo simile, nella sua capacità di papa, i canoni che richiedevano la separazione dei sacerdoti dalle loro mogli, con la scusa dell’immacolata purezza richiesta per il servizio all’altare.”
- “Mentre attribuiva così fantasiosa santità alla verginità, la Chiesa arrivò praticamente a erigere uno standard di moralità davvero singolare, la cui influenza non poteva che essere deplorevole sulla massa dei laici. Nei primi tempi del celibato, la regola era considerata dagli ecclesiastici più severi semplicemente come una espressione della necessità di purezza nel ministro di Dio. Teofilo di Alessandria, nel V secolo, decise che un uomo che, come lettore, fosse stato punito per impudicizia e fosse successivamente salito al sacerdozio, dovesse essere espulso a causa del suo peccato precedente. Abbiamo visto, tuttavia, come, quando il celibato fu ripreso sotto Damiani e Ildebrando, la questione dell’immoralità scomparve praticamente, e il punto essenziale divenne non che un sacerdote dovesse essere casto, ma che dovesse essere celibe, e questa fu infine adottata come legge riconosciuta dalla Chiesa.”
- “Nel 1213 l’arcivescovo di Lunden chiese a Innocenzo III se un uomo che aveva avuto due concubine non fosse idoneo agli ordini di digamo, e il pontefice poté solo rispondere che, indipendentemente dal numero di concubine che un uomo potesse avere, contemporaneamente o in successione, non incorreva nell’incapacità della digamia. Quando questo fu il risultato di sette secoli di assiduo sacerdotalismo in una Chiesa che cresceva quotidianamente in autorità; quando il popolo vide così che gli eccessi sessuali non erano un ostacolo alla promozione ecclesiastica in quella Chiesa che avanzava stravaganti pretese di purezza; quando le rigide regole che proibivano l’ordinazione a un laico che aveva sposato una vedova furono allentate a favore di coloro che erano macchiati da notoria impurità, non c’è da stupirsi che la percezione popolare della moralità si sia affievolita e che i laici non si siano negati le indulgenze che vedevano tacitamente concesse ai loro guide spirituali.”
- “Non fu solo nell’incoraggiare questa generale lassità di principi che l’influenza della Chiesa fu disastrosa. Il male personale causato da un sacerdozio dissoluto fu un contagio sempre più diffuso. L’abuso dell’autorità legittima conferita dall’altare e dal confessionale fu oggetto di dolorosa e indignata condanna in troppi sinodi perché si potesse ragionevolmente dubitare della sua frequenza o della corruzione che diffondeva attraverso innumerevoli parrocchie e conventi. La quasi totale immunità effettiva, con cui questi e simili scandali venivano perpetrati, portò a una dissolutezza palese e cinica, che gli ecclesiastici più severi riconoscevano esercitasse un’influenza estremamente deleteria sulla morale dei laici, che vedevano così gli esempi del male in coloro che avrebbero dovuto essere i loro modelli di virtù.” [334]
- “Nella sua bolla del 1259, Alessandro IV non esita a dichiarare che il popolo, invece di essere riformato, è completamente corrotto dai suoi pastori. Tommaso di Cantinpre, uno dei primi astri dell’Ordine Domenicano, è infatti un’autorità nella leggenda che rappresenta il diavolo che ringrazia i prelati della Chiesa per aver condotto tutta la cristianità all’inferno; e la convinzione che così si espresse è giustificata dal rimprovero di Gregorio X, che, nel 1274, nel congedare il secondo Concilio di Lione, disse ai suoi dignitari riuniti che erano la rovina del mondo. Sfortunatamente, la sua minaccia di riformarli se non si fossero riformati, rimase ineseguita, e la lamentela fu ripetuta più e più volte.” (Il contenuto del par. 42 fino a questo punto è tratto da “History of Sacerdotal Celibacy” di Lea, pag.341-352, 349-351).
- “Nel passare in rassegna l’influenza che un clero nominalmente celibe esercitava su coloro che erano affidati alle sue cure, forse non è eccessivo concludere che fossero principalmente responsabili della lassità morale che è una caratteristica della società medievale. Nessuno, che abbia esaminato attentamente i documenti che ci sono rimasti di quella società, può mettere in dubbio l’estrema prevalenza della licenziosità che la infettava ovunque. Il Cristianesimo era sorto come il grande riformatore di un mondo completamente corrotto. Con quanta serietà la sua riforma fosse diretta a correggere l’immoralità sessuale è visibile nella persistenza con cui gli apostoli condannarono e proibirono un peccato che i Gentili a malapena consideravano tale. La Chiesa primitiva era di conseguenza pura, e il suo stesso ascetismo è una misura dell’energia della sua protesta contro la licenza onnipresente che la circondava. I suoi insegnamenti, come abbiamo visto, rimasero immutati. La fornicazione continuò a essere un peccato mortale, eppure il periodo del suo indiscusso dominio sulla coscienza dell’Europa fu proprio il periodo in cui la licenza tra le razze teutoniche fu più incontrollata. Una Chiesa che, comunque fondata sul Vangelo, e detentrice dell’illimitato potere della gerarchia romana, poteva tuttavia consentire al principio feudale di estendersi allo “jus primae noctis” o “droit de marquette“, e i cui ministri, nella loro qualità di signori temporali, potevano persino occasionalmente essi stessi rivendicare questo disgustoso diritto, stava evidentemente esercitando la sua influenza non per il bene, ma per il male.”
- “Non c’è ingiustizia nel ritenere la Chiesa responsabile della moralità lassista dei laici. Si era arrogata il diritto di regolare le coscienze degli uomini e di renderli responsabili di ogni azione e persino di ogni pensiero. Quando prontamente provocava il fermento di coloro che si avventuravano in qualsiasi dissidenza in opinioni dottrinali o in questioni di pura speculazione, non poteva invocare la mancanza di autorità per controllarli nella virtù pratica. Il suo meccanismo era onnipresente e il suo potere autocratico. Aveva insegnato che il sacerdote doveva essere venerato come rappresentante di Dio e che i suoi comandi dovevano essere obbediti implicitamente. Lo aveva armato con la terribile arma del confessionale e, autorizzandolo a concedere l’assoluzione e a pronunciare la scomunica, gli aveva delegato le chiavi del cielo e dell’inferno. Rimuovendolo dalla giurisdizione dei tribunali secolari, lo aveva proclamato superiore a ogni autorità temporale. Attraverso secoli di fede, le popolazioni avevano umilmente accolto questi insegnamenti e si erano inchinati a questi presupposti, finché non entrarono a far parte della trama della vita quotidiana di ogni uomo. Pur aggrappandosi alla supremazia e usandola al massimo delle possibilità di vantaggio mondano, la Chiesa non poteva quindi assolversi dalle responsabilità indissolubilmente connesse al potere; e tra queste responsabilità va annoverata la formazione morale delle nazioni così sottomesse alla sua volontà. Mentre la corruzione degli insegnanti aveva necessariamente comportato la corruzione di coloro ai quali veniva insegnato, non è esagerato affermare che l’instancabile energia dedicata all’acquisizione e al mantenimento del potere, dei privilegi e della ricchezza, se fosse stata opportunamente indirizzata, con tutti i vantaggi della situazione, sarebbe stata sufficiente a rendere la società medievale la più pura che il mondo avesse mai visto.” [335]
- “Che il contrario fosse notoriamente vero derivò naturalmente dal fatto che la Chiesa, dopo la lunga lotta che alla fine la lasciò superiore ad ogni altro in Europa, si accontentò dei vantaggi mondani derivanti dalla ricchezza e dall’autorità che superavano i suoi sogni più sfrenati. Se, quindi, fosse riuscita ad ottenere una sottomissione verbale alle sue dottrine di purezza, sarebbe stata disposta ad emanare innumerevoli ordini di castità e a tollerare tacitamente la loro perpetua infrazione. La macchia della corruzione contagiò in egual misura i suoi ministri e i popoli affidati alle loro cure, e la teoria sacerdotale arrivò gradualmente a considerare con sempre maggiore indifferenza l’obbedienza al Vangelo rispetto all’obbedienza all’uomo e alla sottomissione agli interessi temporali della gerarchia. Come l’assoluzione e l’indulgenza crebbero diventando merce di scambio, divenne persino interesse dei commercianti di salvezza avere una forte domanda per le loro merci. Quando l’infrazione dei precetti divini poteva essere riscattata con pochi denari o con l’esecuzione di cerimonie che avevano perso il loro significato, non sorprende che sacerdoti e popolo fossero infine indotti a considerare la violazione del Decalogo con l’occhio del mercante e del cliente, piuttosto che con lo spirito del grande Legislatore.” (Par.50 e 51 da “History of Sacerdotal Celibacy”, pag.355, 356).
- “Eppure forse la causa più efficace della demoralizzazione del clero e dell’ostilità tra esso e i laici fu l’inviolabilità personale e l’immunità dalla giurisdizione secolare che riuscirono a stabilire come principio riconosciuto di diritto pubblico… Quando gli fu chiesto di decidere se i laici potessero arrestare e portare davanti alla corte episcopale un cancelliere colto in flagrante per aver commesso una grave malvagità, Innocenzo III rispose che potevano farlo solo sotto il comando speciale di un prelato, il che equivaleva a garantire un’impunità virtuale in tali casi. Un corpo sacerdotale, i cui privilegi di classe in materia di illeciti erano così teneramente custoditi, difficilmente si sarebbe dimostrato un elemento desiderabile della società; e quando l’ordinata applicazione della legge si affermò gradualmente in tutta la cristianità, le corti di giustizia trovarono nell’immunità degli ecclesiastici un nemico più formidabile dell’ordine che nelle pretese della signoria feudale. In effetti, quando i malfattori venivano arrestati, il loro primo sforzo era abitualmente quello di dimostrare che erano clero, che portavano la tonsura e che non erano soggetti alla giurisdizione dei tribunali secolari, mentre lo zelo per i diritti ecclesiastici, e forse anche per i compensi, spingeva sempre i funzionari episcopali a sostenere le loro rivendicazioni e a chiederne il rilascio. La Chiesa divenne così responsabile di folle di uomini senza scrupoli, chierici solo di nome, che usavano l’immunità della loro posizione come un cavallo di Troia per depredare la comunità.” [336]
- “L’analoga immunità connessa ai beni ecclesiastici dava origine ad abusi altrettanto flagranti. Il chierico, attore o convenuto, aveva diritto, nelle cause civili, a essere ascoltato dinanzi ai tribunali spirituali, che erano naturalmente parziali in suo favore, anche quando non venali, cosicché era difficile ottenere giustizia dai laici. Che tale fosse, in effetti, l’esperienza è dimostrata dalla pratica che si diffuse di chierici che acquistavano crediti dubbi dai laici per poi farli valere dinanzi ai tribunali cristiani: un procedimento speculativo, proibito, in effetti, dai concili, ma troppo redditizio per essere represso. Un altro abuso che suscitò forti lamentele consisteva nel vessare gli sfortunati laici citandoli a rispondere nello stesso caso in diversi tribunali spirituali simultaneamente, ognuno dei quali imponeva spietatamente il proprio processo con l’espediente della scomunica, con conseguenti multe per la riconciliazione, a chiunque per negligenza si ponesse in un atteggiamento apparente di contumacia, spesso senza nemmeno fermarsi ad accertare se le parti così multate fossero state effettivamente citate. Per valutare correttamente la quantità di torti e sofferenze così inflitte alla comunità, dobbiamo tenere presente che la cultura e la formazione erano quasi esclusivamente riservate alla classe ecclesiastica, la cui acuta intelligenza consentiva loro di trarre il massimo vantaggio dagli ignoranti e dagli indifesi.”
- Abbiamo visto i principi e le pratiche dei monaci nei primi periodi del papato. Con la crescita del papato nel Medioevo, i mali del sistema monastico aumentarono in egual misura, se non addirittura di più, poiché il monachesimo fu sempre l’elemento trainante del potere del papato. “Si abbassò l’episcopato, si accrebbe l’autorità della Santa Sede, sia direttamente che indirettamente, attraverso gli importanti alleati così acquisiti nelle sue lotte con i vescovi; e fu, inoltre, una fonte di entrate, se possiamo credere all’abate di Malmesbury, che si vantava che per un’oncia d’oro all’anno pagata a Roma poteva ottenere l’esenzione dalla giurisdizione del vescovo di Salisbury.
- “In troppi casi le abbazie divennero così centri di corruzione e disordini, i conventi poco più che case di prostituzione, e i monasteri castelli feudali dove i monaci vivevano in modo sfrenato e muovevano guerra ai vicini con la stessa ferocia dei turbolenti baroni, con l’ulteriore svantaggio che, non essendoci successione ereditaria, la morte di un abate era spesso seguita da un’elezione controversa che produceva litigi interni e interferenze esterne. Così, in una lite di questo tipo scoppiata nel 1182, la ricca abbazia di Saint-Tron fu attaccata dai vescovi di Metz e Liegi, la città e l’abbazia furono incendiate e gli abitanti passati a fil di spada. La situazione durò fino alla fine del secolo e, quando fu temporaneamente risolta con una transazione pecuniaria, i miserabili vassalli e servi furono ridotti alla fame per raccogliere i fondi che consentirono l’ascesa al trono di un ambizioso monaco.”
- “È vero che non tutti gli istituti andarono perduti a causa dei doveri per i quali avevano ricevuto così abbondantemente i benefici dei fedeli… Ma per la maggior parte le abbazie erano fonti di male piuttosto che di bene. Non c’è da stupirsi se consideriamo la materia da cui provenivano i loro ospiti. È il rimprovero più grave alla loro disciplina trovare un ammiratore così entusiasta della rigida regola cistercense come Cesario di Heisterbach, che affermava come un fatto riconosciuto che i ragazzi cresciuti nei monasteri diventavano cattivi monaci e spesso diventavano apostati. Quanto a coloro che presero i voti in età avanzata, egli ne elenca le motivazioni come malattia, povertà, prigionia, infamia, pericolo mortale, timore dell’inferno o desiderio del paradiso, tra cui il predominio di impulsi egoistici non era in grado di garantire una classe desiderabile di devoti. Infatti, ci assicura che i criminali spesso sfuggivano alla punizione accettando di entrare in monasteri, che in qualche modo divennero colonie penali o prigioni, e lo illustra con il caso di un barone ladro nel 1209, condannato a morte per i suoi crimini dal conte palatino Enrico, che fu salvato da Daniele, abate di Schonau, a condizione che entrasse nell’Ordine Cistercense. Non meno desiderabili erano coloro che, spinti da un improvviso ripensamento di coscienza, abbandonavano una vita macchiata di crimine e violenza per seppellirsi nel chiostro mentre erano ancora nel pieno vigore delle forze e con passioni inesauribili, scoprendo, forse, alla fine, che la loro natura feroce e indomita era inadatta a sopportare l’insolita restrizione… Se, come talvolta accadeva, queste anime indomabili si irritavano sotto il voto irrevocabile, dopo che l’impeto del pentimento era passato, offrivano ampio materiale per la sedizione interna e la violenza esterna.”
- “Il nome di monaco era reso ancora più spregevole dalle folle di ‘gyrovagi’ [*monaci nomadi o itineranti], ‘sarabaita’ e ‘stertzer’ – girovaghi e vagabondi, barbuti e tonsurati, che indossavano l’abito religioso e che attraversavano ogni angolo della cristianità, vivendo di elemosina e impostura e vendendo false reliquie e falsi miracoli. Questa era una piaga che aveva afflitto la Chiesa fin dall’ascesa del monachesimo nel IV secolo, e continuava inarrestabile. Sebbene ci fossero uomini santi e pii tra questi vagabondi spettrali, erano tutti soggetti a un comune orrore. Venivano spesso scoperti in flagrante e uccisi senza pietà. In un vano tentativo di reprimere il male, il Sinodo di Colonia, all’inizio del XIII secolo, proibì categoricamente che qualcuno di loro fosse accolto in ospitalità in quella vasta provincia.”
- “Non che mancassero sforzi seri per ripristinare la negletta disciplina monastica. I singoli monasteri venivano costantemente riformati, per poi ricadere dopo un certo periodo nel rilassamento e nell’indulgenza. L’ingegno veniva messo a dura prova per elaborare regole nuove e più severe, come quella dei Premostratensi, dei Certosini, dei Cistercensi, che avrebbero dovuto respingere tutti tranne le anime più ardenti in cerca di automortificazione ascetica, ma man mano che ogni ordine cresceva in fama di santità, la liberalità dei fedeli lo riversava su di esso, e con la ricchezza arrivò la corruzione. Oppure l’umile eremo fondato da pochi anacoreti abnegati, il cui unico pensiero era quello di assicurarsi la salvezza macerando la carne e sottraendosi alle tentazioni, finiva per impossessarsi delle reliquie di qualche santo, i cui poteri taumaturgici attiravano folle di pii pellegrini e sofferenti in cerca di sollievo. Offerte in abbondanza affluirono, e la fama e le ricchezze così riversate sul modesto rifugio degli eremiti lo trasformarono rapidamente in una splendida struttura dove le severe virtù dei fondatori scomparvero in mezzo a una folla di monaci autoindulgenti, indolenti in ogni opera buona e attivi solo nel male.”
- “Poche comunità possedevano la cauta saggezza dei primi abitanti del celebre priorato di Grammont, prima che diventasse il capo di un potente Ordine. Quando il suo fondatore e primo priore, Santo Stefano di Thiern, dopo la sua morte nel 1124, iniziò a mostrare la sua santità guarendo un cavaliere paralitico e restituendo la vista a un cieco, i suoi risoluti seguaci si allarmarono alla prospettiva di ricchezza e notorietà che stavano per essere imposte loro. Il suo successore, il Priore Pietro di Limoges, si recò quindi alla sua tomba e gli si rivolse con tono di rimprovero: ‘O servo di Dio, ci hai mostrato la via della povertà e ti sei sforzato sinceramente di insegnarci a percorrerla. Ora desideri condurci dalla via onesta e stretta della salvezza alla strada larga della morte eterna. Hai predicato la solitudine, e ora cerchi di trasformare la solitudine in un mercato e in una fiera. Noi già crediamo sufficientemente nella tua santità. Allora non compiere più miracoli per dimostrarla e, allo stesso tempo, per distruggere la nostra umiltà. Non essere così premuroso della tua fama da trascurare la nostra salvezza; questo ti ingiungiamo, questo chiediamo alla tua carità. Se farai altrimenti, dichiariamo, per l’obbedienza che ti abbiamo promesso, che dissotterreremo le tue ossa e le getteremo nel fiume.” [338]
- “Questa supplica mista a minaccia si dimostrò sufficiente e, finché Santo Stefano non fu formalmente canonizzato, cessò di compiere miracoli così pericolosi per le anime dei suoi seguaci. La canonizzazione, avvenuta nel 1189, fu il risultato del primo atto ufficiale del priore Girardo, che ne fece richiesta a Clemente III. Poiché Girardo era stato eletto al posto di due contendenti esclusi dall’autorità papale, dopo dissensi che avevano quasi rovinato il monastero, ciò dimostra che le passioni e l’ambizione mondane avevano invaso la santa clausura di Grammont, producendo il loro inevitabile risultato. Nel fallimento di tutti questi parziali sforzi di riforma per salvare gli ordini monastici dalla loro degradazione, non abbiamo certo bisogno dell’enfatica testimonianza del venerabile Gilberto, abate di Gemblours, intorno al 1190, quando confessò con vergogna che il monachesimo era diventato un’oppressione e uno scandalo, un sibilo [*disapprovazione] e un rimprovero per tutti gli uomini.”
- “La religione che veniva così sfruttata da preti e monaci era necessariamente diventata un credo molto diverso da quello insegnato da Cristo e da Paolo… La teoria della giustificazione tramite le opere, a cui la Chiesa doveva così tanto del suo potere e della sua ricchezza, aveva, nel suo sviluppo, in larga misura privato la religione di ogni vitalità spirituale, sostituendone gli elementi essenziali con un formalismo arido e privo di significato. Non che gli uomini stessero diventando indifferenti al destino delle loro anime, poiché mai, forse, i terrori della perdizione, la beatitudine della salvezza e gli sforzi incessanti del demonio hanno posseduto una realtà più bruciante per l’uomo; ma la religione era diventata per molti aspetti un feticismo. Gli insegnanti potevano ancora inculcare che le opere pie e caritatevoli, per essere efficaci, devono essere accompagnate da un cambiamento di cuore, dal pentimento, dall’emendamento, da una sincera ricerca di Cristo e di una vita superiore; ma in una generazione rozza e indurita era molto più facile per peccatore a cadere nelle pratiche abituali intorno a lui, che insegnavano che l’assoluzione poteva essere ottenuta con la ripetizione di un certo numero di Pater Noster o Ave Maria, accompagnati dal magico sacramento della penitenza; non solo, addirittura se il penitente stesso non fosse stato in grado di compiere la penitenza ingiunta, questa poteva essere intrapresa dai suoi amici, i cui meriti gli venivano trasferiti tramite una sorta di sacro gioco di prestigio. Quando una congregazione, in preparazione alla Pasqua, veniva confessata e assolta per intero, o a squadre e gruppi, come era consuetudine per alcuni sacerdoti negligenti, la lezione che veniva impartita era che il sacramento della penitenza era una cerimonia magica o un incantesimo, in cui la condizione interiore dell’anima era praticamente indifferente.”
- “Più utile alla Chiesa, e altrettanto disastrosa nella sua influenza sulla fede e sulla morale, era la credenza corrente che la generosità postuma sul letto di morte, che fondava un monastero o arricchiva una cattedrale, con spoglie di cui il peccatore non aveva più bisogno, avrebbe espiato una vita di crudeltà e rapina; e che poche settimane di servizio contro i nemici di un papa avrebbero cancellato tutti i peccati di colui che aveva assunto la croce per sterminare i suoi fratelli cristiani.” [339]
- “La Chiesa era la depositaria del tesoro della salvezza, accumulato attraverso i meriti della crocifissione e dei santi; e il papa, in quanto vicario di Dio, aveva la dispensazione illimitata di quel tesoro. Spettava a lui prescrivere i metodi con cui i fedeli potevano usufruirne, e nessun teologo prima di Wicklif ebbe il coraggio di mettere in discussione le sue decisioni. Secondo la moderna teoria delle indulgenze, esse accorciano, per periodi specifici, la durata del tormento in purgatorio, dopo che l’anima è sfuggita alla condanna all’inferno mediante la confessione e l’assoluzione. Nel Medioevo la distinzione non era così netta e le ricompense promesse erano più dirette. Inizialmente consistevano nella remissione, per periodi di tempo specifici, della penitenza imposta per l’assoluzione, in cambio di opere pie, pellegrinaggi ai santuari, contributi per la costruzione di chiese, ponti, ecc.; poiché una pena spirituale poteva essere commutata in una corporale o pecuniaria, e il potere di concedere tale indulgenza era una preziosa concessione per la Chiesa che la otteneva, poiché fungeva da costante attrattiva per i pellegrini.”
- “Gli abusi, naturalmente, si insinuarono, denunciati da Abelardo, che sfogò la sua indignazione contro l’avidità che abitualmente faceva del commercio della salvezza un’attività. Alessandro III, intorno al 1175, espresse la sua disapprovazione per queste corruzioni, e il grande Concilio Lateranense, nel 1215, cercò di arginare la distruzione della disciplina e il disprezzo provato per la Chiesa, limitando a un anno la quantità di penitenza concessa da una singola indulgenza. Grande opposizione si accese quando San Francesco d’Assisi ottenne, nel 1223 da Onorio III, la celebre indulgenza della Porziuncola, per cui tutti coloro che visitavano la chiesa di Santa Maria della Porziuncola, ad Assisi, dai vespri del 1° agosto ai vespri del 2 agosto ottenevano la remissione completa e totale di tutti i peccati commessi dal battesimo; e persino il fatto che San Francesco fosse stato guidato da Dio a rivolgersi a Onorio per ottenerla, e l’ammissione di Satana che questa indulgenza stesse spopolando l’inferno, non servì a riconciliare i Domenicani con un così grande vantaggio concesso ai Francescani. Bonifacio VIII, quando concepì la feconda idea del giubileo, la portò ancora oltre promettendo, a tutti coloro che avessero compiuto certe devozioni nelle basiliche di San Pietro e San Paolo durante l’anno 1300, non solo la piena remissione dei peccati, ma la totale remissione di tutti i peccati.”
- “A questo punto, l’idea che un’indulgenza potesse conferire il perdono totale di tutti i peccati era diventata familiare alla mente cristiana. Quando la Chiesa cercò di spingere l’Europa a un supremo impegno per la redenzione del Santo Sepolcro, era necessaria una ricompensa infinita per suscitare l’entusiastico fanatismo necessario per le Crociate. Se Maometto poteva incitare i suoi seguaci a corteggiare la morte con la promessa di una beatitudine immediata ed eterna a colui che era caduto combattendo per la Mezzaluna, il vicario del vero Dio non doveva essere in ritardo nelle sue promesse ai martiri della croce. Sarebbe stata una lotta mortale tra le due fedi, e il Cristianesimo non doveva essere meno liberale dell’Islam nella sua generosità verso le sue reclute. Di conseguenza, quando Urbano II tenne il grande Concilio di Clermont, che deliberò sulla prima crociata, e dove tredici arcivescovi, duecentoquindici vescovi e novanta abati mitrati rappresentavano l’universale Chiesa militante, fu introdotto il sistema dell’indulgenza plenaria e i pellegrini militari furono esortati ad avere piena fiducia che coloro che si fossero pentiti avrebbero ottenuto il frutto più completo della misericordia eterna.” [340]
- “Il sistema ebbe un tale successo che divenne una regola consolidata in tutte le guerre sante in cui la Chiesa si impegnò; forse ancora più attraente a causa del carattere demoralizzante del servizio, poiché era un luogo comune tra i giullari [menestrelli di strada, giocolieri] dell’epoca che il crociato, se fosse sfuggito ai pericoli del mare e della terra, sarebbe stato abbastanza sicuro di tornare a casa come un bandito senza legge, proprio come il pellegrino che si recava a Roma per ottenere il perdono e tornava molto peggio di quando era partito. Mentre la novità delle crociate svaniva, furono necessarie promesse ancora più grandi. Così, nel 1291, Niccolò IV promise la piena remissione dei peccati a chiunque avesse inviato un crociato o fosse andato a spese di altri; mentre a chi andava a proprie spese veniva detto vagamente che, in aggiunta, avrebbe avuto un aumento della salvezza, un termine che forse i Decretalisti non trovavano facile da spiegare. Infine, i peccati dimenticati erano inclusi nel perdono, così come quelli confessati e pentiti.”
- Un sistema di indulgenze più demoralizzante era quello di inviare quaestuarii, o venditori di indulgenze, talvolta muniti di reliquie, da una chiesa o un ospedale bisognoso di denaro, e talvolta semplicemente recanti lettere papali o episcopali, con le quali erano autorizzati a emettere perdoni per i peccati, in cambio di contributi. Sebbene queste lettere fossero formulate con cautela, erano tuttavia abbastanza ambigue da consentire ai chierici [*che le vendevano] di promettere, non solo la salvezza dei vivi, ma anche la liberazione dei dannati dall’inferno, per poche monetine. Già nel 1215, il Concilio Lateranense si scagliò aspramente contro queste pratiche e proibì la rimozione delle reliquie dalle chiese; ma l’abuso era troppo proficuo per essere represso.
- “Vescovi e papi bisognosi inviavano costantemente tali lettere, e il mestiere del venditore di indulgenze divenne una professione regolare, in cui i più impudenti e sfacciati ottenevano il maggior successo; così che possiamo facilmente credere allo pseudo Pietro di Pilichdorf, quando ammette con rammarico che la concessione “indiscreta” ma redditizia di indulgenze a ogni sorta di uomini ha indebolito la fede di molti cattolici nell’intero sistema. Già nel 1261 il Concilio di Magonza difficilmente riesce a trovare parole abbastanza forti per denunciare i pestilenziali venditori di indulgenze, i cui trucchi disonesti suscitano l’odio di tutti gli uomini, che spendono i loro sporchi guadagni in vili dissolutezze e che ingannano i fedeli a tal punto che la confessione viene trascurata con la scusa che i peccatori hanno acquistato il perdono dei loro peccati. Le lamentele erano inutili, tuttavia, e il lucroso abuso continuò incontrollato finché non suscitò l’indignazione che trovò un portavoce in Lutero.”
- “La vendita delle indulgenze illustra efficacemente il sacerdotalismo che costituiva il tratto distintivo della religione medievale. Il credente non trattava direttamente con il suo Creatore e raramente persino con la Vergine, o con schiere di santi intercessori. I poteri soprannaturali attribuiti al sacerdote, lo interponevano come mediatore tra Dio e l’uomo; il suo conferimento o la sua negazione dei sacramenti decideva il destino delle anime immortali; la sua celebrazione della messa diminuiva o abbreviava le pene del purgatorio; la sua decisione nel confessionale determinava la natura stessa del peccato. Gli strumenti che maneggiava – l’eucaristia, le reliquie, l’acqua santa, il crisma, l’esorcismo, la preghiera – diventavano una sorta di feticci, dotati di un potere proprio, del tutto indipendenti dalla condizione morale o spirituale di chi li impiegava, o di colui per il quale erano impiegati; e nell’opinione popolare i riti religiosi difficilmente potevano essere più che formule magiche che, in qualche modo misterioso, operavano a vantaggio, temporale e spirituale, di coloro per i quali venivano eseguite.” [341]
- “Quanto diligentemente questo feticismo fosse inculcato da coloro che traevano profitto dal controllo dei feticci, è dimostrato da mille storie e avvenimenti dell’epoca. Così un cronista del XII secolo narra piamente che quando, nell’887, le reliquie di San Martino di Tours furono riportate a casa da Auxerre, dove erano state portate per sfuggire alle incursioni danesi, due storpi della Turenna, che si guadagnavano da vivere agiatamente con la mendicità, alla notizia dell’avvicinarsi delle ossa sante, decisero di fuggire dal territorio il più rapidamente possibile, per timore che il santo di ritorno li guarisse e li privasse così del diritto alle elemosine dei caritatevoli. I loro timori erano fondati, ma i loro mezzi di locomozione erano insufficienti, poiché le reliquie arrivarono in Turenna prima che potessero oltrepassare i confini della provincia e furono guariti loro malgrado. L’entusiasmo con cui principi e repubbliche rivali si contesero il possesso di questi feticci taumaturgici, e il modo in cui gli oggetti sacri venivano ottenuti con la forza o con la frode e difesi con gli stessi metodi, costituiscono un curioso capitolo nella storia della credulità umana e dimostrano quanto la virtù miracolosa fosse ritenuta risiedere nella reliquia stessa, indipendentemente dai crimini attraverso i quali era stata acquisita o dallo stato d’animo del possessore.”
- “Così, nel caso di cui sopra, Ingelger d’Angiò fu costretto a reclamare dagli Auxerrois le ossa di San Martino, alla testa di una forza armata, essendo falliti i mezzi più pacifici per recuperare le venerate reliquie; e nel 1177 vediamo un certo Martino, canonico della chiesa bretone di Bomigny, rubare il corpo di San Petroc dalla sua chiesa, a beneficio dell’abbazia di Saint-Mevennes, che non lo avrebbe consegnato fino all’intervento di Re Enrico II. Due anni dopo la presa di Costantinopoli, i capi veneziani, nel 1206, fecero irruzione con la forza nella chiesa di Santa Sofia e portarono via un’immagine della Vergine, che si diceva fosse stata dipinta da San Luca, in cui la superstizione popolare immaginava risiedesse, e la conservarono nonostante la scomunica e l’interdetto lanciati contro di loro dal patriarca e confermati dal legato papale.” “Esempi come questi potrebbero essere moltiplicati quasi all’infinito, ma servirebbero solo ad affaticare il lettore. Ciò che ho riportato sarà probabilmente sufficiente a illustrare la degenerazione del Cristianesimo sovrapposto al paganesimo e brandito da un corpo sacerdotale dalle aspirazioni così mondane come quello del Medioevo.”
- “Il quadro che ho tracciato della Chiesa nei suoi rapporti con il popolo è forse troppo scarsamente cupo. Non tutti i papi erano come Innocenzo IV e Giovanni XXII; non tutti i vescovi erano crudeli e licenziosi; non tutti i sacerdoti erano intenti esclusivamente a impoverire gli uomini e disonorare le donne. In molte sedi e abbazie, e in migliaia di parrocchie, senza dubbio, c’erano prelati e pastori che cercavano con fervore di compiere l’opera di Dio e di illuminare le anime ottenebrate dei loro greggi con quella luce evangelica che la superstizione del tempo permetteva. Eppure il male era più evidente del bene; gli umili lavoratori se ne andarono senza dare nell’occhio, mentre orgoglio, crudeltà, lussuria e avarizia erano evidenti e di vasta portata nella loro influenza. Così come ho descritto la Chiesa, essa appariva a tutti gli uomini del tempo dotati della più chiara intuizione e delle più elevate aspirazioni; e la sua ripugnanza deve essere compresa da coloro che vogliono comprendere i movimenti che agitavano la cristianità.” [342]
- “Non si può avere una testimonianza più ineccepibile sulla Chiesa del XII secolo di quella di San Bernardo, ed egli non si stanca mai di denunciare l’orgoglio, la malvagità, l’ambizione e la lussuria che regnavano ovunque. Quando fornicazione, adulterio e incesto appassivano i sensi stanchi, si cercava un gusto nelle profondità più profonde della degradazione. Invano le città della pianura furono distrutte dal fuoco vendicatore del cielo; il nemico ne ha sparso i resti ovunque e la Chiesa è contaminata dalle loro ceneri maledette. La Chiesa è lasciata povera, nuda e miserabile, trascurata e senza sangue. I suoi figli non cercano di adornarla, ma di rovinarla; non di custodirla, ma di distruggerla; non di difenderla, ma di smascherarla; non di istituire, ma di prostituire; non di pascere il gregge, ma di ucciderlo e divorarlo. Esige il prezzo dei peccati e non si preoccupa dei peccatori. “Chi puoi indicarmi tra i prelati che non cerchi piuttosto di svuotare le tasche del suo gregge che di domarne i vizi?”. Il contemporaneo di San Bernardo, Poto di Prühm, nel 1152 esprime le stesse lamentele. “La Chiesa sta precipitando verso la rovina, e non si alza una mano per arrestarne la discesa; non c’è un solo sacerdote adatto a ergersi come mediatore tra Dio e l’uomo e ad avvicinarsi al trono divino con un’invocazione di misericordia.”
- “Uno degli obiettivi principali nella convocazione del grande Concilio Lateranense nel 1215 fu la correzione dei vizi prevalenti del clero; ed esso adottò numerosi canoni volti alla soppressione dei principali abusi, ma invano. Quegli abusi erano troppo radicati, e quattro anni dopo Onorio III, in un’enciclica indirizzata a tutti i prelati della cristianità, afferma di aver atteso di vedere il risultato. Trova i mali della Chiesa in aumento anziché in diminuzione. I ministri dell’altare, peggiori delle bestie che si rotolano nel loro escremento, si gloriano dei loro peccati, come a Sodoma. Sono una trappola e una distruzione per il popolo. Molti prelati consumano i beni affidati al loro fideiussore e disperdono i beni del santuario nei luoghi pubblici; promuovono gli indegni, sperperano le entrate della Chiesa per i malvagi e trasformano le chiese in conventicole di loro parentela.”
- “Ciò che fu compiuto da questa fervente esortazione può essere stimato dalla descrizione che Roberto Grosseteste, vescovo di Lincoln, diede della Chiesa, alla presenza di Innocenzo IV e dei suoi cardinali, nel 1250. I dettagli possono essere risparmiati, ma sono riassunti nella sua affermazione che il clero era una fonte di contaminazione per tutta la terra; erano anticristi e diavoli, mascherati da angeli di luce, che trasformavano la casa di preghiera in un covo di ladri. Quando il fervente inquisitore di Passau, intorno al 1260, si impegnò a spiegare l’ostinazione dell’eresia che stava vanamente cercando di sopprimere, lo fece stilando un elenco dei crimini prevalenti tra il clero, che è terribile nella completezza dei suoi dettagli. Una Chiesa come quella che egli descrive era una MALEDIZIONE TOTALE, POLITICAMENTE, SOCIALMENTE E MORALMENTE.”
CAPITOLO 19 – QUELLA DONNA JEZEBEL
Chi Si Definisce Profetessa – Il Cristianesimo nel Medioevo – I Valdesi – I Pauliciani – I Martiri Pauliciani – Il Cristianesimo Permea l’Europa – Arnaldo da Brescia – I Valdesi Traducono il Nuovo Testamento – Missionari Valdesi e Pauliciani – I Centri del Cristianesimo – L’Esistenza di Jezebel Minacciata – Jezebel Chiede la Spada – L’Ira di Jezebel verso i Cristiani – I Cristiani Continuano a Moltiplicarsi – Regna Innocenzo III – Carattere Confessato dei Condannati – Il Papato Costringe al Peccato – Corruzione Riconosciuta dei Cattolici – Tutta la Forza della Chiesa – I Papisti Cercano di Imitare i Cristiani – Scomunica e Interdetto – Trattamento Crudele di Raimondo – Le Nazioni si Muovono Infine – La Terra Resa Desolata – Ipocrisia Suprema – Una Moderna Perversione della Storia.
- Nel primo capitolo di questo libro l’attenzione è stata rivolta alle prime tre delle Sette Chiese e ai primi tre dei Sette Sigilli. È stata sottolineata l’apostasia dal primo amore e lo sviluppo del papato. Ora, alla Chiesa nella sua quarta fase, il Capo della Chiesa scrive: “Ho alcune cose contro di te: perché tolleri quella donna Jezebel, che si spaccia per profetessa e insegna e seduce i miei servi inducendoli a commettere fornicazione e a mangiare carni sacrificate agli idoli”. (Apocalisse 2:20)
- La Jezebel originale era quella pagana della Fenicia, figlia di Etbaal, re di Tiro, che era sposata con Acab, re d’Israele, e che portò con sé in Israele il suo culto idolatra, che non era altro che un culto del sole, sotto le forme di Baal e Ashtaroth, o Astarte. Portò con sé anche quattrocentocinquanta sacerdoti di Baal e quattrocento di Astarte, ottocentocinquanta in tutto, “che mangiarono alla tavola di Jezebel”. Questa Jezebel originale rese il re Acab peggiore di quanto sarebbe stato altrimenti, come è scritto: “Non ci fu nessuno come Acab che si vendesse per commettere azioni malvagie agli occhi del Signore, che sua moglie Jezebel istigava”. (1 Re 21:23). E, quando la malvagità che avrebbe commesso fu più grande di quanto persino Acab potesse sopportare, lei stessa lo fece, in suo nome, e ne fu lieta: legalizzò le sue atrocità con documenti scritti a nome del re e sigillati con il suo sigillo. (1 Re 21:7-11).
- Inoltre, Jezebel si impegnò a stabilire il suo culto idolatra come unico culto del territorio. Pertanto esercitò tutto il potere del regno per cancellare completamente il culto del Signore e istituire al suo posto il suo culto pagano. Con l’aiuto zelante dei suoi ottocentocinquanta sacerdoti celibi, cercò e sterminò tutti gli adoratori del Signore che si riuscirono a trovare. Quest’opera fu compiuta con tanta cura che, in tutto Israele, si trovarono solo settemila persone che non avevano piegato il ginocchio a Baal, e questi erano così sparsi, in caverne e luoghi solitari, che non si riconoscevano l’uno dall’altro. Persino Elia, il profeta del Signore, pensava di essere rimasto l’unico tra tutti coloro che adoravano Jahveh, e anche lui fu braccato con tanta insistenza che, quando non si riuscì a trovarlo entro i confini d’Israele, furono inviati messaggeri in tutti i regni e tra tutte le nazioni circostanti, per cercarlo; e, quando non fu trovato, ogni nazione e regno fu tenuto a giurare che non era lì. (1 Re 18:3-10). [344]
- E ora questa Jezebel è citata dal Signore come esempio del potere corrotto, ingannatore e distruttivo che operò contro la Sua Chiesa nella sua quarta fase. È stato sottolineato e chiarito che fu al tempo della terzafase della vera Chiesa che il papato fu formato (Cap.1, par.17,18). È quindi certo che questo avvertimento alla vera Chiesa nella quarta fase della sua esperienza, contro le seduzioni di “quella donna Jezebel “, si riferisce direttamente alle attività del papato nel periodo successivo alla formazione e all’istituzione del papato. E quanto questa espressione, “quella donna Jezebel”, si adatti al papato, si può chiaramente vedere da uno sguardo alla storia finora tracciata.
- Le due cose specificamente indicate da Cristo nella Sua lettera alla Sua Chiesa, riguardo alle quali Egli mette in guardia contro le seduzioni di questa Jezebel, sono la fornicazione e l’onore degli idoli. E abbiamo visto come la continua guerra del papato contro il matrimonio – direttamente, il matrimonio del clero, e quindi indirettamente il matrimonio di tutti – abbia riempito l’Europa di fornicazione. Abbiamo anche visto come, con una guerra durata più di cento anni, il papato abbia stabilito l’uso delle immagini, e quindi l’idolatria, come parte essenziale del culto cristiano.
- Un’altra specificazione riguardante “quella donna, Jezebel”, è che ella “si definisce profetessa”. Un profeta o una profetessa è un portavoce, o messaggero di Dio: (Esodo 4:15,16; Deuteronomio 18:18) una persona specificamente incaricata di pronunciare le parole di Dio. Questa è precisamente la pretesa del papato: che esso solo sia l’interprete delle Scritture, il canale infallibile della volontà divina verso gli uomini.
- Un’altra parola riguardante questa Jezebel si riferisce a “coloro che commettono adulterio con lei”. Tutto questo è detto alla Chiesa, di una Chiesa. Di questa Chiesa, descritta con la parola “Jezebel”, è scritto in altri luoghi che è una “con la quale i re della terra hanno commesso fornicazione”. (Apocalisse 17:1,2; 18:3-9). Questa caratteristica è stata resa chiara sia nel suo principio che nella sua pratica. La parola “Jezebel” significa “non convivente”. Chiunque conosca il sistema religioso di cui Jezebel di Tiro era una rappresentante, sa quanto fosse completamente incongruo il suo carattere con il suo nome. Eppure ogni prova sull’argomento non fa che dimostrare ulteriormente quanto perfettamente l’incongruenza si addice al papato. Ella afferma di essere “la sposa” di Cristo il Signore; eppure tutta la sua storia dimostra che ha sempre vissuto in rapporti illeciti con ogni altro signore che potesse adescare o costringere ai suoi doveri. [345]
- Quella caratteristica della Jezebel originale, manifestata nel suo governare il re e indurlo a fare più male del solito degli altri re, e più di quanto egli avrebbe altrimenti fatto, si vede manifestata durante tutto il corso del papato dopo la sua istituzione come potenza mondiale; ed è specificamente attribuita a lei dalla Scrittura quando la descrive come “la donna… che regna sui re della terra” (Apocalisse 17:18). E la voce unanime della storia, per mille anni, testimonia la verità di questa parola. L’ulteriore caratteristica di Jezebel, manifestata nel compiere, in nome del re e sotto il suo sigillo, atrocità di fronte alle quali persino il re si rifiutò, apparirà ugualmente nella storia che ora si traccia: così come quella suprema caratteristica di Jezebel, la persistente persecutrice degli adoratori del vero Dio.
- È perfettamente chiaro che, in sostanza, l’Europa nel Medioevo non era altro che il papato nel Medioevo. È altrettanto chiaro che sarebbe difficile concepire una condizione peggiore della società umana di quella di questo papato nel Medioevo. Tutti sanno che il papato afferma di essere stato, nel Medioevo, non solo il Cristianesimo, ma l’unico Cristianesimo. Nessuno può nascondere il fatto che la condizione della società umana sotto il solo dominio del papato – e prodotto del papato più di ogni altra cosa – era quanto di peggio potesse esistere e sopravvivere. Per questo motivo, molte persone giustamente ripudiano il papato. E, accettando l’affermazione che il papato fosse allora il Cristianesimo, quando ripudiano il papato pensano di ripudiare il Cristianesimo. Altri, accettando l’affermazione che il papato fosse il Cristianesimo, e desiderando anche aggrapparsi saldamente al Cristianesimo, si trovano in una situazione di totale incapacità di orientarsi rispetto al Cristianesimo, alla luce del carattere indiscutibile del papato nel Medioevo. La difficoltà in entrambi i casi risiede nell’accettazione della premessa: che il papato fosse il Cristianesimo. Questo è un errore assoluto. Il papato non era il Cristianesimo, né nel Medioevo, né in nessun altro momento. Il papato e il Cristianesimo sono sistemi antagonisti. Quanto il papato sia lontano dall’essere Cristianesimo è reso chiaro dalle parole di Cristo nella Sua terza lettera alla Sua Chiesa, in cui designa come Suoi fedeli martiri quei credenti in Lui che erano contrari al papato: “Anti-pas fu il mio fedele martire”. (Cap.1, par.17). Il papato nel Medioevo era solo “quella donna, Jezebel”.
- Dov’era, dunque, il Cristianesimo nel Medioevo? Era lì che gli adoratori del vero Dio si trovavano ai tempi della Jezebel originale: in rifugi e caverne, nei luoghi solitari e oscuri della terra, cacciati e perseguitati. Abbiamo visto che i successivi passi nel corso dell’apostasia, come indicato nei Sette Sigilli, sono sincronizzati con le successive fasi dell’esperienza della vera Chiesa, come indicato nelle Sette Chiese. La lettera di Cristo alla Sua Chiesa nella quarta fase, la mette in guardia contro le seduzioni di “quella donna Jezebel”. In quella fase dell’apostasia menzionata nel Quarto Sigillo, vengono descritte le palesi attività di “quella donna Jezebel”. E così è scritto: “E quando ebbe aperto il Quarto Sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: Vieni e vedi. E guardai, ed ecco un cavallo giallastro: e colui che lo cavalcava si chiamava Morte, e l’Inferno lo seguiva. E gli fu dato potere sulla quarta parte della terra, per uccidere con la spada, con la fame, con la morte e con le bestie della terra” (Apocalisse 6, 7, 8 R.V.). E che questi che furono uccisi non fossero altri che i santi di Dio, è reso certo dal versetto successivo, che dice che “furono uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano reso”. [346]
- Abbiamo visto come il papato trattò i musulmani e gli ebrei; abbiamo visto come trattò il popolo della Chiesa greca; come trattò il suo stesso popolo: imperatori, re, nobili, tutti coloro che riconosceva essere, e che erano, completamente suoi. Ora vedremo come trattava coloro che costituivano il popolo di Dio. Già ai tempi di Costantino e Teodosio, abbiamo avuto un’idea dell’atteggiamento del papato verso i dissidenti (“Great Empire of Prophecy”, cap.XXXIII, par.4; cap.XXXV, par.51-55); poiché “è impossibile non attribuire all’influenza ecclesiastica i successivi editti con i quali, a partire da Teodosio il Grande, la persistenza nell’eresia veniva punita con la morte”. – (Lea. “History of the Inquisition”, vol.1, pag.215). Abbiamo visto come papa Pelagio I cercò di persuadere Narsete a imporre la conformità alla volontà del papato con la rassicurazione che “solo perseguita chi costringe al male. Ma trattenere gli uomini dal fare il male, o punire coloro che lo hanno fatto, non è persecuzione né crudeltà, ma amore per il genere umano” (Cap.XIII, par.15). E quando tali erano la sua disposizione e la sua volontà mentre il potere imperiale era supremo, cosa non ci si poteva aspettare da lei quando il suo stesso potere divenne supremo!
- Fin dai tempi in cui si formò l’unione tra Chiesa e Stato: dai tempi di Costantino e Silvestro, quando fu istituito il papato, e anche prima, al tempo degli eventi che portarono alla sua istituzione, ci furono fedeli cristiani che protestarono contro di essa. I principali di questi in Occidente, dove fu istituito il papato, furono i Valdesi delle Alpi, che abitavano nelle valli del Piemonte, nell’Italia settentrionale, a ovest di Torino e non lontano da quella città. Al tempo dell’unione tra Chiesa e Stato, la diocesi di Milano, “che comprendeva la pianura lombarda, le Alpi piemontesi e le province meridionali della Francia”, non era soggetta alla sede di Roma. Ancora nel 555, papa Pelagio affermava: “I vescovi di Milano non vengono a Roma per l’ordinazione”. Furono i clerici di questa regione, che erano dissidenti, che lo stesso papa Pelagio esortò Narsete a costringere alla conformità con Roma.
- All’inizio del IX secolo, Torino stessa era sede di una diocesi. Nell’anno 820, l’imperatore Ludovico [*il Pio, re dei Franchie figlio di Carlo Magno] nominò, alla sede [*episcopale] di Torino, Clemente Claudio. Quest’uomo osservò con sgomento gli avvicinamenti furtivi di un potere che, accecando gli occhi degli uomini, piegava il loro collo al suo giogo e piegava le loro ginocchia agli idoli. Egli afferrò la spada dello Spirito, che è la Parola di Dio, e la battaglia che condusse con tanto coraggio, ritardò, sebbene non poté impedire, la caduta dell’indipendenza della sua Chiesa, e per altri due secoli la luce continuò a splendere ai piedi delle Alpi. [*Il vescovo] Claudio fu uno studioso attento e instancabile della Sacra Scrittura. Questo Libro lo riportò ai primordi e lo pose ai piedi degli apostoli, ai piedi di Uno più grande degli apostoli e, mentre le tenebre scendevano sulla terra, intorno a Claudio splendeva ancora il giorno.
- La verità, attinta alle sue fonti primordiali, la proclamò in tutta la sua diocesi, che comprendeva le valli dei Valdesi. Dove la sua voce non poteva giungere, si sforzò di trasmettere insegnamenti con la sua penna. Scrisse commenti ai Vangeli; pubblicò l’esposizione di quasi tutte le epistole di Paolo e di diversi libri dell’Antico Testamento; e così fornì ai suoi contemporanei i mezzi per giudicare quanto fosse opportuno per loro sottomettersi a una giurisdizione così palesemente usurpata come quella di Roma, o abbracciare principi così innegabilmente nuovi come quelli che essa stava ora imponendo al mondo. Il succo di ciò che Claudio sosteneva era che c’è un solo Sovrano nella Chiesa, e che Egli non è sulla terra; che Pietro non aveva alcuna superiorità sugli altri apostoli, se non in questo: che fu il primo a predicare il Vangelo sia agli ebrei che ai gentili; che il merito umano non serve alla salvezza e che solo la fede ci salva. Su questo punto cardinale egli insiste con una chiarezza e un’ampiezza che ricordano Lutero. Ripudia l’autorità della tradizione, condanna le preghiere per i defunti, così come l’idea che la Chiesa non possa sbagliare. Quanto alle reliquie, invece di santità, non trova in esse altro che marciume, e consiglia che vengano immediatamente riportate nella tomba, dalla quale non avrebbero mai dovuto essere rimosse… [347]
- “Il culto delle immagini stava allora facendo rapidi progressi. Il vescovo di Roma era il massimo sostenitore di questa sinistra innovazione; fu su questo punto che Claudio combatté la sua grande battaglia. Vi si oppose con tutta la logica della sua penna e tutta la forza della sua eloquenza; condannò la pratica come idolatra e purgò quelle chiese della sua diocesi che avevano iniziato ad accogliere rappresentazioni di santi e persone divine al loro interno, senza risparmiare nemmeno la croce stessa.” – (Wylie. “History of Protestantism”, libro 1, cap.5, par.8, 9,11). In una lettera a Teodemiro, il vescovo Claudio scrisse: “Nominato vescovo da Ludovico, sono venuto a Torino. Ho trovato tutte le chiese piene di sporcizia, abomini e immagini… Se i cristiani venerano le immagini dei santi, non hanno abbandonato gli idoli, ma ne hanno solo cambiato i nomi.”(Idem, nota).
- Questi fatti dimostrano che a quel tempo esisteva una separazione pratica dal papato di due grandi vescovadi dell’Italia settentrionale. A ciò si aggiunge anche il fatto importante che, finché i re longobardi rimasero al potere, avevano sempre escluso il clero dai loro consigli di Stato (Cap.XIII, par.35, di questo libro). Questa esclusione pratica del papato e dei principi papali dall’Italia settentrionale, per settecento anni, diede libero sfogo allo sviluppo del vero culto cristiano in quella regione e gli permise di radicarsi così saldamente da poter resistere a tutta la violenza delle tempeste papali dei secoli successivi. Infatti, solo nel 1059 le diocesi di Milano e Torino divennero tutt’uno con Roma. Allora i Valdesi (Vaudois, pronunciato vodwah), “si ritirarono tra le montagne; e, disdegnando sia il giogo tirannico che i principi corrotti della Chiesa dei Sette Colli, preservarono nella sua purezza e semplicità la fede che i loro padri avevano tramandato. Roma era manifestamente la scismatica: era lei che aveva abbandonato quella che un tempo era la fede comune della cristianità, lasciando con questo passo a tutti coloro che rimanevano sul vecchio suolo il titolo indiscutibilmente valido della vera Chiesa. Dietro questo baluardo di montagne, che la Provvidenza, prevedendo l’avvicinarsi di giorni malvagi, sembrerebbe quasi aver eretto di proposito, il resto della primitiva Chiesa apostolica d’Italia accese la sua lampada, e qui quella lampada continuò ad ardere per tutta la lunga notte che scese sulla cristianità.
- “Vi è una singolare concordanza di prove a favore della loro elevata antichità. Le loro tradizioni indicano invariabilmente una discendenza ininterrotta fin dai tempi più antichi, per quanto riguarda il loro credo religioso. La Nobla Leycon [Nobile Lezione], che risale all’anno 1100, dimostra che i Valdesi del Piemonte non dovettero la loro ascesa a Pietro Valdo di Lione, che apparve solo nella seconda metà di quel secolo (1160). La Nobla Leycon, sebbene sia un poema, è in realtà una confessione di fede e avrebbe potuto essere composta solo dopo un attento studio del sistema del Cristianesimo, in contrapposizione agli errori di Roma. Come avrebbe potuto una Chiesa sorgere con un simile documento tra le mani? O come avrebbero potuto questi pastori e vignaioli, chiusi tra le loro montagne, scoprire gli errori contro i quali testimoniavano e trovare la via verso le verità di cui facevano apertamente professione, in tempi di oscurità come questi? Se ammettiamo che le loro credenze religiose fossero un’eredità di epoche passate, tramandate da una stirpe evangelica, tutto è chiaro; ma se sosteniamo che furono una scoperta degli uomini di quei tempi, affermiamo qualcosa che si avvicina quasi a un miracolo. I loro più grandi nemici, Claudio Seyssel di Torino (1517) e Reynerius l’Inquisitore (1250), ne hanno ammesso l’antichità e li hanno stigmatizzati come “i più pericolosi di tutti gli eretici, perché i più antichi“. – (Wylie. “Hystory of Protestantism”, libro 1, cap.6, par.2,3). [348]
- “Possiamo accettare, poiché non possiamo confutare, la narrazione della loro storia antica fornita dagli stessi Valdesi. Gli scrittori valdesi concordano nel collocare la propria origine in un periodo precedente a Costantino. Le Scritture divennero la loro unica guida; la stessa fede, gli stessi sacramenti che sostengono oggi, li avevano all’epoca di Costantino e Silvestro. Raccontano che, con la crescita del potere e dell’orgoglio della Chiesa Romana, i loro antenati ne respingevano le pretese e si rifiutavano di sottomettersi alla sua autorità; che quando, nel IX secolo, l’uso delle immagini fu imposto da papi superstiziosi, loro, almeno, non acconsentirono mai a diventare idolatri; che non adorarono mai la Vergine, né si inchinarono a una messa idolatra. Quando, nell’XI secolo, Roma affermò la sua supremazia su re e principi, i Valdesi ne furono i più acerrimi nemici. Le tre valli costituirono la scuola teologica d’Europa. I missionari valdesi viaggiarono in Ungheria e Boemia, Francia, Inghilterra e persino Scozia, e risvegliarono il popolo alla consapevolezza della spaventosa corruzione della Chiesa. Indicarono Roma come l’anticristo, il centro di ogni abominio. Insegnarono, al posto delle innovazioni romane, la pura fede dell’era apostolica. – (Lawrence. “Historical Studies”, pag.200, 201).
- Nell’Impero d’Oriente esisteva un popolo cristiano chiamato Pauliciani [*in Armenia], che occupava una posizione che corrisponde esattamente a quella dei Valdesi in Occidente. “Una certa oscurità aleggia sulla loro origine, e un ulteriore mistero è stato deliberatamente gettato su di essa, ma un esame giusto e imparziale della questione non lascia dubbi sul fatto che i Pauliciani siano il resto sfuggito all’apostasia della Chiesa d’Oriente, proprio come i Valdesi sono il resto salvato dall’apostasia della Chiesa d’Occidente. Sono stati gettati dubbi anche sulle loro opinioni religiose; sono stati dipinti come una confederazione di Manichei, proprio come i Valdesi furono bollati come una sinagoga di eretici; ma nel primo caso, come nel secondo, un esame della questione ci convince che queste imputazioni non avevano un fondamento sufficiente, che i Pauliciani ripudiarono gli errori loro imputati e che, nel loro complesso, le loro opinioni erano sostanzialmente in accordo con la dottrina della Sacra Scrittura. Quasi tutte le informazioni che abbiamo su di loro sono quelle che Pietro Siculo, il loro acerrimo nemico, ha comunicato. Li visitò quando erano nella loro condizione più fiorente, e il resoconto che egli ha dato delle loro distinte dottrine dimostra a sufficienza che i Pauliciani avevano rigettato i principali errori delle chiese greca e romana; ma non riesce a dimostrare che avessero abbracciato le dottrine di Mani, o che fossero giustamente passibili di essere definiti Manichei.” – (Wylie. “History of Protestantism”, libro 1, cap.8, par.2). [349]
- Erano chiamati Pauliciani perché, agli osservatori, sembravano usare preminentemente le epistole di Paolo. Per chiunque comprenda le epistole di Paolo, questa è una prova sufficiente del loro essere veri cristiani. Non erano riluttanti ad accettare il nome dato loro e a riconoscere il nome Pauliciani come una designazione appropriata. Dalle dichiarazioni dei loro nemici appare certo che avessero una comprensione approfondita e vera del carattere e dell’opera di Satana, del suo rapporto con questo mondo e della sua opposizione a Dio, così come si presenta dall’inizio alla fine nelle Scritture. Eppure, alle menti e alle concezioni pagane dei papisti, sembrava che i Pauliciani sostenessero la dottrina dei due principi propagata da Zoroastro e Mani. Così, a causa dei loro persecutori, furono sempre più trasformati in manichei, e sulle labbra dei papisti di quei tempi, l’accusa di manicheismo giunse con la stessa sconcertante impressione che il termine “samaritano” giunse a coloro che perseguitavano Gesù (Giovanni 8:48). Ma “i Pauliciani condannarono sinceramente il ricordo e le opinioni della setta manichea e si lamentarono dell’ingiustizia che imprimeva quel nome invidioso sui semplici seguaci di San Paolo e di Cristo”. – (Gibbon. “Decline and Fall of the Roman Empire”, cap.54, par.2).
- Un potente impulso alla fede dei Pauliciani fu dato nel 653, attraverso la conversione di un armeno di nome Costantino, che viveva vicino a Samosata. Un diacono Pauliciano, durante il suo viaggio di ritorno dalla prigionia, fu ospitato per la notte da Costantino. Al mattino, prima della sua partenza, il Pauliciano presentò a Costantino una copia del Nuovo Testamento. “Costantino studiò il sacro volume. Una nuova luce gli illuminò la mente: gli errori della Chiesa Greca gli apparvero chiaramente rivelati, e decise immediatamente di separarsi da una comunione così corrotta. Attirò altri allo studio delle Scritture, e la stessa luce che aveva irradiato la sua mente brillò nelle loro. Condividendo le sue opinioni, condivisero con lui la sua secessione dalla Chiesa ufficiale dell’impero… Questi discepoli si moltiplicarono. Un terreno congeniale favorì la loro crescita, poiché in queste stesse montagne, dove si trovano le sorgenti dell’Eufrate, i superstiti nestoriani avevano trovato rifugio.
- “L’attenzione del governo di Costantinopoli si rivolse finalmente a loro: seguì la persecuzione. Costantino, il cui zelo, la cui costanza e la cui pietà erano stati ampiamente messi alla prova dalle fatiche di ventisette anni, fu lapidato a morte. Dalle sue ceneri sorse un leader ancora più potente. Simeone, un ufficiale di palazzo, che era stato inviato con un corpo di truppe a sovrintendere alla sua esecuzione, fu convertito dal suo martirio e, come un altro Paolo, dopo la lapidazione di Stefano, iniziò a predicare la fede pauliciana che un tempo aveva perseguitato. Simeone concluse la sua carriera, come aveva fatto Costantino, suggellando la sua testimonianza con il suo sangue, il rogo fu piantato accanto al mucchio di pietre ammucchiato sopra le ceneri di Costantino.” [350]
- “I pauliciani continuavano a moltiplicarsi; altri leader sorsero per prendere il posto di coloro che erano caduti, e né gli anatemi della gerarchia, né la spada dello Stato riuscirono a fermarne la crescita. Per tutto l’VIII secolo continuarono a prosperare. Il culto delle immagini era ormai la superstizione di moda nella Chiesa d’Oriente, e i Pauliciani si resero ancora più odiosi alle autorità greche, laiche e clericali, con la strenua opposizione che opponevano a quell’idolatria di cui i Greci erano i grandi sostenitori e patroni. Fu ora, alla fine dell’VIII secolo, che il più notevole forse di tutti i loro leader, Sergio, salì a capo di loro, un uomo di autentico spirito missionario e di indomito coraggio… Per trentaquattro anni, e nel corso di innumerevoli viaggi, predicò il Vangelo dall’Oriente all’Occidente e convertì un gran numero di suoi connazionali. Il risultato fu una persecuzione ancora più terribile, che continuò per tutti i regni successivi. In primo piano in quest’opera troviamo l’imperatore Leone, il patriarca Niceforo e, in particolare, l’imperatrice Teodora.” – (Wylie. “History of Protestantism”, libro 1, cap.8, par.4-6).
- “Il debole Michele I, il rigido Leone l’Armeno, furono i primi nella corsa alla persecuzione; ma il premio deve senza dubbio essere attribuito alla sanguinaria devozione di Teodora, che restituì le immagini alla Chiesa d’Oriente. I suoi inquisitori esplorarono le città e le montagne dell’Asia Minore, e gli adulatori dell’imperatrice affermarono che, in un breve regno, centomila Pauliciani furono sterminati dalla spada, dal patibolo o dalle fiamme.” – (Gibbon. “Decline and Fall of the Roman Empire”, cap.54, par.4, vol.3 a 323). La persecuzione continuò. Un certo sollievo fu trovato grazie ad imperatori amici che, nel IX e X secolo, trasferirono molti Pauliciani in Europa e li stabilirono in colonie in Tracia. “L’ombra del dolore saraceno si stava già oscurando sull’Impero d’Oriente, e Dio allontanò tempestivamente i Suoi testimoni dalla scena destinata al giudizio.”
- “L’arrivo dei Pauliciani in Europa fu accolto con favore piuttosto che con disapprovazione. Con la sua tirannia Roma stava diventando il terrore, e con la sua dissolutezza lo scandalo dell’Occidente; così gli uomini erano disposti ad accogliere qualsiasi cosa promettesse di aggiungere un peso aggiuntivo sulla bilancia avversaria. I Pauliciani si diffusero presto in tutta Europa e, sebbene nessuna cronaca registri la loro dispersione, il fatto è attestato dalle improvvise e simultanee esplosioni delle loro opinioni in molti paesi occidentali. Si mescolarono alle schiere dei crociati di ritorno dalla Terra Santa attraverso l’Ungheria e la Germania; si unirono alle carovane di mercanti che entravano nel porto di Venezia e alle porte della Lombardia; oppure seguirono lo stendardo bizantino nell’Italia meridionale e, attraverso queste varie rotte, si stabilirono in Occidente. Si unirono ai preesistenti gruppi di oppositori e da quel momento una nuova vita si vide animare gli sforzi dei Valdesi del Piemonte, e degli Albigesi del sud della Francia. E anche altri, che in altre parti d’Europa si ribellarono alle crescenti superstizioni, avevano iniziato a tornare sui loro passi verso le fonti primordiali della verità.” – (Wylie. Idem, par.7,8). [351]
- “In pace e in guerra conversavano liberamente con stranieri e nativi, e le loro opinioni venivano propagate silenziosamente a Roma, Milano e nei regni d’Oltralpe. Si scoprì presto che molte migliaia di cattolici di ogni ceto e di entrambi i sessi avevano abbracciato l’eresia manichea, e le fiamme che consumarono dodici canonici d’Orléans furono il primo atto e segnale di persecuzione. I Bulgari [altro nome per i Pauliciani], un nome così innocente nella sua origine, così odioso nella sua applicazione, diffusero i loro rami su tutta l’Europa… Una confessione di culto semplice e di costumi irreprensibili viene estorta ai loro nemici; e così alto era il loro livello di perfezione, che le congregazioni in crescita si divisero in due classi di discepoli: di coloro che praticavano e di coloro che aspiravano. Fu nel paese di Albigeois, nelle province meridionali della Francia, che i Pauliciani furono più profondamente radicati; e lo stesso le vicissitudini di martirio e vendetta che si erano manifestate nelle vicinanze dell’Eufrate si ripeterono nel XIII secolo sulle rive del Rodano. Le leggi degli imperatori d’Oriente furono ripristinate da Federico II. Gli insorti di Tephrice erano rappresentati dai baroni e dalle città della Linguadoca; papa Innocenzo III superò la fama sanguinaria di Teodora, i cui soldati potevano eguagliare gli eroi delle Crociate solo nella crudeltà, come anche la crudeltà dei suoi sacerdoti; ma questa fu di gran lunga superata dai fondatori dell’Inquisizione: un ufficio più adatto a confermare che a confutare la fede in un principio malvagio.” – (Gibbon. “Decline and Fall of the Roman Empire”, cap.54, par.7).
- A metà dell’XI secolo Berengario di Tours si attirò l’ira del papato predicando il Vangelo, in particolare denunciando l’assurdità della transustanziazione. Nel 1087 fu scritto contro di lui “che Berengario di Tours, caduto in eresia, aveva già quasi corrotto tutti i francesi, gli italiani e gli inglesi”. Fu accusato dall’arcivescovo di Canterbury non solo di essersi opposto alla transustanziazione, ma anche di essere “colpevole di tutte le eresie dei Valdesi; e di sostenere con loro che la Chiesa rimaneva solo con loro, e che Roma era `la congregazione dei malvagi e la sede di Satana’”. Berengario pubblicò un commentario al libro dell’Apocalisse, il che spiega facilmente come i suoi persecutori potessero accusarlo di aver affermato che Roma era “la congregazione dei malvagi e la sede di Satana”. (Apocalisse 2:13). Morì nel 1088.
- Verso la fine di questo secolo anche Pietro de Bruys predicò il Vangelo nelle province del Delfinato, della Provenza e della Linguadoca. Molti furono così condotti alla luce della salvezza nella conoscenza della verità di Cristo; e dal nome di Pietro de Bruys furono chiamati Petrobrussiani. Dalle accuse dei loro nemici, si evince che sostenevano “che il battesimo non serve senza la fede; che Cristo è presente solo spiritualmente nel sacramento; che preghiere ed elemosine non giovano ai morti; che il purgatorio è una mera invenzione; e che la Chiesa non è fatta di pietre cementate, ma di uomini credenti”. (Wylie’s, “History of Protestantism”, libro 1, cap.11, par.6). Pietro de Bruys fu messo a morte sul rogo nel 1126, dopo vent’anni di fedele predicazione del Vangelo.
- Pietro fu tuttavia seguito, nella buona opera, da uno svizzero di nome Henri [*di Losanna]. Era un monaco che si era convertito al cristianesimo. Dal suo nome i suoi convertiti furono chiamati Henriciani. I suoi persecutori dichiararono che “le sue orazioni erano potenti ma nocive, come se un’intera legione di demoni avesse parlato attraverso la sua bocca.” San Bernardo [*di Chiaravalle, abate francese] scrisse su di lui al conte di Tolosa: “Quanti disordini sentiamo ogni giorno che Henri commette nella Chiesa di Dio! Quel lupo famelico è nei vostri domini, vestito di pelle di pecora, ma lo conosciamo dalle sue opere. Le chiese sono come sinagoghe, il santuario spogliato della sua santità, i sacramenti considerati istituzioni profane, le feste hanno perso la loro solennità, gli uomini crescono nel peccato e ogni giorno le anime vengono portate via davanti al terribile tribunale di Cristo senza prima essere riconciliate e fortificate dalla santa comunione. Rifiutando il battesimo dei cristiani, viene negata loro la vita di Gesù Cristo.” (Idem). Nel 1148, Enrico fu arrestato e processato davanti a papa Eugenio III, durante un concilio a Reims, dove fu condannato e imprigionato: e di lui non si hanno più notizie. [*imprigionato fino alla morte]. [352]
- Subito dopo Henri, venne Arnaldo da Brescia. Anche lui era un monaco divenuto cristiano. “Profondamente convinto che i mali della cristianità derivassero dalla mondanità del corpo ecclesiastico, insegnava che la Chiesa non dovesse possedere né beni temporali né giurisdizione, e che dovesse limitarsi rigidamente alla sua funzione spirituale. Di virtù austera e autorevole, irreprensibile nella sua vita di abnegazione, istruito in tutta la dottrina scolastica e dotato di rara e persuasiva eloquenza, divenne il terrore della gerarchia.” – (Lea. “History of the Inquisition”, pag.73). Poiché il papato, così com’era allora, consisteva nell’unione tra Chiesa e Stato, è facile comprendere come un simile insegnamento potesse essere il terrore della gerarchia, poiché ovunque prevalesse, avrebbe significato solo l’annientamento del papato.
- Eppure Arnaldo non predicava solo, né soprattutto, la separazione tra Chiesa e Stato. Egli predicò il Vangelo, la verità così come è in Gesù: il che, di per sé, significava, e significa sempre, la separazione tra Chiesa e Stato in tutti coloro che lo accettano. Pertanto, la dottrina della separazione tra Chiesa e Stato non era altro che la conseguenza della verità fondamentale di Cristo da lui predicata: che “la Chiesa di Cristo non è di questo mondo”. Pertanto, disse, “i ministri della Chiesa non dovrebbero ricoprire cariche temporali e svolgere lavori temporali. Lasciamo che questi siano lasciati agli uomini che hanno il dovere di occuparsene, persino re e statisti. Né i ministri di Cristo hanno bisogno, per l’adempimento delle loro funzioni spirituali, delle enormi entrate che affluiscono continuamente nelle loro casse. Che tutta questa ricchezza, quelle terre, quei palazzi e quei tesori, siano consegnati ai governanti dello Stato; e che i ministri della religione d’ora in poi siano mantenuti dal frugale ma competente sostentamento delle decime e delle offerte volontarie dei loro greggi. Liberato da occupazioni che consumano il suo tempo, degradano il suo ufficio e corrompono il suo cuore, il clero condurrà i suoi greggi ai pascoli del Vangelo, e la conoscenza e la pietà torneranno a visitare la terra”. (Wylie’s, “History of Protestantism”, libro 1, cap.11, par.11).
- Il vescovo di Brescia si lamentò di Arnaldo con Papa Innocenzo II. Il papa convocò un concilio e convocò Arnaldo a comparire lì. Arnaldo vi andò. Il papa e il suo concilio condannarono la predicazione di Arnaldo e gli pronunciarono la sentenza di silenzio. Arnaldo non volle mantenere il silenzio, e nel 1140 un concilio tenutosi a Sens lo condannò alla prigione e decretò che i suoi scritti dovessero essere bruciati. Questa sentenza fu approvata da Innocenzo II. Ma, prima che questo decreto del concilio e del papa potesse essere applicato, Arnaldo aveva lasciato l’Italia, attraversando le Alpi e fermandosi a Zurigo, dove predicò e piantò semi della verità del Vangelo tra “un popolo coraggioso e semplice che assorbì e mantenne a lungo il colore delle sue opinioni. La sua arte, o merito, sedusse il vescovo di Costanza e persino il legato del papa, che dimenticarono per amor suo gli interessi del loro signore e del loro ordine”. – (Gibbon. “Decline and Fall of the Roman Empire”, cap.69, par.6). [353]
- Quando Innocenzo II morì, Arnoldo adottò “la misura disperata di erigere il suo stendardo a Roma stessa, di fronte al successore di San Pietro”. Eppure il coraggio di Arnoldo non era privo di prudenza: era protetto, e forse era stato invitato dai nobili e dal popolo. Al servizio della libertà, la sua eloquenza tuonò sui Sette Colli. Fondendo nello stesso discorso i testi di Livio e di San Paolo, unendo le motivazioni del Vangelo e dell’entusiasmo classico, egli ammoniva i Romani di quanto stranamente la loro pazienza e i vizi del clero fossero degenerati rispetto ai tempi primitivi della Chiesa e della città.” (Idem). Oltre all’illuminazione spirituale e alla conversione, nel cuore e nella vita di molti cittadini, un risultato notevole della predicazione di Arnaldo a Roma fu quella sollevazione universale del popolo, che instaurò la nuova Repubblica a Roma ed espulse i papi dalla città, come già accennato. Quando Adriano IV riuscì a restituire Roma al papato, l’esilio di Arnaldo fu la condizione per liberare la città dalla condanna generale. E quando Federico Barbarossa andò in Italia per essere incoronato imperatore da Adriano IV, una delle condizioni poste dal papa, affinché Federico ricevesse la corona imperiale dalle sue mani, fu la cattura e la consegna di Arnaldo. Pertanto, Arnaldo fu catturato e condotto nella città di Roma, dove fu messo a morte. “Per la fine crudele, la Chiesa cercò di sottrarsi dalla responsabilità, ma non sembrerebbe esserci alcun ragionevole dubbio che fosse stato regolarmente condannato da un tribunale spirituale come eretico, poiché aveva ricevuto gli ordini sacri e poteva essere processato solo dalla Chiesa; dopo di che fu consegnato al braccio secolare per essere punito. Gli fu offerto il perdono se avesse ritrattato le sue dottrine erronee, ma rifiutò persistentemente, e trascorse i suoi ultimi momenti in silenziosa preghiera. Se sia stato o meno impiccato pietosamente prima di essere ridotto in cenere, è forse dubbio; tuttavia, quelle ceneri furono gettate nel Tevere per impedire al popolo di Roma di conservarle come reliquie e di onorarlo come martire. – (Lea. “History of the Inquisition”, vol.1, pag.74,75).
- Gli insegnamenti di Arnoldo “lasciarono una profonda impressione nelle menti della popolazione, e i suoi seguaci in segreto custodirono la sua memoria e i suoi princìpi per secoli. Non fu senza piena consapevolezza della situazione che la curia romana sparse le sue ceneri nel Tevere, temendo l’effetto della venerazione che il popolo provava per il suo martire. Furono formate associazioni segrete di Arnaldisti, che si definivano “Uomini Poveri” e adottarono il principio secondo cui i sacramenti potevano essere amministrati solo da uomini virtuosi.” – (Lea. “History of the inquisition”, pag.75).
- La fede dei Valdesi ricevette un grande impulso nel 1160 e in seguito, con la conversione di Pietro Valdes, o Valdo, un ricco mercante di Lione, che, grazie alla sua ricchezza, che dedicò interamente alla causa, fu in grado di realizzare la pubblicazione del Nuovo Testamento completo in “Lingua Romana, o lingua Romaunt, la lingua comune dell’Europa meridionale dall’VIII al XIV secolo. Era la lingua dei trovatori e degli uomini di lettere del Medioevo. In questa lingua, il Romaunt, fu realizzata la prima traduzione dell’intero Nuovo Testamento già nel XII secolo. Tutti i libri del Nuovo Testamento furono tradotti dalla Vulgata latina al Romaunt. Questa fu la prima versione letterale dopo la caduta dell’impero, e fu la prima traduzione disponibile per uso popolare. Esistevano numerose traduzioni precedenti, ma solo di parti della Parola di Dio, e molte di queste erano piuttosto parafrasi o riassunti della Scrittura, invece che traduzioni; inoltre, erano così voluminose, e di conseguenza così costose, da essere completamente al di fuori della portata della gente comune. Questa versione romana fu la prima traduzione completa e letterale del Nuovo Testamento della Sacra Scrittura; fu realizzata… non più tardi del 1180, ed è quindi più antica di qualsiasi versione completa in tedesco, francese, italiano, spagnolo o inglese. Questa versione ebbe ampia diffusione nel sud della Francia e nelle città della Lombardia. Era di uso comune tra i Valdesi del Piemonte; e, senza dubbio, non fu piccola parte della testimonianza resa alla verità da questi montanari per preservarla e diffonderla. – (Wylie. “History of Protestantism”, libro I, cap.7, par.3). [354]
- Pietro Valdo era uno studioso così diligente delle Scritture che imparò a memoria l’intero Nuovo Testamento. Grazie a questa conoscenza della Parola di Dio, “giunse alla convinzione che da nessuna parte la vita apostolica veniva osservata come comandata da Cristo… Dedicandosi alla predicazione del Vangelo per le strade e lungo i sentieri, intorno a lui nacquero ammirati imitatori di entrambi i sessi, che inviò come missionari nelle città vicine. Entravano nelle case, annunciando il Vangelo agli abitanti; predicavano nelle chiese, discorrevano nei luoghi pubblici e ovunque trovavano ascoltatori attenti, poiché, come abbiamo visto, la negligenza e l’indolenza del clero avevano reso la funzione della predicazione quasi un dovere dimenticato. Secondo la moda del tempo, adottarono rapidamente una forma peculiare di abbigliamento, tra cui, a imitazione degli apostoli, un sandalo con una specie di placca, da cui deriva il nome di “Scaldati”, Insabbatati o Zaptati – sebbene l’appellativo che che si attribuirono fu quella di Li Poure de Lyod, ovvero Poveri Uomini di Lione.” – (Lea. “History of the Inquisition”, pag.76,77).
- Il libro di testo della gioventù valdese erano le Scritture; ed “erano tenuti a memorizzare e a recitare accuratamente interi Vangeli ed Epistole. Questa era un’abilità necessaria da parte degli insegnanti pubblici, in quelle epoche in cui la stampa era sconosciuta e le copie della Parola di Dio erano rare. Parte del loro tempo era dedicata alla trascrizione delle Sacre Scritture, o di parti di esse, che dovevano distribuire quando partivano come missionari… Dopo aver trascorso un certo periodo alla scuola dei barbi, non era raro che i giovani valdesi si recassero ai seminari delle grandi città lombarde o alla Sorbona di Parigi. Lì conoscevano altre usanze, venivano iniziati ad altri studi e avevano un orizzonte più ampio rispetto all’isolamento delle loro valli natali. Molti di loro divennero esperti dialettici e spesso convertirono i ricchi mercanti con cui commerciavano e i proprietari terrieri nelle cui case alloggiavano. I preti raramente si preoccupavano di affrontare in discussione il missionario valdese.
- “Preservare la verità tra le proprie montagne non era l’unico obiettivo di questo popolo. Sentivano i loro legami con il resto della cristianità. Cercavano di respingere le tenebre e riconquistare i regni che Roma aveva travolto. Erano degli evangelisti oltre che una chiesa evangelica. Era un’antica legge tra loro che tutti coloro che prendevano gli ordini nella loro Chiesa, prima di poter essere eleggibili per un incarico a casa, dovessero prestare servizio per tre anni in missione. Il giovane sul cui capo i barbi riuniti imponevano le mani vedeva in prospettiva non un ricco beneficio, ma un possibile martirio. L’oceano che non attraversarono. Il loro campo di missione erano i regni che si estendevano ai piedi delle loro montagne. Partirono a due a due, nascondendo il loro vero carattere sotto la maschera di una professione secolare, più comunemente quella di mercanti o venditori ambulanti. Portavano sete, gioielli e altri articoli, a quel tempo difficilmente acquistabili se non in mercati lontani, ed erano accolti come mercanti, laddove sarebbero stati respinti come missionari. La porta del casolare e il portone del castello del barone erano ugualmente aperti per loro. Ma la loro disponibilità si manifestava principalmente nella vendita, senza denaro e senza prezzo, di merci più rare e preziose delle gemme e delle sete che avevano procurato loro l’ingresso. Si prendevano cura di portare con sé, nascoste tra le loro merci o addosso, brani della Parola di Dio, solitamente la loro trascrizione, e su questo attiravano l’attenzione degli ospiti. Quando vedevano il desiderio di possederla, la donavano volentieri laddove i mezzi per acquistarla erano assenti.” [355]
- “Non vi fu regno dell’Europa meridionale e centrale in cui questi missionari non trovassero la strada, e in cui non lasciassero tracce della loro visita nei discepoli che formarono. A ovest penetrarono in Spagna. Nella Francia meridionale trovarono congeniali collaboratori negli Albigesi, dai quali i semi della verità furono sparsi in abbondanza nel Delfinato e nella Linguadoca. A est, scendendo lungo il Reno e il Danubio, impregnarono la Germania, la Boemia e la Polonia con le loro dottrine, il cui percorso era segnato dagli edifici per il culto e dai roghi del martirio che sorgevano intorno ai loro passi. Persino nella Città dai Sette Colli non temevano di entrare, spargendo il seme su un terreno inospitale, nella speranza che qualcosa potesse radicarsi e crescere. I loro piedi nudi e le vesti di lana grezza li rendevano figure in qualche modo notevoli, nelle strade di una città che si vestiva di porpora e lino fine; e quando la loro vera missione veniva scoperta, come talvolta accadeva, i governanti della cristianità si preoccupavano di favorire, a modo loro, la germinazione del seme, innaffiandolo con il sangue degli uomini che lo avevano seminato.” – (Wylie. “History of Protestantism”, libro I, cap.7, par.5-8)
- I Pauliciani in Occidente erano chiamati con diversi nomi; ma quello con cui erano più comunemente conosciuti è Catari, i Puri. Nella loro conoscenza delle Scritture, nella loro pura vita cristiana e nel loro zelo missionario, non furono superati nemmeno dai Valdesi. Erano per lo più gente semplice, contadini e operai industriosi, che sentivano i mali che li circondavano e accoglievano con favore qualsiasi cambiamento. I teologi che li combattevano li ridicolizzavano come rozzi ignoranti, e in Francia erano popolarmente conosciuti come texerant (tisserands) [tessitori], a causa della prevalenza dell’eresia tra i tessitori, la cui monotona occupazione offriva senza dubbio ampie opportunità di riflessione. Potevano essere rozzi e ignoranti per la maggior parte, ma avevano teologi esperti come insegnanti e una vasta letteratura popolare che è completamente perita, fatta eccezione per una versione catara del Nuovo Testamento in forma romanza e un libro di rituali. La loro familiarità con le Scritture è attestata dall’ammonimento di Lucas, vescovo di Tuy, che il cristiano dovrebbe temere la loro conversazione come una tempesta, a meno che non sia profondamente esperto nella legge di Dio, in modo da poterli superare nelle discussioni. – (Lea. “History of Inquisition”, pag.102). [356]
- “Il loro zelo proselitico era particolarmente temuto. Nessun lavoro era troppo duro, nessun rischio troppo grande per dissuaderli dal diffondere la fede che consideravano essenziale per la salvezza. I missionari vagavano per l’Europa attraverso terre straniere per portare la lieta novella alle popolazioni ottenebrate, incuranti delle difficoltà e senza timore del destino dei loro fratelli, che vedevano espiare sul rogo la durezza della loro rivolta.” (“History of the Inquisition”, pag.101,102). Come i Valdesi, anche questi viaggiavano come venditori ambulanti e artigiani: a volte cambiando le loro occupazioni e il loro modo di vestire, per evitare di essere scoperti. Durante i loro viaggi, lasciavano alla gente, dove potevano farlo in sicurezza, o spargevano lungo la strada brevi scritti contenenti brani della Scrittura, con espressioni del loro pensiero cristiano. Questi testi venivano raccolti dai pastori o dai viandanti, e quindi erano il mezzo attraverso cui la salvezza raggiungeva molte anime. Chi non sapeva leggere bene portava i foglietti ai sacerdoti per una spiegazione e, nella spiegazione di questi scritti agli ignoranti, la luce della verità raggiungeva molti sacerdoti, che sopportavano volentieri la colpa dell’eresia.
- Così, mentre il papato si arrampicava sul suo percorso sanguinoso fino a raggiungere il potere su tutti i regni del mondo, il cristianesimo permeava silenziosamente e gradualmente la società di tutti quegli stessi regni. E, quando il papato raggiunse quell’apice di dominio da cui vedeva ai suoi piedi tutti i regni, e fu pronto a congratularsi con se stesso per la completa repressione di ogni opposizione, fu costretto a rendersi conto che si trattava di un potere che, più di qualsiasi altro avesse mai incontrato, minacciava la sua supremazia. È vero che i cristiani non erano stati completamente ignorati dal papato. Alcuni papi erano stati costretti a notare occasionalmente un arcieretico per cui c’erano stati, relativamente, alcuni roghi locali di eretici. Ma per il papato, tutti questi non erano altro che meri incidenti passeggeri, che richiedevano poco più di una semplice occhiata, mentre perseguiva la sua ambiziosa via verso l’alta meta che aveva in vista. Ma ora, avendo raggiunto quell’obiettivo, si rese conto che tutto il potere di cui era in possesso doveva essere esercitato non solo per mantenersi all’apice del potere che aveva conquistato, ma per mantenere la sua stessa esistenza.
- L’Italia settentrionale e la Francia meridionale costituivano l’area generale in cui erano concentrati i centri di tutti questi cristiani. Le montagne e le valli del Piemonte erano il centro dei Valdesi, mentre Albi, nella Francia meridionale, era il centro dei Catari, dei Petrobrussiani, degli Enrichettani, tutti compresi nell’unico nome di Albigesi. E sebbene nei decreti papali vengano talvolta usati molti nomi, in generale il papato si riferisce a tutti questi con le due designazioni di eretici e Valdesi, con il termine “eretici” che si riferisce invariabilmente ai Catari o agli Albigesi; e le accuse contro tutti sono riassunte nelle parole “eresia e Valdesismo”.
- Nel 1405 il vescovo di Châlons si rivolse al vescovo Wazo di Liegi per un consiglio su cosa fosse meglio fare con i Catari, che si stavano moltiplicando nella sua diocesi: “se si dovesse ricorrere al braccio secolare per impedire al lievito di corrompere l’intero popolo”. Il vescovo Wazo rispose che “dovrebbero essere lasciati a Dio”, perché “coloro che il mondo ora considera zizzania possono essere raccolti da Lui come grano quando verrà il tempo della mietitura. Coloro che consideriamo avversari di Dio, Egli può renderli superiori a noi in cielo”. Tuttavia ci furono pochissimi prelati come il vescovo Wazo di Liegi. Durante questo secolo non pochi cristiani furono messi a morte in diversi paesi. Ma finora la persecuzione non fu sistematica, né fu diretta da atti specifici, né dagli Stati e neppure dalla Chiesa. Singoli papi e singoli re la ordinarono in casi di arcieretici, o fu compiuta attraverso l’ira fanatica della popolazione locale. Ma, nel XII secolo, tutto il potere sia della Chiesa che dello Stato fu impiegato per ottenere la morte degli eretici. [357]
- Nel 1139, durante il secondo Concilio Lateranense generale, papa Innocenzo II “emanò un decreto decisivo che è interessante in quanto primo esempio di interpellanza del braccio secolare. Non solo i Catari furono condannati ed espulsi dalla Chiesa, ma alle autorità temporali fu ordinato di reprimere loro e tutti coloro che li favorivano o li difendevano. Questa politica fu seguita nel 1148 dal Concilio di Reims, che proibì a chiunque di accogliere o mantenere sulle proprie terre gli eretici residenti in Guascogna, Provenza e altrove, e di non offrire loro asilo se fossero stati di passaggio o dare loro rifugio, sotto pena di scomunica e interdetto.”
- “Quando Alessandro III fu esiliato da Roma da Federico Barbarossa e dal suo antipapa Vittore, e giunse in Francia, nel 1163 convocò un grande concilio a Tours. Si trattava di un’imponente assemblea, composta da diciassette cardinali, centoventiquattro vescovi (tra cui Tommaso Becket) e centinaia di abati, oltre a schiere di altri ecclesiastici e un vasto numero di laici. Questo augusto corpo, dopo aver compiuto il suo primo dovere di anatemizzare il papa rivale, procedette a deplorare l’eresia che, sorta nell’area di Tolosa, si era diffusa come un cancro in tutta la Guascogna, infettando profondamente i fedeli ovunque. Ai prelati di quelle regioni fu ordinato di essere vigili nel reprimerla, lanciando anatemi a tutti coloro che permettessero agli eretici di risiedere sulle loro terre o di avere rapporti con loro, comprando o vendendo, così che, essendo tagliati fuori dalla società umana, essi dovessero essere costretti ad abbandonare i loro errori. A tutti i principi secolari, inoltre, fu ordinato di imprigionarli e di confiscare i loro beni.”
- “A questo punto, è evidente che l’eresia non era più nascosta, ma si manifestava apertamente e con aria di sfida; e due anni dopo al concilio, o meglio al colloquio, di Lombers, vicino ad Albi, fu dimostrata l’inutilità degli ordini papali di Tours di escludere gli eretici dai rapporti umani. Si trattò di una pubblica disputa tra i rappresentanti dell’ortodossia e i bos homes, bos Crestias, o “bravi uomini” [*bravi cristiani], come si definivano, davanti a giudici scelti da entrambe le parti, alla presenza di Pons, arcivescovo di Narbona, e di diversi vescovi, oltre ai nobili più potenti della regione: Costanza, sorella di re Luigi VII e moglie di Raimondo di Tolosa, Trencavel di Béziers, Sicardo di Lautréa e altri. Quasi tutta la popolazione di Lombers e Albi si riunì, e il procedimento fu evidentemente considerato di grandissimo interesse e importanza pubblica.”
- “Un resoconto completo della discussione, inclusa la decisione contro i Catari, ci è pervenuto da diverse fonti ortodosse, ma l’unico interesse che la vicenda presenta è il suo notevole significato nel dimostrare che l’eresia aveva ormai superato tutti i mezzi di repressione a disposizione delle chiese locali; che si doveva fare appello alla ragione anziché alla forza; che gli eretici non avevano scrupoli a manifestarsi e dichiararsi; e che i disputanti cattolici dovevano sottomettersi alle loro richieste citando solo il Nuovo Testamento come autorità. L’impotenza della Chiesa fu ulteriormente dimostrata dal fatto che il concilio, dopo il suo trionfo argomentativo, fu costretto ad accontentarsi di ordinare semplicemente ai nobili di Lombers di non proteggere più gli eretici. Quale soddisfazione Pons di Narbona trovò l’anno successivo nel confermare le conclusioni del Concilio di Lombers, in un concilio tenutosi a Cabestaing, sarebbe difficile da definire. Così grande era la demoralizzazione prevalente che, quando alcuni monaci del rigido Ordine Cistercense lasciarono il loro monastero di Villemagne, vicino ad Agde, e presero pubblicamente moglie, egli non fu in grado di punire questa grave infrazione dei loro voti e fu invocata l’interposizione di Alessandro III, probabilmente senza risultato.” [358]
- “Evidentemente la Chiesa era impotente. Quando poteva condannare le dottrine e non le persone degli eretici, confessava al mondo di non possedere alcun meccanismo in grado di affrontare un’opposizione di tale portata. I nobili e il popolo erano riluttanti a obbedire ai suoi ordini, e senza il loro aiuto la violenta denuncia del suo anatema era una vuota cerimonia. I Catari lo capirono chiaramente, e nel giro di due anni dal Concilio di Lombers osarono, nel 1167, tenere un proprio concilio a San Felice di Caraman, vicino a Tolosa. Il loro più alto dignitario, il vescovo Niceta, venne da Costantinopoli per presiedere, con delegati dalla Lombardia; la Chiesa francese fu rafforzata contro il dualismo modificato della scuola di Concorrenza. Furono eletti vescovi per le sedi vacanti di Tolosa, Val d’Aran, Carcassonne, Albi e Francia a nord della Loira, quest’ultima era di Roberto di Sperone, in seguito rifugiato in Lombardia, dove diede il nome alla setta degli Speronisti; furono nominati dei commissari per definire un confine controverso tra le sedi di Tolosa e Carcassonne. In breve, si trattava di una Chiesa consolidata e indipendente, che si considerava destinata a soppiantare la Chiesa di Roma. Basandosi sull’affetto e la riverenza del popolo, che Roma aveva perduto, poteva ben aspirare alla supremazia finale.”
- “In effetti, il suo progresso nei successivi dieci anni fu tale da giustificare le speranze più entusiastiche. Raimondo di Tolosa, il cui potere era virtualmente quello di un sovrano indipendente, aderì a Federico Barbarossa, riconobbe l’antipapa Vittorio e i suoi successori e non si curò di Alessandro III, che fu accolto dal resto della Francia; e la Chiesa, distratta dallo scisma, poté opporre poca opposizione allo sviluppo dell’eresia.”(Idem, pag.117,119).
- In Inghilterra, nel 1166, trenta Catari fuggiti dalla persecuzione nelle Fiandre furono arrestati. Re Enrico II “convocò un concilio di vescovi a Oxford e lo presiedette per determinare la loro fede. La confessarono apertamente e furono condannati a essere flagellati, marchiati in faccia con una chiave e cacciati via. L’importanza che Enrico attribuì alla questione è dimostrata dal fatto che dedicò, poco dopo nella corte d’assise di Clarendon, un articolo all’argomento, vietando a chiunque di riceverli sotto pena di vedersi demolire la casa. Richiese a tutti gli sceriffi di giurare sulla osservanza della legge e fece giurare allo stesso modo tutti gli intendenti dei baroni, tutti i cavalieri e i gentiluomini: [*questa fu] la prima legge secolare sull’argomento in qualsiasi libro di leggi dalla caduta di Roma.” (Idem, pag.113,114).
- “Nel 1177, tuttavia, Alessandro III trionfò e ottenne la sottomissione di Federico. Raimondo necessariamente seguì il suo sovrano (gran parte dei suoi territori era soggetta all’impero) e improvvisamente si rese conto della necessità di arrestare il progresso dell’eresia. Per quanto potente fosse, si sentiva inadeguato al compito. I borghesi delle sue città, indipendenti e intrattabili, erano per la maggior parte Catari. Gran parte dei suoi cavalieri e gentiluomini erano segretamente o apertamente protettori dell’eresia; il popolo comune in tutti i suoi domini disprezzava il clero e onorava gli eretici. Quando un eretico predicava, si accalcavano per ascoltare e applaudire; quando un cattolico assumeva la rara funzione dell’istruzione religiosa, lo schernivano e gli chiedevano cosa c’entrasse con la proclamazione della Parola di Dio. In uno stato di guerra cronica con potenti vassalli e vicini ancora più potenti, come i re d’Aragona e d’Inghilterra, era palesemente impossibile per Raimondo intraprendere lo sterminio di metà o più della metà dei suoi sudditi.” ((Idem, pag.120). [359]
- Nel 1178, papa Alessandro III, pubblicando la convocazione del terzo concilio Lateranense, menzionò come uno degli argomenti da trattare durante il concilio “la zizzania che soffoca il grano e deve essere sradicata”. E da quel concilio nel 1179 fu emanato il seguente decreto:
“La Chiesa, come dice san Leone, mentre rigetta le esecuzioni sanguinose dal suo codice morale, non le omette nella pratica, perché il timore delle punizioni corporali a volte induce i peccatori a ricorrere ai rimedi spirituali. Così gli eretici chiamati Catarini, Patarini o Pubblicani sono così saldamente fortificati in Guascogna, tra gli Albigesi e nel territorio di Tolosa, che non si nascondono più, ma insegnano apertamente i loro errori; è per questo che li anatemizziamo così come coloro che concedono loro asilo o protezione, e se muoiono nel loro peccato, proibiamo che vengano fatte oblazioni per loro o che venga loro concessa la sepoltura. Quanto ai Brabanti, agli Aragonesi, ai Navaresi, ai Baschi, ai Cotterelli, ai Triabechi, che non rispettano né chiese né monasteri, che non risparmiano né vedove né orfani, né età né sesso, e che saccheggiano pianure e città, ordiniamo anche che coloro che li accoglieranno, li proteggeranno o li alloggeranno, siano denunciati e scomunicati in tutte le chiese durante le feste solenni; né permettiamo che vengano assolti finché non avranno preso le armi contro questi abominevoli Albigesi. Dichiariamo inoltre che i fedeli che sono legati a loro da qualsiasi trattato sono completamente liberi dai loro giuramenti; e ingiungiamo loro, per la remissione dei loro peccati, di mancare di fede a questi esecrabili eretici, di confiscare i loro beni, ridurli in schiavitù e mettere a morte tutti coloro che non vogliono convertirsi. Concediamo a tutti i cristiani che prenderanno le armi contro i Catarini le stesse indulgenze dei fedeli che prendono la croce per il Santo Sepolcro.” (De Cormenin’s, “History of the Popes”, Alexander III, par.10 dalla fine).
- “Immediatamente al suo ritorno dal concilio, Pons, arcivescovo di Narbona, si affrettò a pubblicare questo decreto, con tutti i suoi anatemi e interdetti… Il cardinale di Albano fu immediatamente inviato come legato pontificio a predicare e guidare la crociata. La sua eloquenza gli permise di radunare una considerevole forza di cavalleria e fanteria, con la quale, nel 1181, piombò sui territori del visconte di Béziers e assediò la roccaforte di Lavaur, dove si erano rifugiati la viscontessa Adelaide, figlia di Raimondo di Tolosa, e i principali Patarini. Ci viene detto che Lavaur fu conquistata per miracolo e che in varie parti della Francia ostie consacrate che spargevano sangue annunciavano il successo delle armi cristiane… Il breve periodo per il quale i crociati si erano arruolati scadde; l’esercito si sciolse e l’anno successivo il cardinale legato tornò a Roma, non avendo praticamente ottenuto nulla se non quello di aumentare l’esasperazione reciproca con la devastazione del paese attraversato dalle sue truppe. Raimondo di Tolosa, coinvolto in una guerra disperata con il re d’Aragona, sembra aver mantenuto una completa indifferenza nei confronti di questa spedizione, non prendendovi parte da nessuna delle due parti.” (Idem, pag.124). [360]
- Nel 1184, con un concilio tenutosi a Verona, papa Lucio III confermò il precedente decreto di Alessandro III e emanò una bolla, come segue:
“La giustizia ecclesiastica non poteva mostrare troppo rigore nell’annientare le eresie che ora si moltiplicano in un gran numero di province. Roma ha già sfidato i fulmini della Santa Sede; e il suo popolo intrattabile ha osato, per odio verso una sola persona, stendere una mano sacrilega sui nostri sacerdoti. Ma il giorno della vendetta si sta preparando e, finché non potremo restituire a quei Romani i mali che ci hanno inflitto, scomunichiamo tutti gli eretici, qualunque sia il loro nome. Tra gli altri, i Catari, i Patarini, coloro che falsamente si definiscono gli Umiliati, o i Poveri di Lione, così come i Passagini, i Giuseppini, gli Arnaudisti; e, infine, tutti quei miserabili che si definiscono Valdesi o nemici della Santa Sede. Colpiamo questi abominevoli settari con un anatema perpetuo; condanniamo alle stesse pene coloro che daranno loro rifugio o protezione e che si definiranno Consolati, Perfetti Credenti o con qualsiasi altro nome superstizioso.”
“E poiché la severità della disciplina ecclesiastica è talvolta disprezzata e impotente, ordiniamo che coloro che saranno ritenuti colpevoli di favorire gli eretici, se chierici o monaci, siano privati delle loro funzioni sacerdotali e dei loro benefici e siano abbandonati a tutti i rigori della giustizia secolare; se laici, ordiniamo che soffrano le torture più orribili, siano processati con il fuoco e la spada, lacerati con percosse e bruciati vivi. Aggiungiamo, su consiglio dei vescovi e su rimostranze dell’imperatore e dei signori, che ogni prelato visiti, più volte durante l’anno, personalmente o tramite il suo arcidiacono, tutte le città della sua diocesi, e in particolare i luoghi in cui giudicherà che gli eretici tengano le loro assemblee. Faranno arrestare gli abitanti, e in particolare gli anziani, le donne e i bambini. Li interrogheranno per sapere se ci sono dei Valdesi nella loro paese, o persone che tengono assemblee segrete e conducono una vita diversa da quella dei fedeli. Coloro che esiteranno a fare denunce saranno immediatamente sottoposti a tortura. Quando il vescovo o l’arcidiacono scoprirà i colpevoli, li farà arrestare e esigerà da loro un’abiura; o, in caso di rifiuto, eseguirà la sentenza da noi pronunciata.”
“Ordiniamo inoltre ai conti, ai baroni, ai rettori e ai consoli delle città e di altri luoghi di impegnarsi con giuramento, in conformità con l’ammonimento dei vescovi, a perseguitare gli eretici e i loro complici, quando saranno tenuti a farlo dalla Chiesa; e di eseguire, con tutto il loro potere, tutto ciò che la Santa Sede e l’impero hanno stabilito in merito ai crimini di eresia: in caso contrario, li dichiariamo privati dei loro uffici e dignità, senza il potere di ricoprire mai più alcun incarico; e, inoltre, saranno scomunicati per sempre e i loro beni saranno sottoposti a interdetto.”
“Le città che resisteranno ai nostri ordini o che, ammonite dai vescovi, trascureranno di perseguire gli eretici, saranno escluse da ogni commercio con le altre città e perderanno il loro rango e i loro privilegi. I cittadini saranno scomunicati, contrassegnati con infamia perpetua e, come tali, dichiarati inabili a svolgere qualsiasi funzione pubblica o ecclesiastica. Tutti i fedeli avranno il diritto di ucciderli, confiscare i loro beni e ridurli in schiavitù.” (De Cormenin’s, “History of the Popes”, Lucius III, par.9-12). [361]
- Questa bolla ebbe così scarso effetto pratico che la condanna dovette essere ripetuta dallo stesso papa, in un concilio tenuto a Narbona nello stesso anno. E anche questo fu così poco efficace che i Poveri Uomini di Lione, dei Valdesi, “convennero, intorno al 1190, di affrontare il rischio di una disputa tenutasi nella cattedrale di Narbona, con Raimondo di Daventry, un cattolico religioso e timorato di Dio, come giudice. Naturalmente la decisione fu loro sfavorevole, e naturalmente erano altrettanto poco propensi a sottomettersi come prima, ma il colloquio ha l’interesse di mostrare quali progressi avessero compiuto in quel periodo nella dissidenza da Roma. I sei punti su cui si basava la discussione erano, in primo luogo, che rifiutavano l’obbedienza all’autorità del papa e del prelato; in secondo luogo, che tutti, anche i laici, possono predicare; in terzo luogo, che, secondo gli apostoli, bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini; in quarto luogo, che le donne possono predicare; in quinto luogo, che messe, preghiere ed elemosine per i defunti non servono a nulla, con l’aggiunta che alcuni di loro negavano l’esistenza del purgatorio; e sesto, che la preghiera a letto, in una camera o in una stalla è efficace quanto quella in chiesa.”
- “I buoni prelati, sostenevano, che conducevano una vita apostolica, dovevano essere obbediti, e a loro soli era concesso il potere di legare e sciogliere, il che stava infliggendo un colpo mortale all’intera organizzazione della Chiesa. Il merito, e non l’ordinazione, conferiva il potere di consacrare e benedire, di legare e sciogliere; chiunque, quindi, conducesse una vita apostolica aveva questo potere, e poiché presumevano che tutti conducessero una tale vita, ne conseguiva che essi, sebbene laici, potevano svolgere tutte le funzioni del sacerdozio. Ne conseguiva altresì che i ministeri dei sacerdoti peccatori erano invalidi, sebbene all’inizio i valdesi francesi non fossero disposti ad ammetterlo, mentre gli italiani lo affermavano coraggiosamente. Un ulteriore errore era che la confessione a un laico fosse efficace quanto quella a un sacerdote, il che costituiva un serio attacco al sacramento della penitenza; sebbene, fino ad allora, il IV Concilio Lateranense non avesse reso indispensabile la confessione sacerdotale, e Alain è disposto ad ammettere che in assenza di un sacerdote, è sufficiente la confessione a un laico.”
- “Il sistema delle indulgenze era un altro degli espedienti sacerdotali che rifiutavano; e aggiunsero tre specifiche regole morali che divennero caratteristiche distintive della setta: ogni menzogna è peccato mortale; ogni giuramento, anche in tribunale, è illecito; e l’omicidio non è permesso in nessuna circostanza, sia in guerra che nell’esecuzione di sentenze giudiziarie. Ciò implicava necessariamente la non-resistenza, rendendo i Valdesi pericolosi solo per l’influenza morale che potevano acquisire. Ancora nel 1217, un contemporaneo ben informato ci assicura che i quattro principali errori dei Valdesi erano: indossare sandali alla maniera degli apostoli, proibire i giuramenti e l’omicidio, e affermare che qualsiasi membro della setta, se indossava sandali, poteva in caso di necessità consacrare l’eucaristia.” [362]
- “Tutto questo era un tentativo sincero di obbedire ai comandamenti di Cristo e di rendere il Vangelo un vero e proprio standard per la condotta della vita familiare; ma questi principi, se adottati universalmente, avrebbero ridotto la Chiesa a una condizione di povertà apostolica e avrebbero spazzato via gran parte della distinzione tra sacerdote e laico. Inoltre, i settari erano ispirati dal vero spirito missionario; il loro zelo proselitico non conosceva limiti; vagavano di paese in paese promulgando le loro dottrine e trovando ovunque una cordiale risposta, soprattutto tra le classi inferiori, che erano pronte ad abbracciare un dogma che prometteva di liberarli dai vizi e dalle oppressioni del clero. Ci viene detto che uno dei loro principali apostoli portava con sé vari travestimenti, apparendo ora come calzolaio, poi come barbiere e ancora come contadino, e sebbene questo potesse essere, come si dice, allo scopo di eludere la cattura, mostra lo strato sociale a cui erano rivolte le loro missioni. I Poveri di Lione si moltiplicarono con incredibile rapidità in tutta Europa; la Chiesa si allarmò seriamente e non senza ragione, poiché un antico documento dei settari mostra una tradizione tra di loro secondo cui, sotto Valdo, o subito dopo, i loro concili avevano una presenza media di circa settecento membri presenti.” (Idem, pag.78-81).
- “Il fallimento riconosciuto della crociata del 1181 [*vedi par.54] sembra aver reso la Chiesa senza speranza, per il momento, di fare progressi contro l’eresia. Per un quarto di secolo le fu permesso di svilupparsi in relativa tolleranza nei territori di Guascogna, Linguadoca e Provenza. È vero che il decreto di Lucio III, emesso a Verona nel 1184, è importante in quanto tentativo di fondare un’inquisizione organizzata, ma non ebbe alcun effetto immediato. È vero che nel 1195 un altro legato papale, Michele, tenne un concilio provinciale a Montpellier, dove ordinò l’applicazione dei canoni lateranensi a tutti gli eretici e i mainatae, ovvero i briganti, i cui beni dovevano essere confiscati e le cui persone ridotte in schiavitù; ma tutto ciò crollò di fronte all’indifferenza dei nobili, i quali, coinvolti in una guerra perpetua tra loro, preferirono rischiare gli anatemi della Chiesa piuttosto che complicare i propri problemi tentando lo sterminio della maggioranza dei loro sudditi per ordine di una gerarchia che non ispirava più rispetto né riverenza. Inoltre, forse la caduta di Gerusalemme nel 1186, che suscitò un fervore di fanatismo senza precedenti, lo diresse verso la Palestina, lasciando ben poco per la rivendicazione della fede più vicina. Comunque sia, non fu intrapresa alcuna persecuzione efficace finché la vigorosa abilità di Innocenzo III, dopo aver tentato invano misure più miti, non organizzò una guerra schiacciante contro l’eresia.”
- “Durante questo intervallo, i Poveri di Lione insorsero e furono costretti a fare causa comune con i Catari. Lo zelo proselitico che aveva avuto tanto successo in segreto e nelle tribolazioni ebbe libero spazio per svilupparsi e non ebbe alcun antagonismo effettivo da temere da un clero negligente e scoraggiato. Gli eretici predicavano e convertivano, mentre i sacerdoti erano lieti di poter risparmiare una frazione delle loro decime e delle loro entrate da nobili rapaci e parrocchiani ribelli o indifferenti. L’eresia prosperò di conseguenza. Innocenzo III ammise l’umiliante fatto che agli eretici era permesso predicare, insegnare e fare conversioni in pubblico e che, a meno che non fossero state prese misure rapide per la loro soppressione, c’era il pericolo che l’infezione si diffondesse a tutta la Chiesa.”
- Guglielmo di Tudela afferma che gli eretici possedevano gli Albigesi, i Carcasses e i Lauragais, e che descriverli come numerosi in tutto il distretto da Béziers a Bordeaux non è sufficiente. Walter Mapes afferma che non ce n’erano in Bretagna, ma che abbondavano in Angiò, mentre in Aquitania e Borgogna il loro numero era infinito. Guglielmo di Puy-Laurens ci assicura che Satana possedeva in pace la maggior parte della Francia meridionale; il clero era così disprezzato che era solito nascondere la tonsura per pura vergogna, e i vescovi erano obbligati ad ammettere agli ordini sacri chiunque fosse disposto a prenderli; l’intera terra, sotto una maledizione, non produceva altro che spine e cardi, rapitori e banditi, ladri, assassini, adulteri e usurai. Cesario di Heisterbach dichiara che gli errori albigesi aumentarono così rapidamente che presto contagiarono mille città, e crede che se non fossero stati repressi dalla spada dei fedeli, l’intera Europa sarebbe stata corrotta. [363]
- “Un inquisitore tedesco ci informa che in Lombardia, Provenza e altre regioni c’erano più scuole di eresia che di teologia ortodossa, con più studiosi; che disputavano pubblicamente e convocavano il popolo a dibattiti pubblici; che predicavano nei mercati, nei campi, nelle case; e che non c’era nessuno che osasse interferire con loro, a causa della moltitudine e del potere dei loro protettori. Come abbiamo visto, erano regolarmente organizzate in diocesi; avevano i loro istituti educativi per la formazione sia delle donne che degli uomini; e, almeno in un caso, tutte le monache di un convento abbracciarono il catarismo senza lasciare la casa o l’abito del loro ordine. Tale era la situazione in cui la corruzione aveva ridotto la Chiesa. Decisa ad acquisire il potere temporale, aveva quasi abbandonato i suoi doveri spirituali; e il suo impero, che poggiava su fondamenta spirituali, si stava sgretolando con il loro decadimento, e minacciava di svanire come una visione inconsistente.” (Idem, pag.126-128).
- Poi l’arcipapa Innocenzo III entrò in lizza per salvare il papato. “Nel suo sermone di consacrazione annunciò che uno dei suoi principali doveri sarebbe stata la distruzione dell’eresia; e questo non lo perse mai di vista fino alla fine, tra i suoi infiniti conflitti con imperatori e principi.” (Idem, pag.128). Fu consacrato il 22 febbraio 1198; e, già il 1° aprile, scrisse all’arcivescovo di Auschwitz, “deplorando la diffusione dell’eresia e il pericolo che essa diventi universale. Il prelato e i suoi confratelli sono incaricati di estirparla con il massimo rigore delle censure ecclesiastiche e, se necessario, ricorrendo al braccio secolare attraverso l’assistenza dei principi e del popolo. Non solo gli eretici stessi devono essere puniti, ma anche tutti coloro che hanno rapporti con loro o che sono sospettati per indebita familiarità con loro.”
- “Nella situazione attuale, i prelati a cui erano indirizzati questi ordini non possono che averli considerati con un misto di derisione e disperazione; e possiamo facilmente immaginare le risposte con cui dichiararono il loro zelo e lamentarono la loro impotenza. Innocenzo probabilmente ne era a conoscenza in anticipo e non attese la risposta. Entro il 21 aprile aveva due commissari pronti a rappresentare la Santa Sede sul posto – Ranieri e Gui – che inviò armati di lettere a tutti i prelati, principi, nobili e popolo della Francia meridionale, autorizzandoli a far rispettare qualsiasi regolamento ritenessero opportuno impiegare per scongiurare l’imminente pericolo per la Chiesa derivante dall’innumerevole aumento di Catari e Valdesi, che corrompevano il popolo con finte opere di giustizia e carità. Questi eretici che non torneranno alla vera fede devono essere banditi e i loro beni confiscati; queste disposizioni devono essere fatte rispettare dalle autorità secolari sotto pena di interdetto per rifiuto o negligenza, e con la ricompensa per l’obbedienza delle stesse indulgenze concesse per un pellegrinaggio a Roma o a Compostela; e tutti coloro che si associano o hanno rapporti con gli eretici o mostrano loro favore o protezione devono condividere la loro pena.” (Idem, pag.186). [364]
- In quel periodo Innocenzo III era stato un po’ preceduto dalle feroci persecuzioni in Spagna. Nel 1194, Alonso II d’Aragona diede inizio alla persecuzione con un editto che è degno di nota in quanto prima legislazione secolare, ad eccezione delle assise di Clarendon, nel mondo moderno contro l’eresia. Ai Valdesi e a tutti gli altri eretici anatemizzati dalla Chiesa viene ordinato, in quanto nemici pubblici, di lasciare i loro domini entro il giorno dopo Ognissanti. Chiunque li riceva nelle sue mani, ascolti le loro prediche o dia loro cibo incorrerà nelle pene di tradimento, con la confisca di tutti i suoi beni e possedimenti. Il decreto deve essere pubblicato da tutti i pastori la domenica e tutti i funzionari pubblici hanno l’ordine di farlo rispettare. Qualsiasi eretico che rimanga dopo tre giorni di preavviso della legge può essere spogliato da chiunque, e qualsiasi danno inflittogli, a parte la morte o la mutilazione, lungi dall’essere un reato, sarà considerato meritevole del favore reale.
- “La feroce atrocità di queste disposizioni, che rendevano l’eretico un fuorilegge, lo condannavano in anticipo e lo esponevano senza processo alla cupidigia o alla malizia di chiunque, fu superata tre anni dopo dal figlio di Alonso, Pietro II. In un concilio nazionale di Girona, nel 1197, rinnovò la legislazione del padre, aggiungendo la pena del rogo per l’eretico. Se un nobile non riusciva a scacciare questi nemici della Chiesa, ai funzionari e al popolo della diocesi veniva ordinato di recarsi al suo castello e di sequestrarli senza responsabilità per eventuali danni commessi, e chiunque non si unisse all’incursione era soggetto alla pesante multa di venti pezzi d’oro da versare al fisco reale. Inoltre, a tutti i funzionari fu ordinato, entro otto giorni dalla convocazione, di presentarsi davanti al loro vescovo o a un suo rappresentante e di prestare giuramento di far rispettare la legge”. (Idem, pag.81).
- E quali erano i crimini, quale la malvagità di coloro che dovevano essere così perseguitati a morte? Secondo la testimonianza degli stessi cattolici, la testimonianza dei loro persecutori, sì, le testimonianze degli stessi inquisitori che li tormentarono a morte, quali erano i crimini, quale la malvagità di coloro che avevano incorso in questa ondata dell’ira di Roma? Abbiamo visto che tutti i nomi dei cristiani furono riassunti dal papato nell’espressione “eresia e Valdesi”, e che l'”eresia” fu abbracciata sotto il nome generale di “Albigesi”.
- Degli Albigesi, o Catari, San Bernardo, che fu il principale predicatore di una delle principali crociate contro di loro, dice: “Se li interrogate, nulla può essere più cristiano. Quanto alla loro conversazione, nulla può essere meno riprovevole; e ciò che dicono lo dimostrano con i fatti. Quanto alla morale dell’eretico, egli non imbroglia nessuno, non opprime nessuno, non percuote nessuno: le sue guance sono pallide per il digiuno, non mangia il pane dell’ozio, le sue mani lavorano per il suo sostentamento (Idem, pag.101). Quanto a riti e cerimonie, i Catari “abbandonarono tutti i meccanismi della Chiesa. La Chiesa romana era davvero la sinagoga di Satana, in cui la salvezza era impossibile. Di conseguenza, i sacramenti, i sacrifici dell’altare, i suffragi e l’interposizione della Vergine e dei santi, il purgatorio, le reliquie, le immagini, le croci, l’acqua santa, le indulgenze e gli altri espedienti con cui il sacerdote procurava la salvezza ai fedeli, venivano respinti, così come le decime e le oblazioni che rendevano così redditizio il procurare la salvezza. Tuttavia, la Chiesa catara, in quanto Chiesa di Cristo, ereditò il potere di legare e di sciogliere, conferito da Cristo ai suoi discepoli; il Consolamentum, o battesimo dello Spirito, cancellava ogni peccato, ma nessuna preghiera era utile per il peccatore che persisteva nel male.” (Idem, pag.98). [365]
- Dell’altra classe, i colpevoli di essere “Valdesi”, “un inquisitore che li conosceva bene li descrive così: “Gli eretici sono riconoscibili dai loro costumi e dal loro linguaggio, perché sono modesti e ben regolati. Non si vantano dei loro abiti, che non sono né costosi né vili. Non si dedicano al commercio, per evitare menzogne, giuramenti e frodi, ma vivono del loro lavoro come meccanici; i loro insegnanti sono calzolai. Non accumulano ricchezze, ma si accontentano del necessario. Sono casti e moderati nel mangiare e nel bere. Non frequentano taverne, né danze o altre vanità. Si frenano dall’ira. Sono sempre al lavoro; insegnano e imparano e di conseguenza pregano poco. Si riconoscono per la loro modestia e precisione nel parlare, evitando scurrilità, detrazione, parole leggere, menzogne e giuramenti.”
- “Ma la loro colpa più grande era il loro amore e la loro riverenza per la Scrittura e il loro ardente zelo nel fare convertiti. L’inquisitore di Passau ci informa che avevano traduzioni dell’intera Bibbia in lingua volgare, che la Chiesa cercò invano di sopprimere, e che studiavano con incredibile assiduità. Conosceva un contadino che sapeva recitare il libro di Giobbe parola per parola; molti di loro conoscevano l’intero Nuovo Testamento a memoria e, per quanto semplici, erano pericolosi disputatori. Quanto allo spirito missionario, racconta di uno che, in una notte d’inverno, nuotò nel fiume Ips per avere la possibilità di convertire un cattolico; e tutti, uomini e donne, vecchi e giovani, erano instancabili nell’apprendere e nell’insegnare. Dopo una dura giornata di lavoro dedicavano la notte all’istruzione; cercavano i lazzaretti per portare la salvezza al lebbroso; un discepolo di dieci giorni ne cercava un altro che potesse istruire, e quando il cervello ottuso e inesperto avrebbe volentieri abbandonato il compito nella disperazione, essi pronunciavano parole di incoraggiamento: ‘Impara una sola parola al giorno, in un anno ne conoscerai trecento, e così alla fine andrai avanti’.”
- “Questa è la testimonianza generale; e i racconti che venivano narrati sugli abomini sessuali consueti tra loro possono essere tranquillamente considerati come espedienti per eccitare l’odio popolare, forse fondati su stravaganze ascetiche, come erano comuni tra i primi cristiani, poiché i Valdesi sostenevano che il rapporto coniugale fosse lecito solo per la procreazione. Un inquisitore ammette la sua incredulità riguardo a queste storie, per le quali non aveva mai trovato una base degna di fede”. (Idem, pag.85-87). Che racconti orribili fossero inventati “per eccitare l’odio popolare” si può facilmente comprendere dal fatto che i Brabanti, gli Aragonesi, i Navarri, i Baschi, i Cotterel, i Triabechi, menzionati nel decreto di Alessandro III contro gli eretici, erano semplicemente filibustieri, composti da “fuggitivi dalla servitù della gleba, fuorilegge, criminali evasi, ecclesiastici senza valore, monaci emarginati”, che “depredavano la comunità in bande di varie dimensioni… Le cronache dell’epoca sono piene di lamenti per le loro incessanti devastazioni”. (Idem, pag.125). Ma in quel decreto, i Catari, i Patarini e gli Albigesi sono classificati con loro nello stesso decreto di scomunica e condanna. Eppure, anche in quello stesso decreto, i filibustieri sono più favoriti dei Cristiani; poiché mentre per i Cristiani non viene annunciato alcun tipo di favore, per i filibustieri c’è l’assoluzione “dopo che avranno preso le armi contro questi abominevoli Albigesi”. [366]
- “Sicuramente, se mai ci fu un popolo timorato di Dio, furono proprio questi sfortunati, sotto il bando della Chiesa e dello Stato, le cui parole d’ordine segrete erano: ‘Ce dit sainct Pol, Ne mentir’ [San Paolo dice: Non mentire], ‘Ce dit, sainct Jacques Ne jurer’ [San Giacomo dice: Non giurare], ‘Ce dit sainct Pierre, Ne rendre mal pour mal, mais biens contraires’ [San Pietro dice: Non rendere male per male, ma al contrario, bene]. La ‘Nobla Leyczon’ non dice quasi più degli inquisitori, quando dichiara amaramente che il segno di un valdese, ritenuto degno di morte, era che seguisse Cristo e cercasse di obbedire ai comandamenti di Dio”. In effetti, il papato odiava la rettitudine e amava l’iniquità a tal punto che il male era il merito che lo liberava dalla condanna. “Intorno al 1220, un chierico di Spira, la cui austerità lo portò in seguito ad unirsi ai francescani, fu salvato solo dall’interposizione di Corrado, in seguito vescovo di Hildesheim, dall’essere bruciato come eretico, perché la sua predicazione aveva indotto alcune donne a mettere da parte le loro vanità di vestiario e a comportarsi con umiltà.” (Idem, pag.87). E, quando un certo cattolico, Jean Teisseire, fu citato per errore davanti al tribunale dell’Inquisizione, tra le prove che offrì per dimostrare di non essere un eretico, ci furono: “Mangio carne, mento, giuro e sono un fedele cristiano.” (Idem, pag.98, nota). Così, tutto il potere del papato fu dedicato a costringere l’umanità a peccare.
- L’opera vera e propria di annientamento di tutto il bene che c’era nel mondo, Innocenzo III fu costretto a iniziarla in Italia, quasi entro i confini stessi del territorio papale. “Tutta la metà settentrionale della penisola, dalle Alpi al patrimonio di San Pietro, ne fu attraversata a nido d’ape, e persino a sud, fino alla Calabria, si poteva riscontrare. Quando Innocenzo III, nel 1198, salì al soglio pontificio, avviò immediatamente un’attiva azione per il suo sterminio, e l’ostinazione degli eretici può essere valutata dalla lotta a Viterbo, una città soggetta alla giurisdizione temporale e spirituale del papato. Nel marzo del 1199, Innocenzo, stimolato dall’aumento dell’eresia e dall’audacia della sua pubblica manifestazione, scrisse ai viterbesi, rinnovando e inasprendo le pene contro chiunque accogliesse o favorisse gli eretici. Eppure, nonostante ciò, nel 1205, gli eretici vinsero le elezioni municipali, eleggendo come ciambellano un eretico scomunicato. L’indignazione di Innocenzo era sconfinata. Se gli elementi, disse ai cittadini, avessero cospirato per distruggerli, senza risparmiare età o sesso, lasciando il loro ricordo a un’eterna vergogna, la punizione sarebbe stata inadeguata.”
- “Ordinò che si rifiutasse l’obbedienza al nuovo comune eletto, che stava per essere deposto; che il vescovo, che era stato espulso, fosse riammesso, che le leggi contro l’eresia fossero applicate, e che se tutto ciò non fosse stato fatto entro quindici giorni, alla popolazione delle città e dei castelli circostanti fosse ordinato di prendere le armi e di muovere guerra attiva alla città ribelle. Anche questo fu insufficiente. Due anni dopo, nel febbraio del 1207, ci furono nuovi disordini, e solo nel giugno di quell’anno, quando Innocenzo stesso giunse a Viterbo e tutti i Patarini fuggirono al suo arrivo, egli poté purificare la città abbattendo tutte le case degli eretici e confiscando tutti i loro beni. A questo fece seguito, a settembre, un decreto rivolto a tutti i fedeli del patrimonio di San Pietro, ordinando che misure di crescente severità fossero iscritte nelle leggi locali di ogni comunità, e che tutti i podestà e gli altri funzionari giurassero di applicarle sotto pena di gravi sanzioni. Procedimenti più o meno rigorosi, ordinati a Milano, Ferrara, Verona, Rimini, Firenze, Prato, Faenza, Piacenza e Treviso, mostrano l’entità del male, la difficoltà di contenerlo e l’incoraggiamento dato all’eresia dagli scandali del clero.” [367]
- “Fu nella Francia meridionale, tuttavia, che la lotta fu più mortale e la battaglia fu combattuta fino alla sua amara conclusione.” (Idem, pag.116,117). “La Chiesa ammise di essersi attirata addosso i pericoli che la minacciavano: che il preoccupante progresso dell’eresia era causato e alimentato dalla negligenza e dalla corruzione del clero. Nel suo discorso di apertura al grande Concilio Lateranense, Innocenzo III non ebbe scrupoli nel dichiarare ai padri riuniti: “La corruzione del popolo ha la sua principale fonte nel clero. Da ciò derivano i mali della cristianità: la fede perisce, la religione è deturpata, la libertà è limitata, la giustizia è calpestata, gli eretici si moltiplicano, gli scismatici si inorgogliscono, gli infedeli si rafforzano, i Saraceni sono vittoriosi”; e dopo il vano tentativo del concilio di colpire alla radice il male, Onorio III, ammettendone il fallimento, ripeté l’affermazione. In effetti, questo era un assioma che nessuno era così audace da negare, eppure, quando, nel 1204, i legati inviati da Innocenzo per opporsi agli Albigesi si rivolsero a lui per chiedere aiuto contro i prelati che non erano riusciti a costringere, e la cui infamia della vita dava scandalo ai fedeli e un argomento irresistibile all’eretico, Innocenzo ordinò loro bruscamente di concentrarsi sull’obiettivo della loro missione e di non lasciarsi distrarre da questioni meno importanti. La risposta indica chiaramente la politica della Chiesa. Purificare a fondo la stalla di Augia era un compito da cui persino lo spirito impavido di Innocenzo avrebbe potuto facilmente rifuggire. Sembrava un piano più facile e promettente reprimere la rivolta con il fuoco e la spada.”
- All’inizio del regno di Innocenzo III, Raimondo VI era conte di Tolosa. “Sebbene non fosse un eretico, la sua indifferenza sulle questioni religiose lo portò a tollerare l’eresia dei suoi sudditi. La maggior parte dei suoi baroni erano eretici o favorevolmente inclini alla fede che, negando le pretese della Chiesa, ne giustificava la spoliazione o, almeno, li liberava dal suo dominio”. Quando il Concilio di Montpellier, nel 1195, aveva anatemizzato “tutti i principi che trascuravano di far rispettare i canoni lateranensi contro gli eretici e i mercenari”, Raimondo non aveva prestato attenzione al decreto. “Ci sarebbe voluto, infatti, il più ardente fanatismo per indurre un principe in tali circostanze a provocare i suoi vassalli, a devastare i suoi territori, a massacrare i suoi sudditi e a provocare l’assalto di rivali attenti, allo scopo di imporre l’uniformità religiosa e la sottomissione a una Chiesa nota solo per la sua rapacità e corruzione. La tolleranza era durata per quasi una generazione; il paese era benedetto dalla pace, dopo una guerra quasi interminabile, e tutti i dettami della prudenza mondana gli consigliavano di seguire le orme del padre… Godendo dell’amore dei suoi sudditi, nulla poteva apparirgli più inutile di una persecuzione come quella che Roma considerava il più indispensabile dei suoi doveri.” [368]
- Ma quel Cristianesimo puro che, per il papato, rappresentava il male più grande possibile, “era in costante aumento; e se non fosse stato frenato, sembrava solo questione di tempo prima che la Chiesa scomparisse in tutte le province mediterranee della Francia. Eppure bisogna dire a onore degli eretici che non vi fu alcuna manifestazione di uno spirito persecutorio da parte loro. La rapacità dei baroni, è vero, stava rapidamente privando gli ecclesiastici delle loro entrate e dei loro beni. Poiché trascuravano i loro doveri, e poiché la legge del più forte prevaleva, l’invasore dei beni ecclesiastici aveva pochi scrupoli a spogliare monaci pigri e preti mondani, il cui numero diminuiva costantemente; ma i Catari, per quanto potessero considerarsi la Chiesa del futuro, sembrano non aver mai pensato di estendere la loro fede con la forza. Ragionavano, discutevano e disputavano quando trovavano un cattolico abbastanza zelante da contendere con loro, e predicavano al popolo, che non aveva altra fonte di istruzione; ma, contenti di conversioni pacifiche e di un’intensa opera missionaria, vivevano in perfetta amicizia con i loro vicini ortodossi.
- “Per la Chiesa questo stato di cose era insopportabile. Ha sempre considerato la tolleranza degli altri come una persecuzione per se stessa. Per la legge stessa della sua esistenza non può tollerare alcuna rivalità nel suo dominio sull’anima umana; e, nel caso presente, poiché la tolleranza stava lentamente ma inesorabilmente conducendo alla sua distruzione, era tenuta dal suo senso del dovere non meno che di auto-conservazione, a porre fine a una situazione così detestabile. Tuttavia, prima di poter ricorrere efficacemente alla forza, fu costretta a compiere tutti gli sforzi possibili per persuadere, non gli eretici, in effetti, ma i loro protettori.” (Idem, pag.135,136).
- Abbiamo visto che già il 21 aprile 1198, meno di un mese dopo il suo insediamento, Innocenzo III aveva inviato due commissari nella Francia meridionale. Ma trovarono sia i magistrati che il clero indifferenti ai loro appelli per la repressione dell’eresia. L’indifferenza, e anzi l’opposizione, da parte del clero, era causata dal fatto che, per potersi impegnare con successo nella distruzione degli eretici, dovevano prima inaugurare una riforma di se stessi; poiché uno dei maggiori aiuti per i cristiani nel guadagnare convertiti era la vita notoriamente malvagia del clero. E i magistrati non potevano essere facilmente indotti a perseguitare a morte i più onesti e innocui del popolo, mentre il clero, persino gli arcivescovi, conducevano vite notoriamente violente e licenziose. Quando a Pons de Rodelle, “un cavaliere rinomato per la sua saggezza e un buon cattolico”, fu chiesto “perché non scacciasse dalle sue terre coloro che erano così palesemente in errore”, rispose: “Come possiamo farlo? Siamo stati educati con questa gente. Abbiamo parenti tra loro e li vediamo vivere rettamente”. “Lo zelo dogmatico cadde impotente di fronte a tanta benevolenza; e possiamo facilmente credere al monaco di Vaux-Cernay, quando ci dice che i baroni del territorio erano quasi tutti protettori e custodi di eretici, amandoli fervidamente e difendendoli contro Dio e contro la Chiesa”. (Idem, pag.141. Da qui alla fine del capitolo, tutte le citazioni non direttamente attribuite sono tratte da “History of the Inquisition”, vol.1, pag.138-230). [369]
- “Si era perso abbastanza tempo in mezze misure, mentre il male aumentava di giorno in giorno di intensità, e Innocenzo procedette a impiegare tutte le forze della Chiesa. Ai monaci di Fontfroide egli aggiunse come legato capo l'”Abate degli abati”, Arnaud di Cîteaux, capo del grande Ordine Cistercense, un uomo severo, risoluto e implacabile, pieno di zelo per la causa e dotato di rara perseveranza. Fin dai tempi di San Bernardo, gli abati di Cîteaux sembravano sentire una responsabilità personale per la soppressione dell’eresia in Linguadoca, e Arnaud era più adatto di chiunque altro dei suoi predecessori al compito che lo attendeva. Alla legazione così costituita, alla fine di maggio del 1204, Innocenzo emanò una nuova commissione di poteri straordinari. I prelati delle province contagiate furono aspramente rimproverati per la negligenza e la timidezza che avevano permesso all’eresia di assumere proporzioni allarmanti. Fu loro ordinato di obbedire umilmente a qualsiasi comando i legati ritenessero opportuno, e la vendetta della Santa Sede era minacciata per negligenza o contumacia. Ovunque esistesse un’eresia, i legati erano armati dell’autorità di ‘distruggere, abbattere o sradicare qualsiasi cosa dovesse essere distrutta, abbattuta o sradicata, e di piantare e costruire qualsiasi cosa dovesse essere costruita o piantata’.”
- “Con un colpo solo l’indipendenza delle chiese locali fu distrutta e fu creata una dittatura assoluta. Riconoscendo, inoltre, quanto poco valore avessero le censure ecclesiastiche, Innocenzo procedette a fare appello alla forza, che era evidentemente l’unica cura possibile per il problema. Non solo i legati ricevettero l’ordine di consegnare tutti gli eretici impenitenti al braccio secolare per la proscrizione perpetua e la confisca dei beni, ma furono autorizzati a offrire la remissione completa dei peccati, come per una crociata in Terra Santa, a Filippo Augusto e a suo figlio Luigi Cuor di Leone, e a tutti i nobili che avessero contribuito alla soppressione dell’eresia.”
- “Le classi pericolose furono anche stimolate dalla prospettiva del perdono e del saccheggio, attraverso una clausola speciale che autorizzava i legati ad assolvere chiunque fosse stato scomunicato per crimini di violenza e si fosse unito alla persecuzione degli eretici: un’offerta che, come dimostra la successiva corrispondenza, non fu infruttuosa. Anche a Filippo Augusto, Innocenzo scrisse nello stesso periodo, esortandolo con fervore a sguainare la spada e uccidere i lupi che fino a quel momento non avevano trovato nessuno che potesse resistere alle loro devastazioni nell’ovile del Signore. Se lui non fosse stato in grado di procedere di persona, che mandasse suo figlio, o qualche condottiero esperto, che esercitasse il potere conferitogli a tale scopo dal Cielo. Non solo gli fu promessa la remissione dei peccati, come per un viaggio in Palestina, ma gli fu anche concesso il potere di impadronirsi e aggiungere ai suoi domini i territori di tutti i nobili che non si fossero uniti alla persecuzione ed avessero espulso l’odiato eretico.”
- Tutti questi sforzi, tuttavia, furono vani. Né il re, né i nobili, né gli avventurieri risposero alla chiamata di Innocenzo. Uno dei legati del papa era così scoraggiato che implorò il papa di permettergli di tornare alla sua abbazia. “Un secondo appello urgente a Filippo, nel febbraio del 1205, fu altrettanto infruttuoso; e una concessione, nel giugno successivo, a Pietro d’Aragona, di tutte le terre che poteva acquisire dagli eretici, e un anno dopo di tutti i loro beni, fu parimenti senza risultato, se non che Pietro si impadronì del castello di Escure, appartenente al papato, che era stato occupato dai Catari. Se qualcosa sembrò essere stato guadagnato quando a Tolosa, nel 1205, alcuni eretici morti furono processati e le loro ossa riesumate, andò rapidamente perso, poiché il comune adottò prontamente una legge che proibiva i processi ai defunti che non erano stati accusati in vita, a meno che non fossero stati dichiarati eretici in punto di morte.” [370]
- Nell’estate del 1206, i tre legati del papa tennero una conferenza e decisero di abbandonare, in quanto disperato, il compito che il papa aveva loro affidato. Ma, proprio in quel periodo, un vescovo spagnolo di passaggio in Linguadoca si fermò a far loro visita e, saputo che avevano deciso di abbandonare l’opera e lasciare il paese, suggerì loro di licenziare “i loro splendidi seguiti e la pompa mondana, e di andare tra la gente, scalzi e poveri come gli apostoli, a predicare la Parola di Dio. L’idea era così nuova che i legati esitarono, ma alla fine acconsentirono, se qualcuno autorevole avesse dato loro l’esempio”. Il vescovo si offrì di dare loro l’esempio desiderato. Accettarono. Il vescovo licenziò tutti i suoi collaboratori tranne uno. Quel collaboratore era Domingo, o Domenico, di Guzman, che divenne il fondatore dell’Inquisizione: il fondatore dell’Ordine dei Domenicani e, infine, San Domenico. [*Da AI: Nel 1206, il vescovo Diego de Azevedo, noto anche come Didaco di Azevedo, era vescovo di Osma, nella Vecchia Castiglia. È noto per il suo legame con San Domenico, avendolo accompagnato nel sud della Francia (Linguadoca) nel 1203, dove la Chiesa romana era in conflitto con gli Albigesi. Nel 1206, dopo che papa Innocenzo III respinse la sua richiesta di dimissioni, il vescovo Azevedo continuò la sua opera nella regione. È anche menzionato come presente a una riunione di legati a metà estate del 1206].
- Il vescovo, i legati, Domenico e tutti gli altri che riuscirono a reclutare, iniziarono la loro opera girando tra la gente e cercando di imitare i cristiani nel ministero del Vangelo. I loro sforzi non fecero altro che aiutare la causa cristiana: in primo luogo, si trattava di una confessione che le rivendicazioni dei cristiani, riguardo alla separazione della Chiesa dal Cristianesimo, erano corrette, e che anche i loro metodi erano corretti; e, in secondo luogo, poiché avevano adottato la professione di predicatori della Parola, ciò suscitava discussioni ovunque andassero, che da discussioni private o marginali, si trasformarono presto in discussioni pubbliche tra i predicatori cristiani e questi nuovi predicatori cattolici. In queste discussioni, a cui partecipavano folle di persone, si notava facilmente la differenza tra il vero predicatore cristiano e il mero formalista, colui che imitava per ottenere l’effetto desiderato. “Per tre mesi lavorarono così diligentemente, come veri evangelisti, trovando migliaia di eretici e pochi ortodossi; ma il raccolto fu scarso e le conversioni raramente ricompensarono le loro fatiche: in effetti, l’unico risultato pratico fu quello di eccitare gli eretici a un rinnovato zelo missionario. È una buona dimostrazione del temperamento tollerante dei Catari il fatto che uomini che avevano invocato i più potenti sovrani della cristianità per sterminarli con il fuoco e la spada, non abbiano corso alcun pericolo reale in un compito apparentemente così rischioso.”
- Era chiaro che non si poteva contare sul successo di questo piano. I legati decisero quindi di ricorrere nuovamente alla spada. I nobili del territorio erano così divisi tra loro, e persino in guerra, che non c’era speranza di arruolare anche solo la spada con successo, a meno che non fossero uniti. Uno dei legati, quindi, abbandonò la predicazione e visitò i nobili per collaborare con loro alla pacificazione. Ciò riuscì con diligente impegno e con l’uso della scomunica; e il conte Raimondo di Tolosa fu uno che incorse nella scomunica. In effetti, non ci voleva molto da parte del conte Raimondo per incorrere in questa pena, poiché “a quel punto, infatti, Raimondo si era guadagnato l’odio particolare dei papalisti, per la sua ostinata negligenza nel perseguitare i suoi sudditi eretici, nonostante la sua prontezza a prestare i giuramenti che gli venivano richiesti”.
- Innocenzo III “confermò prontamente la sentenza del suo legato, il 29 maggio 1207, in un’epistola a Raimondo, che era un’espressione senza riserve delle passioni accumulate in lunghi anni di zelanti sforzi, frustrati nei loro risultati. Nella più aspra critica alla retorica ecclesiastica, Raimondo fu minacciato della vendetta di Dio in questa vita e nell’aldilà. La scomunica e l’interdetto dovevano essere rigorosamente osservati fino a quando non fosse stata resa la dovuta soddisfazione e obbedienza; e fu avvertito che questi dovevano essere immediati, altrimenti sarebbe stato privato di alcuni territori che deteneva della Chiesa: e se ciò non fosse bastato, i principi della cristianità sarebbero stati convocati per impadronirsi e spartirsi i suoi domini, affinché la terra potesse essere liberata per sempre dall’eresia. Eppure, nell’elenco dei misfatti che si riteneva giustificassero questa rigorosa sentenza, non c’era nulla che non fosse stato per due generazioni così universale in Linguadoca, tanto da poter essere considerata quasi parte del diritto pubblico del territorio.” [371]
- “Innocenzo attese un po’ per provare l’effetto di questa minaccia e i risultati dello sforzo missionario così promettentemente avviato dal vescovo Azevedo. Entrambi furono nulli. Raimondo, in effetti, fece pace con i nobili provenzali e fu liberato dalla scomunica, ma non mostrò alcun segno di risveglio dalla sua esasperante indifferenza sulla questione religiosa, mentre gli abati cistercensi, scoraggiati dall’ostinazione degli eretici, si ritirarono uno a uno e si ritirarono nei loro monasteri… Tutto ciò era stato tentato ed era fallito, tranne l’appello alla spada, e a questo Innocenzo tornò di nuovo con tutta l’energia della disperazione. Un tono più mite nei confronti di Filippo Augusto riguardo alle sue complicazioni matrimoniali tra Ingeburga di Danimarca e Agnese di Merano, avrebbe potuto predisporlo a vendicare energicamente i torti della Chiesa; ma, pur accondiscendendo a ciò, Innocenzo ora si rivolse non solo al re, ma a tutti i fedeli di Francia, e i magnati più in vista furono onorati con speciali missive.”
- “Il 16 novembre 1207 le lettere furono inviate, rappresentando pateticamente l’incessante e allarmante crescita dell’eresia e il fallimento di tutti i tentativi di riportare gli eretici alla ragione, di spaventarli con minacce o di adescarli con lusinghe. Non rimase altro che un appello alle armi, e a tutti coloro che si sarebbero imbarcati in questa buona opera, furono offerte le stesse indulgenze di una crociata in Palestina. Le terre di tutti coloro che vi si impegnarono furono poste sotto la speciale protezione della Santa Chiesa, e quelle degli eretici furono abbandonate al saccheggio. Tutti i creditori dei crociati furono obbligati a rinviare le loro richieste senza interessi, e gli impiegati che vi prendevano parte furono autorizzati a impegnare anticipatamente le loro entrate per due anni.”
- Eppure, anche queste persuasioni furono vane. Proprio in quel periodo, uno dei legati del papa “rimase coinvolto in una violenta disputa religiosa con uno dei gentiluomini della corte” di Raimondo e, nella lite, fu ucciso. Il conte Raimondo “fu profondamente preoccupato per un evento così deplorevole e si sarebbe vendicato sommariamente dell’assassino se non fosse fuggito e si fosse nascosto presso amici a Beaucaire”. I resoconti di questo omicidio, inviati al papa dagli agenti del papa, furono ampiamente falsificati, a danno del conte Raimondo. “Il crimine diede alla Chiesa un enorme vantaggio, che Innocenzo si affrettò a sfruttare al meglio. Il 10 marzo inviò lettere a tutti i prelati delle province infette, ordinando che, in tutte le chiese, ogni domenica e giorno festivo, gli assassini e i loro complici, incluso Raimondo, fossero scomunicati con campana, libro e candela, e che ogni luogo maledetto dalla loro presenza fosse dichiarato interdetto.Poiché non si poteva mantenere la fede in Dio, tutti i vassalli di Raimondo furono sciolti dai loro giuramenti di fedeltà e le sue terre furono dichiarate preda di qualsiasi cattolico le avesse aggredite, mentre, se avesse chiesto perdono, il suo primo segno di pentimento sarebbe stato lo sterminio dell’eresia in tutti i suoi domini.
- “Queste lettere furono inviate anche a Filippo Augusto e ai suoi principali baroni, con eloquenti scongiuri di assumere la croce e salvare la Chiesa in pericolo dagli assalti degli eretici insolenti. Furono inviati dei commissari per negoziare e far rispettare una tregua di due anni tra Francia e Inghilterra, affinché nulla potesse interferire con la progettata crociata”. Il capo dell’Ordine dei monaci cistercensi convocò i capi del suo Ordine, e questi decisero all’unanimità di dedicare tutte le energie dell’Ordine “a predicare la crociata, e presto moltitudini di monaci focosi infiammarono le passioni del popolo e offrirono redenzione in ogni chiesa e in ogni mercato d’Europa”. [372]
- Con questo appello generale allo spirito mercenario e l’eccitazione delle passioni selvagge di tutti i regni, Innocenzo III riuscì infine a lanciare una crociata contro gli Albigesi, che, per carattere, era pari sotto ogni aspetto a quella della prima crociata contro i Turchi. Il principale incentivo era che questa crociata durava solo quaranta giorni, e la distanza non era molto grande da percorrere da qualsiasi paese dell’Europa occidentale. “Il paradiso, certamente, non poteva essere ottenuto a condizioni più facili, e i predicatori non mancarono di sottolineare che la fatica era piccola e la ricompensa illimitata. La fiamma che era stata accesa così a lungo alla fine divampò.”
- “Molti grandi nobili assunsero la croce: il duca di Borgogna e i conti di Nevers, Saint-Pol, Auxerre, Montfort, Ginevra, Poitiers, Forez e altri, con numerosi vescovi. Col tempo giunsero grandi contingenti dalla Germania, al comando dei duchi d’Austria e di Sassonia, i conti di Bar, di Juliers e di Berg. Si reclutarono reclute dalla lontana Brema da un lato, e dalla Lombardia dall’altro; e sentiamo persino di baroni slavi che lasciarono la patria originaria del catarismo per combatterlo nella sua sede di più recente sviluppo. C’era salvezza per i pii, fama cavalleresca per i guerrieri e bottino per i mondani; e l’esercito della croce, reclutato tra la cavalleria e la feccia d’Europa, prometteva di essere abbastanza forte da risolvere in modo decisivo la questione che da tre generazioni sfidava tutti gli sforzi dei fedeli.”
- Il conte Raimondo, vedendo che la distruzione totale stava per giungere, cercò di fare la pace con Roma. Innocenzo chiese che, a garanzia della sua buona fede, mettesse nelle mani della Chiesa le sue sette roccaforti più importanti, dopodiché sarebbe stato ascoltato e, se avesse potuto provare la sua innocenza, sarebbe stato assolto. Raimondo ratificò volentieri le condizioni e accolse con entusiasmo Milone e Teodisio, i nuovi rappresentanti della Chiesa, che lo trattarono con tale apparente cordialità che, quando Milone morì ad Arles, lo pianse profondamente, credendo di aver perso un protettore che lo avrebbe salvato dalle sue sventure. Non sapeva che i legati avevano ricevuto istruzioni segrete da Innocenzo di intrattenerlo con leali promesse, di staccarlo dagli eretici e, una volta che questi fossero stati eliminati dai crociati, di trattarlo come meglio credevano. Fu preso in giro di conseguenza, con abilità, crudeltà e spietatezza. I sette castelli furono debitamente consegnati a Maestro Teodisio, compromettendo così fatalmente la sua capacità di resistere. I consoli di Avignone, Nîmes e Saint-Gilles giurarono di rinunciare alla loro fedeltà se non avesse obbedito implicitamente ai futuri ordini del papa, e lui fu riconciliato con la Chiesa con la più umiliante delle cerimonie.
- “Il nuovo legato, Milone, con una ventina di arcivescovi e vescovi, si recò a Saint-Gilles, teatro del suo presunto crimine, e lì, il 18 giugno 1209, si schierarono davanti al portale della chiesa di Saint-Gilles. Nudo fino alla cintola, Raimondo fu condotto davanti a loro come penitente e giurò sulle reliquie di Saint-Gilles di obbedire alla Chiesa in tutte le questioni di cui era accusato. Quindi il legato gli mise una stola al collo, a mo’ di cavezza, e lo condusse in chiesa, mentre veniva flagellato con impegno sulla schiena e sulle spalle nude, fino all’altare, dove fu assolto. La folla di curiosi radunata per assistere alla degradazione del loro signore era così numerosa che il ritorno attraverso l’ingresso era impossibile, e Raimondo fu condotto nella cripta dove giaceva sepolto il martirizzato Pietro di Castelnau, al cui spirito fu concessa la soddisfazione di vedere il suo umiliato nemico condotto oltre la tomba con le spalle grondanti sangue. Dal punto di vista di un ecclesiastico, le condizioni per l’assoluzione impostegli non erano eccessive, sebbene fosse risaputo che fossero impossibili da soddisfare.” [373]
- “Tutto ciò che Raimondo aveva guadagnato da questi sacrifici era il privilegio di unirsi alla crociata e di contribuire alla sottomissione del suo paese. Quattro giorni dopo l’assoluzione, assunse solennemente la croce per mano del legato Milone e prestò giuramento:
“In nome di Dio, io, Raimondo, duca di Narbona, conte di Tolosa e marchese di Provenza, giuro con la mano sui Santi Vangeli di Dio che, quando i principi crociati raggiungeranno i miei territori, obbedirò ai loro ordini in ogni cosa, anche in materia di sicurezza, e a qualsiasi cosa riterranno opportuno imporre per il loro bene e per quello dell’intero esercito”.
- “È vero che a luglio Innocenzo, fedele alla sua preordinata doppiezza, scrisse a Raimondo congratulandosi benignamente con lui per la sua purificazione e sottomissione, e promettendogli che ciò avrebbe ridondato a suo beneficio mondano oltre che spirituale, ma lo stesso corriere portò una lettera a Milone, esortandolo a continuare come aveva iniziato. E Milone, su cui Raimondo basava le sue speranze, poco dopo, sentendo la notizia che il conte era partito per Roma, avvertì il suo signore, con sovrabbondanza di cautela, di non rovinare la partita. ‘Quanto al conte di Tolosa’, scrive il legato, ‘quel nemico della verità e della giustizia, se ha cercato la vostra presenza per recuperare i castelli nelle mie mani, come si vanta di poter fare facilmente, non lasciatevi influenzare dalla sua lingua, abile solo nelle sue calunnie, ma lasciate che, come merita, senta la mano della Chiesa farsi sempre più pesante di giorno in giorno'”.
- Questa mano della Chiesa ‘sempre più pesante di giorno in giorno’ il Conte Raimondo aveva già iniziato a sentirla, perché “già l’assoluzione, che gli era costata così tanto, era stata revocata, e Raimondo fu nuovamente scomunicato; i suoi domini furono sottoposti a un nuovo interdetto, poiché non aveva, entro sessanta giorni durante i quali era con i crociati, portato a termine l’impossibile compito di espellere tutti gli eretici. Inoltre la città di Tolosa era sotto uno speciale anatema, perché non aveva consegnato ai crociati tutti gli eretici tra i suoi cittadini. È vero che successivamente fu misericordiosamente concesso a Raimondo un rinvio fino a Ognissanti (1° novembre) per adempiere a tutti i doveri impostigli, ma era evidentemente pregiudicato e condannato, e niente tranne la sua distruzione avrebbe potuto soddisfare gli implacabili legati.”
- “Nel frattempo i crociati si erano radunati in numero tale che mai prima di allora, secondo l’allegro abate di Citeaux, si era radunato nella cristianità; ed è del tutto possibile che ci sia solo una leggera esagerazione nell’enumerazione di ventimila cavalieri e più di duecentomila fanti, inclusi villani e contadini, oltre a due contingenti sussidiari che avanzarono dall’Occidente. I legati avevano avuto il potere di imporre le somme che ritenevano opportune a tutti gli ecclesiastici del regno e di imporre il pagamento tramite scomunica. Quanto ai laici, anche le loro entrate potevano essere costrette al pagamento senza il consenso dei loro signori. Con tutta la ricchezza del regno così concessa, sostenuta dagli inesauribili tesori della salvezza, non fu difficile provvedere alla schiera eterogenea la cui campagna si aprì sotto l’invocazione commovente del vicario di Dio:
“Avanti, dunque, valorosissimi soldati di Cristo! Andate incontro ai precursori dell’anticristo e abbattete i ministri dell’antico serpente! Forse avete combattuto finora per una gloria transitoria, combattete ora per una gloria eterna! Avete combattuto per il mondo: combattete ora per Dio! Non vi esortiamo a compiere questo grande servizio a Dio per una ricompensa terrena, ma per il regno di Cristo, che vi promettiamo con la massima fiducia!” [374]
- “Sotto questa ispirazione, i crociati si radunarono a Lione intorno al giorno di San Giovanni (24 giugno 1209), e Raimondo si affrettò a lasciare il luogo della sua umiliazione a Saint-Gilles per completare la sua infamia guidandoli contro i suoi connazionali, offrendo loro il figlio come ostaggio in pegno della sua buona fede. Fu accolto da loro a Valence e, sotto i l comando supremo del legato Arnaud, li guidò contro suo nipote di Béziers.” I cattolici delle città e delle province consacrate, vedendo che stavano per essere sopraffatti e che la loro patria sarebbe stata sottomessa da stranieri, e probabilmente i loro nobili nativi sarebbero stati rimossi, si misero sulla difensiva, al pari degli altri. “La posizione assunta da Raimondo e la respinta sottomissione del visconte di Béziers, di fatto, privarono la Chiesa di ogni plausibile scusa per ulteriori azioni; ma gli uomini del Nord erano ansiosi di completare la conquista iniziata sette secoli prima da Clodoveo, e gli uomini del Sud, cattolici ed eretici, erano praticamente unanimi nel resistere all’invasione, nonostante le numerose promesse fatte da nobili e città. All’inizio. Non sappiamo nulla di dissensi religiosi tra di loro, e relativamente poco dell’assistenza prestata agli invasori dagli ortodossi, che si potrebbe presumere accogliessero i crociati come liberatori dal dominio o dalla presenza di una fede odiata e antagonista. La tolleranza era diventata abituale, e l’istinto razziale era troppo forte per il sentimento religioso, presentando quasi l’unico esempio del genere durante il Medioevo, quando la nazionalità non si era ancora sviluppata dal feudalesimo e gli interessi religiosi erano universalmente considerati dominanti. Questo spiega il fatto notevole che la condotta pusillanime di Raimondo fosse sgradita ai suoi stessi sudditi, che lo spingevano costantemente alla resistenza e che si aggrappavano a lui e a suo figlio con una fedeltà che nessuna sventura o egoismo poteva scuotere, finché l’estinzione della casa di Tolosa non li lasciò senza un capo.” [*Alla fine del capitolo una veloce panoramica storica dell’AI sul conte di Béziers].
- “Raimondo Ruggero di Béziers aveva fortificato e presidiato la sua capitale, e poi, con grande scoraggiamento del suo popolo, si era ritirato nella più sicura roccaforte di Carcassonne. Reginaldo, vescovo di Béziers, era con le forze crociate e, quando giunsero davanti alla città, desiderando umanamente salvarla dalla distruzione, ottenne dal legato l’autorità di offrirle piena esenzione se gli eretici, di cui aveva una lista, fossero stati consegnati o espulsi. Nulla poteva essere più moderato, dal punto di vista crociato, ma quando entrò in città e radunò i principali abitanti, l’offerta fu unanimemente respinta. Cattolici e catari erano troppo saldamente uniti nei vincoli della comune cittadinanza perché uno potesse tradire l’altro. Avrebbero preferito, come dichiararono magnanimamente, sebbene abbandonati dal loro signore, difendersi fino a tal punto da essere ridotti a divorare i propri figli.” [375]
- “Questa risposta inaspettata incitò il legato a una tale ira che giurò di distruggere il luogo con il fuoco e la spada, di non risparmiare né l’età né il sesso, e di non lasciare pietra su pietra. Mentre i capi dell’esercito discutevano sul passo successivo, improvvisamente i seguaci dell’accampamento, un popolo vile e disarmato, come riferirono i legati, ispirati da Dio, si lanciarono verso le mura e le conquistarono, senza ordini dei comandanti e a loro insaputa. L’esercito li seguì, e il giuramento del legato fu adempiuto con un massacro quasi senza precedenti nella storia europea. Dall’infanzia in armi fino all’età vacillante, nessuno fu risparmiato: settemila, si dice, furono massacrati nella chiesa di Maria Maddalena, dove si erano rifugiati per cercare asilo, e il numero totale dei caduti è stimato dai legati a quasi ventimila, il che è più probabile dei sessantamila o centomila, riportati da cronisti meno attendibili. Un fervente cistercense contemporaneo ci informa che quando ad Arnaud fu chiesto se i cattolici dovessero essere risparmiati, temette che gli eretici potessero fuggire fingendo ortodossia, e rispose con fierezza: “Uccideteli tutti, perché Dio conosce i suoi!”. Nella folle carneficina e nel saccheggio, la città fu data alle fiamme, e il sole di quel terribile giorno di luglio si chiuse su una massa di rovine fumanti e cadaveri anneriti.”
- “Il terribile destino che aveva colpito Béziers – trasformata in un giorno in un cumulo di rovine tetro e silenzioso come qualsiasi altro nella pianura della Caldea – rivelò alle altre città e villaggi il destino che li attendeva. Gli abitanti, terrorizzati, fuggirono nei boschi e nelle grotte. Persino i forti castelli rimasero senza abitanti, i loro difensori ritenevano vano pensare di opporsi a un esercito così furioso e travolgente. Saccheggiando, bruciando e massacrando a piacimento, i crociati avanzarono verso Carcassonne, dove giunsero il 1° Agosto. La città sorgeva sulla riva destra dell’Aude; le sue fortificazioni erano robuste, la guarnigione numerosa e coraggiosa, e il giovane conte Raimondo Ruggero era alla loro testa. Gli assalitori avanzarono verso le mura, ma incontrarono una strenua resistenza. I difensori riversarono su di loro fiumi di acqua bollente e olio, e li schiacciarono con grosse pietre e proiettili. L’attacco fu ripetutamente rinnovato, ma altrettanto spesso respinto. Nel frattempo, i quaranta giorni di servizio volgevano al termine e gruppi di crociati, dopo aver completato il loro servizio e guadagnato il paradiso, stavano tornando alle loro case. Il legato pontificio, vedendo le truppe disperdersi, ritenne perfettamente giusto promuovere strategie in aiuto delle sue armi. Offrendo a Raimondo Ruggero la speranza di una capitolazione onorevole e giurando di rispettare la sua libertà, Arnoldo convinse il visconte, con trecento dei suoi cavalieri, a presentarsi alla sua tenda. «Quest’ultimo», dice Sismondi, «profondamente pervaso dalla massima di Innocenzo III, secondo cui “mantenere la fede con chi non la possiede è un’offesa alla fede stessa”, fece arrestare il giovane visconte, con tutti i cavalieri che lo avevano seguito».
- “Quando la guarnigione vide che il loro capo era stato imprigionato, decise, insieme agli abitanti, di fuggire durante la notte attraverso un passaggio segreto noto solo a loro: una caverna lunga tre leghe, che si estendeva da Carcassonne alle torri di Cabardes. I crociati rimasero sbalorditi l’indomani, quando non si vide un solo uomo sulle mura; e ancora più mortificato fu il legato papale nello scoprire che la sua preda gli era sfuggita, poiché il suo scopo era quello di incendiare la città, con ogni uomo, donna e bambino che vi si trovava. Ma se questa vendetta più grande era ormai fuori dalla sua portata, non disdegnò una più piccola ancora in suo potere. Raccolse un corpo di circa quattrocentocinquanta persone, in parte fuggitivi da Carcassonne che aveva catturato, e in parte i trecento cavalieri che avevano accompagnato il visconte, e di questi ne bruciò vivi quattrocento, e i restanti cinquanta li impiccò.” – (Wylie. “History of Protestantism”, libro 1, cap.4, ultimi due paragrafi). [376]
- La terra devastata fu posta sotto il governo di Simone di Montfort, che era il comandante in capo della crociata. “Tutte le decime e le primizie dovevano essere rigorosamente pagate alle chiese; chiunque rimanesse sotto scomunica per quaranta giorni sarebbe stato multato pesantemente in base al suo rango; Roma, in cambio dei tesori della salvezza così generosamente spesi, avrebbe ricevuto da una terra devastata una tassa annuale di tre denari per ogni focolare, mentre un tributo annuale dal conte stesso era vagamente promesso”. Quando tutto fu così sistemato, Innocenzo III si espresse come “pieno di gioia per il meraviglioso successo che aveva strappato cinquecento città e castelli dalle grinfie degli eretici”. E allora la maledizione del possesso e del dominio papale si abbatté sulla terra. “Il canto del trovatore fu messo a tacere per sempre, il popolo allegro sprofondò nella malinconia sotto il dominio monastico, la loro stessa lingua fu proscritta e fu istituita una terribile inquisizione per schiacciare più a fondo i semi persistenti dell’eresia. Ogni prete e ogni signore fu nominato inquisitore e chiunque ospitasse un eretico fu reso schiavo. Persino la casa in cui veniva trovato un eretico doveva essere rasa al suolo. A nessun laico era permesso possedere una Bibbia. Fu stabilita una ricompensa: un marco per la testa di un eretico; e tutte le grotte e i nascondigli in cui gli Albigesi avrebbero potuto rifugiarsi dovevano essere accuratamente chiusi dal signore della tenuta.” – (Lawrence. “Historical Studies”, pag.49)
- Il conte Raimondo fu privato di tutti i suoi domini e fu respinto dal papato; e da Onorio III, successore di Innocenzo III, fu propugnata una nuova crociata che, nel 1217, invase i territori che erano caduti in mano a suo figlio, Raimondo VII. “La spietata crudeltà e la brutale licenziosità abituali tra i crociati, che non risparmiavano nessun uomo nella loro ira, né nessuna donna nella loro lussuria, contribuirono non poco ad infiammare la resistenza alla dominazione straniera”; Ma né al giovane Raimondo, né al paese fu concessa la pace fino al 1229. Poi, il Giovedì Santo, 12 aprile, “davanti al portale di Notre-Dame de Paris, Raimondo si avvicinò umilmente al legato e implorò la riconciliazione con la Chiesa; a piedi nudi e in camicia, fu condotto all’altare come penitente, ricevette l’assoluzione alla presenza dei dignitari della Chiesa e dello Stato, e i suoi seguaci furono liberati dalla scomunica… Nella proclamazione reale del trattato, viene rappresentato come se agisse per ordine del legato e implorasse umilmente la Chiesa e il re per ottenere misericordia e non giustizia. Giurò di perseguitare l’eresia con tutte le sue forze, inclusi eretici e credenti, i loro protettori e i loro sostenitori, senza risparmiare i suoi parenti più prossimi, amici e vassalli. A tutti questi sarebbe stata inflitta una punizione immediata; e un’inquisizione per la loro scoperta sarebbe stata istituita nella forma che il legato avrebbe dettato, mentre in suo aiuto Raimondo accettava di offrire la generosa ricompensa di due marchi a testa per ogni eretico manifesto (“perfetto”) catturato durante due anni, e un marchio per sempre in seguito. Quanto agli altri eretici, credenti, ricevitori e difensori, accettava di fare tutto ciò che il legato o il papa gli avessero ordinato. I suoi bailli, o ufficiali locali, inoltre, dovevano essere buoni cattolici, liberi da ogni sospetto. Doveva difendere la Chiesa e tutti i suoi membri e privilegi; far rispettare le sue censure sequestrando i beni di chiunque fosse rimasto per un anno sotto scomunica… Un giuramento doveva inoltre essere impartito al suo popolo, rinnovabile ogni cinque anni, impegnandolo a fare guerra attiva a tutti gli eretici, ai loro credenti, ai ricevitori e ai fautori [patroni], e ad aiutare la Chiesa e il re a sottomettere l’eresia.” [377]
- E, di fronte a tutto ciò, la Chiesa ebbe la sfacciata ipocrisia di professare di aver sempre “tenuto le mani libere dal sangue”. Ma “qualunque scrupolo la Chiesa avesse durante l’XI e il XII secolo, riguardo al suo dovere verso l’eresia, non ne aveva nessuno riguardo a quello del potere secolare, sebbene mantenesse le proprie mani lontane dal sangue”. Un’usanza legittima fin dai tempi antichi proibiva a qualsiasi ecclesiastico di essere coinvolto in sentenze che comportassero morte o mutilazione, e persino di essere presente nella camera di tortura dove i criminali venivano messi alla tortura. Questa sensibilità continuò, e fu persino esagerata al tempo della persecuzione più sanguinosa. Mentre migliaia di persone venivano massacrate in Linguadoca, il Concilio Lateranense, nel 1215, ripristinò gli antichi canoni che proibivano ai chierici di pronunciare sentenze di sangue o di essere presenti a un’esecuzione. Nel 1255, il Concilio di Bordeaux aggiunse a questo il divieto di dettare o scrivere lettere relative a tali sentenze; e quello di Buda, nel 1279, ripetendo questo canone vi aggiunse una clausola che proibiva agli ecclesiastici di praticare qualsiasi intervento chirurgico che richiedesse la bruciatura o l’incisione. La contaminazione del sangue era così gravemente sentita che una chiesa o un cimitero in cui fosse stato versato del sangue non potevano essere utilizzati finché non fosse stato riconciliato, e questo divieto arrivò al punto che ai sacerdoti fu proibito di permettere ai giudici di amministrare la giustizia nelle chiese, perché i casi che comportavano punizioni corporali potevano essere giudicati davanti a loro.
- “Se questo rifiuto di partecipare all’inflizione di sofferenze umane fosse stato autentico, sarebbe stato degno di ogni rispetto; ma era semplicemente un espediente per evitare la responsabilità dei propri atti. Nei processi per eresia, il tribunale ecclesiastico non emetteva sentenze sul sangue. Si limitava a stabilire che l’imputato era un eretico e lo “rilasciava”, o lo abbandonava alle autorità secolari, con l’ipocrita implorazione di essere misericordioso con lui, di risparmiargli la vita e di non versarne il sangue. Quale fosse il vero significato di questa richiesta di clemenza, si evince facilmente dalla teoria della Chiesa riguardo al dovere del potere temporale, quando gli inquisitori imponevano come regola legale che la mera convinzione che la persecuzione per motivi di coscienza fosse peccaminosa fosse di per sé un’eresia, da punire con tutte le pene di quel crimine imperdonabile.”
- “La Chiesa si impegnò quindi a costringere il sovrano alla persecuzione. Non volle ascoltare la clemenza, non volle sentire parlare di opportunismo. Il monarca manteneva la sua corona grazie al suo impegno di estirpare l’eresia, di assicurarsi che le leggi fossero severe e applicate senza pietà. Ogni esitazione veniva punita con la scomunica e, se questa si rivelava inefficace, i suoi domini venivano spalancati al primo audace avventuriero a cui la Chiesa fornisse un esercito per sconfiggerlo. Se questa nuova caratteristica del diritto pubblico europeo potesse affermarsi, fu la questione in discussione durante le crociate albigesi. Le terre di Raimondo furono confiscate semplicemente perché non voleva punire gli eretici, e quelle che suo figlio conservò furono trattate come un nuovo dono della corona. Il trionfo del nuovo principio fu completo e non fu mai più messo in discussione. [378]
- “Essa veniva applicata dal più alto al più basso, e la Chiesa faceva sentire a ogni dignitario che la sua posizione era un ufficio in una teocrazia universale, in cui tutti gli interessi erano subordinati al grande dovere di mantenere la purezza della fede. L’egemonia dell’Europa era affidata al Sacro Romano Impero, e la sua incoronazione era una cerimonia religiosa stranamente solenne, in cui l’imperatore veniva ammesso agli ordini inferiori del sacerdozio e gli veniva chiesto di anatematizzare ogni eresia che si levasse contro la Santa Chiesa Cattolica. Nel porgergli l’anello, il papa gli diceva che era un simbolo che avrebbe dovuto distruggere l’eresia: e nel cingerlo con la spada, che con essa avrebbe dovuto colpire i nemici della Chiesa… Infatti, secondo gli alti ecclesiastici, l’unica ragione del trasferimento dell’impero dai Greci ai Germani era che la Chiesa potesse avere un agente efficiente. I principi applicati a Raimondo di Tolosa erano incarnati nel diritto canonico, e a ogni principe e nobile veniva fatto capire che le sue terre sarebbero state esposte al saccheggio se, dopo la dovuta notifica, avesse esitato a calpestare l’eresia. I funzionari minori erano sottoposti alla stessa disciplina… Dall’imperatore al più umile contadino, il dovere della persecuzione veniva imposto con tutte le sanzioni, spirituali e temporali, che la Chiesa poteva imporre. Non solo il sovrano doveva emanare leggi rigorose per punire gli eretici, ma lui e i suoi sudditi dovevano vederli giustiziati con rigore; poiché qualsiasi fiacchezza nella persecuzione era, nel diritto canonico, interpretata come complicità nell’eresia, che metteva un uomo in purgatorio.”
- “È una moderna perversione della storia presumere, come fanno gli apologeti, che la richiesta di clemenza fosse sincera e che il magistrato secolare, e non l’Inquisizione, fosse responsabile della morte dell’eretico. Possiamo immaginare il sorriso di divertita sorpresa con cui Gregorio IX o Gregorio XI avrebbero ascoltato la dialettica con cui il conte Joseph de Maistre dimostra che è un errore supporre, e ancor più affermare, che i preti cattolici possano in alcun modo essere strumentali nel causare la morte di un altro essere umano.”
- “Non solo tutti i cristiani venivano indotti a sentire che era loro dovere supremo contribuire allo sterminio degli eretici, ma veniva loro insegnato che dovevano denunciarli alle autorità a prescindere da qualsiasi considerazione, umana o divina. Nessun legame di parentela serviva da scusa per nascondere l’eresia. Il figlio doveva denunciare il padre, e il marito era colpevole se non condannava la moglie a una morte orribile. Ogni legame umano veniva reciso dalla colpa dell’eresia; ai figli veniva insegnato ad abbandonare i genitori, e persino il sacramento del matrimonio non poteva unire una moglie ortodossa a un marito miscredente. Nessun impegno doveva rimanere intatto. Era un’antica regola che la fede non dovesse essere mantenuta con gli eretici: come espresse con enfasi Innocenzo III: ‘Secondo i canoni, non si deve mantenere la fede con chi non mantiene la fede con Dio’.”
CAPITOLO 20 – L’ANARCHIA DEL PAPATO
[379] Clemente V Distrugge i Templari – Giovanni XXII Tassa i Peccati – L’Imperatore contro Giovanni XXII – Niccolò si Dimette a Favore di Giovanni – Tesoro Lasciato da Giovanni XXII – “Ubriaco Come un Papa” – Giubileo Ridotto a Cinquant’Anni – Clemente VI ai suoi Cardinali – Il Papato Torna a Roma – Roma Chiede un Papa Romano – Urbano VI Ripudiato – Il Papato a Due Teste – L’Anarchia Aumenta – Simonia Universale – Università di Parigi sul Papato – “Papa Sono: Papa Rimarrò” – Sforzi Papali per l’Unità – I Cardinali si Uniscono Contro Entrambi i Papi – Concilio di Pisa – Confusione Ancora più Confusa- Il Papato a Tre Teste – Il Concilio di Costanza – Papa Giovanni fugge – Papa Giovanni XXIII Deposto – Gregorio XII Tiene il Concilio – Di Nuovo un Papa- L’Apice della Bestemmia.
[*Nota introduttiva da AI: Il papato di Avignone iniziò nel 1309 quando papa Clemente V, francese, trasferì la corte papale ad Avignone. Questa decisione fu in parte dovuta all’instabilità politica e ai conflitti a Roma, che rendevano pericolosa la residenza del papa. Anche la monarchia francese esercitò una significativa influenza sul papato durante questo periodo. Nei successivi sette decenni, sette papi, tutti francesi, risiedettero ad Avignone. Il papato tornò infine a Roma nel 1377 con papa Gregorio XI.]
- Con Bonifacio VIII il papato aveva raggiunto l’apice del potere e della gloria mondani. Tutti i regni del mondo e la loro gloria erano suoi. E ora si dedicava con diligenza al godimento di tutto ciò. E la condotta dei papi nel godimento di questo potere e di questa gloria era esattamente la stessa degli imperatori dell’antica Roma nel godimento del potere e della gloria che Roma aveva raggiunto durante il regno di Augusto. Con solo l’inserimento dei nomi dei papi al posto di quelli dei Cesari – Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone – il resoconto di Svetonio sulle vite dei Cesari si adatterebbe molto facilmente alle vite dei papi del XIV secolo.
- L’immediato successore di Bonifacio VIII [*papa Benedetto XI] regnò meno di un anno, dal 27 ottobre 1303 al 6 luglio 1304. Sembra che abbia compiuto sforzi sinceri per una riforma del clero, che suscitò un’opposizione e un odio così violenti nei suoi confronti da far terminare il suo mandato con un veleno. Alla sua morte, due partiti rivali miravano al possesso del papato. Questi due partiti erano i Guelfi e i Ghibellini. L’influenza di questi due partiti tra i cardinali era così equilibrata che i cardinali furono costretti a sciogliere il loro conclave senza un’elezione. Ma con l’interferenza di Re Filippo il Bello di Francia, si giunse a un’elezione con la scelta dell’arcivescovo di Bordeaux. Egli fu insediato a Lione. “Le cerimonie si svolsero nella chiesa di San Giusto il 14 novembre 1305, alla presenza di un’immensa congrega di vescovi, arcivescovi, re, principi e signori.” Egli prese il nome di:
CLEMENTE V, 14 NOVEMBRE 1305 — 20 APRILE 1314.
“Dopo la messa, tornò a palazzo, seguito da cardinali, nobili e monaci, e da un’immensa scorta di popolo: i re di Francia e Aragona conducevano per le briglie un cavallo bianco, sul quale era montato il papa, rivestito dei suoi paramenti pontificali e con la sua tiara. [380]
- “La processione giunse ai piedi della collina su cui è costruita la chiesa di San Giusto, i re cedettero il loro posto, accanto a Clemente, a Carlo di Valois e Luigi d’Evreux, i due fratelli di Filippo. Appena questo cambiamento fu apportato, si udì un terribile schianto; un vecchio muro, su cui era stata eretta un’impalcatura [per la folla di curiosi], crollò sul corteo e trascinò a terra tutti coloro che vi si trovavano. Il conte di Valois e il re di Francia rimasero gravemente feriti; il pontefice stesso fu disarcionato da cavallo e, nel tumulto, un grosso diamante di considerevole valore gli fu rubato dalla tiara. Suo fratello, Gaillard de Got, fu ucciso all’istante, insieme al duca di Bretagna e a un gran numero di signori e preti. Diversi cardinali, già scontenti di Clemente, colsero l’occasione di questo incidente per proclamare apertamente la loro intenzione di tornare in Italia; ma il papa li informò prontamente di sapere come costringerli a obbedire alla sua volontà e ad abitare nella città in cui desiderava risiedere.
- “Qualche giorno dopo, Clemente celebrò la sua prima messa pontificale e offrì un grande ricevimento a tutta la corte. Come si può supporre, furono serviti con profusione i cibi e i vini più deliziosi di Francia, così che verso la fine del banchetto, euforici, misero da parte ogni riserbo. Una parola imprudente causò una lite tra i cardinali e il santo padre; dalle parole si passò alle mani, i pugnali sbucarono dai loro foderi e uno dei fratelli del papa fu ucciso davanti ai suoi occhi.” – (De Cormenin. “History of the Popes”, Clement V).
- “Durante il suo soggiorno a Lione, il pontefice, sebbene molto addolorato per la morte dei suoi fratelli, non dimenticò gli interessi della sua sede. Estorse enormi somme ai vescovi e agli abati di Francia che venivano alla sua corte, e quando si rese conto che il timore di essere multato impediva al clero di fargli visita, decise di fare un giro per le diocesi. Attraversò un gran numero di città e ovunque portò via tesori dalle chiese e dai monasteri. Si racconta che impiegò cinque giorni interi per portare via dalla ricca abbazia di Cluny l’oro e l’argento che trovò nelle cantine dei monaci. Costrinse Egidio, arcivescovo di Bourges, a pagare una multa così elevata per non averlo visitato, che lo sfortunato prelato fu costretto per sempre a vivere di elemosina. Non contento delle sue estorsione, al suo ritorno a Bordeaux, inviò tre legati: Gentil de Montesiore, Nicholas de Freauville e Thomas de Jorz, per spremere il basso clero della Chiesa Gallica. Imponevano contributi così onerosi ai preti e ne esigevano il pagamento con tale rigore che questi ultimi, nella loro disperazione, si lamentarono con il monarca.
- “Filippo incaricò Milon de Noyers, maresciallo di Francia, di lamentarsi con il santo padre contro i suoi estorsori e di ottenere il loro richiamo. Ma questa ambasciata, invece di arrestare il male, lo aumentò. Il papa, temendo che venissero prese misure energiche per ostacolare la sua spedizione finanziaria, sollecitò l’accettazione del denaro e ordinò ai suoi legati di aumentare la loro severità e di mettere all’asta tutte le dignità ecclesiastiche. Decise inoltre di avvalersi dei tribunali dell’Inquisizione, di cui Bianca di Castello e San Luigi avevano dotato la Francia, per avvalersi dei decreti del quarto concilio Lateranense, che stabilivano che i beni degli eretici e dei loro complici appartenessero alla Santa Sede, senza che i figli o i parenti dei condannati potessero reclamarne la minima parte. Poiché solo Filippo poteva opporre una seria opposizione, decise di associarlo a sé nei benefici e si offrì di dividere con lui le immense ricchezze dei Templari e degli Ospitalieri [*ordine religioso Cavalieri di Malta], che si proponeva di attaccare come eretici.” [381]
- Questo piano fu portato a termine con successo; e il papa e il re “si divisero le ricchezze dei Templari. Filippo tenne le terre, e Clemente prese tutti gli ornamenti d’oro e d’argento, e la moneta coniata” (Idem). Il papa stabilì la sua residenza nella città di Avignone, che per settantaquattro anni – dal 1304 al 1378 – continuò a essere la residenza dei papi. Clemente tenne un concilio generale a Vienna. Enrico VII doveva essere incoronato imperatore. La corona imperiale poteva essere ricevuta solo a Roma. Il papa “incaricò cinque cardinali di procedere, al suo posto, all’incoronazione dell’imperatore, e inviò una bolla in cui tutta l’audacia pontificia veniva messa in luce”. Nella bolla Clemente V disse a Enrico VII:
“Sappi, principe, che Gesù Cristo, il Re dei re, avendo donato alla Sua Chiesa tutti i regni sulla terra, imperatori e re dovrebbero servire in ginocchio noi, che siamo i rappresentanti e i vicari di Dio.”
- Alla morte di Clemente, “i suoi tesori furono saccheggiati. I cardinali si impadronirono di enormi somme di denaro coniato. Bernardo, conte di Lomagne, nipote e favorito del defunto papa, portò via calici e ornamenti per un valore di oltre centomila fiorini. La contessa di Foix rubò come sua parte tutti i gioielli del santo padre. E non ci fu favorito o amante dei cardinali che non si arricchisse con le spoglie del sovrano pontefice… Quando non rimase più nulla nel tesoro della Chiesa, i cardinali, ventitré in numero, andarono a Carpentras e si chiusero nel palazzo episcopale per procedere all’elezione di un nuovo papa. Appena lo ebbero fatto, scoppiò in città un terribile tumulto: i sacerdoti della corte di Clemente e i domestici dei cardinali che non avevano fatto parte del corteo del papa, e che di conseguenza non avevano avuto parte del bottino, arrivarono a Carpentras furiosi per essere stati privati di un bottino così ricco. Sapendo che i loro padroni non potevano opporsi ai loro piani, attraversarono le strade con torce accese e appiccarono il fuoco alle case, per poter derubare più facilmente gli abitanti nell’allarme generale. Fortunatamente, questi presero presto il sopravvento e misero le mani sui preti stranieri. In seguito a questa rivolta, il panico si impadronì dei cardinali: essi lasciarono Carpentras furtivamente, per scappare dalla vendetta del popolo, e si ritirarono nei loro magnifici palazzi di Avignone o nelle loro case di campagna, senza preoccuparsi di altro per la cristianità che di spendere con le loro amanti il denaro che i fedeli avevano dato a Clemente V e che si erano divisi tra loro.” (Idem).
- Trascorsero due anni interi senza che venisse eletto un papa. Alla fine il re di Francia “si recò nella città di Lione, da dove scrisse ai cardinali di recarsi da lui segretamente, promettendo la tiara a ciascuno di loro. Il giorno stabilito giunsero tutti, misteriosamente, in città e si recarono al monastero dei Fratelli Predicatori, dove si trovava Filippo. Non appena si presentarono al convento, furono arrestati e rinchiusi in una grande sala. Filippo li informò quindi che li avrebbe tenuti prigionieri finché non avessero nominato un pontefice”. Il re ordinò che fossero nutriti solo a pane e acqua. Alla fine di quaranta giorni, non essendo ancora giunti a un accordo sulla scelta del papa, concordarono di “incaricare il cardinale Giacomo d’Ossa di scegliere il più degno tra loro come sovrano pontefice”. Il degno cardinale “pose la tiara sulla sua stessa testa”. E poiché fu una scelta unanime dei cardinali che Giacomo d’Ossa scegliesse il papa, e lui stesso si era scelto, la sua elezione fu considerata unanime e fu proclamato papa:
GIOVANNI XXII, 21 SETTEMBRE 1316 — 4 DICEMBRE 1334.
- Giovanni aveva settant’anni. Dal fatto che i cardinali potessero unirsi nel fidarsi di lui per scegliere il più degno tra loro come papa, è evidente che aveva qualche diritto alla loro fiducia. Ma se così fosse, e qualunque pretesa di dignità potesse aver avuto, dopo essere diventato papa “divenne più orgoglioso, più ingannevole e più avido dei suoi predecessori. Non si accontentò delle entrate ordinarie della Chiesa e delle ingenti somme che gli inquisitori gli pagavano come sua parte delle confische, ma le incrementò speculando sulla corruzione umana e vendette pubblicamente l’assoluzione per parricidio, omicidio, rapina, incesto, adulterio, sodomia e bestialità. Egli stesso ridusse per iscritto questa tassa della cancelleria apostolica, quel Pattolo che traboccava su tutti i vizi dell’umanità trasformati in lire tornite o bei penny d’oro, e che rotolavano nel tesoro pontificio, il vero oceano in cui era inghiottita la ricchezza delle nazioni. Fu anche lui che per primo aggiunse una terza corona alla tiara, come simbolo del triplice potere dei papi su cielo, terra e inferno, e che ne hanno fatto l’emblema del loro orgoglio, della loro avarizia e della loro oscenità.” [382]
- L’elenco delle tasse redatto da Giovanni XXII (come quelle imposte sulle pratiche licenziose di ecclesiastici, sacerdoti, suore e laici; sugli omicidi e altre enormità, così come sui crimini minori e sulle violazioni delle regole monastiche e dei requisiti della Chiesa) è sufficiente a coprire quasi ogni peccato che l’umanità possa commettere. Eppure, tutti questi peccati venivano regolarmente tassati a una certa aliquota, fino al singolo “sou” (centesimo) e persino al “denaro”. Quindi è letteralmente vero che una parte non trascurabile delle entrate del papato derivava da una tassa regolarmente stabilita sui peccati degli uomini. Bene esclamò l’abate di Usperg: “O Vaticano, rallegrati ora, tutti i tesori sono aperti a te: puoi attingere a piene mani! Rallegrati dei crimini dei figli degli uomini, poiché la tua ricchezza dipende dal loro abbandono e iniquità! Incita alla dissolutezza, eccita allo stupro, all’incesto, persino al parricidio; perché, più grande è il crimine, più oro ti porterà. Rallegrati! Grida canti di gioia! Ora il genere umano è sottomesso alle tue leggi! Ora regni attraverso la depravazione dei costumi e l’inondazione di pensieri ignobili. I figli degli uomini possono ora commettere impunemente ogni crimine, poiché sanno che tu li assolverai per un po’ d’oro. Purché ti porti oro, che si sporchi pure di sangue e lussuria: tu aprirai il regno dei cieli a deboli, sodomiti, assassini, parricidi. Che dico? Venderete Dio stesso per oro!” (De Cormenin’s “History of the Popes”, John XXII, dove viene fornita una parte considerevole dell’elenco).
- Nel 1319 papa Giovanni scoprì che Clemente V, “prima della sua morte, aveva depositato una grande quantità di denaro, vasi d’oro e d’argento, vesti, libri, pietre preziose e altri ornamenti, con importanti strumenti e munizioni nel castello di Mouteil”, affidato alla cura del signore del castello. Il papa chiese che il signore del castello gli consegnasse tutta questa ricchezza. Ammontava a quasi quattro milioni e mezzo di dollari. Il signore, presso il quale era stata depositata, sostenne che era stata spesa tutta, e principalmente da altri che non lui. Si lasciò processare piuttosto che pagare; e nel processo ottenne un’assoluzione. Ma la transazione fornisce una testimonianza indiscutibile su ciò che i papi fecero con gli ingenti tesori che si riversavano nelle loro mani da tutta Europa. [383]
- L’imperatore Ludovico di Baviera era invidioso di Giovanni. La città di Roma era estremamente gelosa della città di Avignone perché Avignone aveva la gloria, la pompa e le spese della corte papale. Roma invitò papa Giovanni a recarsi a Roma con la sua corte. Giovanni rimase ancora ad Avignone. Roma gli comunicò che se non avesse risposto alla loro chiamata, avrebbero accolto il suo nemico, Ludovico di Baviera; perché “avrebbero avuto una corte: se non quella del papa, quella dell’imperatore”. C’era di più di questo nella loro minaccia. Infatti, se l’imperatore fosse venuto a Roma per essere incoronato, essendo in guerra con papa Giovanni, ed essendo essenziale che avesse un papa che lo incoronasse, avrebbe potuto fare come molti imperatori avevano fatto prima, ovvero creare un papa, allora avrebbero avuto sia la corte dell’imperatore che quella del papa. Con frasi ambigue, che implicavano o meno mezze promesse, Giovanni rispose ai romani dicendo che sarebbe andato a Roma con la sua corte; ma quanto all’accoglienza dell’imperatore, cercò di dissuaderli dall’unirsi al nemico della Chiesa. Tuttavia, poiché Giovanni non accolse la loro chiamata, Roma accolse l’imperatore e combatté per lui contro i suoi avversari in Italia.
- Domenica 17 gennaio 1328 fu il giorno scelto dall’imperatore per la sua incoronazione. Due vescovi sostituirono il papa e i cardinali nella sua incoronazione. Poi, essendo imperatore, il giorno dopo salì su un alto palco di fronte a San Pietro e “si sedette su uno splendido trono. Indossava le vesti purpuree e la corona imperiale; nella mano destra teneva lo scettro d’oro, nella sinistra la mela d’oro. Intorno a lui c’erano prelati, baroni e cavalieri armati; il popolo riempiva il vasto spazio. Un frate dell’Ordine degli Eremiti avanzò sul palco e gridò ad alta voce: “C’è qualche procuratore che difenda il sacerdote Giacomo di Cahors, che si fa chiamare papa Giovanni XXII?” Tre volte pronunciò la convocazione, ma non ci fu risposta. Un dotto abate di Germania salì sul palco e tenne un lungo sermone in un eloquente latino sul testo: “Questo è il giorno della buona novella”. Gli argomenti furono scelti abilmente per coinvolgere un pubblico turbolento. “Il santo imperatore, vedendo Roma, capo del mondo e della fede cristiana, privata sia del suo trono temporale che spirituale, aveva lasciato il suo regno e i suoi giovani figli per restituirle la dignità. A Roma aveva sentito dire che Giacomo di Cahors, detto papa Giovanni, aveva deciso di cambiare i titoli dei cardinali e trasferirli anche ad Avignone; che aveva proclamato una crociata contro il popolo romano, pertanto i sindaci del clero romano e i rappresentanti del popolo romano lo avevano implorato di procedere contro il suddetto Giacomo di Cahors come eretico e di fornire alla Chiesa e al popolo di Roma, come aveva fatto l’imperatore Ottone, un pastore santo e fedele.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.VII, libro XII, cap.7, par.36).
- Il predicatore accusò poi papa Giovanni di eresia. Accusò papa Giovanni che, quando era stato incitato a muovere guerra ai Saraceni, aveva risposto: “Abbiamo abbastanza Saraceni in patria”. Accusò papa Giovanni XXII di aver affermato che Cristo, “la cui povertà era tra le sue perfezioni, aveva beni in comune con i suoi discepoli”. Accusò papa Giovanni di aver affermato che “ al papa appartiene ogni potere, sia temporale che spirituale”; “contrariamente al Vangelo che sostiene i diritti di Cesare e afferma che il regno del papa è puramente spirituale. Per questi crimini, quindi, di eresia e tradimento, l’imperatore, con la nuova legge e con altre leggi, canoniche e civili, rimuove, priva e destituisce lo stesso Giacomo di Cahors dal suo ufficio papale, lasciando a chiunque abbia giurisdizione temporale l’esecuzione delle pene per eresia e tradimento. D’ora in poi nessun principe, barone o plebeo potrà riconoscerlo come papa, sotto pena di condanna come colpevole del suo tradimento ed eresia: metà della pena andrà al tesoro imperiale, metà al popolo romano”. Quindi annunciò che l’imperatore, Ludovico di Baviera, aveva promesso che in pochi giorni “avrebbe fornito un buon papa e un buon pastore per la grande consolazione di Roma e di tutta la Cristianità”. [384]
- Il 23 aprile, alla presenza di senatori e popolo, l’imperatore pubblicò una legge “che il papa che stava per essere nominato, e tutti i futuri papi, sarebbero stati tenuti a risiedere, tranne che per tre mesi all’anno, a Roma; che non avrebbe dovuto partire, se non con il permesso del popolo romano, a più di due giorni di viaggio dalla città; e, se convocato a tornare e disobbediente alla convocazione, avrebbe potuto essere deposto e un altro scelto al suo posto”. Il 12 maggio, l’imperatore tornò a sedere sul trono, con al suo fianco un certo frate [*francescano], Pietro di Corvara [*in Abruzzo, o Corvaro, provincia di Rieti – Lazio. Vero nome: Pietro Rainalducci ]. Fu predicato un sermone basato sul testo: “E Pietro, voltandosi, disse: L’angelo del Signore è apparso e mi ha liberato dalla mano di Erode”. Papa Giovanni era Erode, e l’imperatore era il liberatore angelico. Poi un vescovo domandò tre volte al popolo se volessero “il fratello Pietro come papa di Roma”. La risposta fu, forte ed unanime, affermativa. Il decreto fu quindi letto: “L’imperatore si alzò, mise al dito del frate l’anello di San Pietro, lo adornò col drappo e lo salutò con il nome di:
NICCOLÒ V, 12 MAGGIO 1328 – 24 AGOSTO 1329 [*AI: 25 Agosto 1330]
[*AI: considerato antipapa dalla Chiesa Cattolica]
- L’imperatore si fece incoronare nuovamente dal nuovo papa. Il nuovo papa creò immediatamente sette cardinali, formando così una corte papale, e colui che era stato proclamato rappresentante della povertà apostolica, iniziò immediatamente a ostentare tutto lo stile di una corte. I suoi cardinali cavalcavano “su maestosi destrieri, dono dell’imperatore, con servi, persino cavalieri e scudieri”, e godevano di banchetti splendidi e costosi. E il nuovo papa, come i papi di Avignone, mantenne queste stravaganze della sua corte con la vendita di privilegi e benefici ecclesiastici e confiscando le ricchezze, persino le lampade, delle chiese. La contesa tra i due papi “divise tutta la cristianità. Nelle parti più remote c’erano frati erranti che denunciavano l’eresia di papa Giovanni” e difendevano la causa dell’imperatore e di papa Niccolò. “Nell’Università di Parigi c’erano uomini di profondo pensiero che condividevano le stesse idee e che i poteri governativi dell’Università erano costretti a tollerare”. L’intera Europa sembrava sul punto di essere divisa. Due uomini furono bruciati a Roma per aver negato che Nicola V fosse un papa legittimo; e papa Giovanni fu bruciato in effigie. Papa Niccolò “minacciò tutti coloro che si fossero uniti al suo avversario, non solo di scomunica, ma anche di rogo”. (Idem, par.43-45). [385]
- In ottobre, l’imperatore e Niccolò si recarono prima a Viterbo e poi a Pisa, e Niccolò in ogni occasione emanò editti che anatematizzavano il “cosiddetto papa”, Giovanni XXII. L’imperatore si ritirò a Trento, nel Tirolo. Pisa ripudiò Papa Niccolò V. Questi fuggì; poi tornò di nascosto e si rifugiò nel palazzo di un nobile che era suo amico. Al nobile papa Giovanni XXII scrisse una lettera, esortandolo a “consegnare il figlio dell’inferno, l’allievo della maledizione”. Papa Niccolò V si arrese e si abbandonò alla misericordia di papa Giovanni XXII. A papa Giovanni scrisse quanto segue:
“Ho sentito portare contro di te e la tua corte accuse di eresia, esazioni, simonia, dissolutezze e omicidi, che ti hanno reso, ai miei occhi, il più esecrabile dei pontefici. Ho quindi ritenuto mio dovere non rifiutare la tiara, per liberare la Chiesa da un papa che stava trascinando i fedeli in un abisso. Da allora ho imparato, dalla mia esperienza personale, quanto sia difficile vivere una vita santa sulla cattedra di apostolo, e dichiaro che nessuno è più degno del papato di te. Rinuncio quindi a questa dignità e abdicherò solennemente in tua presenza, nel luogo che vorrai designare.” (De Cormenin’s, “History of the Popes”, sotto Nicholas V, antipapa).
- Il nobile sotto la cui protezione si trovava Niccolò, chiese a Giovanni XXII che la vita di Niccolò V fosse risparmiata e che fosse assolto dal crimine di essere stato papa. Papa Giovanni XXII incaricò l’arcivescovo di Pisa di ricevere la sottomissione di papa Niccolò V. Nella grande cattedrale di Pisa, papa Niccolò V rinunciò al papato e condannò come eretici ed empi tutti i suoi atti di papa. Fu poi condotto ad Avignone, da papa Giovanni XXII. “Il giorno dopo il suo arrivo ad Avignone fu introdotto nel concistoro plenario con un capestro al collo. Si gettò ai piedi del papa, implorando pietà ed esecrando la propria empietà”. Pochi giorni dopo comparve di nuovo davanti al papa e ai cardinali, lesse una lunga confessione, rinunciò e condannò l’imperatore Ludovico come eretico e scismatico. Gli fu permesso di vivere nel palazzo papale, ma “strettamente sorvegliato e isolato dai rapporti con il mondo, gli fu tuttavia consentito l’uso dei libri e di tutti i servizi della Chiesa”.
- Una parte dei monaci francescani vagava ovunque, predicando la povertà assoluta come perfezione del cristianesimo. Condannavano il lusso dei papi, e persino il papato stesso come “la grande prostituta dell’Apocalisse”. Clemente V ne aveva perseguitati a morte molti, e Giovanni XXII fece lo stesso. “Ovunque fossero, Giovanni li perseguitava con i suoi editti persecutori. L’Inquisizione ricevette l’ordine di cercarli nei loro santuari più remoti; il clero ricevette l’ordine di denunciarli ogni domenica e in ogni festa.”
- Le pretese del papato non furono affatto allentate. Papa Giovanni XXII, in uno dei suoi editti, dichiarò che:
“Egli [il papa] solo promulga la legge; lui solo è assolto da ogni legge. Lui solo siede sulla cattedra di San Pietro, non come semplice uomo, ma come uomo e Dio… La sua volontà è legge; ciò che gli piace ha forza di legge.” (Milman’s, “History of Latin Christianity”, vol.VII, libro XII, cap.6, par.5 dalla fine).
- Pubblicò un trattato in cui espose le pretese del papato come segue:
“Come Gesù Cristo è riconosciuto come Pontefice, Re e Signore dell’universo, così il Suo vicario sulla terra non può avere eguali. E poiché il mondo intero appartiene a Dio, dovrebbe ugualmente appartenere al papa. Imperatori, re e principi non possono quindi essere riconosciuti come legittimi a meno che non abbiano ricevuto i loro Stati come feudi dal capo della Chiesa, che possiede questo immenso potere, non per diritto di spada, ma per diritto divino. Perché Gesù diede le chiavi a San Pietro, non la chiave del regno dei cielisoltanto, cioè una per le cose spirituali e un’altra per quelle temporali. I fedeli devono obbedire solo a Dio e al papa. E quando i re rifiutano l’obbedienza alla Santa Sede, si pongono fuori dal seno della Chiesa; si condannano con le proprie bocche come eretici; e di conseguenza devono essere consegnati agli inquisitori per essere bruciati a edificazione dei fedeli.” (De Cormenin’s, “History of the Popes”, sotto Nicholas V, antipapa). [386]
- Papa Giovanni XXII morì nel 1334, all’età di quasi novant’anni. “Dopo la sua morte, trovarono nel suo tesoro diciotto milioni di fiorini [circa quarantatré milioni e mezzo di dollari] in denaro coniato, oltre ai suoi vasi, croci, mitre e pietre preziose, che furono valutati sette milioni di fiorini [circa diciassette milioni di dollari]. Posso rendere una testimonianza certa di ciò, perché mio fratello, un uomo degno di fede, che era uno dei fornitori della corte pontificia, era ad Avignone quando i tesorieri fecero il loro rapporto ai cardinali. Questa immensa ricchezza, e le ancora maggiori che il santo padre aveva speso, erano i proventi della sua industria, cioè della vendita di indulgenze, benefici, dispense, riserve, aspettative e annate. Ma ciò che contribuì maggiormente ad aumentare i suoi tesori fu la tassa dei cancellieri apostolici per l’assoluzione di tutti i crimini.” (Idem, Cardinale Villani, sotto Giovanni XXII, l’unico papa). Lo stesso scrittore osserva bene: “Il buon uomo aveva dimenticato quel detto: ‘Non accumulate i vostri tesori sulla terra.'” E questa ingente somma che fu trovata nelle casse di Giovanni XXII dopo la sua morte, era quella che rimaneva “oltre e al di sopra delle laute spese per le guerre d’Italia; il mantenimento del suo marziale figlio o nipote, il cardinale legato, alla testa di un grande esercito; le sue abbondanti provviste per gli altri parenti”; e le ingenti spese della corte papale di Avignone. Da tutto ciò si può dedurre quale fosse l’immensità delle entrate papali.
- “Una delle principali fonti della sua ricchezza era nota alla cristianità. Con il pretesto di scoraggiare la simonia, si impadronì di tutti i benefici collegiali della cristianità. Oltre a ciò, con il sistema delle riserve papali, non confermò mai la promozione diretta di alcun prelato; ma con la sua abile promozione di ogni vescovo a un vescovado o arcivescovado più ricco, e così via a un patriarcato, man mano che per ogni posto vacante venivano pagate le annate o primizie, sei o più multe sarebbero state versate all’erario. Eppure questo papa — sebbene oltre alla sua grande rapacità fosse duro, implacabile, un crudele persecutore, e tradisse la sua gioia non solo per la sconfitta, ma anche per il massacro dei suoi nemici — godeva di grande fama per la pietà e per la cultura, si alzava ogni notte per pregare e studiare, e ogni mattina assisteva alla messa.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.VII, libro XII, cap.7, ultimo paragrafo).
- Quando i cardinali, dopo la morte di Giovanni, entrarono in conclave per l’elezione di un nuovo papa, ci furono le stesse difficoltà di prima nel raggiungere un’elezione; poiché non avrebbero, se avessero potuto evitarlo, eletto papa un uomo che non fosse rimasto ad Avignone. Ci fu un accordo abbastanza generale a favore di uno di loro, ma chiesero la promessa che avrebbe continuato a regnare ad Avignone, al che egli rispose: “Preferirei cedere il cardinalato piuttosto che accettare il papato a tali condizioni”. Questo distrusse tutte le sue possibilità e, giocando contro il tempo, ognuno pensò di sprecare il proprio voto votando per qualcuno che nessuno si sarebbe mai aspettato potesse essere eletto papa. Ma, come accadde, nel tentativo di sprecare i propri voti, un numero sufficiente di loro diede il proprio voto allo stesso uomo per eleggerne uno che, con sorpresa di tutti, esclamò: “Avete scelto un asino!”. Prese il nome di papa:
BENEDETTO XII, 20 DICEMBRE 1334 — 25 APRILE 1342.
Limitò immediatamente un gran numero di parassiti nel palazzo papale e dichiarò di aver trovato grandi difficoltà nel trovare ecclesiastici degni di essere nominati per ricoprire incarichi vacanti. Elargì ai cardinali centomila fiorini (242.000 dollari) dei molti milioni lasciati nel tesoro da Giovanni XXII. Inoltre, con questi tesori iniziò la costruzione di un magnifico palazzo. [387]
- Il re di Francia e l’imperatore Luigi erano sotto scomunica dai predecessori di Benedetto. E non solo i sovrani, ma anche la dieta [*assemblea di re e principi e lettori] imperiale, cercarono ardentemente, con umilianti concessioni, di ottenere che Benedetto XII li liberasse. Ma il papa indugiò così a lungo che i sovrani e i nobili si stancarono. L’imperatore comparve davanti a una dieta a Francoforte e si lamentò dell’ostinazione del papa. La dieta dichiarò che aveva fatto abbastanza per soddisfare il papa e, poiché tutto era stato vano, dichiarò nulla la scomunica e tutti gli altri procedimenti papali nel caso. E, alla dieta di Rhense, il 16 luglio 1337, alla quale erano presenti tutti gli elettori tranne uno, la carica imperiale fu dichiarata indipendente dal papato.
- “Essi solennemente concordarono che il Sacro Romano Impero e loro, i principi elettori, erano stati aggrediti, limitati e lesi nei loro onori, diritti, costumi e libertà; che avrebbero mantenuto, protetto e fatto valere questi diritti contro tutti e ciascuno senza eccezione; che nessuno avrebbe ottenuto dispensa, assoluzione, allentamento, abolizione del proprio voto; che sarebbe stato, e fu dichiarato, infedele e traditore davanti a Dio e agli uomini, chi non avesse mantenuto tutto questo contro alcun avversario.” L’8 agosto successivo, una dieta, tenutasi nuovamente a Francoforte, “approvò come legge fondamentale dell’impero una dichiarazione che la dignità e il potere imperiali provengono solo da Dio; che un imperatore eletto a suffragio concordante, o dalla maggioranza dei suffragi elettorali, ha pieno potere imperiale e non ha bisogno dell’approvazione, della conferma o dell’autorità del papa, o della sede apostolica, o di qualsiasi altro.”
- In risposta a ciò, Benedetto dichiarò vacante il trono e si proclamò protettore dell’impero. Ma la morte gli impedì ulteriori aggressioni. Un epitaffio lo descrive come “un Nerone, morte per i laici, una vipera per il clero, senza verità, una mera coppa di vino”. Ai vizi consueti dei papi dell’epoca, aggiunse quello dell’ubriachezza a tal punto che il suo esempio diede origine al proverbio “Ubriaco come un papa”. Gli successe:
CLEMENTE VI, 7 MAGGIO 1342 — 6 DICEMBRE 1352.
- Quel poco freno che Benedetto XII aveva posto ai parassiti di palazzo, fu più che spazzato via da Clemente VI. Pubblicò addirittura una lettera in cui annunciava che “tutto il clero povero che si fosse presentato ad Avignone entro due mesi avrebbe potuto beneficiare della sua generosità”. Un testimone oculare dichiara che centomila avidi candidati affollavano le strade di Avignone. “Se Clemente agì secondo la sua massima, secondo cui nessuno doveva andarsene insoddisfatto dal palazzo di un principe, quanto vaste e inesauribili dovevano essere le ricchezze e le posizioni a disposizione del papa!” Laddove Benedetto XII esitava a ricoprire i posti vacanti ecclesiastici, a causa della scarsità di persone degne di occuparli, Clemente VI non solo riempì tutti i posti vacanti che si trovavano, ma dichiarò vacanti anche un gran numero di vescovadi e abbazie, per poterli ricoprire. Questo per motivi di entrate, poiché ogni nomina a un posto vacante portava una considerevole somma di denaro, in base alla dignità e alla ricchezza della carica. Quando gli fu obiettato che nessun papa precedente aveva assunto questo potere, rispose semplicemente: “Non sapevano come comportarsi da papa”. [388]
- “Se Clemente fu indulgente con gli altri, non lo fu meno con se stesso. La corte di Avignone divenne la più splendida, forse la più gaia, della cristianità. I provenzali potevano quasi pensare che i loro brillanti e cavallereschi conti fossero tornati al potere e ai piaceri. Il palazzo papale si estese in ampiezza e magnificenza. La giovane arte della pittura fu promossa dall’incoraggiamento degli artisti italiani. Il papa era più che regale nel numero e nell’abbigliamento dei suoi seguaci. La scuderia papale suscitava l’ammirazione generale. La vita di Clemente fu un continuo susseguirsi di pompe ecclesiastiche, ricevimenti sfarzosi e banchetti lussuosi. Le dame erano ammesse liberamente a corte, il papa si mescolava con disinvoltura ai rapporti galanti. Se Giovanni XXII e persino il più rigido Benedetto non sfuggirono all’accusa di licenza non clericale, Clemente VI, che non ostentava alcun travestimento nelle sue ore mondane, difficilmente sarebbe stato ritenuto superiore alla comune libertà degli ecclesiastici del suo tempo. La contessa di Turenne, anche se non fosse stato come affermava la voce generale, e in effetti era così, godeva almeno di molti dei vantaggi dell’amante del papa: la distribuzione di promozioni e benefici in qualsiasi misura, che questa donna, tanto rapace quanto bella e imperiosa, vendeva con sfacciata pubblicità. (Idem, cap.9, par.1 e 2). Petrarca dichiarò che Avignone era un immenso bordello.
- Papa Clemente VI fece un altro tentativo per aumentare le entrate del papato. Si ricorderà che Bonifacio VIII istituì il giubileo, da celebrare ogni centesimo anno, con completa indulgenza per tutti coloro che avessero compiuto il pellegrinaggio a Roma. Il risultato del giubileo indetto da Bonifacio fu tale che uno scrittore presente disse: “Posso testimoniarlo, poiché ho abitato in quella città: giorno e notte, c’erano due chierici all’altare di San Paolo, con rastrelli in mano, per rastrellare l’oro che i fedeli vi gettavano incessantemente. Bonifacio accumulò un immenso tesoro da queste donazioni, e i Romani si arricchirono vendendo le loro merci, a prezzi esorbitanti, alla gente semplice che veniva per ottenere indulgenze e svuotare le proprie borse.” (De Cormenin, Boniface VIII). [389]
- E ora il popolo di Roma premeva più che mai sul papa affinché trasferisse la sua corte in quella città. Inviarono un’ambasciata “per offrire al papa, a nome dei loro concittadini, le cariche di primo senatore e capitano della città, a condizione che tornasse a Roma e riducesse l’intervallo dei giubilei da cento a cinquant’anni, al fine di moltiplicare le cause della prosperità dell’Italia e aumentare le imposte della città santa”. Clemente accettò le dignità e le magistrature che gli furono offerte e assicurò gli ambasciatori che aveva molto a cuore il ristabilimento della Santa Sede e che si sarebbe impegnato a farlo il più presto possibile. A riprova della sincerità della sua parola, fissò il periodo del nuovo giubileo per l’anno 1350. Questa fu la bolla pubblicata in quell’occasione:
“Il Figlio di Dio, morendo sulla croce, fratelli miei, ha acquistato per noi un tesoro di indulgenze, che è accresciuto dagli infiniti meriti della santa Vergine, i martiri e i santi; poiché sapete che la dispensazione di queste ricchezze appartiene ai successori di San Pietro. Bonifacio VIII ha già ordinato ai fedeli di compiere un pellegrinaggio alle chiese di San Pietro e San Paolo, e la sua bolla concede l’assoluzione completa dei peccati a coloro che compiono questo viaggio all’inizio di ogni secolo. Noi, tuttavia, consideriamo che nella legge mosaica, che Gesù Cristo è venuto a compiere spiritualmente, il cinquantesimo anno è quello del giubileo o della remissione dei debiti. Per questo motivo, quindi, a causa della breve durata della vita umana, e affinché il maggior numero di cristiani possa partecipare a questa indulgenza, concediamo piena e completa assoluzione a coloro che visiteranno le chiese dei due apostoli e quella di San Giovanni in Laterano, nell’anno 1350, per trenta giorni, se romani, e per cinque mesi, se forestieri.” (Idem, Clement VI).
- Clemente visse abbastanza a lungo per vedere questo giubileo da lui stesso indetto e per godere dei ricchi proventi che affluirono al tesoro papale. “Annibale Cecano schierò i suoi soldati intorno alla chiesa di San Giovanni in Laterano; e alla fine dell’anno lasciò Roma seguito da cinquanta carri carichi d’oro e d’argento, che condusse al Santo Padre sotto la guida di una buona scorta. Clemente stesso non era rimasto inattivo: aveva venduto un buon numero di dispense a re, principi e signori che non potevano recarsi a Roma; e questi consideravano che il giubileo avesse prodotto ricchezze incalcolabili alla corte di Avignone.” (Idem, Clement VI).
- Benedetto XII non era riuscito a revocare la scomunica all’imperatore Ludovico. L’imperatore implorò Clemente VI con tanta insistenza di liberarlo, e il papa lo trattenne così a lungo, che, alla fine, si offrì di permettere al papa stesso di dettare i termini della sua liberazione. Questo, naturalmente, il papa lo fece volentieri; e, tra i termini, stabilì che l’imperatore non avrebbe mai emanato alcuna ordinanza “come imperatore o re dei Romani, senza uno speciale permesso della sede romana; e che avrebbe supplicato il papa, dopo l’assoluzione, di concedergli l’amministrazione dell’impero; e che avrebbe fatto giurare agli Stati dell’impero, a parole e per iscritto, di sostenere la Chiesa”. Anche a queste condizioni l’imperatore acconsentì. Ma i nobili dell’impero lo denunciarono per questo. Protestarono anche presso il papa e iniziarono a dire che un imperatore che aveva così degradato la carica imperiale avrebbe dovuto essere costretto ad abdicare. [390]
- Eppure, anche dopo che l’imperatore ebbe fatto tutto questo, con la scusa che non aveva adempiuto al trattato con la dovuta prontezza, Clemente VI emanò la seguente bolla, “che nel vigore e nella furia delle sue maledizioni trascendeva tutto ciò che, nei tempi più selvaggi, era ancora uscito dalla sede romana”:
“Imploriamo umilmente il potere divino di confutare la follia e schiacciare l’orgoglio del suddetto Ludovico, di abbatterlo con la potenza della destra del Signore, di consegnarlo nelle mani dei suoi nemici e di coloro che lo perseguitano. Cada su di lui l’imprevisto laccio! Sia maledetto nella sua uscita e nel suo ritorno! Il Signore lo colpisca con la follia, la cecità e la furia! Possano i cieli piovere fulmini su di lui! Possa l’ira di Dio Onnipotente e dei beati apostoli San Pietro e San Paolo rivolgersi contro di lui in questo mondo e nel mondo a venire! Possa il mondo intero guerreggiare contro di lui! Che la terra si apra e lo inghiotta in fretta. Che il suo nome sia cancellato nella sua stessa generazione; che il suo ricordo perisca dalla terra! Che gli elementi siano contro di lui; che la sua dimora sia desolata! I meriti di tutti i santi in pace lo confondano ed eseguano la vendetta su di lui in questa vita! Che i suoi figli siano cacciati dalle loro case e siano consegnati davanti ai suoi occhi nelle mani dei suoi nemici!” (Idem, par.5).
- Nel 1347 Rienzi spinse Roma a fondare una nuova repubblica, con Rienzi stesso come gran tribuno. Clemente VI condannò Rienzi e tutti i suoi atti, lo denunciò “sotto tutti quegli appellativi terrificanti, perennemente tuonati dai papi contro i loro nemici. Era ‘un Baldassarre, l’asino selvatico di Giobbe, un Lucifero, un precursore dell’anticristo, un uomo del peccato, figlio della perdizione, un figlio del diavolo, pieno di frode e falsità, e simile alla bestia dell’Apocalisse sulla cui testa era scritto: Bestemmia’. Aveva insultato la santa Chiesa Cattolica dichiarando che la Chiesa e lo Stato di Roma erano una cosa sola.” – (Milman. Idem, sotto Rienzi, par.19 dalla fine).
- Nell’anno 1348 la peste nera si diffuse in Europa e causò la morte di moltitudini. Il clero aveva trascurato le attenzioni dovute ai sofferenti, ai moribondi e ai morti; e i frati ovunque avevano amministrato quegli uffici. Questo ovunque attirò la gratitudine della gente verso i frati e portò loro innumerevoli doni in testamenti e offerte. Cardinali, molti vescovi, una moltitudine di clero secolare, si accalcarono ad Avignone. Chiesero la soppressione dei mendicanti. Con quale autorità predicavano, ascoltavano le confessioni, intercettavano le elemosine dei fedeli, persino le tasse funerarie dei loro greggi? Il concistoro si riunì, non c’era nessuno presente che osasse alzare la voce in favore dei frati. Il papa si alzò… Li difese con imponente eloquenza contro i loro avversari. Alla fine del suo discorso si rivolse ai prelati e così disse loro:
“E se i frati non predicassero al popolo, cosa predichereste voi? Umiltà? Voi, i più orgogliosi, i più sdegnosi, i più magnifici tra tutte le classi umane, che cavalcate in processione sui vostri maestosi palafreni! Povertà? Voi che siete così avidi, così ostinati nella ricerca del guadagno, che tutte le prebende e tutti i benefici del mondo non sazieranno la vostra avidità! Castità? Di questo non dico nulla! Dio conosce le vostre vite, quanto i vostri corpi siano viziati dai piaceri. Se odiate i frati mendicanti, e chiudete loro le porte, è affinché non vedano le vostre vite; preferireste sprecare le vostre ricchezze con mezzani e ruffiani piuttosto che con i mendicanti. Non sorprendetevi che i frati ricevano lasciti fatti al tempo della fatale mortalità, loro che si presero cura di parrocchie abbandonate dai loro parroci, dalle quali trassero convertiti alle loro case di preghiera, case di preghiera e di onore per la Chiesa, non sedi di voluttà e lussuria.” (Idem, cap.11, par.1). [391]
- Alla morte di Clemente i cardinali si riunirono nel loro solenne conclave. Per prima cosa emanarono all’unanimità una legge per sé stessi, ordinando che il papa non avrebbe creato alcun cardinale finché il numero dei cardinali non fosse sceso a sedici, e che poi non avrebbe potuto aumentarlo oltre i venti; che non avrebbe dovuto nominare cardinali senza il consenso dell’intero collegio dei cardinali o, in casi estremi, di almeno due terzi; che allo stesso modo, senza il loro consenso, non avrebbe potuto né deporre un cardinale, né arrestarne uno, né sequestrare o confiscare i suoi beni; e che il collegio dei cardinali avrebbe avuto metà delle entrate totali del papato. Tutti solennemente giurarono di obbedire alla legge che avevano fatto per vincolarsi: alcuni con la riserva “se è conforme alla legge”.
- Fu proposta l’elezione di uno di loro; ma un altro li avvertì che se quell’uomo fosse stato eletto papa, i “nobili cavalli dei cardinali” sarebbero stati “in pochi giorni ridotti a trainare carri o a faticare davanti all’aratro”. Questa terribile considerazione pose fine alla candidatura di quel cardinale. La scelta ricadde infine sul vescovo di Clermont, che assunse il nome di papa:
INNOCENZO VI, 18 DICEMBRE 1352 — 12 SETTEMBRE 1357.
Il suo primo atto da papa fu quello di sciogliersi dal giuramento di osservare lo statuto che lui e gli altri cardinali avevano redatto, e poi di dichiarare tale statuto nullo e illegale fin dall’inizio.
- Cercò di organizzare una crociata per aiutare l’imperatore d’Oriente a difendere Costantinopoli dai Turchi. Ma l’unico monarca che accolse la sua chiamata con favore fu Carlo di Germania; ma persino a lui fu impedito di prestare qualsiasi aiuto dalla protesta del suo cancelliere, Corrado d’Alezia, che lo invitò a “ricordare che i papi hanno sempre considerato la Germania come una miniera d’oro inesauribile; e che hanno le mani costantemente tese verso di noi per depredarci. Non mandiamo forse abbastanza denaro ad Avignone per l’istruzione dei nostri figli e l’acquisto di benefici? Non forniamo ogni anno somme sufficientemente ingenti per la conferma dei vescovi, l’impetrazione dei benefici, la prosecuzione di processi e appelli; per dispensazioni, assoluzioni, indulgenze, privilegi; e, infine, per tutte le invenzioni simoniache della Santa Sede? Ecco, il papa esige ancora un nuovo sussidio. Cosa ci offre in cambio del nostro oro? Benedizioni inefficaci, anatemi, guerre e una vergognosa servitù. Arresta, principe, il corso di questo male, e non permettere dispotismo pontificio per fare della Germania una seconda Italia.” (Idem).
- Quando Innocenzo morì, e i cardinali si riunirono in conclave per eleggere un successore, trascorse un mese intero senza che raggiungessero un accordo. Credendo di non potersi accordare su nessuno di loro, fu proposto di scegliere come papa qualcuno che non facesse parte del collegio cardinalizio. La proposta fu accolta, e fu scelto Guglielmo Grimoardi, abate di San Vittore a Marsiglia, che assunse il nome di papa:
URBANO V, 28 OTTOBRE 1362 — 19 DICEMBRE 1370.
Era stato inviato come legato nel regno di Napoli da Innocenzo VI, e quindi era assente da Avignone al momento della sua scelta. Quando seppe della morte di Innocenzo, aveva commentato: “Se solo potessi vedere un papa che tornasse alla sua Chiesa a Roma e schiacciasse i piccoli tiranni d’Italia, morirei con grande soddisfazione il giorno dopo”. [392]
- E ora, scoprendosi papa, eseguì questo suo desiderio e si trasferì da Avignone a Roma nel 1367, arrivando in quella città il 16 ottobre. “Fu accolto dal clero e dal popolo con un tumulto di gioia. Celebrò la messa all’altare di San Pietro: il primo papa dai tempi di Bonifacio VIII.” Nell’agosto del 1368, l’imperatore Carlo IV giunse a Roma e fu incoronato papa. L’imperatore guidò il cavallo del papa dal castello di Sant’Angelo alla chiesa di San Pietro e svolse l’ufficio di diacono del papa, durante il servizio in San Pietro. Ma Urbano non rimase a lungo a Roma; nel settembre del 1370 si recò ad Avignone. Arrivò ad Avignone il 24 settembre; si ammalò proprio quello stesso giorno e morì il 19 dicembre.
- Attraverso una regolare elezione da parte dei cardinali, Urbano V fu succeduto da Pietro Ruggero, nipote di Clemente VI, che assunse il nome papale di:
GREGORIO XI, 30 dicembre 1371 — 27 marzo 1378.
Dalla desolazione riversata sul paese degli Albigesi da Innocenzo III, il cristianesimo aveva permeato la Francia, ed era particolarmente diffuso nella provincia del Delfinato. I funzionari locali non volevano eseguire i decreti della Chiesa contro di loro. Gregorio inviò quindi al re Carlo V di Francia la seguente lettera:
“Principe, siamo stati informati che nel Delfinato e nelle province limitrofe si trova una moltitudine di eretici, chiamati Valdesi, Turlupini o Bulgari, che possiedono grandi ricchezze. La nostra santa sollecitudine è rivolta a quel povero regno che Dio vi ha affidato per estirpare lo scisma. Ma i vostri ufficiali, corrotti dall’oro di questi reprobi, invece di assistere i nostri cari figli, gli inquisitori, nel loro sacro ministero, sono caduti essi stessi nella trappola, o meglio, hanno trovato la morte. E tutto questo avviene davanti agli occhi dei più potenti signori del Delfinato. Vi ordiniamo, quindi, in virtù del giuramento che avete prestato alla Santa Sede, di sterminare questi eretici; e vi ingiungiamo di marciare, se necessario, alla testa dei vostri eserciti, per eccitare lo zelo dei vostri soldati e rianimare il coraggio degli inquisitori.”
- “Carlo V, detto il Saggio, assecondò bene il papa nei suoi piani sanguinari. Ben presto un massacro generale degli sfortunati Turlupini ebbe luogo in tutta la Francia. Le prigioni dell’Inquisizione furono ingombrate di vittime, e si dovettero persino costruire nuove prigioni a Embrun, Vienne, Avignone e in un gran numero di altre città, per contenere gli accusati. … A Tolosa e Avignone le fiamme divorarono diverse migliaia di questi sfortunati, che furono incancreniti e avvelenati dall’eresia, come espresse il santo padre. Queste terribili esecuzioni portarono magnifiche ricompense ai persecutori, come attesta una lettera di Carlo V, indirizzata ‘a Pierre Jacques de More, grande inquisitore dei Bulgari, nella provincia di Francia’. La setta dei Turlupini fu infine completamente annientata e le casse della cancelleria apostolica furono ricolme di ricchezze.” – (De Cormenin. “History of the Popes”, Gregory XI).
- C’erano urgenti richieste affinché la corte papale tornasse a Roma. Un giorno, ad Avignone, Gregorio aveva chiesto a un ecclesiastico: “Perché non ti rechi nella tua diocesi?”. Ricevette la risposta secca: “Perché non ti rechi nella tua?”. In risposta a queste richieste, Gregorio partì con la sua corte (ad eccezione di sei cardinali rimasti ad Avignone) nel mese di ottobre del 1376 e arrivò a San Pietro a Roma il 17 aprile 1377. Ma, all’inizio del 1378, aveva deciso di tornare ad Avignone, ma ne fu impedito dalla sua morte, il 27 marzo. [393]
- Non appena a Roma si seppe che Gregorio XI era morto, l’intera città si sollevò in un tumulto, chiedendo l’elezione di un papa romano. Sedici cardinali del collegio si trovavano a Roma. Come di consueto, si riunirono in conclave. Il popolo circondò il luogo, chiedendo “un papa romano! Avremo un papa romano!”. Chiesero di poter parlare con i cardinali. I cardinali acconsentirono, non osando rifiutare. Il portavoce del popolo raccontò come, per settant’anni, il popolo della Santa Roma non avesse avuto un pastore: disse che c’erano molti ecclesiastici saggi e nobili a Roma in grado di governare la Chiesa: e se non a Roma, se ne potevano trovare in Italia. Dissero ai cardinali che il popolo era così determinato in quella questione che, se il conclave non avesse accolto la loro richiesta, ci sarebbe stato il pericolo di un massacro generale, in cui i cardinali sarebbero certamente periti.
- Per tutta la durata di questa udienza, la folla si scatenò intorno all’edificio, gridando: “Un papa romano! Se non un romano, un italiano!” Al portavoce della folla, i cardinali risposero con grande pietà che “nessuna elezione di un papa poteva avvenire per requisizione, favore, timore o tumulto; ma solo per interposizione dello Spirito Santo. ‘Siamo in vostro potere; potete ucciderci, ma dobbiamo agire secondo l’ordinanza di Dio. Domani celebreremo la messa per la discesa dello Spirito Santo: come lo Spirito Santo comanda, così faremo’. Il popolo rispose: ‘Se persistete a fare dispetto a Cristo, se non abbiamo un papa romano, faremo a pezzi questi cardinali e francesi'”.
- Gli intrusi furono finalmente persuasi ad abbandonare la sala e i cardinali iniziarono la loro deliberazione. Per tutta la notte la folla continuò a gridare: “Un papa romano! Un papa romano!”. Al mattino presto alcuni uomini erano saliti sul campanile di San Pietro e suonavano le campane come se la città fosse in fiamme; e la vasta folla continuava a chiedere “Un papa romano!”. Il giorno trascorse senza elezioni. Per tutta la notte la folla continuò a gridare, a suonare le campane e a bussare alle porte dell’edificio dove si trovavano I cardinali. Arrivò il mattino con il tumulto crescente. I cardinali cercarono di parlare alla folla dalle finestre; ma tutti i loro sforzi trovarono risposta solo con il grido: “Un romano! Un romano!”. A questo punto, nemmeno un italiano sarebbe stato accettato. A questo punto la folla era riuscita a forzare la cantina del papa e ad accedere all’abbondanza e alla varietà di vini pregiati lì conservati. Così l’ubriachezza si aggiunse alla loro furia.
- Undici dei sedici cardinali erano francesi e, naturalmente, avrebbero voluto, se possibile, un papa che sedesse ad Avignone. Ma ora la folla era diventata così violenta che l’intero conclave rischiava di essere massacrato; alla fine acconsentirono e scelsero come papa l’arcivescovo di Bari, Bartolomeo Prignani. Ma non essendo romano, i cardinali temettero di farlo sapere, finché non fossero riusciti a fuggire. Pertanto fecero apparire alla finestra il cardinale di San Pietro “con quella che era o sembrava essere la stola e la mitra papali”. Immediatamente la moltitudine gridò trionfante la gioiosa acclamazione: “Abbiamo un papa romano! Il cardinale di San Pietro. Lunga vita a Roma! Lunga vita a San Pietro!”. La folla irruppe nella sala del conclave, si strinse attorno all’anziano cardinale di San Pietro e, nelle sue frenetiche congratulazioni, quasi lo soffocò, nonostante la sua protesta di non essere il papa. Una parte della moltitudine si precipitò al suo palazzo, lo sfondò, gettò i mobili in strada e lo saccheggiò dalla cantina alla soffitta. [394]
- Quando la folla irruppe nella sala, i cardinali riuscirono a fuggire attraverso passaggi segreti. Il vero papa eletto si nascose, temendo di essere massacrato perché non era romano, ma solo italiano. Il giorno dopo, tuttavia, i cardinali romani lo trovarono e inviarono notizia della sua elezione alle autorità romane. E, poiché la folla aveva in gran parte placato la sua furia, fu loro concesso di procedere con le cerimonie dell’insediamento. Il sermone d’insediamento era tratto dal testo: “Tale deve essere, un Sommo Sacerdote immacolato”. Fu proclamato papa:
URBANO VI, APRILE 9, 1378 — 15 OTTOBRE 138.
(Milman’s, “History of Latin Christianity”, vol.VII, libro XIII, cap.1).
- Lo stesso giorno in cui Urbano VI fu ordinato papa, “i cardinali di Roma scrissero ai sei che erano rimasti ad Avignone, per informarli dell’elezione dell’arcivescovo di Bari”, come segue:
“Il nostro defunto Padre Gregorio di santa memoria, avendoci lasciato alla nostra indicibile preoccupazione il 27 marzo, siamo entrati in conclave il 7 aprile per deliberare sull’elezione di un nuovo pontefice. Il giorno seguente, illuminati dai raggi di quel Sole che non tramonta mai, verso l’ora in cui lo Spirito Santo discese sugli apostoli, abbiamo eletto tutti liberamente e unanimemente come sommo pontefice il nostro reverendo padre e signore in Cristo, Bartolomeo, arcivescovo di Bari, uomo dotato, in grado eminente, di ogni virtù degna di un così alto rango. La notizia della sua elezione fu accolta con grande acclamazione da una moltitudine innumerevole di popolo. Il 9 fu posto sul trono apostolico, assumendo in quell’occasione il nome di Urbano VI. Il giorno della risurrezione di nostro Signore fu solennemente incoronato, secondo l’usanza, nella basilica di San Pietro. Abbiamo ritenuto necessario trasmettervi questo resoconto, che contiene la verità, e nient’altro che la verità, di ciò che è accaduto in questi pochi giorni nella Chiesa Romana. Potete fidarvi tranquillamente di ciò che scriviamo; ed è vostro dovere contraddire, come assolutamente false, tutte le notizie contrarie.” (Bower’s, “Lives of the Popes”, Urban VI).
- Di Urbano VI, uno storico papale scrisse che era “un prelato che sarebbe stato considerato degnissimo del papato, se non fosse mai stato papa”. E uno scrittore dell’epoca, favorevole a lui come papa, disse: “In Urbano VI si verificò il proverbio: Nessuno è così insolente come un uomo di bassa lega improvvisamente elevato al potere”. Predicò un sermone tratto dal testo: “Io sono il buon Pastore”, in cui rimproverava i cardinali per la loro indulgenza nella ricchezza e nel lusso, e per i loro grandi banchetti; e minacciò di ridurli a una sola portata a testa a tavola. Per queste ragioni, passarono solo pochi giorni prima che i cardinali iniziassero a pentirsi di averlo eletto papa e a cercare un modo per ripudiarlo. Il selvaggio e pericoloso attacco del popolo diede loro motivo di sostenere che la sua elezione fosse stata forzata e, quindi, non valida. Lui stesso, mentre era in conclave, di fronte al tumulto del popolo, aveva detto agli altri cardinali: “Vedete quali metodi vengono usati. Colui che verrà eletto in questo modo non sarà papa. Da parte mia non gli obbedirei, né dovrebbe essere obbedito da nessun buon cattolico”. [395]
- I cardinali francesi erano, naturalmente, contrari a un papa che non volesse sedere ad Avignone; e gli altri cardinali erano irritati dal governo del nuovo papa. I cardinali stabilirono la loro residenza ad Anagni. Il papa si recò a Tivoli e convocò i cardinali in quella città. Questi risposero che avevano sostenuto ingenti spese per stabilire la loro residenza ad Anagni e che non avevano i mezzi per fare la stessa cosa una seconda volta, oltre alla spesa per il trasferimento a Tivoli. Ad Anagni c’erano dodici cardinali. Quattro cardinali erano con il papa a Tivoli. Il 9 agosto 1378, i dodici cardinali “dichiararono pubblicamente in lettere encicliche indirizzate ai fedeli di tutta la cristianità” quanto segue:
“Vi abbiamo già informato della furia del popolo romano e dei suoi capi, nonché della violenza che ci è stata fatta costringendoci a scegliere un papa italiano che lo Spirito Santo non aveva scelto. Una moltitudine, trascinata dal fanatismo, ci ha strappato la nomina temporanea di un apostata, un assassino, un eretico sporco di ogni crimine; egli stesso aveva riconosciuto che la sua elezione sarebbe stata solo provvisoria. In disprezzo del suo giuramento, egli, tuttavia, ci ha costretto con minacce di morte a elevarlo alla cattedra di apostolo e a coprire la sua fronte orgogliosa con la triplice corona. Ora che siamo fuori dalla portata della sua ira, lo dichiariamo un intruso, un usurpatore e un anticristo; pronunciamo un anatema contro di lui e contro coloro che si sottometteranno alla sua autorità.” (De Cormenin, sotto A.D.1378).
- E ora che il papato aveva raggiunto e mantenuto stabilmente l’apice del potere mondano assoluto e irresponsabile, passò al passo logico successivo: mordersi le viscere e farsi a pezzi. Il camerlengo di papa Urbano lasciò Castel Sant’Angelo e la causa di Urbano, e si recò dai cardinali ad Anagni, portando i gioielli e gli ornamenti del papa. Uno dei cardinali che sosteneva Urbano morì, lasciandone solo tre; mentre ad Anagni ce n’erano tredici contro di lui, e ad Avignone sei. Urbano aveva annunciato che avrebbe creato nove nuovi cardinali, ma, all’improvviso, ne creò ventisei: più di quanti ce ne fossero già, tutti insieme. Questa azione allontanò coloro che gli erano stati accanto e unì contro di lui l’intero numero – ventidue – dei cardinali originari; e ora questo collegio dei ventidue cardinali originari procedette senza indugio a eleggere un altro papa, Roberto di Ginevra, che assunse il nome papale di:
CLEMENTE VII, 20 SETTEMBRE 1378 — 16 SETTEMBRE 1394.
“I requisiti che, secondo il suo biografo parziale, raccomandavano il cardinale di Ginevra, erano più quelli di un successore di Giovanni Acuto o di un duca di Milano, che quelli degli apostoli. Straordinaria attività fisica e resistenza alla fatica, coraggio che avrebbe messo a repentaglio la sua vita per deporre l’invadente papa, sagacità ed esperienza negli affari temporali della Chiesa; nobili natali, grazie ai quali era alleato con la maggior parte delle case reali e principesche d’Europa. Di austerità, devozione, cultura, santità, carità, non una parola.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.VII, libro XIII, cap.1, penultimo paragrafo). [396]
- Così avvenne che ci furono due papi eletti dagli stessi identici cardinali. Si diffuse quindi nella cristianità la questione su quale papa fosse realmente a capo della Chiesa. Di conseguenza, l’intera cristianità fu divisa. Urbano fu riconosciuto come papa legittimo da Germania, Ungheria, Inghilterra, Polonia, Boemia, Danimarca, Svezia, Prussia, Norvegia, Olanda, Toscana, Lombardia e dal ducato di Milano. Il re di Francia convocò un concilio e chiese che si decidesse a favore di colui la cui elezione fosse stata meno scandalosa. Su tale questione, il concilio votò all’unanimità a favore di Clemente. Quindi la Francia riconobbe formalmente Clemente, a cui si unirono Lorena, Savoia, Scozia, Navarra, Aragona e Castiglia, Sicilia, e le isole di Rodi e Cipro.
- Così, a capo delle due parti della cristianità divisa, si trovavano questi due rabbiosi e determinati papi. Erano entrambi uomini “dai quali un profondo sentimento devozionale non poteva che allontanarsi confusi e confusi… Atti di disgustosa crudeltà verso i suoi stessi sostenitori mostrarono che Urbano era un esempio di quell’astuzia, tradimento e totale disumanità che in seguito avrebbero colpito i cattivi papi italiani. Sembrava quasi che confermasse l’accusa di follia. D’altra parte, la più alta lode di Clemente era quella di essere un politico sagace ed esperto, un valoroso capitano di una libera compagnia”. – (Milman. Idem, cap.2, par.1). Ciascuno emise prontamente una bolla in cui denunciava l’altro come “anticristo”.
- Come naturale conseguenza, “iniziò allora una guerra accanita tra i due papi. Anatemi, interdetti, deposizioni e maledizioni furono il preludio alla sanguinosa lotta che presto avrebbe travolto le nazioni occidentali. Urbano lanciò una bolla contro il suo concorrente e lo citò a comparire davanti alla corte di Roma per essere giudicato e condannato come antipapa. Clemente, da parte sua, fulminò un terribile decreto contro il suo nemico e lo citò davanti al concistoro di Avignone per essere giudicato per la sua usurpazione della sede apostolica. Infine, entrambi rifiutandosi di comparire, si anatemizzarono a vicenda con il suono delle campane e la luce delle torce, dichiarandosi apostati, scismatici ed eretici. Predicarono crociate l’uno contro l’altro e chiamarono in loro aiuto tutti i banditi e i malfattori d’Italia e di Francia, e li scatenarono come bestie feroci contro gli sventurati abitanti che riconoscevano Clemente o preferivano Urbano.
- “Negli Stati della Chiesa i Clementisti provocarono orribili devastazioni, distrussero castelli, incendiarono villaggi e persino diverse città; penetrarono fino a Roma, sotto la guida di Budes, un capitano bretone, si impadronirono della fortezza di Sant’Angelo e commisero atrocità in ogni parte della città. A Napoli e in Romagna gli Urbanisti, comandati da un inglese di nome Hawkwood, ex capo di liberi compagni, si vendicarono e commisero rappresaglie. Ovunque saccheggi, stupri, incendi e omicidi furono commessi in nome di Clemente o in onore di Urbano. Gli infelici coltivatori fuggirono con mogli e figli, per sfuggire ai satelliti del pontefice romano, e furono massacrati dai soldati del papa di Avignone.
- “Ovunque paesini e villaggi mostravano solo rovine annerite dalle fiamme; i cadaveri di migliaia di uomini e donne giacevano insepolti nei campi; le greggi vagavano senza un luogo di riposo; i raccolti erano calpestati per mancanza di mietitori che li raccogliessero; e queste magnifiche province erano minacciate di trasformarsi in immensi deserti, se il capitano Hawkwood non avesse fatto prigioniero il capo dei Clementisti e non avesse così arrestato per un po’ le devastazioni.” – (De Cormenin. “History of the Popes”, sotto Urban VI e Clement VII). [397]
- “La grande difficoltà di Urbano era il disordine e la povertà delle sue finanze. La consueta ricchezza che affluiva alla corte papale fu interrotta dalla confusione dei tempi. I beni papali furono sperperati dalla guerra, occupati dai suoi nemici o da principi indipendenti. Non solo si impadronì delle entrate di tutti i benefici vacanti e vendette ai cittadini di Roma proprietà e diritti delle chiese e dei monasteri (da questo traffico ricavò 40.000 fiorini – un fiorino era uguale a circa 2.421/2 dollari -); non solo barattò i tesori delle chiese, le statue d’oro e d’argento, le croci, le immagini dei santi e tutti gli splendidi arredi, ma ricorse anche alla misura straordinaria di emettere una commissione a due dei suoi nuovi cardinali per vendere, impegnare e alienare i beni e le proprietà della Chiesa, anche senza il consenso dei vescovi, del clero beneficiario o dei monasteri.”
- “Ovunque si potevano trovare divisioni, spoliazioni, persino spargimenti di sangue; clero espulso e usurpatore, abati e vescovi espropriati e invadenti; faide, battaglie per chiese e monasteri. Tra tutte le altre cause di discordia, questa era la più discordante [*poichè] alle tendenze demoralizzanti e anticristiane dei tempi si aggiunse una questione su cui i migliori potevano dissentire, [*ma] che per i cattivi sarebbe stata una scusa per ogni atto di violenza, frode o rapacità: Clemente e i suoi cardinali furono accusati di grandi atrocità contro i seguaci di Urbano. I partigiani italiani di Clemente, sfuggiti alla crudeltà di Urbano, si accalcarono alla corte di Clemente, ma quella corte, inizialmente estremamente povera, offrì solo un freddo benvenuto a questi fedeli stranieri: essi dovettero subire il martirio della miseria per la loro lealtà. Quando ciò divenne noto, altri repressero le loro opinioni, mostrarono obbedienza esteriore al potere dominante, e così preservarono i loro benefici.”
- “La Francia a volte si lamentava amaramente di aver assecondato, al proprio orgoglio e alla propria stravaganza, nell’aderire al suo pontefice separato. Se la Francia voleva avere il suo papa, avrebbe dovuto sostenere le spese del mantenimento di quel papa e del suo conclave. Mentre i regni transalpini, nell’obbedienza a Urbano, rendevano solo sterile fedeltà, non pagavano le decime alla sede papale, prendevano tranquillamente possesso della nomina dei benefici vacanti; in Francia le libertà della Chiesa erano perpetuamente violate. Il clero era oppresso da richieste di decime o sussidi; i suoi patrimoni erano gravati da debiti per arricchire la camera apostolica.”
- “I trentasei cardinali avevano dei procuratori in agguato in ogni parte del regno, armati di bolle papali, per avvisare se qualche beneficio importante si fosse reso vacante nelle cattedrali o nelle chiese collegiali, o nei priorati di ricche abbazie. Essi erano immediatamente afferrati come riserve papali, per ricompensare o garantire la fedeltà dei cardinali affamati. Se li tramandavano in successione l’un l’altro, a volte accondiscendendo a mascherare l’accumulo di molteplicità addebitando ai benefici solo ingenti pagamenti a loro stessi. ‘Così’, dice un ecclesiastico dell’epoca, ‘le generose intenzioni di re e famiglie reali furono frustrate, il servizio di Dio fu trascurato, la devozione dei fedeli si raffreddò, il regno fu prosciugato; molti ecclesiastici si trovarono nella più profonda miseria; le fiorenti scuole del regno furono ridotte a nulla; l’Università di Parigi pianse per la mancanza di studiosi'”. – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.VII, libro XIII, cap.2). [398]
- Avendo così una visione generale della miseria del mondo sotto questa orribile anarchia del papato, non sarà necessario seguire nei dettagli più di quanto non sia avvenuto per i singoli papi che, rispettivamente, non solo mantennero, ma aumentarono questa anarchia, per un periodo di cinquant’anni. Urbano VI scoprì che alcuni dei suoi cardinali avevano parlato di nominare dei tutori per lui, a causa della sua condotta estrema e disperata. I sei che sembravano averci pensato furono arrestati da lui e, carichi di catene, furono “gettati in una segreta chiusa e fetida, una vecchia cisterna”. Gli inquisitori che mandò a interrogarli furono così colpiti dalle loro sofferenze che, quando tornarono per riferire al papa, “due di loro scoppiarono in lacrime. Urbano schernì severamente la loro debolezza femminile. Teodorico, a suo dire, osò implorare clemenza dal papa. Urbano diventò ancora più furioso; il suo volto si arrossò come una lampada, la sua voce era soffocata dalla collera”.
- Dopo aver tenuto i cardinali per qualche tempo in prigione, facendoli “soffrire di fame, sete, freddo e rettili”, Urbano li fece poi torturare tutti orribilmente. Questo accadde a Nocera. Urbano fu assediato a Nocera; ma, con una sortita, riuscì a fuggire. “Trascinò con sé i disgraziati cardinali. Durante la fuga verso le galee, il vescovo dell’Aquila, indebolito dalle torture, non riuscì a mantenere la velocità del suo povero cavallo. Urbano, sospettando che cercasse di fuggire, nella sua furia ordinò che fosse ucciso; il suo corpo fu lasciato insepolto sulla strada. Con gli altri partì per la Sicilia; da lì a Genova. I cardinali, se arrivarono vivi a Genova, non sopravvissero a lungo. Secondo alcuni, furono legati in sacchi e gettati in mare, o segretamente uccisi nelle loro prigioni”. Solo uno dei sei fu risparmiato. La follia di papa Urbano era semplicemente l’ebbrezza del potere assoluto e la gelosia di rivalità per quel potere; esattamente come quella di Caligola, Tiberio o Nerone.
- Nell’aprile del 1389, Urbano VI, per riempire ulteriormente le sue casse, ricorse al progetto di ridurre ulteriormente la scadenza del giubileo papale: lo istituì ogni trentatré anni, iniziando con un giubileo l’anno successivo. “La cristianità fu chiamata ad avvalersi delle incalcolabili benedizioni di un pellegrinaggio a Roma, con tutti i benefici delle indulgenze. Il tesoro della Santa Sede era pronto a ricevere il tributo del mondo.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.VII, libro XIII, cap.2, par.4 dalla fine). Tuttavia, Urbano non visse abbastanza per raccogliere l’imminente raccolto d’oro.
- Alla morte di Urbano VI, il 15 ottobre 1389, i cardinali rimanenti, diciassette in numero, da lui nominati, procedettero all’elezione del successore, riunendosi in conclave a Roma o nelle vicinanze; e scelsero Pietro Tomacelli, che assunse il nome di:
BONIFACIO IX, 2 NOVEMBRE 1389 — 1 OTTOBRE 1404.
Egli immediatamente creò quattro nuovi cardinali. Allo scadere del giubileo, egli inviò i suoi esattori in tutti i paesi che supportavano questa parte dello scisma, “con pieno potere di concedere le indulgenze del giubileo a coloro che erano stati impediti da malattia o da qualsiasi altro legittimo impedimento di recarsi a Roma. Così furono raccolte immense somme”. Per raccogliere denaro, ridusse a un sistema completo la vendita degli uffici ecclesiastici, dai cardinati al più basso che fosse alla sua portata. “Per assecondare, attenuare e consolidare questa simonia”, egli stabilì “come tassa permanente le annate [* “Annate” si riferisce alle entrate o ai profitti del primo anno di un beneficio ecclesiastico], o primizie, di ogni vescovado e ricca abbazia, calcolate su una nuova scala, tripla rispetto a quella in cui si trovavano prima nei libri papali. Questa doveva essere pagata in anticipo dai candidati alla promozione, alcuni dei quali non entrarono mai in possesso del beneficio. Ciò era di suprema indifferenza per Bonifacio, poiché avrebbe potuto rivenderlo. Ma poiché questi candidati raramente si presentavano a corte con denaro pari alla richiesta, gli usurai, con i quali il papa era in scellerata alleanza, anticipavano la somma a interessi esorbitanti. Il debito veniva talvolta citato in giudizio presso la corte del papa.” [399]
- “I benefici minori furono venduti fin dal giorno della sua nomina con sfacciata e scandalosa notorietà. Gli uomini vagavano per la Lombardia e altre parti d’Italia, verificando l’età dei canuti titolari e osservando le loro malattie e infermità. Per questo servizio venivano ben pagati dagli avidi aspiranti a Roma. In base al loro resoconto, la tariffa aumentava o diminuiva. I benefici furono venduti più e più volte. Le grazie venivano concesse all’ultimo acquirente, con la magica parola `Preferenza’, che costava venticinque fiorini. Questa veniva sostituita da una frase più autorevole (a cinquanta fiorini), una prerogativa di precedenza. Le petizioni già accolte venivano talvolta annullate a favore di un offerente più alto: il papa trattava l’offerta più bassa come un tentativo di frodarlo.
- “Nello stesso anno, il segretario Teodorico a Niem aveva saputo che lo stesso beneficio era stato venduto nel corso di una settimana a diversi richiedenti successivi. I benefici venivano venduti così apertamente che, se non c’era denaro a disposizione, il papa ne riceveva il prezzo in natura, in maiali, pecore, buoi, cavalli o grano. Gli ufficiali erano abili in queste arti quanto lui. I suoi revisori tenevano venti “ in attesa” [*AI: cioè coloro che attendevano la concessione anticipata di un beneficio ecclesiastico, non vacante al momento, ma che lo diventerà, alla morte del suo attuale titolare] e ricevevano le primizie. Il papa dagli occhi di falco [*AI: con occhio attento], tuttavia, vegliava sul letto di morte di tutti i suoi ufficiali. I loro libri, le loro vesti, i loro mobili, il loro denaro, venivano incamerati dal papa. Nessuna grazia di alcun tipo, nemmeno ai più poveri, veniva firmata senza il suo compenso in fiorini. Il papa, anche durante la messa, era visto consultarsi con i suoi segretari su queste questioni mondane. L’accumulo di privilegi su uomini indegni era scandaloso anche a quei tempi. (Idem, cap.3, par.2,3)
- Naturalmente, “da parte sua, Clemente, in fatto di esazioni, non era da meno del suo concorrente. Rovinò il clero di Francia e Spagna con enormi imposizioni ed estorse somme incredibili ai fedeli… Mentre l’Italia era così oppressa da un pontefice avido, la Francia gemeva sotto il peso delle imposte che si erano accumulate in quel paese per sostenere le prodigalità del papa ad Avignone, dei suoi trentasei cardinali, amanti e seguaci. Alla fine i prelati del regno, stanchi di pagare a Clemente ora un decimo, ora un ventesimo delle loro entrate, si riunirono all’università e nominarono cinquantaquattro dottori per decidere sui passi da intraprendere per ristabilire l’unione nella Chiesa e, come dicevano, ‘avere un solo papa da ingrassare’.” – (De Cormenin. “History of the Popes”, sotto A.D.1389). [400]
- I dottori dell’università, dopo aver attentamente considerato la situazione, pubblicarono la seguente lettera:
“La Chiesa è caduta nel disprezzo, nella servitù e nella povertà. Due papi elevano alle prelazie solo ministri indegni e corrotti, privi di sentimenti di equità o vergogna, che pensano solo a soddisfare le loro passioni. Rubano i beni della vedova e dell’orfano, mentre spogliano chiese e monasteri. Sacro o profano, nulla è loro ingiusto, purché possano trarne denaro. La religione è per loro una miniera d’oro, che sfruttano fino all’ultima vena. Vendono di tutto, dal battesimo alla sepoltura. Trafficano in pissidi, croci, calici, vasi sacri e reliquie dei santi. Non si può ottenere alcuna grazia, nessun favore senza pagarlo. Non sono i più degni, ma i più ricchi, a ottenere dignità ecclesiastiche. Colui il quale dà denaro al papa può dormire sonni tranquilli, anche se può avere assassinato il suo stesso padre, poiché è sicuro della protezione della Chiesa. La simonia è esercitata pubblicamente, e vendono con sfrontatezza dal più alto all’ultimo offerente diocesi, prebende o benefici. Così fanno i principi della Chiesa. Che diremo del basso clero, che non amministra più i sacramenti se non per oro? Che diremo dei monaci, la cui morale è più corrotta di quella degli abitanti dell’antica Sodoma? È tempo, illustre principe, che tu ponga fine a questo deplorevole scisma, proclami la libertà della Chiesa Gallicana e limiti il potere dei pontefici.” (Idem).
- Questa lettera fu inviata dagli ambasciatori a papa Clemente ad Avignone. Gli ambasciatori ottennero un conclave completo dei cardinali, alla presenza del papa, al quale lessero la lettera per intero. Dopo la lettura, gli ambasciatori presentarono a Clemente la richiesta del re e dell’università di rinunciare al pontificato. A questo punto, Clemente balzò in piedi, afferrò il documento, lo fece a pezzi e lo calpestò. Chiese ai cardinali quale punizione fosse appropriata per coloro che avevano usato un linguaggio simile nella lettera. I cardinali lo sorpresero affermando che il consiglio offerto dall’università era degno di seria considerazione: che tutte le risorse per raccogliere fondi erano state esaurite e che le loro riserve di denaro stavano diminuendo. Questo non fece che aumentare la sua rabbia. Li rimproverò di codardia traditrice e, in preda alla rabbia, lasciò il concilio e si ritirò nella sua stanza, dove la sua ira eccessiva lo colpì con un colpo apoplettico, che lo portò a morire tre giorni dopo.
- Non appena la morte di Clemente fu resa nota a Parigi, l’università si rivolse al re, pregandolo di proibire ai cardinali di Avignone di eleggere un altro papa. Il re inviò un messaggio in tal senso ai cardinali di Avignone. Anche il re d’Aragona si rivolse a loro con lo stesso proposito. Gli arcivescovi di Treviri, Magonza e Colonia fecero la stessa richiesta. E papa Bonifacio, naturalmente, fece lo stesso. Ma i cardinali avevano preso precauzioni e avevano prevenuto tutto questo: essendo in solenne conclave, si rifiutarono di ricevere comunicazioni di alcun tipo fino alla conclusione delle loro deliberazioni. Concordarono, tuttavia, tra loro e prestarono un solenne giuramento che “chiunque fosse stato scelto avrebbe immediatamente rinunciato al papato su richiesta dei cardinali, a condizione che anche Bonifacio si dimettesse”.
- Il conclave scelse il cardinale di Luna, che aveva ripetutamente lamentato lo scisma e aveva apertamente dichiarato che, se fosse stato papa, vi avrebbe posto fine immediatamente. E quando inviò al re di Francia la notizia della sua elezione, informò il re che era stata solo l’insistenza dei cardinali a costringerlo ad accettare l’indesiderato ufficio di papa; ma che era pienamente pronto a fare tutto ciò che fosse opportuno per portare la pace nella Chiesa. L’Università di Parigi accolse questa notizia con gioia e gli inviò un discorso, in cui lo riconoscevano come papa e ne elogiavano vivamente i nobili sentimenti. A questo egli rispose nuovamente, [401] adattando il suo gesto alle parole: “Sono pronto a dimettermi dall’ufficio come a togliermi questo berretto”. Prima della morte di Clemente VII, Bonifacio IX aveva proclamato al mondo di essere ansioso di porre fine allo scisma. Ma ciascun papa era disposto a porre fine allo scisma solo con le dimissioni dell’altro. I due papi erano ora:
BENEDETTO XIII (AD AVIGNONE), 28 SETTEMBRE 1394 — 29 NOVEMBRE 1424,
BONIFACIO IX (A ROMA), 2 NOVEMBRE 1389 — 1 OTTOBRE 1404.
- Le miserie di questa anarchia papale erano ormai diventate così grandi che il re di Francia prese l’iniziativa di unire le grandi potenze della cristianità per salvare il papato da se stesso. Inviò rappresentanti in Germania e in Inghilterra per raggiungere questo scopo. L’Università di Parigi presentò un ricorso permanente contro tutti gli atti di Benedetto XIII a un futuro papa che avrebbe dovuto essere vero e universale. Benedetto emise una bolla che denunciava ciò come libello diffamatorio. Un’assemblea nazionale dello Stato e della Chiesa di Francia si riunì a Parigi, approvò il piano del re e inviò ambasciatori a Benedetto implorandolo di obbedire. Egli rispose come segue:
“Sappiate tutti voi, principi dello Stato e della Chiesa, che siete miei sudditi, poiché Dio ha sottomesso tutti gli uomini alla mia autorità! Sappiate che i cardinali non hanno altro potere che quello di eleggere come papa il più degno del loro numero, e non appena lo hanno dichiarato capo supremo della Chiesa, lo Spirito Santo lo illumina improvvisamente. Egli diventa infallibile e il suo potere è pari a quello di Dio: non può più essere sottomesso ad alcun potere. È posto al di sopra dei poteri della terra e non può essere deposto dal trono apostolico, nemmeno per sua volontà. La dignità del pontefice è, infine, così temibile che il mondo dovrebbe ascoltare i nostri decreti, piegarsi nella polvere e tremare alla nostra parola!” (De Cormenin’s, “History of the Popes”, sotto l’anno1389).
- Trascorsero due anni e gli sforzi del re di Francia furono così ben accolti dalle potenze europee che, nel 1398, in un’assemblea degli Stati e del clero di Francia, fu annunciato che non solo il re e la Chiesa di Francia avevano deciso di chiedere la rinuncia al papato da parte di entrambi i papi, ma che in questo erano uniti i re di Ungheria, Boemia, Inghilterra, Aragona, Castiglia, Navarra e Sicilia. Questa stessa assemblea ritirò incondizionatamente la fedeltà a Benedetto XIII e questo atto fu pubblicato tramite lettere in tutto il regno di Francia. Quando queste lettere giunsero ad Avignone, persino i cardinali locali si ritirarono da papa Benedetto. Un rappresentante dell’imperatore, del re di Francia e del clero di Germania e Francia, fu inviato a Roma per presentare a Bonifacio IX la richiesta di rinuncia. Quando i servitori del papa iniziarono a mostrare un certo timore che potesse accogliere la richiesta, egli disse loro: “Miei buoni figli, papa sono, papa rimarrò; nonostante tutte le suppliche dei re di Francia e Germania!” [402]
- Il rappresentante tornò in Francia e fu inviato con un incarico simile a papa Benedetto XIII, ad Avignone. L’unica risposta che riuscì a ottenere da Benedetto fu: “Lascia che il re di Francia emani le ordinanze che vuole, io manterrò il mio titolo e il mio papato fino alla morte!” L’ambasciatore lo pregò di consultare i suoi cardinali. Egli acconsentì e i cardinali si riunirono in concistoro plenario. Tenne loro un discorso e si ritirò. I cardinali si consultarono e lo consigliarono di sottomettersi alla richiesta dei re. Ma egli dichiarò: “Sono stato investito da Dio nel papato. Non vi rinuncerò per conte, né duca, né re!” I cardinali inviarono quindi un altro messaggio a Benedetto, questa volta l’ambasciatore del re. Ma Benedetto rispose di nuovo:
“Papa, ho scritto io stesso; sono stato riconosciuto papa da tutti i miei sudditi; rimarrò papa fino alla fine dei miei giorni. E dite a mio figlio, il re di Francia, che finora l’ho ritenuto un buon cattolico: si pentirà dei suoi errori. Avvertitelo a mio nome di non procurare problemi alla sua coscienza.”
- Successivamente, un maresciallo di Francia, con delle truppe, fu inviato per rimuovere Benedetto e costringerlo a dimettersi. Persino i cittadini di Avignone erano favorevoli a costringerlo a dimettersi. Ma egli rispose: “Chiamerò in mio aiuto il gonfaloniere della Chiesa, il re d’Aragona. Radunerò truppe lungo la Riviera fino a Genova. Che cosa temete? Proteggete la vostra città, io proteggerò il mio palazzo!” Ma il “gonfaloniere della Chiesa” di Benedetto non rispose, se non con le parole: “Pensa forse il prete che per lui mi tufferò in una guerra con il re di Francia?”
- Il popolo di Avignone e i cardinali si arresero al maresciallo alla prima convocazione. Benedetto sopportò un breve assedio, ma si arrese. Non fu realmente fatto prigioniero. Gli fu permesso di rimanere nel suo palazzo e nei suoi terreni, ma fu tenuto prigioniero per cinque anni, dal 1398 al 1403. In questo periodo erano sorte divisioni tra i nobili. Il re di Sicilia si fece strada con la forza al cospetto di Benedetto e gli assicurò la sua piena e leale fedeltà. Il 12 marzo 1403, Benedetto fuggì travestito dal suo palazzo, prese una barca, discese il fiume Rodano e si rifugiò nella fortezza difesa da 500 soldati del re di Sicilia. Lì convocò i suoi cardinali. Essi andarono; e fu di nuovo papa a tutti gli effetti.
- Davanti a un’assemblea del clero a Parigi, due cardinali si presentarono per difendere la causa di Benedetto. L’Università di Parigi stessa era divisa. Il re di Francia cambiò atteggiamento e restituì a Benedetto la fedeltà del regno, dichiarando: “Finché vivrò, riconoscerò solo lui come vicario di Cristo”. Al re e a tutto il regno, Benedetto continuò a dichiarare a gran voce il suo desiderio di estinguere lo scisma. Inviò un’ambasceria a Bonifacio a Roma. Bonifacio si rifiutò di riceverli a meno che non si fossero presentati al suo cospetto, riconoscendolo come papa. Alcuni di loro lo fecero e lo supplicarono di fissare un luogo per incontrare i rappresentanti di Benedetto e discutere le loro rivendicazioni contrastanti, al fine di estinguere lo scisma. Bonifacio rispose: “Io solo sono papa, Pietro de Luna è un antipapa”. Gli ambasciatori osservarono:
“Almeno il nostro signore è innocente di simonia”. Ciò colpì papa Bonifacio IX così direttamente da scatenare la sua ira a tal punto che ebbe un attacco e dovette essere portato a letto, dove, tre giorni dopo morì, il 2 ottobre 1404.
- I cardinali di Roma si riunirono immediatamente per eleggere un papa. Prima di tutto, si impegnarono reciprocamente con un solenne giuramento che chiunque di loro fosse stato eletto al papato, avrebbe abdicato non appena Benedetto XIII avesse fatto lo stesso. Fu eletto Cosmo Megliorotto, che prese il nome di:
INNOCENZO VII, 12 OTTOBRE 1404 — 13 NOVEMBRE 1406.
L’anarchia a Roma crebbe così tanto che il papa e i suoi cardinali furono costretti a fuggire per salvarsi la vita. Si rifugiarono a Viterbo. Ladislao, re di Napoli, si impegnò a prendere possesso della città di Roma. “L’intera città era un grande campo di battaglia. I soldati di Ladislao la incendiarono in quattro parti.” Tuttavia, fu costretto a ritirarsi e il popolo implorò il papa di tornare. Ciò avvenne il 13 marzo 1406, dove rimase fino alla sua morte, il 13 novembre dello stesso anno. [404]
- Immediatamente i cardinali, quindici in numero, entrarono di nuovo in conclave e prestarono il consueto solenne giuramento che chiunque di loro fosse stato eletto avrebbe rinunciato al suo ufficio, quando il papa rivale di Avignone avrebbe fatto lo stesso. Colui che tra loro aveva deplorato più costantemente, e apparentemente con più fervore, lo scisma – Angelo Corario – fu eletto, all’età di quasi ottant’anni, assumendo il nome papale di:
GREGORIO XII. 19 NOVEMBRE 1406 – 18 OTTOBRE 1417.
Dopo la sua elezione, come prima, proclamò il suo profondo interesse a estinguere lo scisma della Chiesa. Dichiarò che “il suo unico timore era di non vivere abbastanza per compiere la santa opera”. Alla sua incoronazione, rinnovò, tra le lacrime, questa affermazione. E, in privato, dopo la sua incoronazione, dichiarò che “per l’unione della Chiesa, se non avessi una galea, mi imbarcherei sulla barca più piccola; se non avessi un cavallo, partirei a piedi con il mio bastone”. Ma il suo primo atto tradì l’ipocrisia di tutte queste dichiarazioni: scrisse una lettera a Benedetto XIII, indirizzata: “A Pietro de Luna, che alcune nazioni, durante questo miserabile scisma, chiamano Benedetto XIII”. Benedetto rispose in una lettera indirizzata: “Ad Angelo Corario, che alcuni, in questo pernicioso scisma, chiamano Gregorio XII”. Benedetto esortò Gregorio: “Affrettatevi! Non indugiate! Considerate la nostra età, la brevità della vita, abbracciate subito la via della salvezza e della pace, affinché possiamo comparire con il nostro gregge unito davanti al Grande Pastore”.
- Ognuno di loro si impegnò a non nominare nuovi cardinali, eccetto mantenerne il numero uguale. Gregorio scrisse al re di Francia lettere così belle sui mali dello scisma e sul profondo desiderio del suo cuore di rimediare a questo scisma, che il re si convinse di essere un vero angelo di luce. I progressi furono tali che fu effettivamente organizzato un incontro tra i due papi a Savona, nel 1407. Papa Gregorio partì da Roma, in pompa magna, si recò a Viterbo, dove rimase due mesi. Poi si recò a Siena. L’incontro tra i papi rivali fu fissato per il 29 settembre. I sostenitori di Gregorio – monaci e frati – iniziarono a predicare contro la sua partecipazione all’incontro. Gregorio stesso redasse una dichiarazione contenente ventidue obiezioni a Savona come luogo dell’incontro. Chiese che il luogo dell’incontro fosse una città in possesso di una potenza neutrale: Carrara, Lucca, Pisa o Livorno. Benedetto XIII, da parte sua, avanzò più o meno allo stesso ritmo di Gregorio; e così giunsero finalmente alla Spezia. Gregorio avanzò verso Lucca. [404]
- Erano ormai distanti circa quarantacinque miglia. Uno era sulla riva del mare e l’altro nell’entroterra. Lì si fermarono. Come raccontato da uno che era presente e testimone oculare dell’intera procedura, “essendo ormai a non grande distanza, lettere e ambascerie si scambiavano ogni giorno tra di loro. Entrambi fingevano di non avere a cuore nulla quanto l’unità della Chiesa, ma entrambi erano ugualmente contrari ai mezzi per ottenerla. Fingevano di desiderare di conferire di persona, ma non si riusciva a trovare un luogo a cui l’uno o l’altro non si opponesse. Gregorio si oppose a tutti i luoghi marittimi, e Benedetto a tutti quelli a una distanza dal mare. Si sarebbe potuto pensare che l’uno fosse un animale terrestre che odiava l’acqua, e l’altro un acquatico che temeva la terraferma. Questa condotta offese gravemente tutti gli uomini sensati e benintenzionati, che non potevano non vedere che i loro timori venivano falsati e che venivano simulati pericoli dove non c’era nulla da temere. Tutti si lamentarono a gran voce di una collusione così palpabile e criminale: e quanto fosse scioccante vedere due uomini, entrambi dell’età da settant’anni in su, sacrificando la loro reputazione, la loro coscienza e la pace della Chiesa alla loro ambizione, al desiderio di regnare solo per pochi giorni.” – (Leonardo da Arezzo. Bower sotto Gregory XII).
- Gregorio XII mostrò per primo le sue carte attraverso queste pretese. Ruppe l’accordo di non nominare nuovi cardinali, nominandone quattro allo stesso tempo. Gli ex cardinali furono convocati davanti a lui. Li informò di aver deciso di riprendere il pieno esercizio del potere papale. Fuggirono a Pisa e fecero appello a un concilio generale. Benedetto XIII, da parte sua, riprese le piene funzioni papali emanando due bolle contemporaneamente, ciascuna delle quali scomunicava il re di Francia. Inviò le bolle tramite messaggeri con l’ordine di consegnarle nelle mani del re e di tornare al più presto. Consegnarono le bolle, come ordinato; ma, invece di tornare, furono catturati e messi in prigione.
- Il re radunò alcuni membri del suo parlamento e i deputati dell’Università di Parigi, con nobili e prelati. Uno dei prelati tenne un sermone basato sul testo: “La sua iniquità ricadrà sulla sua testa”, e presentò tredici accuse contro “Pietro de Luna, detto Benedetto XIII”. Tra queste, c’erano accuse di spergiuro ed eresia. Le bolle furono dichiarate dal concilio “illegali, traditrici e lesive della maestà del re”. Il re ordinò al suo cancelliere di “fare ciò che è giusto”. Il cancelliere strappò ciascuna delle bolle in due. Una metà la diede ai nobili, l’altra metà ai prelati e ai delegati dell’università. Questi fecero a pezzi le bolle. In Italia fu pubblicato un proclama che annunciava la neutralità della Francia nella contesa tra i papi; “affermando lo spergiuro, il tradimento e l’eresia di entrambi i papi”; e invitando tutte le chiese ad abbandonare entrambi.
- “La cristianità aveva assistito con indignazione a questo miserabile gioco di imbrogli, stratagemmi, falsità, spergiuro, giocato da due uomini canuti, entrambi ultrasettantenni… Il timore e la diffidenza reciproci dei papi rivali erano la loro più severa autocondanna. Questi prelati dai capelli grigi, ognuno dei quali affermava di essere il rappresentante di Cristo sulla terra, non cercavano di nascondere al mondo che nessuno dei due aveva la minima fiducia nella verità, nell’onore, nella giustizia, nella religione del proprio avversario. Nessuno dei due avrebbe avuto scrupoli a trarre vantaggio dall’altro; nessuno avrebbe esitato di fronte a qualsiasi frode, violenza o crimine; nessuno si sarebbe avventurato nelle grinfie dell’altro, per la dichiarata apprensione per la propria libertà o la propria vita. Le forze al comando di ciascuno dovevano essere esattamente bilanciate; le città o i sovrani nei cui territori si sarebbero incontrati avrebbero dovuto garantire di fornire ostaggi per la loro sicurezza personale. Essi si accusarono deliberatamente a vicenda dei più nefandi disegni segreti, nonché di equivoci, evasione, manomissione di sacri giuramenti e spergiuro.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.VII, libro XIII, cap.4, par.13). [405]
- Entrambi i collegi cardinalizi si unirono contro entrambi i papi. I due collegi cardinalizi si incontrarono in uno, a Livorno. Lì concordarono e decisero di anteporre la propria autorità a quella dei papi; e, in base a tale autorità, di convocare un concilio generale a Pisa il 25 marzo 1409. Ogni gruppo di cardinali inviò una convocazione al proprio papa e lettere circolari in tutti i regni d’Europa che riconoscevano i rispettivi papi.
- I cardinali di Benedetto lo accusarono di essere “l’autore e il sostenitore dello scisma” e di essere “malvagio come gli ebrei e i soldati pagani che avrebbero lacerato la tunica senza cucitura di Cristo”. Lo accusarono di insincerità, artificio, ostinazione e disprezzo dei suoi giuramenti. I cardinali di Gregorio lo accusarono di essere “un uomo sanguinario, senza onore, schiavo dei suoi affetti carnali, un ubriacone, un pazzo, un eretico dichiarato, un sovvertitore della Chiesa di Dio, un ipocrita maledetto”.
Accusarono lui e Benedetto XIII di tutti i mali che accompagnarono lo scisma. Dichiararono di aver scelto Gregorio XII “come il migliore e il più santo del loro Ordine; egli aveva giurato profondamente, ripetutamente e solennemente di estinguere lo scisma mediante la rinuncia. In seguito aveva dichiarato tale rinuncia diabolica e dannabile; come se avesse preso le chiavi di San Pietro solo per acquisire il potere di spergiurare se stesso e di dare libera licenza di spergiuro ad altri”. (Idem, par.14,15).
- Vedendo che si sarebbe dovuto riunire un concilio generale, ciascuno dei due papi individualmente convocò un concilio generale! Ma il concilio generale convocato dai cardinali divenne quello effettivo. Nel concilio generale di Pisa così convocato, c’erano ventisei cardinali; quattro patriarchi; dodici arcivescovi, ottanta vescovi, di persona; e quattordici arcivescovi e centodue vescovi rappresentati dai loro rappresentanti. C’erano ottantasette abati di persona e duecento rappresentati. Erano presenti i generali dei quattro grandi Ordini della Chiesa; delegati di tredici delle più grandi università di tutta Europa – Parigi, Tolosa, Orléans, Angers, Montpellier, Bologna, Firenze, Cracovia, Vienna, Praga, Colonia, Oxford, Cambridge – e i capitoli di cento chiese metropolitane e collegiate. C’erano trecento dottori in teologia e diritto canonico. C’erano ambasciatori dei re di Francia, d’Inghilterra, di Portogallo, di Boemia, di Sicilia, di Polonia e di Cipro; dei duchi di Borgogna, Brabante, Pomerania; del margravio di Brandeburgo; e del langravio di Turingia, con molti altri principi tedeschi.
- Dopo l’apertura formale del concilio, fu fatto un proclama alle porte della cattedrale, “chiedendo se Pietro de Luna o Angelo Corario fossero presenti, da soli, con i loro cardinali o con i loro procuratori”. Questo proclama fu fatto per tre giorni consecutivi. Poi, non essendoci stata risposta da nessuno dei due papi, furono dichiarati “in contumacia”. Quindi furono adottate delle risoluzioni “che il santo concilio era canonicamente convocato e costituito dai due collegi cardinalizi ora fusi in uno; che a loro spettava prendere atto dei due concorrenti per il papato”. Poi fu letto un resoconto completo dell’origine e del progresso dello scisma fino a quel momento, che si concluse come segue:
“Poiché i prelati contendenti sono stati debitamente citati e, non comparendo, dichiarati contumaci, sono privati della loro dignità pontificia e i loro sostenitori dei loro onori, uffici e benefici. Se contravvengono a questa sentenza di deposizione, possono essere puniti e castigati dai giudici secolari. Tutti i re, i principi e le persone di ogni grado o qualità sono sciolti dai loro giuramenti e sciolti da ogni fedeltà ai due rivali pretendenti al papato.” [406]
- In seguito, diversi giorni furono dedicati all’ascolto delle testimonianze. Ma si scoprì presto che i testimoni facilmente reperibili erano innumerevoli; e così, per non prolungare il concilio oltre ogni ragionevole motivo, si dichiarò che i fatti principali erano “questioni di pubblica notorietà” e, nella sessione successiva, si procedette alla sentenza definitiva. La sessione fu aperta da un sermone del vescovo di Sisteron, che era stato un convinto sostenitore di Benedetto XIII. Egli predicò basandosi sul testo: “Purificatevi del vostro vecchio lievito” e, nel suo sermone, dichiarò che Benedetto XIII e Gregorio XII non erano “più papi delle mie vecchie scarpe”. Li definì “peggiori di Anna e Caifa” e li paragonò persino ai “diavoli dell’inferno”. Quindi la sentenza del concilio fu pronunciata come segue:
“Il santo concilio universale, rappresentante della Chiesa Cattolica di Dio, a cui spetta il giudizio in questa causa, riunito per grazia dello Spirito Santo nella Cattedrale di Pisa, dopo aver debitamente ascoltato i promotori della causa per l’estirpazione del detestabile e inveterato scisma, l’unione e il ristabilimento della nostra santa madre Chiesa, contro Pietro de Luna e Angelo Corario, chiamati da alcuni Benedetto XIII e Gregorio XII, dichiara che i crimini e gli eccessi, addotti davanti al concilio, sono veri e di pubblica fama. I due concorrenti, Pietro de Luna e Angelo Corario, sono stati e sono notoriamente scismatici, ostinati partigiani, favorevoli, difensori, approvatori di questo lungo scisma; notoriamente eretici per essersi allontanati dalla fede; coinvolti nei crimini di spergiuro e violazione dei loro giuramenti; scandalizzano apertamente la Chiesa per la loro manifesta ostinazione, e completamente incorreggibili. Con le loro enormi iniquità ed eccessi si sono resi indegni di ogni onore e dignità, specialmente del supremo pontificato; e sebbene dai canoni siano effettivamente rigettati da Dio, privati e separati dalla Chiesa, il concilio tuttavia li scomunica, li rigetta e li depone, e li dichiara scomunicati, rigettati e deposti con la presente sentenza definitiva; proibisce loro d’ora in poi di assumere il nome di sommi pontefici, e a tutti i cristiani, sotto pena di scomunica, di obbedire loro, o di prestare loro qualsiasi assistenza; annulla tutti i giudizi che hanno finora emesso, o che potranno emettere in futuro, così come la promozione di cardinali fatta di recente da entrambi: da Angelo Corario dal 3 maggio dell’anno precedente, e da Pietro de Luna dal 15 giugno dello stesso anno; e infine dichiara nel complesso per ulteriore sicurezza, che la Sede Apostolica sia attualmente vacante, e i cardinali siano liberi di procedere a una nuova elezione.” (Milman’s, “History of Latin Christianity”, vol.VII, libro XIII, cap.V; con Bower’s, “Lives of the Popes”, sotto Gregory XII).
- Il passo successivo fu l’elezione di un nuovo papa. Questa non poteva essere effettuata dal concilio, ma solo dai cardinali. I ventisei cardinali trascorsero undici giorni in conclave, e poi annunciarono l’elezione di frate Pietro Chilargi, più vecchio di settant’anni, che fu proclamato papa con il nome di:
ALESSANDRO V, 26 GIUGNO 1409 — 3 MAGGIO 1410.
Si scoprì ben presto che, invece di avere un solo papa, la cristianità ne aveva tre: che gli sforzi del concilio e dei cardinali per eleggere un nuovo papa, anziché aver portato la pace nel mondo, avevano solo aumentato la confusione, poiché Alessandro V conferì immediatamente gli onori papali ai membri del suo Ordine. Emanò una bolla con la quale “investiva i Frati Predicatori, i Frati Minori, gli Agostiniani e I Carmelitani, del pieno e incontrollato potere di ascoltare le confessioni e di concedere l’assoluzione in ogni parte della cristianità. Essa revocava e dichiarava nulle, se non eretiche, sette proposizioni avanzate o sanzionate da altri papi, principalmente da Giovanni XXII… Questa bolla non solo comportava l’assoluto annientamento delle prerogative e pretensioni esclusive del clero, ma ordinava che fosse letta dal clero stesso in tutte le chiese della cristianità. Dovevano proclamare davanti ai propri fedeli il trionfo dei nemici, la completa indipendenza dei parrocchiani dalla loro autorità, la propria condanna per insufficienza, la privazione dei diritti antichi e immemorabili. [407]
- “D’ora in poi ci fu un dominio diviso in ogni diocesi, in ogni parrocchia c’erano due o più rivendicatori contrastanti sull’obbedienza, l’amore e la liberalità del gregge. Inoltre, tutti coloro che osavano sostenere le proposizioni annullate dalla bolla sarebbero stati perseguiti come eretici contumaci e ostinati. Così il papa, che avrebbe dovuto riconciliare e guidare o ricondurre la cristianità disgregata alla pace e all’unità, —un frate dalla mente ristretta, che pensava solo al suo Ordine — aveva lanciato nel mondo un pomo di discordia ancora più fatale, e fomentato una nuova guerra civile tra i più immediati seguaci del papato, tra coloro che avrebbero dovuto essere uniti in una confederazione più stretta e intima.” (Idem).
- L’effetto di questo atto di Alessandro V fu di riportare a Benedetto XIII e Gregorio XII la simpatia di molti; e anche di gettare discredito sul Concilio di Pisa che aveva scelto un papa che poteva agire solo in modo da peggiorare ulteriormente la confusione. “Si udirono mormorii da più parti sul fatto che il concilio, invece di estinguere lo scisma, avesse solo aggiunto un terzo papa.” Questa crescente confusione incoraggiò anche gli altri due papi; e ben presto sembrò che ora c’erano effettivamente tre papi invece di uno. Gregorio XII Fu riconosciuto come papa dal re di Sicilia, da alcune città d’Italia e da Ruperto, re dei Romani. Benedetto XIII fu riconosciuto come papa legittimo dai re d’Aragona, Castiglia e Scozia, e dal conte di Armagnac. Alessandro V fu riconosciuto papa dai restanti principi d’Europa.
- Benedetto XIII era ora sotto la protezione del re d’Aragona, e lanciò i suoi anatemi contro il Concilio di Pisa e gli altri due papi. Gregorio XII si trovava nei territori di Venezia. Con il suo concilio generale, pubblicò sentenze di scomunica e anatema contro gli altri due papi, dichiarando che “l’elezione dell’uno e dell’altro era non canonica e sacrilega; entrambi furono dichiarati scismatici ed eretici; i loro atti furono tutti annullati e a tutti fu proibito, pena la scomunica, di obbedire all’uno o all’altro”. Gregorio pubblicò anche di nuovo la sua più volte ripetuta e infranta professione di fede, in cui affermava di essere pronto a dimettersi immediatamente, a condizione che gli altri due papi facessero “lo stesso, nello stesso momento e nello stesso luogo”. Dichiarò inoltre che “se i due intrusi non avessero accettato queste condizioni, avrebbe concesso loro il permesso di riunire un concilio generale delle tre obbedienze, al quale si dichiarò pronto a partecipare personalmente e ad acconsentire ai loro decreti, a condizione che i suoi due concorrenti si impegnassero a partecipare personalmente come lui e a rispettare la decisione di quell’assemblea”. – (Bower. “Lives of the Popes”, Alexander V). [408]
- Invece di seguire l’esempio dei suoi immediati predecessori, accumulando ingenti tesori, Alessandro V si spinse all’estremo opposto e donò tutto. Dichiarò che come vescovo era stato ricco, come cardinale era stato povero e come papa sarebbe stato un mendicante. “Il giorno stesso della sua intronizzazione, le sue concessioni furono così generose da giustificare, se non addirittura da far nascere, la voce che i cardinali, entrando in conclave, avessero fatto voto che chiunque fosse stato eletto avrebbe concesso alle famiglie dei suoi confratelli cardinali il massimo delle loro richieste.” Alessandro V si affidò alle cure del suo favorito, Baldassarre Cossa, cardinale legato di Bologna. Si recò con il cardinale nella città di Bologna e lì morì il 3 maggio 1410. I cardinali si erano recati a Bologna con papa Alessandro. I ventiquattro cardinali elessero all’unanimità, come successore di Alessandro V, Baldassarre Cossa, il quale assunse il nome papale di:
GIOVANNI XXIII, 25 MAGGIO 1410 — 14 GIUGNO 1415.
- Giovanni XXIII è l’ultimo dei Giovanni, e anche il peggiore. “Giovanni XXIII è un altro di quei papi, la testimonianza della cui vita, per le sue contraddizioni, le anomalie morali, le quasi impossibilità, lascia perplesso e sconcertato lo storico giusto e sincero. Che tale, anche a quei tempi, fosse la vita di un ecclesiastico italiano, e che dopo una tale vita egli sia salito al papato, sconvolge ogni credibilità. Eppure la cronaca di quella vita non si basa semplicemente sulla testimonianza concomitante di tutti gli storici dell’epoca, due dei quali segretari della corte romana; ma è avvalorata dalla deliberata sanzione del Concilio di Costanza.” – (Milman. “History of Latin Christianity”, vol.VII, libro XIII, cap.5, sotto John XXIII [*antipope]). Pur essendo solo un semplice ecclesiastico, Baldassarre Cossa era stato un pirata. La sua indole piratesca, così come “l’abitudine del pirata di dormire di giorno e svegliarsi di notte”, rimasero con lui anche dopo aver cessato l’attività di pirata professionista ed essere diventato in seguito arcidiacono, ciambellano del papa, cardinale legato del papa e papa.
- Fu Papa Bonifacio IX a nominare Baldassarre Cossa suo legato “per strappare la città di Bologna al dominio dei Visconti”. Il legato portò a termine la sua missione [*Wikipedia: Cossa nacque nel Regno di Napoli. Nel 1403 fu legato pontificio in Romagna. Partecipò al concilio di Pisa del 1408, che cercò di porre fine allo scisma di Occidente con l’elezione di un terzo papa alternativo. Nel 1410, successe all’antipapa Alessandro V, assumendo il nome di Giovanni XXIII]. Il povero studente di legge, arcidiacono di Bologna, divenne signore di quella città con un dominio assoluto e illimitato come il tiranno di qualsiasi altra repubblica longobarda o romagnola. Baldassarre Cossa, seppur appena superato in estorsione e crudeltà dal famoso Eccelino, con le sue dissolutezze avrebbe potuto svergognare il più sfacciato dei Visconti. Sotto il suo ferreo governo, giorno dopo giorno, una tale moltitudine di persone di entrambi i sessi, stranieri e bolognesi, veniva messa a morte con l’accusa di tradimento, sedizione o altri crimini, che la popolazione di Bologna sembrava ridursi a quella di una piccola città. Era solito inviare ai carnefici un ordine per uccidere le loro vittime con maggiore celerità.
- “Né persona né proprietà erano esenti dalla sua spietata tassazione. Il grano non poteva essere macinato, né pane fatto, né vino venduto senza la sua licenza. Da tutti i ceti, dal nobile al contadino, esigeva i servizi più laboriosi. Imponeva tasse a prostitute, case da gioco, usurai. La sua licenziosità era ancora più ampia e promiscua. Duecento fanciulle, mogli e vedove, con molte suore, sono considerate vittime della sua lussuria. Molte furono messe a morte dai loro mariti e parenti gelosi e indignati. Lo storico si chiede come in una città così ricca e popolosa nessun pugnale di marito, padre o fratello abbia trovato la strada per il cuore del tiranno.” [409]
- “Così viene descritto Baldassarre Cossa da Teodorico à Niem, suo segretario. Leonardo Aretino, un altro segretario, con parole pregnanti e significative, lo descrive come un grand’uomo, di consumata abilità negli affari mondani, nulla o peggio di nulla in quelli spirituali… Il conclave si rifiutò di ricordare le enormità della vita di Baldassarre Cossa. Il pirata, il tiranno, l’adultero, il violentatore di suore, divenne il successore di San Pietro, il vicario di Cristo sulla terra!”(Idem). La mostruosità a tre teste del papato ora si ergeva con:
BENEDETTO XIII,
GREGORIO XII,
GIOVANNI XXIII.
- Otto giorni dopo la sua ascesa al papato, Giovanni XXIII fece il suo ingresso solenne nella città di Roma, dove il suo governo, durante la sua permanenza, fu simile a quello che aveva avuto a Bologna. C’era una mortale inimicizia tra Giovanni e il re di Sicilia, e le loro guerre devastarono vaste regioni d’Italia. In conseguenza delle sue guerre, Giovanni fu costretto a lasciare Roma e tornò a Bologna. C’era inimicizia anche tra papa Giovanni e l’imperatore Sigismondo. Ma, per rafforzarsi nella sua lotta con il re di Sicilia, Giovanni cercò un’alleanza con l’imperatore. Ma le uniche condizioni a cui l’imperatore avrebbe accettato la proposta di alleanza di Giovanni erano che il papa accettasse la convocazione di un concilio generale per estinguere lo scisma nella Chiesa e sanare le miserie della cristianità. Queste condizioni non potevano essere rifiutate da Giovanni anche per un altro motivo: il Concilio di Pisa, la cui azione era l’unica base della posizione di Giovanni come papa, aveva decretato che quel concilio o un altro concilio generale si sarebbe riunito entro tre anni. Giovanni acconsentì alle condizioni richieste dall’imperatore e Costanza fu scelta come luogo in cui si sarebbe dovuto tenere il concilio. Una lettera imperiale e una bolla papale furono inviate in tutta la cristianità “per convocare il concilio generale della cristianità a Costanza verso la fine dell’anno successivo”: 1414.
- Il Concilio di Costanza si riunì il 1° novembre 1414 e continuò fino al 22 aprile 1418. Il numero totale del solo clero presente al concilio, anche se forse non tutto il clero per tutta la durata, fu di quattro patriarchi, ventinove cardinali, trentatré arcivescovi, centocinquanta vescovi, centotrentaquattro abati, duecentocinquanta dottori e membri del clero minore, per un totale di diciottomila persone. Con l’imperatore e il suo seguito, re, duchi, signori e altri nobili, il numero dei presenti era solitamente di cinquantamila. In certi periodi della conferenza erano presenti fino a centomila persone. Trentamila cavalli furono nutriti e trentamila letti furono forniti dalla città.
- Il concilio si aprì sotto la presidenza di Giovanni XXIII. Erano presenti i delegati di Gregorio XII e Benedetto XIII. I delegati di Gregorio dichiararono prontamente, a nome del loro signore, che era pronto a dimettersi, a condizione che anche gli altri due papi si dimettessero allo stesso tempo. Presentarono inoltre all’imperatore una petizione chiedendo che a Giovanni XXIII non fosse consentito presiedere il concilio. Per discutere di questo argomento, fu nominata, oltre al concilio, un’assemblea generale dei capi delle nazioni presenti. Essi riferirono di una raccomandazione affinché i tre papi si dimettessero volontariamente. Papa Giovanni acconsentì immediatamente e redasse personalmente un modulo di dimissioni. Ma, poiché l’assemblea non ne fu soddisfatta, lo lasciò a loro per compilarlo. [410]
- A questa assemblea delle nazioni fu presentato un memoriale contenente un lungo elenco dei crimini commessi da Giovanni XXIII nella sua vita, affermando che tali crimini potevano essere provati da testimoni ineccepibili, se il concilio avesse scelto di ascoltarli. Poiché i crimini erano già noti e innegabili, persino da parte di Giovanni, egli propose all’assemblea di dichiararsi colpevole davanti al concilio, ricordando la massima generalmente accettata secondo cui “un papa non può essere deposto per alcun crimine se non quello di eresia”. Ma questa proposta fu respinta dall’assemblea, con la motivazione che non riteneva opportuno che crimini così efferati venissero pubblicamente presentati al concilio per essere esaminati in modo approfondito. Pertanto, consigliarono di sopprimere il memoriale, a condizione che Giovanni acconsentisse alle dimissioni che avrebbero presentato. Giovanni acconsentì. L’assemblea quindi redasse il modulo delle dimissioni proposte come segue:
“Io, Papa Giovanni XXIII, per la pace di tutto il mondo cristiano, dichiaro, prometto, faccio voto e giuro a Dio, alla Sua santa Chiesa e a questo santo concilio, di dare pace alla Chiesa per mezzo della cessione o rinuncia al pontificato, e di eseguire liberamente e spontaneamente ciò che ora prometto, nel caso in cui Pietro de Luna e Angelo Corario, chiamati nelle loro obbedienze, Benedetto XIII e Gregorio XII, rinuncino allo stesso modo alla loro pretesa dignità; e anche in caso di rinuncia, di morte o in qualsiasi altro caso, quando le mie dimissioni possano dare pace alla Chiesa di Dio ed estirpare l’attuale scisma.” (Bower’s, “Lives of the Popes”, John XXIII. L’intera descrizione del Concilio di Costanza è tratto dal resoconto di Bower).
- Questo modulo di dimissioni papa Giovanni lo lesse il giorno successivo al concilio plenario. Quando, durante la lettura, giunse alle parole: “Faccio voto e giuro”, si alzò dal trono e si inginocchiò davanti all’altare e, ponendosi la mano sul petto, disse: “Prometto di osservarlo”. Poi riprese a sedere sul trono. L’imperatore depose la corona, si prostrò davanti a Giovanni XXIII, “gli baciò il piede e lo ringraziò a nome di tutto il concilio per la sua buona risoluzione. Nello stesso tempo, il consiglio, i principi presenti e gli ambasciatori di coloro che erano assenti si impegnarono a sostenerlo, con tutte le loro forze, contro i suoi due concorrenti, se non avessero seguito il suo esempio.”
- Ma fu ben presto chiaro a tutti che Giovanni non aveva alcuna intenzione di dimettersi dal papato. Infatti, quando l’imperatore e l’assemblea delle nazioni gli chiesero di rispettare l’accordo, egli chiese che fosse rinviato per un po’. Allora, quando insistettero, tramite il duca d’Austria, che era suo alleato, fuggì a Schaffhausen. Da lì scrisse, la sera dello stesso giorno, e inviò all’imperatore una lettera, chiedendogli di scusare la sua fuga, nella quale si rivolse all’imperatore, dicendo:
“Mio caro figlio, per grazia di Dio Onnipotente, sono arrivato a Schaffhausen, dove godo della mia libertà e di un’aria che si concilia con la mia costituzione. Sono venuto qui, all’insaputa di mio figlio, il duca d’Austria, non per essere esonerato dal mantenere la promessa che ho fatto di abdicare per la pace della santa Chiesa di Dio, ma, al contrario, per farlo liberamente e senza mettere a repentaglio la mia salute.” [411]
- Lo scopo di Giovanni in tutto questo era quello di sciogliere il concilio, perché supponeva che, in assenza del papa, il concilio si sarebbe sciolto. Ma i suoi calcoli fallirono. L’imperatore Sigismondo, accompagnato dal maresciallo dell’impero, cavalcò per la città, con le trombe che squillavano davanti a sé, proclamando che il concilio non era stato sciolto dalla fuga del papa, ma che lo avrebbe difeso fino all’ultima goccia del suo sangue. Il cancelliere dell’Università di Parigi presentò un argomento davanti all’imperatore e all’assemblea delle nazioni, per dimostrare “che un concilio generale è superiore al papa, e che le sue decisioni sono valide sia che il papa sia presente o assente, sia che le approvi o disapprovi”.
- Di conseguenza, il concilio si riunì in sessione ordinaria e adottò i seguenti articoli:
“I. Che il concilio era stato legittimamente riunito nella città di Costanza.
“II. Che non sarebbe stato sciolto con il ritiro del papa e dei cardinali.
“III. Che non sarebbe stato sciolto finché lo scisma non fosse stato rimosso e la Chiesa non fosse stata riformata nel suo capo e nei suoi membri.
“IV. Che i vescovi non avrebbero dovuto andarsene senza una giusta causa approvata dai deputati delle nazioni, finché il concilio non fosse terminato; e se avessero ottenuto il permesso del concilio di andarsene, avrebbero dovuto nominare altri che votassero per loro come loro deputati o procuratori.”
- I cardinali che erano con Giovanni tornarono ora al concilio. L’imperatore scoprì che il duca d’Austria aveva aiutato Giovanni nella sua fuga, e quindi mise il duca sotto il bando dell’impero e inviò truppe a invadere i suoi domini. Appreso ciò, Giovanni abbandonò Schaffhausen e fuggì a Lauffenberg. Nella sua nota all’imperatore, Giovanni aveva dichiarato che non era per paura che aveva lasciato Costanza. A Lauffenberg si assicurò un notaio e, alla presenza di testimoni, certificò che tutto ciò che aveva concordato a Costanza era dovuto alla sua paura; e che, poiché i suoi impegni erano stati presi sotto costrizione, non era obbligato a mantenere il giuramento.
- Il concilio si riunì di nuovo in sessione ordinaria e fece la seguente dichiarazione:
“Il presente concilio, legittimamente riunito nella città di Costanza e rappresentante l’intera Chiesa militante, detiene il suo potere direttamente da Gesù Cristo, e tutte le persone di qualsiasi stato o dignità (non escluso il papato) sono tenute a obbedirgli per quanto riguarda la fede, l’estirpazione dello scisma e la riforma della Chiesa nel suo capo e nei suoi membri”.
- Il concilio inviò messaggeri a Giovanni, informandolo che non era intenzionato a fargli violenza e dandogli l’assicurazione dell’imperatore che non gliene sarebbe stata fatta alcuna. Pertanto, se si fosse rifiutato di tornare o di nominare deputati che effettuassero le sue dimissioni nella debita forma, il consiglio avrebbe proceduto contro di lui come colpevole di spergiuro e autore dello scisma. I messaggeri trovarono Giovanni a Brisac. Egli promise loro un’udienza per il giorno successivo. Ma, nell’intervallo così guadagnato, fuggì di nuovo. I messaggeri lo inseguirono e lo raggiunsero a Friburgo. Si assicurarono che non avesse più la possibilità di fuggire rimandandoli indietro: invasero la sua camera da letto e gli consegnarono il loro messaggio come lo trovarono a letto. [412]
- Ai messaggeri, Giovanni rispose che era pronto a mantenere la promessa di dimettersi dal papato “alle seguenti condizioni, e a nessun’altra:
“I. Che l’imperatore gli concedesse un salvacondotto nella debita forma, come lui stesso avrebbe dettato.
“II. Che il concilio emanasse un decreto che gli garantisse piena libertà e sicurezza, e lo esentasse da qualsiasi molestia.
“III. Che si ponesse fine alla guerra contro il duca d’Austria.
“IV. Che, dopo le sue dimissioni, sarebbe stato nominato legato perpetuo su tutta l’Italia, o avrebbe goduto, durante la sua vita, dell’area di Bologna e dintorni e della contea di Avignone, con una pensione annua di trentamila fiorini d’oro; e che non avrebbe dovuto avere alcun legame con nessuno, né essere obbligato a rendere conto a nessuno di ciò che aveva fatto o avrebbe potuto fare da allora in poi.”
- Nel frattempo il concilio si riunì nella sua quinta sessione ordinaria, nella quale confermò tutti gli atti delle sessioni precedenti, in particolare quelli relativi alla superiorità del concilio sul papa. In questa sessione fu inoltre deciso che il papa era obbligato a obbedire ai decreti del concilio e a mantenerne le decisioni: che se si fosse rifiutato di dimettersi, tutti i fedeli avrebbero dovuto ritirare la loro obbedienza e sarebbe stato considerato come effettivamente deposto; che la sua fuga da Costanza era illegittima e pregiudizievole per l’unità della Chiesa; che se fosse tornato, gli sarebbe stato concesso un salvacondotto molto ampio; e se avesse mantenuto la promessa di dimettersi, gli sarebbe stato garantito per tutta la vita secondo le modalità stabilite da quattro persone da lui nominate e da quattro dal concilio.
- Nella sessione successiva il concilio adottò la forma di rinuncia al papato che l’assemblea delle nazioni aveva elaborato, che Giovanni aveva letto al concilio e che egli aveva approvato. Nella sessione successiva, il papa fu ufficialmente convocato a comparire davanti al concilio, per giustificare la sua fuga da Costanza e per discolparsi dai crimini di eresia, scisma, simonia, ecc., a lui imputati. Altre questioni occuparono il concilio nelle due sessioni successive, tranne che Giovanni fu nuovamente convocato ufficialmente. Ma poiché Giovanni non prestò attenzione a nessuna delle proposte del concilio e le forze dell’imperatore stavano saccheggiando i domini del duca d’Austria, il duca fece pace con l’imperatore, e due arcivescovi con trecento soldati arrestarono papa Giovanni a Friburgo e lo confinarono in un castello a circa dieci miglia da Costanza.
- Nella decima sessione del concilio, il 14 maggio 1414, fu letto l’elenco delle accuse contro papa Giovanni, composto da settanta articoli, venti dei quali erano troppo scioccanti e scandalosi per essere letti pubblicamente, anche in quell’epoca rozza e immorale. Nella sessione successiva, il 25 maggio, tutti gli articoli contro Giovanni, che erano stati letti nella sessione precedente, furono riletti. Mentre venivano letti, uno per uno, furono anche lette le deposizioni dei testimoni e il loro carattere, senza i loro nomi. Dopo che tutto fu letto, il concilio dichiarò pienamente approvato l’intero elenco: sia degli articoli che erano stati letti che di quelli non idonei alla lettura; quindi dichiarò all’unanimità che “il detto signore papa Giovanni dovrebbe essere sospeso da ogni amministrazione, sia spirituale che temporale, di sua competenza in quanto papa; e di conseguenza lo dichiariamo effettivamente sospeso per la sua notoria simonia e la sua vita malvagia”. La notifica di questa sentenza fu inviata a papa Giovanni, alla quale egli rispose che “acconsentiva pienamente alla sentenza che avevano già pronunciato ed era pronto a sottomettersi a qualsiasi sentenza avessero pronunciato, sapendo che il concilio non poteva sbagliare”. [413]
- I messaggeri tornarono con la risposta di Giovanni e, nella dodicesima sessione del concilio, il 29 maggio, fu pronunciata la seguente sentenza di deposizione:
“Il Concilio generale di Costanza, avendo invocato il nome di nostro Signore Gesù Cristo ed esaminato, nel timore di Dio, gli articoli esibiti e provati contro Giovanni XXIII e la sua volontaria sottomissione ai procedimenti del concilio, pronuncia, decreta e dichiara con la presente sentenza che la fuga notturna del suddetto Giovanni XXIII, travestito e con un abito indecente, è stata scandalosa; che è stata pregiudizievole all’unità della Chiesa e contraria ai suoi voti e giuramenti; che lo stesso Giovanni XXIII è un noto simonista; che ha sperperato e dilapidato le entrate della Chiesa Romana e di altre chiese; che è stato colpevole del più alto grado di cattiva amministrazione sia in campo spirituale che temporale; che con il suo comportamento detestabile ha offeso l’intero popolo cristiano; che perseverando in una condotta così scandalosa fino all’ultimo nonostante i ripetuti ammonimenti, si è dimostrato incorreggibile; che come tale, e per altri crimini esposti nel suo processo, il concilio lo dichiara deposto e assolutamente privato del pontificato, assolve tutti i cristiani dal loro giuramento di fedeltà a lui e proibisce loro per il futuro di riconoscerlo come papa o di nominarlo come tale. E affinché questa sentenza sia irrevocabile, il concilio, d’ora in poi, con il suo pieno potere, supplisce a tutti i difetti che in seguito potrebbero essere riscontrati nel processo; e condanna inoltre il suddetto Giovanni XXIII ad essere consegnato, in nome del concilio, in un luogo dove possa essere tenuto sotto la custodia dell’imperatore, come protettore della Chiesa Cattolica, finché il concilio lo riterrà necessario per l’unità della Chiesa, riservandosi il suddetto concilio il potere di punirlo per i suoi crimini e irregolarità secondo i canoni e come la legge della giustizia o della clemenza richiederà.”
- Mentre il concilio si occupava di Giovanni, giunsero gli ambasciatori di Gregorio XII. Furono inviati da Gregorio “per dimettersi dal pontificato in suo nome e da ogni diritto e titolo di quella dignità. Ma non si presentarono alconcilio: papa Gregorio XII non avrebbe riconosciuto la legittimità di un concilio convocato da papa Giovanni XXIII. Pertanto, questi messaggeri furono inviati all’imperatore e autorizzati a trattare con lui. Fu loro ordinato di informare l’imperatore che se lui e i capi delle nazioni avessero permesso che il concilio fosse convocato nuovamente da papa Gregorio XII, allora papa Gregorio XII lo avrebbe riconosciuto come concilio legittimo, ma non altrimenti. L’imperatore e i capi delle nazioni concordarono.
- Di conseguenza, alla quattordicesima sessione, il 4 luglio 1415, uno dei nunzi di Gregorio assunse la presidenza e lesse da Gregorio due bolle: una che convocava il Concilio di Costanza e, una volta convocato, lo riconosceva come concilio legittimo; l’altra che autorizzava questo nunzio ad agire come procuratore di papa Gregorio e, in tale veste, di sottoporsi alle decisioni del concilio quando legittimamente convocato come concilio di Gregorio. Dopo che le bolle furono così lette, il concilio fu dichiarato convocato in nome di papa Gregorio XII. Quindi il procuratore annunciò al concilio che Gregorio XII era pronto a sacrificare la sua dignità alla pace della Chiesa e a sottomettersi alla loro disposizione come avrebbero ritenuto opportuno. [414]
- Quindi il presidente regolare del concilio assunse la presidenza e l’imperatore il suo trono. Fu quindi letta una terza bolla di Gregorio, che conferiva al suo procuratore pieno potere di rinunciare alla dignità papale in suo nome. Quindi la rinuncia di Gregorio fu fatta dal procuratore, con le seguenti parole:
“Io, Carlo Malatesta, vicario di Rimini, governatore della Romagna per il nostro santissimo padre in Cristo Signore papa Gregorio XII, e generale della santa Romana Chiesa, essendo autorizzato dalla piena potestà che è stata appena letta, e che è stata da me ricevuta dal nostro suddetto signore papa Gregorio, non costretto da alcuna violenza, ma solo animato da un ardente desiderio di procurare la pace e l’unione della Chiesa, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, rinuncio effettivamente e realmente per conto del mio signore papa Gregorio XII al possesso, e a ogni diritto e titolo, al papato, di cui egli gode legalmente, e vi rinuncio effettivamente alla presenza di nostro Signore Gesù Cristo e di questo concilio generale, che rappresenta la Chiesa Romana e la Chiesa Universale.”
- Questo atto di rinuncia di papa Gregorio XII fu accolto con fragoroso applauso dal concilio. Fu cantato il Te Deum e furono tributati a Gregorio grandi elogi. Quindi il concilio decretò che Benedetto XIII avrebbe dovuto parimenti dimettersi entro dieci giorni dal ricevimento della notifica del concilio; e che se non si fosse dimesso entro tale termine, sarebbe stato dichiarato “notoriamente scismatico e ostinato ed eretico incorreggibile; e come tale privato di ogni onore e dignità e cacciato dalla Chiesa.”
- Il concilio decretò poi che Gregorio “avrebbe mantenuto la dignità di cardinale vescovo finché fosse vissuto; che sarebbe stato il primo in ordine di importanza dopo il papa, a meno che non si fosse giudicata opportuna una modifica, rispetto a questo articolo, in seguito alle dimissioni di Pietro de Luna; e che sarebbe stato legato perpetuo delle Marche di Ancona, e avrebbe goduto indisturbato di tutti gli onori, i privilegi e gli emolumenti annessi a tale dignità. Il concilio gli concesse inoltre un’assoluzione piena e illimitata da tutte le irregolarità di cui avrebbe potuto essere reo durante il suo pontificato, lo esentò dal rendere conto della sua condotta passata, o di qualsiasi parte di essa, a chiunque, e proibì a chiunque di essere elevato al pontificato finché non avesse promesso con giuramento di osservare questo decreto, nonostante tutti i canoni, le costituzioni e i decreti dei concili generali in senso contrario”.
- Benedetto XIII insistette sul fatto che, ora che gli altri due papi si erano dimessi, questo lo rendeva unico e indiscutibilmente legittimo papa. L’imperatore e un gran numero di seguaci intrapresero un viaggio di quasi 800 miglia fino a Perpignan, in Francia, sul Golfo di Lione, vicino al confine con la Spagna, dove incontrarono il re d’Aragona e tutti i principi che avevano riconosciuto Benedetto come papa. Tennero un congresso e cercarono con ogni mezzo di persuadere Benedetto a dimettersi: ma tutto invano. In una delle sessioni, sostenne per sette ore di fila, sebbene avesse settantasette anni, che lui solo era legittimo papa, e che, se il bene della Chiesa lo avesse costretto a dimettersi, lui solo aveva il diritto di eleggere un nuovo papa, essendo l’unico cardinale indiscutibilmente in vita allora, in quanto creato prima dello scisma e, di conseguenza, indiscutibilmente da un papa. Dichiarò che “non avrebbe mai abbandonato la Chiesa che l’Onnipotente aveva voluto affidargli; e allo stesso tempo dichiarò scomunicati tutti coloro che non lo riconoscevano, siano essi imperatori, re, cardinali, patriarchi, arcivescovi o vescovi; e li dichiarò ribelli a San Pietro e alla sua Chiesa”.
- Tutti i suoi seguaci, tranne quattro cardinali, lo abbandonarono e riconobbero il Concilio di Costanza. Poi il Concilio di Costanza lo depose, il 26 luglio 1417. Ma Benedetto scomunicò e anatemizzò “l’assemblea scismatica di Costanza, e tutti i principi e vescovi che vi assistettero o ne ricevettero definizioni o decreti volti a fomentare e perpetuare uno scisma così pericoloso nell’unica, santa, cattolica e apostolica Chiesa; pertanto l’unica, santa, cattolica e apostolica Chiesa si trovava ora solo a Peniscola”, dove si trovava allora Benedetto. Fino al momento della sua morte, egli insistette nel sostenere di essere l’unico papa. Finché poté parlare, lo sostenne; e “quando non poté più parlare, scrisse, con grande difficoltà, la seguente ingiunzione rivolta, come suo ultimo testamento, ai suoi cardinali: “Vi ordino, sotto pena di eterna maledizione, di scegliere un altro papa dopo la mia morte”.
- Tre cardinali [*AI: che erano disponibili] elessero un altro papa dopo la morte di Benedetto, che assunse il titolo di:
CLEMENTE VIII, 29 NOVEMBRE 1424;
ma egli abdicò in favore del papa che era stato eletto dal Concilio di Costanza:
MARTINO V, 8 NOVEMBRE 1417 — 20 FEBBRAIO 1431.
- Martino V lasciò Costanza per Roma il 16 maggio 1418. Rimase per una stagione a Ginevra; poi si trasferì a Firenze, dove arrivò il 27 febbraio 1419. Mentre era a Firenze, Giovanni XIII, nel giugno 1419, “gettandosi ai suoi piedi, senza alcuna precedente stipulazione o condizione, lo riconobbe come legittimo successore di San Pietro e vicario di Cristo in terra”. Il 14 giugno, Baldassarre Cossa “ratificò e confermò tutte le decisioni del Concilio di Costanza relative a lui e all’elezione di Martino V; rinunciò in modo solenne a ogni diritto e titolo al papato; fu quindi creato dal papa cardinale vescovo di Tuscolo, fu nominato decano del Sacro Collegio; e fu ordinato che sedesse sempre accanto al papa, e che il suo seggio fosse un po’ più elevato rispetto a quelli degli altri cardinali”. Morì il seguente 20 dicembre.
- Così, grazie agli sforzi e all’autorità delle nazioni, l’anarchia del papato ebbe fine; e il papato fu salvato da se stesso. Poiché le nazioni avevano ora ripreso il loro legittimo posto e potere come superiori al papato, l’assolutismo, così come l’anarchia, del papato ebbero fine. In misura completa e orribile, era stato dimostrato a tutto il mondo che l’essenza del papato e il fine ultimo del suo governo è solo l’anarchia. Le spaventose iniquità dei papi continuarono; ma dopo la completa dimostrazione dell’essenziale anarchia del papato che era stata presentata al mondo, nel futuro del papato non ci sarebbe stato nulla di nuovo se non l’incoronazione ufficiale di tutta la storia arrogante, ingannevole, licenziosa, sanguinaria e anarchica, da parte di papa:
PIO IX, 16 GIUGNO 1846 — FEBBRAIO 8, 1878,
con l’attributo di divinità, nella sua proclamazione dell’infallibilità papale, come articolo di fede a causa della rivelazione divina.
- E anche questa non è altro che la logica della teoria teocratica su cui fu posto il fondamento del papato ai tempi di Costantino. Poiché, pretendendo il papato di essere il governo di Dio, colui che siede a capo di esso, siede lì come rappresentante di Dio. Rappresenta l’autorità divina; e quando parla o agisce ufficialmente, il suo discorso o atto è quello di Dio. Ma rendere un uomo in questo modo rappresentante di Dio, significa solo rivestire le passioni umane di potere e autorità divini. Ed essendo umano, è sempre tenuto ad agire diversamente da Dio; ed essendo rivestito di potere irresponsabile, spesso agirà solo come Satana. Di conseguenza, per rendere tutte le sue azioni coerenti con la sua professione, è costretto a rivestirle tutte degli attributi divini e a considerare tutto ciò che fa nella sua veste ufficiale un atto di Dio.
- Questa è precisamente la logica e la professione dell’infallibilità papale. Non si pretende che tutto ciò che il papa dice sia infallibile; lo è solo ciò che dice ufficialmente, ciò che dice ex cathedra, cioè dal trono. Il decreto di infallibilità è il seguente:
“Insegniamo e definiamo che è un dogma divinamente rivelato che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando, nell’esercizio dell’ufficio di pastore e dottore di tutti i cristiani, in virtù della sua suprema autorità apostolica, definisce una dottrina riguardante la fede o la morale da ritenersi valida per la Chiesa universale, per l’assistenza divina promessagli nel beato Pietro, è dotato di quell’infallibilità di cui il divino Redentore volle che la sua Chiesa fosse dotata per definire le dottrine riguardanti la fede o la morale; e che pertanto tali definizioni dei Romani Pontefici sono irreversibili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa.
“Ma se qualcuno – che Dio non voglia – presumesse di contraddire questa nostra definizione, sia anatema”.
“Dato a Roma, in pubblica seduta solennemente tenuta nella Basilica Vaticana, nell’anno del Signore 1870, il diciottesimo giorno di luglio, venticinquesimo anno del nostro pontificato.” (Schaff’s, “History of the Vatican Council”, Decreti, cap.4. Il pontificato è quello di Pio IX).
- Secondo questa teoria, il papa siede sul suo trono come capo del governo di Dio, e come Dio veramente. Infatti, lo stesso papa che ha pubblicato il dogma dell’infallibilità, ha costantemente pubblicato un libro dei suoi discorsi, nella cui prefazione, nell’edizione ufficiale e approvata, egli dichiara di essere “il Cristo vivente”; “la voce di Dio”; e inoltre di lui si dichiara: “Egli è la natura che protesta; egli è Dio che condanna.” (Speeches of pope Pius IX, pag.9,17; Gladstone’s Review, pag.6). E pienamente all’altezza di queste dichiarazioni, papa:
LEONE XIII, 20 FEBBRAIO 1878 — [*20 LUGLIO 1903]
pubblicò il 21 giugno 1894, una comunicazione indirizzata “ai principi e ai popoli dell’universo”, in cui diceva loro: “Noi abbiamo la reggenza di Dio sulla terra”. La reggenza è l’ufficio e l’amministrazione di un reggente. Un “reggente è un amministratore di un regno durante la minore età o l’incapacità di un re”; “colui che governa o regna, quindi investito di autorità vicaria; colui che governa un regno in minore età, assenza o incapacità del sovrano”. Una reggenza di Dio sulla terra, quindi, può esistere solo presupponendo la “minoranza, assenza o incapacità” di Dio per quanto riguarda gli affari della terra, presupposto che non può essere altro che estremamente blasfemo.
- Così nel papato si adempie alla lettera, nel suo significato più completo, la profezia di — 2 Tess. 2:1-9 — dell'”apostasia” e della rivelazione di “quell’uomo del peccato”, “il figlio della perdizione, che si oppone e si esalta sopra tutto ciò che è chiamato Dio o oggetto di culto; tanto da sedere nel tempio di Dio, come Dio, mostrando se stesso come Dio“.
- Questa è la logica inevitabile della falsa teoria teocratica. E se si nega che la teoria sia falsa, logicamente non c’è via d’uscita dall’accettare l’intero sistema papale. Così certamente e infallibilmente è vero che la visione falsa e grossolanamente concepita della teocrazia dell’Antico Testamento contiene in sé il germe di TUTTO IL PAPATO. (Neander’s, “History of the Christian Religion and Church”, vol.II, sez.II, parte I, div.II, par.29).
CAPITOLO 21 – LO SPIRITO DEL PAPATO
[419] Il Segreto del Papato – I Cherubini Celesti – Il Fondamento del Trono di Dio – Il Cherubino Che Peccò – Il Cambiamento della Legge di Dio Richiesto – Lo Scopo Eterno di Dio – Lucifero Riflette su Dio – L’Io Non Può Salvare Se Stesso – Nelle Catene dell’Oscurità – Il Peccato Deve Essere Sradicato – Libertà di Scelta – Satana Viene in Questo Mondo – La Tentazione in Paradiso – Inimicizia Contro Dio – Tutto di Se e Niente di Dio – Inimicizia Contro Satana – Il Mistero di Dio – L’Umiltà di Cristo – Il Cambiamento della Legge di Dio.
- Non si può negare in modo lecito che l’intero corso del papato sia una dimostrazione di puro egoismo: egoismo supremo e autoesaltazione assoluta. Ma il cristianesimo è l’esatto ed estremo opposto dell’egoismo. È il completo svuotamento di sé. È rinuncia assoluta a se stessi.
- A tutti gli uomini del mondo è rivolto dalla Parola di Dio: “Abbiate in voi lo stesso sentimento che fu anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò rapina l’essere uguale a Dio, ma annichilì se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini; e trovato nell’esteriore simile a un uomo, abbassò se stesso, divenendo ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce”. (Filippesi 2:5-8).
- L’idea veicolata dal termine tradotto “rapina” può essere più chiaramente compresa osservando le diverse traduzioni. L'”Emphatic Diaglott” osserva che l’originale – “harpagmon” – essendo una parola di rarissima presenza, ne sono state date una grande varietà di traduzioni, e cita come esempi: “Non lo considerava un oggetto da desiderare ardentemente.” – Clarke. “Non lo accarezzava ardentemente.” – Cipriano. “Non pensava di trattenere con ansia.” – Wakefield. “Non lo considerava come un oggetto di desiderio sollecito.” – Stuart. “Non lo considerava una cosa da afferrare.” – Sharpe. “Non lo afferrava ardentemente.” – Kneeland. “Non si sforzava violentemente.” – Dickinson. “Non meditava un’usurpazione.” – Trumbull. A questi si può aggiungere: “Non lo considerava un premio.” – R. V., con margine, “o una cosa da afferrare.” “Non lo considerava un’intrusione.” – Murdock’s Siriaco. Nell'”Emphatic Diaglott” la traduzione è la stessa di Trumbull: “Colui [Cristo Gesù], pur essendo in forma di Dio, non meditò un’usurpazione per essere come Dio”. E questo, come si vedrà, esprime più di ogni altro il pensiero inteso dalla Scrittura; poiché, laddove è coinvolta l’idea di governo, un ladro di governo è un usurpatore. [420]
- Il pensiero, quindi, trasmesso dal testo è questo: “Abbiate in voi lo stesso sentimento che fu anche in Cristo Gesù; il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa da conquistare, da conquistare con violenza e da conservare con ardore, non considerò l’essere uguale a Dio un’usurpazione da meditare. Questo è il cristianesimo. Ma non è in alcun senso il papato. Dall’inizio del papato, persino ai tempi degli apostoli (“Il mistero dell’iniquità è già all’opera”; 2 Tess. 2:7) fino alla proclamazione dell’essenziale divinità del papato da parte di papa Pio IX, ogni passo del cammino non è altro che una manifestazione della mente che ha ritenuto l’essere uguale a Dio una cosa da desiderare ardentemente, un premio da conquistare, da conquistare con violenza e da conservare con ardore, un’usurpazione da meditare. Se quella parola e quel pensiero, che esprimono la mente che NON era in Cristo, fossero stati scritti dopo il 1870, invece che prima del 70 d.C., non avrebbero potuto definire in modo più appropriato lo spirito essenziale del papato di quanto non facciano. E che per milleottocento anni, attraverso la più nera storia del mondo intero, ci sia stata una successione di uomini perpetuamente animati da questo unico spirito di lottare violentemente per afferrare e mantenere avidamente l’uguaglianza con Dio, è una questione di sufficiente interesse da richiedere un’indagine sulla sua origine.
- La chiave di questa ricerca, la chiave che svela questo mistero, è la parola di Dio nel testo qui citato: “Abbiate in voi lo stesso sentimento che fu anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi, qualcosa a cui aggrapparsi violentemente e a cui aggrapparsi con zelo, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo e divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente simile ad un uomo, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce.”
- Gesù Cristo è la Parola di Dio. Le parole esprimono pensieri. Gesù Cristo, la Parola di Dio, è quindi l’espressione del pensiero di Dio. Il pensiero di Dio si manifesta nel “proposito eterno che Egli ha stabilito in Cristo Gesù, nostro Signore”.(Efesini 3:11). Gesù Cristo è la rivelazione di quel proposito eterno dell’Eterno Dio. Gesù Cristo è lo splendore della gloria del Padre Suo e l’immagine espressa della Sua persona (Ebrei1:3). Dal Padre Egli ha parlato all’esistenza di tutte le cose (“6 I cieli furon fatti dalla parola dell’Eterno, e tutto il loro esercito dal soffio della sua bocca… 9Poich’egli parlò, e la cosa fu; egli comandò e la cosa sorse.” Salmo 33:6, 9; Ebrei 1:2). “Per mezzo di lui sono state create tutte le cose, che sono nei cieli e sulla terra, visibili e invisibili: troni, signorie, principati, potenze; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Ebrei 1:3). Egli sostiene tutte le cose con la parola della Sua potenza. Per mezzo di lui tutte le cose sussistono. “Piacque al Padre che in lui abitasse tutta la pienezza”. Egli è Colui che il Signore possedeva “al principio della Sua via”, che fu “costituito fin dall’eternità”; che “fu da Lui come uno allevato con Lui”. Egli è colui “le cui origini risalgono all’antichità, ai giorni dell’Eternità”. Egli è l’unigenito del Padre, e quindi è nella sostanza stessa della natura di Dio; in Lui “abita corporalmente tutta la pienezza della Deità”; Egli, quindi, per diritto divino di “eredità”, porta dal Padre il nome di “Dio”. Così Cristo Gesù era davvero, per diritto divino ed eterno, uno di Dio: “uguale a Dio”.
- Eppure, essendo questo, “non ritenne qualcosa a cui aggrapparsi, né si aggrappasse, all’essere uguale a Dio”. Cosa avrebbe mai potuto allora sollevare questa domanda? Cosa avrebbe potuto indurLo a pensare che questa potente e gloriosa dignità di uguaglianza con Dio non fosse qualcosa a cui aggrapparsi e a cui anelare? Cosa avrebbe dovuto impedirGli di pensare di aggrapparsi saldamente e di lottare per ciò che per diritto eterno e inalienabile era veramente Suo, e ciò nche Egli veramente era? [421]
- Dalla natura del caso, come affermato nel testo, è evidente che da parte di qualcuno c’era una mente disposta a sollevare una disputa su chi dovesse essere uguale a Dio. È chiaro che in qualcuno si manifestava una mente, una disposizione, a desiderare ardentemente e ad afferrare l’uguaglianza con Dio. Da parte di qualcuno si meditava un’usurpazione dell’uguaglianza con Dio. Chi era costui? Possiamo trovarlo? Se riusciamo a trovarlo, è certo che avremo trovato la chiave dell’intera situazione, il segreto del pensiero contenuto nella Scrittura in esame e il segreto del papato.
- Possiamo trovarlo. Viene nominato e descritto in dettaglio. Il suo tentativo di usurpazione, la sua origine e i suoi terribili risultati sono ampiamente spiegati. Ecco la descrizione di un “cherubino unto” che peccò:
“Così parla il Signore, l’Eterno: Tu mettevi il suggello alla perfezione, eri pieno di saviezza, di una bellezza perfetta; eri in Eden il giardino di Dio; eri coperto d’ogni sorta di pietre preziose: rubini, topazi, diamanti, crisoliti, onici, diaspri, zaffiri, carbonchi, smeraldi, oro; tamburi e flauti erano al tuo servizio, preparati il giorno che fosti creato. Eri un cherubino dalle ali distese, un protettore. Io t’avevo stabilito, tu stavi sul monte santo di Dio, camminavi in mezzo a pietre di fuoco. (Cfr. con Apoc.21:10-23; 22:1-4). Tu fosti perfetto nelle tue vie dal giorno che fosti creato, finché non si trovò in te la perversità. Per l’abbondanza del tuo commercio, tutto in te s’è riempito di violenza, e tu hai peccato; perciò io ti caccio come un profano dal monte di Dio, e ti farò sparire, o cherubino protettore, di mezzo alle pietre di fuoco.” (Ezechiele 28:12-16).
- Non sarà una ripetizione, ma piuttosto un’aggiunta, inserire qui la traduzione ebraica di questo brano. Dice così:
“Così ha detto il Signore Eterno: Tu eri perfetto nei lineamenti, pieno di saggezza e perfetto in bellezza. Eri nell’Eden, il giardino di Dio; ogni pietra preziosa ti ricopriva: il rubino, il topazio, il diamante, il crisolito, l’onice, il diaspro, lo zaffiro, lo smeraldo, il carbonchio e l’oro; i tuoi tamburi e i tuoi flauti, di fattura artistica, furono preparati in te il giorno in cui fosti creato. Tu eri un cherubino con le ali spiegate; e io ti avevo posto sul monte santo di Dio, così come eri; vagavi in mezzo alle pietre di fuoco. Eri perfetto nelle tue vie dal giorno in cui fosti creato, finché non fu trovata in te la malvagità. Per l’abbondanza dei tuoi commerci fosti riempito fino al centro con violenza, e hai peccato: perciò ti ho degradato dal monte di Dio; e ti ho distrutto, o cherubino protettore, di mezzo alle pietre di fuoco.”
- È importante qui studiare cosa sono i cherubini e qual’è il loro posto: nel tabernacolo, fatto e piantato dai figli d’Israele nel deserto, c’erano due stanze: il Luogo Santo e il Luogo Santissimo. La tenda interna che formava la parte superiore dell’intero tabernacolo era curiosamente ed elegantemente intrecciata con figure di cherubini. (Esodo 26: 1). Il velo che separava il Luogo Santo dal Luogo Santissimo era parimenti lavorato con figure di cherubini. Nel Luogo Santissimo si trovava l’Arca dell’Alleanza ricoperta tutt’intorno d’oro, nella quale si trovavano le tavole della testimonianza, le tavole dell’alleanza: i Dieci Comandamenti; e sopra c’erano i cherubini della gloria che ombreggiavano il propiziatorio [*o trono della grazia]. La sommità di quest’arca della testimonianza era il propiziatorio. A ciascuna estremità di questo propiziatorio era posto un cherubino d’oro. Questi due cherubini erano rivolti l’uno verso l’altro e verso il propiziatorio, con le ali spiegate che lo ombreggiavano. Sopra il propiziatorio dimorava la Shekinah, la splendente gloria della presenza del Signore. E disse: “Quivi io m’incontrerò teco; e di sul propiziatorio, di fra i due cherubini che sono sull’arca della testimonianza, ti comunicherò tutti gli ordini che avrò da darti per i figliuoli d’Israele.” LND (Esodo 25:10, 11,16-22; Ebrei 9:2-5; Numeri 7:89). [422]
- Quando il tempio di Gerusalemme fu costruito per prendere il posto del tabernacolo, tutta la parete interna e la facciata interna delle porte furono scolpite con figure di cherubini, palme e fiori sbocciati; e poi tutte queste incisioni e l’intera superficie interna della casa furono ricoperte d’oro, incastonate sulle incisioni, e “guarnite con pietre preziose per abbellimento”. Oltre a tutto ciò, furono realizzati due cherubini alti dieci cubiti ciascuno, con ali di dieci cubiti da un’estremità all’altra. L’Arca della testimonianza che era stata nel tabernacolo fu portata nel tempio e posta nel Luogo Santissimo con le tavole della testimonianza, il propiziatorio e i cherubini d’oro sulla sua sommità. E questi due grandi cherubini che erano stati fatti con il tempio, erano posti anche nel Luogo Santissimo, “e spiegavano le ali dei cherubini, così che l’ala di uno toccava una parete, e l’ala dell’altro cherubino toccava l’altra parete; e le loro ali si toccavano l’una con l’altra in mezzo alla casa”. (1 Re 6:21-35; 8:1-11; 2 Cro. 3:3-14; 5:1-10).
- Ora, questo tabernacolo terreno, o questo tempio, con tutti i suoi arredi, non era che un’ombra delle cose in cielo. Il tabernacolo, quando fu costruito, era secondo il modello, o originale, che il Signore stesso aveva mostrato a Mosè sul monte (Esodo 25:9,40; Ebrei 8:4,5). E quando il tempio doveva essere costruito per prendere il posto del tabernacolo, una visione del modello, o originale, fu data a Davide dallo Spirito di Dio, e i progetti furono da lui affidati a Salomone perché lo guidasse nella costruzione e nell’arredamento del tempio (2 Cronache 28:11,12,19). Così, il tabernacolo, o tempio, sulla terra, con il suo sacerdozio, il suo ministero e tutti i suoi incarichi, era un’ombra, una rappresentazione, del tabernacolo, o tempio in cielo, e del sacerdozio celeste, del ministero celeste e degli incarichi celesti (Ebrei 8:1-6; 9:1-14, 22-26). Perciò le figure dei cherubini attorno al propiziatorio, e all’arca della testimonianza, e su tutta la superficie interna del tabernacolo e del tempio, non erano altro che ombre o rappresentazioni dei veri cherubini nel cielo stesso.
- C’è un tempio di Dio in cielo. (Apocalisse 14:15,17; 15:5; 16:1,17). In quel tempio Gesù Cristo, il nostro Sommo Sacerdote, esercita il suo ministero. (Ebrei 8:1,2). In esso c’è un altare dell’incenso sul quale vengono offerti i meriti di Gesù Cristo insieme alle preghiere dei santi. (Ezechiele 1:11). In esso si trova anche l’Arca della testimonianza di Dio; su di essa si trova il propiziatorio dove Dio stesso dimora; e intorno ad esso vi sono i cherubini splendenti con le ali spiegate e ombreggianti. Nel primo e nel decimo capitolo di Ezechiele sono riportate visioni in cui il profeta vide la gloria del trono celeste e di Colui che vi siede sopra, e i cherubini che lo circondano. Quattro dei cherubini vengono descritti in particolare. Questi quattro avevano ciascuno quattro facce e quattro ali, e due delle ali di ciascuno erano distese verso l’alto, unendosi l’una all’altra, e con le altre due ciascuno copriva il suo corpo. Ai lati dei cherubini, e in apparenza inseparabilmente connessi con loro (“perché lo spirito della creatura vivente era nelle ruote”, cap. 1:20, 21), c’erano quattro ruote viventi “così alte da essere spaventose”. [423]
- “Sopra le teste degli esseri viventi c’era come una distesa di cielo, di colore simile a cristallo d’ammirabile splendore, e s’espandeva su in alto, sopra alle loro teste. E sotto la distesa si drizzavano le loro ali, l’una verso l’altra; e ne avevano ciascuno due che coprivano loro il corpo. E quand’essi camminavano, io sentivo il rumore delle loro ali, come il rumore delle grandi acque, come la voce dell’Onnipotente: un rumore di gran tumulto, come il rumore d’un accampamento; quando si fermavano, abbassavano le loro ali; e s’udiva un rumore che veniva dall’alto della distesa ch’era sopra le loro teste. E al disopra della distesa che stava sopra le loro teste, c’era come una pietra di zaffiro, che pareva un trono; e su questa specie di trono appariva come la figura d’un uomo, che vi stava assiso sopra, su in alto. Vidi pure come del rame terso, come del fuoco, che lo circondava d’ogn’intorno dalla sembianza dei suoi fianchi in su; e dalla sembianza dei suoi fianchi in giù vidi come del fuoco, come uno splendore tutto attorno a lui. Qual è l’aspetto dell’arco ch’è nella nuvola in un giorno di pioggia, tal era l’aspetto di quello splendore che lo circondava. Era una apparizione dell’immagine della gloria dell’Eterno. A questa vista caddi sulla mia faccia, e udii la voce d’uno che parlava.” (Ezechiele 1:22-28).”Questa è la creatura vivente che ho visto sotto il Dio d’Israele presso il fiume Chebar; e riconobbi che erano cherubini.” (Cap.10:20; confronta anche Esodo 24:10; Apocalisse 4:2-6).
- Confrontando queste scritture con Daniele 7:9; Apocalisse 4:2-8; e Isaia 6:1-3, si vede chiaramente che Ezechiele ebbe una visione del trono vivente del Dio vivente. Poiché i cherubini sono inseparabilmente connessi a quel trono; e poiché i cherubini erano anche inseparabilmente connessi all’Arca della testimonianza nel tempio terreno dove la presenza del Signore dimorava tra i cherubini, è evidente che l’Arca della testimonianza di Dio nel tempio celeste ha la stessa posizione relativa, ed è quindi la base, o fondamento, del trono del Dio vivente.
- Nel tempio terreno l’Arca della testimonianza prese il nome dalla testimonianza – i Dieci Comandamenti – che vi era posta. Questi comandamenti il Signore stesso li scrisse di Sua mano, e li diede a Mosè perché li deponesse sotto il propiziatorio sopra il quale dimorava la presenza della gloria di Dio, tra i cherubini. È quindi evidente che l’arca del Suo testamento nel tempio celeste prende il suo nome anche dal fatto che al suo interno, sotto il propiziatorio e i cherubini su di esso, si trova l’originale della testimonianza di Dio – i Dieci Comandamenti – di cui quella sulla terra era una copia. E poiché questa santa legge, i Dieci Comandamenti, non è altro che l’espressione scritta, una trascrizione, del carattere di Colui che siede sul trono, per questo è scritto:
“Il Signore regna, tremino i popoli, Egli siede sui cherubini, tremi la terra.”
“Nubi e tenebre lo circondano: giustizia e giudizio sono il fondamento del suo
trono.”
“Giustizia e giudizio sono il fondamento del tuo trono: misericordia e verità vanno davanti al tuo volto.”(Salmo 99:1; 97:2; 89:14; R.V. Anche la traduzione ebraica di questi passi merita di essere citata:
“Il Signore regna; i popoli tremano; Egli siede in trono sui cherubini; la terra trema”.
“Nubi e fitta oscurità Lo circondano: giustizia e diritto sono il sostegno del Suo trono”.
“Giustizia e diritto sono il sostegno del Tuo trono: bontà e verità precedono la Tua presenza”). [424]
- Ora, fu una di queste gloriose creature a peccare. Fu uno di questi cherubini splendenti, “pieni di saggezza e perfetti in bellezza”, che stava vicino al trono di Dio con ali spiegate e coprenti che coprivano il propiziatorio, su cui poggiavano “gli incessanti raggi di gloria che avvolgevano l’eterno Dio”, fu uno di questi esseri esaltati che dimenticò il suo posto di creatura e aspirò ad essere uguale a Dio Creatore. (Questo non significa che fosse uno dei quattro cherubini: poiché, come mostrano i riferimenti forniti, ci sono molti altri cherubini oltre a quei quattro. Ma era uno che stava in piedi in compagnia di questi intorno al trono, all’Arca della testimonianza e al propiziatorio, adombrando il propiziatorio con le sue gloriose ali spiegate). Poiché, ancora citiamo: “Tu sei il cherubino unto [“un cherubino con ali spiegate e coprenti”] che protegge; e io ti ho posto così: eri sul monte santo di Dio; hai camminato su e giù in mezzo alle pietre di
fuoco. Eri perfetto nelle tue vie dal giorno in cui fosti creato, finché non fu trovata in te l’iniquità“.
- Ma cosa fece sì che l’iniquità apparisse in uno di questi? Qual era l’origine della sua ambizione di essere uguale a Dio? Ecco la risposta: “Il tuo cuore si è insuperbito per la tua bellezza, hai corrotto la tua sapienza a causa del tuo splendore“. (Ezech. 28:17). Essendo “perfetto in bellezza”, guardò se stesso invece che Colui che gli aveva dato questa bellezza perfetta; e cominciò a contemplarsi e ad ammirarsi. Poi, di conseguenza, divenne orgoglioso di sé e cominciò a pensare che il posto che occupava fosse troppo angusto per la corretta, proficua e piena dimostrazione dell’abilità che ora si attribuiva il merito di possedere. Concluse che il posto che occupava non era pienamente degno della dignità che ora, secondo la sua stessa stima, si fondeva in lui.
- È vero, possedeva la perfezione della bellezza, la pienezza della sapienza e l’altezza della dignità. Ma aveva ricevuto tutto da Dio per mezzo di Gesù Cristo che lo aveva creato. Non aveva nulla, nella sua stessa esistenza, che non avesse ricevuto. E quando se ne vantava come se non l’avesse ricevuto; quando si inorgogliva della sua bellezza e se ne attribuiva il merito come se fosse intrinsecamente suo; questo, di per sé, non era altro che ignorare il suo Creatore e mettersi al Suo posto. Anzi, quando si vantava di ciò che aveva ricevuto come se non l’avesse ricevuto; quando si esaltava per ciò che era, come se fosse intrinsecamente suo; questo era solo per sostenere se stesso, l’autoesistenza. E questo era, di per sé, solo per rendersi, a suo giudizio, UGUALE A DIO. [425]
- Dopo aver così “corrotto la sua saggezza”, non è strano che abbia seguito una linea di ragionamento falso, e persino ne sia rimasto affascinato Essendo solo una creatura, non poteva comprendere subito “l’eterno proposito” che Dio aveva “stabilito in Cristo Gesù nostro Signore”: e ora cominciò a misurare tutte le cose secondo le sue concezioni perverse, e a ragionare solo in base a ciò che poteva vedere. Ed essendosi separato da Dio, tutto ciò che poteva vedere era solo nella luce perversa, attraverso l’oscurità della sua saggezza corrotta. Così ancora una volta, nella natura delle cose così come erano ora, tutti i suoi ragionamenti provenivano interamente da lui; e così, misurando tutte le cose secondo le sue confuse concezioni, iniziando e terminando ogni cosa in se stesso, questo significava ancora mettersi al posto di Dio e farsi uguale a Dio.
- Ma non vide alcun segno che il Signore pensasse a lui come lui pensava a se stesso. Non riusciva a vedere nulla che indicasse alcun proposito da parte del Signore di esaltarlo alla dignità e al posto che solo ora considerava degno di sé. Concluse quindi che questo fallimento era dovuto solo a un proposito prestabilito da parte di Cristo, che era uguale a Dio (proposito prestabilito condiviso dal Padre), di tenerlo sottomesso e di non permettere, alla presenza delle schiere celesti, la piena manifestazione dei suoi poteri per timore che Lui stesso venisse eclissato. Fu allora che concepì l’idea e formò il proposito di soppiantare Colui che era uguale a Dio e di rendersi effettivamente, e in posizione, uguale a Dio. Allora, e così fu, egli pensò che fosse una cosa da afferrare, un’usurpazione da meditare, un premio da contendere, essere uguale a Dio. E perciò è scritto: “O Lucifero, figlio dell’aurora! … hai detto in cuor tuo: Salirò in cielo, innalzerò il mio trono al di sopra delle stelle di Dio: mi siederò anche sul monte dell’assemblea, ai lati del settentrione: salirò al di sopra delle sommità delle nubi; sarò simile all’Altissimo“. (Isaia 14:12-14 La traduzione ebraica di questo brano suona così: Stella del mattino, figlio dell’aurora, tu hai detto in cuor tuo: ‘Salirò in cielo, innalzerò il mio trono sopra le stelle di Dio; e mi siederò sul monte dell’assemblea, all’estremità del settentrione; salirò sopra le sommità delle nubi; sarò pari all’Altissimo’. Questo esprime a parole il pensiero stesso del nostro studio).
- Questa espressione, “Siederò anche sul monte dell’assemblea, ai lati del settentrione” o “all’estremità estrema del settentrione”, è degna di nota. Nel Salmo 48:1-3 è scritto: “Grande è il Signore, e degno di grande lode nella città del nostro Dio, sul monte della Sua santità. Bello per la sua posizione, gioia di tutta la terra, è il monte Sion, sui lati del settentrione, la città del gran Re. Dio è conosciuto nei suoi palazzi come un rifugio”. Non è qui lo scopo di spiegare il significato di questa espressione, “i lati del settentrione”, ma è evidente che si riferisce in qualche modo a quel luogo particolare in cui la Maestà del cielo siede sul monte della Sua santità. E quindi, quando Lucifero dichiarò: “Sederò anche sul monte dell’assemblea, sui lati del settentrione”, era solo un altro modo per esprimere la sua determinazione a essere “uguale all’Altissimo”. Le altre espressioni nel brano, se analizzate, significano tutte la stessa cosa. [426]
- A questa punto abbiamo trovato nel senso più completo colui nel quale c’era la mente che considerava l’essere uguale a Dio una rapina, una cosa da impossessarsi, un bottino da conquistare con violenza, un’usurpazione da progettare. Abbiamo scoperto il suo nome, e chi era, e cosa spingeva la sua mente a seguire questa strada.
- Ma proseguiamo oltre. Un problema più grande di quanto molti credano, si presentava così. Quando Lucifero cominciò ad ammirare se stesso e ad esaltarsi nella propria stima a tal punto che solo l’essere uguale a Dio avrebbe soddisfatto la sua ambizione, e solo l’essere al posto di Dio avrebbe potuto fornire un teatro sufficiente per una degna dimostrazione delle capacità che risiedevano in lui, ne conseguì di nuovo, nella natura delle cose così come erano ora, che il vecchio ordine delle cose non sarebbe più stato soddisfacente. Nuove condizioni avrebbero richiesto un nuovo ordine delle cose, e quindi ci sarebbe stato necessariamente un cambiamento. Con la stessa certezza con cui i suoi propositi e le sue proposizioni dovevano essere rispettati e attuati, altrettanto certamente ci sarebbe dovuto essere un cambiamento nell’ordine e nel governo di Dio. Ed egli chiese specificamente che le sue opinioni fossero adottate, che lui fosse esaltato al posto del dominio e del potere, e che i suoi piani e propositi fossero adottati e attuati. E con altrettanta certezza, quindi, chiese che ci fosse un cambiamento nell’ordine delle cose. E tutto, naturalmente, nell’interesse del “progresso”, della “libertà” e del “progresso morale e intellettuale”. In breve, propose di “riformare” il governo di Dio.
- Ma per cambiare l’ordine delle cose nel governo di Dio ci sarebbe bisogno necessariamente di un cambiamento della legge di Dio. Ma la legge di Dio è solo la trascrizione del carattere di Dio; non è altro che il riflesso di se stesso. Richiedere un cambiamento della Sua legge significa chiedere a Dio stesso di cambiare. E se Dio acconsentesse a qualsiasi possibile cambiamento nella Sua legge, cambierebbe solo Lui stesso. E inoltre, è scritto, e lo abbiamo letto, che la giustizia e il giudizio – la rettitudine – che sono espressi nella legge di Dio e che rimangono nel trono di Dio, sono la dimora, il sostegno, la permanenza, il fondamento di quel trono; e quindi sono il fondamento del governo di Dio. Di conseguenza, proporre un cambiamento nella legge di Dio, che di per sé era stato avanzato nel suggerimento di cambiare il governo di Dio, significava solo proporre di rimuovere il fondamento del governo di Dio. Ma questo significherebbe solo distruggere il governo di Dio e istituirne un altro, indipendente da Dio e fondato NON su rettitudine, giustizia, giudizio, misericordia e verità, ma solo su sé stessi e sull’ambizione egoistica.
- Poiché solo la rettitudine e la giustizia sono il fondamento del trono e del governo di Dio; poiché solo la misericordia e la verità precedono il volto di Colui che siede su quel trono e amministra il governo, è evidente che questo trono e questo governo esistono solo per il bene supremo, la benedizione più grande e la felicità più perfetta dell’intero universo di Dio, il tutto espresso in un’unica parola: AMORE.
- Quindi, se questo ordine di governo dovesse scomparire, per lasciare il posto a uno il cui fondamento risiede solo su sé stesso e sull’ambizione egoistica, ognuno per sé, e per quell’io supremo; orgoglio e amore per la supremazia caratterizzano tutti coloro che occupano una posizione di potere o influenza, e [*per contro] invidiosa aspirazione [*muove] tutti coloro che non lo occupano. Generando sospetto e sfiducia universali, questo non farebbe altro che stabilire un ordine di governo che potrebbe essere mantenuto solo da un sistema di eterna repressione e oppressione, in breve, una tirannia universale e assoluta, il tutto espresso in un’unica parola: FORZA. [427]
- Sulla base delle premesse da cui partiva Lucifero, tra un governo fondato sulla giustizia e il giudizio, la misericordia e la verità, e amministrato nell’amore, e un governo incentrato su se stesso e amministrato attraverso una forza spionistica, introversa e tirannica, non ci potrebbe essere altra alternativa possibile se non l’anarchia universale e persino il caos; poiché l’idea stessa di governo è un sistema di leggi rispettate. Se le leggi non vengono rispettate, ma i principi fondamentali del governo devono essere cambiati alla richiesta egoisticamente ambiziosa del primo suddito scontento, allora non può esistere un governo: tutto deve andare a pezzi. È evidente, quindi, che nella controversia così originata erano implicati non solo la felicità e il bene supremo di ogni abitante dell’universo, ma anche l’esistenza stessa del trono e del governo di Dio: sì, persino l’esistenza di Dio stesso. Se questo nuovo ordine di cose deve essere riconosciuto, il trono e il governo di Dio devono scomparire. Se il trono e il governo di Dio devono sussistere, quest’altro progetto deve cessare.
- Questo non significa che Lucifero vedesse o intendesse tutto questo fin dall’inizio. Era solo una creatura. Era, quindi, incapace, non possedendo l’eternità, di comprendere l’eterno proposito di Dio che Egli aveva stabilito in Cristo; e che era manifestato solo attraverso Cristo. Ma ora egli si era rivoltato contro Cristo e contro Dio, e gli era impossibile comprendere il proposito di Dio in alcun modo. Aveva corrotto la Sua sapienza, e quindi poteva vedere le cose solo nella luce pervertita della sua visione oscurata. Egli non vedeva le cose come erano realmente, ma come apparivano a lui nella sua distorta comprensione delle cose. E, ragionando solo da ciò che poteva vedere, gli sembrava davvero di operare per il bene di tutti. Non riusciva a vedere oltre il supporre che l’ordine delle cose da lui proposto fosse migliore di quello che era stato stabilito nei consigli eterni e che veniva attuato secondo l’infinito proposito dell’eterno Dio.
- Ma Dio vide tutto. E Cristo vide tutto. Ed entrambi lo avevano visto fin dai giorni dell’eternità. Sapevano tutto ciò che comportava il passo compiuto da Lucifero. Videro fin dall’inizio tutti i terribili risultati che sarebbero derivati dal corso intrapreso da Lucifero e da ciò che aveva proposto. Sapevano benissimo che erano implicate la vita e la gioia, o la miseria e la morte di ogni creatura nell’universo: vita e gioia nell’ordine di Dio e dell’Amore; miseria e morte nell’ordine del Sé e della Forza. Pertanto, il Signore non poteva riconoscere né sanzionare in alcun modo le proposizioni di questo Essere auto-esaltato. Non poteva cambiare la Sua legge. Non poteva cambiare il Suo carattere. Non poteva cessare di essere Dio. Non poteva abdicare. Il trono di Dio, il giusto governo dell’universo, doveva rimanere in piedi.
- Come Dio e la Sua legge non potevano cambiare, né cessare di esistere, così certamente Lucifero e il suo corso dovevano cambiare, altrimenti egli avrebbe cessato di essere. La mente, la volontà, il proposito di Dio non potevano cambiare né cessare di essere; quindi la mente, la volontà e il proposito di Lucifero dovevano cambiare, altrimenti egli avrebbe cessato di essere. E Dio lo invitò a cambiare idea, a rinunciare alla sua volontà e ad abbandonare il suo proposito. Il Signore lo implorò di abbandonare se stesso e di tornare a Dio. [428]
- Lo sapevamo perché l’eterno proposito di Dio è “che nella dispensazione della pienezza dei tempi, egli possa riunire in uno tutte le cose in Cristo, sia quelle che sono nei cieli, sia quelle che sono sulla terra“. (Efesini 1:10) “e di riconciliare con sé tutte le cose per mezzo di lui… tanto le cose che sono sulla terra, quanto quelle che sono nei cieli.” (Colossesi 1:20 NR). Qui, quindi, c’era uno, e per mezzo di lui c’erano altri, in cielo, che si erano rivoltati contro Cristo e si erano separati da Dio. E poiché l’eterno proposito di Dio è riunire in uno tutte le cose in Cristo che sono in cielo, ne consegue che Dio invitò certamente Lucifero a tornare all’unità con il proposito di Dio in Cristo.
- Inoltre: l’eterno proposito di Dio è riunire in uno tutte le cose in Cristo che sono in cielo e quelle che sono sulla terra. E poiché, quando l’uomo sulla terra si era separato da Dio, fu chiamato a ritornare; così, nella natura stessa di quel proposito eterno, quando gli angeli in cielo peccarono, Dio li invitò a ritornare.
- Ancora: sappiamo che Dio invitò Lucifero e gli altri angeli che peccarono a ritornare, perché è scritto: “Non c’è riguardo a persone presso Dio”. Quando l’uomo peccò, Dio lo invitò a ritornare. Pertanto, poiché non c’è riguardo a persone presso Dio, e poiché Dio invitò l’uomo a ritornare dopo che egli aveva peccato, ne consegue, necessariamente, che invitò Lucifero e gli altri angeli quando essi ebbero peccato.
- Inoltre: il proposito di Dio riguardo all’uomo e agli angeli, alla terra e al cielo, è un solo proposito. Nell’offerta di salvezza all’uomo e nell’opera di salvezza nell’uomo, nel Vangelo, per mezzo della Chiesa sulla terra, Dio sta risolvendo un problema che interessa ora gli angeli buoni (1 Pietro 1:12), e per mezzo del quale essi sono portati a conoscere la multiforme saggezza di questo proposito eterno. Poiché così è scritto: “A me, che sono il più piccolo di tutti i santi, è stata data questa grazia di annunziare tra i Gentili le imperscrutabili ricchezze di Cristo… affinché ora, per mezzo della Chiesa, ai principati e alle potenze nei luoghi celesti sia nota la multiforme sapienza di Dio, secondo l’eterno proposito che egli ha proposto in Cristo Gesù, nostro Signore”. (Efesini3:8-11). Ma questo problema del peccato nell’uomo sulla terra non è altro che la continuazione del problema originale sollevato dal peccato in Lucifero in cielo.
- Pertanto, poiché il proposito di Dio riguardo alla terra e al cielo, all’uomo e agli angeli è un unico eterno proposito; poiché Dio invitò l’uomo a ritornare dopo aver peccato; poiché la soluzione di questo problema sollevato dal peccato nell’uomo non è altro che la continuazione del problema originale sollevato dal peccato in Lucifero; e poiché nella risoluzione di questo problema tramite l’uomo sulla terra, gli angeli sono interessati e da ciò apprendono della multiforme sapienza di Dio nel Suo eterno proposito, ne consegue che questa chiamata di Dio all’uomo a ritornare a Dio tramite Cristo non è altro che la continuazione della chiamata di Dio a Lucifero e agli angeli che peccarono a ritornare a Dio tramite Cristo.
- La conclusione dell’intera questione è quindi questa: così come è certo che il proposito di Dio riguardo all’uomo e agli angeli, alla terra e al cielo, è un unico proposito; così come è certo che non c’è riguardo per le persone presso Dio; così è certo che il problema del peccato nell’uomo sulla terra non è altro che la continuazione [429] del problema originale sollevato dal peccato in Lucifero in cielo; e così è certo che Dio chiamò l’uomo a ritornare; così è certo che Lucifero e gli angeli che peccarono Dio chiamò a ritornare.
- Ma anche questa benedetta chiamata Lucifero fraintese e pervertì. Invece di vedervi la misericordia e l’amorevole benignità di Dio che lo avrebbero salvato dalla rovina, la sua presunzione la scambiò per una volontà e persino un desiderio da parte di Dio di trattare con lui a condizioni paritarie. Si considerava talmente necessario alla completezza dell’universo che per questo motivo il Signore era così ansioso di vederlo ritornare; e che quindi in questo trattato avrebbe potuto ottenere il riconoscimento di almeno alcune delle sue richieste.
- Ma, come abbiamo visto, Dio non poteva in alcun modo concepibile riconoscere o sanzionare alcuna idea o desiderio da lui proposto. E poiché Dio non poteva farlo, Lucifero scoprì presto che non l’avrebbe fatto. Scoprì che l’unica cosa che sarebbe stata accolta o riconosciuta dal Signore era la resa incondizionata di sé a Dio e l’abbandono di tutti i suoi propositi. Questo, tuttavia, decise di non farlo. E poi, quando ebbe deciso che non l’avrebbe fatto, perché non voleva, attribuì a Dio la sua stessa natura di ostinazione e decise che la ragione per cui Dio non sarebbe venuto a patti con lui non era perché non poteva, ma solo arbitrariamente perché non voleva.
- Questo non fece che rafforzarlo ulteriormente nella sua determinazione; e decise di trascinare con sé l’esercito celeste, e così realizzare comunque il suo scopo, di usurpare il dominio di Dio. Insistette ovunque e con tutti, che Dio era duro, severo e inflessibile; che non avrebbe fatto alcuna concessione; che non si sarebbe negato nulla; che non avrebbe fatto sacrifici per nessuno; ma che avrebbe preteso una sottomissione pura, cieca e irragionevole; che sottomettersi a un tale governo e acconsentire a tali richieste era quanto mai sconveniente per esseri così gloriosi ed esaltati come loro; che significava acconsentire ad essere per sempre repressi e confinati in una ristretta cerchia arbitrariamente prescritta, senza libertà e senza opportunità di sviluppo. E tutto questo sacrificio e questa sottomissione da parte loro, dichiarò, erano richiesti da parte di Dio semplicemente per soddisfare la Sua parzialità verso Suo Figlio, al quale Egli era determinato che dovesse avere il posto d’onore e di dominio, non per merito o diritto da parte Sua, ma solo perché Suo Padre lo voleva a spese della libertà e della dignità di tutti gli altri. Così egli riuscì effettivamente a ingannare e a trascinare dietro di sé un terzo dell’esercito celeste (Apocalisse 12:4).
- Eppure, proprio in quel momento, e dal momento in cui Lucifero fece il suo primo passo falso, Dio si offriva di dare il Suo unigenito Figlio e se stesso in Lui; e il Figlio stesso si offriva liberamente per morire in sacrificio; per salvare colui che aveva peccato, per salvare proprio lui che qui stava formulando l’accusa e insistendo su questo che Dio non si sarebbe negato nulla e non avrebbe fatto sacrifici per nessuno. [430]
- Il sacrificio di Cristo era nell’invito a Lucifero a tornare a Dio, con la stessa certezza con cui era nell’invito dell’uomo a tornare a Dio. Lucifero, infatti, aveva peccato, e da quel momento era un peccatore, con la stessa certezza con cui ogni uomo è sempre stato un peccatore. E abbiamo già scoperto che l’eterno proposito di Dio in Cristo è lo stesso verso tutti: quel proposito di “raccogliere in uno tutte le cose in Cristo, sia quelle che sono nei cieli, sia quelle che sono sulla terra”. Lucifero aveva peccato ed era un peccatore quando Dio lo invitò a tornare a Dio. Ma Dio non lo invitò a tornare e a prendere il suo posto come un tempo, come un peccatore. Il peccato non può permanere alla presenza di Dio. Pertanto, l’invito di Dio al peccatore Lucifero a tornare era di per sé l’offerta di salvezza dal peccato, affinché potesse tornare e prendere il suo posto nella giustizia. Ma “il salario del peccato è la morte”. Pertanto, salvare Lucifero dal peccato significava salvarlo dalla morte, e salvarlo dalla morte significava morire per lui. Di conseguenza, il sacrificio del Figlio di Dio per salvare Lucifero dal peccato, era nell’invito di Dio a ritornare, con la stessa certezza con cui il sacrificio di Cristo per salvare l’uomo dal peccato era nell’invito rivolto all’uomo a ritornare dal peccato a Dio. Poiché, che il peccato sia nell’uomo o nel cherubino, è peccato; e senza l’offerta della vita non c’è “remissione” – e questa è l’offerta della vita del Figlio di Dio. (Giovanni 3:16; 10:15-18).
- Ancora: non fu la mente che era in Cristo a manifestarsi in Lucifero e a condurlo a intraprendere questa strada. Fu se stesso e solo se stesso: la mente e l’assillo per se stesso. E quando Dio lo invitò a ritornare a Dio, non fu perché tornasse con questa mente e l’assillo per se stesso, per cui riteneva fosse un obiettivo da raggiungere l’essere uguale a Dio; ma perché tornasse alla mente di Dio che era in Cristo, che non riteneva fosse un obiettivo da raggiungere o per cui lottare l’essere uguale a Dio.
- Questa mente che era in Lucifero si era esaltata perfino al di sopra di Dio, e l’immagine di Dio non era più riflessa in lui, ma solo se stesso. E quando fu invitato a tornare, fu perché si allontanasse da se stesso, abbandonasse se stesso, e l’immagine di Dio fosse di nuovo impressa nel suo cuore e riflessa nella sua vita. Ma era solo una creatura, e quindi da solo non poteva svuotarsi di sé per abbandonare se stesso e ricevere l’impronta nativa di Dio. Il sé era tutto ciò che c’era in lui, e il sé non può salvare se stesso da se stesso.
- Il peccatore, che sia cherubino, angelo o uomo, deve essere salvato da se stesso. Lucifero si era disconnesso dall’eterno proposito di Dio; si era separato da Cristo. Ma quell’eterno proposito è quello di radunare tutti in Cristo. Pertanto, affinché Lucifero fosse salvato da se stesso, per ricevere di nuovo la mente che era in Cristo che restaura l’immagine di Dio, avrebbe dovuto ricevere Cristo in cui Dio è rivelato. E ricevendo Cristo – la mente, lo Spirito di Cristo – sarebbe stata nuovamente restaurata e riflessa in lui l’immagine di Dio che è rivelata solo in Cristo.
- Ma affinché Lucifero ricevesse Cristo, e così fosse salvato da se stesso e restaurato alla giustizia e alla santità davanti a Dio, Cristo doveva essere offerto. Pertanto, così come era necessario affinché Lucifero tornasse nella giustizia, che avesse un’altra mente, un altro cuore, così è certamente vero che nell’invito di Dio a Lucifero di tornare, c’era l’offerta di Gesù Cristo di morire per lui. E anche per lui, come di certo sempre per l’uomo, fu data l’esortazione: “Abbiate in voi lo stesso sentimento che fu anche in Cristo Gesù, il quale non considerò qualcosa a cui aggrapparsi o a cui lottare per essere uguale a Dio, ma svuotò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte”.
- E tutto ciò che fu fatto per Lucifero fu fatto per gli angeli che furono ingannati da lui o che andarono con lui, “perché non c’è riguardo a persone presso Dio”. Ma né lui né loro avrebbero ricevuto il meraviglioso dono della grazia. Da parte di tutti c’era ancora il “tutto di sé, e niente di Cristo”. [431]
- Cosa di più, allora, si poteva fare per loro? Quando quel cherubino unto aveva scelto la sua via, invece della via di Dio; quando aveva anteposto il suo proposito al proposito di Dio; quando aveva stabilito l’indipendenza di Dio; quando non solo aveva respinto il misericordioso invito del Signore a tornare, ma aveva presunto di giudicare Colui che aveva rivolto l’invito; egli respinse doppiamente il dono della salvezza per mezzo di Gesù Cristo. Quando aveva scelto se stesso e la sua via, e si era confermato in quella via; e quando tutti coloro che lo seguivano avevano deliberatamente scelto lui al posto di Dio in Cristo come loro capo e guida, e così avevano rifiutato il dono di Cristo per salvarli; allora cosa si sarebbe potuto fare di più per loro? Assolutamente nulla!
- Avevano deliberatamente fatto la loro scelta e si erano confermati in quella scelta. Non avevano “conservato il loro stato di prima” (Giuda 6) e avevano scelto di non riceverlo di nuovo. Avevano “lasciato la loro abitazione” (idem), e si erano rifiutati di tornarvi. Avevano “peccato” e avevano rifiutato la salvezza. Poiché avevano fatto così risolutamente la loro scelta, tutto ciò che il Signore poteva fare era lasciare loro la scelta. Solo che, poiché il male non può dimorare con Lui, poiché il peccato non può dimorare alla Sua presenza, poiché nel cuore, nel carattere e per scelta deliberata e confermata avevano abbandonato il loro stato di prima e lasciato la loro dimora, ora dovevano lasciarla di fatto; poiché né per se stesso, né per loro il cielo poteva essere cielo con loro in esso. Dovevano essere cacciati via affinché loro e tutti potessero comprendere e conoscere con certezza la differenza tra il servizio di sé e il servizio di Dio.
- Ma ecco! Quando scoprirono che la loro scelta e il percorso che avevano intrapreso implicavano l’abbandono del cielo, implicavano realmente e in effetti l’abbandono della propria dimora, essinon erano disposti ad andarsene. Erano disposti a fare la loro scelta, ed erano disposti a confermarsi in quella scelta; ma non erano disposti ad accettare le conseguenze della loro scelta. Essi resistettero. “E ci fu guerra in cielo: Michele [Cristo] e i suoi angeli combatterono contro il dragone [il diavolo]; e il dragone [Satana] combatterono insieme ai suoi angeli, ma non prevalsero; né il loro posto fu più trovato in cielo”. (Apocalisse 12:7-9).
- Nulla avrebbe potuto mostrare più chiaramente di questo la natura essenzialmente egoista di Lucifero e di coloro che scelsero di andare con lui. Nulla avrebbe potuto dimostrare più chiaramente che la completa usurpazione del posto e del governo di Dio fosse implicata nella controversia così sollevata. Essi non solo erano determinati ad avere il loro modo [*di agire], ma erano determinati ad agire anche comeessiintendevano. Avrebbero fatto a modo loro, e l’avrebbero fatto anche in cielo. E avrebbero persino scacciato Cristo e Dio dal cielo per poter fare a modo loro, al posto di Dio. Questo dimostra in modo conclusivo che la mente che era in Lucifero — la mente che non era in Cristo — la mente che spinse Lucifero a esaltarsi, era una mente che, nella sua stessa essenza, non si sarebbe accontentata di niente di meno che “essere uguale a Dio” al posto di Dio. Avrebbe esaltato se stesso al di sopra di Dio e Lo avrebbe tolto dal Suo posto, affinché solo lui potesse essere supremo. [432]
- Ma non prevalse. Fu scacciato dal cielo, e i suoi angeli furono scacciati con lui. Furono “precipitati nell’inferno, e gettati in catene di tenebre, per essere riservati al giudizio”. (2 Pietro 2:4). “In catene di tenebre” – nella schiavitù delle tenebre. La parola greca qui tradotta “inferno” è raprapwoas tartarosas, da raprapos Tarturus, ed è definita come “l’oscurità dura e impenetrabile che circonda l’universo materiale”. Sembra, dalla definizione che i lessicografi danno del termine, che l’idea greca di “universo materiale”, qualunque cosa potesse essere inclusa nella loro idea del termine, fosse che intorno ad esso, come un guscio, giacesse una solida massa di oscurità materiale così perfettamente “dura” da essere impenetrabile. Ora il Signore adotta laparola greca, ma non l’idea greca, per trasmetterci l’idea della condizione degli “angeli che peccarono”. Come la parola greca esprime un’oscurità materiale impenetrabile, così con questa parola il Signore vorrebbe trasmetterci l’idea e la verità che l’oscurità spirituale in cui furono gettati, o abbandonati, gli angeli che peccarono, è assolutamente impenetrabile ad un singolo raggio di luce o speranza da parte di Dio.
- Hanno scelto con insistenza la loro via, che è solo la via delle tenebre. Hanno rifiutato ogni offerta di luce e speranza che Dio potesse fare. Di conseguenza, Egli li ha abbandonati alla loro via. E poiché hanno rifiutato ogni possibile offerta che il Signore potesse fare, si sono esposti completamente al di là di ogni possibilità di recupero. E quindi hanno anche deciso i loro casi e si sono imposti il giudizio di distruzione, che ora li attende solo. Così è scritto: “Gli angeli che non conservarono il loro stato originario, ma abbandonarono la loro propria dimora, Egli li ha riservati in catene eterne, nelle tenebre, per il giudizio del gran giorno”. (Giuda 1:6).
PERCHÉ NON FURONO DISTRUTTI?
- Potrebbero sorgere alcune domande, che forse sarebbe bene considerare prima di procedere oltre. Innanzitutto, ci si potrebbe chiedere: perché il Signore non ha distrutto gli angeli malvagi tutti in una volta? La risposta è: Perché Egli desidera obliterare il fenomeno e non semplicemente le persone. Desidera cancellare la cosa che li ha resi ciò che sono, piuttosto che semplicemente cancellare le persone che sono state rese ciò che sono da essa. Aver alzato la Sua retta mano, o pronunciato con giustizia la parola che avrebbe punito con la distruzione l’intera loro compagnia, avrebbe eliminato le persone che avevano peccato, è vero, ma non avrebbe eliminato certamente il peccato, che era la difficoltà che aveva portato le cose al punto in cui erano ora.
- Era la saggezza e la giustizia dell’eterno proposito di Dio che erano state messe in discussione da una delle principali creature del suo regno. Essendo un proposito eterno, ci vorrà l’eternità per rivelarlo a persone la cui esistenza si misura in termini di tempo. Essendo un proposito di infinita profondità, ci vorrà l’eternità per renderlo tutto chiaro alle menti che sono solo finite. Fu l’errata comprensione di questo proposito eterno, da parte di questo cherubino esaltato e unto, che aveva fatto sorgere il problema e sollevato la controversia. E sebbene egli stesso fraintendesse questo proposito eterno, tuttavia aveva tale eminenza e capacità, anche nel suo comportamento errato, che fu in grado di presentare le sue opinioni sulle cose in modo tale in modo da suscitare compassione, e far sì che anche un vasto numero di angeli mettesse in dubbio la saggezza e la giustizia dell’eterno proposito di Dio che Egli aveva stabilito in Cristo. [433]
- Egli [*Lucifero] aveva rappresentato Dio come severo, duro, arbitrario, parziale, esigente e riluttante a fare sacrifici per le Sue creature. Considerando la situazione attuale, era riuscito a far sembrare a molti che fosse così. E se il Signore avesse stroncato all’istante l’intero gruppo, pur essendo del tutto giusto in sé, avrebbe comunque lasciato spazio al sospetto, da parte di menti finite che non comprendevano il proposito infinito, che forse Lucifero e coloro che erano con lui non meritassero davvero un simile destino; e da questo sospetto sarebbe nato il pensiero: “Un simile trattamento sembra in qualche modo vero dal punto di vista di Lucifero che Dio sia arbitrario”; e da questo pensiero, simpatia per la condotta dei ribelli e dubbi sulla bontà e sulla rettitudine di Dio; poi malcontento in cielo e un servizio di timore e schiavitù, invece che di amore e libertà. Ma poiché questa è proprio la cosa di cui Lucifero aveva accusato Dio, ovvero che tale fosse la natura del governo divino, questo di per sé non avrebbe fatto altro che sviluppare di nuovo una ribellione peccaminosa.
- Né si deve pensare che questo risultato sia immaginario. Poiché quando quest’essere altamente esaltato, questo cherubino unto, che era così glorioso che il suo stesso nome, esprimendo solo ciò che era, “portatore di luce”, significava che ovunque andasse, portava la luce di Dio, quest’essere che, se avesse avuto degli eguali, non avrebbe avuto superiori [*approfondimenti dopo il paragrafo 67] tra le schiere celesti, quando un tale essere fraintese fino a tal punto l’eterno proposito di Dio che Egli aveva stabilito in Cristo, non è affatto immaginario che altri, inferiori a lui, potessero anche loro fraintendere questo eterno proposito se questi fossero stati immediatamente cancellati dall’esistenza alla presenza di tutti; e questo soprattutto quando le menti di tutti erano state agitate proprio su questo argomento, e ogni sorta di insinuazioni era stata diffusa davanti a loro da questo essere così astuto.
- Pertanto, data la situazione attuale, e con i principi eterni e lo scopo del governo di Dio coinvolti, era impossibile, nella natura delle cose, per il Signore porre fine al male allora, eliminando i malfattori. L’unica cosa che poteva fare, quindi, era lasciare che l’intera questione andasse avanti e si sviluppasse come voleva, finché l’intero problema non fosse stato compreso appieno da tutti in cielo e in terra, e persino “all’inferno”. E allora, quando tutto il male sarà spazzato via con la distruzione di tutti i malfattori, ogni ginocchio si piegherà, delle cose in cielo, in terra e sotto terra, e ogni lingua confesserà che, nell’eterna giustizia e rettitudine, Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre (Filippesi 2:10; Romani 14:11; Isaiah 45:23). E perciò è scritto che Egli ci ha “fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo il suo beneplacito che Egli aveva in sé stesso, per riunire nella dispensazione della pienezza dei tempi tutte le cose in Cristo, sia quelle che sono nei cieli, sia quelle che sono sulla terra, in Lui” (Efesini 1:9,10). E allora, e così ancora, con tutto ciò che è nel regno di Dio, sarà TUTTO DI CRISTO E NIENTE DI SÉ. [434]
- Ci si potrebbe chiedere ulteriormente: Dio non avrebbe potuto impedire tutto questo, creando Lucifero e tutti gli altri in modo che non potessero peccare? È giusto e perfettamente sicuro rispondere: non poteva! Aver creato delle creature in modo che non potessero peccare, avrebbe significato in realtà averle create in modo che non potessero scegliere. Non avere il potere di scegliere non significa solo non essere liberi di pensare, ma essere incapaci di pensare. Significa non essere intelligenti, ma solo una mera macchina. Tali creature non potrebbero in alcun modo essere di alcuna utilità per se stesse o per la loro specie, né essere di alcun onore, lode o gloria per Colui che le ha create.
- La libertà di scelta è essenziale per l’intelligenza. La libertà di pensiero è essenziale per la libertà di scelta. Dio ha creato angeli e uomini intelligenti. Li ha resi liberi di scegliere e li ha lasciati perfettamente liberi di scegliere. Li ha resi liberi di pensare come vogliono. Dio è l’autore dell’intelligenza, della libertà di scelta e della libertà di pensiero. E rispetterà per sempre ciò di cui è autore. Non invaderà mai di un capello la libertà di un angelo o di un uomo di scegliere per sé, né di pensare come vuole. E Dio è infinitamente più onorato nel rendere le intelligenze libere di scegliere una tale strada, e di pensare in modo tale da rendersi demoni, di quanto potrebbe esserlo nel crearle in modo che non possano né pensare né scegliere, in modo che non siano intelligenti, ma semplici macchine.
- Ci si potrebbe chiedere ancora: poiché Dio ha creato angeli e uomini liberi di peccare se lo avessero voluto, non doveva allora provvedere contro questa possibile scelta prima che fossero fatti: non doveva provvedere alla possibilità del peccato, prima ancora che una singola creatura fosse creata? Certamente doveva provvedere a tale proposito. E lo fece. E questo proposito è parte essenziale di quel proposito eterno che Egli si propose in Cristo Gesù nostro Signore, che stiamo ora studiando.
- Torniamo al tempo in cui non esisteva alcuna cosa creata; torniamo agli eterni consigli del Padre e del Figlio. L’esistenza di Dio non è un’esistenza autocompiaciuta. Il Suo amore non è egocentrismo. La Sua gioia non si compie chiudendosi in se stesso e sedendosi solitario ed egocentrico. Il Suo amore si appaga solo nel riversarsi su coloro che lo riceveranno e lo godranno appieno. La Sua gioia si compie solo nel portare a un universo infinito, pieno di intelligenze benedette, la pienezza stessa della gioia eterna.
- Stando quindi, col pensiero, con Lui prima che fosse creata una singola creatura intelligente, Egli desidera che l’universo sia pieno di intelligenze gioiose che godano pienamente del Suo amore. Per fare questo, esse devono essere libere di scegliere dinon servirLo, di scegliere di non godere del Suo amore. Devono essere libere di scegliere Lui o se stesse, la vita o la morte. Ma questo implica la possibilità dell’ingresso del peccato, la possibilità che alcuni scelgano di non servirLo, che scelgano la via del peccato. Si rifiuterà allora di creare perché, se lo fa, sarà con la possibilità che il peccato possa entrare? Questo significherebbe solo rimanere eternamente egocentrici e solitari. Inoltre, un tale rimpicciolimento lo farebbe di per sé cessare di essere Dio. Perché cos’è un dio, o cosa vale, chi non può fare ciò che desidera? Chi non può compiere la propria volontà? Un tale dio sarebbe inutile. [435]
- Grazie al Signore, tale non è il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Egli ha reso tutte le intelligenze libere di scegliere e di pensare come vogliono; e quindi libere di peccare se lo desiderano. E allo stesso tempo, nel Suo amore infinito e nella Sua giustizia eterna, Egli si è proposto di offrire Se stesso in sacrificio per redimere tutti coloro che avrebbero peccato; e dare loro anche una seconda libertà di scegliere Lui o se stessi, di scegliere la vita o la morte. E coloro che la seconda volta scegliessero la morte, che abbiano ciò che hanno scelto. E coloro che scegliessero la vita, — l’universo pieno di loro, — che godano appieno di ciò che hanno scelto, — persino la vita eterna, la pienezza dell’amore perfetto e le delizie care della gioia incontaminata per sempre.
- Questo è Dio, il Dio vivente, il Dio d’amore, il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che è pienamente in grado di fare tutto ciò che vuole, e tuttavia lasciare libere tutte le Sue creature. Questo è Colui che dai giorni dell’eternità “opera ogni cosa secondo il consiglio della Sua volontà”. (Efesini 1:11). E questo è “il mistero della Sua volontà, … che Egli ha prestabilito in se stesso: per riunire in uno, nella dispensazione della pienezza dei tempi, tutte le cose, in Cristo, tanto quelle che sono nei cieli quanto quelle che sono sulla terra”. (Efesini 1:9,10). Questo è “l’eterno proposito che Egli ha prestabilito in Cristo Gesù, nostro Signore”. (Efesini 3:11).
- La scelta di sé è peccato, schiavitù e morte. La scelta di Cristo è giustizia, libertà e vita eterna nel regno e nel proposito dell’eterno Dio.
[*approfondimenti di A.T. Jones sulle definizioni riguardo Lucifero: L’espressione in Ezechiele 28:12, “Tu sigilli la somma, pieno di sapienza e perfetto in bellezza”, come resa nelle diverse versioni, mostra che non c’era nessun essere creato che si ergesse più in alto di lui.
- V. Margin: “Tu sigilli la misura, o il modello.” Young: “Tu stai sigillando la misura.” Francese (Segond): “Tu apponi il sigillo alla perfezione.” Danese: “Imprimi (timbri) il sigillo sull’adattamento (ordinanza) appropriato.” Norvegese: “Tu, il sigillo dell’edificio ben disposto.”
In ebraico, la parola che nella nostra versione è resa “sigilla” è un participio, quindi più precisamente sarebbe resa “Tu sigillante la perfezione” o “Tu che sigilli la perfezione”.
La parola tradotta “somma” ricorre solo in un altro passo (Ezechiele 43:10), dove è molto suggestiva perché suggerisce la traduzione norvegese. La forma maschile della parola si trova in Esodo 5:18, resa “racconto”.
Apocalisse 7:2, 3, letta in questo contesto, è meravigliosamente suggestiva.]
LA PERDITA DELL’UOMO E DEL MONDO
- Lucifero e tutti i suoi seguaci, gli angeli che peccarono, furono scacciati, e il loro posto non fu più trovato in cielo. Furono consegnati all’impenetrabile oscurità che avevano doppiamente scelto. Avendo lasciato la loro dimora, ed essendo stati costretti ad accettare il risultato della loro scelta, essendo stati scacciati, non avevano più un posto proprio. Erano vagabondi senza casa nello spazio.
- Tuttavia, il loro capo, Satana, perseguì il suo errore originale di pensare di essere autosufficiente per ogni cosa, e di seguire il suo cieco ragionamento sui suoi errati giudizi sul Signore. La sua ambiziosa determinazione era ancora quella di essere uguale a Dio. E ora concepì l’idea di sviare i mondi abitati. Era riuscito a distogliere gli angeli dalla fedeltà a Dio, perché non avrebbe potuto allontanare anche le altre creature? Anche qui, il suo precedente errore nel giudicare il Signore, lo seguì e gettò le fondamenta per ulteriori errori e ulteriori falsi ragionamenti. [436]
- Aveva accusato Dio di essere duro, arbitrario, inflessibile e riluttante a fare sacrifici per le Sue creature. E quando il Signore gli chiese di arrendersi e di tornare a Dio, ed egli aveva rifiutato. Gli era stata data la possibilità di scegliere con le sue conseguenze, e fu cacciato dal cielo. Nella sua cecità, fece sì che questo risultato non facesse che confermare la sua accusa che il Signore fosse severo, arbitrario e implacabile. Ed ora, da ciò, dedusse che se fosse riuscito a far sì che gli abitanti di alcuni mondi si allontanassero da Dio, lo accettassero e lo seguissero, questa indole severa e arbitraria del Signore lo avrebbe indotto a rigettarequel mondo come il Signore aveva rigettato lui, e ad abbandonare all’oscurità irreparabile i suoi abitanti, come aveva abbandonato lui e i suoi seguaci. Questo gli avrebbe quindi dato una dimora e un dominio incontrastato su di esso. E se questo piano avesse avuto successo in un mondo, perché non avrebbe potuto farlo anche in un altro, e poi in un altro ancora, e così via, finché non si fosse realizzato il suo proposito originale di essere uguale a Dio?
- Con questo proposito intraprese il suo viaggio diabolico. E trovò questo mondo in cui ora abitiamo. Che abbia provato prima altri mondi, o che questo sia stato il primo, è irrilevante; poiché sappiamo benissimo che egli riuscì a infilare nelle sue grinfie questo mondo e i suoi abitanti.
- Dio, nel Suo saggio proposito, aveva creato l’uomo, la coppia santa, integra, solo di poco inferiore agli angeli. Gli aveva dato il paradiso come dimora. Gli aveva dato il dominio sulla terra e su ogni essere vivente che si muove su di essa. Aveva fatto crescere dal suolo “ogni albero piacevole alla vista e buono da mangiare” e “l’albero della Vita che è in mezzo al paradiso”. Gli aveva messo davanti tutto ciò che poteva piacere alla vista, deliziare la mente e incantare i sensi.
- In questo stato e luogo meraviglioso, Dio pose la coppia benedetta che aveva formato. Diede loro tutto questo per goderne per sempre. Li rese liberi di goderne o di rifiutarlo; e perciò pose anche in mezzo al giardino l’albero proibito, “l’albero della conoscenza del bene e del male”. “E il Signore Dio comandò all’uomo, dicendo: Mangia pure liberamente di ogni albero del giardino; ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne devi mangiare, perché nel giorno che ne mangerai, per certo morirai.”(Genesi 8,9,16,17).
- In questo luogo felice entrò Satana con i suoi propositi ingannevoli. Venne qui per colmarli, se possibile, con la sua ambizione malvagia. “Ora il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che il Signore Dio aveva fatto. E disse alla donna: “Dio ha forse detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?” E la donna rispose al serpente: “Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. E il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto; ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, allora i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, conoscendo il bene e il male”.
- La versione ebraica, la versione riveduta e la traduzione ebraica danno tutte a quest’ultimo punto la seguente versione: “Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, conoscendo il bene e il male”. Questa non è solo la lettura letterale, ma il vero significato delle parole originali. Questo esprime esattamente il pensiero che fu posto davanti alla donna. Non era che sareste come dèi, nell’accezione comune del termine plurale “dèi”. Era letteralmente il pensiero e l’ambizione di Lucifero stesso che ora le poneva davanti: sareste come Dio. L’avrebbe condotta via e le avrebbe ispirato questa mente che era in lui, quella di essere uguale a Dio. [436]
- Ma notate l’espressione con cui apre la conversazione. È un’espressione che insinua nella sua mente un intero mondo di sospetti. La versione comune lo traduce: “Sì, Dio ha detto”, ecc. La versione riveduta lo rende uguale. La versione inglese ebraica lo traduce: “Dio ha davvero detto”, ecc. Ma nessuna traduzione può renderlo esattamente. Non può essere esattamente espresso in lettere in modo da formare una parola che lo dica con verità. Eppure tutti nel mondo hanno familiarità con l’espressione. È quel grugnito beffardo (espresso solo attraverso il naso) – c-ugh! [*bah, in italianocomesuono di disprezzo] – che esprime interrogativo, dubbio, sospetto e disprezzo, tutto in una volta. “C-ugh! Dio ha detto: Non dovete mangiare di tutti gli alberi del giardino?” E tutti sanno che ancora oggi tra gli uomini che non c’è nulla che possa eguagliare questa espressione beffarda, per creare dubbio e sospetto; e nessun’altra espressione è usata così tanto dall’umanità a questo scopo. Ed è questa la sua origine.
- Dopo aver così suscitato in Eva dubbi, dubbi e sospetti sulla parola del Signore circa la possibilità di tenerli lontani da un certo albero del giardino, e averla coinvolta in una conversazione, egli continuò con ulteriori implicazioni e insinuazioni che il Signore avesse qualche secondo fine nel tenere quell’albero lontano da loro. Non morirete affatto; perché Dio sa che nel giorno in cui ne mangerete, sarete come Dio. Così egli contrappose la sua parola direttamente alla parola del Signore, e poi dichiarò che Dio sapeva che non era vero che sarebbero morti, ma che invece sarebbero stati come Dio; e che, poiché sapeva questo, aveva pensato, sotto la copertura di quest’altra parola, di tenerli lontani da quell’albero che li avrebbe resi simili a Lui. Tutto questo, inoltre, unicamente perché voleva tenerli bassi e nell’ignoranza; per paura che si alzassero e progredissero; per paura che diventassero come Lui.
- Si vede chiaramente che, dall’inizio alla fine, Satana stava impiegando tutta la sua astuzia per gettare sul Signore tutti i tratti oscuri del suo carattere malvagio, e così indurre la donna a pensare che Dio non desiderasse il bene per lei, né avesse buone intenzioni nei suoi confronti. Era lo stesso intento malvagio con cui aveva iniziato il suo percorso peccaminoso in cielo per mettersi al posto di Dio nella stima delle creature intelligenti, così come di fatto fece. Era determinato a falsare Dio in modo tale da essere accettato al posto di Dio; per riuscire così a usurpare il posto di Dio e ad appropriarsi dell’uguaglianza con Dio. E la donna fu presa dalla prospettiva e catturata dall’inganno. Credette a Satana invece che a Dio. Accettò la parola di Satana invece della parola di Dio. E così è scritto: “Quando la donna vide che l’albero era buono da mangiare, che era piacevole agli occhi e che era un albero desiderabile per rendere saggi, ne prese del frutto e ne mangiò”.
- L’albero non era in alcun senso buono da mangiare. Non era in alcun senso un albero desiderabile per rendere saggi. Eppure la donna, ingannata dall’incantesimo gettato sulla sua mente, sui suoi occhi, sull’albero e persino sul suo stesso, amorevole Creatore, dagli inganni del nemico, “vide che l’albero era buono da mangiare… e che l’albero era desiderabile per diventare saggi”. Dal momento che l’albero non era buono da mangiare, e quindi non era realmente desiderabile per quello scopo, le parole “per rendere saggi” contengono la chiave dell’intera questione. Ciò che le fece capire che era buono da mangiare e un albero desiderabile, fu solo l’idea che in questo modo avrebbe potuto raggiungere la saggezza che Dio le stava negando. Vide che era buono come cibo e un albero desiderabile, solo perché supponeva di poter così raggiungere la saggezza di Dio ed essere come Dio. [438]
- E così fu l’ambizione di essere uguale a Dio a far entrare il peccato nel mondo, proprio come aveva fatto entrare il peccato in cielo. Lucifero aveva detto in cielo: “Sarò come l’Altissimo”. Qui aveva posto davanti alla donna lo stesso premio, la stessa ambizione, da ottenere disobbedendo a Dio. “Sarete come Dio”. In cielo Lucifero aveva aspirato “ad essere uguale a Dio”, e qui pose davanti alla donna l’aspirazione: “Sarete come Dio”. E affinché lei stessa potesse essere innalzata all’uguaglianza con Dio, si allontanò da Dio per raggiungere il suo scopo attraverso le vie del peccato! Oh, è il desiderio di compiacere se stessi invece che Dio che è l’origine di ogni peccato!
- E “ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli mangiò”. “Adamo non fu ingannato”, (Pagina 437/592 pdf – 1 Timoteo 2:14) comunque. Accettò la situazione e andò con sua moglie, pur sapendo che era stata ingannata. “E gli occhi di entrambi furono aperti e si accorsero di essere nudi”. La gloria di Dio, che era discesa su di loro, e la Sua santa luce, che li aveva avvolti come una veste, si allontanarono da loro; e si resero conto di essere nudi, e “si nascosero dalla presenza del Signore”. Colpevoli, avevano paura della presenza del Signore. Innocenti, avevano amato la Sua presenza piena di grazia e santa. Il peccato separa l’anima da Dio e la riempie di timore del Suo avvicinamento. La rettitudine lega l’anima a Dio, si diletta nella pienezza della Sua presenza e si crogiola nella luce solare della Sua gloria divina.
UN’ALTRA MENTE NELL’UOMO.
- “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò”, e intendeva che riflettessero per sempre l’immagine e la gloria di Colui che li aveva creati. E se i nostri occhi avessero potuto contemplare quella coppia divinamente formata, mentre si trovava nel giardino dell’Eden prima di peccare, coronata di gloria e di onore, ci avrebbero irresistibilmente ricordato un “Altro” anziché loro stessi. C’era qualcosa in loro che avrebbe suggerito Qualcuno diverso da loro, eppure inscindibilmente connesso a loro stessi. In effetti, Adamo ed Eva [*come tali], nonostante fossero loro stessi, non li avremmo visti affatto, perché riflettevano pienamente l’immagine e la gloria di Dio. [*Galati 2:20 “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”].
- E finché avessero ascoltato le parole di Dio e avessero camminato nel consiglio di Dio, avrebbero sempre riflesso in ogni caratteristica, e a tutti gli osservatori, l’immagine e la gloria del loro Capo divino e Creatore. Ma peccarono. La gloria svanì. L’immagine di Dio era scomparsa. Non riflettevano più l’immagine e la gloria di Dio, ma l’immagine e la vergogna di un altro.
- Dio aveva dato loro la Sua parola chiaramente pronunciata. La parola di Dio è l’espressione del pensiero della mente di Dio. Se fossero rimasti fedeli a quella parola, se avessero riposto pienamente la loro fiducia in quella parola, se avessero fatto affidamento su di essa come unico consiglio e come guida nella via da seguire, allora questa parola – il pensiero e la mente – di Dio avrebbe vissuto in loro e si sarebbe manifestata in loro. Ma quando il nemico venne pronunciando le sue parole, ponendo davanti a loro i pensieri e i suggerimenti della sua mente malvagia; e quando accettarono la sua parola invece della parola di Dio, e i pensieri e i suggerimenti della sua mente al posto di quelli della mente del Signore; allora la mente malvagia del nemico, invece della mente di Dio, era in loro e viveva in loro. Questa mente è inimicizia contro Dio e non è, e non può essere, soggetta alla legge di Dio. (Romani 8:7). [439]
- E ora, essendo pieni della mente malvagia del nemico, con i suoi desideri e le sue ambizioni, riflettevano l’immagine e la vergogna di colui che li aveva condotti al peccato, invece di riflettere l’immagine e la gloria di Colui che li aveva creati nella giustizia e nella vera santità. Così che è letteralmente vero che, con la stessa certezza con cui prima che l’uomo peccasse, rifletteva l’immagine e la gloria del suo Creatore nella giustizia, così certamente dopo aver peccato, rifletteva l’immagine e la vergogna del suo seduttore nel peccato.
- La verità di questo si vede in ogni linea di condotta dell’uomo dopo aver peccato. Non appena la gloria se ne fu andata a causa del loro peccato, si vergognarono di fronte a Colui alla cui presenza in precedenza avevano solo gioito. Ora, quando udirono la voce di Dio, invece di essere elettrizzati di gioia e santa fiducia, ebbero paura e cercarono di nascondersi da Lui, e persino supponevano di potersi nascondere, e si erano nascosti, da Lui. Questa è la mente che era in Lucifero in cielo. Non comprendendo il proposito del Signore, pensò di poter nascondere al Signore i propri propositi.
- Quando il Signore chiese all’uomo: “Hai mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?”, egli rispose: “La donna che tu mi hai dato, lei mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”. Invece di rispondere apertamente, onestamente e francamente la verità: “Sì”, non rispose affatto direttamente; ma indirettamente, evasivamente, e coinvolgendo sia il Signore che la donna nella colpa, prima che se stesso; e così cercò di ripararsi dietro di loro e di discolparsi coinvolgendoli. Questa è proprio la disposizione che Lucifero aveva sviluppato in cielo. E ora si riflette chiaramente nell’uomo.
- Poi il Signore chiese alla donna: “Che cosa hai fatto?” Invece di rispondere chiaramente e francamente: “Ho disobbedito alla tua parola; ho mangiato dell’albero proibito”, lei coinvolse anche un altro prima di se stessa, e si nascose dietro di lui. Rispose: “Il serpente mi ha ingannata e io ne ho mangiato”.
- Nessuna disposizione simile è mai stata instillata nell’umanità dal Signore. Eppure tutti sanno che questa stessa disposizione è presente in tutta l’umanità, anche al giorno d’oggi. Tutti sanno che non è nella natura umana confessare apertamente, francamente e subito una colpa. Ma il primo impulso spontaneo in ogni anima umana è quello di schivare e ripararsi dietro qualsiasi cosa o chiunque al mondo, e cercare di discolparsi coinvolgendo un altro. E se nonostante tutto non riesce a sfuggire completamente, tuttavia quando ci entra, lo fa con il minimo grado di colpa possibile. È lo spirito che sostiene tenacemente che noi stessisiamo l’ultimo che può sbagliare o fare del male; e anche quando abbiamo sbagliato, sostiene: “Non l’avremmo mai fatto se non fosse stato per qualcun altro o qualcos’altro”, e quindi non siamo realmente da incolpare, e quindi abbiamo comunque ragione. Oppure ci scuserà dal male, perché qualcun altro fa o ha fatto la stessa cosa o peggio. È l’essenza stessa della pretesa di infallibilità.
- Tale disposizione non è stata instillata nell’umanità dal Signore. Eppure è lì. È la disposizione, è la mente stessa di Lucifero che originariamente ci ha condotto sulla via del peccato. E come l’uomo e la donna che Dio creò sulla terra seguirono questo malvagio sulla via del peccato; come accettarono la sua parola e i suoi suggerimenti, e adottarono i suoi pensieri e il suo modo di pensare, così si sottomisero a lui e al suo dominio, e così furono fatti per riflettere la sua immagine malvagia, che è sé e solo sé: sé sopra tutto, attraverso tutto e in tutto. Questo era tutto sé, e niente di Dio. [440]
IL MISTERO DI DIO.
- In un certo senso – un senso cattivo – ciò che Satana disse alla donna – che sarebbero stati come Dio” – si adempì. Poiché la disposizione che era stata confermata in lui era che, secondo la sua stima, egli era uguale a Dio; e poiché quella mente era stata ricevuta da loro, e quella disposizione era ora riflessa in loro, così, secondo la loro stima, essi ora si consideravano come Dio in quanto non potevano fare nulla di male, e avrebbero coinvolto il Signore nel male piuttosto che ammettere essi avevano fatto del male. Così la stessa mente malvagia che in Lucifero aveva innalzato se stesso all’uguaglianza con Dio, era ora nell’uomo e nella donna, e li indusse ad esaltarsi allo stesso livello. Questa non è solo la filosofia del caso, ma è il fatto; poiché dopo questo discorso del Signore con loro, “Il Signore Dio disse: Ecco, l’uomo è diventato come uno di Noi, quanto a conoscenza del bene e del male”. (Genesi 3:22). Non certo diventato come uno di Loro in verità e giustizia; ma in questa via malvagia, nella loro mente e nella loro stima, si sono esaltati fino a raggiungere l’uguaglianza con Dio.
- Ciò è ulteriormente dimostrato da un’altra Scrittura: “Egli ti ha mostrato, o uomo, ciò che è buono; e che cosa richiede da te il Signore, se non che tu pratichi la giustizia, ami la misericordia e ti umili per camminare con Dio?”. (Michea 6:8, margine, Ebraico). Vale a dire che, nella sua mente e stima, l’uomo si considera al di sopra di Dio e capace di camminare lì da solo. Ma Dio vuole che l’uomo cammini con Lui. Eppure, per fare questo, l’uomo deve umiliarsi, deve scendere da dove si trova. La Scrittura mostra così di per sé che, nella stima dell’uomo, così come è naturalmente, egli è al di sopra di Dio e camminerebbe da solo piuttosto che con Dio. E il Signore lo invita semplicemente: “Umiliati, accontentati di scendere e di prendere un posto più basso, – anche il posto in cui sono io – e vieni, cammina con me”.
- Ancora una volta, questo è mostrato nel testo che costituisce lo studio di tutto questo capitolo: “Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù, il quale, essendo in forma di Dio, non reputo rapina l’essere uguale a Dio, ma annichilì se stesso” (Filippesi 2:5-7). Questo di per sé dimostra che nell’umanità, così come è, c’è una mente che non è la mente di Dio, ma un’altra mente. E il Signore invita tutti a lasciare che questa Sua mente ritorni a loro e dimori in loro, affinché possano camminare con Lui. E come Cristo si umiliò, “perciò anche Dio lo ha esaltato”. E per sempre e a tutti i popoli è scritto: “Chi si esalta sarà abbassato, e chi si umilia sarà esaltato”. Pertanto, “Egli ti ha fatto conoscere, o uomo, ciò che è buono; e che cosa richiede da teil Signore se non di praticare la giustizia, di amare la misericordia e di umiliarti per camminare con Dio?” “Abbiate in voi lo stesso sentimento che fu anche in Cristo Gesù, che umiliò se stesso”.
- Ma come era l’uomo quando aveva peccato, come era quando si era consegnato come schiavo a Satana, non aveva il potere di umiliarsi. Non aveva il potere di confessare la sua colpa. Non aveva modo di sapere altro se non di avere ragione, quando aveva completamente torto. Era prigioniero, e non più libero. Era uno schiavo, e non poteva più fare ciò che voleva. La sua stessa mente era schiava del maligno al quale si era arreso; e non aveva nemmeno il potere di pensare diversamente da quanto dettato dalla mente padrona alla quale si era arreso. [441]
- L’uomo era ora sopraffatto da quell’oscurità del peccato di cui il maligno era l’autore, che aveva portato con sé e nel quale era riuscito ad attrarre gli abitanti di questo mondo. Allora, come sempre, fu che “l’oscurità coprì la terra e una fitta oscurità coprì gli uomini”. Quell’oscurità era completa. In essa non c’era alcun elemento di luce. Nessun suggerimento di bene poteva raggiungerlo da quel regno dove regna da solo il sovrano delle tenebre di questo mondo.
- Eppure, come con gli angeli che peccarono, Dio non avrebbe abbandonato l’uomo a quelle tenebre, senza dargli un’altra opportunità di scegliere la Luce e la Vita. E solo allora, se avesse persistito nel rifiutare tutte le offerte della Luce, della Vita e della gioia del Signore di tutti, gli sarebbe stato concesso di fare la sua scelta, e avrebbe potuto solo, come gli altri, essere abbandonato all’oscurità impenetrabile che avevano scelto, e che con il loro persistente rifiuto della luce essi stessi avevano reso impenetrabile.
- E Dio non lasciò gli esseri umani in questa abietta schiavitù e in questa totale oscurità. Sebbene l’avessero scelta liberamente, il Signore d’amore e di misericordia avrebbe dato loro un’altra possibilità. E perciò è scritto: “E il Signore Dio disse alserpente: … Io porrò inimicizia tra te e la donna, e tra la tua discendenza e la sua discendenza“. (Genesi 3:14,15). Con questa dichiarazione Dio spezzò la coltre di totale oscurità che, a causa del peccato, aveva avvolto l’umanità. Con questo Egli aprì la via affinché la luce risplendesse ancora una volta sul prigioniero schiavo che sedeva inerme nelle tenebre. In questa parola benedetta, Dio diede di nuovo all’umanità la libertà di scelta.
- Eppure Dio non ha legato l’uomo a Sé nemmeno ora, in una schiavitù irresistibile, assoluta e irresponsabile, come lo aveva legato Satana. No, no. Dio è sempre l’Autore dell’intelligenza, della libertà di scelta e della libertà di pensiero. Non costringerebbe l’uomo, nemmeno ora, a prendere la via della rettitudine e a mantenerla. Ha semplicemente reso l’uomo di nuovo libero di scegliere da sé chi servire. E l’umanità è ora perfettamente libera di scegliere da sé se servire Dio o Satana, se avere la mente di Dio o la mente di Satana, se scegliere Cristo o se stessa.
- La volontà dell’uomo è ora, e con questa parola, liberata, e rimane libera, di scegliere e servire chi vuole: di scegliere la liberazione dalla schiavitù del peccato o di rimanere nella schiavitù del peccato. Dio non libererà nessuno dalla schiavitù contro la sua volontà. Ma chiunque sottometta la propria volontà a Dio, non c’è potere in tutto l’universo che possa trattenerlo nel peccato.
- E proprio qui Satana fu di nuovo sorpreso nella sua errata interpretazione del carattere di Dio. Di nuovo scoprì che il suo ragionamento era errato. Aveva ragionato che se fosse riuscito a trascinare gli abitanti del mondo nelle tenebre in cui si trovava lui stesso, quel carattere di severità e arbitrarietà che aveva attribuito al Signore li avrebbe tagliati fuori all’istante; e questo gli avrebbe assicurato un punto d’appoggio e un vantaggio per sempre. Era riuscito a trascinare questi abitanti nel peccato e nelle tenebre con sé stesso. Era riuscito a fargli adottare la sua parola e i suoi pensieri, la sua mente e la sua volontà, invece della parola, della mente e della volontà di Dio. Era riuscito a condurli in piena unione con sé, dove c’era completa alleanza tra loro e lui. [442]
- Ma ecco, proprio mentre si congratulava con se stesso per il successo del suo piano, fu sorpreso da una svolta che non gli era mai passata per la mente. Fu più che sorpreso, fu allarmato quando udì la parola di Dio: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, e tra la tua progenie e la progenie di lei”. Con un’inimicizia perennemente all’opera tra lui e l’umanità, non poteva fare a meno di sapere che il suo dominio sarebbe stato sempre in discussione e che, di conseguenza, alcuni avrebbero potuto sfuggire al suo giogo. E quando queste parole nuove e sorprendenti furono seguite dalla frase ancora nuova e inquietante: “Essa [la progenie della donna] ti schiaccerà la testa e tu le ferirai il calcagno”, capì che la sua causa era in pericolo.
- Così, proprio nel momento in cui Satana si sentiva più sicuro del suo trionfo, fu portato a temere di più per il suo successo. Ciò che era apparso come una conquista certa, completa e sicura, improvvisamente assunse un aspetto di dubbio, sconfitta e totale perdita. Si stava aprendo una fase dell’argomento che non gli era mai venuta in mente, sollevando domande che gli erano tanto sconcertanti quanto nuove. Era tutto un mistero.
- Era davvero un mistero, persino “il mistero di Dio”. Perché questa inimicizia contro Satana, questo odio per il male, che Dio, con la sua parola, infonde in ogni persona che viene al mondo, fa sì che ogni anima odi il male e desideri il bene, e aspiri alla liberazione dalla schiavitù del male per trovare il riposo e la soddisfazione del bene. E poiché questa liberazione si trova solo in Cristo (Romani 7:14-25), quella promessa di porre inimicizia tra Satana e l’umanità, è la promessa di Cristo, “il Desiderio di tutte le nazioni”. (Aggeo 2:7).
- Questa parola di Dio che instilla in ogni anima l’inimicizia contro Satana; questo odio per il male che richiede la liberazione che si trova solo in Cristo; questo è il dono della fede all’uomo. L’oggetto di questa fede è Cristo, e l’autore di essa è Cristo; e quindi egli è “l’autore e il perfezionatore della fede” (Ebrei 12:2). Per fede Cristo dimora nel cuore (Efesini 3:17); e Cristo negli uomini la speranza della gloria è il mistero di Dio.(Colossesi 1:26,27).
- E così l’instaurazione dell’inimicizia tra Satana e la donna, e tra il seme di ciascuno, fu l’inizio della rivelazione del mistero di Dio che era stato “taciuto per i tempi eterni” (Romani 16:26, R.V.). Poi “quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, affinché ricevessimo l’adozione a figli” (Galati 4:4). Allora furono viste e udite cose che molti profeti e giusti avevano desiderato vedere e non avevano visto, e avevano desiderato udire e non avevano udito (Matteo 13:36). Allora, nelle parole di Colui che parlò come nessun uomo aveva mai parlato, furono pronunciate cose che erano state “tenute segrete fin dalla fondazione del mondo” (Matteo 13:36). [443]
- A Cristo furono offerti tutti i regni del mondo e la loro gloria. Ma Egli poteva ottenerli solo prostrandosi e adorando Satana, il Dio di questo mondo. Inoltre, il cristianesimo non è dominio o sovranità, ma servizio. “I principi delle nazioni esercitano il dominio su di esse, e i grandi esercitano l’autorità su di esse. Ma non sarà così tra voi; ma chiunque vorrà essere grande tra voi, sia vostro servitore; e chiunque vorrà essere il primo tra voi, sia vostro servitore; come il Figlio dell’uomo, che è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Matteo 20:25-28). La libertà con cui Cristo rende liberi gli uomini, la libertà in cui i cristiani restano saldi, è la libertà di servirsi a vicenda mediante l’amore. Poiché tutta la legge di Dio si adempie in questa sola parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Galati 5:13,14).
- Cristo svuotò se stesso, assumendo la forma di servo e diventando simile agli uomini. “Assunse volontariamente la natura umana. Fu un Suo atto, e per Suo consenso. Rivestì la Sua divinità con l’umanità. Fu per tutto il tempo come Dio, ma non apparve come Dio. Velò le dimostrazioni della Divinità, che avevano imposto l’omaggio e suscitato l’ammirazione dell’universo di Dio. Era Dio mentre era sulla terra, ma si spogliò della forma di Dio, e al suo posto prese la forma e la figura di un uomo. Camminò sulla terra come un uomo. Per amor nostro si fece povero, affinché noi, attraverso la Sua povertà, potessimo diventare ricchi. Depose la Sua gloria e la Sua maestà. Era Dio, ma per un certo periodo rinunciò alle glorie della forma di Dio. Sebbene camminasse tra gli uomini in povertà, distribuendo le Sue benedizioni ovunque andasse, alla Sua parola legioni di angeli circondavano il loro Redentore e Gli rendevano omaggio. Ma camminava sulla terra non riconosciuto, non confessato, con poche eccezioni, dalle Sue creature. L’atmosfera era inquinata dal peccato e dalle maledizioni, al posto dell’inno di lode. Il Suo destino era povertà e umiliazione. Mentre andava avanti e indietro nella Sua missione di misericordia per alleviare i malati, per sollevare gli depressi, a malapena una voce solitaria Lo chiamava beato, e i più grandi della nazione lo superavano con disprezzo.
- “Mettete in contrasto questo con le ricchezze della gloria, la ricchezza della lode che si riversa da lingue immortali, i milioni di voci ricche nell’universo di Dio in inni di adorazione. Ma Egli si umiliò e prese su di Sé la mortalità. Come membro della famiglia umana, era mortale, ma come Dio, era la fonte di vita per il mondo. Avrebbe potuto, nella Sua persona divina, resistere all’avanzata della morte e rifiutarsi di cadere sotto il suo dominio; ma Egli volontariamente depose la Sua vita, affinché così facendo potesse dare la vita e portare alla luce l’immortalità. Portò i peccati del mondo e ne sopportò la pena, che rotolò come una montagna sulla Sua anima divina. Offrì la Sua vita in sacrificio, affinché l’uomo non morisse eternamente. Morì, non perché costretto a morire, ma di sua spontanea volontà. Questa era umiltà. Tutto il tesoro del cielo fu riversato in un unico dono per salvare l’uomo decaduto. Egli portò nella Sua natura umana tutte le energie vivificanti di cui gli esseri umani avranno bisogno e dovranno ricevere.
- “Meravigliosa combinazione di uomo e Dio! Avrebbe potuto aiutare la Sua natura umana a resistere alle incursioni della malattia riversando dalla Sua natura divina vitalità e vigore imperituro all’umano. Ma Egli si umiliò alla natura umana. Fece questo affinché la Scrittura potesse adempiersi; e il piano fu adottato dal Figlio di Dio, conoscendo tutti i passi della Sua umiliazione, che Egli doveva scendere per compiere un’espiazione per i peccati di un mondo condannato e gemente. Che umiltà fu questa! Stupì gli angeli. La lingua non può mai descriverla; l’immaginazione non può comprenderla. Il Verbo eterno acconsentì a farsi carne! Dio si fece uomo! Fu un’umiltà meravigliosa. [444]
- “Ma scese ancora più in basso; l’Uomo doveva umiliarsi come un uomo per sopportare insulti, rimproveri, accuse vergognose e abusi. Sembrava che non ci fosse un posto sicuro per Lui nel Suo territorio. Dovette fuggire da un luogo all’altro per salvarsi la vita. Fu tradito da uno dei Suoi discepoli. Fu rinnegato da uno dei Suoi più zelanti seguaci. Fu deriso. Fu incoronato con una corona di spine. Fu flagellato. Fu costretto a sopportare il peso della croce. Non fu insensibile a questo disprezzo e a questa ignominia. Si sottomise, ma oh! Provò l’amarezza come nessun altro essere avrebbe potuto provare. Era puro, santo e incontaminato, eppure fu accusato come un criminale! L’adorabile Redentore scese giù dalla più alta esaltazione.
- “Passo dopo passo si umiliò fino a morire, ma che morte! Fu la più vergognosa, la più crudele, la morte sulla croce come malfattore. Non morì come un eroe agli occhi del mondo, carico di onori, come uomini in battaglia. Morì come un criminale condannato, sospeso tra il cielo e la terra, morì di una lenta morte di vergogna, esposto agli scherni e agli insulti di una moltitudine degradata, carica di crimini e dissoluta! “Tutti quelli che mi vedono mi deridono; allungano il labbro, scuotono la testa.” (Salmo22:7). Fu annoverato tra i trasgressori, spirò tra la derisione, e i Suoi parenti secondo la carne lo rinnegarono. Sua madre vide la Sua umiliazione, ed Egli fu costretto a vedere la spada trafiggerle il cuore. Sopportò la croce, disprezzando la vergogna. La considerò di poco conto in considerazione dei risultati che stava operando a favore, non solo degli abitanti di questo granello di mondo, ma dell’intero universo, di ogni mondo che Dio aveva creato.
- “Cristo doveva morire come sostituto dell’uomo. L’uomo era un criminale condannato a morte per trasgressione della legge di Dio, come traditore, ribelle; quindi un sostituto dell’uomo doveva morire come malfattore, perché Egli stava al posto dei traditori, con tutti i loro peccati custoditi nella Sua anima divina. Non era sufficiente che Gesù morisse per soddisfare pienamente le richieste della legge infranta, ma morì di una morte vergognosa. Il profeta dà al mondo le sue parole: “Non ho nascosto il mio volto alla vergogna e agli sputi”. E quando il grande nemico, il grande esaltato, ebbe così compiuto la morte del grande Amico, colui che si era svuotato di sé, fu dimostrato all’universo che questo era ciò che era implicito nel suo percorso di esaltazione fin dal suo inizio in cielo, e così dimostrò all’universo che egli era solo “un omicida fin dal principio”.
- Ma Dio “lo ha risuscitato dai morti e lo ha posto alla sua destra nei luoghi celesti, al di sopra di ogni principato, potenza, signoria e di ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello futuro; e ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi e lo ha dato per capo su tutte le cose alla Chiesa, che è il suo corpo, la pienezza di colui che porta a compimento ogni cosa in tutti” (Efesini 1:20-23). Ed Egli, essendo così “alla destra di Dio esaltato, e avendo ricevuto dal Padre la promessa dello Spirito Santo,” riversò questo Spirito Santo, mediante il quale venne dai Suoi discepoli e dimorò nei loro cuori mediante la fede, così che sapevano che Egli era nel Padre, ed essi in Lui, ed Egli in loro (Atti 2:33; Giovanni 14:18-20; Efesini 3:16,17). [445]
- Così, con Cristo in loro la speranza della gloria, avendo ricevuto la conoscenza del mistero di Dio, “che nelle altre età non fu fatto conoscere ai figli degli uomini”, come fu allora “rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito”, andarono predicando questo mistero di Dio, che era stato “nascosto da secoli e da generazioni, ma ora era stato manifestato ai Suoi santi, ai quali Dio voleva far conoscere quali siano le ricchezze della gloria di questo mistero tra i gentili, che è Cristo in voi, speranza della gloria”. Nel predicare le ricchezze della gloria di questo mistero, essi predicavano “le imperscrutabili ricchezze di Cristo”, così da “far vedere a tutti qual è la comunione del mistero che fin dall’inizio del mondo era nascosto in Dio, che ha creato tutte le cose per mezzo di Gesù Cristo: affinché ora sia conosciuta, per mezzo della Chiesa, ai principati e alle potenze nei luoghi celesti, la multiforme sapienza di Dio secondo l’eterno proposito che egli ha attuato in Cristo Gesù, nostro Signore”. (Efesini 3:3-5; Colossesi 1:26,27; Efesini 3:8-11).
- Affinché ciò fosse possibile, predicavano: “Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini” (Filippesi 2:5-7). Predicavano che, mediante questo sentimento di Cristo, ognuno avrebbe dovuto svuotare se stesso, assumere la forma di servo, obbediente fino alla morte, reso conforme alla Sua morte. Ma ci fu una “apostasia”. Invece di uno svuotamento di sé, ci fu un’esaltazione di sé in coloro che professavano il nome di Colui che svuotò se stesso: entrarono lupi rapaci, che non risparmiarono il gregge; sorsero uomini, dicendo cose perverse per trascinarsi dietro i discepoli (Atti 20: 29,30). E in questa esaltazione di sé si sviluppò l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, il mistero dell’iniquità; che di nuovo nascose per secoli e generazioni il mistero di Dio. Così questo mistero di iniquità è il papato; il mistero di Dio è il Cristianesimo. Il Cristianesimo è rinuncia a se stessi; il papato è autoesaltazione. Lo spirito del Cristianesimo è lo spirito di umiltà e rinuncia a se stessi; lo spirito del papato è orgoglio e autoesaltazione. Il Cristianesimo è l’incarnazione di Cristo; il papato è l’incarnazione di Satana.
- Così, per mezzo di Satana, continua sulla terra la stessa controversia iniziata in cielo. Per mezzo del grande apostata, attraverso la grande apostasia, continua qui la stessa opposizione a Cristo, a Dio e alla legge e al governo di Dio, iniziata in cielo. E in effetti, attraverso la grande apostasia qui, il grande apostata ha compiuto, nella sua misura, ciò che non avrebbe potuto compiere in alcun modo in cielo: il cambiamento della legge di Dio (Daniele 7:25). Infatti, per accogliere il culto dell’immagine che essa avrebbe avuto, il papato tralascia il Secondo Comandamento; e per favorire il culto del sole, ha accantonato il Sabato del Signore e ha istituito la Domenica al suo posto. (Per la storia completa di questo cambiamento del Sabato nella domenica, vedere “Great Empires of Prophecy“, cap.32). Quindi, per completare il numero dieci dei Dieci Comandamenti, ha diviso il Decimo in due: imponendo così a Dio “una tautologia nell’unico documento mai scritto: con la Sua mano”. Ha deliberatamente trasformato la legge e il governo di Dio in uno completamente suo; ha escluso Dio dal mondo e ha istituito in sé una “reggenza di Dio”: e così, nella misura e nell’intento più pieni, ha considerato un’usurpazione il fatto di essere uguale a Dio. [446]
- Così pienamente e certamente il papato è solo l’incarnazione dello spirito di Satana.
[* l’enciclopedia britannica fornisce il cognome Wycliffe]
[447] John Wycliffe Reso Responsabile – Wycliffe Contro il Papa – Il Vero Ministro di Cristo – I Frati una Pestilenza Morale – L’Alto Servizio del Predicatore – “Poveri Preti”, “Lollardi”, “Uomini della Bibbia” – Il Vero Capo della Chiesa – Il Papa Contro Wycliffe – Wycliffe Traduce la Bibbia in Inglese – Sufficienza delle Scritture – La Verità Prevarrà – Il Sole Risorto della Riforma.
- Abbiamo visto quanto fosse diffuso il cristianesimo tra la gente comune, i poveri e i disprezzati. Era giunto il momento in cui doveva ricevere l’attenzione dei nobili, dei principi e dei capi delle nazioni. Questo movimento iniziò in Inghilterra.
- Nel 1365 papa Urbano V chiese all’Inghilterra di pagare il tributo di mille marchi che Innocenzo III [*papa dal 1198 al 1216, vedi da pag.306 ing.] aveva imposto a re Giovanni d’Inghilterra [*1199-1216], non pagato da trentacinque anni. La richiesta era accompagnata dall’intimazione che se il re, Edoardo III [*1327-1377], non avesse effettuato il regolare pagamento dei mille marchi ogni anno, e di tutto quanto dovuto per i trentacinque anni precedenti, sarebbe stato convocato a Roma “per rispondere davanti al suo signore per contumacia”. Re Edoardo convocò il Parlamento nel 1366 e gli presentò la lettera di papa Urbano, chiedendo che si consultassero e decidessero quale risposta dare. Il Parlamento chiese un giorno “per riflettere sulla questione”. La richiesta fu accordata; e il giorno dopo il Parlamento si riunì per dare la sua risposta.
- Il primo a parlare disse: “Il regno d’Inghilterra è stato conquistato con la spada, e con quella spada è stato difeso. Giulio Cesare esigeva il tributo con la forza; la forza non dà alcun diritto perpetuo. Che il papa cinga quindi la sua spada e venga a cercare di esigere il suo tributo con la forza. Io, per primo, sono pronto a resistergli.”
- Il secondo disse: “Ha diritto al tributo secolare solo chi esercita legittimamente il governo secolare ed è in grado di fornire protezione secolare. Il papa non può legittimamente fare né l’uno né l’altro: è un ministro del Vangelo, non un governatore temporale. Il suo dovere è quello di dare consigli spirituali, non protezione corporale. Dovrebbe seguire l’esempio di Cristo, che rifiutò ogni dominio civile: Le volpi hanno tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, Egli non aveva dove posare il capo. Facciamo in modo che il papa si attenga ai limiti del suo ufficio spirituale, dove gli obbediremo. Ma se sceglierà di trasgredire questi limiti, dovrà subirne le conseguenze. Facciamo opposizione coraggiosamente a tutte le sue pretese di potere civile.”
- Il terzo disse: “Il papa si definisce il servo dei servi di Dio. Benissimo, può pretendere una ricompensa solo per il servizio reso. Ma dove sono i servizi che rende a questa terra? Ci assiste nelle cose spirituali? Ci aiuta nelle cose temporali? Non prosciuga piuttosto avidamente i nostri tesori, e spesso a beneficio dei nostri nemici? Io esprimo la mia opinione contro questo tributo.”
- Il successivo disse: “Il papa afferma di essere il sovrano di tutti i beni posseduti dalla Chiesa. Questi beni detenuti a Mortmain ammontano a un terzo del regno. Non possono esserci due sovrani. Il papa, quindi, per questi beni, è vassallo del re. Non ha reso omaggio per essi; potrebbe essere incorso nella confisca.” [448]
- Il successivo: “Su quali basi fu originariamente richiesto questo tributo? Non era forse per assolvere re Giovanni e liberare il regno dall’interdetto? Ma concedere benefici spirituali in cambio di denaro è pura simonia: è una truffa ecclesiastica. Che i signori, spirituali e temporali, se ne lavino le mani da una transazione così vergognosa. Ma se è in quanto superiore feudale del regno che il papa esige questo tributo, perché chiedere mille marchi? Perché non chiedere il trono, il suolo, il popolo d’Inghilterra? Se il suo titolo vale per questi mille marchi, vale per molto di più. Il papa, in base allo stesso principio, può dichiarare vacante il trono e riempirlo con chiunque gli piaccia.”
- Il successivo: “Papa Urbano ci dice che tutti i regni appartengono a Cristo e che lui, in quanto Suo vicario, detiene l’Inghilterra per Cristo. Ma poiché il papa è capace di peccare e può abusare della sua fiducia, mi sembra che sarebbe meglio che mantenessimo la nostra terra personalmente e solo per Cristo.”
- L’ultimo: “Andiamo subito alla radice di questa questione: re Giovanni non aveva il diritto di donare il regno d’Inghilterra senza il consenso della nazione. Tale consenso non fu mai dato. Il sigillo d’oro del re e i sigilli dei pochi nobili che Giovanni persuase o costrinse a unirsi a lui in questa transazione non costituiscono il consenso nazionale. Se Giovanni donò i suoi sudditi a Innocenzo come fossero beni mobili, Innocenzo può venire a prendere le sue proprietà, se può. Noi, il popolo d’Inghilterra, non abbiamo avuto voce in capitolo. Riteniamo l’intero accordo, la carta, la firma, il sigillo, una nullità assoluta fin dall’inizio.”
- La decisione unanime del Parlamento dichiarava: “Poiché né re Giovanni, né alcun altro re, avrebbe potuto ridurre il suo regno e la sua sovranità in tale schiavitù e soggezione, se non con il comune assenso del Parlamento, che non fu dato, ciò che egli fece era contro il suo giuramento al momento della sua incoronazione, oltre a molte altre ragioni. Se, pertanto, il papa avesse tentato qualcosa contro il re mediante un processo o altre questioni infatti, il re e tutti i suoi sudditi avrebbero dovuto resistere con tutta la loro forza e il loro potere”. (Wylie’s, “History of Protestantism”, libro II, cap.3, par.2-7; Milman’s “History of Latin Christianity”, vol.VII, libro XIII, cap.6, par.19).
- Si vedrà che in questi discorsi c’è un accordo generale nel ripudio del potere temporale del papa; anche della sua infallibilità; e, in questo, del suo essere vicario di Cristo. C’è anche una chiara idea della separazione tra il potere spirituale e quello secolare. Ora, il papato sapeva esattamente a chi attribuire la colpa per tutto questo. Sebbene in Parlamento non ci fosse alcun difensore delle pretese del papa, un monaco si fece avanti per difendere la sua causa. Questo monaco enunciava come proposizione fondamentale che “in quanto vicario di Cristo, il papa è il superiore feudale dei monarchi e il signore supremo dei loro regni”. Da ciò traeva la conclusione che “tutti i sovrani devono al papa obbedienza e tributo; che il vassallaggio era dovuto in modo particolare dal monarca inglese in conseguenza della resa del regno al papa da parte di Giovanni; che Edoardo aveva chiaramente perso il suo trono per il mancato pagamento del tributo annuale; e infine, che tutti gli ecclesiastici, regolari e secolari, erano esenti dalla giurisdizione civile e non avevano alcun obbligo di obbedire alla citazione o di rispondere davanti al tribunale del magistrato”. Quindi il monaco indicò per nomeJOHN WYCLIFFE [*n.1328 – m.1384] e lo sfidò a confutare queste proposizioni. [449]
- Da ciò è perfettamente chiaro che il papato attribuiva direttamente a Wycliffe la responsabilità delle argomentazioni avanzate e delle posizioni assunte dal re e dal Parlamento. E questo era del tutto corretto. Wycliffe, in quel particolare periodo, era cappellano reale, “il segretario particolare del re”. Sei anni prima era stato nominato maestro del Balliol College. “Questa promozione la doveva alla fama che si era guadagnato come accademico”. Più o meno in quel periodo conseguì anche la laurea in Teologia e, come tale, tenne lezioni pubbliche all’Università di Oxford sui libri della Scrittura. Studiando le Scritture, vide, alla loro luce, cos’è realmente il papato; e non esitò a insegnare la Parola di Dio così come la trovava, il che, per sua stessa natura, espose al pubblico la grande differenza tra il Cristianesimo e il papato. E gli abusi e le oppressioni del papato sul regno d’Inghilterra erano allora così grandi che I nobili, e persino il re, erano lieti di sapere che, liberandosi dalla schiavitù papale, avrebbero potuto trovare sostegno nella Parola di Dio.
- Questo era il segreto della chiara e audace dichiarazione di principi, palesemente tratti dalle Scritture, fatta dai successivi oratori in Parlamento. Perché l’unico grande obiettivo di Wycliffe, fino al giorno della sua morte, era quello di far sì che tutti conoscessero il più possibile le Scritture. Inoltre, è solo Wycliffe a riferire questi lavori del Parlamento, il che dimostra che era presente. Ed è per questo che il papato sapeva così bene chi dovesse essere sfidato a difendere contro il papa la posizione del re e del Parlamento. I papisti sapevano che questi principi erano da ricondurre a Wycliffe e che era la sua predicazione a essere responsabile della prevalenza di questi principi in Parlamento; quindi, quando avessero contestato un difensore dei principi, avrebbero dovuto chiamare in causa Wycliffe per nome.
- Wycliffe non si sottrasse in alcun modo alla questione. Accettò la sfida, sebbene proprio in quel momento ci fosse davanti al papa un appello in cui era coinvolto, e sapesse che la sua azione in quel caso avrebbe deciso la sua causa lì. Disse: “In quanto segretario particolare del re, mi assumo con maggiore disponibilità l’incarico di difendere e consigliare che il re eserciti il suo giusto governo nel regno d’Inghilterra quando rifiuta il tributo al pontefice romano”. Come fondamento della sua argomentazione in questa difesa, indicò “i diritti naturali degli uomini, le leggi del regno d’Inghilterra e i precetti della Sacra Scrittura”. Dichiarò: “Già un terzo e più dell’Inghilterra è nelle mani del papa. Non possono esserci due sovrani temporali in un solo paese: o Edoardo è re o Urbano è re. Noi facciamo la nostra scelta. Accettiamo Edoardo d’Inghilterra e rifiutiamo Urbano di Roma.”
- Wycliffe “fece delle Sacre Scritture la norma ultima di ogni legge.” Dichiarò che il grande problema dell’evoluzione della Chiesa era riformare ogni cosa secondo i principi in esse contenuti. “I suoi sforzi in tal senso gli procurarono il titolo di dottoreevangelico.” Nel 1372 ottenne il titolo di dottore in teologia; e sia con le sue lezioni che con i suoi scritti, ampliò notevolmente la sua influenza evangelica. Man mano che la sua conoscenza delle Scritture cresceva, si rafforzava il terreno che opponeva alla corruzione del papato. In questo, il suo punto di attacco principale erano sempre i monaci mendicanti. Nella sua difesa del regno d’Inghilterra contro le invasioni del papato, si oppose non solo alle estorsioni praticate dalla corte romana, ma con altrettanta fermezza alla pratica di far ricoprire le alte cariche della Chiesa d’Inghilterra da italiani, che non solo erano inadatti alla loro vocazione spirituale, ma soprattutto perché ignoravano la lingua e i costumi del paese. [450]
- Nel 1374 Wycliffe fu uno dei sette ambasciatori inviati a incontrare il papato per una reciproca considerazione delle questioni sollevate in Inghilterra riguardo al papato. Fortunatamente per Wycliffe, questa ambasciata non fu obbligata a recarsi a Roma: incontrarono i rappresentanti papali a Bruges. Questo incarico fu di grande beneficio per Wycliffe, poiché “gli fu così consentito di acquisire una conoscenza più approfondita dello spirito della cancelleria romana, delle corruzioni che ne derivavano e degli intrighi che vi prevalevano; e fu indotto a esaminare più attentamente i diritti del papato e a opporsi con più veemenza ad esso come principale causa di corruzione nella Chiesa. Giunse alla convinzione che il papato non avesse origine dal diritto divino: che la Chiesa non avesse bisogno di un capo visibile.
- “Parlò e scrisse contro lo spirito mondano del papato e la sua influenza dannosa. Era solito chiamare il papa anticristo, ‘l’orgoglioso prete mondano di Roma’, ‘il più maledetto dei tagliatori e dei borseggiatori [tagliaborse]’. In uno dei suoi documenti, afferma: ‘Il papa e i suoi esattori traggono dal nostro paese ciò che dovrebbe servire al sostentamento dei poveri, e molte migliaia di marchi dal tesoro del re per i sacramenti e le cose spirituali. E certamente, anche se il nostro regno avesse un’enorme montagna d’oro, e nessuno ne prendesse se non questo orgoglioso prete mondano, col passare del tempo la montagna si esaurirebbe; poiché egli preleva continuamente denaro dalla nostra terra e non invia altro che la maledizione di Dio per la sua simonia, e qualche maledetto chierico dell’anticristo per derubare la terra ancora di più per privilegi ingiusti, o altrimenti lascia fare la volontà di Dio, ciò che gli uomini dovrebbero fare senza il suo permesso, comprando e vendendo.'” (Tutte le citazioni in questo capitolo non altrimenti accreditate, provengono da “History of the Christian Religion and Church”, di Neander, vol.V, sez.II, parte 1).
- “È così che gli esseri miserabili di questo mondo si allontanano dalla fede, dalla speranza e dalla carità, e diventano corrotti nell’eresia e nella bestemmia, persino peggio dei pagani. Così è che un chierico, un semplice esattore di denaro, che non sa né leggere, né comprendere un versetto nel suo salterio, né ripetere i comandamenti di Dio, porta una bolla [*papale] di piombo, testimoniando in opposizione al giudizio di Dio e per esperienza manifesta, che è in grado di governare molte anime. E per agire secondo questa falsa legge, egli sosterrà costi e fatica, e spesso combatterà, e riceverà compensi, e darà molto oro della nostra terra a stranieri e nemici; e molti vengono così massacrati dai nostri nemici, per loro conforto e per la nostra confusione. Quanto, quindi, la parola di Dio e la beatitudine del cielo nelle anime degli uomini sono migliori dei beni terreni, tanto questi prelati mondani, che ritirano il grande debito del santo insegnamento, sono peggiori dei ladri; più maledettamente sacrileghi dei comuni saccheggiatori, che irrompono nelle chiese e ne rubano calici, paramenti e persino tanto oro.” (Wylie’s, “History of Protestantism”, libro II, cap.9, par.17,18). A quel tempo le entrate del papato, prelevate dall’Inghilterra, erano cinque volte le entrate totali del re d’Inghilterra stesso.
- Wycliffe insisteva sul fatto che la cura del clero dovesse essere rivolta solo al bene dei propri greggi; e quindi dovevano accontentarsi di ricevere dai loro greggi ciò che poteva essere necessario per il soddisfacimento dei loro bisogni materiali, e niente di più. Considerava parte della vocazione del clero difendere i diritti dei poveri. Sosteneva che qualunque cosa fosse data al clero al solo scopo di provvedere al loro lusso, veniva altrettanto sottratta ai poveri. Pertanto era il nemico dichiarato dei monaci mendicanti, poiché da parte loro “erano l’organo più zelante e più influente della gerarchia romana che lui attaccava. Essi gli apparivano come i principali promotori della superstizione, dell’esteriorizzazione della religione in forme e cerimonie, delle tendenze immorali rese sicure e protette da false confidenze.” [451]
- In uno dei suoi scritti intitolato “Una breve regola di vita”, parla così del ministro di culto: “Se sei un sacerdote e, di nome, un curato, vivi una vita santa. Supera gli altri uomini nella santa preghiera, nel santo desiderio e nel santo parlare, nel consigliare e nell’insegnare la verità. Osserva sempre i comandamenti di Dio e lascia che il Suo Vangelo e le Sue lodi siano sempre sulla tua bocca. Lascia che la tua vita aperta sia un vero libro, in cui il soldato e il laico possano imparare come servire Dio e osservare i Suoi comandamenti. Perché l’esempio di una buona vita, se è aperta e continua, colpisce gli uomini rozzi molto di più della predicazione aperta con la sola parola. Abbi sia cibo, sia bevande, sia vestiti; ma il resto dona sinceramente ai poveri: a coloro che hanno lavorato generosamente, ma che ora non possono lavorare, per debolezza o malattia; e così sarai un vero sacerdote, sia per Dio che per gli uomini”.
- Poi disse al popolo: “Il tuo secondo padre è il tuo padre spirituale che ha una cura speciale per la tua anima, e quindi lo riverirai. Lo amerai soprattutto davanti agli altri uomini e obbedirai al suo insegnamento nella misura in cui insegna la volontà di Dio. E lo aiuterai, secondo le tue possibilità, affinché possa avere un ragionevole sostentamento quando svolge bene il suo ufficio. Se il tuo padre spirituale viene meno al suo ufficio, dando il cattivo esempio e cessando di insegnare la legge di Dio, sei tenuto a provare grande dolore per questo motivo e a raccontargli, con mansuetudine e carità, la sua colpa, tra te e lui solo”.
- Inoltre, parlando del clero, disse: “Né prelati, né dottori, né sacerdoti, né diaconi dovrebbero ricoprire cariche secolari; cioè quelle di cancelleria, tesoreria, sigillo privato e altri simili incarichi secolari nell’erario: soprattutto finché gli uomini secolari sono sufficienti a svolgere tali incarichi. I prelati e i grandi proprietari religiosi sono così occupati nel cuore dalle proprietà mondane e dai progetti di affari, che non può essere preservata alcuna abitudine alla devozione, alla preghiera, al pensiero sulle cose celesti, sui peccati del proprio cuore o su quelli degli altri; né possono essere trovati a studiare e predicare il Vangelo, né a visitare o confortare i poveri. Assomigliano più a balivi che a vescovi”.
- Il centro di tutto l’insegnamento di Wycliffe era l’osservanza dei comandamenti di Dio e la fede in Gesù. Abbiamo già trovato nelle sue parole l’insegnamento di lasciare che la vita sia un vero libro in cui il soldato e il laico possano imparare a servire Dio e a osservare i Suoi comandamenti. Abbiamo letto le sue parole: “Osserva sempre i comandamenti di Dio, e il Suo Vangelo e le Sue lodi siano sempre sulla tua bocca”. E con l’espressione “i comandamenti”, intendeva specificamente i Dieci Comandamenti. Una delle sue primissime opere come riformatore “fu un’esposizione dettagliata dei Dieci Comandamenti, in cui contrapponeva la vita immorale prevalente tra tutti i ceti sociali del suo tempo a ciò che questi comandamenti richiedevano”. Egli stesso afferma di essere stato “indotto a fare questo dall’ignoranza che la maggior parte delle persone tradiva riguardo al decalogo; e che il suo scopo era quello di contrastare una tendenza che mostrava maggiore interesse per le opinioni degli uomini che per la legge di Dio”. La sua intuizione spirituale era così chiara che comprese correttamente che l’intero corpo della moralità cristiana deriva dai Dieci Comandamenti. [452]
- Egli dice: “Molti pensano che se danno un soldo a chi concede l’indulgenza, saranno perdonati per aver infranto tutti i comandamenti di Dio, e quindi non prestano attenzione a come li osservano. Ma io ti dico, per certo, che anche se hai sacerdoti e frati che cantano per te, e anche se ogni giorno ascolti molte messe, e fondassi cappelle e collegi, e andassi in pellegrinaggio per tutta la vita, e dessi tutti i tuoi beni a chi concede l’indulgenza, tutto questo non porterà la tua anima in cielo. Mentre, se i comandamenti di Dio sono venerati fino in fondo, anche se non si possiede né un soldo né mezzo soldo, ci sarà il perdono eterno e la beatitudine del cielo”. Né con questa osservanza dei comandamenti intendeva in alcun modo lo sforzo esteriore di una giustificazione tramite le opere; poiché “egli presuppone sempre la connessione di tutto questo con la fiducia in Gesù come unico Salvatore e con l’imitazione pratica di Lui che tale fiducia implica”. Egli disse: “Prima di tutto siamo tenuti a seguire Cristo. Perché Cristo vive sempre vicino al Padre ed è il più pronto a intercedere per noi, donandosi all’anima di ogni pellegrino che lo ama. Pertanto nessuno dovrebbe cercare prima la mediazione di altri santi, poiché Egli è più pronto ad aiutare di qualcuno di loro. Finché Cristo è in cielo, la Chiesa ha in Lui il miglior papa. I predicatori dovrebbero dare l’esempio a tutti nel camminare dietro a Cristo; dovrebbero essere i più vicini a Cristo, i più vicini al cielo e i più pieni di carità”.
- Dei frati disse: “I frati allontanano i giovani dalla religione di Cristo, nei loro diversi Ordini, con ipocrisia, falsità e furto. Dicono infatti, davanti a loro [davanti ai giovani], che il loro Ordine particolare è più santo di qualsiasi altro, e che essi avranno un posto più alto nella beatitudine del cielo rispetto agli altri che non ne sono membri; e che i membri del loro Ordine non andranno mai in perdizione, ma, nel giorno del giudizio, giudicheranno gli altri con Cristo. E così rubano i figli ai padri e alle madri, a volte quelli che sono incapaci di essere ordinati, e a volte quelli che, per comandamento di Dio, sono tenuti a sostenere i loro anziani. Perciò sono bestemmiatori di Dio, che consigliano con sicurezza cose di natura dubbia, che, nelle Sacre Scritture, non sono né espressamente comandate, né proibite.” Quale pestilenza morale fossero questi mendicanti si può stimare dall’asserzione dell’arcivescovo di Armagh e primate d’Irlanda: “Nella mia diocesi di Armagh ho circa duemila persone, condannate dalle censure della Chiesa, denunciate ogni anno come assassini, ladri e simili malfattori, di cui appena quattordici si sono rivolti a me o al mio clero per l’assoluzione: eppure tutti ricevono i sacramenti, come gli altri, perché sono assolti, o fingono di essere assolti, dai frati”. (Wylie’s, “History of Protestantism”, libro II, cap.5, par.3, nota).
- Wycliffe proclamò: “Non viene perdono se non da Dio. I peggiori abusi di questi frati consistono nelle loro presunte confessioni, per mezzo delle quali fingono, con innumerevoli artifici di bestemmia, di purificare coloro che confessano e di renderli puri da ogni contaminazione agli occhi di Dio, mettendo da parte i comandamenti e la riparazione di nostro Signore. Non c’è eresia più grande che credere di essere assolto dai propri peccati se si dona del denaro, o se un sacerdote impone la mano su questo capo e dice di assolverlo. Devi essere addolorato nel tuo cuore e fare ammenda a Dio, altrimenti Dio non ti assolve. Possa Dio, nella sua infinita misericordia, distruggere l’orgoglio, la cupidigia, l’ipocrisia e l’eresia di questo finto perdono; e rendere gli uomini impegnati a osservare i Suoi comandamenti e a riporre pienamente la loro fiducia in Gesù Cristo. [453]
- “Confesso che le indulgenze del papa, se sono ciò che si dice siano, sono una palese bestemmia. I frati danno un tocco di colore a questa bestemmia dicendo che Cristo è onnipotente e che il papa è il Suo vicario plenario, e quindi possiede in ogni cosa lo stesso potere di Cristo nella Sua umanità. Contro questa rozza bestemmia mi sono scagliato altrove. Né il papa, né il Signore Gesù Cristo possono concedere dispense o concedere indulgenze a nessuno, se non come la Divinità ha eternamente determinato con il Suo giusto consiglio.”
- Dichiarò che il modo di vivere seguito dai frati non era la più perfetta imitazione della vita di Cristo; poiché Cristo non era per niente stato allevato a tale tipo di povertà. Cristo non aveva chiesto a tutti indistintamente di fargli l’elemosina, ma aveva ricevuto da Maria Maddalena e da altre donne e uomini pii ciò che era necessario per il Suo sostentamento. Cristo ordinò ai Suoi discepoli di non prendere né bisaccia né borsa; ma sia la bisaccia che la borsa venivano utilizzate dai monaci mendicanti per portare a casa ai loro monasteri tutto ciò che avevano elemosinato. Cristo ordinò ai Suoi discepoli di considerare piuttosto chi era pronto a ricevere il messaggio del Vangelo; e con questi dovevano mangiare e bere, e non andare di casa in casa. Citò l’esempio di Paolo, che sosteneva se stesso e i suoi compagni con il lavoro delle proprie mani; e non cercava di ottenere oro, argento né vesti da coloro che istruiva: così istruiva altri insegnanti con il suo esempio, affinché nei momenti di difficoltà facessero altrettanto. A questi mendicanti citò la Scrittura: “Se qualcuno non vuole lavorare, neppure mangi”.
- Nel 1375 Wycliffe divenne parroco di Lutterworth e “lavorò alternativamente come insegnante di teologia a Oxford e come predicatore e curato a Lutterworth”. Egli si aggrappò alla potente verità che “il servizio più alto che l’uomo possa compiere sulla terra è predicare la Parola di Dio. Questo servizio spetta in modo peculiare ai sacerdoti, e quindi Dio lo esige da loro più direttamente. In questo modo dovrebbero generare figli a Dio, e questo è il fine per cui Dio ha sposato la Chiesa. Sarebbe bello avere un figlio che fosse signore di questo mondo, ma sarebbe molto più bello avere un figlio in Dio, che, come membro della santa Chiesa, ascenderà al cielo! E per questo Gesù Cristo abbandonò altre opere e si dedicò principalmente alla predicazione; e così fecero i suoi apostoli, e per questo Dio li amò. Come dice la Scrittura: “Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano”. Luca 11:28. Perciò fece del sermone un elemento fondamentale nei miglioramenti introdotti nel culto pubblico e si sforzò di dare l’esempio in questa riforma, e di incoraggiare il clero che lo seguiva nel suo percorso di formazione a fare lo stesso. E questo perché l’ufficio della predicazione “Cristo lo affidò ai suoi discepoli più di ogni altro; con questo vinse il mondo dalla mano del demonio. Gli uomini che non amano le anime, hanno poco amore per i corpi del prossimo; perciò l’opera dell’istruzione cristiana è il miglior servizio che l’uomo possa rendere al fratello”. [454]
- Tuttavia, la sua opera per l’umanità non si limitava all’istruzione cristiana attraverso la sola predicazione. Si impegnò con particolare impegno per suscitare nei cuori dei cristiani l’interesse per le opere di carità, nel donare compassione e sollievo ai sofferenti, siano essi per età, malattia o povertà; nel provvedere a tutti i loro bisogni materiali. Nella sua “Esposizione dei Dieci Comandamenti” il cristiano viene istruito “a visitare coloro che sono malati o che sono in difficoltà, specialmente coloro che Dio ha reso bisognosi per età o per altre malattie, come i deboli, i ciechi e gli zoppi, che sono in povertà. Li soccorrerai con i tuoi beni, secondo le tue possibilità e secondo il loro bisogno, perché così comanda il Vangelo”.
- Contro i monaci che si escludevano da quella che chiamavano vita contemplativa, dichiarò che si trattava di una tentazione del grande avversario, dicendo: “Prima di tutto siamo tenuti a seguire Cristo; eppure Cristo predicò il Vangelo e comandò ai Suoi discepoli di fare lo stesso. Tutti i profeti e Giovanni Battista furono costretti dall’amore ad abbandonare il deserto, rinunciare alla vita contemplativa e predicare. Ah, Signore, quale maledetto spirito di falsità muove i sacerdoti a chiudersi tra mura di pietra per tutta la vita, dal momento che Cristo comandò a tutti i Suoi apostoli e sacerdoti di andare in tutto il mondo e predicare il Vangelo! Certamente sono apertamente stolti e agiscono apertamente contro il Vangelo: e se persistono in questo errore, sono maledetti da Dio come pericolosi ingannatori ed eretici.”
- I monaci gli citarono l’esempio di Maria Maddalena, che, sedendosi ai piedi di Gesù, scelse la parte migliore di Marta, che trascorse il tempo a servire. Wycliffe rispose: “L’esempio potrebbe essere pertinente se i sacerdoti fossero donne, e se nella Scrittura non si trovasse alcun comandamento contrario a una vita di solitudine. Da quanto si dice comunemente riguardo al valore della vita contemplativa, si potrebbe dedurre che Cristo, quando era in questo mondo, scelse la vita meno adatta ad essa, e che ha obbligato tutti i Suoi sacerdoti ad abbandonare il meglio e ad accettare il peggio. La preghiera è buona, ma non quanto la predicazione; e, di conseguenza, nella predicazione, e anche nella preghiera, nella somministrazione dei sacramenti, nell’apprendimento della legge di Dio e nel dare un buon esempio con la purezza di vita, in queste cose dovrebbe consistere la vita di un sacerdote.”
- Coerentemente con questa visione elevata, ma autenticamente cristiana dell’ufficio del predicatore cristiano, Wycliffe sosteneva che avere predicatori solo di particolari chiese non fosse sufficiente. Pertanto inviò ovunque per il paese predicatori itineranti, perché, come disse, “il Vangelo racconta come Gesù andò in giro per i luoghi del paese, grandi e piccoli, come in città e castelli, o piccoli paesi, e questo per insegnarci a essere utili in generale agli uomini, e a non astenerci dall’insegnare a un popolo perché è piccolo, e il nostro nome non può, di conseguenza, essere grande”. Questi predicatori itineranti si definivano “poveri preti” – il termine povero non usato per vantarsi di povertà, ma nel senso di “carente di qualità desiderabili o essenziali”; ma presto acquisirono dal popolo il nome di “Lollardi” per il loro canto: da lollen o lullen, cantare a bassa voce, da lull e lullaby, cantare per dormire. Erano anche chiamati dalla gente “uomini della Bibbia”, per il loro ampio uso della Bibbia. Wycliffe disse a questi predicatori, mentre uscivano: “Se i frati mendicanti vagano per il paese, predicando le leggende dei santi e la storia della guerra di Troia, dobbiamo fare per la gloria di Dio ciò che fanno loro per riempire i loro portafogli e dare vita a una vasta evangelizzazione itinerante per convertire le anime a Gesù Cristo. Andate e predicate: è l’opera più sublime; ma non imitate i sacerdoti che vediamo, dopo il sermone, seduti nelle birrerie, o al tavolo da gioco, o che sprecano il loro tempo a caccia. Dopo aver terminato il sermone, visitate i malati, gli anziani, i poveri, i ciechi e gli zoppi e soccorreteli secondo le vostre capacità”. (D’Aubigne’s, “History of the Reformation”, libro XVII, cap.7, par.6 dalla fine). [455]
- Un’altra ragione di ciò era il sistema corrotto che allora prevaleva nella Chiesa, grazie al quale nessun vero predicatore cristiano riusciva a trovare un posto dove stabilirsi regolarmente e diventare maestro del popolo. Wycliffe scrisse sulla questione “Perché i preti poveri non hanno benefici”, dicendo: “Se c’è un uomo semplice che desidera vivere bene e insegnare sinceramente la legge di Dio, e disprezza l’orgoglio e gli altri peccati, sia dei prelati che degli altri uomini, sarà considerato un ipocrita, un nuovo maestro, un eretico, e non gli sarà permesso di accedere ad alcun beneficio. Se in un piccolo povero luogo vivrà una vita povera, sarà perseguitato e calunniato a tal punto che sarà cacciato via con inganni e imprigionato o bruciato”.
- Afferma che molti dei signori che detenevano il potere di nominare i benefici, per mascherare la simonia con cui gli uomini più spregevoli ottenevano alti sussidi ecclesiastici, fingevano di non volere denaro come prezzo per il posto, ma semplicemente un regalo, come ad esempio “un fazzoletto per la signora, o un palafreno, o una botte di vino. E quando alcuni signori presentavano un brav’uomo, allora alcune signore erano il mezzo per far presentare un ballerino, o un girovago, o un cacciatore, o un venditore ambulante, o un selvaggio giocatore di giochi estivi”. Dichiarò che i prelati e i signori che praticavano questa collusione erano alleati dell’anticristo; non avrebbero permesso ai discepoli di Cristo di insegnare ai Suoi figli la legge di Cristo per salvare le loro anime. E così si sforzano di bandire Cristo e la Sua legge dalla Sua eredità: cioè, quelle anime che Egli ha redento, non con oro e argento corruttibili, ma con il prezioso sangue del Suo cuore, che ha versato sulla croce per amore ardente.
- “Ora è per sfuggire a tali peccati che alcuni poveri sacerdoti non accettano benefici. I poveri sacerdoti temono che se ricevono tali incarichi particolari, saranno distolti da incarichi migliori, da quelli che porterebbero più beneficio alla Chiesa. Questo è ciò che devono temere più di ogni altra cosa; perché riguarda direttamente la loro persona; poiché hanno ricevuto da Dio la loro intera chiamata ad aiutare i loro fratelli, affinché possano raggiungere il cielo, con il loro insegnamento, le loro preghiere e il loro esempio. E sembra loro di poter adempiere più facilmente a questa vocazione con una cura generale di amore cristiano, sull’esempio di Cristo e degli apostoli. In questo modo possono anche facilmente liberarsi dal pericolo e sono in grado di dare la massima assistenza ai loro fratelli. Così ora, i poveri sacerdoti, quando sono perseguitati dai chierici dell’anticristo, possono fuggire senza impedimento né intralcio da una città all’altra, come Cristo ha comandato nel Vangelo. Così anche possono essere al meglio presenti subito e prestare il loro aiuto, secondo i suggerimenti dello Spirito Santo, ovunque siano necessari. In questo modo sacerdoti e laici, liberi da ogni conflitto, saranno uniti nell’amore. Così alcuni poveri sacerdoti si sono associati, allo scopo di seguire al massimo l’esempio di Cristo e degli apostoli: di lavorare dove c’è più bisogno, finché conservano ancora il vigore della giovinezza, senza condannare altri sacerdoti che svolgono fedelmente il loro dovere.
- Wycliffe si rese conto del pericolo in cui incorreva con questa fedele conformità al modello cristiano di Cristo e degli apostoli. Disse che era “un’invenzione dell’ipocrisia sostenere che il martirio non sia più possibile, perché tutti sono cristiani. Chi dichiara la verità, che si oppone alla loro corruzione, ai satrapi [perché così designava i prelati] non sfuggirà al loro odio mortale, e potrà quindi morire da martire. E quindi noi cristiani non abbiamo bisogno di visitare i pagani allo scopo di convertirli e morire da martiri: ma predichiamo con fermezza la legge di Cristo, anche ai satrapi imperiali, e subito ci sarà un fiorente martirio, se perseveriamo nella fede e nella pazienza. Ma so dalla fede evangelica che l’anticristo con i suoi colpi può distruggere solo il corpo; ma Cristo, per la cui causa combatto, può distruggere sia l’anima che il corpo all’inferno, e so che non permetterà che manchi nulla di ciò che è più necessario per i Suoi servi, quando Egli si è liberamente consegnato a una morte terribile e ha permesso a tutti i discepoli che gli erano più cari di sopportare gravi tormenti per il loro stesso beneficio.” [456]
- Quanto alla Chiesa, Wycliffe disse: “La santa Chiesa è la congregazione di uomini giusti per i quali Cristo ha versato il Suo sangue; e non semplici pietre, legname e scorie terrene, che i sacerdoti dell’anticristo magnificano più della giustizia di Dio e delle anime degli uomini.” A quel tempo, quando si parlava di “santa Chiesa”, si riteneva generalmente che con questo termine si dovessero intendere i prelati e i sacerdoti, insieme ai monaci, ai canonici e ai frati. Ma a questo proposito Wycliffe disse: “Quelle persone non considererebbero appartenenti alla Chiesa gli uomini secolari della santa Chiesa, sebbene vivano davvero secondo la legge di Dio e muoiano in perfetta carità. Tuttavia, tutti coloro che saranno salvati nella beatitudine del cielo sono membri della santa Chiesa, e niente di più.
- “I prelati sollevano molti nuovi punti di fede e affermano che non basta credere in Gesù Cristo ed essere battezzati – come dice Cristo nel Vangelo di San Marco – se non si crede anche che il vescovo di Roma sia il capo della santa Chiesa. Ma certamente nessun apostolo di Gesù Cristo ha mai costretto alcun uomo a credere questo di sé stesso. Eppure erano certi della loro salvezza in cielo. Come potrebbe, allora, un misero peccatore costringere gli uomini a credere di essere il capo della santa Chiesa, mentre non sa se sarà salvato o perduto. Il papa è il capo degli anticristo, poiché egli stesso finge falsamente di essere il vicario immediato di Cristo, e di essere il più simile a Lui nella vita. E, di conseguenza, [*fingedi essere] il pellegrino più umile, l’uomo più povero e il più lontano dagli uomini e dalle cose mondane, quando, tuttavia, la realtà è generalmente che egli è il primo nel peccato opposto. Finché Cristo è in cielo, la Chiesa ha in Lui il papa migliore, e questa distanza non gli impedisce di compiere le Sue opere; poiché Egli promette di essere con i Suoi sempre fino alla fine del mondo. Non osiamo mettere due capi, per timore che la Chiesa diventi mostruosa. Il Capo lassù è quindi l’unico degno di fiducia.
- Nel 1376 i monaci raccolsero dall’insegnamento di Wycliffe diciannove proposizioni che denunciarono come eretiche e le inviarono al papa per farle condannare. Gregorio XI era il papa. Tuttavia, i suoi nemici non attesero una risposta dal papa per iniziare un procedimento contro di lui. Il 19 febbraio 1377, l’arcivescovo di Canterbury e il vescovo di Londra istituirono il loro tribunale a Lambeth e convocarono Wycliffe a comparire. Ciò creò una tale eccitazione che una grande folla si radunò nel luogo fissato per il processo. A Wycliffe fu permesso di andare da solo. Giovanni di Gaunt, duca di Lancaster, e Lord Henry Percy, conte maresciallo d’Inghilterra, lo accompagnarono. Quando giunsero sul posto, la folla era così densa alle porte che furono costretti a farsi strada fino al tribunale dei prelati, nella “Cappella di Nostra Signora” nella Cattedrale di San Paolo. La folla era composta da coloro che avevano zelantemente sposato la causa di Wycliffe “come quella di un martire per la verità”. [457]
- Il conte Percy fu il primo a farsi strada tra la folla fino alla presenza dei giudici. I prelati si sentirono offesi dal fatto che si fosse presentato davanti a loro con così poche cerimonie, e il vescovo di Londra gli si rivolse: “Percy, se avessi saputo quali regole avresti mantenuto nella Chiesa, ti avrei impedito di entrare qui”. Il duca di Lancaster rispose per Percy: “Egli manterrà tali regole, anche se tu dicessi di no”. Il conte Percy, rivolgendosi a Wycliffe, disse: “Siediti, Wycliffe, siediti; hai molte cose a cui rispondere, e hai bisogno di rispondere tu stesso su un sedile morbido”. Il vescovo di Londra intervenne: “Deve e dovrà rimanere in piedi. È irragionevole che uno, sottoposto al suo processo, sieda davanti al suo ordinario [*giudice]”. Il duca di Lancaster parlò di nuovo: “La proposta di Lord Percy è ragionevole: e quanto a te, che sei diventato così arrogante e orgoglioso, abbatterò l’orgoglio non solo tuo, ma di tutta la prelatura d’Inghilterra”. Il vescovo rispose: “Non confido in nessun amico sulla terra, ma in Dio”. Poiché questa era una chiara offesa all’amicizia del duca e del conte nei confronti di Wycliffe, suscitò l’ira del duca. Ma, a questo punto, c’era una notevole confusione, e le uniche parole che si poterono udire erano quelle del duca: “Piuttosto che accettare queste parole, ti trascinerò fuori dalla corte per i capelli.”
- E ora la folla alla porta, avendo capito cosa stesse realmente accadendo a corte, ruppe le barriere e irruppe nella cappella dove si teneva il processo. Ulteriori colloqui tra il duca e il vescovo furono così interrotti, e anche ogni ulteriore procedura fu interrotta dai clamori e dal tumulto della folla che si era precipitata dentro e aveva preso possesso. Wycliffe, per tutto questo tempo, attese docilmente e in silenzio che il suo processo iniziasse. Ma ora la situazione era diventata così pericolosa per i vescovi che non osarono tentare di portare avanti il procedimento contro Wycliffe. “Era il loro turno di tremare. La loro citazione, come un pericoloso incantesimo che si ripercuote su chi lo usa, aveva evocato una tempesta che tutta la loro arte e autorità non erano riuscite a placare. Procedere con il processo era fuori questione. I vescovi si ritirarono frettolosamente; Wycliffe tornò a casa, ‘e così’, dice uno, ‘quel concilio, essendo stato sciolto con rimproveri e risse, fu sciolto prima delle nove’”. (Wylie’s, “History of Protestantism”, libro II, cap.7, par.7-13).
- Il 22 maggio 1377, Gregorio scrisse una lettera al cancelliere e all’Università di Oxford, in cui li rimproverava per aver permesso che gli “errori pestilenziali” di Wycliffe mettessero radici in Inghilterra “a disonore della fede cattolica”; ordinò loro di catturare Wycliffe e di consegnarlo all’arcivescovo di Canterbury e al vescovo di Londra, o a uno di loro. Nello stesso giorno scrisse una lettera a ciascuno di questi prelati affinché esaminassero attentamente, ma in privato, la dottrina di Wycliffe e, se la trovassero conforme a quanto gli era stato riferito, tenessero Wycliffe attentamente e strettamente rinchiuso fino a nuovo ordine. Li istruì inoltre che, nel caso non fossero riusciti a catturare Wycliffe, avrebbero dovuto pubblicare un editto che lo convocasse a comparire entro tre mesi a Roma, presso il “tribunale della Sede Apostolica”. Inoltre, ordinò loro di informare il re, la famiglia reale e i nobili del regno degli errori insegnati da Wycliffe e di esortarli a “estirpazione dei suoi errori”. [458]
- Ai prelati in Inghilterra, il papa allegò un elenco di sedici proposizioni sulle quali Wycliffe era stato accusato di sostenere e predicare pubblicamente. Quattro di queste riguardano la dottrina cattolica della transustanziazione e sono più distinzioni scolastiche che espressioni di verità, tranne forse la prima: “Che l’eucaristia non è il vero corpo di Cristo, ma solo la sua figura o rappresentazione”. Altre accuse sono del tutto false, essendo state formulate dagli acerrimi nemici di Wycliffe. Altre sono del tutto vere, esattamente come affermavano; ma poiché attaccavano la supremazia del papa, furono considerate tra i più gravi errori che si potessero esprimere. Questi erano: “Che il papa non ha più autorità di qualsiasi altro sacerdote; che il solo Vangelo è sufficiente a guidare ogni cristiano; che nessun ecclesiastico dovrebbe avere prigioni per punire i delinquenti; che scomuniche, interdetti e altre censure ecclesiastiche, quando impiegate per le attività temporali della Chiesa, sono di per sé nulle; che i sacramenti amministrati da cattivi sacerdoti sono nulli; che coloro che si astengono dal predicare la Parola di Dio, dal compiere il servizio divino o dall’assistervi a causa di una qualsiasi scomunica o interdetto, incorrono per questo nella scomunica; che l’istituzione dell’Ordine Mendicante è ripugnante al Vangelo; e che incoraggia l’ozio, e quindi è peccaminoso alleviarli”.
- Queste lettere di Gregorio non furono accolte molto favorevolmente in Inghilterra, tranne che dai prelati a cui erano indirizzate. Le autorità dell’Università di Oxford esitarono a lungo se accoglierle o respingerle con disprezzo. Il 21 giugno 1377, re Edoardo III morì e gli successe il nipote, Riccardo II, che aveva solo undici anni. Durante la sua minore età, i suoi zii, il duca di Lancaster e il duca di Gloucester, i due uomini più importanti del regno, furono i suoi tutori; e questi due nobili, insieme al conte maresciallo del regno, Henry Percy, furono saldi amici di Wycliffe e della sua causa. Questo era così ben noto ai prelati che nessuno osò tentare di eseguire l’ordine del papa di esortare il re ad arrestare Wycliffe e a estirpare i suoi “errori pestilenziali”.
- Eppure l’arcivescovo di Canterbury emise la sua citazione a Wycliffe, affinché comparisse davanti alla sua corte. “Nel giorno stabilito, Wycliffe, senza Lancaster né Percy, si recò alla cappella arcivescovile di Lambeth. ‘Ci si aspettava che venisse divorato, portato nella fossa dei leoni.’” Ma, sebbene i principi non fossero con Wycliffe, i borghesi presero il loro posto. “L’assalto di Roma aveva risvegliato gli amici della libertà e della verità” in tutta l’Inghilterra. Ma, cosa ancora più grave, intervenne un’autorità superiore a quella dei borghesi o persino dei principi: “L’arcivescovo aveva appena aperto la seduta, quando Sir Louis Clifford entrò nella cappella e proibì alla corte, da parte della regina madre, di procedere contro il riformatore. I vescovi furono presi dal panico: ‘Chinarono la testa’, dice uno storico cattolico romano, ‘come una canna al vento’. Prima di ritirarsi, tuttavia, Wycliffe presentò una protesta in cui affermava: “In primo luogo, decido con tutto il cuore, e per grazia di Dio, di essere un sincero cristiano; e, finché avrò vita, di professare ed esigere la legge di Cristo per quanto ne avrò il potere”. Attaccando la protesta di Wycliffe, uno dei papisti disse: “Qualunque cosa il papa ordini dovrebbe essere considerata giusta”. Wycliffe rispose: “Cosa! Il papa può allora escludere dal canone delle Scritture qualsiasi libro che gli dispiaccia e alterare la Bibbia a suo piacimento.” (D’Aubigne’s, “History of the Reformation”, libro XVII, cap.7, par.14-16). [459]
- Nel giugno del 1378, la corte si riunì di nuovo e Wycliffe fu convocato. Di nuovo i suoi amici lo accompagnarono: e c’era anche la folla. Questa volta, tuttavia, fu ottenuta un’udienza e Wycliffe ebbe l’opportunità di dare la propria spiegazione dei punti sui quali i monaci avevano inviato al papa accuse contro di lui. Si dichiarò sottomesso alla correzione della Chiesa in tutti i casi di errore scoperto. Espose tutti i punti a modo suo, con il significato che intendeva, il significato in cui erano sempre stati espressi, e non ritrattò un singolo punto. Le sue parole conclusive furono: “Lungi dalla Chiesa di Cristo che la verità venga condannata perché suona dura ai peccatori o agli ignoranti; perché allora l’intera fede nella Scrittura sarebbe meritevole di condanna.” A Wycliffe fu permesso di andarsene in pace, e “i fanatici della parte della gerarchia [*ecclesiastica] erano molto insoddisfatti dell’esito della causa, e non vedevano in essa altro che una resa della loro causa da parte della corte, per motivi di paura”.
- Nel 1379 Wycliffe si ammalò gravemente. I suoi nemici, pensando che stesse per morire, [*inviarono] a fargli visita una delegazione di quattro dottori in teologia degli Ordini Mendicanti e quattro senatori della città di Oxford, “per augurargli il ritorno alla salute”. Ma, poiché poteva morire, ritennero opportuno “ricordargli le molte calunnie che i Frati Mendicanti avevano subito da lui, e ammonirlo, in vista della morte, a ritrattare ciò che aveva detto contro di loro”. Wycliffe era troppo debole persino per alzarsi dal letto; ma fece in modo che il suo assistente lo sollevasse in posizione seduta; poi, raccogliendo le sue forze rimanenti, rispose ai monaci: “Non morirò; ma vivrò e continuerò sempre a denunciare le cattive pratiche dei monaci mendicanti”. I monaci, comprendendo da ciò che le loro attenzioni in vista della sua morte non erano più necessarie, si ritirarono più inquieti che mai per la prospettiva che li attendeva.
- Wycliffe si riprese e l’anno successivo fu in grado di realizzare l’unico scopo amato della sua vita: pubblicare la Bibbia in lingua inglese (1380). Perché “sentì che era suo dovere rendere la Bibbia, che per i laici era un libro completamente sigillato, e per il clero di quell’epoca un libro poco conosciuto, accessibile a tutti come fonte comune di fede, traducendola nella lingua volgare”. Ma questa pubblicazione delle Scritture nella lingua del popolo, gli attirò attacchi più feroci di qualsiasi altra cosa avesse mai fatto prima. Fu attaccato da più parti, perché stava “introducendo tra la moltitudine un libro riservato esclusivamente all’uso dei sacerdoti. Ma egli difese con fermezza la sua iniziativa e si espresse in modo così chiaro riguardo al diritto e al dovere dei laici di attingere direttamente, loro stessi, alla Parola di Dio, che non poteva non provocare contro di lui attacchi ancora più violenti”.
- Un certo Henry Knighton, che visse a quel tempo e scrisse una storia del periodo, disse: “Il maestro John Wycliffe ha tradotto dal latino in inglese il Vangelo che Cristo affidò al clero e ai dottori della Chiesa, affinché potessero amministrarlo ai laici e alle persone più deboli, secondo la situazione dei tempi e i bisogni degli uomini, in proporzione alla fame delle loro anime e nel modo che sarebbe stato più attraente per loro. Così il Vangelo fu da lui reso più accessibile ai laici e alle donne che sapevano leggere, di quanto non lo fosse stato in precedenza per i più dotti del clero; e in questo modo la perla del Vangelo viene gettata in giro e calpestata dai porci”. I monaci dissero: “È eresia parlare della Sacra Scrittura in inglese. Dato che la Chiesa ha approvato i quattro Vangeli, avrebbe potuto altrettanto facilmente rifiutarli e ammetterne altri. La Chiesa sanziona e condanna ciò che vuole… Impara a credere nella Chiesa piuttosto che nel Vangelo.” (Idem, cap.7, par.5). [460]
- Wycliffe rispose: “Quando sono state realizzate così tante versioni della Bibbia, fin dall’inizio della fede, a vantaggio dei latini, potrebbe sicuramente essere concesso a una povera creatura di Dio di convertirla in inglese, a beneficio degli inglesi.” Citò il fatto che il venerabile Beda e re Alfredo avevano tradotto le Scritture in inglese. Citò i francesi, i boemi e i britannici che avevano tradotto la Bibbia nelle loro lingue; e disse: “Non riesco a capire perché gli inglesi non dovrebbero avere lo stesso nella loro lingua, a meno che non sia per l’infedeltà e la negligenza del clero, o perché il nostro popolo non è degno di una così grande benedizione e dono di Dio, in punizione per i suoi antichi peccati”. Di coloro che ritenevano eretico che la Bibbia dovesse essere tradotta in inglese, disse: “Condannerebbero lo Spirito Santo, che insegnò agli apostoli a parlare in diverse lingue. Il clero sta negando ai laici quelle chiavi della conoscenza che sono state date loro. Sono eretici coloro che affermano che la gente del mondo e i signori non hanno bisogno di conoscere la legge di Cristo, ma che è sufficiente per loro sapere solo ciò che i sacerdoti impartiscono loro oralmente. La Sacra Scrittura è la fede della Chiesa, e più familiarizzano con essa, in un senso di retta fede, meglio è”. La sua opera di diffusione delle Scritture ebbe un tale successo nel raggiungere il popolo che uno scrittore dell’epoca dichiarò che “non si potevano incontrare due persone per strada, che una di loro non fosse un discepolo di Wycliffe”. (Idem, cap.7, par.4).
- Egli criticò il clero per essersi preso “la libertà di nascondere ai laici molte cose contenute nelle Scritture, che sono contro il loro interesse: come ad esempio, tutto ciò che riguarda l’obbligo del clero di seguire Cristo in povertà e umiltà. Ma tutte le leggi e le dottrine dei prelati devono essere accettate solo nella misura in cui sono fondate sulle Sacre Scritture. Come tutti i credenti devono comparire davanti al tribunale di Cristo, per rendere conto dei talenti loro affidati, così tutti dovrebbero conoscere correttamente questi talenti e il loro uso, affinché possano sapere come renderne conto: perché allora [nel Giudizio] nessuna risposta che deve essere data tramite un prelato o un amministratore può essere di alcuna utilità, ma ciascuno deve rispondere di persona. Il Nuovo Testamento è comprensibile a tutti i laici che fanno solo ciò che è in loro potere per giungere alla sua comprensione. Non esiste un tipo particolare di preparazione, possibile solo all’ordine sacerdotale, necessaria per la comprensione del Nuovo Testamento. Avere fame e sete di giustizia è il requisito più importante; ma chiunque osservi la dolcezza e l’amore, possiede la vera comprensione delle Sacre Scritture. È eresia affermare che il Vangelo, con la sua verità e libertà, non sia sufficiente per la salvezza di un cristiano, senza le ordinanze e le cerimonie di uomini peccatori e ignoranti. In effetti, non c’è sottigliezza nella grammatica, né nella logica, né in qualsiasi altra scienza che si possa nominare, che non si trovi in grado più eccellente nelle Scritture”.
- Nel 1381 Wycliffe attaccò apertamente la transustanziazione, quell’unico punto in cui, più di ogni altro, il papato ha soppiantato il sacrificio quotidiano e l’intercessione di Cristo, con “il sacrificio quotidiano della messa”. La dottrina del papato a questo proposito è che il pane e il vino, alla parola del sacerdote, si trasformano nella stessa carne e nel sangue di Cristo, così che non sono più né pane né vino, ma carne e sangue. E, poiché è così, entrambi sono completamente carne e sangue: quindi, amministrando solo l’ostia, la carne e il sangue di Cristo vengono amministrati con la stessa reale efficacia come se fossero amministrati sia l’ostia che il vino. Di conseguenza, per i laici, solo l’ostia viene amministrata come eucaristia; mentre il vino viene loro negato. [461]
- Ma Wycliffe dichiarò tutto questo sistema una falsità, e disse: “L’autore di queste falsità non è Colui che ha parlato, rimanendo irremovibile, ma piuttosto quello spirito menzognero che ha parlato, e la cosa è cessata”. Il decreto del Concilio Lateranense celebrato da Innocenzo III fu citato contro di lui. Ma, a questo, egli rispose con coraggio: “Sebbene Innocenzo possa aver insegnato una finzione così folle come quella che affermano i monaci, tuttavia questo non può nulla contro la verità, che è fondata sul Vangelo, perché è da questa fonte che ogni verità deve essere derivata, e specialmente quella verità che riguarda la nostra fede”. Egli non osò impegnarsi a entrare in una definizione precisa del divino mistero della Cena del Signore, come dottrina positiva, ma la lasciò sul suo terreno più sicuro all’anima del credente: affinché fosse compreso dalla fede del credente stesso. Egli disse: “La retta fede di un cristiano è questa: che questo sacramento encomiabile è pane e corpo di Cristo, vero Dio e vero uomo; e questa fede è fondata sulle parole stesse di Cristo nei Vangeli. Sono certo degli aspetti negativi, vale a dire che la dottrina della transustanziazione e la dottrina dell’accidentibus sine subjecto [accidente senza soggetto], non possono essere vere. Non sono certo dell’aspetto positivo: come sia necessario concepire la relazione tra il pane e il vino consacrati e il corpo e il sangue di Cristo.”
- Successivamente Wycliffe “presentò al Parlamento inglese un documento in cui proponeva che il re e il regno obbedissero ai prelati solo nella misura in cui, secondo l’insegnamento della Scrittura, tale obbedienza appartenesse all’obbedienza di Cristo; perché, altrimenti, Cristo deve obbedire all’anticristo. Infatti, non esiste un terreno neutrale tra Cristo e l’anticristo. Ogni obbedienza dovrebbe essere prestata esclusivamente a Cristo; e qualsiasi atto di obbedienza non prestato a lui, deve quindi essere prestato all’anticristo. ‘Chi non è per me è contro di mep”. Questo avvenne all’epoca in cui un papa regnava ad Avignone e un altro a Roma. Wycliffe nel suo documento proponeva che il denaro del regno d’Inghilterra non dovesse essere inviato né alla corte di Roma né ad Avignone; né a nessun’altra potenza straniera, a meno che non fosse “dimostrato che gli uomini sono tenuti a farlo dalla Sacra Scrittura”.
- Dichiarò che “né un cardinale né alcun altro uomo aveva il diritto di godere dei frutti di una Chiesa inglese, a meno che non risiedesse regolarmente lì o non fosse legalmente impegnato a perseguire qualche affare del regno, che fosse stato approvato dai nobili”. Poiché “altrimenti non sarebbe entrato per mezzo di Cristo, ma come discepolo dell’anticristo, e con ordinanze umane avrebbe saccheggiato il regno, come un ladro, tra i poveri sotto il suo potere, senza restituire alcun equivalente per il denaro ottenuto. Il bene comune del regno non doveva essere gravato da tasse esorbitanti, finché il patrimonio di cui era dotato il clero, non fosse stato esaurito; poiché quella era tutta proprietà dei poveri, da usare a loro beneficio in spirito di carità, come avrebbe fatto se il clero avesse vissuto nella perfezione della povertà primitiva. Il re non avrebbe dovuto impiegare alcun vescovo o sacerdote negli affari secolari: tanto il re quanto il clero sarebbero stati altrimenti traditori di Cristo. Il re non avrebbe dovuto far arrestare nessuno perché era rimasto sotto scomunica, finché non fosse stato provato dalla legge di Dio, che era rimasto giustamente sotto scomunica; poiché molti sono stati scomunicati per fretta e imprudenza, in casi in cui, secondo le leggi di Dio e della Chiesa, non avrebbero dovuto subire la scomunica. Arrestare un uomo che fa tutto il suo dovere è opera del diavolo.” [462]
- Nel novembre del 1382, l’inveterato nemico di Wycliffe, ex vescovo di Londra, ora arcivescovo di Canterbury, visitò Oxford. “Avendo radunato attorno a sé un certo numero di vescovi, dottori, sacerdoti, studenti e laici, convocò Wycliffe al suo cospetto… Indebolito dalle fatiche, dalle prove, da quell’anima ardente che predava il suo corpo debole, avrebbe potuto rifiutarsi di comparire. Ma Wycliffe, che non aveva mai temuto il volto dell’uomo, si presentò davanti a loro con la coscienza pulita. Possiamo supporre che tra la folla ci fossero alcuni discepoli che sentivano il cuore ardere alla vista del loro maestro, ma nessun segno esteriore indicava la loro emozione. Il silenzio solenne di una corte di giustizia era succeduto alle grida di giovani entusiasti. Eppure Wycliffe non disperò: alzò la sua venerabile mano e si rivolse a Courtenay con quello sguardo fiducioso che aveva fatto ritrarre i reggenti di Oxford. Crescendo in collera contro ‘i sacerdoti di Baal’, li rimproverò di diffondere errori per vendere le loro messe. Poi si fermò e pronunciò queste semplici ed energiche parole: “La verità prevarrà!”. Dopo aver parlato così, si preparò a lasciare la corte: i suoi nemici non osarono dire una parola e, come il suo Divino Maestro a Nazareth, passò in mezzo a loro, e nessuno osò fermarlo. – (D’Aubigné. Idem, cap.8, par.11).
- Sullo scisma papale pubblicò un documento nel 1382, in cui affermava: “Confidiamo nell’aiuto di Cristo su questo punto; poiché Egli ha già iniziato ad aiutarci benignamente, spaccando la testa dell’anticristo e facendo combattere le due parti l’una contro l’altra. Poiché non c’è dubbio che il peccato dei papi, che si è protratto così a lungo, abbia portato a questa divisione. Lasciamo che i pontefici rivali continuino a lanciarsi anatemi l’uno contro l’altro, o se uno di loro prevale, in entrambi i casi è stata inflitta una grave ferita. Lasciamo che l’imperatore e i re prestino la loro assistenza in
questa causa, per mantenere la legge di Dio, per recuperare l’eredità della Chiesa e per distruggere i peccati immondi dei chierici, salvando le loro persone. Così sarà stabilita la pace e distrutta la simonia. E così Dio non permetterà più che il demonio regni in solo un tale sacerdote, ma per il peccato che avevano commesso, ha fatto divisione tra due, affinché gli uomini, nel nome di Cristo, potessero più facilmente sconfiggerli entrambi. Il papa non è dalla parte di Cristo, che ha dato la sua anima per le pecore; ma dalla parte dell’anticristo che ha dato molte anime al suo orgoglio. Quest’uomo non pasce le pecore di Cristo, come Cristo aveva comandato a Pietro; ma le deruba e le uccide, e le conduce su molte strade sbagliate.”
- Quando i papi Urbano VI e Clemente VII si scomunicarono a vicenda, dichiarandosi ciascuno anticristo, Wycliffe fu d’accordo con entrambi su questo punto. E, a proposito delle crociate che ciascuno predicava contro l’altro, Wycliffe li rimproverò “per aver usato il vessillo della croce, quale simbolo di pace, di grazia e di carità, per condurre gli uomini alla distruzione dei cristiani, a causa dell’amore per due falsi sacerdoti, palesi anticristi, al fine di mantenere il loro stato mondano e opprimere la cristianità. Perché l’orgoglioso sacerdote di Roma non è disposto a concedere il perdono completo a tutti gli uomini quando vivono in pace, carità e pazienza, come lo concede a tutti coloro che si impegneranno nell’opera di distruzione dei cristiani?” [463]
- Urbano VI aveva rinnovato la convocazione di Gregorio XI, affinché Wycliffe comparisse davanti al tribunale del papa a Roma. Wycliffe pubblicò una lettera di risposta, in cui affermava: “Credendo, come faccio io, che il Vangelo sia la regola suprema, superiore a tutte le altre leggi, considero il papa tenuto più di tutti gli uomini a osservare questa legge, essendo egli il più alto rappresentante di Cristo sulla terra. Poiché la grandezza del rappresentante di Cristo non si misura con lo standard della grandezza mondana, ma con il grado in cui una persona rappresenta Cristo con una vita virtuosa. Suppongo che Cristo, durante la Sua vita sulla terra, sia stato il più povero degli uomini. Nessun cristiano dovrebbe seguire il papa, né nessun santo in cielo, se non nella misura in cui uno segue Cristo. Perché Giacomo e Giovanni erano in errore, e Pietro e Paolo peccarono. Che il papa ceda il suo governo secolare ai signori secolari, e presto indurrà tutto il suo clero a fare lo stesso; poiché così Cristo fece e insegnò ai Suoi discepoli a fare, finché il diavolo maligno non accecò questo mondo.
- “Per quanto riguarda ciò che dipende da me, sono pronto ad andare a Roma; ma Cristo mi ha ordinato di fare il contrario e mi ha insegnato a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. E spero del nostro papa che non sia anticristo, né agisca in diretta contraddizione con la volontà di Cristo, perché se mi cita contro ragione, e a questa citazione irragionevole si fa seguito, allora è un anticristo dichiarato. Un’intenzione onesta non è bastata a scusare Pietro, né a impedire a Cristo di chiamarlo Satana. Quindi, nel caso presente, un’intenzione cieca e un cattivo consiglio non serviranno a scusare il papa. Ma quando chiede a poveri sacerdoti di intraprendere un viaggio che è al di là delle loro possibilità, questo non può essere scusato dalla pia intenzione, né in modo da impedirgli di essere chiamato anticristo. Dio non richiede a nessuno oltre ciò che è in grado di sopportare; perché un uomo dovrebbe esigere un tale servizio da un altro? Pertanto, preghiamo Dio per il nostro papa Urbano VI, affinché il Suo santo proposito di un tempo non sia ostacolato e frustrato dal demonio. E Cristo, che non può mentire, dice che il demonio dell’uomo è in casa sua.”
- Nel 1382 Wycliffe fu colpito da un colpo di paralisi. E il 29 dicembre 1384, mentre celebrava il culto nella sua chiesa di Lutterworth, fu nuovamente colpito e morì quarantotto ore dopo, il 31 dicembre, all’età di 56 anni [*Wikipedia: nato 1328 – morto 1384]. Sotto la guida di Dio, iniziò un’opera, proclamò la verità e diede un esempio a favore del Cristianesimo contro il papato, che non svanirà mai. “Wycliffe è il più grande riformatore inglese: fu in verità il primo riformatore della cristianità; e a lui, sotto la guida di Dio, la Gran Bretagna deve l’onore di essere stata la prima nell’attacco al sistema teocratico di Gregorio VII. . . . “Il sole nascente della Riforma”, così è stato chiamato Wycliffe, era apparso all’orizzonte e i suoi raggi non si sarebbero più spenti. Invano spesse nubi lo veleranno a volte; le lontane cime delle colline dell’Europa orientale rifletteranno presto i suoi raggi; e la sua luce penetrante, sempre più luminosa, riverserà su tutto il mondo, nell’ora del rinnovamento della Chiesa, fiumi di conoscenza e di luce.” (Idem, par.8 e l’ultimo).
[465] Il Ministero di Militz – Militz in Patria – Il Papa Denuncia Militz – Mattia di Janow – L’Anticristo Descritto – La Vera Legge di Cristo – I Tempi dell’Anticristo – La Cappella di Betlemme e Giovanni Huss – Gli Scritti di Wycliffe Condannati – Wycliffe Ancora Indagato – Gli Scritti di Wycliffe Bruciati – L’Amore di Huss per la Verità – Il Papato Condanna Huss – Crociata di Papa Giovanni XXIII – Huss Denuncia le Indulgenze – Huss Contro il Papa – “Non è in Potere del Papa” – Gli Studenti Bruciano le Bolle del Papa – Il Partito Papale Prende Vita – Gli Scritti di Wycliffe Nuovamente Condannati – Huss Scomunicato – Sforzi per Ottenere la Pace – L’unica vera pace – Cristo il Vero Capo – Lo Spirito Santo, la Vera Guida – I Miracoli più Grandi – L’Abominio dell’Autodeificazione – Huss Parte per Costanza – Huss Viene Intrappolato – Huss Imprigionato – Huss Durante il Suo Processo – L’Imperatore Contro Huss – Il Nobile Cavaliere di Chlum – La Comunione di Cristo con Huss – Fedele Fino alla Morte – Girolamo da Praga Arrestato – Discorsi di Girolamo – Effetto della Morte di Huss e Girolamo.
[NB: il nome Giovanni Huss è italianizzato; il nome originale boemo è Jan Hus]
- Durante la vita di Wycliffe, i principi di verità da lui proclamati avevano permeato non solo tutta l’Inghilterra, ma si erano diffusi in lungo e in largo per l’Europa. Il centro di questi principi nel continente europeo era la Boemia, nella città di Praga. La moglie del giovane re Riccardo II d’Inghilterra era Anna, figlia del re di Boemia, l’imperatore Carlo IV. Lesse la Bibbia di Wycliffe e la raccomandò alle alte sfere del regno che la circondavano. L’Università di Oxford, l’Università di Praga e l’Università di Parigi erano a quel tempo le tre grandi università d’Europa. Anna di Boemia, in quanto regina inglese, costituì un anello di congiunzione tra Oxford e Praga: i giovani boemi venivano a Oxford per studiare, “e lì erano presi dall’entusiasmo per le dottrine di Wycliffe”; e i giovani teologi inglesi si recavano da Oxford a Praga, dove diffondevano le verità apprese da Wycliffe. È certo che già nel 1381 gli scritti di Wycliffe erano posseduti e studiati dai professori dell’Università di Praga.
- In Boemia, inoltre, il terreno per la ricezione dei semi di verità seminati da Wycliffe era meglio preparato che in qualsiasi altro paese d’Europa. Questa preparazione è degna e importante da studiare. Un uomo di nome Militz fu arcidiacono della cattedrale di Praga, nonché segretario e cancelliere dell’imperatore Carlo IV. “Si distinse per il suo instancabile e pio zelo per la salvezza delle anime, per la sua carità disinteressata e altruistica”. Nel 1364 iniziò a predicare al popolo in lingua boema. “Il suo modo nuovo e semplice di predicare incontrò, all’inizio, scarso favore. Fu deriso a causa della sua
pronuncia e della sua scarsa prontezza nel ripetere certe forme liturgiche e nell’annunciare le feste. Aveva solo un piccolo numero di ascoltatori. I suoi amici gli consigliarono di rinunciare alla predicazione, poiché non poteva ottenere nulla in quel modo. Quanti uomini devoti e dotti hanno fallito come predicatori! Perché avrebbe dovuto sprecare le sue energie inutilmente? Ma Militz rispose: `Se potessi salvare anche solo una singola anima, sarei soddisfatto. L’esempio del mio Salvatore me lo insegna, che non disdegnò di accogliere l’unica donna cananea.’ [466]
- “Poiché nulla poteva distoglierlo dal suo proposito, così il suo fervente zelo fu presto coronato dai risultati più felici. I suoi sermoni producevano ogni giorno maggiore efficacia. Molti uomini e donne furono risvegliati al pentimento sotto la loro guida, confessarono i loro peccati a lui e iniziarono una nuova vita cristiana. Usurai e altri che perseguivano guadagni illeciti, rinunciarono alle loro vecchie cattive abitudini. Molti, pieni di disgusto per la vita mondana, se ne ritirarono in una rigida tendenza ascetica. I risultati delle sue fatiche lo stimolarono a un’attività ancora maggiore. Predicava due volte ogni domenica e giorno festivo, e occasionalmente tre, quattro e persino cinque volte al giorno, in diverse chiese; e i suoi sermoni, che venivano ascoltati con attenzione sempre crescente, duravano diverse ore. Aveva quindi poco tempo per prepararsi. Si sforzò di acquisire forza per questo dovere nella preghiera. Altri ecclesiastici eruditi dovettero lamentarsi del fatto che, nonostante il loro massimo sforzo, non riuscivano a realizzare ciò che Militz era in grado di fare dopo un’ora di preparazione. Terminate le fatiche della giornata, quando tornava a casa, stanco ed esausto da tante prediche, era circondato e seguito da moltitudini di persone in cerca di consolazione spirituale e consigli, che egli impartiva a tutti con gentilezza e affetto.”
- “In un periodo avanzato della sua vita imparò il tedesco, allo scopo di estendere la sua opera anche alla popolazione tedesca, e ora predicava in questa lingua oltre che nella sua. Agli studenti dell’Università di Praga e ai dotti, predicava in latino; ed era ascoltato da folle entusiaste. Doveva prestare i suoi sermoni agli studenti perché li copiassero; e così si moltiplicarono. Mattia di Janow, il suo discepolo entusiasta, di cui parleremo in seguito più in dettaglio, dice di lui: ‘Essendo stato un semplice sacerdote e segretario alla corte del principe, prima di sperimentare questa visita dello spirito di Cristo, divenne così ricco di saggezza e di ogni espressione dottrinale, che per lui era una cosa leggera predicare cinque volte al giorno; vale a dire, una volta in latino, una volta in tedesco e poi di nuovo in lingua boema, e questo pubblicamente, con grande fervore e voce potente, e portava avanti costantemente dai suoi tesori [*morali] cose nuove e vecchie’. Grande fu l’effetto prodotto dalla predicazione di Militz, in particolare sul sesso femminile; molte furono indotte dai suoi sermoni a deporre i loro ornamenti d’orgoglio. In tutta la Boemia si trovavano giovani fanciulle che gli dovevano la loro conversione e che presentavano esempi di vera pietà nelle loro virtù femminili.
- “Praga era allora sede di estrema depravazione dei costumi. C’era un quartiere della città dedicato interamente al piacere, pieno di bordelli, la ‘Piccola Venezia’, come veniva chiamata, e, in boemo, Benatky. Militz si propose di trasformare questo luogo di peccato in un luogo di virtù cristiane. Iniziò con piccoli inizi e concluse con grandi risultati. Riuscì inizialmente a convertire venti donne licenziose. Le convinse a vivere in una sola casa. Trovò donne devote in buone condizioni che erano disposte a prendersi cura di loro. Si impegnò instancabilmente nel promuovere il loro miglioramento morale. Alcune di loro furono date in sposa a mariti, altre furono assunte al servizio di pie dame. Alla fine riuscì a estendere la sua opera a diverse centinaia di persone. Le case della licenziosità furono svuotate. Il luogo che avevano occupato fu in parte ceduto dall’imperatore e dai magistrati della città a Militz per la promozione del suo pio obiettivo, e altre case furono acquistate con denaro ricavato da donazioni caritatevoli. Fondò qui un ospedale della Maddalena, con una cappella, in cui si predicava ogni giorno a beneficio dei nuovi convertiti. La “Piccola Venezia”, ora trasformata in un luogo di pietà, ottenne il nome di “Piccola Gerusalemme”. [467]
- “Vediamo in Militz uno dei leader e fondatori delle missioni domestiche, un’istituzione molto necessaria in un’epoca come questa. Mattia di Janow descrive così le fatiche di Melitz, grazie alle quali Praga subì un cambiamento così completo: ‘Oh, quanti vizi, da lui sconfitti, dovettero cedere il campo! E se Militz non fosse venuto, e così tanto non fosse stato compiuto dalla sua voce che tuonava verso il cielo, saremmo stati, in verità, come Sodoma e saremmo periti come Gomorra. Ma ora, per grazia di Cristo, attraverso l’energia e le sofferenze di Militz, Sodoma è stata restituita al suo antico valore; da Babilonia, Praga è spiritualmente trasformata, piena della parola di Cristo e della dottrina della salvezza; perché ora, che i vizi abominevoli, aperti e pubblici sono stati sconfitti, le virtù cristiane trovano spazio per germogliare e fiorire in molte anime e aumentare ogni giorno sia in numero che in vigore’. Lo stesso Mattia di Janow osserva di quest’uomo straordinario: “Confesso che non potrei enumerare nemmeno la decima parte di ciò che i miei occhi videro, le mie orecchie udirono e le mie mani toccarono, sebbene abbia vissuto con lui solo per poco tempo”.
- “Militz cercò di interpretare i segni del presente, confrontandoli con le profezie dell’Antico Testamento [in particolare Daniele], gli ultimi discorsi di Cristo [Matteo 24] e le intuizioni profetiche nelle epistole di San Paolo [2 Tessalonicesi 2]. Vide la via che preparava un giudizio divino sulla Chiesa corrotta; previde un rinnovamento della Chiesa, mediante il quale essa sarebbe stata preparata per il secondo avvento di Cristo. Le immagini profetiche che si presentavano nelle sue visioni gli apparivano come rivelazioni dello Spirito Divino. Da lui, come fonte, procedettero quelle idee profetiche, che sviluppate ulteriormente in seguito dal suo discepolo Mattia di Janow, estesero la loro influenza anche a Giovanni Huss… Sotto l’”abominio della desolazione” [Matteo 24] egli trova la corruzione simboleggiata in tutte le parti della Chiesa. L’apostasia della nazione ebraica dalla verità divina gli appare un antitipo della caduta della Chiesa secolarizzata dalla verità evangelica. L’Anticristo, egli suppone, non deve ancora venire, ma è già arrivato.” – (Neander. “History of the Christian Religion and Church”, vol.V, sez.II, parte II. Tutte le citazioni nel seguente resoconto per quanto riguarda la Boemia, sono da questa porzione di Neander).
- Nel 1367 Militz si recò a Roma, in particolare per incontrare papa Urbano V. Lì inchiodò alla porta di San Pietro le parole: “L’Anticristo è ormai giunto e siede nella Chiesa”. Pubblicò anche un avviso che, in un certo giorno, si sarebbe presentato all’ingresso di San Pietro e si sarebbe rivolto al popolo: “Che avrebbe annunciato la venuta dell’Anticristo e avrebbe esortato il popolo a pregare per il papa e l’imperatore, affinché potessero essere in grado di ordinare gli affari della Chiesa, nelle cose spirituali e temporali, affinché i fedeli potessero servire con sicurezza il loro Creatore”. Tuttavia, fu arrestato dall’Inquisizione, fu incatenato e consegnato ai francescani perché lo tenessero in stretta custodia. Ma egli accettò tutto con una tale perfetta mansuetudine da disarmare i suoi persecutori. [468]
- Dopo essere stato tenuto in prigione per un certo periodo, gli inquisitori gli chiesero cosa intendesse predicare all’ingresso di San Pietro. Chiese loro di dargli la sua Bibbia, che gli era stata sottratta al momento dell’arresto, con carta, penna e inchiostro, e che avrebbe scritto tutto. Accolsero la sua richiesta, la scrisse e gli fu permesso di leggerla “davanti a una numerosa assemblea di prelati e dotti, nella chiesa di San Pietro”. Faceva una tale impressione, persino sui suoi carcerieri, che quando fu riportato in prigione, fu trattato con meno severità di prima. Mentre era in prigione, dopo il suo discorso in San Pietro, scrisse un libro, “Sull’Anticristo”, di cui dice: “L’autore scrive questo, prigioniero e in catene, turbato nello spirito, desiderando la libertà della Chiesa di Cristo, desiderando che Cristo pronunciasse la parola: “Sia, e sarà”; e protestando di non aver custodito ciò che era nel suo cuore, ma di averlo detto alla Chiesa; e di essere pronto ad attenersi a qualsiasi cosa il papa o la Chiesa possano imporgli”.
- Mentre Militz era in prigione, papa Urbano V [*1362-1370] arrivò a Roma da Avignone; e, cosa ancora più strana, Militz fu liberato dalla prigione, accolto nel palazzo di un cardinale, ebbe un’udienza favorevole con il papa e gli fu permesso di tornare a Praga, con immensa gioia del popolo, la cui esultanza era tanto maggiore “perché i suoi nemici, i mendicanti, avevano predetto al popolo dal pulpito che sarebbe morto sul rogo”. Al suo arrivo a Praga, intraprese immediatamente la sua opera di predicazione e, per diffondere il suo messaggio il più ampiamente possibile, “istituì una scuola per predicatori: spesso lo si sentiva dire: ‘Magari fossero tutti profeti!’. Quando ebbe formato un giovane sacerdote capace, si preoccupò personalmente di attirare su di lui l’attenzione delle comunità, indicandolo come uno che avrebbe superato il suo maestro, come uno che avrebbero dovuto ascoltare con attenzione.
- “Fondò un’associazione composta da duecento o trecento giovani, che risiedevano tutti sotto lo stesso tetto con lui, e venivano formati sotto la sua influenza e dalla sua compagnia. Copiò i libri che dovevano studiare e diede loro libri devozionali da copiare a loro volta, allo scopo di moltiplicarli. Tutti qui dovevano essere liberi; fluire spontaneamente dall’unico spirito animatore da cui tutti dovevano essere governati. Un legame interiore era tutto ciò che li teneva insieme; nessuna disciplina o regola esteriore, nessun voto, nessuna uniformità di abbigliamento. I discepoli di Militz si distinsero presto per la loro vita seria e spirituale e per il loro stile di predicazione. Perciò anche loro, come lui, furono oggetto di scherno e persecuzione da parte del clero dalla mentalità mondana, che la vita di questi giovani esemplari pungeva di vergogna e rimprovero.
- “La beneficenza di Militz era senza limiti. Si vedevano sempre folle di poveri radunate davanti alle sue porte. Donò tutto ciò che aveva per aiutarli, senza riservare nulla per sé; così che, quando tutto il resto fu esaurito, vendette i suoi libri, gli stessi libri che usava lui stesso e che teneva pronti per prestarli a chiunque ne avesse bisogno. Quando non aveva più nulla, correva tra altri ecclesiastici e ricchi e raccoglieva donazioni, senza mai lasciarsi scoraggiare da alcun rude rifiuto che gli capitasse di ricevere da coloro ai quali chiedeva la carità. Non gli rimase altro che gli indumenti più indispensabili; nemmeno ciò che era necessario per proteggerlo, in pieno inverno, dalle intemperie della stagione. Un uomo ricco aveva detto: “Militz soffre così tanto il freddo che sarei felice di regalargli un completo di pellicce se solo potessi essere sicuro che lo conservasse”. Dopo averlo saputo, Militz osservò: “Sono ben lungi dal voler tenere qualcosa solo per me; a quella condizione non potrei accettare le pellicce”. Fu spesso perseguitato e stigmatizzato come eretico; ma la sua pazienza e la sua gentilezza non lo abbandonarono mai per un istante; era solito dire: “Che io soffra anche tanta persecuzione, quando ripenso alla fervente penitenza di quella povera donna – riferendosi a una che si era convertita per mezzo suo da una vita di licenziosità e crimine – il calice più amaro mi diventa dolce, perché tutto ciò che soffro è nulla in confronto al dolore di quella donna”. [469]
- Infine, i suoi nemici, i mendicanti, riuscirono a raccogliere dai suoi sermoni dodici articoli che ritenevano eretici e li inviarono al papato ad Avignone, perché li condannasse come eresia dal papa, che, allora, era Gregorio XI [*1370-1378]. Il papa inviò una lettera all’imperatore Carlo IV, dicendo:
“Abbiamo recentemente appreso, da diverse persone degne di fede, che un certo sacerdote, Militz, già canonico a Praga, sotto l’apparenza di santità, ma con spirito di temerarietà e presunzione, ha assunto la vocazione alla predicazione, che non gli compete, e ha osato insegnare apertamente nei vostri domini molti errori, che non sono solo cattivi e avventati, ma anche eretici e scismatici, estremamente dannosi e pericolosi per i fedeli, soprattutto per i semplici.”
- “Quando la bolla del papa giunse a Praga, l’arcivescovo rimase sconcertato. Fece citare Militz e si lamentò con lui della propria perplessità. Militz, tuttavia, rimase perfettamente tranquillo nella consapevolezza della sua innocenza e invitò l’arcivescovo a farsi coraggio, poiché la sua coscienza era pulita. Ripose la sua fiducia in Dio e nel potere della verità; questi avrebbero trionfato su ogni assalto. Andò ad Avignone nel 1374; ma vi morì mentre la sua causa era ancora pendente.” In questi stessi anni di grandi fatiche di Militz, la sua opera fu grandiosamente appoggiata da Corrado di Waldhausen, che fu accusato dal papato di “aver messo in subbuglio il popolo, iniziando da Roma, sede della cattedra apostolica, nell’anno del giubileo, e insegnando in tutta l’Austria fino a questa città di Praga.”
- Come già accennato, Mattia di Janow [*Praga, 1350-1393] fu discepolo di Militz. Non fu un evangelista così scrupoloso come Militz, ma più uno studioso e uno scrittore, anche se viaggiò molto. Fu confessore dell’imperatore Carlo IV. Della sua esperienza e conversione, dice: “Un tempo la mia mente era circondata da uno spesso muro; non pensavo ad altro che a ciò che deliziava la vista e l’orecchio, finché non piacque al Signore Gesù di tirarmi fuori come un tizzone dal fuoco. E mentre io, schiavo peggiore delle mie passioni, Gli resistevo in ogni modo, Egli mi liberò dalle fiamme di Sodoma e mi condusse nel luogo del dolore, di grandi avversità e di molto disprezzo. Allora per prima cosa divenni povero e contrito, e scrutai con tremore la Parola di Dio. Cominciai ad ammirare la verità nelle Sacre Scritture, per vedere come, in ogni cosa, dovesse essere esattamente adempiuta; poi per prima cosa cominciai a meravigliarmi delle profonde astuzie di Satana, per vedere come oscurasse le menti di tutti, anche di coloro che sembravano credersi i più saggi. E il pio Gesù elevò la mia mente, affinché potessi comprendere gli uomini assorbiti dalla vanità; e poi, leggendo, compresi chiaramente l’abominio della desolazione, stando largo, alto oltre misura e fermamente, nel luogo santo. E lì entrò in me, cioè nel mio cuore, un fuoco insolito, nuovo e potente, ma un fuoco molto benedetto, che continua ancora ad ardere dentro di me e si accende tanto più proporzionalmente quanto più elevo la mia anima in preghiera a Dio e al nostro Signore Gesù Cristo Crocifisso. Esso non si placa, né mi abbandona mai, tranne quando dimentico il Signore Gesù Cristo e non osservo la giusta disciplina nel mangiare e nel bere; allora sono avvolto dalle nubi e inadatto a tutte le buone opere, finché, con tutto il cuore e con profondo dolore, non ritorno a Cristo, il vero Medico, il Giudice severo, Colui che punisce ogni peccato, anche le parole oziose e i pensieri stolti”. [470]
- Seguendo l’esempio di Militz, Mattia fu uno studioso approfondito delle profezie di Daniele e dell’Apocalisse, e di quelle di Gesù e Paolo. La sua opera principale è quella in cui espone le sue riflessioni sulla storia dei suoi tempi, con accenni al futuro, il tutto “basato sulle regole dell’Antico e del Nuovo Testamento e sugli elementi profetici che contenevano”. “Egli descrive la totale corruzione della Chiesa in ogni sua parte, e ne spiega le cause. Di questa sua opera dice: “Il Signore Gesù mi ha insegnato come scrivere tutto ciò che riguarda la condizione attuale dei sacerdoti, cioè quelli carnali, e che getta luce sul carattere di questi tempi; ma quale sia il fine a cui tutto ciò porterà, lo sa solo Lui che mi ha incaricato di farlo”. Ed Egli mi ha mandato il Suo Spirito che lancia il fuoco nelle mie ossa e nel mio cuore, senza lasciarmi requie, finché non riveli il figlio dell’iniquità e della perdizione, finché non smascheri la vergogna nascosta della madre delle prostitute (la Chiesa corrotta simboleggiata nell’Apocalisse)”.
- Del clero dice: “Trascurano le cose spirituali: la loro ultima preoccupazione è lo studio della Bibbia e dei vecchi maestri della Chiesa. Sono uomini che non sanno nulla dello spirito di Gesù Crocifisso; che non hanno mai meditato giorno e notte sulla legge del Signore: sacerdoti dalla mentalità carnale. Sono uomini che non sono completamente dediti allo studio delle Sacre Scritture, che non sono stati istruiti in esse fin dalla giovinezza; eppure, nonostante tutto, si propongono coraggiosamente come maestri, perché forse possiedono un certo dono di dizione; e si procurano raccolte di sermoni, postille per ogni giorno dell’anno, e così, senza ulteriori ricerche nelle Sacre Scritture, tengono quelle omelie correnti, predicando con grande ostentazione. Sono persone che non sanno nulla della Bibbia. Tali persone non predicano per devozione e per la gioia nella Parola Divina, né per zelo di edificare il popolo, ma perché questo è il compito loro assegnato, o perché amano ostentare la loro abilità oratoria, o perché sono a caccia di popolarità e trovano gratificazione nell’essere favoriti e onorati dal popolo. Così ricorrono alle loro raccolte di sermoni, o mettono insieme belle parole e arricchiscono i loro discorsi con storie e promesse di grandi indulgenze”.
- Egli dichiara che è “uno degli astuti trucchi dell’arcinemico persuadere gli uomini che l’anticristo deve ancora venire, quando, in verità, è già presente e lo è da molto tempo; ma gli uomini sono meno in guardia contro di lui, quando lo aspettano come futuro. Affinché l’abominio della desolazione [Matteo 24:15] non sia chiaramente manifesto agli uomini, ha inventato la finzione di un altro abominio ancora a venire, affinché la Chiesa, immersa ancora più profondamente nell’errore, possa rendere omaggio al terribile abominio presente, mentre ne immagina un altro che è ancora nel futuro. È un fatto comune e quotidiano che gli anticristi si presentino in numero infinito, e tuttavia aspettano con ansia un altro e futuro anticristo. Quanto alla persona dell’anticristo, non deve essere né un ebreo, né un pagano, né un saraceno, né un tiranno mondano che perseguita la cristianità. Tutti questi sono già esistiti; quindi non potrebbero ingannare così facilmente. Satana deve inventare un nuovo metodo per attaccare il cristianesimo.
- Poi fornisce la seguente descrizione chiara, semplice e diretta dell’anticristo, che nessuno può fraintendere: “È e sarà un uomo che si oppone alla verità cristiana e alla vita cristiana con l’inganno. Egli è e sarà il cristiano più malvagio, che si attribuisce falsamente questo nome, assume la posizione più alta nella Chiesa e gode della massima considerazione, arrogandosi il dominio su tutti gli ecclesiastici e i laici: uno
che, per opera di Satana, sa come sottomettere ai propri fini e alla propria volontà le corporazioni dei ricchi e dei sapienti in tutta la Chiesa: uno che ha la preponderanza negli onori e nelle ricchezze, ma che soprattutto si appropria indebitamente dei beni di Cristo, delle Sacre Scritture, dei sacramenti e di tutto ciò che appartiene alle speranze della religione, alla propria esaltazione e alla gratificazione delle proprie passioni. Ingannevolmente perverte le cose spirituali a fini carnali e, in modo astuto e sottile, impiega ciò che era stato concepito per la salvezza del popolo cristiano come mezzo per sviarlo dalla verità e dalla potenza di Cristo”.
- “Non si deve immaginare che l’anticristo formerà una setta particolare, o particolari discepoli e apostoli. Né si imbatterà nella Chiesa predicando il suo nome, nel modo aperto e ovvio con cui Maometto diffuse le sue dottrine: questa sarebbe una tirannia troppo evidente, per nulla adatta a ingannare l’umanità. L’anticristo deve essere più astuto di tutto ciò. I suoi organi devono presentarsi nel nome di Cristo e professare di essere suoi ministri. In questo modo ingannerà gli uomini sotto la maschera del cristianesimo. La moltitudine di uomini carnali, guidata dai più sottili artifici degli spiriti maligni, è stata portata a pensare che, seguendo le favole, stiano seguendo la retta via; a credere che perseguitando i credenti di Cristo, o Cristo e il Suo potere, stanno perseguitando l’anticristo e le false dottrine dei suoi agenti, proprio come accadde a quegli ebrei e pagani che chiamarono Cristo un ingannatore e misero Lui e i Suoi apostoli alla morte, credendo che in tal modo rendevano servizio a Dio. Così, anche gli anticristi reali sogneranno un altro anticristo a venire.”
- Avendo così definito l’anticristo reale nella sua stessa persona, Mattia porta il pensiero all’esterno da lì, allo spirito dell’anticristo, come si manifesta negli individui. Scrivendo su 1 Giovanni 4:3, che, secondo la versione latina usata da Mattia, recita: “E ogni spirito che elimina Gesù, non è da Dio. E questo è l’anticristo, di cui hai udito, perché viene, ed è già ora nel mondo”, Mattia dice: “Ogni spirito che elimina Cristo, è l’anticristo. Gesù è ogni potenza, ogni sapienza e ogni amore. Ogni cristiano, quindi, che deliberatamente, in grande o in piccolo, in una parte o nel tutto, elimina questo, elimina Gesù, poiché distrugge e dissolve la potenza di Dio, la sapienza e l’amore di Dio; e quindi, in senso mistico, è l’anticristo. Un anticristo è ogni spirito maligno che in qualsiasi modo, direttamente o indirettamente, si oppone alla fede cristiana e ai costumi cristiani tra i cristiani. Sebbene Cristo sia eterno, e quindi ogni opposizione all’essere divino possa essere considerata in un certo senso come opposizione a Cristo, tuttavia, in senso proprio, non c’era alcun anticristo prima dell’incarnazione.” [472]
- Riguardo all’apostasia predetta in 2 Tessalonicesi 2:3, disse che si era già compiuta. E inoltre: “La fede è detta fides formata perché è composta da tutte le virtù. Infatti, richiede tutte le altre virtù in connessione con sé stessa, ed è mantenuta fresca e sana da ogni virtù. Ne consegue che un allontanamento dalla fede consiste soprattutto nell’ammissione di ogni tipo di peccato e nell’omissione di ogni tipo di virtù; e vediamo, nel complesso, al giorno d’oggi, al tempo dell’anticristo, tutte le virtù trascurate tra il popolo cristiano. La distruzione dell’anticristo e la moltiplicazione dei veri testimoni di Gesù Cristo devono avvenire in modo graduale, a partire dal tempo presente, finché tutto sarà portato a compimento. Il tempo è iniziato. Satana ha operato gradualmente attraverso l’anticristo come suo strumento, per un lungo periodo di tempo, introducendo il male sotto l’apparenza del bene tra il popolo di Dio, trasformando i buoni costumi in abusi, diffondendo ogni giorno più ampiamente i suoi principali errori. Mentre Satana ha così gradualmente introdotto nella Chiesa i misteri del suo anticristo, mantenendo le sue fatiche nascoste; così, d’altra parte, il Signore Cristo, manifestandosi gradualmente nei Suoi amati discepoli, alla fine, prima del giudizio finale, si rivelerà in una grande moltitudine di predicatori. La rivelazione spirituale di Cristo, attraverso i suoi organi autentici; l’annientamento spirituale dell’anticristo da parte degli stessi, e una nuova illuminazione della Chiesa, la prepareranno all’ultima apparizione personale di Cristo, e precederanno tale evento.”
- Una delle cause della corruzione della Chiesa, dichiarò, era “il sovraccarico di ordinanze umane, l’eccessiva moltiplicazione delle leggi ecclesiastiche. Nessun uomo può inventare leggi adatte a ogni contingenza e relazione. Solo lo Spirito di Dio può farlo, che conosce tutte le cose e le tiene insieme. E poiché questo Spirito è presente ovunque e a tutti gli uomini, anche lo spirito dell’uomo che è in lui, con lo Spirito di Cristo, solo sa cosa c’è nell’uomo.” A dimostrazione di ciò, Mattia cita “I Dieci Comandamenti, che sono chiari a chiunque, anche al più ottuso, così che nessuno può fingere di esserne imbarazzato; e Gesù Crocifisso, che è la potenza di Dio e la sapienza di Dio, li ha in un certo modo riassunti brevemente in un unico precetto, che richiede amore verso Dio e il prossimo: perché l’amore è il compimento della legge, e l’amore è la legge perfetta della libertà.
- “Tutte le altre e molteplici leggi degli uomini sono superflue e inadeguate. Non dovrebbero essere chiamate tradizioni, ma superstizioni. Nessun uomo può formulare una legge adatta a tutti i tempi, luoghi e circostanze, che non sia contenuta in quell’unico precetto dell’amore di Dio e del prossimo. Pertanto le leggi umane devono essere riconosciute solo come tali, e i Comandamenti di Dio devono rimanere nella loro dignità, e come tali devono essere riveriti e obbediti. Questo il fedele apostolo di Cristo, che può ben servire da esempio a tutti i discepoli, ha meravigliosamente illustrato in se stesso: poiché Paolo (in 1 Corinzi 7) distingue ciò che dice a nome proprio da ciò che fa conoscere come un precetto del Signore. Notate con quale discernimento e moderazione parla al suo gregge, in modo da non imporre da nessuna parte una necessità e da non incutere timore, se non per i precetti e le parole del Signore Gesù Cristo. Tutte le regole sono una. Procedono da un unico principio e mirano a un unico fine. Non ottengono la loro autorità da sé stessi, né sono osservati nella Chiesa di Dio per conto proprio; ma sono inseparabilmente inclusi nella stessa santa legge di Cristo, che è inscritta dallo Spirito Santo nei cuori dei credenti, che lega molte nazioni
ampiamente separate in unione tra loro e fa sì che tutti dimorino con un unico insieme di costumi nella casa di Gesù Crocifisso. [473]
- “Mentre l’unico comandamento di Cristo e il Suo unico sacrificio, preservati nella Chiesa, promuovono grandemente l’unità, così d’altra parte le molteplici prescrizioni degli uomini gravano e disturbano il corpo collettivo della Chiesa di Cristo. L’unità tra gli uomini può venire solo dalla Parola di Dio. Un’uniformità forzata non produrrà necessariamente altro che divisioni. Lo Spirito Santo e la Parola sono l’unica vera regola per tutto ciò che riguarda l’uomo. Quindi, quindi, il Padre è il principio plasmante da cui tutte le cose procedono; il Figlio è il principio plasmante verso cui tutte le cose tendono: lo Spirito Santo è il principio in cui tutte le cose riposano; e tuttavia non ci sono tre regole o forme, ma una sola. Quindi, la regola suprema, mediante la quale ogni cosa deve essere provata, è Cristo, quell’unica regola, che è la sola necessaria e la sola sufficiente per tutti gli apostoli e per ogni uomo che viene al mondo, in ogni questione, in ogni luogo e in ogni tempo: non solo per gli uomini, ma anche per gli angeli, perché Egli stesso è quella verità e quella sapienza che operano potentemente da un capo all’altro dell’essere. Ciò che forma l’unità della Chiesa è l’unico Dio, l’unico Signore, l’unico Maestro, l’unica religione, l’unica legge, l’unico comandamento. Tutti i cristiani che possiedono lo Spirito di Gesù Crocifisso, e che sono spinti dallo stesso Spirito, e che sono gli unici a non essersi allontanati dal loro Dio, sono l’unica Chiesa di Cristo, la Sua splendida sposa, il Suo corpo: e non sono di questo mondo, come Cristo non è di questo mondo, e perciò il mondo li odia”.
- “Gli uomini vorrebbero raggiungere la giustificazione e credono di poterla ottenere con molte fatiche, con molta spesa, nell’adempimento fino alla sazietà di tutte le cerimonie appena istituite; eppure Cristo è diventato nei loro cuori come uno morto: non hanno nulla del Suo Spirito, non Lo vedono e non Lo conoscono. Quindi compiono tutte le loro opere isolate secondo la lettera e in uno spirito di timore secondo la legge: ma non conoscono nulla della vera libertà, della libertà che è nello Spirito di Gesù Cristo. Quindi sembrano essere poco, se non per niente, diversi dagli scribi e dai Farisei tra l’antico popolo degli ebrei, ai quali nostro Signore Gesù Cristo ha spesso denunciato la sventura: e l’apostolo Paolo ha spesso rimproverato tali persone di apostatare dalla fede cristiana”.
- “Tutta la Sacra Scrittura, tutta la fede cristiana, proclama, predica e confessa che Gesù Cristo, il solo Crocifisso, è l’unico Salvatore e il fine del legge di giustizia per chiunque crede: che Lui solo è ogni potenza, ogni sapienza per ogni cristiano; Lui stesso l’Alfa, il principio e la fine; e che chiunque desideri e si sforzi di essere un uomo giusto e virtuoso, deve prima di tutto, e immediatamente, rivestirsi di Cristo stesso e del Suo Spirito, perché Egli stesso è la Via, la Verità e la Vita. Solo Lui, prima di tutto, e con tutto il cuore, dovremmo cercare: iniziare a glorificarLo e a portarLo nelle nostre anime, Lui solo ci ha redenti a quel grande prezzo, il Suo prezioso sangue. Coloro che, nella loro errata ricerca di auto-giustizia, separano la fede dalle opere, sostituiscono la genuina moralità cristiana con una moralità che hanno imparato nelle scuole dell’antica filosofia. E poiché non vollero conservare Cristo crocifisso nella loro conoscenza, il Figlio di Dio li abbandonò a una mente reproba (Romani 1:28), affinché spendessero i loro sforzi nell’ edificazione della propria giustizia. E pensano di poter raggiungere una vita virtuosa secondo i metodi di Aristotele, di Platone e degli altri filosofi, con i loro sforzi e le loro abitudini virtuose”. [474]
- Del grande scisma e dell’anarchia del papato, Mattia di Janow disse che non era altro che “un sintomo della condizione disordinata della Chiesa, e un ammonimento di Dio, inteso a portare gli uomini alla consapevolezza della sua corruzione e a risvegliare il desiderio della sua rigenerazione. Non è mai nato dall’amore che i cardinali nutrivano per Cristo e la Sua Chiesa; ma dal loro amore per se stessi e dal loro amore per il mondo. Né questo scisma tende in ultima analisi a danneggiare la Chiesa, ma piuttosto a trarne beneficio; poiché il regno dell’anticristo sarà così distrutto più facilmente e più rapidamente. È solo l’aspetto esteriore della Chiesa che può essere influenzato da questo scisma: il suo essere essenziale è elevato al di sopra della sua influenza. Il corpo dell’Onnipotente e del tutto indivisibile Gesù Cristo, la comunità dei santi, non è diviso, né in effetti può essere diviso. È l’amor proprio la causa di tutte le divisioni della Chiesa e di tutte le sue corruzioni; e la restaurazione dell’unità della Chiesa e la riforma della Chiesa possono procedere solo dal superamento di quell’elemento egoistico. La beata unità della Chiesa non potrà mai essere veramente ristabilita finché gli uomini, governati dall’amor proprio, non saranno completamente rimossi e il loro posto sarà occupato da coloro, in numero enormemente moltiplicato, che traboccano di zelo per la vera unità della Chiesa: uomini che non cercano i propri interessi, ma quelli di Gesù Cristo”.
- “Quelli che sono apostoli e predicatori dell’anticristo, opprimono gli apostoli, i sapienti e i profeti di Cristo: perseguitandoli in vari modi e affermando arditamente che questi ministri di Cristo sono eretici, ipocriti e anticristi. E poiché molti e potenti membri dell’anticristo si muovono in innumerevoli modi, perseguitano i membri di Cristo che sono pochi e deboli, costringendoli ad andare da una città all’altra, ma scacciandoli dalle sinagoghe. Ogni volta che un membro della società di tali cristiani si azzarda a essere un po’ più libero di parola, a vivere più degnamente di Cristo del comune, viene direttamente chiamato Beghard [*AI:i beghardi erano religiosi senza i voti; a volte erano considerati eretici. Potevano lasciare la comunità quando volevano] o con qualche altro nome eretico, o semplicemente etichettato come ipocrita o stolto. Se imita anche solo in piccola parte il suo Maestro crocifisso e confessa la Sua verità, sperimenterà immediatamente una feroce persecuzione da qualche parte del folto corpo dell’anticristo. Se non vivi proprio come loro, sarai giudicato nient’altro che una povera creatura superstiziosa o una falsa guida. Come può allora quell’uomo che vede che la verità sta così e giudica correttamente i singoli fatti, dire o credere diversamente da quanto detto sopra, che i tempi dell’anticristo sono prossimi? Tutto ciò che ora ci resta è desiderare e pregare per la riforma mediante la distruzione dell’anticristo stesso; e di sollevare il capo, perché la nostra redenzione è vicina.”
- Mattia di Janow morì il 29 novembre 1394. Mentre stava morendo, disse ai suoi amici addolorati: “La rabbia dei nemici della verità ora prevale contro di noi; ma non sarà per sempre: sorgerà uno tra la gente comune, senza spada né autorità, e contro di lui non potranno prevalere.” (Wylie’s, “History of Protestantism”, libro III, cap.1, par.16).
- Così nell’opera di Militz, di Corrado di Waldhausen e di Mattia di Janow, e dei loro discepoli, che avevano diffuso la verità evangelica in tutta la Boemia, fu preparato il terreno per gli scritti di Wycliffe, che, come abbiamo visto, a partire dal 1381 erano stati studiati dai professori dell’Università di Praga. E, nell’Università di Praga, in questi stessi anni dell’opera di Mattia di Janow, Giovanni Huss fu studente, e anche studioso degli scritti di Wycliffe. Nel 1396 Huss conseguì la laurea magistrale e due anni dopo, nel 1398, iniziò a tenere lezioni all’università; e lui stesso afferma di aver iniziato a leggere gli scritti di Wycliffe prima del 1391. [475]
- A proposito della sua lettura degli scritti di Wycliffe, Huss dice: “Sono attratto da lui per la reputazione di cui gode presso i buoni, non i cattivi preti dell’Università di Oxford; e in generale presso il popolo, sebbene non presso i cattivi, avidi, amanti della pompa e dissipati prelati e sacerdoti. Sono attratto dai suoi scritti, in cui si impegna in ogni modo per ricondurre tutti gli uomini alla legge di Cristo, e in particolare il clero, invitandoli ad abbandonare la pompa e il dominio del mondo e a vivere con gli apostoli secondo la vita di Cristo. Sono attratto dall’amore che nutriva per la legge di Cristo, sostenendone la verità e sostenendo che nemmeno un iota o un apice di essa potesse venir meno”. Con “legge di Cristo”, Huss intende sempre i Dieci Comandamenti nello Spirito di Cristo.
- Nel 1398 un giovane cavaliere boemo, Girolamo da Praga, tornò da Oxford a Praga, portando con sé molti degli scritti di Wycliffe, prima sconosciuti in Boemia. Girolamo fece del suo meglio “per far circolare questi scritti in tutto il paese, tra tutti i ceti e le condizioni della gente”. Egli stesso non solo credeva devotamente, ma predicava con forza i principi esposti negli scritti di Wycliffe; e, pochi anni dopo, l’abate di Dola, in Boemia, si lamentò del fatto che “uomini importanti in Boemia diffondono apertamente e segretamente le dottrine wycliffite”, e che “gli scritti di Wycliffe sono sparsi in tutto il mondo”.
- Nella città di Praga c’era una cappella, “dedicata in particolare alla predicazione del Vangelo in lingua volgare, a beneficio del popolo”. Questa cappella era stata fondata nel 1391 da Giovanni di Milheim, membro del consiglio reale di Boemia, e un mercante il cui nome era Crentz. L’atto di proprietà di questa fondazione recita: “Se Cristo non ci avesse lasciato in eredità il seme della parola di Dio e della santa predicazione, saremmo stati simili a Sodoma e Gomorra. Cristo inoltre diede l’incarico ai suoi discepoli, quando apparve loro dopo la sua risurrezione, di predicare la Parola, così da preservare costantemente nel mondo la memoria viva di sé. Ma poiché tutte le azioni di Cristo sono dottrine per coloro che credono veramente in Lui, il fondatore ha considerato attentamente che la città di Praga, pur possedendo molti luoghi consacrati al culto di Dio e utilizzati per una varietà di scopi connessi a tale culto, è ancora priva di un luogo dedicato specificamente alla predicazione. I predicatori, in particolare in lingua boema, sono nella spiacevole necessità di andare in giro per questo scopo, per case e angoli. Pertanto, il fondatore dona una cappella consacrata agli Innocenti, e chiamata ‘Betlemme, o Casa del Pane’, per l’uso del popolo, affinché possa essere ristorato con il pane della santa predicazione. Sopra questa chiesa sarà posto un predicatore come rettore, il cui compito speciale sarà di predicare ogni domenica e giorno festivo la Parola di Dio in lingua boema.”
- Nel 1401 Giovanni Huss fu nominato rettore di questa cappella di “Betlemme, o Casa del Pane”, “per predicare la parola di Dio in lingua boema.” “I suoi sermoni, infiammati da tutto quel fervore d’amore da cui procedevano, e sostenuti da una vita pia ed esemplare, unita a modi gentili e amabili, lasciarono una potente impressione.” Grandi folle di persone, tra cui anche la nobiltà, furono attratte alla cappella dalla predicazione del Vangelo di Huss. La regina Sofia scelse Huss come suo confessore. “Una piccola comunità si radunò attorno a lui, composta da amici calorosi e devoti, e una nuova vita cristiana iniziò, da lui, tra la gente. Come guaritore di anime per le classi inferiori del popolo, divenne più intimamente consapevole dell’influenza corruttrice di una religione ridotta interamente a una serie di cerimonie esteriori, e della superstizione che dava appoggio e sostegno all’immoralità. Egli fu così portato ad attaccare le fonti di tanto male; a soffermarsi con crescente serietà sull’essenza di un cristianesimo pratico, che trae i suoi frutti da un principio radicato nel cuore; e a rimproverare con enfatica severità i vizi prevalenti.” [476]
- “Finché attaccò principalmente la corruzione tra i laici, non fu molestato.” Ma non poteva limitarsi a rimproverare la corruzione tra i laici, senza paralizzare gravemente il suo ministero; perché ai suoi ammonimenti erano soliti rispondere: “I sacerdoti predicano contro la nostra impudicizia e i nostri altri vizi, e non dicono nulla della loro impudicizia e dei loro vizi. O questo non è peccato, o lo stanno monopolizzando per sé. I sacerdoti vedono la pagliuzza nei nostri occhi, ma non la trave nei loro. Prima tolgano la trave dai loro occhi; e poi ci dicano che dovremmo togliere la pagliuzza dai nostri. Perché ci rimproveri? I sacerdoti fanno lo stesso. Perché non li rimproveri? Forse non è peccato nel loro caso?”
- Per il fedele spirito cristiano di Huss, il peccato era peccato, sia nel laico che nel sacerdote, e non riusciva a riconoscere alcuna distinzione di posizione. Ma non appena chiamò i sacerdoti a emendare la propria vita, si ritrovò seriamente attaccato. Lo stesso clero corrotto aveva ascoltato e approvato con piacere i sermoni di Huss quando aveva invitato la nobiltà, così come il popolo, a emendare la propria vita; ma quando la sua predicazione li toccò, se ne risentirono e addirittura si lamentarono presso il re contro Huss. Il re disse loro: “Quando Huss predicava aspri discorsi contro i principi e i signori, voi lo guardavate con compiacenza; ora è arrivato il vostro turno e dovete trarne il meglio”. Poi ricorsero all’accusa che Huss stesse danneggiando il buon nome del clero e incitando i laici alla ribellione contro il clero, attaccando apertamente “davanti al popolo, in lingua boema, i vizi del clero”.
- A tutto questo Huss rispose: “Spero, per grazia di Dio, di non aver mai predicato in modo sconveniente. Ho senza dubbio predicato contro i vizi del clero; e spero di predicare contro di essi prima del concilio [il futuro Concilio di Costanza], non in modo stravagante e irregolare, né in modo da mostrare alcuna disposizione a danneggiare il loro buon nome, ma in modo da ristabilire il loro buon nome e dare loro occasione di correggere i propri difetti. Perché chi, mosso da buone intenzioni, cerca di rimuovere i vizi dal suo prossimo, cerca con la massima efficacia di ristabilire il loro buon nome. Oh, quanto gioverebbe al buon nome di ognuno se, ogni volta che sente rimproverare i propri vizi in un sermone, vi rinunciasse e poi, con una buona vita, si assicurasse la lode di Dio e di tutti gli uomini santi!”
- Il 28 maggio 1403 si tenne un’assemblea universitaria, alla quale furono sottoposte, per esame e giudizio, quarantacinque dichiarazioni attribuite a Wycliffe. Le dichiarazioni erano state presentate da un oppositore degli scritti, e coloro che conoscevano meglio gli scritti di Wycliffe dichiararono in quell’assemblea che in queste affermazioni gli scritti di Wycliffe erano stati falsificati. In quell’assemblea, Huss dichiarò di non poter accettare la “condanna incondizionata delle dichiarazioni, sebbene non fosse disposto a difenderle tutte, poiché molte di esse erano state interpolate [*alterate] da quel maestro Hübner”. Inoltre, “non poteva unirsi a tale condanna, per timore di attirare su di sé le sventure denunciate a coloro che chiamano il male bene e il bene male”. Eppure il professore che era stato insegnante di Huss si espresse come difensore di tutte le quarantacinque proposizioni, così come erano formulate. Le proposizioni furono condannate a larga maggioranza dei voti dell’assemblea. [477]
- Successivamente, i prelati boemi presentarono al papa a Roma lamentele contro gli scritti di Wycliffe e contro coloro che li utilizzavano. Nel 1405, papa Innocenzo VII, in risposta, emanò una bolla indirizzata all’arcivescovo di Praga, ordinandogli di “sopprimere e punire le eresie wycliffite che si stavano diffondendo in Boemia”. L’arcivescovo, in obbedienza al papa, tenne un sinodo a Praga nel 1406, con il quale pubblicò un’ordinanza che minacciava “pene ecclesiastiche contro coloro che pretendevano di predicare, affermare o discutere gli errori wycliffiti “. Eppure, nel 1407, Huss fu scelto dall’arcivescovo per pronunciare il discorso esortativo davanti al suo clero, riunito in un sinodo diocesano. Scelse come testo Efesini 6:14: “State dunque saldi, avendo i fianchi cinti con la verità e rivestiti con la corazza della giustizia”. Nel suo sermone disse: “Il clero dovrebbe prendere l’iniziativa prima di tutti gli altri nel seguire Cristo sotto forma di servo, con mansuetudine, umiltà, purezza e povertà. Dovrebbe letteralmente realizzare ciò che Cristo ha detto nel Discorso della Montagna, sull’amare i nostri nemici e sul sopportare il male. Il prosperare della vita cristiana in tutti gli altri deve essere determinato dal fatto che il clero faccia risplendere la propria luce davanti agli altri, nell’imitare letteralmente Cristo. È nell’allontanamento del clero da ciò, la loro vera destinazione, che trovo la causa della corruzione nel resto della cristianità, la cui contemplazione ogni giorno riempie la mia anima sempre più di dolore.
- “Il clero, come soldati di Cristo, dovrebbe guidare l’ordine di battaglia nel conflitto spirituale. Ma se non è idoneo alla lotta, la vittoria è raramente o mai ottenuta, poiché, dando la fuga, o abbattuto e gettato nella confusione, riempie le file successive dell’esercito di disperazione o irresolutezza. Se il clero viene abbattuto o ucciso, ciò impedirà al resto dell’esercito di sconfiggere il nemico, ma se entra a tradimento in un’alleanza con il nemico, preparerà la strada al nemico per sconfiggere, più facilmente e a tradimento, l’esercito di nostro Signore Gesù Cristo. Questo è il motivo per cui, ai nostri giorni, l’esercito cristiano è sopraffatto dalla carne, dal mondo, dal diavolo e dai pagani. Poiché è essenzialmente la vocazione del clero dare l’esempio di seguire Cristo, quando mostrano l’opposto di ciò nella loro vita, sono anticristi; e il vero anticristo è già presente nel clero corrotto, la cui vita e dottrina sono in reciproca contraddizione. Molti attendono doni tramite lettere di confraternite, indulgenze ricercate a lungo, reliquie fittizie, immagini dipinte di santi”. Queste lettere di confraternite erano documenti emessi da alcune società spirituali, tramite le quali i destinatari delle lettere venivano adottati nella comunità con i meriti di quelle società. L’attacco a queste epistole era una delle caratteristiche peculiari di ciò che veniva denunciato come “Wycliffismo”.
- Nel 1408, in una grande convocazione dell’università, le quarantacinque proposizioni estratte dagli scritti di Wycliffe furono nuovamente sottoposte a condanna incondizionata. Ma a causa dell’opposizione di Huss e di altri amici degli scritti di Wycliffe, questa condanna incondizionata non poté essere portata a termine; e, pertanto, fu decretato “che nessuno avrebbe potuto presumere di sostenere una qualsiasi delle quarantacinque proposizioni nel loro senso eretico, errato o scandaloso”. Fino a quel momento, ogni laureato dell’Università di Praga era stato libero di tenere lezioni all’Università di Praga su qualsiasi libro di un docente dell’Università di Praga, di Parigi o di Oxford. Poiché Wycliffe era stato docente a Oxford, questa libertà era stata utilizzata dai laureati di Praga, tenendo lezioni sugli scritti di Wycliffe, all’università. Ma ora, con questa convocazione “fu emanata un’ordinanza secondo cui, per il futuro, nessun baccelliere avrebbe dovuto tenere lezioni pubbliche su uno qualsiasi dei tre trattati di Wycliffe, intitolati ‘Il Dialogo’, ‘Il Trilogo’ e ‘De Eucharistia’, e che nessuno avrebbe dovuto fare di alcuna proposizione relativa ai libri e alle dottrine di Wycliffe un oggetto di pubblica disputa”. [478]
- Nello stesso anno, diversi ecclesiastici, accusati di errori wycliffiti, furono convocati per un esame giudiziario davanti a un concistoro presieduto dall’assistente dell’arcivescovo. Al processo, gli accusati si rifiutarono di prestare giuramento “sul crocifisso, sui vangeli o sui santi, perché sulle cose create si poteva prestare giuramento”. Non si rifiutarono di prestare giuramento davanti a Dio. Ma, poiché non vollero prestare il giuramento cattolico sul crocifisso, sui vangeli o sui santi, ciò fu ritenuto contro di loro un reato non inferiore a quello dell’eresia wycliffita. Huss, essendo presente, difese l’uomo, il cui rifiuto di prestare giuramento aveva sollevato la questione, perché, senza alcun riferimento specifico a un diritto o a un torto del rifiuto in sé, riteneva opportuno “onorare la coscienza che si rifiutava di trasferire a qualsiasi cosa creata l’onore dovuto a Dio solo”. La supplica di Huss, tuttavia, non ebbe alcun effetto: l’uomo fu imprigionato per diversi giorni e poi bandito dalla diocesi. Ciò spinse Huss a inviare all’arcivescovo una lettera di protesta, in cui affermava: “Che significa questo? Uomini macchiati di sangue innocente, uomini colpevoli di ogni crimine, saranno trovati a vagare in giro quasi impunemente, mentre umili sacerdoti, che spendono tutti i loro sforzi per distruggere il peccato, che adempiono ai loro doveri sotto la guida della vostra Chiesa con buona disposizione d’animo, non seguono mai l’avarizia, ma si dedicano gratuitamente al servizio di Dio e alla proclamazione della Sua Parola, vengono gettati in prigione come eretici e devono subire l’esilio per aver predicato il Vangelo!”
- Era giunto il momento del Concilio di Pisa [*1409]. L’arcivescovo di Praga, con il suo clero, e il partito tedesco nell’università, si sottomisero all’obbedienza di Gregorio XII, che il concilio aveva dichiarato deposto. Huss era favorevole al concilio, perché credeva nel principio della superiorità di un concilio sul papa. Anche il re di Boemia si schierò con il concilio, nei suoi sforzi per correggere i papi. Questa divergenza di opinioni da parte del re e dei suoi nobili, e dell’arcivescovo e del suo clero, causò controversie tra le due parti. Da parte del clero, ci fu una feroce resistenza agli sforzi del re di aiutare il Concilio di Pisa a correggere il papato. Molti membri del clero si rifiutarono di continuare le funzioni religiose. Dal partito del re, violenti attacchi furono sferrati contro l’arcivescovo e il clero “in parte come strumenti del re, in parte per rancori privati, desiderosi di umiliare i prelati”.
- Nei suoi sermoni, Huss si dichiarò a favore del Concilio di Pisa, perché “c’erano molte più ragioni di aspettarsi che qualcosa potesse essere fatto per la riforma della Chiesa” dal concilio che da uno qualsiasi dei papi. L’arcivescovo pubblicò quindi un avviso, con il quale “a tutti i maestri dell’università che si schieravano con il collegio cardinalizio, e in particolare Huss, era proibito esercitare qualsiasi funzione sacerdotale all’interno della diocesi”. Huss fu accusato di aver seminato discordia e scisma tra il potere spirituale e quello secolare, da cui era derivata la persecuzione” del “vescovo e del clero, e il saccheggio dei loro beni”. Fu anche accusato di “aver aizzato il popolo contro il clero, i Boemi contro i Tedeschi”; di “aver predicato mancanza di rispetto per la Chiesa e disprezzo per il suo potere di punire”; di aver “definito Roma la sede dell’anticristo e di aver dichiarato eretico ogni ecclesiastico che chiedeva un compenso per distribuire il sacramento”; di aver “lodato apertamente Wycliffe e di aver espresso il desiderio che la sua anima potesse finalmente arrivare dove si trovava l’anima di Wycliffe”. In risposta a questa denuncia, l’arcivescovo ordinò al suo inquisitore di indagare sulle accuse e “allo stesso tempo, di esaminare in virtù di quale autorità si tengano sermoni e culto divino nella cappella di Betlemme”. [479]
- Quando il Concilio di Pisa ebbe terminato i suoi lavori dichiarando papa Alessandro V, l’arcivescovo di Praga cessò la sua resistenza e accettò il nuovo papa; e gli presentò immediatamente lamentele sulla diffusione dell’eresia wycliffita nella sua giurisdizione. Nel dicembre 1409, papa Alessandro V emanò una bolla in cui dichiarava di aver “udito che le eresie di Wycliffe, e in particolare la sua negazione della dottrina della transustanziazione, si stavano diffondendo in lungo e in largo in Boemia”. Invitò l’arcivescovo a “adottare misure vigorose per la soppressione di queste eresie. Avrebbe dovuto far sì che tutti gli scritti di Wycliffe gli fossero consegnati, nominare una commissione di quattro dottori in teologia e due dottori in diritto canonico per esaminarli e procedere in conformità con il giudizio che avrebbero emesso”. Tutti gli ecclesiastici che si rifiutavano di consegnare quegli scritti, o che difendevano l’eresia wycliffita, l’arcivescovo avrebbe dovuto farli arrestare e privarli dei loro benefici, e in caso di necessità avrebbe dovuto essere chiamato in aiuto il potere secolare. E poiché le cappelle private servono a diffondere errori tra il popolo, i sermoni per il futuro avrebbero dovuto essere predicati, in Boemia, solo nelle cattedrali, nelle chiese parrocchiali e conventuali, e proibiti in tutte le chiese private.
- A Praga era evidente a tutti che questa bolla in sé era più opera dell’arcivescovo di Praga che di Papa Alessandro V; e ciò suscitò una grande eccitazione nell’opposizione all’arcivescovo. Il re e i nobili si schierarono con Huss. “La bolla fu dichiarata per molti versi distorta e interpolata, e quindi priva di valore. Huss suggerì di nutrire sospetti contro di essa per questo motivo, e impiegò inizialmente ogni mezzo lecito in suo potere, date le circostanze di quei tempi, per negare l’obbedienza, pur mostrando tutto il rispetto per la Chiesa romana. Si appellò al papa “mal informato” e al papa “ben informato”. L’arcivescovo emanò il divieto di predicare nelle cappelle private, il quale, fin dall’inizio, aveva lo scopo di impedire a Huss di predicare nella Cappella di Betlemme. Ma, poiché ciò era contrario alle disposizioni legali della fondazione della Cappella di Betlemme, Huss si rifiutò di obbedire. Allo stesso tempo, l’arcivescovo ordinò che tutti gli scritti di Wycliffe gli fossero consegnati per l’esame entro sei giorni. Huss obbedì a questo ordine, dicendo di essere pronto a condannarli personalmente ogni volta che fosse stato individuato un errore. La commissione nominata per esaminarli condannò “Il Dialogo”, “Il Trilogo” e alcuni dei suoi altri scritti, e ordinò che fossero tutti “dati alle fiamme, e così non potessero più fare alcun male”.
- “La sola proclamazione di questa sentenza causò disordini. In una convocazione dell’università, si decise di inviare una petizione al re affinché impedisse l’esecuzione di tale sentenza, a causa dell’estremo pericolo a cui avrebbe esposto la pace dell’università e di tutta la Boemia. Il re promise ai delegati dell’università che avrebbe acconsentito alla loro richiesta. L’arcivescovo, saputo di ciò, si affrettò a chiedere l’intervento del re; e il giorno successivo, il 16 giugno 1410, ripeté la proclamazione della suddetta sentenza sugli scritti di Wycliffe. Quando il re lo venne a sapere, fece chiedere all’arcivescovo se fosse davvero sua intenzione bruciare i libri. Zbynek [l’arcivescovo] promise che non avrebbe fatto nulla contro gli scritti di Wycliffe senza il consenso del re; e per questo motivo rinviò l’esecuzione della sentenza. [480]
- “Ma era ben lungi dall’intenzione di rinunciare realmente all’esecuzione della sentenza, nonostante tutte le rimostranze contro tale procedimento: adducendo a scusa della sua condotta il fatto che il re non gli aveva espressamenteproibito di bruciare i libri. Il 16 luglio 1410, dopo aver circondato il suo palazzo con una guardia, fece effettivamente bruciare duecento volumi, tra cui non solo gli scritti di Wycliffe, ma anche alcuni di Militz e di altri, senza il minimo riguardo per i diritti di proprietà privata, come fu in seguito ricordato a suo disprezzo. Questo passo dell’arcivescovo fu il segnale di grandi disordini e violente controversie a Praga. Fu versato persino del sangue. Un così grande movimento nelle menti degli uomini non poteva essere represso con la forza. Il tentativo di reprimerlo con un atto di potere arbitrario avrebbe portato solo a una violenza ancora maggiore. Il rogo dei libri non ebbe altro effetto che esporre l’arcivescovo al disprezzo e al ridicolo, e fu un grave colpo alla sua autorità. Canzoni scurrili e satiriche, di cui era oggetto, venivano cantate apertamente per le strade di Praga, con il seguente tenore: “L’arcivescovo non ha ancora imparato l’ABC: ha fatto bruciare dei libri, senza sapere cosa contenessero”.
- “Due contemporanei, appartenenti a partiti opposti, sono concordi nell’affermare che con questo rogo dei suoi libri l’entusiasmo per Wycliffe aumentò piuttosto che diminuire. Uno era lo zelante oppositore di Huss, l’abate Stefano di Dola, che allo stesso tempo era abbastanza cieco da far risalire l’origine di tutti i disordini alla disobbedienza di Huss. Questo scrittore cita, dalle labbra di uno dei sostenitori di Wycliffe, le seguenti parole: ‘L’arcivescovo ha bruciato molti famosi scritti di Wycliffe, eppure non è riuscito a bruciarli tutti, perché ne abbiamo ancora un bel numero; e stiamo cercando continuamente in ogni dove altri da aggiungere a questo numero e per sostituire quelli perduti. Che l’arcivescovo ci ordini di nuovo di consegnarglieli, e che veda se gli obbediremo!’. Il secondo è lo stesso Huss, che afferma: ‘Definisco il rogo dei libri un’impresa meschina. Tale rogo non ha mai rimosso un solo peccato dal cuore degli uomini (se colui che li ha condannati non ha potuto provare nulla), ma ha solo distrutto molte verità, molti pensieri belli e nobili, e ha moltiplicato tra il popolo disordini, inimicizie, sospetti e omicidi’.”
- Quando Giovanni XXIII [*1410-1415, cfr. pag.408 ing.] successe ad Alessandro V sul trono pontificio, Huss rinnovò il suo appello, indirizzandolo al nuovo papa. In esso citò la regola della Scrittura secondo cui “nelle cose necessarie alla salvezza, si dovrebbe obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”. Nel suo appello Huss fu raggiunto da “molti altri maestri e predicatori”. Ma l’alto linguaggio spirituale impiegato “era davvero poco adatto a essere compreso o apprezzato dal mostro, Giovanni XXIII, e dalla corte che aveva radunato”. [481]
- In questo periodo Huss ricevette la convinzione che sarebbe morto martire. Di conseguenza, da quel momento, tutto ciò che disse o fece fu in vista consapevole del rogo. Con questa convinzione, e come risposta a tutto ciò che potrebbe essergli stato imputato in futuro, scrisse: “Dai primi anni dei miei studi fino ad ora, ho stabilito come regola che ogni volta che sentivo avanzare un’opinione più corretta su qualsiasi argomento, con gioia e umiltà, rinunciavo alla mia precedente opinione: essendo ben consapevole che ciò che sappiamo è di gran lunga inferiore a ciò che non sappiamo. Per non rendermi colpevole, quindi, con il mio silenzio, abbandonando la verità per un pezzo di pane o per paura degli uomini, dichiaro che è mio proposito difendere la verità che Dio mi ha permesso di conoscere, e in particolare la verità delle Sacre Scritture, fino alla morte; poiché so che la verità permane, ed è eternamente potente, e permane eternamente; e con lei non c’è riguardo alla persona. E se la paura della morte dovesse terrorizzarmi, spero ancora nel mio Dio e nell’assistenza dello Spirito Santo, che il Signore stesso mi darà fermezza. E se avrò trovato grazia ai Suoi occhi, Egli mi incoronerà con il martirio. Ma quale trionfo più glorioso di questo? Nell’incitare i Suoi fedeli a questa vittoria, il Signore dice: “Non temete coloro che uccidono il corpo”. Poiché è necessario che gli uomini dotati di ragione ascoltino, parlino e amino la verità, e si guardino attentamente da tutto ciò che potrebbe contrastarla, poiché la verità stessa trionfa su tutto ed è potente per sempre. Chi, se non uno sciocco, oserebbe condannare o affermare alcuno scritto, soprattutto in ciò che riguarda la fede e i costumi, finché non si sia informato sulla sua veridicità?”
- L’appello di Huss al papa fu trasmesso dal papa a un cardinale, per un’indagine. Questo cardinale confermò la sentenza che l’arcivescovo di Praga aveva già pronunciato contro Huss, e citò Huss a comparire a Bologna, dove allora soggiornava papa Giovanni XXIII. Ma ciò suscitò le fervide proteste di tutti gli amici di Huss, inclusi persino il re e la regina. Il re stesso, a nome di Huss, scrisse al papa e al collegio dei cardinali, pregandoli di porre fine all’intero processo; di imporre il silenzio ai nemici di Huss; e di sopprimere la disputa riguardante i libri di Wycliffe: poiché era “evidente che in Boemia nessuno era caduto in errore o eresia a causa di questi scritti”. Per quanto riguarda la cappella di Betlemme, il re disse: “È nostra volontà, inoltre, che la cappella di Betlemme, che, per la gloria di Dio e il bene salvifico del popolo, abbiamo dotato di franchigie per la predicazione del Vangelo, rimanga in piedi e sia confermata nei suoi privilegi: affinché i suoi patroni non siano privati dei loro diritti di patronato e che il leale, devoto e amato Maestro Huss possa essere insediato su questa cappella e predicare la Parola di Dio in pace”. Chiese inoltre al papa che la citazione di Huss a Bologna fosse revocata, e che se qualcuno avesse avuto qualcosa da obiettare contro di lui, presentasse le sue obiezioni nel regno di Boemia e davanti all’Università di Praga o a qualche altro tribunale competente.
- Il re inviò a Giovanni XXIII questa comunicazione tramite il Dottor Nass e Giovanni Cardinalis, due eminenti uomini del suo regno. Cardinalis era amico di Huss, il Dottor Nass era amico personale di Giovanni XXIII. Furono incaricati dal re “di chiedere al papa di inviare un legato in Boemia a spese del re”. Il re scrisse anche al cardinale a cui era stato affidato l’appello di Huss, chiedendogli di recarsi a Praga e informarsi personalmente sulla situazione. Incaricò il Dottor Nass di informare il papa che solo il suo rispetto per il papa gli impediva di punire con giustizia l’arcivescovo di Praga, che il re considerava l’autore di tutti questi disordini nel suo regno. Insieme a questi due ambasciatori del re, Huss inviò tre procuratori come suoi rappresentanti e avvocati nel caso. Quando questi ambasciatori giunsero alla corte del papa, scoprirono che il cardinale aveva già pronunciato contro Huss una sentenza di scomunica per “contumacia nel non aver obbedito all’invito a comparire a Bologna”. Tuttavia, gli ambasciatori furono ascoltati con tale rispetto che il papa tolse il caso dalle mani del cardinale a cui lo aveva affidato e nominò una nuova commissione composta da diversi funzionari. [482]
- Per tutto questo tempo, l’arcivescovo di Praga si era impegnato al massimo, tramite delegati alla corte del papa, per impedire qualsiasi svolta del caso a favore di Huss. Donò al papa e ai cardinali cavalli, vasi, anelli costosi e altri doni con spese estremamente generose. Per questa o qualche altra oscura influenza, il caso di Huss fu rimosso dalla seconda commissione a cui era stato affidato e fu nuovamente affidato a un singolo cardinale “che, nonostante tutte le rimostranze dei procuratori di Huss, tenne l’intera questione in sospeso per un anno e mezzo”. E, poiché la scomunica di Huss non era stata revocata, l’arcivescovo di Praga, approfittando di questo ritardo, senza tener conto dell’appello di Huss o di qualsiasi altro procedimento congiunto, pubblicò come valida la scomunica pronunciata dalla corte del papa. I rettori di due chiese, tuttavia, si rifiutarono di pubblicarla alla loro congregazione. Inoltre, alla corte del papa, poiché avevano perorato così diligentemente la loro causa, alcuni procuratori di Huss furono imprigionati, e gli altri riuscirono a raggiungere Praga.
- Infine, il cardinale a cui il caso era stato affidato l’ultima volta, emise la sua sentenza, nella quale confermò la sentenza precedente; vi aggiunse una dichiarazione pubblica che Huss era un eresiarca; e pose sotto interdetto “la città in cui risiedeva”. Huss si trovava a Praga; ma la città di Praga non era nominata nell’interdetto. L’interdetto riguardava “la città in cui risiedeva”, in modo da applicarsi a qualsiasi città in cui si trovasse. L’arcivescovo di Praga pose immediatamente la città di Praga sotto interdetto. Il re, a nome di Huss, si oppose all’interdetto. Punì il clero che lo osservò e confiscò i loro beni: “molti di loro fuggirono dal paese”. A questo punto Giovanni XXIII, con la sua terribile vita da papa, aveva talmente indebolito la sua posizione che l’arcivescovo di Praga non si sentiva abbastanza forte per portare avanti questa guerra contro Huss di fronte all’atteggiamento del re. “L’arcivescovo fu quindi costretto a convincersi che, se avesse spinto la situazione all’estremo, avrebbe solo corso il rischio di perdere tutta la sua autorità in Boemia: un risultato che sarebbe stato inevitabile, se si fosse fatto continuamente ricorso a misure spirituali più severe, mentre tutte queste venivano prese alla leggera. Quindi era piuttosto propenso, per salvare la sua autorità e infine cedere agli sforzi del re e dell’università per il ripristino della pace, a porgere la sua mano alla riconciliazione.”
- Per più di un anno erano in corso negoziati per garantire la “pace” in Boemia. I capi delle rispettive parti erano il re e l’arcivescovo di Praga. Era stata nominata una commissione di dieci persone per considerare il mezzo migliore per garantire la pace; ed entrambe le parti si erano impegnate a sottomettersi alla decisione di questa commissione. Alla fine si convenne che sia il re che l’arcivescovo avrebbero scritto al papa e che l’arcivescovo avrebbe dichiarato al papa che “non esistevano eresie in Boemia”. Quindi si sarebbe dovuta istituire una nuova inchiesta; e se si fosse scoperto qualcosa di eretico, sarebbe stato severamente punito. L’arcivescovo, da parte sua, avrebbe dovuto ottenere il consenso del papa affinché, se qualcuno appartenente al regno di Boemia fosse stato sottoposto al bando, il papa lo rimuovesse. Entrambe le parti avrebbero dovuto richiamare i propri rappresentanti dalla corte papale e accettare la decisione del re. L’arcivescovo avrebbe dovuto revocare il bando e revocare l’interdetto: il re avrebbe dovuto rilasciare i membri del clero che aveva arrestato per aver fatto rispettare l’interdetto e restituire loro gli stipendi. L’arcivescovo scrisse effettivamente una lettera da inviare al papa “in cui riferiva che nessuna eresia veniva propagata in Boemia” e gli chiedeva di rimuovere la scomunica pronunciata contro Huss e di revocare la citazione che gli era stata notificata. [483]
- Huss, da parte sua, presentò una confessione di fede, che doveva essere inviata al papa. In questa confessione, disse: “Per dimostrare la dovuta obbedienza alla Chiesa di Gesù Cristo e al suo capo supremo, sono pronto a rendere conto a ogni uomo della fede che è in me, e a confessare con tutto il cuore che Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, che tutta la Sua legge è di una verità così stabile, che nemmeno un iota o un apice di essa può venire meno; inoltre, che la Sua Chiesa è così saldamente fondata sulla roccia salda, che le porte dell’inferno non potranno mai prevalere contro di essa: e sono pronto, confidando nel mio Signore Gesù Cristo, a sopportare la punizione di una morte terribile, piuttosto che dire consapevolmente qualcosa che sarebbe contrario alla volontà di Cristo e della Sua Chiesa”.
- L’arcivescovo, tuttavia, non mantenne la sua parte dell’accordo. Sebbene, come affermato, avesse scritto una lettera al papa affermando che in Boemia non si propagavano eresie, sembra che la lettera non sia mai stata inviata. Informava il re che avrebbe dovuto lamentarsi del fatto che quella che lui chiamava eresia fosse predicata da molti ecclesiastici e che non gli era permesso applicare il suo potere ecclesiastico di punire coloro che diffondevano dottrine errate; e che, poiché “in queste circostanze gli sarebbe stato impossibile mantenere la sua autorità in Boemia, o attuare le sue misure con la forza, decise, invece di rispettare i termini dell’accordo, di abbandonare la Boemia, per il momento, e di chiedere aiuto al fratello di Venceslao, re Sigismondo di Ofen”. Ma morì, nel settembre 1411, prima di poter attuare questo proposito.
- E ora papa Giovanni XXIII prese un provvedimento che, nei suoi risultati, vanificò tutti i risultati del duro lavoro svolto per stabilire la pace in Boemia. Nell’inviare le insegne dell’ufficio al nuovo arcivescovo di Praga, papa Giovanni inviò anche, tramite il suo legato, una bolla di denuncia del re di Napoli, protettore di papa Gregorio XII, e di proclamazione di una crociata contro di lui. Il legato del papa avrebbe dovuto pubblicare questa bolla a Praga. Lo fece “pronunciando nelle forme più terribili la maledizione del bando contro il nemico del papa, re Ladislao di Napoli, sostenitore di Gregorio XII, come su un eretico, uno scismatico, un uomo colpevole di alto tradimento contro la maestà di Dio; e proclamando una crociata per la distruzione del suo partito, insieme a una bolla che concedeva piena indulgenza a tutti coloro che vi prendevano parte. A tutti coloro che personalmente portavano le armi in questa crociata veniva promesso, se si fossero veramente pentiti e si fossero confessati (il che, in questo contesto, non poteva certo significare altro che una mera formalità), il perdono dei loro peccati, con la stessa pienezza che avrebbero ottenuto partecipando a qualsiasi altra crociata. Seguendo l’esempio di cupidigia instaurato da Bonifacio IX, questa bolla offriva la stessa indulgenza anche a coloro che avessero contribuito in denaro quanto, in proporzione alle loro possibilità, avrebbero speso impegnandosi attivamente in questa crociata per lo spazio di un mese.”
- Il legato, sospettando che Huss si sarebbe opposto a questa bolla, ordinò all’arcivescovo di convocarlo davanti a sé. Huss arrivò e il legato “gli chiese se avrebbe obbedito ai mandati apostolici. Huss dichiarò di essere pronto, con tutto il cuore, a obbedire ai mandati apostolici. Poi il legato disse all’arcivescovo: ‘Vede? Il maestro è prontissimo a obbedire ai mandati apostolici.’ Ma Huss replicò: ‘Mio signore, capiscimi bene. Ho detto che sono pronto, con tutto il cuore, a adempiere ai mandati apostolici; ma chiamo mandati apostolici le dottrine degli apostoli di Cristo: e finché i mandati papali concordano con questi, allora li obbedirò volentieri. Ma se vedo in essi qualcosa che non va, non obbedirò, anche se il rogo mi stesse guardando in faccia.” [484]
- Fino a questo momento, in materia di indulgenze, Huss si era semplicemente opposto agli abusi che venivano praticati da coloro che le vendevano. Ma ora egli entrava nei principi alla base delle indulgenze. Le forme di assoluzione che accompagnavano questa bolla, appena pubblicata, erano tali che il preside della facoltà di teologia dell’università, Stefano Paletz, fino ad allora caro amico di Huss e della verità che predicava, “rivolse l’attenzione di Huss sui loro aspetti discutibili e gli dichiarò che tali cose non dovevano essere approvate”, perché contenevano “errori palesi”. Eppure, quando si arrivò alla prova dei fatti, Paletz stesso sostenne l’autorità del papa contro Huss, che attaccava queste indulgenze. A nome della facoltà teologica, Paletz presentò la seguente risoluzione: “Non ci assumiamo il compito di sollevare obiezioni contro il signore apostolico o le sue lettere, di esprimere alcun giudizio su di esse, o di stabilire alcunché al riguardo, poiché non abbiamo alcuna autorità per farlo”.
- “Ma Huss, in accordo con i suoi principi, non poteva credere in una simile cieca obbedienza. L’obbedienza al suo Maestro, Cristo, l’osservanza della Sua dottrina e l’imitazione del Suo esempio, erano per lui di primaria importanza. Questa era la regola in base alla quale ogni cosa doveva essere esaminata, in base alla quale si determinava il limite di ogni obbedienza; e fu in base a questo principio che gli fu imputato il fatto che, subordinando gli ordini del superiore al giudizio critico dei suoi sudditi, egli allentasse i vincoli di ogni ordine civile ed ecclesiastico. Di conseguenza, si osservò che, con la linea di condotta da lui seguita, avrebbe introdotto il pericoloso errore che l’obbedienza potesse essere rifiutata ai documenti ufficiali emessi dai papi, imperatori, re e signori, se la verità e la ragionevolezza di tali documenti non potessero essere chiare alla comprensione dei sudditi. E chi poteva calcolare quali disordini sarebbero scaturiti, in tutto il mondo, da questa opinione! Così fu definito un rivoluzionario.
- “I suoi oppositori credevano, è vero, che gli uomini fossero tenuti all’obbedienza incondizionata a chi deteneva il potere solo in ciò che non era assolutamente malvagio, o in ciò che era di per sé indifferente. Ma fino a che punto si poteva esagerare l’espressione “ciò che è di per sé indifferente”? Quanto a Huss, non poteva considerare ciò che la bolla richiedeva come qualcosa di indifferente, ma solo come qualcosa di direttamente opposto alla legge di Cristo e peccaminoso. Obbedire, in questo caso, sarebbe stato come abbandonare il suo principio di obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Parlò poi per l’ultima volta con il suo vecchio amico Paletz, che incontrò poi come il suo più feroce nemico, che stava preparando la sua distruzione a Costanza. Le sue ultime parole, le parole con cui avrebbe dovuto recidere il legame di amicizia che li aveva uniti per così tanto tempo, furono… : ‘Paletz è mio amico, la verità è mia amica: ed essendo entrambi miei amici, è mio sacro dovere dare il primo onore alla verità’.” [485]
- “Né il suo amico [Paletz], né il suo maestro [Stanislao di Znaim] poterono mai perdonare a Huss di essersi arrogato la presunzione di opporsi alla loro autorità, così come all’autorità dell’intera facoltà teologica, composta da otto dottori: di essersi arrogato la presunzione di essere più audace e più libero di loro stessi. Lo stesso Huss segna il momento critico che lo separò per sempre dai suoi ex compagni: ‘La vendita delle indulgenze e l’innalzamento dello stendardo della croce contro i cristiani, mi separarono per la prima volta dai miei vecchi amici.’ Costretto a presentarsi come avversario del suo vecchio maestro Stanislao di Znaim, non dimenticò mai i suoi obblighi nei suoi confronti come istruttore, come afferma nel documento che scrisse contro di lui: ‘Sebbene Stanislao fosse il mio maestro, dal quale nella disciplina della scuola ho imparato molto di prezioso, tuttavia devo rispondergli come la verità mi spinge a fare, affinché la verità possa essere più evidente.’.”
- Huss decise quindi di discutere pubblicamente l’argomento delle indulgenze “davanti a una numerosa convocazione dell’università, dove intendeva comparire anche il suo amico Girolamo”. Furono affissi annunci in tutta la città di Praga, che questa discussione avrebbe avuto luogo il 7 giugno 1412. Il giorno giunse, la convocazione si tenne, Huss parlò. Egli stesso lasciò un resoconto di ciò che disse, i cui punti salienti saranno qui riportati. Egli disse: “Sono stato spinto a impegnarmi in questa faccenda da un triplice interesse: la gloria di Dio, il progresso della santa Chiesa e la mia coscienza. Pertanto, in relazione a tutto ciò che ora verrà detto, chiamo Dio, Onnipotente e Onnisciente, a testimone che cerco prima di tutto la gloria di Dio e il bene della Chiesa. A questi obiettivi ogni cristiano maturo è strettamente vincolato dal comando del Signore, e per la buona ragione che ognuno dovrebbe amare Cristo e la Sua Chiesa infinitamente più dei propri genitori carnali, dei beni temporali, del proprio onore o di se stesso. È inoltre mia opinione che la gloria di Cristo e della Sua sposa, la Chiesa, consista particolarmente nell’imitazione pratica della vita di Cristo stesso in questo: che un uomo abbandoni tutti gli affetti disordinati e tutte le ordinanze umane che lo impedirebbero o lo ostacolerebbero nel perseguimento del suo obiettivo”.
- “Non affermerò mai nulla di contrario alle Sacre Scritture che contengono la legge di Cristo, o contro la Sua volontà. E quando un membro della Chiesa, o qualsiasi altra creatura, mi farà apprendere di aver errato nel mio parlare, lo ritratterò apertamente e umilmente. Pertanto, per procedere con maggiore sicurezza, mi porrò sul fondamento inamovibile, la pietra angolare che è la verità, la via e la vita, il nostro Signore Gesù Cristo. E ritengo fermamente, come fede della Chiesa, che chi non osserva l’ordinanza e la legge che Cristo ha stabilito, e che Egli ha anche insegnato e osservato attraverso sé e attraverso i Suoi apostoli, non segue il Signore Gesù Cristo sulla via stretta che conduce alla vita, ma percorre la via larga che conduce le membra del diavolo alla perdizione”.
- “In base a questo principio non è permesso ai fedeli approvare queste bolle. Nulla che non provenga dall’amore può essere approvato da Cristo; e certamente né lo spargimento di sangue tra i cristiani, né la devastazione e l’impoverimento di paesi possono essere derivati dall’amore per Cristo; né una tale impresa può offrire alcuna
opportunità di martirio. L’indulgenza significa il perdono dei peccati, che è opera di Dio solo. L’assoluzione sacerdotale consiste in questo: il sacerdote nel sacramento dichiara che la persona che si confessa a lui è in uno stato di contrizione tale da consentirgli, in caso di morte immediata, di entrare, senza passare attraverso il fuoco del purgatorio, nelle dimore celesti. E in ultima analisi il potere del sacerdote non è così limitato da non poter promettere il perdono del peccato, nella misura in cui Dio, che glielo rivela, glielo permette. Ma sarebbe una presunzione troppo grande supporre che qualsiasi vicario di Cristo possa legittimamente attribuire a se stesso tale potere di assoluzione, se Dio non gli avesse mai dato una rivelazione speciale sull’argomento: altrimenti sarebbe colpevole del peccato di blasfemia. [486]
- “Il sacramento della penitenza non può giovare a nulla se non vi è il presupposto della contrizione. Pertanto è una cosa stolta per un sacerdote, non informato dalla rivelazione divina che la penitenza o qualche altro sacramento serva alla salvezza dell’individuo a cui viene amministrato, concedergli l’assoluzione incondizionata. Perciò i saggi sacerdoti di Cristo danno solo un’assoluzione condizionata: condizionata cioè al fatto che la persona che si confessa provi rimorso per aver peccato, sia decisa a non peccare più, confidi nella misericordia di Dio e sia determinata per il futuro a obbedire ai comandamenti di Dio. Quindi, chiunque riceva tale indulgenza, ne godrà effettivamente nella misura in cui è idoneo a farlo dalla sua relazione con Dio. È dovere dei prelati istruire il popolo in questa verità, affinché i laici non sprechino il loro tempo e la loro fatica in ciò che non può giovare loro”.
- “Non è né lecito né vantaggioso per un papa, o qualsiasi vescovo o chierico, combattere per il dominio mondano o per la ricchezza terrena. Questo si può comprendere dall’esempio di Cristo, di cui il papa è vicario; poiché Cristo non combatté, né comandò ai Suoi discepoli di combattere: ma proibì ad essi di farlo. Il papa non dovrebbe contendere per le cose secolari. Il modo più sicuro è combattere spiritualmente, non con la spada secolare, ma con la preghiera a Dio Onnipotente, per persuadere il nemico a convenire attraverso i negoziati, anche se per una tale condotta, che agli uomini potrebbe sembrare follia, si dovesse in caso di necessità subire la morte. Questa regola è data da San Paolo in Romani 12:19: vorrei che il papa adottasse umilmente questa regola di San Paolo”.
- “La condotta del papa è contraria all’esempio di Cristo, che rimproverò i suoi discepoli per aver desiderato di far scendere il fuoco dal cielo sui suoi nemici. Luca 9:54. Oh, se il papa, allora, come gli apostoli, che desideravano vendicare il loro Signore, si fosse rivolto al Signore e, con i cardinali, Gli avesse detto: ‘Signore, se è la tua volontà, vorremmo chiamare tutti, di entrambi i sessi, a unirsi per la distruzione di Ladislao e Gregorio e dei loro compagni di colpa’; e forse il Signore avrebbe risposto: ‘Non sapete di quale spirito siete, quando cercate di rovinare così tante anime di uomini con la messa al bando, la sentenza di condanna e la distruzione della vita. Perché disprezzate così il mio esempio, io che ho proibito ai miei discepoli di essere così crudelmente zelanti contro coloro che mi hanno crocifisso, che ho pregato: “Padre! Perdonali, perché non sanno quello che fanno”? Se il papa, quindi, volesse sottomettere i suoi nemici, segua l’esempio di Cristo, di cui si definisce vicario; preghi per i suoi nemici e per la Chiesa; dica: “Il mio regno non è di questo mondo”; mostri loro gentilezza; benedica coloro che lo maledicono; perché allora il Signore, secondo la Sua promessa, gli darà una capacità di parola e una saggezza che essi non potranno mai contraddire”.
- “Ma, si obietta oggigiorno, che “tale imitazione letterale di Cristo è limitata ai consigli evangelici, pensati per coloro che aspirano alla perfezione cristiana, ai monaci”. Tutti i sacerdoti dovrebbero mirare alla massima perfezione, perché sono rappresentanti degli apostoli; e in particolare dovrebbe farlo il papa, che dovrebbe mostrare nella sua condotta il più alto grado di perfezione, sull’esempio di Cristo e di Pietro. Tutti i sacerdoti sono tenuti alla stessa regola di perfezione: certamente il sacerdozio è il culmine della perfezione nella Chiesa militante. I precetti, quindi, che proibiscono la contesa per i beni terreni, riguardano tutti i sacerdoti in generale. Il clero dovrebbe osservare alla lettera i precetti del discorso della montagna, come ad esempio Matteo 5:40”. [478]
- “L’ignoranza in queste materie non è una scusa per un sacerdote; perché a loro è comandato, in quanto persone ordinate ad agire come presidenti, giudici e insegnanti, di avere conoscenza della legge e di spiegarla ai loro sottoposti in tutte le sue diverse parti. Questa ignoranza della Sacra Scrittura, essendo un’ignoranza colpevole, rende i sacerdoti ancora più condannabili, poiché è la madre di tutti gli altri errori e vizi tra loro stessi e il popolo. Anche i laici, se seguono l’invito della bolla e con il loro contributo sostengono il papa in cose che contrastano con la sua vocazione, non possono scusarsi del tutto adducendo l’ignoranza, poiché è un’ignoranza che avrebbero potuto evitare. In realtà non esiste tale ignoranza: al contrario, hanno una conoscenza sufficiente, solo che è assopita. Infatti, quando vedono i sacerdoti assistere agli spettacoli, mettersi alla pari con il mondo, immischiarsi negli affari secolari, mormorano direttamente contro di loro, in conformità con la tradizione cattolica, sebbene queste siano sciocchezze se paragonate alla guerra e alle cause legali per fini terreni”.
- “Eppure non è nemmeno l’ignoranza, ma l’assoluta indifferenza, che porta molti a obbedire a questa bolla, dicendo: ‘Che ci importa se la bolla è buona o cattiva? Possiamo mangiare e bere senza disturbo se veniamo lasciati in pace; gli altri possono fare ciò che vogliono’. Poi c’è una terza categoria di persone che obbediscono per codardia: uomini esperti nelle Scritture, che obbediscono in contrasto con la propria coscienza; che pensano alla bolla in un modo e ne parlano apertamente in un altro. Tremano, coloro che non dovrebbero cedere a nessuna paura del mondo: tremano per paura di perdere i loro beni temporali, l’onore del mondo o le loro vite.”
- La bolla aveva lanciato su re Ladislao e sui suoi seguaci la maledizione della distruzione fino alla terza generazione. A questo Huss obiettò che essa [*bolla] era “in contraddizione con Ezechiele 18:20, nella quale anche definisce Ladislao e i suoi seguaci bestemmiatori ed eretici, sebbene ciò non risulti manifesto da alcun processo a cui sia stato sottoposto; e nonostante i suoi sudditi siano inclusi, povera debole gente, uomini e donne, che agiscono sotto costrizione”.
- Si ricorderà che la bolla concedeva “piena indulgenza” a tutti coloro che prendevano parte alla crociata del papa; e che questa indulgenza era estesa a coloro che, non partecipando alla crociata, avrebbero contribuito con la somma di denaro che sarebbe stata spesa se vi fossero andati. Questo fu citato da Huss. Poi ripeté la sua definizione di indulgenza, che “denota il perdono dei peccati”, e concluse: “Su questo punto chi è cieco può giudicare se il perdono dei peccati non venga concesso a titolo di pagamento in denaro. Non è questa vera simonia?”
- Huss citò poi testualmente dalla bolla il seguente passo:
“Per il potere apostolico a me affidato, ti assolvo da tutti i peccati che, a Dio e a me, hai confessato sinceramente e per i quali hai fatto penitenza. Se, non potendo partecipare personalmente a questa impresa, agirai secondo le mie direttive e quelle degli altri commissari, fornendo mezzi e aiuti per questa causa, e se avrai fatto tutto secondo le tue capacità, ti concedo il perdono più perfetto di tutti i tuoi peccati, sia per la colpa che per la punizione, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.” [488]
- A questo proposito, egli disse: “È la stessa cosa concedere il perdono di tutti i peccati e impartire lo Spirito Santo; entrambi presuppongono il potere divino. E per un peccatore pretendere di impartire lo Spirito Santo è una presunzione troppo enorme. Solo Cristo, sul quale la colomba celeste discese come simbolo dello Spirito Santo, può conferire il battesimo dello Spirito. Dio non concede il perdono dei peccati a nessuno se non a coloro che Egli ha prima reso idonei a riceverlo. Poiché quindi un cristiano può rendere un’altra persona idonea, solo lavorando per questo con la preghiera o la predicazione, o contribuendovi attraverso i propri meriti, è evidente che l’essere resi idonei da Dio deve precedere il perdono. Si può dire che questa non è altro che ‘un’indulgenza condizionale, concessa veramente ai contriti, e quindi agli eletti’. Questo è un sofismo. In tal caso non ci sarebbe bisogno di indulgenza. Così si potrebbe dire di chiunque che “supponendo che fosse di essenza divina, sarebbe davvero Dio”.
- Notò poi un’altra “sofisticata pretesa: che ‘il vero obiettivo del papa non è né più né meno di questo: governare la Chiesa di Cristo in pace e tranquillità; ma per raggiungere questo obiettivo, deve resistere ai suoi avversari'”. Al che Huss rispose: “Il papa non può ingannare Dio. Dio sa perfettamente a cosa mira il cuore del papa: il suo scopo principale, implicito o esplicito. Se colui che imita la povertà di Cristo combatte per il governo mondano, commette un grave peccato di cui ogni uomo che lo sostiene è complice. Se il papa possiede davvero la pienezza del potere di concedere indulgenza a tutti, la carità cristiana non gli richiede altro che mostrare questa gentilezza a tutti allo stesso modo”.
- Huss attaccò poi gli effetti dannosi prodotti da queste indulgenze: “L’uomo stolto e ricco viene tradito da una falsa speranza; la legge di Dio viene disprezzata; la gente rozza si abbandona più liberamente al peccato; i peccati gravi vengono considerati con leggerezza; e, in generale, il popolo viene derubato dei propri beni. Lungi, quindi, daifedeli l’avere a che fare con tali indulgenze! Quanto al fondo comune di tutte le buone opere nella Chiesa, che deve essere distribuito dal papa, gli individui partecipano a questo fondo comune solo in proporzione a quanto sono qualificati a parteciparvi per la loro carità. Ma non è in potere del papa: appartiene solo a Dio determinare il maggiore o minore grado di carità negli individui, poiché fare ciò presuppone un potere infinito: dipende dal beneplacito di Dio. Pertanto, non è in potere del papa dare a qualcuno una partecipazione all’intercessione della comunità della santa Chiesa, e di conseguenza è assurdo che egli si attribuisca un simile potere, dal momento che il papa stesso dovrebbe, con Davide, dire umilmente: “Fammi, o Dio, compagno di tutti coloro che ti temono e di coloro che osservano i tuoi precetti”. Invece di impartire tale comunione spirituale con tutti i buoni nella Chiesa, il cristiano viva una vita retta, seguendo Cristo, suo capo, in ogni virtù, e specialmente nell’umiltà e nella pazienza; e poi faccia affidamento sulla partecipazione ai Suoi meriti, nella misura in cui Dio glielo concederà. Sicuramente, se persevera in questo modo fino alla fine, otterrà il perdono più completo dei suoi peccati; e, man mano che la sua vita si conforma all’esempio di Cristo, nella stessa misura condividerà la Sua misericordia e la gloria dei beati”.
- “Dai proclami dei commissari per la concessione delle indulgenze, è evidente che il loro unico obiettivo è quello di estorcere denaro al popolo. Non si trova nella Scrittura un esempio di un sant’uomo che dica a qualcuno: ‘Ti ho perdonato i tuoi peccati; ti assolvo’. Né si trova nessuno che abbia assolto da pena o colpa per un certo numero di giorni. La facoltà teologica che afferma che ‘centinaia di anni fa’ i santi padri istituirono le indulgenze, si è guardata bene dall’esprimersi in modo più definito e dal dire: ‘mille anni’, ‘duecento o trecento’, o qualsiasi altro numero specifico di secoli fa. Né ha osato nominare nessuno di questi santi padri. Non ammetterò che la sentenza del papa sia finale e definitiva. Cristo è il supremo espositore della Sua legge, sia con le Sue parole che con le Sue azioni; ed Egli è sempre con i Suoi fedeli, secondo la Sua promessa di essere con loro fino alla fine del mondo”. [489]
- “Contesto la posizione secondo cui, quando la grande massa del clero, dei monaci e dei laici ha approvato le bolle papali, sarebbe ‘sciocco contraddire una maggioranza così ampia’”. Con lo stesso tipo di ragionamento, qualsiasi cosa potrebbe essere giustificata, per quanto malvagia e vile, a patto che fosse approvata dalla maggioranza! E qualsiasi cosa condannata, per quanto vera e buona, solo se sanzionata dalla maggioranza! In Geremia 8:10 è scritto che ognuno, dal più piccolo al più grande, era dedito all’avidità: dal profeta fino al sacerdote, tutti agivano con falsità. Secondo questo principio, fu una follia da parte del profeta contraddire una così vasta moltitudine! Pertanto, è consuetudine dei saggi, ogni volta che sorgono difficoltà riguardo a una qualsiasi verità, ponendola in discussione, considerare, prima di tutto, ciò che la fede della Sacra Scrittura insegna sul punto in questione; e, tutto ciò che può essere così determinato, che essi ritengono saldo come questione di fede. Ma se la Sacra Scrittura non decide né da una parte né dall’altra, lasciano perdere l’argomento, come se non li riguardasse, e cessano di discutere se la verità stia da questa o quella parte.”
- Dopo che Huss ebbe terminato il suo discorso, “il suo amico Girolamo si fece avanti e pronunciò un discorso entusiasta, che accese il più grande entusiasmo nei cuori dei giovani. La sera fu scortato a casa, in trionfo, da grandi schiere di studenti. L’eccitazione prodotta dagli eventi di quel giorno si diffuse ulteriormente e, come di solito accade quando si dà l’impulso a un grande movimento, per quanto puro e ineccepibile all’inizio, non è più in potere di coloro, che lo hanno iniziato, controllarlo e mantenerlo entro i limiti; presto subentrano passioni violente che, con i loro ardenti roghi, viziano la purezza dell’inizio. Così accadde in questa occasione.” Sotto la guida di uno dei cortigiani del re, “fu allestita una finta processione. Le bolle papali, appese al collo di alcune donne indecorose, furono portate in mezzo a una vasta folla di persone, attraverso i quartieri principali della città. Il carro che trasportava le donne era circondato da uomini armati del partito, che gridavano: “Al rogo con le lettere di un eretico e di un mascalzone”. In questo modo, le bolle furono infine trasportate al Pranger, dove era stata eretta una catasta di fascine, su cui furono adagiate e bruciate.
- “Questo voleva solo essere una parodia del rogo dei libri di Wycliffe di due anni prima.” Tuttavia, Huss espresse chiaramente la sua disapprovazione per un simile comportamento da parte di chiunque professasse di appartenere al suo partito, ma la cui vita non corrispondesse alle dottrine che sosteneva. Naturalmente, la responsabilità principale era sua. Ma disse: “Spero, per grazia di Dio, di essere un cristiano, senza allontanarmi in alcun modo dalla fede, e che preferirei subire una morte orribile piuttosto che affermare qualcosa di contrario alla fede o trasgredire i comandamenti di nostro Signore Gesù Cristo. E lo stesso spero anche per molti dei miei seguaci, sebbene osservi con profondo dolore che alcuni di loro sono biasimevoli nella loro morale. Mi dispiacerebbe se qualcuno del mio partito bollasse il suo avversario come eretico, o lo definisse maomettano, o lo ridicolizzasse o lo attaccasse in qualsiasi altro modo che implichi un disprezzo per la legge dell’amore.” [490]
- Il re “convocò attorno a sé i signori del consiglio e gli anziani delle comunità di tutte e tre le città da cui era sorta la grande capitale, e ordinò loro di proibire per il futuro ogni insulto pubblico al papa, così come ogni resistenza pubblica alle bolle papali, pena la morte; e di prestare la massima attenzione affinché si evitassero ogni occasione di agitazione da entrambe le parti. Questo editto reale fu proclamato da un araldo in tutta la città, come monito per tutti. È probabile, tuttavia, che il re, dopotutto, non fosse così sollecito che queste misure fossero rigorosamente eseguite in tutta la loro portata; né è chiaro che avesse abbastanza potere per farle rispettare. L’organizzazione della finta processione contro la bolla, di cui abbiamo appena parlato, mantenne comunque i suoi rapporti con il re.
- “Nessun potere terreno poteva impedire a Huss di adempiere alla sua vocazione di predicatore del vangelo, o dal dire alla sua congregazione qualsiasi cosa il suo dovere di predicatore e curatore d’anime gli imponesse di dire. Non poteva tacere sugli errori connessi all’argomento delle indulgenze: doveva sottolineare il grande pericolo a cui la fiducia nelle indulgenze, come aveva già dimostrato nella sua pubblica disputa, esponeva le anime del popolo. La regina Sofia non aveva ancora cessato di frequentare la cappella di Huss, e questa nuova contesa non poteva che servire ad aumentare il numero dei suoi ascoltatori e il loro entusiasmo. La grande folla di nobili, cavalieri, uomini e donne di ogni rango e condizione sociale che si radunò attorno a Huss è descritta dai suoi oppositori; in particolare le migliaia di pie donne che erano chiamate Beghine, un soprannome simile al termine Pietisti in epoca successiva, e che era già stato applicato ai seguaci di Militz. Ora, quando i cuori dei laici, di uomini che appartenevano alla classe degli artigiani industriosi, tra i quali Huss aveva molti seguaci, furono conquistati dal potere della verità nei suoi sermoni, e poi, entrando nelle chiese, sentirono i venditori di indulgenze predicare con sfacciata sfrontatezza il valore della loro merce spirituale, in aperto oltraggio alla verità evangelica che avevano ascoltato nella cappella di Betlemme, non ci si poteva aspettare altro, soprattutto in uno stato di così grande eccitazione tra i giovani, che scene di violenza”.
- Il cortigiano del re, gli studenti e la folla da loro guidata, agirono senza dubbio in modo sciocco, ma, nel massimo dei casi, in modo innocuo. Ma ora il partito papale fece un passo in cui essi agirono in modo estremamente malvagio. “Un certo numero di sacerdoti, distribuiti tra le diverse chiese parrocchiali, erano impegnati, il 10 luglio [1412], a pubblicare le bolle papali e a invitare il popolo ad acquistare indulgenze. In questa occasione, tre giovani appartenenti alla classe degli artigiani comuni, di nome Giovanni, Martino e Stasek, facendosi avanti, gridarono a uno di questi predicatori: “Tu menti! Il maestro Huss ci ha insegnato di meglio. Sappiamo che è tutto falso”. Dopo un po’ furono catturati, condotti alla casa del consiglio e, il giorno dopo, in esecuzione dell’editto reale, condannati a morte. Huss, informato di ciò, sentì il dovere di intervenire e di cercare di salvare questi giovani, destinati a cadere vittime della verità evangelica che avevano udito dalle sue labbra e che ardeva nei loro cuori. [491]
- “Accompagnato da duemila studenti, si recò alla casa del consiglio. Chiese un’udienza per sé e per alcuni dei suoi seguaci. Finalmente gli fu permesso di comparire davanti al senato. Dichiarò di considerare la colpa di quei giovani come sua e che, quindi, lui molto più di loro meritava di morire. Essi gli promisero che non sarebbe stato sparso sangue e gli chiesero di placare i sentimenti eccitati degli altri. Sperando che mantenessero la parola data, lasciò la casa del consiglio insieme ai suoi seguaci. Ma alcune ore dopo, quando la folla si fu in gran parte dispersa, si azzardarono a procedere all’esecuzione della sentenza. Temendo la resistenza del partito hussita, i prigionieri furono condotti al luogo della morte sotto una nutrita scorta di soldati e, poiché nel frattempo la folla di spettatori accorreva in preda alla massima eccitazione, aumentava di momento in momento, affrettarono l’esecuzione e la terminarono prima ancora di arrivare al luogo designato. Ma i sostenitori di Huss non avevano alcuna intenzione di ricorrere alla violenza. Quando il boia, dopo aver terminato il suo lavoro, gridò: “Chi fa lo stesso si aspetti di subire la stessa sorte”, molti tra la folla esclamarono subito: “Siamo tutti pronti a fare lo stesso e a subire lo stesso”.
- “Questa esecuzione non poteva avere altro effetto che quello di accrescere l’eccitazione dei sentimenti e l’entusiasmo del popolo per la causa di Huss. Quei tre giovani sarebbero stati naturalmente considerati dal partito a cui appartenevano come martiri della verità. Sarebbe impossibile escogitare qualcosa di meglio per promuovere qualsiasi causa, buona o cattiva, che darle dei martiri. Molte, e in particolare le cosiddette Beghine di questo partito, di cui abbiamo parlato sopra, intingevano i loro fazzoletti nel sangue delle vittime e li conservavano come preziose reliquie. Una donna che assistette all’esecuzione offrì un lenzuolo bianco per avvolgere i cadaveri; e un altro individuo presente, Mastro von Jitzin, legato al partito di Huss, si affrettò con una compagnia di studenti a trasportare i corpi alla cappella di Betlemme. Portati lì come santi, con inni cantati e canti ad alta voce, furono sepolti tra grandi solennità, sotto La direzione di Huss. Questo evento diede nuova importanza alla cappella di Betlemme agli occhi del partito di Huss. La chiamarono cappella dei Tre Santi.
- “È certo che Huss si interessò vivamente alla morte di questi giovani. Pensava che potessero essere giustamente definiti martiri per la verità cristiana, come altri la cui memoria è conservata nella storia della Chiesa. Né vi era nulla in questo che potesse giustamente sottoporlo al minimo rimprovero. Certamente con i suoi sermoni contribuì ad alimentare l’entusiasmo con cui la memoria di questi testimoni per la verità era custodita tra il popolo. Ma poiché la voce pubblica, in tali tempi di tumulto, non è solita distinguere tra i diversi rappresentanti e le diverse parti assunte da ciascuno in una azione, ma è incline a far ricadere tutto sulle spalle di colui che risulta essere l’individuo più importante, così Huss fu presto indicato come la persona che guidò il corteo alla sepoltura dei tre giovani. Questo è riportato dall’abate di Dola. Di conseguenza, al Concilio di Costanza la colpa dell’intera vicenda venne gettata su Huss; ma egli non poteva negare, in verità, che il corteo fosse stato organizzato su suo incoraggiamento”.
- “Ma possiamo ascoltare ciò che Huss stesso dice riguardo a questi testimoni della verità, poiché le sue parole sono riportate nel suo libro De Ecclesia, scritto in un periodo un po’ più tardo. Dopo aver citato il passo di Daniele 11:33 [“E quelli che capiscono tra il popolo istruiranno molti: ma cadranno di spada, di fuoco, di prigionia e di saccheggio, per molti giorni”], egli osserva: ‘L’esperienza ci dà la giusta comprensione di queste parole, poiché persone rese colte dalla grazia di Dio, semplici laici e sacerdoti, molti istruiti dall’esempio di una buona vita, perché essi si sono opposti apertamente alla parola menzognera dell’anticristo, sono caduti sotto il taglio della spada; di costoro abbiamo un esempio in quei tre laici, Giovanni, Martino e Stasek che, poiché contraddissero i discepoli bugiardi dell’anticristo, caddero vittime della spada.” Poi, alludendo a ciò che accadde in seguito come conseguenza di questi tumulti, aggiunge: “Ma altri che rinunciarono alle loro vite per la verità, morirono da martiri, o furono imprigionati, e tuttavia non hanno rinnegato la verità di Cristo sacerdoti, laici e persino donne.” [492]
- “Dopo che questo primo sangue era stato versato, il partito persecutore ritenne inopportuno avventurarsi immediatamente in ulteriori azioni. Percepivano il pericolo di tentare di porre fine a questi tumulti con la forza. Avevano imparato dall’esperienza a quale altezza l’entusiasmo del popolo fosse già salito con la morte di quei tre giovani. Di conseguenza, gli altri prigionieri, che ora non aspettavano altro che il martirio, furono lasciati liberi. Il conflitto tra le due parti, che aveva diviso l’università sin dalla disputa sulle bolle papali relative all’indulgenza e alla crociata, continuava ancora e si faceva più violento: il partito più piccolo, [*era]composto da coloro che ora si dichiaravano contrari a tutte le dottrine wycliffite e favorevoli all’intero sistema dell’assolutismo papale, e il partito più grande [*era] composto da coloro che sposavano la causa della riforma, a capo del quale stava Huss”.
- “I primi avevano dalla loro parte tutti coloro che erano legati alla gerarchia e pensavano di poter contare anche sull’aiuto di re Venceslao, con cui, in effetti, si erano uniti nella difesa della bolla e che aveva emanato l’editto contro i suoi oppositori. Quegli otto dottori, a capo dei quali, a quel tempo, c’era Paletz, in qualità di decano, ritenevano di avere il diritto di presentarsi come rappresentanti della facoltà teologica. Ora essi si unirono nel condannare i quarantacinque articoli di Wycliffe, sebbene alcuni di loro li avessero già difesi in precedenza e, per questo, Huss li chiama i cancrisantes. Essi dichiararono ai prelati di essere d’accordo con loro nelle precedenti risoluzioni contro quegli articoli; e, con una condotta che a Huss sembrò un regresso, sebbene ai difensori della gerarchia non potesse apparire altro che un progresso, diedero loro la massima soddisfazione. Poi procedettero a condannare i quarantacinque articoli in una solenne sessione.
- “A queste proposizioni ne aggiunsero altre sei”, come segue:
“1. ‘Che è eretico chi giudica diversamente dalla Chiesa romana riguardo ai sacramenti e al potere spirituale delle chiavi’.
“2. ‘Che in questi giorni, supporre che il grande anticristo sia presente e governi, il quale, secondo la fede della Chiesa, e secondo la Sacra Scrittura e i santi dottori, apparirà alla fine del mondo, è dimostrato dall’esperienza essere un errore manifesto’.
“3. ‘Dire che le ordinanze dei santi padri e le lodevoli consuetudini della Chiesa non devono essere osservate, perché non sono contenute nella Sacra Scrittura, è un errore’.
“4. ‘Che le reliquie, le ossa dei santi, le vesti e gli abiti dei fedeli non devono essere venerati, è un errore’.
“5. ‘Che i sacerdoti non possano assolvere dai peccati e perdonare i peccati, quando, come ministri della Chiesa, amministrano e applicano i sacramenti della penitenza, ma che si limitino ad annunciare che il penitente è assolto, è un errore’.
“6. ‘Che il papa non possa, ove necessario, chiamare i fedeli o esigere contributi da loro per la difesa della Sede Apostolica, della Chiesa e della città di Roma, e per la coercizione e la sottomissione degli oppositori e dei nemici tra i cristiani, mentre concede ai fedeli che lealmente accorrono in soccorso, mostrano vera penitenza, hanno confessato e sono mortificati, il pieno perdono di tutti i peccati, è un errore’. [493]
- Questi otto dottori “come facoltà teologica” chiesero alla magistratura di Praga di ottenere il consenso del re affinché “l’insegnamento e la diffusione” dei quarantacinque articoli di Wycliffe fossero proibiti con un decreto reale. Dichiararono inoltre che “alcuni predicatori, a causa dei quali erano sorte violente insurrezioni, lotte e divisioni tra il popolo, dovevano essere messi a tacere”. Dissero che “questo era il modo per ristabilire la pace tra il popolo. Un mezzo astutamente escogitato, certo, per porre fine a ogni conflitto, per consentire a una sola parte di parlare e imporre il silenzio assoluto all’altra. Un tale editto doveva ora essere ottenuto dal re. Il re accolse solo una parte della richiesta. Emanò infatti un editto che proibiva la predicazione di quelle dottrine, pena l’esilio dal paese; allo stesso tempo, tuttavia, fece dire alla facoltà che avrebbero fatto meglio a impegnarsi a confutare quelle dottrine, piuttosto che cercare di sopprimerle con un editto proibitivo. Ma un editto di proibizione contro la predicazione di questo o quell’individuo era una cosa a cui non avrebbe mai acconsentito.”
- In risposta al re, la “facoltà teologica” disse che era impossibile per loro confutare quelle dottrine finché Huss si fosse rifiutato di esporre loro per iscritto ciò che aveva da obiettare contro le bolle. Quindi sia Huss che i suoi oppositori della facoltà furono convocati a comparire davanti al consiglio privato del re, e lì Huss citò per la prima volta Giovanni 18:20: “Gesù gli rispose [al sommo sacerdote]: Ho parlato apertamente al mondo; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove sempre si riuniscono gli ebrei; e in segreto non ho detto nulla.” Poi disse: “Ho parlato apertamente e ho insegnato nelle scuole e nel tempio di Betlemme, dove si riuniscono maestri, celibi, studenti e moltitudini di gente comune, e non ho detto nulla in segreto, con cui potessi cercare di allontanare gli uomini dalla verità. Allo stesso tempo, sono pronto a soddisfare la richiesta di questi dottori, a condizione che, come mi impegno a soffrire sul rogo, nel caso in cui potessi essere condannato per sostenere qualche dottrina errata, anche gli otto dottori, da parte loro, si impegnino collettivamente a soffrire allo stesso modo e alle stesse condizioni.”
- I dottori chiesero tempo per deliberare e si ritirarono. Poco dopo tornarono e dissero che uno di loro si sarebbe impegnato a garantire per tutti. Ma Huss non accettò, perché, disse, “sono tutti uniti contro di me, e io mi oppongo a loro senza alleati; questo non sarebbe giusto”. Ma i dottori non acconsentirono; e il consiglio privato, vedendo che non c’era speranza di accordo sulle modalità per l’esame dei punti controversi, li congedò tutti, dopo averli ammoniti a cercare di risolvere la questione tra loro: “un’ammonizione che, nel loro attuale stato di esasperazione, sarebbe passata inosservata, e che intendeva, forse, semplicemente far capire che il consiglio non avrebbe più avuto nulla a che fare con la questione”. [494]
- Durante questi eventi a Praga, il papa aveva nuovamente tolto il caso di Huss dalle mani del cardinale a cui era stato affidato per ultimo e lo aveva deferito a un altro cardinale, incaricandolo di “impiegare le misure più severe contro il ricusante”. E ora i nemici di Huss a Praga, vedendo il loro potere frustrato, inviarono un agente al papa per riferire al terribile Giovanni XXIII che Huss si era opposto alle sue bolle e alle sue indulgenze e che era quindi “un uomo pericoloso, ostile al papato”. “Il cardinale ora pronunciò la sentenza di scomunica contro Huss, con le formule più terribili. Se avesse persistito per venti giorni nella sua disobbedienza al papa, il bando sarebbe stato proclamato contro di lui in tutte le chiese, la domenica e nei giorni festivi, con il suono di tutte le campane e lo spegnimento di tutti i ceri, e la stessa punizione sarebbe stata estesa a tutti coloro che si fossero uniti a lui. L’interdetto sarebbe stato imposto a ogni luogo che lo ospitasse. Con una seconda ordinanza del papa, il popolo di Praga fu invitato a catturare la persona di Huss e a consegnarlo all’arcivescovo di Praga o al vescovo di Leitomysl, oppure a condannarlo e bruciarlo secondo le leggi. La cappella di Betlemme sarebbe stata distrutta dalle fondamenta, affinché gli eretici non potessero più annidarsi lì.”
- Il re ora rimase immobile, senza offrire alcun divieto alla pubblicazione di queste ordinanze contro Huss; allo stesso tempo, non fece nulla per accelerare la loro attuazione. Questo, tuttavia, fu sufficiente per i nemici di Huss. Con il consenso dei senatori della città vecchia di Praga, si riunirono per la festa di consacrazione della chiesa di Praga, il 2 ottobre, sotto la guida di Bernhard Chotek, un boemo, allo scopo di disperdere la congregazione nella cappella di Betlemme e impossessarsi della persona di Huss. Ma la ferma risoluzione con cui furono accolti dalla congregazione che si era radunata attorno a Huss, li indusse ad abbandonare il loro piano. Tornarono al Senato, dove si decise di eseguire almeno l’ordine del papa di distruggere la cappella di Betlemme. Ma quando questa decisione fu resa nota, scoppiarono tumulti così violenti che si ritenne necessario abbandonare anche questo progetto”.
- Da parte di Huss, il suo procuratore, che aveva presentato il suo caso davanti al papa, pubblicò una prova per dimostrare che tutto ciò che era stato fatto nel processo contro Huss era invalido. Huss stesso “fece incidere sulle pareti della cappella di Betlemme alcune parole, dimostrando l’invalidità di tale scomunica. E infine, quando non gli rimase altro rimedio terreno, si appellò alla venalità del tribunale di Roma, all’unico Giudice incorruttibile, giusto e infallibile, Gesù Cristo. Dopo aver descritto gli sforzi che si era prodigato per ottenere giustizia presso la cancelleria romana, egli dice: ‘Ma il tribunale romano, che non si cura delle pecore senza lana, non cessava mai di chiedere denaro, perciò ho finalmente fatto appello da esso al giustissimo Giudice e Sommo Sacerdote di tutti’. Pubblicò questo appello alla sua congregazione dal pulpito della cappella di Betlemme”.
- Eppure questo appello fu considerato dai suoi nemici a Praga, e dal papato stesso, come l’offesa più grave di tutte. “È la caratteristica dei tempi che questo atto gli venga contestato come uno sprezzante gioco di prestigio nei confronti della giurisdizione della Chiesa, come un atto insolente di disobbedienza al papa e un’intrusione nell’ordine regolare dei tribunali ecclesiastici. L’abate di Dola dice, nella sua invettiva contro Huss: ‘Dimmi, allora, chi ha accettato il tuo appello? Da chi hai ottenuto la liberazione dalla giurisdizione delle autorità subordinate? Non diresti dai laici e dalle tue figlie, le Beghine.'” Il clero di Praga prestò piena obbedienza al papa e pubblicò la scomunica e l’interdetto con tutta la solenne cerimonia possibile. “Da tutti i pulpiti che pubblicarono il bando contro Huss osservarono rigorosamente l’interdetto; non furono amministrati sacramenti; non fu permessa alcuna sepoltura ecclesiastica. Un tale stato di cose, come sempre, avrebbe provocato i più violenti disordini tra il popolo.” L’arcivescovo di Praga, esausto per gli intrighi, le contese e la confusione, si dimise alla fine dell’anno 1412. Il suo successore fu “uno zelante sostenitore della gerarchia e più incline a misure severe a sostegno di quanto lo fosse stato il suo predecessore”. [495]
- Il re ora esortò Huss a lasciare Praga per un certo periodo, nell’interesse della pace. Huss acconsentì, ma non ci fu pace, perché l’opposizione non voleva pace. Continuarono a fomentare costantemente la questione, riconducendola sempre alle “erronee dottrine di Wycliffe”. Il re, constatando che l’assenza di Hus da Praga non aveva portato la pace, si rivolse al partito papale, con la speranza di ottenerla. Già
prima del Natale del 1412 si era riunito a Praga “il collegio degli antichi nobili del paese, allo scopo di consigliare sul ripristino della pace e sul salvataggio del buon nome del popolo boemo, in terre straniere”. Si decise quindi di convocare “un sinodo nazionale” per lo stesso scopo, davanti al quale sarebbero comparsi i leader dei due partiti. Inizialmente si decise di tenere questo sinodo in una piccola città fuori Praga, in modo che Huss potesse essere presente. Ma alla fine si tenne a Praga, e Huss non poté essere presente. Fu però rappresentato dal suo procuratore, che lesse il memoriale di Huss. La facoltà teologica degli otto dottori era guidata da Stefano di Paletz e Stanislao di Znaim, sostenuti dall’arcivescovo Giovanni il Ferro di Leitomysl.
- “La facoltà teologica ricondusse tutto lo scisma alla difesa delle quarantacinque dottrine erronee di Wycliffe, e insistette affinché la loro condanna fosse rigorosamente osservata e che la decisione della Chiesa di Roma fosse sostenuta in ogni punto. La Chiesa, secondo loro [*della facoltà teologica], era il papa come capo e il collegio dei cardinali come corpo. Trovarono errori, soprattutto nelle dottrine ampiamente diffuse sul potere delle chiavi conferito alla Chiesa; errori riguardanti la gerarchia; riguardanti i sette sacramenti; riguardanti la venerazione delle reliquie e riguardanti l’indulgenza. Attribuirono tutti questi errori a un’unica causa: che il partito [*di Huss] non ammetteva altra autorità che le Sacre Scritture, spiegate nel loro giudizio e in contrasto con la dottrina della Chiesa e dell’intera cristianità. D’altra parte essi, si consideravano come il popolo unico in possesso della verità, in quanto concordavano con la dottrina della Chiesa di Roma e dell’intera cristianità. Richiedevano in tutte le questioni di per sé indifferenti, tra cui erano da annoverare le recenti ordinanze del papa e il processo contro Huss, la sottomissione incondizionata alla Chiesa romana. La disobbedienza di Huss e del suo partito agli ordini dei loro superiori era considerata, per loro, il crimine più grave. L’interdetto doveva essere rigorosamente osservato; l’ordine che proibiva a Huss di predicare doveva rimanere in pieno vigore. Sostenevano che, poiché il procedimento contro Huss era stato accettato dall’intero corpo del clero di Praga, e loro si erano sottomessi ad esso, tutti avrebbero dovuto fare lo stesso, soprattutto perché riguardava solo questioni di per sé indifferenti, non proibiva nulla di buono e non comandava nulla di sbagliato; e non era compito del clero di Praga giudicare se il bando pronunciato contro Giovanni Huss fosse giusto o ingiusto. Richiedevano una punizione severa per aver pubblicamente sostenuto una qualsiasi di quelle cose che dal loro particolare punto di vista chiamavano eresia. Tre proposte poiché la pace, quindi, non mirava ad altro che alla totale soppressione dell’altra parte e al trionfo della propria. [496]
- Huss, d’altra parte, iniziò stabilendo il principio che solo le Sacre Scritture dovessero valere come autorità definitiva; non si poteva pretendere obbedienza a ciò che fosse in contrasto con il loro insegnamento. Rispondendo alla sfida dell’obbedienza all’interdetto e al bando, disse: “Sarebbe come sostenere che, poiché la sentenza che dichiarava Cristo traditore, malfattore e degno di morte era stata approvata dal corpo
collettivo dei sacerdoti di Gerusalemme, allora quella sentenza doveva essere accettata”. Considerando la questione da questo punto di vista, non era consapevole di alcuna eresia, né vedeva alcun motivo per affermare che esistessero eresie in Boemia. Chiese, quindi, che si tornasse al precedente pattoconcluso sotto l’arcivescovo Zbynek. Dichiarò di essere pronto a discolparsi dall’accusa di eresia contro chiunque, oppure a morire sul rogo, a condizione che anche i suoi accusatori si impegnassero alle stesse condizioni. Chiunque si assumesse la responsabilità di accusare un altro di eresia, sarebbe stato tenuto a farsi avanti e a prendere questo impegno. Ma se non si fosse trovato nessuno in grado di farlo, allora si sarebbe dovuto proclamare nuovamente che l’eresia non esisteva in Boemia”.
- A questo comitato, quando si riunirono in sessione ordinaria, “uno degli amici più zelanti di Huss, il maestro Jacobello di Meis, presentò una risoluzione” secondo cui “se la questione ora in questione riguarda il ripristino della pace, si dovrebbe prima stabilire cosa si intenda per pace, se pace con il mondo o con Dio. La pace con Dio dipende dall’osservanza dei comandamenti divini. L’origine del conflitto è questa: i tentativi di alcuni di ripristinare la pace di Dio incontrano una resistenza del genere empia e violenta da parte di altri. Eppure la pace del mondo senza la pace cristiana e divina è tanto instabile quanto inutile. Lasciate che il re si concentri prima sulla pace di Dio, e la pace seguirà da sola.
- L’arcivescovo Giovanni il Ferro approvò le proposte del partito papale e si dichiarò fermamente contro quelle del partito di Huss. Consigliò che tutti gli scritti in lingua volgare boema, relativi ad argomenti religiosi, scritti che avevano contribuito in modo particolare alla diffusione dell’eresia, fossero condannati e la loro lettura vietata. Lo scopo, quindi, della convocazione di questo sinodo non fu in alcun modo raggiunto: la pace non era più vicina di prima, e l’assemblea si sciolse.
107 Il re fece un ulteriore tentativo. Nominò una commissione di quattro persone, a cui “diede il potere di prendere ogni misura necessaria per il ripristino della concordia e della tranquillità. Si spinsero fino al punto di obbligare le due parti a impegnarsi, sotto pena di una confisca pecuniaria e dell’esilio dal paese, ad attenersi alla decisione di questa commissione”. Ma non appena tentarono di formulare articoli di accordo, tutto tornò a essere confusione. La loro prima proposta doveva essere un’espressione dell'”accordo delle due parti con la fede della Chiesa sulla questione dei santi sacramenti e dell’autorità della Chiesa”. Ma a questo Paletz obiettò che la causa che lui e la facoltà stavano difendendo era la causa della Chiesa stessa, e non la causa di unpartito. Affermò che l’opposizione era il partito, mentre loro erano la Chiesa; e che “non avrebbe mai potuto ammettere che lui e i suoi dovessero essere definiti un semplice partito“. Paletz quindi diede la sua definizione della Chiesa: “Per Chiesa si deve intendere il corpo dei cardinali sotto il papa come loro capo”. [497]
- Il rappresentante di Huss cedette alla richiesta del comitato, che il partito di Huss concordasse con la Chiesa e accettasse le decisioni della Chiesa, “come ogni fedele cristiano dovrebbe accettarle e comprenderle“. Paletz e Znaim insistettero sul fatto che questo fosse solo un pretesto per nascondere discordia e disobbedienza. La questione fu dibattuta per due giorni. Il terzo giorno Paletz e i suoi compagni non si presentarono e accusarono il comitato di “debolezza e parzialità”. Il re ora ritenne coloro che avevano protestato e ostacolato il compromesso come “i promotori dello scisma, essendo infedeli all’impegno con cui si erano impegnati a sottomettersi alla decisione del comitato; e li privò dei loro incarichi e li bandì dal paese”.
- Per tutto questo tempo, Huss stesso godette di pace, trascorrendo tranquillamente il suo tempo nei castelli dei suoi amici, dove era sempre accolto con gioia. Lì si dedicò allo studio delle Scritture e alla revisione delle grandi questioni controverse. La questione di “Che cos’è la Chiesa”, che era stata ora portata in crisi da Paletz davanti a questo comitato, fu ripresa e scritta da Huss in questo periodo di ritiro. Questo scritto si intitola “In merito alla Chiesa” ed è “la più importante di tutte le sue opere”, non solo in sé, ma anche per il fatto ulteriore che è “quello a cui ci si è appellati principalmente nel condurre il processo contro di lui che lo portò al rogo” al Concilio di Costanza. I punti principali di questo scritto saranno esposti di seguito.
- “Dobbiamo considerare il corpo clericale come composto da due fazioni: il clero di Cristo e quello dell’anticristo. Il clero cristiano si appoggia a Cristo come sua guida e alla sua legge. Il clero dell’anticristo si appoggia per la maggior parte, o interamente, alle leggi umane e alle leggi dell’anticristo; e tuttavia finge di essere il clero di Cristo e della Chiesa, in modo da sedurre il popolo con un’ipocrisia più subdola. E due fazioni così direttamente contrapposte devono necessariamente essere governate da due capi opposti con le loro leggi corrispondenti”.
- Citando le parole di Cristo: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, egli afferma: “Là, quindi, ci sarebbe una vera Chiesa particolare e, di conseguenza, dove tre o quattro sono riuniti, fino all’intero numero degli eletti; ed in questo senso il termine Chiesa è spesso usato nel Nuovo Testamento. Così tutti i giusti che ora, nell’arcivescovado di Praga, vivono sotto il regno di Cristo, e in particolare gli eletti, sono la vera Chiesa di Praga [*ironico!]. Possiamo ben stupirci nel vedere con quale sfrontatezza coloro che sono più devoti al mondo, che vivono vite più mondane e abominevoli, più distanti dal cammino con Cristo e che sono più infruttuosi nell’adempiere i consigli e i comandamenti di Cristo, con quale intrepida sfrontatezza tali persone affermano di essere capi o membri eminenti della Chiesa, che è la Sua sposa”.
- “Solo Cristo è il Capo onnipotente della Chiesa. La Chiesa non ha bisogno di altri, e in ciò consiste la sua unità. Se un cristiano in relazione a Cristo fosse il capo della Chiesa universale, dovremmo ammettere che tale cristiano fosse Cristo stesso, oppure che Cristo fosse subordinato a lui, e solo un membro della Chiesa. Pertanto, gli apostoli non pensarono mai di essere altro che servi di quel Capo e umili ministri della Chiesa, Sua sposa; ma nessuno di loro pensò mai di escludere se stesso e di affermare di essere lui il capo o lo sposo della Chiesa. Cristo è il Capo onnipotente della Chiesa; come Egli dimostrò durante i trecento anni di esistenza della Chiesa, e anche più a lungo, periodo in cui la Chiesa fu più prospera e felice. La legge di Cristo è la più efficace per decidere e determinare gli affari ecclesiastici, poiché Dio stesso l’ha data a questo scopo. Cristo stesso è la Roccia che Pietro professò e sulla quale Cristo fondò la Chiesa, che, pertanto, uscirà trionfante da tutti i suoi conflitti”. [498]
- “Il papa e i cardinali possono essere la parte più eminente della Chiesa in termini di dignità, ma solo se seguono più attentamente l’esempio di Cristo e, deponendo la pompa e l’ambizione del primato, servono in modo più attivo e umile la loro madre, la Chiesa. Ma procedendo in modo opposto, divengono l’abominio della desolazione: un collegio opposto all’umile collegio degli apostoli di nostro Signore Gesù Cristo. Perché Cristo, che nella Santa Cena concede ai credenti il privilegio di partecipare in modo sacramentale e spirituale a se stesso, non dovrebbe essere più presente alla Chiesa del papa, che, vivendo a una distanza di oltre ottocento miglia dalla Boemia, non può da solo agire direttamente sui sentimenti e sui movimenti dei fedeli in Boemia, come spetta al capo fare! Basterebbe, quindi, dire che il papa è un rappresentante di Cristo, e sarebbe un bene per lui se fosse un fedele servitore, predestinato a partecipare alla gloria del suo Capo: Gesù Cristo”.
- “Il papato, per mezzo del quale fu dato un capo visibile alla Chiesa, trasse origine dall’imperatore Costantino; poiché, fino al dono di Costantino, il papa non era altro che un collega degli altri vescovi. Se Dio Onnipotente non poteva dare altri veri successori degli apostoli oltre al papa e ai cardinali, ne conseguirebbe che il potere dell’imperatore, un semplice uomo, per mezzo del quale furono costituiti il papa e i cardinali, aveva posto dei limiti al potere di Dio. Poiché, quindi, Dio Onnipotente è in grado di togliere le prerogative a tutti quegli imperatori e di riportare la Sua Chiesa ancora una volta alla condizione in cui tutti i vescovi saranno allo stesso livello, come era prima del dono di Costantino, è evidente che Egli può dare altri oltre al papa e ai cardinali, come veri successori degli apostoli, così da servire la Chiesa come gli apostoli la servirono”.
- “È evidente che i più grandi errori e le più grandi divisioni sono sorti a causa di questo capo [visibile] della Chiesa, e che hanno continuato a moltiplicarsi fino ad oggi. Infatti, prima che un tale capo fosse istituito dall’imperatore, la Chiesa accresceva costantemente le sue virtù; ma dopo la nomina di un tale capo, i mali sono aumentati continuamente. E non ci sarà fine a tutto questo, finché questo capo, con il suo corpo, non sarà riportato al governo degli apostoli. Cristo può governare meglio la Sua Chiesa tramite i Suoi veri discepoli sparsi per tutto il mondo, senza tali mostri di capi supremi.
La facoltà teologica ha definito il papa ‘il rifugio sicuro, infallibile e pienamente sufficiente per la Sua Chiesa’. Nessun essere creato può ricoprire questo ruolo. Questo linguaggio può essere applicato solo a Cristo. Lui solo è il rifugio sicuro, infallibile e pienamente sufficiente per la Sua Chiesa, per guidarla e illuminarla. ‘Senza di me non potete far nulla’. Giovanni 15,5”. [499]
- “Non danneggia la Chiesa, ma le giova, che Cristo non le sia più presente in modo visibile, poiché Egli stesso dice ai Suoi discepoli, e quindi a tutti i loro successori (Giovanni 16:7): ‘È bene per voi che io me ne vada; perché se non me ne andassi, il Consolatore non verrebbe a voi; ma se me ne vado, ve lo manderò’. Da ciò è evidente, come attesta la verità stessa, che è salutare per la Chiesa militante che Cristo ascendesse da essa al cielo, affinché la Sua più prolungata presenza corporea e visibile sulla terra non le fosse pregiudizievole. Pertanto, la Chiesa è sufficientemente provvista della guida invisibile e non ha bisogno di alcuna guida visibile da cui dipendere. Supponiamo, quindi, che il papa che cammina visibilmente tra gli uomini fosse un maestro altrettanto valido quanto lo Spirito di Verità promesso, per il quale non è necessario correre a Roma o a Gerusalemme, poiché è presente ovunque, in quanto riempie il mondo [anche in tal caso, un tale capo visibile non sarebbe “buono” per la Chiesa]. Supponiamo anche che il papa fosse un rifugio altrettanto sicuro, infallibile e onnipotente per tutti i figli della Chiesa quanto quello Spirito Santo; ne conseguirebbe che supporreste una quarta persona nella divina Trinità”.
- “Questo Spirito, in assenza di un papa visibile, ispirò i profeti a predire il futuro sposo della Chiesa, rafforzò gli apostoli nel diffondere il Vangelo di Cristo in tutto il mondo, condusse gli idolatri all’adorazione di un solo Dio e non cessa, nemmeno fino ad ora, di istruire la sposa e tutti i suoi figli, di renderli certi di ogni cosa e di guidarli in tutto ciò che è necessario per la salvezza. Come gli apostoli e i sacerdoti di Cristo hanno abilmente diretto gli affari della Chiesa in tutto ciò che è necessario per la salvezza, prima ancora che l’ufficio del papa fosse stato introdotto, così lo faranno di nuovo se dovesse accadere, è del tutto possibile che non esista alcun papa, fino al giorno del giudizio, poiché Cristo è in grado di governare la Sua Chiesa nel modo migliore, tramite i Suoi fedeli presbiteri, senza un papa. I cardinali, impegnati in affari mondani, non possono insegnare e guidare, con i sermoni, negli articoli di fede e nei precetti del Signore, i membri della Chiesa universale e del nostro Signore Gesù Cristo. Ma i poveri e umili sacerdoti di Cristo, che hanno eliminato dai loro cuori ogni ambizione e ogni empietà del mondo, essendo essi stessi guidati dalla grazia del nostro Signore Gesù Cristo, insegnano e guidano i figli della Chiesa, vivificati dalla grazia dello Spirito Santo, e danno loro certezza negli articoli di fede e nei precetti necessari alla salvezza. La Chiesa ha tutto ciò di cui ha bisogno nella guida dello Spirito Santo e non dovrebbe richiedere altro: nient’altro può sostituirlo”.
- Stanislao di Znaim aveva affermato che la Chiesa non avrebbe potuto essere lasciata da Cristo senza un capo visibile; poiché ciò l’avrebbe lasciata in una condizione di troppo grande imbarazzo. A questo Huss rispose: “Lungi dai nostri cuori esprimere un sentimento così eretico. Perché contraddice direttamente le dichiarazioni del Vangelo. Come può la Chiesa essere imbarazzata quando ha lo Sposo con sé fino alla fine del mondo? Quando ha una consolazione sicura e una promessa infallibile: la promessa delle parole stesse di Cristo che, se chiediamo qualcosa al Padre nel Suo nome, Egli ce la darà? E qualunque cosa chiediate allo Sposo, Egli la farà. Da nessun papa essa può ottenere questo.”
- È interessante notare che Militz, Mattia di Janow e Huss insegnarono tutti che negli ultimi giorni dell’anticristo e della Chiesa, il potere di compiere prodigi visibili con gli occhi si sarebbe manifestato da parte dell’anticristo, piuttosto che da parte di Cristo. Come affermato da Huss, questa visione è la seguente: “L’Anticristo avrà il potere di ingannare con i prodigi. (2 Tessalonicesi 2:9; Apocalisse 13:13,14; 16:13,14). Negli ultimi tempi, i miracoli dovranno essere limitati. Essa [la Chiesa di Cristo] dovrà procedere solo nella forma di una serva: dovrà essere messa alla prova con la pazienza. (Matteo 24:13; Luca 21:19; Apocalisse 14:12). I prodigi bugiardi dei servi dell’anticristo dovranno servire alla prova della fede. (Amos 8:12). Per il suo potere intrinseco, la fede si preserverà negli eletti, superiore a tutte le arti dell’inganno. La profezia è avvolta nell’oscurità; il dono della guarigione rimosso; il potere del digiuno lungo e prolungato diminuito; la parola della dottrina tace, i miracoli sono trattenuti. Non che la divina provvidenza sospenda completamente queste cose; ma esse non devono essere viste apertamente e in grande varietà, come nei tempi precedenti”. [500]
- “Tutto questo, tuttavia, è così ordinato da una meravigliosa disposizione della divina provvidenza, che la misericordia e la giustizia di Dio possano essere rivelate proprio in questo modo. Mentre infatti la Chiesa di Cristo, dopo la soppressione dei suoi doni miracolosi, deve apparire in maggiore umiltà, e i giusti, che la venerano per la speranza dei beni celesti, non per i segni visibili, mancano alla loro ricompensa in questa vita terrena, ci sarà d’altra parte una più rapida manifestazione della natura dei malvagi che, disdegnando di perseguire le cose invisibili che la Chiesa promette, si aggrappano saldamente ai segni visibili”.
- “Questa forma di servitore della vera Chiesa, in cui il potere dell’invisibile simile a Dio è tutto ciò che attrae, in contrasto con l’abbondanza di prodigi bugiardi nella Chiesa mondana dell’anticristo, che appare nella gloria visibile, serve come mezzo per separare gli eletti dai reprobi. Gli eletti devono passare attraverso questa prova per far emergere il loro carattere genuino: i reprobi devono essere ingannati secondo il giusto giudizio di Dio. Pertanto, in questi tempi, sono piuttosto i servi dell’anticristo, che i servi di Cristo, a farsi riconoscere attraverso i prodigi. È un miracolo più grande confessare la verità e praticare la giustizia, che compiere opere meravigliose per i sensi esteriori. Il
sacerdote o il diacono che ama i suoi nemici, disprezza le ricchezze, stima come nulla la gloria di questo mondo, evita di invischiarsi negli affari mondani e sopporta pazientemente terribili minacce, persino persecuzioni, per amore del Vangelo: un tale sacerdote o un diacono compie miracoli e ha dentro di sé la testimonianza di essere un autentico discepolo di Cristo.
- Il Concilio di Costanza si stava avvicinando, e poiché il grande obiettivo di quel concilio era stato dichiarato essere “la riforma della Chiesa nel suo capo e nei suoi membri”, Huss desiderava ardentemente essere lì e rendere testimonianza alla verità. Ma sapeva che avrebbe rischiato la vita. E ora, da parte sua, scrisse: “Confidando in Cristo, quel Testimone che nessuna moltitudine di testimoni può distogliere dalla verità, che il tribunale romano non può terrorizzare, che nessun dono può corrompere e nessun potere sconfiggere, confesserò la verità del Vangelo, finché Lui stesso mi darà la grazia di farlo. Quanto al consiglio della facoltà, con l’aiuto di Cristo, non lo accetterei, nemmeno se mi trovassi di fronte a un palo, già pronto per la mia esecuzione. E spero che la morte conduca me o i due che hanno abbandonato la verità (Stefano Paletz e Stanislao di Znaim), prima in cielo o all’inferno, che io non sarò indotto ad adottare le loro opinioni. Perché li conoscevo entrambi come uomini che, in passato, confessavano sinceramente la verità così come è in Cristo, ma, sopraffatti dalla paura, si sono dati all’adulare il papa e alla menzogna”. [501]
- “Se non posso rendere la verità libera in tutti, almeno non sarò nemico della verità e resisterò fino alla morte a ogni accordo con la falsità. Lascia che il mondo scorra come il Signore gli permette di scorrere! Una buona morte è meglio di una cattiva vita. Non si dovrebbe mai peccare per paura della morte. Porre fine a questa vita, per grazia di Dio, significa uscire dalla miseria. Più conoscenza della verità si acquisisce, più duramente si deve lavorare. Chi dice la verità, si rompe il collo. Chi teme la morte, perde la gioia di vivere. La verità trionfa su tutto: trionfa chi muore per la verità, perché nessuna calamità può toccarlo, se nessun peccato ha dominio su di lui! Beati voi quando gli uomini vi maledicono, dice la Verità. Questo è il fondamento su cui costruisco. Questo è il cibo per il mio spirito, che lo rianima con rinnovato vigore per combattere contro tutti gli avversari della verità. Quanto alla vergogna del re e del regno, che male c’è se il re è buono, e almeno alcuni degli abitanti del regno sono buoni? Cristo subì il più grande rimprovero insieme ai suoi eletti, ai quali disse (Giovanni 16:2; Matteo 10:21,22): “Sarete traditi dai vostri genitori e parenti, il che è più che essere accusati da Stanislao o Paletz”.
- Il rettore dell’Università di Praga aveva scritto a Huss una lettera di consolazione. A questo Huss rispose: “Accetto con grande gratitudine questa consolazione, mentre mi aggrappo a quei passi della Scrittura e faccio affidamento su questo: che se sono un uomo giusto, nulla può turbarmi o indurmi a deviare dalla verità. E se vivo e vivrò devotamente in Cristo, allora nel nome di Cristo devo soffrire persecuzioni; perché se Cristo ha dovuto soffrire ed entrare così nella Sua gloria, sicuramente a noi, povere creature, conviene prendere la croce e seguirLo nelle Sue sofferenze. E vi assicuro che la persecuzione non mi avrebbe mai turbato, se i miei peccati e la corruzione del popolo cristiano non mi avessero turbato. Perché che male potrebbe farmi perdere le ricchezze di questo mondo, che sono solo scorie? Che male, perdere il favore del mondo, che potrebbe sviarmi dalla via di Cristo? Che male, soffrire il rimprovero, che, se sopportato con pazienza, purifica e trasfigura i figli di Dio, così che essi risplendono come il sole, nel regno del loro Padre? E infine, che male c’è se mi viene tolta la mia povera vita, che significa la morte, se chi la perde abbandona la morte e trova la vera vita? Ma questo è ciò che non possono comprendere coloro che sono accecati dalla pompa, dall’onore e dall’avarizia per mezzo dei quali alcuni sono stati distolti dalla verità per timore, dove non c’era nulla da temere”.
- “Quanto al mio corpo, spero, per il Signore Gesù Cristo, se la misericordia mi dà la forza, di offrirlo, poiché non desidero vivere più a lungo in questo miserabile mondo, se non riesco a incitare me stesso e gli altri, secondo la volontà di Dio, al pentimento. Questo lo auguro anche a voi, e vi esorto, nel Signore Gesù Cristo, con tutti i compagni della vostra mensa, a essere pronti per la prova, perché il preludio dell’anticristo deve iniziare prima, e poi la lotta proseguirà con grande serietà. E l’oca [un gioco di parole sul suo nome: Huss, che significa oca] deve sbattere le ali contro le ali di Behemoth e contro la coda che nasconde sempre gli abomini dell’anticristo. Il Signore ridurrà la coda e i Suoi profeti a nulla; cioè il papa e i suoi profeti, i maestri, gli insegnanti e i giuristi, che, sotto l’ipocrita nome di santità, nascondono gli abomini della bestia. Il papato è l’abominio dell’autodeificazione nel luogo santo. Guai a me se non predico di quell’abominio, se non piango su di esso e se non ne scrivo.” [502]
- In una lettera alla sua gente nella cappella di Betlemme, disse: “Pregate per coloro che predicano la verità di Dio con grazia, e pregate anche per me, affinché io possa scrivere e predicare più abbondantemente contro l’anticristo, e affinché Dio mi guidi nella battaglia, quando sarò spinto alla più grande angustia, affinché io possa essere in grado di sostenere la Sua verità. Sappiate infatti che non mi tiro indietro dal rinunciare a questo povero corpo per la verità di Dio, quando sono certo che non c’è mancanza della predicazione della parola di Dio, ma che ogni giorno la verità del Vangelo si diffonde più ampiamente. Ma desidero vivere per il bene di coloro a cui viene fatta violenza e che hanno bisogno della predicazione della parola di Dio, affinché in questo modo la malizia dell’anticristo possa essere scoperta come monito per i pii. Predico quindi in altri luoghi, servendo chiunque si possa trovare lì, poiché so che la volontà di Dio si compie in me, sia che si tratti di una morte sospesa su di me dall’anticristo, sia che io morirò di malattia. E se vengo a Praga, sono certo che i miei nemici mi tenderanno agguati e vi perseguiteranno, loro che non servono Dio e impediscono agli altri di servirlo. Ma preghiamo Dio per loro, se per caso ci saranno degli eletti tra loro, affinché si convertano alla conoscenza della verità.”
- Durante i preparativi per il Concilio di Costanza, l’imperatore Sigismondo fu esortato da importanti ecclesiastici a fare della situazione in Boemia una delle questioni particolari da considerare nel concilio. Acconsentì. E, per fare ciò, era essenziale che Huss fosse presente al concilio. Re Venceslao di Boemia era il fratello dell’imperatore Sigismondo. L’imperatore ora “invitò suo fratello, re Venceslao, a inviare Huss a Costanza, e promise di fornire a Huss un salvacondotto.” Incaricò uno dei due cavalieri, che erano i suoi messaggeri per il re, di informare Huss che egli avrebbe preso provvedimenti sufficienti affinché lui fosse ascoltato davanti al concilio; e che se non si fosse sottomesso alla decisione del concilio, lo avrebbe rimandato indenne in Boemia. Huss non ricevette questo salvacondotto fino a dopo il suo arrivo a Costanza. Ma, quando lo ricevette, era redatto in modo tale che con esso Huss fu posto incondizionatamente sotto la protezione dell’imperatore e dell’impero. Diceva, in poche parole: “Lascerai passare, sostare, rimanere e tornare Giovanni Huss, liberamente, senza alcun impedimento”.
- Prima di partire per Costanza, Huss fece un’altra visita a Praga, nell’agosto del 1414. Lì, con un annuncio pubblico affisso su tutte le porte delle chiese, invitò chiunque lo desiderasse a condannarlo per eresia davanti all’arcivescovo o davanti a un sinodo convocato dall’arcivescovo. Ma il sinodo lo informò che erano troppo impegnati con altri affari del regno per potersi occupare della sua questione. Fece rilasciare un certificato in tal senso. Ottenne quindi un colloquio con l’arcivescovo, al termine del quale l’arcivescovo “gli rilasciò una dichiarazione, affermando di non averlo ritenuto colpevole di eresia; che non aveva nulla da rimproverargli, se non il fatto che fosse rimasto così a lungo sotto il bando; e non aveva nulla da consigliargli se non quello di far rimuovere il bando il prima possibile”. Oltre a ciò, fece esaminare il suo credo, sotto la direzione dell’inquisitore del papa, e l’inquisitore “redasse anche una testimonianza, certificando di non aver trovato nulla di eretico in lui”.
- Prima di partire da Praga, Huss scrisse all’imperatore, ringraziandolo per il disturbo che si era preso per lui. Disse: “Affiderò umilmente la mia vita a questo e, sotto il salvacondotto della tua protezione, con il permesso dell’Altissimo, comparirò al prossimo concilio di Costanza”. Chiese all’imperatore di fargli avere l’opportunità di confessare pubblicamente la sua fede al concilio; “poiché, come non ho insegnato nulla in segreto, così desidero essere ascoltato, essere esaminato, predicare e, con l’aiuto dello Spirito Divino, rispondere a tutti coloro che sono disposti ad accusarmi, non in segreto, ma pubblicamente. E spero di non aver paura di confessare il Signore Cristo e, se necessario, di morire per la Sua legge, che è la più vera”. L’imperatore aveva promesso a Huss che “la sua causa sarebbe stata condotta a un esito felice”; Per questo Huss lo ringraziò nuovamente per le sue gentili intenzioni e disse: “Che, inoltre, Vostra Maestà compirà in onore del Re dei re”. [503]
- Diversi amici di Huss lo misero in guardia dal fidarsi troppo della parola dell’imperatore. Uno dei suoi confratelli, un sarto, nel salutarlo, disse: “Dio sia con te; perché difficilmente, credo, tornerai illeso, carissimo maestro Giovanni, e saldo nella verità! Non il re d’Ungheria, ma il Re del cielo ti ricompensi con ogni bene, per il buono e vero insegnamento che ho ricevuto da te”. In una lettera alla sua congregazione, il giorno prima di lasciare Praga, il 10 ottobre 1414, Huss disse: “Sapete, fratelli miei, che ormai da tempo vi ho istruito in buona fede, presentandovi la parola di Dio: non cose lontane dalla fede in Cristo, non false dottrine. Perché ho sempre cercato, e cercherò sempre, finché vivrò, il vostro benessere. Ce ne saranno più contro di me nel concilio dei miei nemici di quanti ce ne fossero contro il nostro Salvatore: prima di tutto tra i vescovi e i maestri, poi tra i principi di questo mondo e i Farisei. Ma spero in Dio, mio Onnipotente Salvatore, che, in base alla Sua promessa e in risposta alle vostre ferventi preghiere, mi concederà saggezza e una lingua abile, così da poter resistere contro di loro. Mi concederà anche uno spirito per disprezzare le persecuzioni, la prigionia e la morte, perché vediamo che Cristo stesso ha sofferto per i suoi eletti, dandoci un esempio, affinché soffrissimo ogni cosa per Lui e per la nostra salvezza. Certamente non può perire chi crede in Lui e persevera nella Sua verità”.
- “Se la mia morte può glorificare il suo nome, allora possa Egli affrettarla e darmi la grazia di sopportare con buon coraggio qualsiasi male possa capitarmi. Ma se è meglio per me ritornare da voi, allora imploriamo Dio affinché io possa tornare da voi dal concilio senza ingiustizia, cioè senza danno alla Sua verità, così che d’ora in poi possiamo giungere a una conoscenza più pura di essa, per distruggere le dottrine dell’anticristo e lasciare dietro di noi un buon esempio per i nostri fratelli. Forse non mi vedrete mai più a Praga, ma se Dio, nella Sua misericordia, dovesse riportarmi di nuovo da voi, continuerò con più vivace coraggio nella legge del Signore; ma soprattutto quando ci incontreremo nella gloria eterna. Dio è misericordioso e giusto, e dona pace ai Suoi qui e oltre la morte. Vegli su di voi, che ha purificato noi, Sue pecore, attraverso il Suo sangue santo e prezioso, che è la garanzia eterna della nostra salvezza. E possa Egli concedere che voi siate in grado di compiere la Sua volontà e, una volta compiuta, di raggiungere la pace e la gloria eterna per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, con tutti coloro che dimorano nella Sua verità”.
- L’11 ottobre 1414, Huss partì per Costanza, accompagnato dai due cavalieri, Venceslao di Duba e Giovanni di Chlum, incaricati dall’imperatore di proteggerlo da ogni danno. In compagnia c’erano anche il segretario di Chlum, un sincero amico di Huss, e il sacerdote Giovanni Cardinalis, delegato dell’Università di Praga al concilio, anch’egli sincero amico di Huss. Lungo tutto il cammino, ovunque si fermasse, affiggeva avvisi pubblici in boemo, latino e tedesco, offrendosi di dare a chiunque desiderasse parlargli della sua fede, un resoconto delle sue convinzioni religiose e di dimostrare che era ben lontano dal nutrire qualcosa di simile all’eresia. [504]
- In una cittadina che attraversarono, il parroco, con i suoi assistenti, gli fece visita, bevve alla sua salute, conversò con lui su questioni di fede cristiana e dichiarò di essere pienamente d’accordo con lui, e di essere sempre stato suo amico. A Norimberga, i mercanti di passaggio avevano lasciato intendere che Huss era in arrivo e che presto sarebbe stato atteso in città. Al suo arrivo, “grandi masse di persone gli uscirono incontro”. Prima che si sedesse a cena, un parroco gli inviò una lettera chiedendogli un colloquio, che egli acconsentì. Durante la cena gli fu consegnato un biglietto da Venceslao di Duba, in cui si affermava che, a seguito dell’avviso affisso, “molti cittadini e signori desideravano parlare con lui”. Si alzò da tavola, li incontrò e “alla presenza del borgomastro e di molti cittadini, conversò sulla sua dottrina fino al calar della notte, e i suoi ascoltatori dichiararono di essere soddisfatti di lui”.
- “Mentre Huss stava disputando con alcune persone nella piccola città sveva di Bibrach, il nobile cavaliere Giovanni di Chlum si interessò così vivamente a questa disputa e parlò con così tanto calore a favore delle dottrine di Huss, che fu scambiato per un dottore in teologia, perciò Huss, in seguito, nelle sue lettere, lo chiamava scherzosamente il dottore di Bibrach. Ben consapevole della grande ignoranza della gente in materia di religione, Huss era solito, ovunque alloggiasse, lasciare ai suoi ospiti, al momento della partenza, una copia dei Dieci Comandamenti, o persino scriverli durante il pasto, come li aveva scritti sui muri della cappella di Betlemme.”
- Il 3 novembre 1414 arrivò a Costanza. Rimase lì un mese prima che venisse sollevata la questione riguardo al suo caso. Scrisse a un amico: “Non avrei trovato amici a Costanza se i miei avversari di Boemia non si fossero presi la briga di farmi odiare”. Questi avversari erano Michele de Causis, parroco di Praga, Paletz, preside della facoltà dell’Università e legato papale, che aveva pubblicato le bolle e le indulgenze del papa in Boemia. Il giorno successivo al suo arrivo a Costanza, De Causis fece affiggere un avviso in tutte le chiese, accusandolo di essere il più vile eretico. L’imperatore non era ancora arrivato a Costanza, ma il salvacondotto di Huss gli fu consegnato lì, e l’imperatore gli comunicò la sua soddisfazione perché egli aveva intrapreso il viaggio senza attendere la lettera di salvacondotto.
- Ora. Il 28, 1414, verso mezzogiorno, un’ambasceria giunse a Huss, da parte del papa e dei cardinali, per informarlo che “era stato concordato di concedergli l’udienza che aveva così spesso richiesto; e fu invitato a seguire la delegazione nel palazzo del papa. Il cavaliere di Chlum, che comprese subito i motivi dell’intero accordo, si alzò indignato ed esclamò: “Una tale violazione dell’onore dell’imperatore e del Sacro Romano Impero non deve essere tollerata. L’imperatore ha dato la sua parola a Huss che otterrà libera udienza al concilio. Io stesso, che ho ricevuto l’incarico di vegliare sulla sicurezza di Huss, sono responsabile di tale incarico e tenuto a garantire che nulla venga fatto contro la parola dell’imperatore. Non posso permettere questo, e devo
protestare contro un simile procedimento. I cardinali faranno bene a riflettere su ciò che stanno facendo e a non supporre che si possa permettere loro di scherzare con l’onore dell’imperatore e dell’impero.'”
[505] 137. Il vescovo di Trento rispose che non avevano “alcuna cattiva intenzione. Tutto sarà fatto in pace. Vogliamo solo evitare di creare scompiglio”. Huss prese la parola, dicendo: “Non sono venuto qui per comparire davanti al papa e alla corte romana, ma per comparire davanti a tutto il concilio riunito, per rendere conto in loro presenza della mia fede. Anche se usano la forza contro di me, ho comunque una ferma speranza nella grazia di Dio, che non riusciranno mai a farmi deviare dalla verità”. Quindi Huss seguì la delegazione. “Al piano inferiore, fu accolto dalla padrona di casa, che lo salutò in lacrime. Colpito da un presentimento di morte e profondamente commosso, le impartì la sua benedizione. Montato a cavallo, si recò a corte con l’ambasceria e il cavaliere di Chlum.
- “I prelati, temendo un movimento da parte del popolo, avevano fatto in modo che i magistrati della città, che erano completamente sottomessi al consiglio, piazzassero soldati nelle strade vicine, in modo che, se necessario, il provvedimento potesse essere eseguito con la forza. Quando Huss si presentò davanti alla cancelleria, il presidente del collegio dei cardinali disse: ‘Si dice di te che insegni pubblicamente molte e gravi eresie e le hai diffuse in tutta la Boemia. Non si può permettere che ciò continui oltre; quindi sei stato mandato a chiamare, per sapere da te stesso come stanno le cose’. Huss rispose: ‘Questa è la mia opinione. Preferirei morire piuttosto che insegnare una eresia, per non dire molte. E la vera ragione per cui sono venuto qui è rendermi responsabile davanti al concilio, e ritrattare se posso essere dichiarato colpevole davanti ad esso di sostenere qualche errore’. I cardinali espressero la loro soddisfazione per lo stato d’animo manifestato da Huss. Poi si aggiornarono, lasciando Huss e Chlum sotto la sorveglianza degli uomini d’arme.
- “Verso le quattro del pomeriggio si riunirono di nuovo in cancelleria, e diversi boemi erano presenti, sia nemici che amici di Huss.” I suoi nemici, in particolare Paletz e De Causis, fecero tutto il possibile per impedire che Huss fosse liberato: e ci riuscirono. Poi, quando furono certi di aver raggiunto il loro obiettivo, “proruppero in un forte mormorio di applausi, gridando in modo offensivo contro Huss: ‘Ora ti abbiamo preso, e non scapperai finché non avrai pagato fino all’ultimo centesimo! [cioè: finché non ti abbiamo rovinato]‘”. Al calare della sera, l’ordine fu trasmesso al cavaliere di Chlum affinché si ritirasse nei suoi alloggi: Huss doveva rimanere. “Pieno di indignazione”, Chlum si diresse verso il papa, “che per caso era ancora presente nell’assemblea. Lo sommerse di rimproveri: che aveva osato prendere così alla leggera la parola dell’imperatore, che lo aveva ingannato in questo modo”. Sottolineò al papa “l’incoerenza tra la sua condotta e le sue promesse”. Perché il papa aveva assicurato a lui e a un altro boemo, suo zio Enrico di Latzenbock, che Huss sarebbe stato al sicuro.
Il papa rispose di non avere nulla a che fare con l’imprigionamento di Huss. Disse che i cardinali erano responsabili dell’intera transazione, e “Voi conoscete molto bene i termini del mio rapporto con loro”. “La stessa notte Huss fu condotto a casa di un canonico a Costanza, dove rimase otto giorni sotto la sorveglianza di una guardia armata. Il 6 dicembre fu condotto in un convento domenicano sul Reno e gettato in una stretta prigione sotterranea, piena di effluvi pestiferi provenienti da un vicino pozzo nero”. [506]
- “Il cavaliere di Chlum non cessò di lamentarsi della violazione commessa al salvacondotto dell’imperatore. Riferì immediatamente l’intera vicenda all’imperatore. Quest’ultimo espresse la sua indignazione, chiese che Huss fosse liberato e minacciò di irrompere nella prigione con la forza, se le porte non fossero state spalancate volontariamente. Il 24 dicembre, Chlum, a nome dell’imperatore, affisse pubblicamente un certificato, dichiarando con il linguaggio più enfatico che il papa aveva tradito la sua promessa, che aveva osato insultare l’autorità dell’imperatore e dell’impero, non tenendo in alcun conto le richieste dell’imperatore. Dichiarò che quando l’imperatore stesso fosse giunto a Costanza, il che avrebbe potuto avvenire il giorno successivo, si sarebbe visto quanto fosse stata la sua indignazione nell’apprendere di una tale violazione di Sua Maestà.” Ma quando l’imperatore arrivò, una delegazione del concilio si presentò davanti a lui, il 1° gennaio 1415, e gli disse che “non avrebbe dovuto interferire nelle transazioni relative a questioni di fede, e che il concilio doveva avere piena libertà nell’investigare sulle eresie”. E l’imperatore promise al concilio, tramite questa delegazione, che avrebbe “concesso loro ogni libertà e non avrebbe mai interferito con la sua autorità in queste questioni”.
- Huss fu tenuto prigioniero per sette mesi, dal 6 dicembre 1414 al 6 luglio 1415. Le orribili condizioni della prigione in cui fu gettato inizialmente gli causarono presto una grave malattia. Temendo che potesse morire, il papa gli mandò “il suo medico curante, poiché non si desiderava che morisse di morte naturale”. Grazie alla fervente intercessione dei suoi amici, Huss fu rimosso dalla lurida prigione in cui era stato inizialmente gettato, in stanze migliori e più ariose nello stesso edificio. Egli si riprese dal suo primo attacco di malattia, ma dopo circa due mesi fu nuovamente colto si ammalò di nuovo. Tuttavia i suoi custodi furono per la maggior parte molto gentili con lui e lo portavano fuori di tanto in tanto per passeggiare un po’ e godersi l’aria pura.
- Quando, il 21 marzo 1415, papa Giovanni XXIII [*considerato antipapa] fuggì da Costanza, tutti i suoi ufficiali e servitori lo seguirono. Tra questi c’erano i custodi di Huss. Temendo che potessero tentare di portarlo via con il papa, Huss riuscì a mandare una comunicazione al cavaliere di Chlum, in cui lo pregava di chiedere all’imperatore di nominargli nuovi custodi o di liberarlo. Ma i cardinali avevano le loro spie ovunque, e se ne accorsero, e lo impedirono facendo sì che l’imperatore consegnasse Huss “alla sorveglianza del vescovo di Costanza, che alle quattro del mattino seguente lo fece portare in catene al castello di Gottleben. Nel castello di Gottleben la situazione di Huss peggiorò notevolmente. La sua prigione era una torre. Di giorno era incatenato, ma in modo da potersi muovere; di notte, sul suo letto, era incatenato per la mano a un palo. Qui non ricevette più quel trattamento mite da parte dei suoi guardiani, che mitigava la severità della sua precedente prigionia. Ai suoi amici non fu permesso di fargli visita. Nuovi attacchi di malattia, violenti mal di testa, emorragie, coliche, seguirono in conseguenza della sua severa prigionia”.
- Tuttavia, prima della fine di marzo, ai suoi amici boemi a Costanza scrisse: “Il Dio della Misericordia vi custodisca e vi confermi nella Sua grazia e vi dia fermezza a Costanza, perché se saremo fermi, saremo testimoni della protezione di Dio su di noi. Ora per la prima volta imparo a comprendere correttamente il salterio [*i Salmi], a pregare correttamente e a rappresentare correttamente a me stesso le sofferenze di Cristo e dei martiri. Infatti Isaia dice (28:19): “Quando siamo messi in difficoltà, impariamo ad ascoltare”; oppure: “Cosa sa chi non ha mai lottato contro la tentazione?”. Rallegratevi, tutti voi che siete insieme nel Signore; salutatevi a vicenda e preparatevi al momento opportuno a partecipare degnamente, prima della Pasqua [la prossima Pasqua], al corpo del Signore; di questo privilegio, per quanto riguarda la partecipazione sacramentale, sono per il momento privato; e così continuerò ad esserlo finché sarà di Dio. volontà. Né dovrei meravigliarmi di questo, quando gli apostoli di Cristo e molti altri santi, nelle prigioni e nei deserti, ne sono stati privati allo stesso modo. Io sto bene, poiché spero in Gesù Cristo, e mi troverò ancora meglio dopo la morte, se osserverò i comandamenti di Dio fino alla fine.” [507]
- Nel mese di giugno fu tratto fuori dalla sua opprimente prigione di Gottleben e condotto a Costanza, dove fu imprigionato in un convento francescano. E la prigione che aveva occupato a Gottleben, fu immediatamente riempita con papa Giovanni XXIII, che era stato fatto prigioniero, per essere custodito dal concilio. È degno di nota che gli stessi uomini riuniti in concilio si siano occupati di questi due uomini: Giovanni Huss e Giovanni XXIII, così completamente opposti sia per carattere che per posizione, cercando di riformarli entrambi, e li abbiano in un certo senso trattati esattamente allo stesso modo, per quanto riguarda la cattura, l’imprigionamento, la condanna e la deposizione. Naturalmente avevano trattato Huss molto peggio. Cosa potrebbe dimostrare più chiaramente di questo la loro assoluta insensibilità a ogni senso spirituale e distinzione morale!
- Durante questo periodo che abbiamo registrato, in cui Huss giaceva in catene e malato, in tristi segrete, veniva anche sottoposto a torture teologiche dai suoi persecutori del concilio. Per prima cosa, il papa nominò una commissione di tre persone per esaminarlo in base alle accuse e alle denunce presentate da Paletz e De Causis. Nel documento di nomina di questa commissione, il papa Giovanni XXIII (prima della sua fuga) definì Huss come “un pericoloso eretico, che diffondeva errori nocivi
e aveva sedotto molti”; e incaricò la commissione di riferire al concilio il risultato del loro esame, affinché il concilio potesse emettere “una sentenza definitiva su Huss in conformità con essa”. Quando fu portato davanti a questa commissione, Huss chiese innanzitutto un avvocato, ma questo gli fu rifiutato, perché “a un eretico non si poteva concedere un simile privilegio”. Allora Huss disse: “Ebbene, allora, lasciate che il Signore Gesù sia il mio avvocato, che presto sarà anche il vostro giudice”. Riguardo a questa azione della commissione, un deputato parigino osservò che “se a Huss fosse stato concesso un avvocato [cioè, qualcuno che li avesse tenuti rigorosamente alla procedura canonica], non sarebbero mai stati in grado di condannarlo per eresia”.
- Così, senza alcun aiuto, in catene e sotto le sue dure sofferenze, fu costretto a rispondere alle accuse presentate alla commissione. Scoprì presto che i suoi nemici stavano usando contro di lui non solo i suoi scritti pubblici e le loro accuse aperte, ma anche lettere intercettate, sia sue che dei suoi amici, e persino semplici espressioni usate in conversazioni familiari con amici personali, molto prima che fosse mai accusato di alcun male. Questi amici di un tempo, quando arrivò la prova, lo avevano abbandonato ed erano ora impegnati a distorcere in eresia quelle innocenti espressioni. Il suo vecchio amico Paletz era ora il suo principale accusatore e il suo più acerrimo nemico. “Non parlò mai a Huss in presenza della commissione, se non con il linguaggio più duro, un linguaggio calcolato per suscitare pregiudizi e sospetti, come quello che ‘dai tempi di Cristo non sono apparsi eretici più pericolosi di Wycliffe e Huss’. ‘Tutti coloro che hanno assistito alle sue predicazioni sono affetti dalla tendenza a negare la dottrina della transustanziazione.’” Egli giunse addirittura a “sollecitare con forza che tutti i seguaci di Huss fossero citati e costretti all’abiura dell’eresia”. Ma tutto ciò che Huss disse di tutto questo fu: “Che Dio Onnipotente lo perdoni. Mai in tutta la mia vita ho ricevuto da nessun uomo parole di conforto più dure di quelle di Paletz.Quanto, oltre a ogni altro torto, ferisce il cuore vedere l’amore trasformato in odio in chi ha tutti i torti dalla sua parte!” [508]
- L’ordine del papa alla commissione era che il concilio emettesse una sentenza definitiva quando la commissione si fosse presentata. Ma i nemici di Huss erano decisi, se possibile, a non fargli pronunciare parola prima del concilio. La commissione gli chiese di sottomettersi alla decisione di dodici o tredici maestri che avrebbero potuto essere scelti, ma egli rifiutò e presentò una richiesta scritta affinché gli fosse consentito di presentare davanti all’intero concilio un resoconto della sua fede. La commissione quindi procedette con l’interrogatorio. Addirittura le accuse più gravi che potevano muovergli erano di aver ostacolato l’effetto della bolla della crociata del papa; di essere rimasto per così tanto tempo sotto il bando e di aver continuato a celebrare la messa; e di essersi appellato dal papa [*AI: saltandolo, direttamente a Cristo, scavalcando le istituzioni umane intermedie per cercare la verità spirituale e la guida di Gesù stesso] a Cristo. Quando lessero davanti a lui questa, a loro avviso la più grave di tutte le accuse, — che si era appellato dal papa a Cristo — Huss riferì in seguito: “Con gioia e un sorriso sulle labbra, ho riconosciuto che era mia.”
- In seguito Huss fu trasferito dal castello di Gottleben al convento francescano, in una sala del convento dove il consiglio si riunì il 5 giugno 1415, “per indagare sul suo caso e ascoltare l’uomo stesso come gli era stato promesso”. Ma, prima che Huss fosse portato dentro, i suoi nemici lessero le accuse contro di lui, che erano state approvate dal comitato; e il concilio era effettivamente “sul punto di iniziare con la condanna di questi articoli. Ma Pietro di Mladenowic, segretario del cavaliere di Chlum, un uomo entusiasticamente devoto a Huss, si affrettò a informarne il cavaliere, suo signore, e Venceslao di Duba. Essi riferirono rapidamente il caso all’imperatore, che inviò immediatamente il palagravio Luigi e il burgravio Federico di Norimberga al concilio, ordinando loro di dire ai prelati che prima dell’apparizione di Huss non avrebbero dovuto fare alcun passo nella sua vicenda, e che avrebbero dovuto in primo luogo presentare tutti gli articoli ingannevoli, con i quali avevano trovato motivo di accusarlo, all’imperatore, il quale si sarebbe preso la briga di farli esaminare attentamente e minuziosamente da uomini pii e dotti.”
- I due cavalieri presentarono al concilio copie degli scritti di Huss, da cui erano stati tratti gli articoli su cui lo accusavano. Quando Huss fu portato dentro, gli chiesero se quegli scritti fossero suoi. Huss rispose: “Sì, e sono pronto a ritrattare ogni espressione in essi contenuta che possa dimostrare che sono in errore”. Fu poi letto un solo articolo. Ma Huss iniziò a difenderlo, citando molti passi della Scrittura. E citando la dottrina della Chiesa, essi esclamarono “che tutto questo non era pertinente”! Poi, quando Huss ricominciò a parlare, “fu interrotto e non gli fu permesso di pronunciare una sillaba. Un grido selvaggio si levò contro di lui da ogni parte. Alla fine, quando Huss vide che non serviva a nulla, che non poteva essere ascoltato, decise di rimanere in silenzio. Questo silenzio fu subito interpretato come una confessione di condanna. Alla fine, la situazione diventò troppo grave: gli uomini moderati nell’assemblea non ne poterono più, e poiché era impossibile ristabilire l’ordine, si ritenne opportuno sciogliere l’assemblea, fissando il 7 giugno come data in cui Huss avrebbe dovuto tenere la sua seconda udienza.” [509]
- Ci furono altre due udienze che, per la loro procedura, non erano altro che ripetizioni intensificate di quanto già raccontato. L’imperatore era presente a entrambe, ma nemmeno la sua presenza riuscì a tenere i persecutori all’ordine. Furono formulate trenta accuse formali contro Huss. Ma non importava se fossero trenta o nessuna. Essi erano determinati fin dall’inizio a condannarlo, e qualsiasi cosa avesse detto originariamente, o potesse dire ora, a spiegazione o a difesa, non poteva influenzare l’esito in un modo o nell’altro. Le più chiare verità cristiane, enunciate nel modo più solenne, furono accolte con “grida e risate di scherno”. Ad esempio, la risposta di Huss all’accusa di essersi appellato dal papa [*direttamente] a Cristo fu: “Questo sostengo apertamente, davanti a tutti voi, che non c’è un appello più giusto, né più efficace dell’appello a Cristo. Perché, secondo la legge, appello significa nient’altro che questo: in un caso di oppressione, da un giudice inferiore invocare l’aiuto di uno superiore. E ora quale giudice superiore a Cristo c’è? Chi può giungere alla verità di una causa in modo più giusto e veritiero di lui? Perché non può essere ingannato, né può errare. Chi può più facilmente aiutare i poveri e gli oppressi?”. Ma “questo era un linguaggio che il concilio non riusciva a comprendere, e fu accolto con derisione e scherno”.
- L’imperatore stesso prese parte al procedimento contro Huss. Chiese che Huss si sottomettesse all’autorità del concilio, perché così tanti “testimoni credibili” avevano testimoniato contro di lui. L’imperatore gli disse che se si fosse sottomesso al concilio per il suo bene, per quello del fratello dell’imperatore, il re di Boemia e per l’intero impero boemo, “sarebbe stato trattato dal concilio con indulgenza e sarebbe stato assolto con una leggera penitenza e riparazione. Ma se non si fosse sottomesso all’autorità del concilio, allora i capi del concilio avrebbero saputo cosa fare con lui”. E, per quanto lo riguardava, l’imperatore dichiarò che avrebbe “preferito preparare le fascine per lui con le sue mani, piuttosto che permettergli di continuare con la stessa ostinazione di prima”. E, quando l’udienza finale fu conclusa e Huss fu allontanato dal concilio, l’imperatore “fece una proposta al concilio dichiarando che Huss, come era già stato chiaramente dimostrato da molti testimoni, aveva insegnato così tante eresie perniciose che meritava, a suo giudizio, e per alcune di esse singolarmente, di perire sul rogo”; e anche se Huss avesse ritrattato, “non gli sarebbe mai stato permesso di predicare o insegnare di nuovo, né di tornare in Boemia”.
- Successivamente, furono fatti sforzi persistenti per convincere Huss a ritrattare. Furono redatti moduli di ritrattazione che egli avrebbe dovuto accettare e rendere pubblici. E redassero persino una sentenza, definendo cosa si sarebbe dovuto fare nei suoi confronti se avesse ritrattato. Diceva quanto segue:
“Poiché è evidente, sulla base di alcune congetture e segni esteriori, che Huss si pente dei peccati commessi ed è disposto a tornare con cuore retto alla verità della Chiesa, il concilio concede con piacere che egli possa abiurare e ritrattare le sue eresie, e le eresie di Wycliffe, come egli volontariamente si offre di fare, e poiché egli stesso implora il concilio di liberarlo dal bando che gli era stato pronunciato, così egli viene con la presente liberato. Ma poiché molti disordini e molto scandalo tra il popolo sono sorti da queste eresie, e poiché un grande pericolo è corso per la Chiesa a causa del suo disprezzo del potere delle chiavi [*AI: il potere che i cattolici credono sia stato conferito prima a San Pietro e poi ai suoi successori, i papi, a indicare la supremazia papale e l’autorità della Chiesa Cattolica romana.], il concilio decreta che egli debba essere deposto dall’ufficio sacerdotale e da tutti gli altri uffici. La cura di provvedere all’esecuzione di questo decreto è affidata a diversi vescovi in concilio, e Huss è condannato alla reclusione a vita in un luogo designato a tale scopo.” [510]
- Ma Giovanni Huss non aveva vissuto più di tre anni alla presenza del rogo, per abiurare ora, neppure aveva vissuto con Cristo tutti questi anni per rinnegarlo ora. Di conseguenza, la decisione del concilio fu che fosse degradato dal sacerdozio e consegnato al braccio secolare. Lo stesso concilio condannò anche trecento proposizioni tratte dagli scritti di Wycliffe, e sessanta articoli estratti dalle opere di Wycliffe furono aggiunti ai trenta tratti dalle opere di Huss: tutti questi elementi entrarono a far parte della condanna di Huss. Così l’opera di Wycliffe proseguì senza sosta.
- Attraverso tutte queste difficoltà e persecuzioni di Huss, i due nobili cavalieri Chlum e Venceslao di Duba gli rimasero accanto, lo confortarono e lo sostennero, in particolare il cavaliere di Chlum. A un certo punto del processo, un membro del consiglio mosse a Huss un’accusa a voce alta, espressamente perché l’imperatore potesse sentire: “Quando sei stato portato davanti a noi per la prima volta, ti ho sentito dire che se non ti fossi proposto di tua spontanea volontà di venire a Costanza, né l’imperatore, né il re di Boemia avrebbero potuto costringerti a farlo”. Huss rispose, esprimendosi in modo sincero: “Il mio discorso era questo: se non fossi stato disposto a venire qui di mia spontanea volontà, così tanti cavalieri in Boemia erano miei amici, che avrei potuto facilmente rimanere a casa in qualche luogo sicuro e nascosto, di modo che non avrei mai potuto essere costretto a venire per volontà di quei due principi”.
- A questo “il cardinale d’Ailly esclamò, con tono adirato: ‘Notate l’impudenza di quest’uomo!'” E quando questo spirito d’ira si stava chiaramente diffondendo, “il nobile cavaliere di Chlum parlò confermando ciò che Huss aveva detto: ‘Rispetto ad altri cavalieri, ho ben poco potere in Boemia; eppure potrei proteggerlo, per un anno intero, contro tutto il potere di questi due sovrani. Quanto di più potrebbero fare altri, che sono più potenti di me e detengono i castelli più forti!'” E, quando l’ultima udienza di Huss fu terminata, e “quando Huss, sfinito e completamente esausto, fu ricondotto in prigione, il nobile cavaliere di Chlum si affrettò a fargli visita, sotto l’influenza dell’impressione suscitata dal suo aspetto e dalla sua difesa e, afferrandogli la mano, gliela strinse in un modo che deve aver detto più delle parole. Huss stesso descrive l’effetto che questa testimonianza di amicizia, resa in un momento simile, gli fece pensare: ‘Oh, quale gioia ho provato, per la stretta della mano del mio signore Giovanni [*Jan of Chlum, cavaliere boemo e protettore e difensore di Jan Huss], che non si è vergognato di dare al miserabile pària eretico in catene!'”
- Ma più da vicino e con più fermezza persino del nobile cavaliere Giovanni di Chlum, il Signore Gesù gli stava accanto. Una notte di gennaio del 1415, Huss sognò che alcune persone avevano deciso di distruggere nella notte tutte le immagini di Cristo
dipinte sulle pareti della cappella di Betlemme; e, in effetti, le distrussero. Ma il giorno dopo vide molti pittori che dipingevano più quadri, e più belli, di quelli precedenti, che Hus guardò rapito. E quando i pittori ebbero finito, si rivolsero alla compagnia di persone che stavano guardando e dissero: “Ora che i vescovi e i sacerdoti vengano a distruggere questi quadri!” E una grande moltitudine di persone a Betlemme ne gioì; e Huss si rallegrò con loro. E, in mezzo alle risate e alla gioia, si svegliò. [511]
- Ora, non c’erano vere immagini di Cristo dipinte sulle pareti della cappella di Betlemme: c’erano solo i Dieci Comandamenti, il Padre Nostro e preziosi versetti della Scrittura incisi lì. Huss scrisse al cavaliere di Chlum, gli raccontò il suo sogno e gli chiese di dirgli cosa pensava significasse. Il cavaliere disse: “Le immagini di Cristo dipinte sul muro della cappella di Betlemme rappresentano la vita di Cristo che dobbiamo imitare: le immutabili parole della Sacra Scrittura, che vi sono incise, e le Sue parole che dobbiamo seguire. I nemici della croce di Cristo cercano di distruggere entrambi nella notte, perché il Sole di Giustizia è tramontato su di loro a causa delle loro vite malvagie, e cercano di farli cadere entrambi nell’oblio tra gli uomini. Ma all’alba del mattino, quando sorge il Sole di Giustizia, i predicatori li restaurano entrambi in modo più glorioso, proclamando dai tetti ciò che è stato detto all’orecchio ed è quasi dimenticato. E da tutto questo deriverà grande gioia per la Cristianità. E sebbene “l’oca” [*in cecoslovacco Huss significa “oca”] sia ora abbattuta dalla malattia, e possa poi essere deposta in sacrificio sull’altare, tuttavia in seguito, risvegliandosi come se fosse dal sonno di questa vita, con Colui che dimora in cielo, riderà e li deriderà, perché sono i distruttori allo stesso tempo dell’immagine di Cristo e della Scrittura. Anzi, anche in questa vita presente, con l’aiuto di Dio, restituirà ancora quelle immagini e quelle parole della Scrittura al gregge e ai suoi amici, con ardente zelo.”
- Huss rispose al cavaliere che era d’accordo con la sua spiegazione e disse: “Spero che la vita di Cristo, che con la mia predicazione a Betlemme è stata trascritta nei cuori degli uomini, e che essi intendevano distruggere lì, prima proibendo la predicazione nelle cappelle e a Betlemme, poi abbattendo Betlemme stessa, che questa vita di Cristo sarà trascritta meglio da un numero maggiore di predicatori migliori di me, per la gioia del popolo che ama la vita di Cristo, per la quale, come dice il dottore di Bibrach, gioirò quando mi sveglierò, cioè risorgerò dai morti.” E questa benedetta opera di rinnovamento dell’immagine di Cristo negli uomini, egli continuò fino alla fine. Per tutto il tempo che trascorse in prigione, continuò a scrivere e a distribuire brevi opuscoli sui Dieci Comandamenti, sul Padre Nostro, sulla conoscenza e l’amore di Dio e su altri argomenti analoghi.
159.Per di più, nelle sue profonde sofferenze in prigione, e quando veniva trasferito in catene da una prigione all’altra, Cristo era con lui in ogni momento. Nel suo sogno vide in anticipo la fuga del papa; e sempre nel suo sogno il cavaliere di Chlum gli disse: “Anche il papa tornerà”. Inoltre, dice: “Ho sognato la prigionia di Girolamo, anche se
non letteralmente secondo i fatti [eppure anche questo era rigorosamente secondo i fatti, sebbene il sogno fosse precedente ai fatti; poiché Girolamo fu imprigionato poco dopo]. Tutte le diverse prigioni in cui sono stato condotto mi sono state rappresentate in anticipo nei miei sogni. Lì mi sono apparsi spesso serpenti, con teste e code; ma non sono mai riusciti a mordermi. Non scrivo questo perché mi credo un profeta o desideri esaltarmi, ma per farti sapere che ho avuto tentazioni sia nel corpo che nell’anima, e la più grande paura di trasgredire il comandamento del nostro Signore Gesù Cristo”. [512]
- Poi giunse il giorno, il 6 luglio 1415, in cui la nobile anima di Giovanni Huss doveva essere riversata in fedele testimonianza per Cristo. Fu portato davanti al concilio. Lì fu posto su un alto sgabello, affinché tutti potessero vederlo. Il vescovo di Lodi predicò un sermone basato sulle parole di Romani 6:6: “Affinché il corpo del peccato fosse distrutto”, e concluse guardando l’imperatore e indicando Huss, con l’esclamazione: “Distruggi questo ostinato eretico!”. L’accusa più accentuata contro di lui fu il suo appello dal papa [*saltandolo, direttamente] a Cristo. Ma quandoquesto fu letto nel concilio e condannato all’unanimità come eretico, Huss disse: “O Cristo! La cui parola è, da questo concilio, pubblicamente condannata, mi appello di nuovo a Te. Tu che, quando eri maltrattato dai Tuoi nemici, ti sei appellato a Tuo Padre; hai affidato la Tua causa a quel giustissimo Giudice; affinché noi, seguendo il Tuo esempio, possiamo, quando siamo oppressi dall’ingiustizia, rifugiarci in Te!”. Quando, dopo la lunga cerimonia, gli fu letta la sentenza, cadde in ginocchio e pregò: “Signore Gesù! Perdona i miei nemici; poiché Tu sai che sono stato falsamente accusato da loro e che hanno usato contro di me false testimonianze e calunnie. Perdona loro per la Tua grande misericordia!” E anche queste parole furono accolte con risate da molti membri del concilio.
- Poi fu fatto alzare e gli furono rivestiti i paramenti sacerdotali; e il calice della eucaristia gli fu messo in mano. “Durante tutta la procedura, l’esempio di Cristo si presentò chiaramente a Huss, i cui passi egli era consapevole di seguire in tutti gli insulti che dovette sopportare. In questo senso egli interpretò molte parti del procedimento”. Dopo essere stato completamente rivestito dei paramenti sacerdotali, fu invitato dai vescovi a ritrattare, “per il suo onore e la salvezza della sua anima”. Poi, con le lacrime agli occhi e nella voce, parlò all’assemblea: “Questi venerabili vescovi mi chiedono di confessare davanti a voi tutti che ho sbagliato. Se questo fosse di natura tale da poter essere fatto in modo da coinvolgere solo la vergogna di un singolo individuo, mi persuaderebbero più facilmente. Ma ora mi trovo davanti agli occhi del mio Dio, senza disonorarLo, e senza affrontare la condanna della mia coscienza, non posso farlo. Perché so di non aver mai insegnato nulla del genere di ciò di cui sono stato falsamente accusato; ma ho sempre pensato, scritto e insegnato il contrario. Con quale volto potrei guardare al cielo, con quale fronte potrei affrontare coloro che hanno ascoltato il mio insegnamento, il cui numero è grande, se per colpa mia accadesse che ciò di cui fino ad allora erano stati certissimi tramite me, diventasse loro incerto? Dovrei forse distruggere con il mio esempio la pace di così tante anime che ho reso familiari con le testimonianze più solide della Scrittura e con le dottrine più pure del Vangelo, e che ho così fortificato contro tutti gli assalti di Satana? Lungi da me che io debba valutare questo mio corpo mortale più della salvezza di quelle anime.”
- Poi, il calice gli fu tolto di mano, con le parole: “Prendiamo da te, Giuda condannato, il calice della salvezza.” Ma Hus disse: “Ma confido in Dio, mio Padre, l’Onnipotente, e nel mio Signore Gesù Cristo, per il cui nome porto questo, che non mi toglierà il calice della Sua salvezza.” Sorse una disputa tra i suoi persecutori “sul modo di rimuovergli la tonsura.” Parlando all’imperatore, Huss disse: “Mi sorprende che tutti siano ugualmente crudeli, non riescano a mettersi d’accordo tra loro sul modo di crudeltà.” Un berretto dipinto interamente con diavoli, con sopra l’iscrizione “Arcieretico”, gli fu quindi posto sul capo. E disse: “Il mio Signore Gesù Cristo portava, per me, una corona di spine; perché non dovrei essere disposto, per amor Suo, a indossare questo segno più facile sebbene vergognoso? Lo farò, e volentieri.” Allora i vescovi dissero: “Ora consegniamo la tua anima al diavolo!” Alzando gli occhi al cielo, Huss disse: “Ma affido nelle Tue mani, Gesù Cristo, la mia anima, da Te redenta.” [513]
- Giunto sul luogo dell’esecuzione, si inginocchiò e pregò con le parole dei Salmi, in particolare il cinquantunesimo e il trentunesimo. Lo si sentiva ripetere spesso: “Nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito”. I laici presenti furono spinti a commentare: “Che cosa abbia fatto prima, non lo sappiamo, ma ora lo vediamo e lo sentiamo pregare e parlare con la massima devozione”. Quando fu chiamato a salire sul rogo, disse: “Signore Gesù Cristo! Stai al mio fianco, affinché con il tuo aiuto io possa essere reso capace, con anima forte e salda, di sopportare questa morte crudele e vergognosa, a cui sono stato condannato a causa della predicazione del santo Vangelo e della Tua parola”.
- Poi fu posto sul rogo e legato saldamente al palo con una catena. Al che disse: “Porto volentieri queste catene per amore di Cristo, che ne portava di ancora più pesanti”. Prima che il fuoco fosse acceso, il maresciallo dell’impero si avvicinò a cavallo e lo invitò, ancora una volta, a ritrattare. Egli rispose: “Quale errore dovrei ritrattare, quando non sono consapevole di alcun errore? Perché so che ciò che è stato falsamente accusato contro di me, non l’ho mai pensato, tanto meno l’ho mai predicato. Ma lo scopo principale della mia predicazione era insegnare agli uomini il pentimento e il perdono dei peccati secondo la verità del Vangelo di Gesù Cristo e le spiegazioni dei santi padri. Pertanto sono pronto a morire con animo gioioso”. Poi il fuoco fu acceso e Huss iniziò a cantare con voce chiara: “Gesù, Figlio del Dio vivente, abbi pietà di me”. E, cantando così, la sua voce si spense con la sua vita, tra le fiamme, nella morte che è preziosa agli occhi del Signore. Le sue ceneri furono gettate nel Reno.
- All’inizio del 1415, Girolamo da Praga venne a sapere che “l’imprigionamento di Huss era avvenuto. Non poteva sopportare di lasciare il suo amico e compagno di lotta solo in questa crisi”. E si affrettò a Costanza. Poco dopo la prodezza degli studenti che bruciarono la bolla papale a Praga, Girolamo aveva lasciato Praga e da allora aveva viaggiato in lungo e in largo per l’Europa, lavorando “nei paesi più diversi, per promuovere la causa della riforma, e aveva mostrato un entusiasmo molto maggiore del più concreto Huss nel diffondere le dottrine di Wycliffe. In Boemia e Moravia, aveva esteso la sua influenza tra tutte le classi, alle corti dei principi, nelle cattedrali, nei conventi, persino tra i Certosini, tra persone di entrambi i sessi e tra gli studenti delle università”. Parlò con tale esaltata eloquenza che Gerson, il cancelliere dell’Università di Parigi, lo accusò capziosamente di voler emulare gli angeli nell’eloquenza. Produsse “grandi tumulti in diverse università con il suo zelo nel difendere le dottrine di Wycliffe, ad esempio a Parigi e Heidelberg”. Il cancelliere dell’Università di Parigi si era preparato ad arrestarlo e a processarlo lì. Ma lo venne a sapere in tempo per fuggire. In seguito, si recò a Vienna, dove suscitò grande interesse. Lì fu arrestato dai magistrati, ma fu rimesso in libertà. Visitò il re di Polonia e il duca di Lituania. Predicò a Cracovia con tale potenza che il vescovo di Cracovia dichiarò che “non si erano mai verificati tumulti così violenti da parte di alcun individuo da quando si ha memoria d’uomo”.
- All’inizio del 1415 Girolamo tornò a Praga; e lì apprese che Huss era in prigione a Costanza. Il 4 aprile 1415, Girolamo arrivò a Costanza di nascosto. Presto si rese conto che non sarebbe stato ascoltato, né sarebbe stato al sicuro lì se la sua presenza fosse stata rivelata; lasciò quindi la città e si recò a Überlingen, a quattro miglia da Costanza. Da lì scrisse all’imperatore e ai cardinali, offrendosi pubblicamente di rispondere davanti a chiunque a qualsiasi accusa di eresia che gli fosse stata rivolta, se gli fosse stato concesso un salvacondotto. Ma nessun sicuro salvacondotto gli fu concesso; e l’esperienza di Huss con l’imperatore aveva dimostrato che il salvacondotto dell’imperatore Sigismondo non era affatto tale. [514]
- Fece quindi affiggere alla porta del palazzo imperiale, alle porte delle principali chiese e alle residenze dei cardinali e di altri eminenti prelati, un avviso in boemo, latino e tedesco, in cui si dichiarava pronto a difendersi pubblicamente davanti al concilio contro ogni accusa mossa contro la sua fede, a condizione solo che gli fosse assicurata piena libertà e sicurezza di recarsi a Costanza e di lasciarla di nuovo. Ma non poté ottenere né l’uno né l’altro. Quindi ottenne dai cavalieri boemi residenti a Costanza un certificato, sigillato con i loro sigilli, in cui si dichiarava che non poteva ottenere udienza dal concilio. E con questo, per giustificare se stesso agli occhi dei suoi amici, si mise in viaggio per tornare in Boemia.
- Ma era ancora in dubbio se non fosse suo dovere recarsi coraggiosamente a Costanza piuttosto che tornare in Boemia. Per questo motivo, viaggiava molto lentamente. E, viaggiando così lentamente, diede ai suoi nemici l’opportunità di tendergli un agguato e di catturarlo. Fu condotto in catene al concilio il 23 maggio; e “comparve davanti a una pubblica convocazione della stessa assemblea nel convento
francescano”. Al concilio erano presenti “diversi uomini eminenti delle Università di Parigi, Heidelberg e Colonia”, che ricordavano lui e la sua predicazione in quei luoghi, ed ora erano lieti di poter “trionfare sull’uomo che un tempo aveva dato loro tanto allarme”. A tutto ciò che gli veniva obiettato e alle numerose richieste di ritrattazione, rispose che si teneva pronto a ritrattare non appena gli fosse stato insegnato qualcosa di meglio. Ma presto, “tra le grida fragorose si udì il grido: ‘Girolamo deve essere bruciato!’ Rispose con freddezza: “Bene, se desiderate la mia morte, che avvenga, in nome di Dio!”.
- Dopo che i prelati si furono ritirati dall’assemblea, Pietro di Mladenowic, segretario di Giovanni di Chlum, venne da Huss alla finestra della stanza di Girolamo, con un messaggio che lo esortava a “restare saldo nella verità e a non esitare nemmeno a morire per quella verità per la quale aveva parlato con tanta fermezza”. Girolamo rispose: “Spero, con la grazia di Dio, di rimanere fedele alla verità fino alla morte. Abbiamo parlato a lungo della morte: ora dobbiamo imparare cos’è“. Nella notte fu consegnato a una guardia, che lo portò in una torre “dove fu legato a un palo, per le mani, i piedi e il collo, tanto che riusciva a malapena a muovere la testa”. Lì fu trattenuto per due giorni, con niente da mangiare se non pane e acqua. I suoi custodi trasmisero a Pietro di Mladenowic informazioni sulla situazione di Girolamo, e Pietro gli portò cibo a sufficienza. Il duro trattamento riservato a Girolamo gli causò un violento attacco di malattia. I cavalieri di Boemia e Moravia si rivolsero al concilio con una lettera, il 2 settembre, esprimendo la loro indignazione per la morte di Huss e l’imprigionamento di Girolamo da parte del concilio.
- Il concilio aveva dedicato molto tempo e sforzi per ottenere da Huss una ritrattazione. La stessa cosa ripeterono insistentemente con Girolamo. Alla fine accettò una delle forme di ritrattazione che gli avevano presentato, e da ciò fu rivelata la loro vera disposizione. Infatti, con questa accettazione della ritrattazione, Girolamo aveva diritto alla sua libertà. Ciò fu riconosciuto dalla commissione a cui era stato affidato il processo del suo caso, e la commissione insistette per la sua liberazione. Eppure Paletz e De Causis guidarono un’opposizione così decisa che la commissione si dimise e ne fu nominata una nuova, con la quale Girolamo fu sottoposto a una nuova accusa e a un nuovo processo. Ma, dopo aver sopportato per un certo periodo l’interrogatorio di questa nuova commissione, Girolamo si rifiutò di sottoporsi ulteriormente e chiese un processo pubblico. Questo gli fu concesso, e il 23 maggio 1416 fu portato davanti all’intero concilio, dove gli furono presentati nuovi articoli di accusa, in seguito ai quali ottenne il permesso di rispondere in presenza del concilio. Il concilio gli chiese di giurare di dire la verità, ma egli rifiutò, perché si rifiutò di “riconoscere la competenza del nuovo tribunale o la regolarità del nuovo esame”, dopo aver accettato la ritrattazione che essi stessi avevano dettato. [515]
- “Il ventitré e il ventisei maggio si difese, dalle sette del mattino all’una del pomeriggio, da tutte le accuse, una per una, snocciolò in un discorso coerente
tutti gli eventi di Praga a cui aveva preso parte, con tale presenza di spirito, tale eloquenza, tale arguzia, da suscitare l’ammirazione universale. Poi, finalmente, gli fu permesso di parlare di sé. Ci si aspettava che si lamentasse solo dell’ingiustizia del nuovo esame, appellandosi al fatto di aver fatto tutto ciò che si poteva chiedere da lui, e concludendo con la richiesta che l’assoluzione, rimandata così a lungo, gli fosse ora concessa. In realtà iniziò con qualcosa del genere, descrivendo l’ingiustizia di rinnovare il processo contro di lui, lamentandosi dei suoi nuovi giudici e protestando contro la competenza di questo nuovo tribunale.
- “Ma presto il suo discorso prese completamente una nuova piega. Con un’abbagliante eloquenza, menzionò, uno dopo l’altro, quegli uomini che, tra pagani, ebrei e cristiani, erano caduti vittime di false accuse, e in particolare dell’odio dei sacerdoti. Parlò di Socrate, Seneca, Boezio, Giovanni Battista, Stefano e, ultimo di tutti, Giovanni Huss, dilungandosi con entusiasmo su quest’ultimo, come un uomo a lui noto solo per il suo zelo per la pietà e la verità; uno che si era attirato le persecuzioni di un clero dalla mentalità mondana solo per la fedeltà con cui ne aveva rimproverato la corruzione. Concluse dichiarando che non c’era nessuno dei suoi peccati di cui si pentiva più dolorosamente di quello di essersi lasciato indurre dalla paura della morte ad accettare la condanna di quel santo confessore della verità. Ritrattò tutto ciò che aveva detto riguardo a Wycliffe e Huss. Dichiarò che sicuramente non sarebbe stato l’ultimo di coloro che sarebbero caduti vittime dell’astuta malignità di cattivi sacerdoti; e rivolgendosi ai suoi giudici esclamò: “Confido in Dio, mio Creatore, che un giorno, dopo questa vita, vedrete Girolamo precedervi e convocarvi tutti al giudizio, e allora dovrete rendere conto a Dio e a me, se avete agito ingiustamente contro di me”.
- “Quest’ultima dichiarazione di Girolamo fu la sua condanna a morte. Ma in parte per la sua eloquenza e presenza di spirito, in contrasto con il suo aspetto emaciato, in cui erano dipinti i segni della sua lunga e severa prigionia, aveva suscitato una così profonda simpatia in molti, che erano ansiosi di salvarlo; e in parte, erano riluttanti a suscitare, in misura ancora maggiore, con questo nuovo martirio, i sentimenti adirati dei Boemi. Gli fu quindi concessa una tregua di quaranta giorni per riflettere. Ascoltiamo come un testimone oculare, un uomo del tutto privo di sensibilità alle impressioni religiose, uno dei restauratori della letteratura antica, Poggio, di Firenze, l’oratore scelto del concilio di Costanza, si esprime quando parla dell’impressione che questo discorso di Girolamo non poteva non suscitare in tutti coloro che lo ascoltavano. Dice, in una lettera al suo amico Aretino, o Leonardo Bruno, di Merezzo: ‘Egli è stato per trecento e quaranta giorni a languire in una torre oscura piena di effluvi ripugnanti. Lui stesso si era lamentato della dura severità di tale reclusione, dicendo che, come era diventato un uomo risoluto, non si lamentava di essere costretto a sopportare un trattamento così indegno, ma che non poteva fare a meno di stupirsi della crudeltà degli uomini nei suoi confronti. Era un luogo dove non poteva nemmeno vedere, tanto meno leggere o scrivere. Tralascio l’angoscia mentale che doveva averlo torturato quotidianamente, e che era sufficiente a distruggere la capacità stessa della memoria dentro di lui. Citò così tanti uomini dotti e saggi come testimoni a favore delle sue opinioni, così tanti maestri della Chiesa, che sarebbero stati sufficienti, se avesse trascorso tutto questo tempo in tutta tranquillità nello studio della saggezza. La sua voce era piacevole, chiara, piena, accompagnata da una certa dignità; i suoi gesti erano adatti a suscitare indignazione o pietà, che, tuttavia, non chiedeva né cercava di ottenere. Lui si alzò senza paura, imperturbabile, non solo disprezzando la morte, ma addirittura chiedendola, tanto che lo si potesse considerare un secondo Catone. Oh, che uomo! Un uomo degno di eterno ricordo!'” [516]
- Il 30 maggio 1516, Girolamo fu formalmente condannato dal concilio e consegnato “al braccio secolare”. Fu condotto nello stesso luogo in cui la vita di Huss era stata offerta. E lì, come Huss, fu legato al rogo e bruciato, pronunciando le sue ultime parole udibili: “Nelle tue mani, o Dio, affido il mio spirito. Signore Dio, abbi pietà di me, perdona i miei peccati, perché sai che ho amato sinceramente la tua verità”. E quando la sua voce non si sentì più, si vide, attraverso le fiamme, che le sue labbra si muovevano come in preghiera. “Il testimone oculare, Poggio, descrive poi l’impressione che il martirio di Girolamo gli fece, sebbene gli fosse impossibile comprendere cosa gli desse il potere di morire in quel modo. ‘Con sguardi sereni andò prontamente e volentieri alla morte. Non temeva né la morte, né il fuoco e le sue torture. Nessuno stoico sopportò mai la morte con un’anima così salda come quella con cui sembrava esigerla. Girolamo sopportò i tormenti del fuoco con più tranquillità di quella che Socrate mostrò bevendo la sua coppa di cicuta.'”
- Quando la notizia dell’esecuzione di Huss giunse in Boemia, l’intero paese fu immediatamente in fiamme. Persino l’Università di Praga prese l’iniziativa di esprimere indignazione. Pubblicò “un manifesto indirizzato a tutta la cristianità, rivendicando la memoria dell’uomo caduto vittima dell’odio del sacerdozio e della perfidia dell’imperatore. La sua morte fu dichiarata un omicidio e i padri di Costanza furono definiti ‘un’assemblea di satrapi dell’anticristo'”. Ogni giorno la fiamma dell’indignazione popolare ardeva più ferocemente… Ma sentimenti più profondi erano all’opera tra il popolo boemo di quelli della rabbia. La fede che aveva prodotto un martire così nobile fu confrontata con la fede [*di chi] che lo aveva immolato, e si scoprì che il contrasto non era affatto a vantaggio di quest’ultima. Le dottrine che Huss aveva insegnato furono richiamate alla memoria ora che era morto. Gli scritti di Wycliffe, scampati alle fiamme, furono letti e confrontati con quelle parti della Sacra Scrittura che erano accessibili al popolo, e la conseguenza fu un’accettazione molto generale delle dottrine evangeliche. Le nuove opinioni affondavano le radici ogni giorno più profondamente, e i loro seguaci, che ora cominciavano a essere chiamati Hussiti, si moltiplicavano, si potrebbe quasi dire, di ora in ora. L’esecuzione di Girolamo non fece che aumentare il già potente impulso; e “entro quattro anni dalla morte di Huss, la maggior parte della nazione aveva
abbracciato la fede per la quale era morto”. Tra i suoi discepoli c’erano non pochi esponenti dell’alta nobiltà, molti ricchi borghesi delle città, alcuni esponenti del clero inferiore e la grande maggioranza dei contadini.” – (Wylie. “History of protestantism”, libro III, cap.13, par.1,2,4).
[517] Giustificazione Per Fede – “La Vera Porta del Paradiso” – La Fede di Gesù – Le Opere della Legge – Le Indulgenze – Il Sogno dell’Elettore Federico – Tesi Contro le Indulgenze – Come Studiare la Scrittura – Il Papa Mette al Bando Lutero – Lutero fa Appello a un Concilio – La Discussione di Lipsia – Una Bolla Contro Lutero – La Prima Cosa Necessaria – L’Ufficio dei Cardinali – Lascia Che il Clero si Sposi – Definizione del Papato – La Lettera di Lutero a Leone – La Libertà del Cristiano – Lutero Rinnova l’Appello Contro Roma – Lutero Brucia la Bolla del Papa – La Dieta di Worms – Il Duca Giorgio Contro Roma – L’Imperatore Convoca Lutero – Lutero Davanti alla Dieta – A Lutero Viene Concesso del Tempo – La Risposta di Lutero – “Non Posso Ritrattare Nulla” – Editto Imperiale Contro Lutero – “La Libertà è l’Essenza della Fede” – La Protesta, i Protestanti – La Carta del Protestantesimo – Il Cristianesimo di Nuovo Libero.
- DIO avrebbe guarito persino Babilonia. Ma lei non sarebbe guarita. E ora doveva essere risuonata al mondo la parola dal cielo: “Abbandonatela!”. Da Wycliffe il buon seme della Parola di Dio era stato seminato in tutta Europa. In Boemia e a Costanza era stato irrigato con il sangue dei santi, ed era stato provato dal fuoco. Gli era stato dato il tempo di mettere radici salde, quando Dio avrebbe di nuovo visitato la sua vigna, affinché potesse germogliare e portare frutto abbondante.
- Wycliffe aveva dichiarato che da quella radice del papato, dal monacato, “alcuni fratelli a cui Dio si degnerà di insegnare, si convertiranno devotamente alla religione primitiva di Cristo e, abbandonando le loro false interpretazioni del genuino cristianesimo, dopo aver chiesto o ottenuto di propria iniziativa il permesso dall’anticristo, torneranno liberamente alla religione originaria di Cristo, ed edificaranno la Chiesa come Paolo”. (Neander. “History of the Christian Religion and Church”, vol.V, sotto Wycliffe, penultimo paragrafo). Mattia di Janow aveva detto: “Sorgerà uno tra la gente comune, senza spada né autorità, e contro di lui non potranno prevalere”. (Cap.XXIII, par.30, questo libro). E ora il tempo, e l’uomo tra la gente comune, quello tra i monaci, era giunto. Martin Lutero vive e la Riforma trionfa.
- Cento anni erano trascorsi dal martirio di Huss [*AI: Jan Hus, 6 luglio 1415] e Girolamo [*AI: Jeronym Prazsky, 30 maggio 1416]. Dio aveva dato a “quella donna, Jezebel… tempo per pentirsi della sua fornicazione; e lei non si pentì”. (Apoc. 2:20,21). Invece di pentirsi, cadde ancora nelle profondità della malvagità papale. “Durante la generazione che precedette la Riforma, quella corte [di Roma] era stata uno scandalo
per il nome cristiano. I suoi annali sono neri di tradimento, omicidio e incesto. Persino i suoi membri più rispettabili erano assolutamente inadatti ad essere ministri di religione. Erano uomini come Leone X; uomini che, con la latinità dell’età augustea, ne avevano acquisito lo spirito ateo e beffardo. Consideravano quei misteri cristiani, di cui erano amministratori, proprio come l’augure Cicerone e il sommo pontefice Cesare consideravano i libri Sibillini e il beccare dei polli sacri [*AI: una pratica divinatoria romana in cui un sacerdote osservava i polli sacri mangiare per interpretare la volontà degli dei]. Tra loro, parlavano dell’incarnazione, dell’eucaristia e della Trinità, con lo stesso tono con cui Cotta e Velleio parlavano dell’oracolo di Delfi o della voce del Fauno sui monti. I loro anni scorrevano in un dolce sogno di voluttà sensuale e intellettuale. Cucina raffinata, deliziosi vini, donne graziose, cani da caccia, falchi, sonetti e romanzi burleschi, nella dolcezza toscana, tanto licenziosi quanto un fine senso del grazioso avrebbe permesso; argenteria di Benvenuto, progetti per palazzi di Michelangelo, affreschi di Raffaello, busti, mosaici e gemme appena dissotterrate tra le rovine di antichi templi e ville: queste cose erano il piacere e persino l’impegno serio delle loro vite.” – (Macaulay. Essay, Von Ranke, par.25). [518]
- Nelle testimonianze di Wycliffe, Militz, Mattia di Janow, Huss e Girolamo, Dio aveva reso evidente, con la Sua parola e la luce della Sua salvezza, l’iniquità essenziale della Chiesa Cattolica. Aveva reso evidente il suo completo antagonismo alla Parola di Dio e alla via della salvezza che essa professava non solo di conoscere, ma esclusivamente di essere. L’aveva chiamata al pentimento e alla conversione. Poi le aveva concesso persino cento anni di “tempo per pentirsi”, ma essa non si era pentita. Aveva disprezzato ogni Suo consiglio e non aveva accettato alcun Suo rimprovero. Tramite i Suoi fedeli testimoni, Dio aveva chiesto una riforma della Chiesa, affinché per mezzo di essa potesse compiere la Sua grande opera nella riforma dell’uomo. Ma la Chiesa non si era lasciata riformare: aveva persistito nella via che aveva scelto. E quando questo fu dimostrato fino all’infinita pienezza, allora Dio iniziò – doveva iniziare – di nuovo e sulle fondamenta originali, la Sua opera di riforma dell’uomo. Ecco perché la grande caratteristica della Riforma in Germania, per il mondo e per tutti i tempi, è la verità fondamentale e onnicomprensiva: la GIUSTIFICAZIONE PER FEDE.
- Intorno al 1511 Lutero visitò Roma e fu costretto a esclamare: “È quasi incredibile quanti peccati e azioni infami vengano commessi a Roma. Bisognerebbe vederlo e sentirlo per crederci. Quindi, è un detto comune, che se c’è un inferno, Roma è costruita su di esso. È un abisso da cui provengono tutti i peccati”. (D’Aubigne’s: “History of the Reformation”, libro II, cap.6, par.15. Tutte le citazioni nella porzione seguente di questo capitolo sono da D’Aubigne). Ma a quel tempo Lutero era un devoto monaco dell’Ordine di Sant’Agostino e, sebbene sconvolto dalle iniquità che trovò, pensava ancora che Roma fosse la via della salvezza. Egli “si dedicò devotamente a tutte le vane osservanze, alle quali, come prezzo, la Chiesa ha annesso l’espiazione dei peccati. Un giorno, tra gli altri, volendo ottenere un’indulgenza che il papa aveva
promesso a chiunque salisse in ginocchio quella chiamata Scala di Pilato, il monaco sassone stava umilmente salendo i gradini che, gli era stato detto, erano stati miracolosamente trasportati a Roma da Gerusalemme. Ma, mentre era impegnato in questo atto meritorio, pensò di udire una voce di tuono, che gridava nel profondo del suo cuore come a Vittemberg e a Bologna: “Il giusto vivrà per fede”.
- Queste parole, parole che già in due diverse occasioni lo avevano colpito come la voce di un angelo di Dio, risuonarono forte e incessantemente dentro di lui. Si alza stupito dai gradini, su cui trascinava il corpo. Inorridito da se stesso e vergognoso di vedere quanto la superstizione lo avesse umiliato, fugge lontano dalla scena della sua follia. … Lutero aveva studiato attentamente l’Epistola ai Romani, e tuttavia, sebbene vi sia insegnata la giustificazione per fede, non l’aveva mai vista così chiaramente. Ora comprende la giustizia che sola può resistere al cospetto di Dio; ora riceve da Dio stesso, per mano di Cristo, quell’obbedienza che Egli attribuisce liberamente al peccatore non appena volge umilmente lo sguardo al Dio-uomo che fu crocifisso. [519]
- “Questo è il periodo decisivo nella vita interiore di Lutero. La fede che lo ha salvato dal terrore della morte, diventa l’anima della sua teologia, la sua fortezza in ogni pericolo, la resistenza del suo discorso, lo stimolante del suo amore, il fondamento della sua pace, lo sprone delle sue fatiche, la sua consolazione in vita e in morte. Ma questa grande dottrina di una salvezza che emana da Dio, e non dall’uomo, non fu solo la potenza di Dio per salvare l’anima di Lutero, ma divenne anche la potenza di Dio per riformare la Chiesa: un’arma potente che gli apostoli maneggiarono, un’arma troppo a lungo trascurata, ma alla fine riportata alla luce, nel suo splendore primitivo, dall’arsenale del Dio onnipotente. Nel momento in cui Lutero si levò a Roma, tutti commossi e frementi per le parole che Paolo aveva rivolto, quindici secoli prima, agli abitanti di questa metropoli, anche la verità, fino ad allora prigioniera incatenata nella Chiesa, si levò, per non cadere mai più”.
- Di questo cambiamento nella sua vita, Lutero stesso dice: “Sebbene fossi un monaco santo e irreprensibile, la mia coscienza era piena di turbamento e angoscia. Non potevo sopportare le parole: ‘Giustizia di Dio’. Non amavo il Dio giusto e santo che punisce i peccatori. Ero pieno di segreta rabbia contro di Lui e Lo odiavo, perché, non contento di terrorizzare noi, Sue miserabili creature, già perdute dal peccato originale, con la Sua legge e le miserie della vita, Egli accresceva ulteriormente il nostro tormento mediante il Vangelo… Ma quando, per mezzo dello Spirito di Dio, compresi queste parole; quando appresi come la giustificazione del peccatore procede dalla pura misericordia del Signore per mezzo della fede, allora mi sentii rivivere come un uomo nuovo, ed entrai a porte aperte nel paradiso di Dio. Da quel momento, anche, contemplai il prezioso volume sacro con occhi nuovi. Esaminai tutta la Bibbia e raccolsi un gran numero di passi che mi insegnarono cos’è l’opera di Dio. E poiché in precedenza avevo odiato con tutto il cuore le parole “Giustizia di Dio”, così da quel momento cominciai ad apprezzarle e ad amarle, come parole dolcissime e molto consolanti. In verità, queste parole furono per me la vera porta del paradiso.”
- Nel 1502 l’elettore Federico aveva fondato l’Università di Wittemberg, e nel 1508 chiamò Lutero a quella cattedra. Poco dopo il ritorno di Lutero da Roma, fu promosso al dottorato in teologia presso l’Università di Wittemberg: 18 ottobre 1512. Come Wycliffe a Oxford, fu nominato dottore in teologia, o “dottore biblico, non dottore delle sentenze: e in questo modo fu chiamato a dedicarsi allo studio della Bibbia, e non a quello della tradizione umana.” Il giuramento che prestò al momento del suo insediamento conteneva le parole: “Giuro di difendere la verità evangelica con ogni mezzo in mio potere”. Gli fu inoltre richiesto di promettere di predicare la Sacra Scrittura “fedelmente, di insegnarla con purezza, di studiarla per tutta la vita e di difenderla con la discussione e con gli scritti, per quanto Dio glielo avesse concesso.” Questo solenne giuramento fu la chiamata di Lutero a essere il Riformatore. Imponendo alla sua coscienza di cercare liberamente e annunciare con audacia la verità cristiana, questo giuramento elevò il nuovo dottore al di sopra degli angusti limiti a cui forse il suo voto monastico avrebbe potuto confinarlo. Chiamato dall’università e dal suo sovrano, in nome dell’imperatore e della stessa sede di Roma, e vincolato davanti a Dio dal più solenne giuramento, fu da allora in poi l’intrepido araldo della parola di vita. In questo giorno memorabile, Lutero fu nominato “Cavaliere della Bibbia”. [520]
- “Di conseguenza, questo giuramento prestato alle Sacre Scritture può essere considerato una delle cause del rinnovamento della Chiesa. L’autorità infallibile della sola Parola di Dio fu il primo e fondamentale principio della Riforma. Tutte le riforme dettagliate che ebbero luogo in un periodo successivo – come riforme nella dottrina, nei costumi, nel governo della Chiesa e nel culto – furono solo conseguenze di questo principio primario. Al giorno d’oggi è difficile farsi un’idea della sensazione prodotta da questo principio elementare, così semplice in sé, ma che era stato perso di vista per così tanti secoli. Solo alcuni individui di vedute più ampie della generalità ne prevedevano gli immensi risultati. La voce audace di tutti i Riformatori proclamò presto questo potente principio, al suono del quale Roma è destinata a crollare: ‘Cristiani, non accettate altre dottrine se non quelle fondate sulle parole esplicite di Gesù Cristo, dei Suoi apostoli e profeti. Nessun uomo, nessuna assemblea di dottori ha il diritto di prescrivere nuove dottrine”.
- Lutero iniziò le sue lezioni bibliche. La nuova vita che aveva trovato in Cristo vivificò e illuminò tutto ciò che diceva. Egli stesso disse, e con verità: “Nel mio cuore, la fede nel mio Signore Gesù Cristo regna sola, e sola deve regnare. Lui solo è il principio, il mezzo e la fine di tutti i pensieri che occupano la mia mente notte e giorno”. Questo fece sì che, sia nelle lezioni alle sue classi che nei sermoni alla congregazione, venisse ascoltato volentieri. La giustificazione per fede, sulla base dei Dieci Comandamenti e l’osservanza dei Dieci Comandamenti sulla base della giustificazione per fede: questo
era il suo messaggio al mondo; e questa era l’ispirazione di ogni argomento che fosse chiamato a considerare. Della giustificazione disse: “Il desiderio di giustificarci è la fonte di ogni angoscia del cuore: mentre chi riceve Gesù Cristo come Salvatore, ha pace, e non solo pace, ma purezza di cuore. La santificazione del cuore è interamente frutto della fede; poiché la fede è in noi un’opera divina, che ci trasforma e ci dona una nuova nascita, emanando da Dio stesso. Uccide Adamo in noi per mezzo dello Spirito Santo, che ci comunica, donandoci un cuore nuovo e rendendoci uomini nuovi. Non è con vane speculazioni, ma con questo metodo pratico, che otteniamo una conoscenza salvifica di Gesù Cristo.”
- Poco dopo la sua promozione al dottorato, tenne una serie di discorsi sui Dieci Comandamenti. Un estratto sul Primo Comandamento illustrerà il suo insegnamento:
“Non avrai altri dèi all’infuori di me”.
“Tutti i figli di Adamo sono idolatri e colpevoli di aver violato questo Primo Comandamento”.
“Esistono due tipi di idolatria: quella esteriore, l’altra interiore.
“Quella esteriore è quando l’uomo adora il legno e la pietra, gli animali e le stelle.
“Quella interiore è quando l’uomo, temendo la punizione o cercando il proprio benessere, non adora la creatura, ma la ama interiormente e confida in essa. “Che religione è questa? Non pieghi il ginocchio davanti alle ricchezze e agli onori, ma offri loro il tuo cuore, la parte più nobile di te. Ah! Adori Dio con il corpo e con lo spirito adori la creatura.
“Questa idolatria regna in ogni uomo finché non ne viene guarito liberamente, mediante la fede che è in Gesù Cristo.
“E come si compie questa guarigione?
“In questo modo: la fede in Cristo ti spoglia di ogni fiducia nella tua saggezza, nella tua giustizia, nella tua forza.
“Ti dice che se Cristo non fosse morto per te, e così ti avesse salvato, né tu né alcuna creatura avreste potuto farlo. Allora impari a disprezzare tutte quelle cose che ti sono rimaste inutili.
“Ora ti rimane solo Gesù — Gesù solo — Gesù pienamente sufficiente per la tua anima. Non avendo più speranze nelle creature, ora hai solo Cristo, in cui speri tutto e che ami sopra ogni cosa. Ora Gesù è l’unico, il solo, il vero Dio. Quando hai Lui come Dio, non hai più altri dèi.” [521]
- “Il suo modo di spiegare le Scritture era tale che, a giudizio di tutti gli uomini pii e illuminati, era come se una nuova luce fosse sorta sulla dottrina dopo una lunga notte. Egli sottolineava le differenze tra la legge e il Vangelo. Confutava l’errore allora prevalente nelle chiese e nelle scuole, secondo cui gli uomini meritano il perdono dei peccati con le proprie opere e sono resi giusti davanti a Dio mediante la disciplina esteriore. Riportò così i cuori degli uomini al Figlio di Dio. Come Giovanni Battista, indicò l’Agnello di Dio, che aveva tolto i peccati del mondo. Spiegò come i peccati siano perdonati gratuitamente per amore del Figlio di Dio e come l’uomo riceva la benedizione mediante la fede… Si impegnò sempre di più per far comprendere a tutti le grandi ed essenziali dottrine della conversione, del perdono dei peccati, della fede e della vera consolazione che si trova nella croce. I pii erano affascinati e penetrati dalla dolcezza di questa dottrina, mentre I dotti l’accoglievano con gioia. Si sarebbe detto che Cristo, gli apostoli e i profeti stessero emergendo dalle tenebre e da una prigione ripugnante.” — Melantone.
- A un amico, un monaco del convento di Erfurt, Lutero scrisse: “Oh, mio caro fratello, impara a conoscere Cristo e Cristo crocifisso. Impara a cantargli un cantico nuovo; a disperare di te stesso e a dire: ‘Tu, o Signore Gesù! Tu sei la mia giustizia, e io sono il tuo peccato! Hai preso ciò che è mio e mi hai dato ciò che è tuo. Ciò che non eri, sei diventato, affinché io potessi diventare ciò che non ero.’ Bada, o mio caro Giorgio, di non fingere una purezza tale da renderti riluttante a riconoscerti peccatore; perché Cristo dimora solo nei peccatori. È disceso dal cielo, dove ha dimorato tra i giusti, per poter dimorare anche tra i peccatori. Medita attentamente su questo amore di Cristo e ne trarrai ineffabili benedizioni. Se le nostre fatiche e le nostre afflizioni potessero darci pace di coscienza, perché Cristo sarebbe dovuto morire? Troverai pace solo in Lui, disperando di te stesso e delle tue opere, e imparando con quale amore Egli ti apre le braccia, prende su di Sé tutti i tuoi peccati e ti dona tutta la Sua giustizia”.
- A Spalatino, cappellano dell’elettore Federico, che era anche suo amico, Lutero scrisse: “Mio caro Spalatino, ciò che mi dispiace in Erasmo, quell’uomo di vasta erudizione, è che per giustizia delle opere o della legge, di cui parla l’apostolo, egli intenda l’adempimento della legge cerimoniale. La giustificazione della legge non consiste solo nelle cerimonie, ma in tutte le opere del decalogo. Quando queste opere vengono compiute senza fede in Cristo, possono, è vero, rendere Fabrici, Regoli e gli altri uomini di rigorosa integrità agli occhi del mondo, ma allora meritano tanto poco di essere chiamati retti, quanto il frutto di una nespola di essere chiamato fico. Poiché non diventiamo giusti, come Aristotele pretende, compiendo opere di giustizia, ma quando siamo diventati giusti, compiamo tali opere. Abele fu prima gradito a Dio, e poi il suo sacrificio.” [522]
- Lutero fece una netta distinzione tra il cristianesimo e la filosofia scolastica. In una visita ufficiale a diversi monasteri, istruì i monaci: “Non attaccatevi ad Aristotele o ad altri maestri di una filosofia ingannevole; ma leggete diligentemente la Parola di Dio. Non cercate la vostra salvezza nelle vostre forze e nelle vostre buone opere, ma nei meriti di Cristo e nella grazia divina.” E, tra le altre cose, in una serie di novantanove proposizioni in opposizione al razionalismo e alla teologia scolastica, affermò:
“Da parte dell’uomo non c’è nulla che preceda la grazia, se non l’impotenza e persino la ribellione”.
“Non diventiamo giusti facendo ciò che è giusto; ma essendo diventati giusti, facciamo ciò che è giusto”.
“Chi afferma che un teologo che non è un logico è un eretico e un avventuriero, sostiene una proposizione avventurosa ed eretica”.
“Non esiste alcuna forma di sillogismo che sia in accordo con le cose di Dio”.
“Se la forma del sillogismo potesse essere applicata alle cose divine, conosceremmo l’articolo della Santissima Trinità e non dovremmo crederci”.
“In una parola, Aristotele sta alla teologia come le tenebre alla luce”.
“Chi è senza la grazia di Dio pecca incessantemente, anche se non uccide, non ruba né commette adulterio”.
“Pecca, perché non adempie la legge spiritualmente”.
“Non uccidere e non commettere adulterio, esteriormente e solo per quanto riguarda l’azione, è rettitudine da ipocriti”.
“La legge di Dio e la volontà dell’uomo sono due avversari che, senza la grazia di Dio, non possono mai conciliarsi”.
“Ogni opera della legge appare buona all’esterno, ma all’interno è peccato”.
“Maledetti coloro che fanno le opere della legge”.
“Beati tutti coloro che fanno le opere della grazia di Dio”.
“La legge, che è buona e nella quale abbiamo vita, è la legge dell’amore di Dio riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (Romani 5:5).
“La grazia non è data affinché le opere possano essere compiute con più frequenza e più facilmente, ma perché senza grazia non può esserci alcuna opera d’amore”.
“Amare Dio è odiare se stessi e non conoscere nulla al di fuori di Dio”.
- Leone X, come molti papi prima di lui, si considerava bisognoso di più denaro di quanto le enormi entrate del papato gli stessero già portando. Il progetto del giubileo era stato esaurito con la sua successiva riduzione da cento anni a cinquanta, a trentatré
e a venticinque. Anche il progetto delle crociate era stato esaurito. Leone X, quindi, fu costretto a inviare in tutta la cristianità venditori di indulgenze. E l’esca era che il denaro ricevuto sarebbe stato impiegato per l’erezione della Chiesa di San Pietro. Di conseguenza, Giovanni Tetzel, uno di questi venditori di indulgenze, giunse in Germania nel 1516. Quando Lutero ne venne a conoscenza, osservò: “Se Dio vuole, farò un buco nel suo tamburo.” Tetzel era arrivato a Juterboch, a circa quattro miglia da Wittemberg; e lì, dice Lutero, “questo grande svaligiatore di borse cominciò a percuotere il paese in grande stile; così che il denaro cominciò a saltare, rotolare e tintinnare nel suo petto.” [523]
- Il modo di vendere queste indulgenze era che Tetzel, dopo aver ricevuto forti annunci da parte dei precursori, giunto al luogo designato, erigeva prima una croce dipinta di rosso, con lo stemma del papa sopra di essa. Poi Tetzel saliva su un pulpito eretto appositamente e arringava la folla nel suo stile rozzo, di cui il seguente è un esempio:
“Le indulgenze sono il dono più prezioso e sublime di Dio”.
“La croce (indicando la croce rossa) ha la stessa identica efficacia della croce di Gesù Cristo”.
“Venite, e vi darò delle lettere sigillate, con le quali anche i peccati che potreste desiderare di commettere in futuro saranno tutti perdonati”.
“Non cambierei i miei privilegi con quelli di San Pietro in cielo; perché ho salvato più anime con le mie indulgenze che l’apostolo con i suoi sermoni”.
“Non c’è peccato troppo grave che un’indulgenza non possa rimettere; … lasciatelo solo pagare bene, e gli sarà perdonato”.
“Pensa, quindi, che per ogni peccato mortale devi, dopo la confessione e la contrizione, fare penitenza per sette anni, o in questa vita o in purgatorio. Ora, quanti peccati mortali vengono commessi in un giorno, in una settimana? Quanti in un mese, in un anno, in tutta la vita? Ah! questi peccati sono quasi senza numero, e innumerevoli sofferenze devono essere sopportate per essi in purgatorio. E ora, per mezzo di queste lettere di indulgenza, puoi ottenere subito per tutta la vita, in tutti i casi tranne quattro, che sono riservati alla Sede Apostolica, e poi nell’ora della morte, una remissione completa di tutte le tue pene e di tutti i tuoi peccati”.
“Ma più di questo, le indulgenze non solo salvano i vivi, ma salvano anche i morti”.
“Poiché questo pentimento non è nemmeno necessario”.
“Prete! — nobile! — mercante! — giovani ragazze! — giovani uomini! — ascoltate i vostri genitori defunti e gli altri vostri amici, che vi gridano dal fondo dell’abisso: ‘Stiamo sopportando orribili tormenti! Una piccola elemosina ci libererebbe; voi potete darla, eppure non lo fate!’”
“Nel preciso istante in cui la moneta tintinna sul fondo della cassaforte, l’anima esce dal purgatorio e, liberata, vola verso il cielo”.
- [*Questo capoverso è espresso in forma retorica ironica]. Molti abitanti di Wittemberg si recavano a questo mercato delle indulgenze a Juterboch. Lutero occupava il confessionale, e queste persone si presentavano a lui una dopo l’altra, confessando “le più grossolane immoralità. Adulterio, libertinaggio, usura, ricchezze illecite, erano i crimini con cui il ministro della parola veniva intrattenuto da persone delle cui anime un giorno avrebbe dovuto rendere conto. *[Il ministro] Li rimprovera, li corregge e li istruisce: ma qual è la sua sorpresa quando queste persone gli dicono che non scelgono di abbandonare i loro peccati! Molto stupito, il pio monaco dichiara che, poiché si rifiutano di promettere l’emendamento, non può dare loro l’assoluzione. Le miserabili creature facevano quindi appello alle loro lettere di indulgenza, esibendole ed esaltando le loro virtù. Ma Lutero risponde che gli importava poco del documento che gli avevano mostrato, e aggiunge: “Se non vi pentite, perirete tutti”. Prorompevano, in proteste e rimostranze, ma il dottore era irremovibile: ‘Devono smettere di fare il male e imparare a fare il bene, altrimenti niente assoluzione’. ‘Attenti’, aggiungeva, ‘a prestare orecchio alle arringhe dei venditori di indulgenze: potreste essere impegnati meglio che ad acquistare quelle licenze che vi vengono vendute per la somma più misera’”. [524]
- Lutero fu così commosso da queste cose che salì sul pulpito e predicò:
“Nessuno può provare con la Scrittura che la giustizia di Dio esiga una pena o soddisfazione dal peccatore; l’unico dovere che gli impone è il vero pentimento, la sincera conversione, la risoluzione di portare la croce di Gesù Cristo e di essere diligente nelle buone opere. È un grande errore pensare di poter noi stessi soddisfare la giustizia di Dio per i nostri peccati. Egli li perdona sempre gratuitamente con la Sua grazia inestimabile”.
“La Chiesa cristiana, è vero, esige qualcosa dal peccatore e di conseguenza ha il potere di rimettere ciò di cui ha bisogno; ma questo è tutto. Anche queste indulgenze della Chiesa sono tollerate, solo a causa dei cristiani indolenti e imperfetti, che non si esercitano con zelo nelle buone opere. Perché non stimolano nessuno alla soddisfazione, ma lasciano tutti nell’imperfezione”.
“Sarebbe molto meglio contribuire all’erezione della chiesa di San Pietro per amore di Dio, piuttosto che acquistare indulgenze in quest’ottica… Ma voi chiedete: ‘Non dovremmo mai acquistarle? L’ho già detto, e lo ripeto; il mio consiglio è: non acquistatele. Lasciatele ai cristiani sonnolenti, ma camminate per conto vostro. I fedeli devono essere distolti dalle indulgenze e spinti a compiere le opere che trascurano.
“Se alcuni gridano che sono un eretico (perché la verità che predico è molto dannosa per la loro cassaforte), il loro clamore mi preoccupa poco. Sono cervelli ottusi e malaticci; uomini che non hanno mai toccato la Bibbia, non hanno mai letto la dottrina cristiana, non hanno mai compreso i loro maestri e che si volgono al marciume, avvolti nei brandelli delle loro vane opinioni… Dio conceda a loro e a noi una mente sana. Amen”.
- Questo sermone fu stampato e ampiamente distribuito e, naturalmente, suscitò molto interesse. E ora si avvicinava la festa di Ognissanti (31 ottobre 1517). La notte prima, la notte del 30 ottobre, l’elettore Federico di Sassonia dimorava nel suo castello di Schweinitz, a circa sei leghe da Wittemberg. La mattina del 31 ottobre, “in compagnia di suo fratello, il Duca Giovanni, che allora era coreggente e divenne unico elettore dopo la sua morte, e del suo cancelliere, l’elettore, disse al duca:
“Fratello, devo raccontarti un sogno che ho fatto la notte scorsa, e il cui significato mi piacerebbe molto conoscere. È così profondamente impresso nella mia mente che non lo dimenticherò mai, nemmeno se vivessi mille anni. Perché l’ho sognato tre volte, e ogni volta con circostanze nuove”.
Duca Giovanni: “È un sogno bello o brutto?”
L’Elettore: “Non lo so: Dio lo sa.”
Duca Giovanni: Non preoccuparti; Ma sii così gentile da dirmelo.”
L’Elettore: “Essendo andato a letto ieri sera, stanco e giù di morale, mi sono addormentato poco dopo la mia preghiera e ho dormito tranquillamente per circa due ore e mezza; poi mi sono svegliato e sono rimasto sveglio fino a mezzanotte, con ogni sorta di pensieri che mi passavano per la mente. Tra le altre cose, pensavo a come avrei dovuto celebrare la festa di Tutti i Santi. Ho pregato per le povere anime del purgatorio e ho supplicato Dio di guidare me, i miei consigli e il mio popolo, secondo verità. Mi sono addormentato di nuovo e poi ho sognato che Dio Onnipotente mi aveva mandato un monaco, che era un vero figlio dell’Apostolo Paolo. Tutti i santi lo accompagnavano per ordine di Dio, per rendere testimonianza davanti a me e per dichiarare che non era venuto per tramare alcun complotto, ma che tutto ciò che faceva era secondo la volontà di Dio. Mi chiesero di avere la bontà di permettergli di scrivere qualcosa sulla porta della chiesa del castello di Wittemberg. Glielo concessi tramite il mio cancelliere. Dopodiché il monaco andò in chiesa e iniziò a scrivere con caratteri così grandi che potei leggere la scrittura di Schweinitz. La penna che usò era così grande che la sua punta arrivò fino a Roma, dove trafisse le orecchie di un leone che vi si era accucciato, facendo tremare la triplice corona sul capo del papa. Tutti i cardinali e i principi, accorrendo in fretta, cercarono di impedirle di cadere. Anche tu e io, fratello, volevamo aiutare, e stesi il braccio, ma in quel momento mi svegliai, con il braccio alzato, completamente stupito e molto infuriato con il monaco per non aver maneggiato meglio la sua penna. Mi ripresi un po’: era solo un sogno”. [525]
“Ero ancora mezzo addormentato e chiusi di nuovo gli occhi. Il sogno tornò. Il leone, ancora infastidito dalla penna, cominciò a ruggire con tutta la sua forza, tanto che l’intera città di Roma e tutti gli Stati del sacro impero corsero a vedere cosa stesse succedendo. Il papa chiese loro di opporsi a questo monaco e si rivolse in particolare a me, a causa della sua presenza nel mio paese. Mi svegliai di nuovo, ripetei il Padre Nostro, supplicai Dio di preservare la sua santità e mi addormentai di nuovo”.
“Poi sognai che tutti i principi dell’impero, e noi tra loro, correvamo a Roma e cercavamo, uno dopo l’altro, di rompere la penna; ma più ci provavamo, più diventava rigida, con un suono come se fosse stata fatta di ferro. Alla fine desistemmo. Chiesi allora al monaco (poiché ero a volte a Roma e a volte a Wittemberg) dove avesse preso la sua penna e perché fosse così resistente. ‘La penna’, rispose, ‘apparteneva a una vecchia oca di Boemia, di cent’anni. L’ho avuta da uno dei miei vecchi maestri di scuola. Quanto alla sua resistenza, è dovuta all’impossibilità di privarla del suo midollo; e io stesso ne sono rimasto piuttosto stupito.’ Improvvisamente sentii un forte rumore: un gran numero di altre penne erano saltate fuori dalla lunga penna del monaco. Mi svegliai una terza volta: era giorno.”
Duca Giovanni: “Cancelliere, qual è la vostra opinione? Magari avessimo un Giuseppe o un Daniele illuminati da Dio!”
Cancelliere: “Le Vostre Altezze conoscono il proverbio comune secondo cui i sogni delle fanciulle, degli uomini dotti e dei grandi signori hanno di solito un significato nascosto. Il significato di questo sogno, tuttavia, non saremo in grado di conoscerlo per un po’ di tempo, non finché le cose a cui si riferisce non si saranno verificate. Pertanto, lasciate l’adempimento a Dio e riponetelo interamente nelle sue mani”.
Duca Giovanni: “Sono della vostra opinione, Cancelliere; non è opportuno che ci affanniamo nel tentativo di scoprirne il significato; Dio governerà tutto per la Sua gloria”.
Elettore: “Che il nostro fedele Dio faccia così; eppure non dimenticherò mai questo sogno. Ho effettivamente pensato a un’interpretazione, ma la tengo per me. Il tempo, forse, dirà se sono stato un buon indovino”.
- Questo sogno avvenne la notte del 30 ottobre e fu narrato la mattina del 31 ottobre. Quel giorno, il 31 ottobre, era la festa di Ognissanti. Quel giorno in particolare le reliquie dei santi, che l’elettore Federico aveva depositato nella chiesa di Wittemberg, “ornate d’argento, oro e pietre preziose, furono portate fuori ed esposte agli occhi del popolo, che rimase stupito e abbagliato dalla loro magnificenza. Chiunque in quel giorno visitasse la chiesa e vi si confessasse, otteneva una preziosa indulgenza. Di conseguenza, in questa grande occasione, i pellegrini accorrevano in massa a Wittemberg”. [526]
- E lì, quel “31 ottobre 1517, Lutero, che aveva già preso la sua decisione, si dirige coraggiosamente verso la chiesa dove si stavano recando le folle superstiziose di pellegrini, e affigge sulla porta di questa chiesa novantacinque tesi o proposizioni contro la dottrina delle indulgenze. Né l’elettore, né Staupitz, né Spalatino, né alcuno, nemmeno il più intimo dei suoi amici, era stato precedentemente informato di questo passo. In queste tesi, Lutero dichiara, in una sorta di preambolo, di averle scritte con l’espresso desiderio di esporre la verità alla piena luce del giorno. Si dichiara pronto a difenderle l’indomani all’università, contro tutti quanti. L’attenzione che suscitano è grande: vengono lette e ripetute. In breve tempo i pellegrini, l’università, l’intera città ne risuonano.”
- Nel principio di questo rifiuto delle indulgenze da parte di Lutero, non c’è nulla di nuovo rispetto a quanto fatto da Huss sullo stesso argomento, in opposizione alla bolla di Giovanni XXIII. Lo stesso principio, tuttavia, veniva ora nuovamente e con grande forza, enunciato in una varietà di forme. Questa stessa verità che Huss aveva predicato cento anni prima, non aveva mai perso la sua influenza in Europa. Di conseguenza, questa nuova e vigorosa affermazione del principio, partendo da un terreno già preparato, si diffuse rapidamente e crebbe rapidamente. Le tesi essenziali di queste tesi erano:
“1. Quando il nostro Signore e Maestro Gesù Cristo dice ‘pentitevi’, intende dire che tutta la vita dei Suoi seguaci sulla terra è un pentimento costante e continuo”.
“2. Questa espressione non può essere intesa in riferimento al sacramento della penitenza, cioè della confessione e della soddisfazione, amministrato dal sacerdote”.
“3. Tuttavia il Signore non intende parlare solo di pentimento interiore. Il pentimento interiore è nullo se non si manifesta esteriormente con la mortificazione della carne”.
“4. Il pentimento e il dolore, cioè la vera penitenza, persistono finché l’uomo è scontento di se stesso; cioè finché non passa da questa vita alla vita eterna”.
“27. È predicazione della follia umana fingere che nel momento stesso in cui il denaro tintinna nella cassaforte, l’anima fugga via dal purgatorio”.
“28. Questo è certo: non appena il denaro tintinna, l’avarizia e l’amore del guadagno arrivano, aumentano e si moltiplicano. Ma gli aiuti e le preghiere della Chiesa dipendono solo dalla volontà e dal beneplacito di Dio.”
“32. Coloro che credono di essere sicuri della salvezza per mezzo delle indulgenze, andranno al diavolo, con coloro che insegnano loro così.”
“35. È una dottrina anticristiana fingere che, per liberare un’anima dal purgatorio o per acquistare un’indulgenza, non ci sia bisogno né di dolore né di pentimento”.
“36. Ogni cristiano che si pente veramente dei suoi peccati ha il perdono completo della pena e della colpa; e, finora, non ha bisogno di indulgenza”.
“37. Ogni vero cristiano, morto o vivo, partecipa a tutte le benedizioni di Cristo e della Chiesa per dono di Dio e senza una lettera di indulgenza”.
“43. Bisogna dire ai cristiani che chi dona ai poveri o presta ai bisognosi fa meglio di chi acquista un’indulgenza”.
“44. Infatti, l’opera di carità fa aumentare la carità e rende un uomo più pio; mentre l’indulgenza non lo rende migliore, ma gli dà solo più fiducia in se stesso e lo rende più sicuro contro la punizione”.
“45. Bisogna dire ai cristiani che chi vede il suo prossimo nel bisogno e, invece di aiutarlo, acquista un’indulgenza, non acquista l’indulgenza del papa; ma incorre nel dispiacere divino”.
“52. Sperare di essere salvati dalle indulgenze è una speranza vana e menzognera, anche se il commissario delle indulgenze – anzi, il papa stesso – si compiacesse di impegnare la propria anima a garanzia di ciò”.
- “Queste tesi si diffusero con la rapidità del fulmine. Non era trascorso un mese che erano a Roma. ‘In due settimane’, dice uno storico contemporaneo, ‘erano in ogni parte della Germania, e in quattro settimane attraversarono quasi tutta la cristianità; come se gli angeli stessi fossero stati i messaggeri e le avessero portate dinanzi agli occhi di tutti gli uomini. Nessuno può credere al rumore che fecero’. Furono poi tradotte in olandese e spagnolo, e un viaggiatore le vendette persino a Gerusalemme. ‘Tutti’, dice Lutero, ‘si lamentavano delle indulgenze; e poiché tutti i vescovi e i dottori avevano taciuto, e nessuno si era azzardato a suonare il campanello, il povero Lutero divenne un dottore famoso, perché, come si diceva, era finalmente arrivato uno che aveva osato farlo. Ma a me non piaceva questa gloria; la risonanza mi sembrava esagerata a causa delle parole [*che avevo detto]”.
- Per tutto questo tempo Lutero nutriva ancora grande rispetto per l’ufficio e la persona del papa. In effetti, non piccola parte delle sue novantacinque tesi era dedicata alla difesa del papa contro quelli che riteneva gli abusi delle indulgenze praticati dai loro venditori. Inviò una copia delle sue tesi all’arcivescovo di Magonza e Magdeburgo, insieme a una lettera in cui chiedeva all’arcivescovo di leggerle. L’assistente dell’arcivescovo rispose a Lutero che “stava attaccando il potere della Chiesa; che si sarebbe trovato in gravi difficoltà e fastidi; che la cosa era al di là delle sue forze; e che il suo consiglio più serio era di tacere”. Gli zelanti papisti lo denunciarono vigorosamente. Molti amici di Lutero ne furono spaventati e gli consigliarono di tacere. E i monaci del suo Ordine a Wittemberg lo implorarono di non gettare così disonore sul loro Ordine.
- A tutto questo Lutero rispose: “Mi invocano moderazione, e loro stessi, nel giudizio che emettono su di me, la calpestano! La verità non guadagnerà dalla mia moderazione più di quanto non perderà dalla mia presunzione. Desidero sapere quali errori sono stati trovati nelle mie tesi. Chi non sa che una nuova idea viene raramente avanzata senza un’apparenza di arroganza e un’accusa di polemica. Se l’umiltà stessa intraprendesse qualcosa di nuovo, coloro che hanno un’opinione la accuserebbero di orgoglio. Perché Cristo e tutti i martiri furono messi a morte? Perché erano considerati orgogliosi dispregiatori della saggezza del tempo e proponevano nuove verità senza prima consultare gli organi dell’antica opinione. Non si aspettino quindi i saggi di oggi da me abbastanza umiltà, o meglio ipocrisia, da chiedere la loro opinione prima di pubblicare ciò che il dovere mi chiama a dire. Ciò che faccio sarà fatto, non dalla prudenza degli uomini, ma secondo il consiglio di Dio. Se l’opera è di Dio, chi può arrestarla? Se non è di Dio, chi può promuoverla? Non la mia volontà, né la loro, né la nostra, ma la tua volontà sia fatta, o Padre santo, che sei nei cieli!” [528]
- Tetzel attaccò le tesi di Lutero, con toni molto offensivi e ingiuriosi. A questo Lutero rispose, difendendo le sue tesi e ampliandole, e concluse con queste parole: “Per il resto, sebbene non sia consuetudine bruciare gli eretici per tali motivi, qui a Wittenberg sono il Dottor Martin Lutero! C’è qualche inquisitore che finge di masticare il fuoco e fa saltare in aria le pietre? Gli faccio sapere che ha un salvacondotto per venire qui, una porta aperta, vitto e alloggio sicuri, tutto per la benevola cura del nostro ammirevole duca Federico, che non proteggerà mai l’eresia”.
- Spalatino, cappellano dell’elettore, scrivendo a Lutero per esprimergli la sua amicizia nella contesa, gli chiese: “Qual è il metodo migliore per studiare la Sacra Scrittura?” La risposta di Lutero è un insegnamento valido per tutti i tempi: “Finora, mio caro Spalatino, mi hai posto domande a cui non ho saputo rispondere. Ma guidarti nello studio delle Scritture è più di quanto io possa fare. Tuttavia, se vuoi conoscere con certezza il mio metodo, non te lo nasconderò: è certissimo che non possiamo riuscire a comprendere la Scrittura né con lo studio, né con il semplice intelletto. Il tuo primo dovere, quindi, è iniziare con la preghiera. Supplica il Signore affinché, nella Sua grande misericordia, si degni di concederti la vera conoscenza della Sua Parola. Non c’è altro interprete della Parola di Dio che l’Autore di quella Parola, secondo quanto è detto: “Tutti saranno istruiti da Dio”. Non sperare nulla dalle tue opere, nulla dal tuo intelletto. Confida solo in Dio e nell’influsso del Suo Spirito. Credi a chi parla per esperienza.”
- Poi Tetzel procedette a presentare una serie di controtesi, tra cui:
“Bisogna insegnare ai cristiani che chiunque affermi che l’anima non vola via dal purgatorio non appena il denaro tintinna sul fondo della cassaforte, è in errore”.
“Bisogna insegnare ai cristiani che il papa, per la grandezza del suo potere, è al di sopra di tutta la Chiesa universale e di tutti i concili. I suoi ordini devono essere obbediti implicitamente”.
“Bisogna insegnare ai cristiani che solo il papa ha il diritto di decidere in materia di fede cristiana; che lui, e nessun altro tranne lui, ha il potere di spiegare il significato della Scrittura nel suo senso proprio e di approvare o condannare tutte le parole o le opere altrui”.
“Bisogna insegnare ai cristiani che il giudizio del papa in questioni che riguardano la fede cristiana, e che sono necessarie alla salvezza del genere umano, non può in alcun modo errare”.
“Ai cristiani deve essere insegnato che, in materia di fede, dovrebbero appoggiarsi e basarsi maggiormente sull’opinione del papa, manifestata dalle sue decisioni, piuttosto che sull’opinione di tutti i saggi, da loro desunta dalla Scrittura”.
“Ai cristiani deve essere insegnato che coloro che attaccano l’onore e la dignità del papa sono colpevoli del crimine di lesa maestà e meritano la maledizione”.
“Ai cristiani deve essere insegnato che ci sono molte cose che la Chiesa considera autentici articoli di verità universale, sebbene non si trovino né nel canone della Scrittura né negli antichi dottori”. [529]
- Gli altri affermavano che ai cristiani doveva essere insegnato a considerare eretici, sotto scomunica, tutti coloro che scrivevano o insegnavano contro le indulgenze; e tutti coloro che li proteggevano erano eretici ostinati, infami e dovevano essere severamente puniti con varie pene, secondo la legge, e con il terrore di tutti gli uomini. Poi procedette a bruciare le tesi che Lutero aveva presentato. In cambio, gli studenti dell’Università di Wittemberg bruciarono le tesi di Tetzel. Questo atto degli studenti fu, naturalmente, attribuito a Lutero. Ma, a un amico che glielo aveva chiesto, Lutero scrisse: “Mi stupisco che tu possa pensare che sia stato io a bruciare le tesi di Tetzel. Pensi che io sia così privo di senno? Ma cosa posso fare? Quando sono oggetto di osservazioni, sembra che tutto venga creduto. Posso forse legare la lingua del mondo intero? Benissimo! Che dicano, che ascoltino, che vedano, che fingano, qualunque cosa vogliano. Io agirò finché il Signore mi darà la forza, e con il Suo aiuto non temerò nulla”.
- L’opposizione dei papisti alle tesi di Lutero non solo fece aumentare l’interesse generale per esse, ma spinse Lutero sempre più avanti nella logica essenziale dei principi così enunciati. L’attenzione di Roma e del papa stesso fu presto attirata. Il 30 maggio 1518, Lutero scrisse una lettera amichevole al papa Leone X; poiché, a quel tempo, Lutero credeva ancora che il papa non potesse approvare le indulgenze che venivano vendute in tutta la Germania.
- Nello stesso anno si tenne una dieta ad Augusta e l’imperatore Massimiliano, desiderando ottenere uno speciale favore dal papa, gli scrisse il 5 agosto la seguente lettera:
“Santissimo Padre, abbiamo appreso, alcuni giorni fa, che un frate dell’Ordine agostiniano, di nome Martin Lutero, aveva iniziato a sostenere diverse proposte circa il commercio delle indulgenze. Il nostro dispiacere è tanto maggiore in quanto il suddetto frate trova molti protettori, tra cui personaggi potenti. Se la Santità Vostra e i reverendissimi padri della Chiesa (i cardinali) non impiegheranno immediatamente la loro autorità per porre fine a questi scandali, non solo questi dottori perniciosi sedurranno i semplici, ma trascineranno grandi principi nella loro rovina. Faremo in modo che qualunque decisione la Santità Vostra decida su questa questione, per la gloria di Dio Onnipotente, sia osservata da tutti nel nostro impero.”
- Invece di accettare fraternamente la lettera amichevole di Lutero, Lutero rimase sbalordito quando, il 7 agosto, ricevette dal papa una convocazione a comparire personalmente a Roma entro sessanta giorni. E l’imperatore e i principi tedeschi vennero diligentemente aizzati contro Lutero dal legato del papa. D’altra parte, gli amici di Lutero, furono ovunque incitati da questa convocazione a Roma, e pregarono ardentemente l’elettore di far esaminare il caso in Germania. Inoltre, lo stesso legato del papa, per attuare un piano politico, aveva chiesto al papa che il caso fosse esaminato in Germania. Di conseguenza, Leone emanò un breve scritto che autorizzava il legato a farlo. In questo breve scritto Leone disse:
“Vi ordiniamo di condurre personalmente davanti a voi, di perseguire e costringere senza indugio, e non appena riceverete questa nostra lettera, il suddetto Lutero, che è già stato dichiarato eretico dal nostro caro fratello Girolamo, vescovo di Ascoli. A tal fine invocate il braccio e l’assistenza del nostro carissimo figlio in Cristo Massimiliano, degli altri principi di Germania e di tutti i suoi comunali, università e poteri, ecclesiastici o secolari; e se lo arrestate, tenetelo in custodia sicura, affinché possa essere condotto davanti a noi. Se ritorna in sé, e chiede perdono per il suo grande crimine, lo ammette con se stesso, e senza essere sollecitato a farlo, vi diamo il potere di accoglierlo nell’unità della santa madre Chiesa. Se persiste nella sua ostinazione e non riuscite a impadronirvi della sua persona, vi diamo il potere di proscriverlo in tutte le parti della Germania; di bandirlo, maledirlo, e scomunicare tutti coloro che gli sono affezionati e ordinare a tutti i cristiani di evitare la loro presenza”.
“E, affinché questo contagio possa essere estirpato più facilmente, scomunicate tutti i prelati, gli ordini religiosi, le comunità, i conti, i duchi e i grandi, eccetto l’imperatore Massimiliano, che rifiuteranno di catturare il suddetto Martin Lutero e i suoi seguaci e di inviarli a voi, sotto la dovuta e sufficiente sorveglianza. E se (il che Dio non voglia) i suddetti principi, comunità, università, grandi o chiunque appartenga a loro, offrono asilo al suddetto Martin e ai suoi seguaci, in qualsiasi modo, e gli danno, pubblicamente o in segreto, da soli o da altri, aiuto e consiglio, noi poniamo sotto interdetto questi principi, comunità e grandi, con le loro città, borghi, campi e villaggi, dove il suddetto Martin può rifugiarsi, finché vi rimarrà e per tre giorni dopo la sua partenza”. [530]
“Quanto ai laici, se non obbediscono ai vostri ordini all’istante e senza alcuna opposizione, li dichiariamo infami (ad eccezione del degnissimo imperatore), incapaci di compiere qualsiasi atto lecito, privati della sepoltura cristiana e spogliati di tutti i feudi che possano detenere, sia della sede apostolica, sia di qualsiasi altro superiore”.
- Nello stesso tempo, Leone inviò una lettera molto lusinghiera all’elettore Federico, definendolo “l’ornamento, la gloria e il dolce profumo della vostra nobile stirpe”, e lo esortò a consegnare Lutero al legato “affinché il popolo pio del nostro tempo e dei tempi futuri non possa un giorno lamentarsi e dire: L’eresia più perniciosa da cui è stata afflitta la Chiesa di Dio, è stata fomentata dal favore e dal sostegno di questa alta e onorevole casa”.
- Alla fine fu organizzata un’udienza per Lutero ad Augusta, davanti al legato. Lutero si presentò tre volte. Ma poiché il legato insisteva affinché Lutero ritrattasse e non accettasse altro, né nemmeno ascoltasse altro, questo tentativo non fece che allargare ulteriormente la frattura. Al termine delle udienze, Lutero, non volendo fidarsi di Roma, fuggì da Augusta e tornò sano e salvo a Wittemberg, e l’azione immediatamente successiva del legato dimostrò che Lutero era stato saggio a fuggire proprio in quel momento. Il legato scrisse infatti una lettera all’elettore, in tono vendicativo, chiedendogli: “Poiché frate Martin non può essere indotto con metodi paterni a riconoscere il suo errore e a rimanere fedele alla Chiesa cattolica, prego vostra altezza di mandarlo a Roma o di bandirlo dai vostri Stati. State certo che questa difficile, maligna e velenosa faccenda non potrà durare a lungo, perché quando avrò messo al corrente il nostro santissimo signore di tutta l’astuzia e la malizia, presto avrà fine”.
- Lutero scrisse all’elettore, sottolineando l’ingiustizia di pretendere da lui tutto questo, quando non era stato fatto alcun tentativo per dimostrare in cosa sbagliasse; ma per la pace dell’elettore e dei suoi domini, Lutero lo informò che si era sottomesso volentieri a lasciare Wittemberg e ad andare in esilio, ovunque il Signore lo avesse condotto. Ma questo non fu necessario, poiché l’elettore scrisse al legato: “Dato che il Dottor Martin è comparso davanti a voi ad Augusta, dovreste essere soddisfatti. Non ci aspettavamo che, senza averlo condannato, avreste pensato di costringerlo a ritrattare. Nessuno dei dotti nei nostri domini ci ha detto che la dottrina di Martin fosse empia, anticristiana ed eretica”.
- Lutero scrisse un resoconto degli avvenimenti della sua vicenda ad Augusta e lo pubblicò con il titolo di “Atti della Conferenza di Augusta”, in cui affermò: “Gran Dio! Quale nuovo, quale crimine sorprendente, cercare luce e verità! E più specialmente cercarle nella Chiesa; in altre parole, nel regno della verità”. E, in una lettera a un amico, disse di questa produzione: “Ti mando i miei atti. Sono più taglienti, senza dubbio, di quanto si aspettasse il legato, ma la mia penna è pronta a partorire cose ben più grandi. Io stesso non so da dove vengano questi pensieri. A mio parere, la faccenda non è nemmeno iniziata: tanto sono lontani i grandi di Roma dal poter sperare che sia finita. Ti manderò ciò che ho scritto, affinché tu possa vedere se ho intuito bene nel pensare che l’anticristo di cui parla l’apostolo Paolo regni ora alla corte di Roma. Credo di poter dimostrare che oggi è peggiore degli stessi turchi”. E, a un altro, scrisse: “Ma più aumentano la loro furia e la loro violenza, meno tremo”. [531]
- Il 28 novembre 1518, Lutero, a Wittemberg, pubblicamente “si appellò al papa per un concilio generale della Chiesa”. E, prevedendo che questo ulteriore passo avrebbe certamente richiesto, per il bene dell’elettore, di lasciare Wittemberg, scrisse una protesta contro i metodi procedurali del papa che lo avevano costretto a fare questo appello dal papa a un concilio generale. In quel documento affermava: “Considerando che il papa, che è il vicario di Dio in terra, può, come qualsiasi altro vicario, errare, peccare o mentire, e che l’appello a un concilio generale è l’unica salvaguardia contro procedimenti ingiusti a cui è impossibile resistere, mi sento obbligato a ricorrervi”. Il 13 dicembre il papa, tramite il suo legato in Germania, emanò una bolla, “confermando la dottrina delle indulgenze proprio sui punti in cui erano state attaccate, ma senza menzionare né l’elettore né Lutero”.
- Nel 1519, si tenne a Lipsia un dibattito tra il Dottor Eck, il papista, e Carlstadt prima, e dopo, Lutero; perché il Dottor Eck aveva detto persino a Lutero che era venuto a Lipsia proprio per Lutero, e “se non posso discutere con te, non desidero avere nulla a che fare con Carlstadt”. Il Duca Giorgio aveva proibito a Lutero di partecipare al dibattito, e le obiezioni del duca dovettero essere superate. Ma il Dottor Eck ci riuscì. Nel persuadere il duca, disse: “Dobbiamo colpire alla testa. Se Lutero resta in piedi, lo faranno anche tutti i suoi sostenitori; se cade lui, cadono tutti”.
- Il 4 luglio, alle sette del mattino, iniziò il dibattito tra Eck e Lutero. Il dibattito fu aperto da Eck che affermò il primato del papato, con le parole:
“C’è nella Chiesa di Dio un primato derivato da Gesù Cristo stesso. La Chiesa militante è un’immagine della Chiesa trionfante. Ma quest’ultima è una gerarchia monarchica, che sale passo dopo passo fino all’unico Capo che è Dio; e, di conseguenza, Cristo ha stabilito la stessa graduazione sulla terra. Che tipo di mostro sarebbe la Chiesa se fosse senza capo!”
Lutero (Rivolgendosi al pubblico): “Il dottore ha ragione nel dire che la Chiesa universale deve avere un capo. Se c’è qualcuno qui che sostiene il contrario, si alzi in piedi! L’osservazione non mi riguarda affatto.”
Eck: “Se la Chiesa militante non è mai stata senza un monarca, vorrei sapere chi è questo monarca, se non il pontefice di Roma.”
Lutero: “Il Capo della Chiesa militante non è un uomo, ma Gesù Cristo stesso. Questo io credo sulla testimonianza di Dio. Cristo (dice la Scrittura) deve regnare finché Egli non abbia messo tutti i nemici sotto i Suoi piedi. Non possiamo, quindi, ascoltare coloro che vorrebbero confinare Cristo nella Chiesa trionfante in cielo. Il Suo regno è un regno di fede. Non possiamo vedere il nostro Capo, eppure lo abbiamo.”
Eck: “Bene, arrivo al punto essenziale. Il venerabile dottore mi chiede di dimostrare che il primato della Chiesa di Roma è di istituzione divina. Lo dimostro con queste parole di Cristo: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. Sant’Agostino, in una delle sue epistole, ha così spiegato il passo: “Tu sei Pietro, e su questa pietra — cioè su questo Pietro — edificherò la mia Chiesa”. È vero che Agostino ha affermato altrove che per questa pietra si deve intendere Cristo stesso; ma non ha mai ritrattato la sua precedente esposizione.” [532]
Lutero: “Se il reverendo dottore volesse attaccarmi, dovrebbe prima conciliare queste affermazioni contrarie di Agostino. È innegabile che Sant’Agostino abbia ripetutamente affermato che la pietra era Cristo; e forse ha anche detto una volta che era Pietro stesso. Ma anche se Sant’Agostino e tutti i Padri affermassero che l’apostolo è la pietra di cui parla Cristo, combatterei la loro opinione basandomi sull’autorità di un apostolo: in altre parole, sull’autorità divina; poiché è scritto: Nessun uomo può porre altro fondamento se non quello già posto, cioè Gesù Cristo. Pietro stesso chiama Cristo la pietra principale e angolare, sulla quale siamo edificati come casa spirituale.”
- Questo spunto fu seguito ulteriormente, e con altri argomenti, con Eck alla presenza di tutti, e per sé stesso, perdendo costantemente e consapevolmente terreno. Infine, il secondo giorno del dibattito, prese una piega con cui cercò di pregiudicare il pubblico contro Lutero, tanto da vanificare l’effetto delle sue parole. Così disse: “Fin dai tempi primitivi, tutti i buoni cristiani hanno riconosciuto che la Chiesa di Roma detiene il suo primato su Gesù Cristo stesso, e non sull’uomo. Devo confessare, tuttavia, che i Boemi, pur difendendo ostinatamente i loro errori, hanno attaccato questa dottrina. Il venerabile padre deve perdonarmi se sono nemico dei Boemi, perché sono nemici della Chiesa, e se la presente discussione mi ha ricordato questi eretici; poiché… secondo il mio debole giudizio… le conclusioni a cui è giunto il dottore sono tutte a favore dei loro errori. Si afferma persino che gli Ussiti se ne vantino a gran voce”.
- Eck conosceva il suo terreno e “aveva calcolato bene. Tutti i suoi sostenitori accolsero l’insinuazione con acclamazione, e un applauso generale si diffuse tra l’uditorio”. Lutero rispose: “Non amo uno scisma, e non lo amerò mai. Poiché i Boemi, per loro stessa autorità, si separano dalla nostra unità, sbagliano, anche se l’autorità divina fosse decisiva a favore delle loro dottrine, perché a capo di ogni autorità divina c’è la carità e l’unione dello Spirito”. Al termine di questo discorso di Lutero, la riunione fu aggiornata per il pranzo. E in questo intervallo Lutero fu costretto a chiedersi se avesse fatto bene a parlare così dei cristiani di Boemia. La sua coscienza ne fu toccata; e decise che avrebbe corretto l’impressione dubbia che aveva lasciato nelle menti del popolo.
- Questa decisione comportò il rigetto del Concilio di Costanza, uno dei più grandi concili della Chiesa. E lui stesso si trovava ora in appello a un concilio generale! E ora, per lui, approvare l’atteggiamento dei Boemi cristiani significava privarlo di ogni sostegno rimastogli presso il papato e, quindi, aprire tutte le porte all’opposizione papale. Eppure decise di farlo. Si disse tra sé e sé: “Devo fare il mio dovere, qualunque cosa accada”. Di conseguenza, non appena l’assemblea si fu riunita nella sessione pomeridiana, Lutero colse il primo momento. Si alzò e, con voce ferma e convinta, disse: “Alcuni dei principi di Giovanni Huss e dei Boemi sono perfettamente ortodossi. Questo è certo. Per esempio, ‘Che esiste una sola Chiesa universale’; e ancora, ‘Che non è necessario per la salvezza credere che la Chiesa romana sia superiore alle altre'”. Che lo abbia detto Wycliffe o Huss, non mi interessa. È la verità.” [533]
- “Questa dichiarazione di Lutero produsse un’immensa sensazione tra il pubblico. I nomi aborriti di Huss e Wycliffe, pronunciati con elogio da un monaco nel cuore di un’assemblea cattolica! Si udì un mormorio generale. Si udì il duca Giorgio stesso, allarmato come se avesse visto lo stendardo della guerra civile, che aveva così a lungo devastato gli Stati dei suoi antenati materni, spiegarsi in Sassonia. Incapace di nascondere la sua emozione, si batté la coscia, scosse la testa ed esclamò, abbastanza forte da essere udito da tutta l’assemblea: “Quell’uomo è pazzo!” L’intero pubblico era estremamente eccitato. Si alzarono in piedi e ognuno continuò a parlare con il suo vicino. Chi si era addormentato si svegliò. Gli oppositori di Lutero espressero la loro esultanza, mentre i suoi amici erano molto imbarazzati. Diverse persone, che fino ad allora lo avevano ascoltato con piacere, iniziarono a dubitare della sua ortodossia. L’impressione prodotta nella mente del duca da questa dichiarazione non fu mai cancellata; da quel momento guardò il Riformatore con occhio sfavorevole e divenne suo nemico.
- Il Dr. Eck aveva detto: “Sono stupito dall’umiltà e dalla modestia con cui il reverendo dottore si impegna da solo a combattere così tanti illustri Padri e a saperne più di sovrani pontefici, concili, dottori e università. Sarebbe certamente sorprendente che Dio abbia nascosto la verità a così tanti santi e martiri… e non l’abbia rivelata fino all’avvento del reverendo padre!” Lutero rispose: “Il reverendo dottore fugge davanti alle Sacre Scritture come il diavolo davanti alla croce. Da parte mia, con tutto il dovuto rispetto per i Padri, preferisco l’autorità della Scrittura e la raccomando ai nostri giudici”.
- Persino il Duca Giorgio dimostrò di essere consapevole che le argomentazioni di Lutero scossero il papato, osservando: “Che il papa sia papa, sia per legge divina che umana, in ogni caso è papa”. Quando la notizia della discussione giunse in Boemia, i cristiani del luogo scrissero a Lutero: “Ciò che Huss era un tempo in Boemia, tu, o Martin, ora sei in Sassonia. Perciò prega e sii forte nel Signore”. Il 15 giugno 1520, il papa emanò una bolla contro Lutero, come segue:
“Sorgi, o Signore! – Sorgi e sii giudice nella tua causa. Ricorda gli insulti che quotidianamente ti vengono offerti da uomini infatuati. Sorgi, o Pietro! Ricordati della tua santa Chiesa Romana, madre di tutte le Chiese e maestra della fede! Sorgi, o Paolo! Perché ecco un nuovo Porfirio che attacca le tue dottrine e i santi papi, nostri predecessori! Sorgi, infine, assemblea di tutti i santi, santa Chiesa di Dio, e intercedi presso l’Onnipotente!
“Nel momento in cui questa bolla sarà pubblicata, sarà dovere dei vescovi ricercare attentamente gli scritti di Martin Lutero, che contengono questi errori [ovvero quarantuno proposizioni dagli scritti di Lutero, che Leone denunciava come “perniciose, scandalose e velenose”], e bruciarli pubblicamente e solennemente in presenza del clero e dei laici. Riguardo a Martin stesso, buon Dio! Cosa non abbiamo fatto! Imitando la bontà dell’Onnipotente, siamo pronti, fin d’ora, a riceverlo nel seno della Chiesa, e gli diamo sessanta giorni per trasmetterci la sua ritrattazione in uno scritto sigillato da due prelati; o, cosa che ci sarà più gradita, per venire a Roma di persona, affinché non vi siano dubbi sulla sua sottomissione. Nel frattempo, e da questo momento, deve cessare di predicare, insegnare o scrivere, e deve consegnare le sue opere alle fiamme. Se, nello spazio di sessanta giorni non si ritratterà, noi, con la presente, condanniamo lui e i suoi seguaci come eretici pubblici e assoluti”. [534]
- Per tutto questo tempo Lutero si dedicò con impegno al suo insegnamento, alla sua predicazione e ai suoi scritti sui suoi due grandi argomenti: la Giustificazione per Fede e l’Iniquità di Roma: che, in effetti, non era altro che l’unico grande argomento della Giustificazione per Fede. Della giustificazione per fede aveva già scritto: “Vedo che il diavolo attacca incessantemente questo articolo fondamentale, per mezzo dei suoi dottori, e che, a questo riguardo, non possiamo riposare né trovare pace. Benissimo, io, Dottor Martin Lutero, indegno evangelista di nostro Signore Gesù Cristo, sostengo questo articolo: che solo la fede, senza le opere, giustifica al cospetto di Dio! E dichiaro che l’imperatore dei Romani, l’imperatore dei Turchi, l’imperatore dei Tartari, l’imperatore dei Persiani, il papa, tutti i cardinali, i vescovi, i sacerdoti, i monaci, le monache, i principi e i nobili, tutti gli uomini e tutti i diavoli, devono sostenerlo e riconoscerlo fino a rimanere per sempre. Se si impegneranno a combattere questa verità, attireranno sulle loro teste le fiamme dell’inferno. Questo è il vero e santo Vangelo, e la mia dichiarazione, del Dottor Lutero, secondo la luce dello Spirito Santo… Nessuno è morto per i nostri peccati, ma Gesù Cristo, il Figlio di Dio. Lo ripeto ancora una volta: se il mondo e tutti i demoni si facessero a pezzi a vicenda e scoppiassero di rabbia, questo è comunque vero. E se è Lui solo a togliere il peccato, non possiamo essere noi stessi con le nostre opere, ma le buone opere seguono la redenzione, come il frutto appare sull’albero. Questa è la nostra dottrina, ed è la dottrina che lo Spirito Santo insegna a tutti i veri cristiani. La sosteniamo nel nome di Dio. Amen.”
- E ora, sebbene Lutero non avesse ancora sentito parlare della bolla del papa, dichiarò: “Il tempo del silenzio è passato: il tempo della parola è arrivato. I misteri dell’anticristo devono finalmente essere svelati.” Di conseguenza, il 20 giugno 1520 pubblicò un “appello a Sua Maestà Imperiale e alla nobiltà cristiana di Germania, sulla Riforma del Cristianesimo”, in cui, su questo importante argomento, diede il via libera a tutta la Germania e a tutto il mondo per sempre. Scrisse: “Non è per presunzione che io, che sono solo uno del popolo, mi impegno a rivolgermi alle Vostre Signorie. La miseria e l’oppressione sopportate in questo momento da tutti gli Stati della Cristianità, e in particolare dalla Germania, mi strappano un grido di angoscia. Devo chiedere aiuto; devo vedere se Dio non darà il Suo Spirito a qualcuno dei nostri connazionali e tenderà una mano alla nostra infelice nazione. Dio ci ha dato un principe giovane e generoso (l’imperatore Carlo V), e così ha riempito i nostri cuori di grandi speranze. Ma anche noi, dobbiamo, da parte nostra, fare tutto il possibile.
- “Ora la prima cosa necessaria è non confidare nella nostra grande forza o nella nostra elevata saggezza. Quando un’opera altrimenti buona viene iniziata con fiducia in se stessi, Dio la abbatte e la distrugge. Federico I, Federico II e molti altri imperatori, davanti ai quali il mondo tremava, sono stati calpestati dai papi, perché confidavano più nelle proprie forze che in Dio. Non potevano che soccombere. In questa guerra dobbiamo combattere le potenze dell’inferno, e il nostro modo di condurla deve essere quello di non aspettarci nulla dalla forza delle armi umane, di confidare umilmente nel Signore e di guardare ancora di più alle sofferenze della cristianità che ai crimini dei malvagi. Potrebbe darsi che, con una procedura diversa, l’opera inizierebbe sotto apparenze più favorevoli, ma improvvisamente, nel calore della lotta, sorgerebbe la confusione, uomini malvagi causerebbero terribili disastri e il mondo sarebbe inondato di sangue. Maggiore è il potere, maggiore è il pericolo, quando le cose non vengono fatte nel timore del Signore”. [535]
- “I Romani, per proteggersi da ogni tipo di riforma, si sono circondati di tre mura. Quando furono attaccati dal potere temporale, ne negarono la giurisdizione su di loro e sostennero la superiorità del potere spirituale. Quando furono messi alla prova dalla Scrittura, risposero che nessuno poteva interpretarla se non il papa. Quando furono minacciati con un concilio, replicarono che nessuno tranne il papa avrebbe dovuto convocarlo. Ci hanno così portato via le tre verghe destinate a punirli e si sono abbandonati a ogni sorta di malvagità. Ma ora Dio ci aiuti e ci dia una delle trombe che abbatterono le mura di Gerico. Abbattiamo i muri di carta e paglia che i Romani hanno costruito intorno a loro, e solleviamo le verghe che punirono i malvagi, portando alla luce le insidie del diavolo”.
- “È stato detto che il papa, i vescovi, i sacerdoti e tutti coloro che popolano i conventi formano lo stato spirituale o ecclesiastico, e che principi, nobili, cittadini e contadini formano lo stato secolare o laico. Questa è una favola speciosa. Ma nessuno si allarmi. Tutti i cristiani appartengono allo stato spirituale; e l’unica differenza tra loro sta nelle funzioni che svolgono. Abbiamo tutti un solo battesimo e una sola fede, e questi costituiscono l’uomo spirituale. L’unzione, la tonsura, l’ordinazione, la consacrazione, impartite dal papa o da un vescovo, possono rendere un ipocrita, ma non possono mai rendere un uomo spirituale. Siamo tutti consacrati sacerdoti dal battesimo, come dice San Pietro: “Voi siete un sacerdozio regale”, sebbene non tutti svolgano effettivamente le funzioni di re e sacerdoti, perché nessuno può assumere ciò che è comune a tutti senza il consenso comune. Ma se questa consacrazione di Dio non ci appartenesse, l’unzione del papa non potrebbe creare un solo sacerdote”.
- “Se dieci fratelli, figli di un re, e aventi pari diritti alla sua eredità, scegliessero uno di loro per amministrare per loro, sarebbero tutti re, e tuttavia solo uno di loro sarebbe l’amministratore del loro potere comune. Così è nella Chiesa. Se diversi laici pii fossero esiliati in un deserto, e se, non avendo tra loro un sacerdote consacrato da un vescovo, si accordassero nello scegliere uno di loro, sposato o no, questi sarebbe un vero sacerdote, come se tutti i vescovi del mondo lo avessero consacrato. In questo modo furono eletti Agostino, Ambrogio e Cipriano. Ne consegue che laici e sacerdoti, principi e vescovi o, come abbiamo detto, ecclesiastici e laici, non hanno nulla che li distingua se non le loro funzioni. Hanno tutti la stessa condizione, ma non hanno tutti lo stesso lavoro da svolgere”.
- “Stando così le cose, perché il magistrato non dovrebbe correggere il clero? Il potere secolare è stato istituito da Dio per punire i malvagi e proteggere i buoni, e deve essere lasciato libero di agire in tutta la cristianità, senza riguardo a persone, siano esse papa, vescovi, sacerdoti, monaci o suore. San Paolo dice a tutti i cristiani: Ogni anima (e, di conseguenza, anche il papa) sia sottomessa alle autorità superiori, perché non portano invano la spada (Romani 13:1, 4)”.
- “È mostruoso vedere colui che si definisce vicario di Gesù Cristo ostentare una magnificenza ineguagliabile da quella di qualsiasi imperatore. È questo il modo in cui dimostra la sua somiglianza con l’umile Gesù o con l’umile Pietro? Egli è, si dice, il signore del mondo. Ma Cristo, di cui si vanta di essere vicario, ha detto: Il mio regno non è di questo mondo. Può il potere di un vicario superare quello del suo principe?”. [536]
- “Sapete a cosa servono i cardinali? Ve lo dico io: l’Italia e la Germania hanno molti conventi, fondazioni e benefici, riccamente dotati. Come si potrebbero portare le loro entrate a Roma?… I cardinali furono creati; poi a loro furono conferiti monasteri e prelati; e in quest’ora… l’Italia è quasi un deserto: i conventi sono distrutti, i vescovadi divorati, le città in decadenza, gli abitanti corrotti, il culto morente e la predicazione abolita… Perché? – Perché tutte le entrate delle chiese vanno a Roma. Giammai il Turco stesso avrebbe rovinato l’Italia in questo modo.
- “E ora che hanno succhiato il sangue della loro patria, vengono in Germania. Loro con gentilezza: ma stiamo in guardia. La Germania diventerà presto come l’Italia. Abbiamo già alcuni cardinali. Il loro pensiero è: prima che i contadini tedeschi comprendano il nostro disegno, non avranno né vescovado, né convento, né beneficio, né centesimi, né quattrini. L’Anticristo deve possedere i tesori della terra. Trenta o quaranta cardinali saranno eletti in un solo giorno; a uno sarà data Bamberga, a un altro il ducato di Würzburg, e saranno annessi ricchi benefici, finché chiese e città non saranno ridotte in desolazione. E allora il papa dirà: “Io sono il vicario di Cristo e il pastore del Suo gregge. Che i tedeschi si dimettano”. Come possiamo noi tedeschi sottometterci a tale rapina e a tale assalto da parte del papa? Se la Francia ha resistito con successo, perché ci lasciamo così prendere in giro e insultare? Ah! Se ci privassero solo dei nostri beni! Ma loro devastano le chiese, saccheggiano le pecore di Cristo, aboliscono il culto e sopprimono la Parola di Dio”.
- “Cerchiamo di porre fine a questa desolazione e miseria. Se vogliamo marciare contro i Turchi, iniziamo con la specie peggiore. Se impicchiamo i borseggiatori e decapitiamo i ladri, non lasciamo che l’avarizia romana sfugga – l’avarizia, che è la più grande di tutti i ladri e i briganti; e questo, per giunta, nel nome di San Pietro e di Gesù Cristo. Chi può sopportarlo? Chi può tacere? Non è forse rubato tutto ciò che possiede il papa? Non l’ha acquistato né ereditato da San Pietro, né l’ha acquisito con il sudore della propria fronte. Dove, allora, l’ha preso?”.
- “Non è ridicolo che il papa pretenda di essere l’erede legittimo dell’impero? Chi glielo ha dato? Forse Gesù Cristo, quando disse: I re della terra esercitano il dominio su di loro; ma non sarà così tra voi? (Luca 22:25, 26). Come può governare un impero e allo stesso tempo predicare, pregare, studiare e prendersi cura dei poveri? Gesù Cristo proibì ai suoi discepoli di portare con sé oro o vestiti, perché l’ufficio del ministero non può essere svolto senza libertà da ogni altra preoccupazione; eppure il papa avrebbe governato l’impero e allo stesso tempo sarebbe rimasto papa”.
- “Il papa rinunci a ogni specie di titolo sul regno di Napoli e Sicilia. Non ne ha più diritto di me. Il suo possesso di Bologna, Imola, Ravenna, Romagna, Marche d’Ancona, ecc., è ingiusto e contrario ai comandamenti di Gesù Cristo. Nessuno, dice San Paolo, che intraprendeuna guerra si immischia negli affari di questa vita (2 Timoteo 2:2). E il papa, che pretende di guidare la guerra del Vangelo, si immischia negli affari di questa vita più di qualsiasi imperatore o re. Deve essere liberato da tutta questa fatica. [537]
L’imperatore dovrebbe mettere una Bibbia e un libro di preghiere nelle mani del papa, affinché il papa possa lasciare ai re il governo e dedicarsi alla predicazione e alla preghiera”.
- “La prima cosa necessaria è bandire da tutti i paesi della Germania i legati del papa e le presunte benedizioni che ci vendono a peso d’oro, e che sono pura impostura. Prendono i nostri soldi; e perché? Per legalizzare guadagni illeciti, per sciogliere giuramenti e insegnarci a infrangere la fede, a peccare e ad andare direttamente all’inferno… Ascolta, o papa!Non papa santissimo, ma papa peccatorissimo… Possa Dio, dal Suo posto in cielo, gettare il tuo trono nell’abisso infernale!”.
- “E ora vengo a una banda di pigri, che promette molto, ma mantiene poco. Non arrabbiatevi, cari signori, la mia intenzione è buona; quello che ho da dire è una verità al tempo stesso dolce e amara, vale a dire, che non è più necessario costruire chiostri per i monaci mendicanti. Buon Dio! Ne abbiamo fin troppi; e vorrei che fossero tutti soppressi… Vagare vagabondando per il paese non ha mai fatto bene, e non farà mai bene”.
- “In quale stato è caduto il clero, e quanti sacerdoti sono oppressi da donne, figli e rimorsi, mentre nessuno viene in loro aiuto! Lasciamo che il papa e i vescovi facciano il loro corso, e che quelli che vogliono vadano in perdizione; tutto molto bene! Ma sono deciso a liberare la mia coscienza e ad aprire la mia bocca liberamente, per quanto il papa, i vescovi e altri possano essere offesi!… Dico, quindi, che secondo l’istituzione di Gesù Cristo e degli apostoli, ogni città dovrebbe avere un pastore o un vescovo, e che questo pastore possa avere una moglie, come San Paolo scrive a Timoteo: Il vescovo sia marito di una sola moglie (1 Timoteo 3:2), e come è ancora praticato nella Chiesa greca. Ma il diavolo ha persuaso il papa, come dice San Paolo a Timoteo (1 Timoteo 4:3), a proibire al clero di sposarsi. E da qui i mali così numerosi che è impossibile elencarli in dettaglio. Cosa si deve fare? Come possiamo salvare i molti pastori che sono biasimevoli solo per questo, che vivono con una donna, alla quale desiderano con tutto il cuore unirsi legittimamente? Ah! Salviamo la loro coscienza! Prendiamo questa donna in legittimo matrimonio e viviamo decentemente con lei, senza preoccuparsi se ciò piaccia o no al papa. La salvezza della vostra anima è di maggiore importanza di leggi arbitrarie e tiranniche, leggi non imposte dal Signore”.
- “È tempo di prendere in seria considerazione il caso dei Boemi, affinché odio e invidia possano cessare e l’unione possa essere nuovamente ristabilita… In questo modo gli eretici devono essere confutati dalla Scrittura, come fecero gli antichi Padri, e non sottomessi col fuoco. In un sistema contrario, i carnefici sarebbero i più dotti tra i dottori. Oh! Voglia Dio che ogni partito tra noi si stringesse la mano in fraterna umiltà, piuttosto che indurirsi nell’idea del nostro potere e del nostro diritto! La carità è più necessaria del papato romano. Ho ora fatto ciò che era in mio potere. Se il papa o il suo popolo si oppongono, dovranno renderne conto. Il papa dovrebbe essere pronto a rinunciare al papato, a tutte le sue ricchezze e a tutti i suoi onori, se potesse così salvare una sola anima. Ma vedrebbe l’universo andare in rovina piuttosto che cedere un capello del suo potere usurpato. Io sono libero da queste cose”.
- “Temo molto che le università diventeranno le porte dell’inferno, se non si presta la dovuta attenzione a spiegare le Sacre Scritture e a imprimerle nei cuori degli studenti. Il mio consiglio a tutti è di non mandare i propri figli dove la Scrittura non regna sovrana. Ogni istituzione in cui gli studi condotti portino ad una rilassata considerazione della Parola di Dio, si rivelerà corrotta”. [538]
- “Presumo, tuttavia, di aver suonato una nota troppo alta, di aver proposto molte cose che appariranno impossibili e di essere stato un po’ troppo severo con i molti errori che ho attaccato. Ma cosa posso fare? Meglio che il mondo si offenda con me che [*lo faccia] Dio!… Il massimo che può togliermi è la vita. Ho spesso offerto di fare la pace con i miei avversari, ma attraverso il loro strumento, Dio mi ha sempre costretto a parlare contro di loro. Ho ancora un canto su Roma in serbo, e se hanno prurito d’orecchio, lo canterò loro a piena voce. Roma! Mi capisci?”.
- “Se la mia causa è giusta, deve essere condannata sulla terra e giustificata solo da Cristo in cielo. Perciò papa, vescovi, sacerdoti, monaci, dottori, si facciano avanti, mostrino tutto il loro zelo e diano libero sfogo alla loro furia. Certamente sono proprio loro che dovrebbero perseguitare la verità, come in tutte le epoche l’hanno perseguitata”.
- Questo discorso fu pubblicato il 26 giugno 1520, e in poco tempo ne furono vendute 4.000 copie: “un numero senza precedenti per quel periodo. Lo stupore fu universale e tutto il popolo era in subbuglio. Il vigore, lo spirito, l’evidenza e la nobile audacia di cui era pervaso lo resero davvero un’opera per il popolo, che sentiva che chi parlava in quei termini lo amava veramente. Le confuse opinioni che molti saggi nutrivano furono illuminate. Tutti divennero consapevoli delle usurpazioni di Roma. A Wittemberg nessuno aveva il minimo dubbio che il papa fosse l’anticristo. Persino la corte dell’elettore, con tutta la sua timidezza e circospezione, non disapprovava il Riformatore, ma si limitava ad attendere l’esito. La nobiltà e il popolo non aspettarono nemmeno. La nazione si svegliò e, alla voce di Lutero, adottò la sua causa e si strinse attorno al suo stendardo. Nulla avrebbe potuto essere vantaggioso per il Riformatore di questa pubblicazione. Nei palazzi, nei castelli, nelle abitazioni dei cittadini e persino nelle case, tutto era ormai pronto e, per così dire, reso prova contro la sentenza di condanna che stava per abbattersi sul profeta del popolo. Tutta la Germania era in fiamme. E la bolla, quando verrà, non spegnerà mai l’incendio”.
- Il discorso alla nazione tedesca fu seguito, il 6 ottobre 1520, dalla pubblicazione di un trattato intitolato “La Cattività Babilonese della Chiesa”, in cui Lutero affermava: “Che io lo voglia o no, divento ogni giorno più colto, spronato come sono da tanti celebri maestri. Due anni fa ho attaccato le indulgenze; non con molta comprensione e indecisione, che ora me ne vergogno. Ma, dopo tutto, il modo in cui l’ho attaccato non è da meravigliarsi perché non avevo nessuno che mi aiutasse a rotolare la pietra… Negavo che il papato fosse di Dio, ma ammettevo che avesse l’autorità dell’uomo. Ora, dopo aver letto tutte le sottigliezze con cui queste scintille sostengono il loro idolo, so che il papato è solo il regno di Babilonia e la tirannia del grande cacciatore, Nimrod. Prego quindi tutti i miei amici e tutti i librai di bruciare i libri che io scrissi su questo argomento, e di sostituirli con l’unica proposizione: “Il papato è una caccia generale, per ordine del romano pontefice, allo scopo di corrompere e distruggere le anime“. [539]
- Sul battesimo, nello stesso libro, egli disse: “Dio ci ha preservato questo unico sacramento al riparo dalle tradizioni umane. Dio ha detto: Chi crede e si fa battezzare sarà salvato. Questa promessa divina deve avere la precedenza su tutte le opere, per quanto splendide, su tutti i voti, tutte le soddisfazioni, tutte le indulgenze, tutto ciò che l’uomo ha escogitato. Da questa promessa, se la riceviamo con fede, dipende tutta la nostra salvezza. Se crediamo, il nostro cuore è rafforzato dalla promessa divina; e anche se tutto il resto dovesse abbandonare il credente, questa promessa non lo abbandonerà. Con essa egli resisterà all’avversario che assale la sua anima, e incontrerà la morte, sebbene spietata, e persino il giudizio di Dio stesso. In tutte le prove il suo conforto sarà dire: “Dio è fedele alle Sue promesse, e queste erano “Mi sono impegnato nel battesimo; se Dio è per me, chi sarà contro di me?’ Oh, quanto è ricco il cristiano, il battezzato! Nulla può distruggerlo se non il suo rifiuto di credere.””
- “Pertanto, dichiaro che né il papa, né il vescovo, né alcun altro uomo ha il diritto di imporre il minimo peso a un cristiano, almeno senza il suo consenso. Qualunque cosa venga fatta diversamente, viene fatta tirannicamente. Siamo liberi da tutti gli uomini. Il voto che abbiamo fatto nel battesimo è sufficiente di per sé, ed è più di tutto ciò che potremmo mai compiere. Pertanto tutti gli altri voti possono essere aboliti. Chiunque entri nel sacerdozio o in un ordine religioso, consideri bene che le opere di un monaco o di un sacerdote, per quanto difficili possano essere, non sono, agli occhi di Dio, in alcun modo superiori a quelle di un contadino che lavora nei campi o di una donna che si occupa dei doveri della sua casa. Dio valuta tutte queste cose secondo la regola della fede. E spesso accade che il semplice lavoro di un servo o di una serva sia più gradito a Dio dei digiuni e delle opere di un monaco, essendo questi carenti di fede… Il popolo cristiano è il popolo di Dio condotto in cattività, a Babilonia, e lì privato del suo battesimo”.
- “Apprendo che una nuova scomunica papale è stata preparata contro di me. Se così fosse, il presente libro può essere considerato parte della mia futura ritrattazione. A prova della mia obbedienza, il resto seguirà presto; e il tutto, con l’aiuto di Cristo, formerà una collezione, quale Roma non aveva mai visto né sentito prima.”
- Ciò che Lutero aveva detto finora sul papa, non si riferiva alla persona di Leone X, ma al papa come centro del papato. Per Leone X, personalmente, Lutero nutriva grande rispetto. E ora, invia una lettera personale a Leone, appellandosi a lui contro il papato come sistema, e supplicandolo di accettare il Vangelo e di separarsi da Roma. Era una lettera cristiana, che presentava al papa la verità. Era la chiamata di Dio anche al papa, ad abbandonare Babilonia. In questa lettera, Lutero scrisse: “Al santissimo padre in Dio, Leone X, papa a Roma, salvezza in Cristo Gesù nostro Signore. Amen”.
- “Dal mezzo della terribile guerra che conduco da tre anni contro uomini disordinati, non posso fare a meno di guardare a te, o Leone, santissimo padre in Dio. E sebbene la follia dei tuoi empi adulatori mi abbia costretto ad appellarmi al tuo giudizio per un futuro concilio, il mio cuore non si è allontanato dalla tua santità, e non ho cessato di pregare Dio con fervore e con profondi sospiri, affinché conceda prosperità a te e al tuo pontificato”.
- “È vero che ho attaccato alcune dottrine anticristiane e ho inflitto una profonda ferita ai miei avversari a causa della loro empietà. Di questo non mi pento, poiché ho qui Cristo come esempio. A che serve il sale se ha perso il suo sapore, o il filo di una spada se non taglia? Maledetto sia colui che compie l’opera del Signore negligentemente. Eccellentissimo Leone, lungi dall’aver concepito cattivi pensieri nei tuoi confronti, il mio desiderio è che tu possa godere delle più preziose benedizioni per l’eternità. Una sola cosa ho fatto: ho mantenuto la Parola di verità. Sono pronto a cedere a tutto in ogni cosa, ma quanto a questa Parola, non voglio, non posso abbandonarla. Chi la pensa diversamente su questo argomento è in errore”. [540]
- “È vero che ho attaccato la corte di Roma, ma né tu né alcun uomo vivente può negare che vi sia una corruzione maggiore di quella che c’era a Sodoma e Gomorra, e che l’empietà che prevale renda ogni cura senza speranza. Sì, sono stato inorridito nel vedere come, sotto il tuo nome, i poveri seguaci di Cristo siano stati ingannati. Mi sono opposto a questo, e mi opporrò ancora: non che io immagini possibile, nonostante l’opposizione degli adulatori, realizzare qualcosa in questa Babilonia, che è la confusione stessa; ma lo devo ai miei fratelli sforzarmi, se possibile, di liberare alcuni di loro da questi terribili mali”.
- “Lo sai: Roma ha inondato per molti anni il mondo con tutto ciò che potrebbe distruggere sia l’anima che il corpo. La Chiesa di Roma, un tempo la prima in santità, è diventata una spelonca di ladri, un luogo di prostituzione, un regno di morte e inferno, così che l’Anticristo stesso, se dovesse apparire, non sarebbe in grado di aumentarne la malvagità. Tutto questo è chiaro come il sole”.
- “Eppure, o Leone, tu stesso sei come un agnello in mezzo ai lupi, un Daniele nella fossa dei leoni. Ma, da solo, cosa puoi opporre a questi mostri? Ci possono essere tre o quattro cardinali che alla conoscenza aggiungono la virtù. Ma cosa sono questi contro così tanti [*altri]? Dovresti perire per veleno ancor prima di poter provare qualsiasi rimedio. È finita per la corte di Roma: l’ira di Dio l’ha raggiunta e la consumerà. Odia il consiglio, teme la riforma, non modererà la furia della sua empietà; e quindi si può giustamente dire di essa come di sua madre: Avremmo guarito Babilonia, ma non è guarita; abbandonatela. Spettava a te e ai tuoi cardinali applicare il rimedio; ma il paziente ride del medico e il cavallo si rifiuta di sentire il morso…”.
- “Con il più profondo affetto per te, eccellentissimo Leone, io ho sempre rimpianto che, formato come sei per un’epoca migliore, tu sia stato elevato al pontificato in questi tempi. Roma non è degna di te e di coloro che ti somigliano: l’unico capo che merita di avere è Satana stesso e, quindi, la verità è che in questa Babilonia lui è più re di te. Voglia Dio che, abbandonando questa gloria che i tuoi nemici tanto esaltano, tu la scambi con un modesto ufficio pastorale, o viva della tua eredità paterna. La gloria di Roma è di un tipo adatto solo agli Iscarioti… O mio caro Leone, a cosa servi tu in questa corte romana, se non a permettere agli uomini più esecrabili di usare il tuo nome e la tua autorità per rovinare fortune, distruggere anime, moltiplicare crimini, opprimere la fede, la verità e l’intera Chiesa di Dio? O Leone, Leone! Sei il più sfortunato degli uomini e siedi sul più pericoloso dei troni. Ti dico la verità perché ti auguro il meglio”.
- “Non è forse vero che, sotto la vasta distesa del cielo, non c’è nulla di più corrotto, di più odioso, della Corte Romana? In vizio e corruzione supera infinitamente i Turchi. Un tempo porta del cielo, è diventata la bocca dell’inferno, una bocca larga che l’ira di Dio tiene aperta, così che, nel vedere così tanti infelici esseri precipitarvi dentro, sono stato costretto a levare la voce, come in una tempesta, affinché, almeno, alcuni potessero essere salvati dal terribile abisso. Tale, o Leone, padre mio, è stata la ragione per cui ho inveito contro questa sede mortale. Lungi dall’attaccare la tua persona, ho pensato di lavorare per la tua sicurezza, quando ho coraggiosamente assalito questa prigione, o meglio, questo inferno in cui sei confinato. Fare ogni sorta di male alla Corte di Roma, significa compiere il proprio dovere; coprirlo di vergogna è onorare Cristo; in una parola, essere cristiano è essere nient’altro che un romano”. [541]
- “Nel frattempo, vedendo che nel soccorrere la sede di Roma stavo sprecando la mia fatica e le mie pene, le inviai una lettera di divorzio. Le dissi: ‘Addio, Roma!‘ Chi è ingiusto, continui a essere ingiusto; e chi è immondo, continui a essere immondo (Apocalisse 22:11), e mi dedicai allo studio tranquillo e solitario del sacro volume. Allora Satana aprì gli occhi e svegliò il suo servo, Giovanni Eck, un grande nemico di Gesù Cristo, per poter costringermi di nuovo a scendere nell’arena. Il desiderio di Eck era di stabilire il primato, non di Pietro, ma di se stesso, e a tal fine, condurre in trionfo il vinto Lutero. La colpa di tutta l’infamia che è stata gettata sulla sede di Roma ricade su di lui”.
- “Ora, dunque, vengo a te, o Padre santissimo, e prostrato ai tuoi piedi, ti prego, se possibile, di porre un freno ai nemici della verità. Ma non posso ritrattare la mia dottrina. Non posso permettere che vengano imposte regole di interpretazione alle Sacre Scritture. La Parola di Dio, fonte da cui scaturisce ogni libertà, deve essere lasciata libera.” “O Leone, padre mio! Non ascoltare quelle sirene adulatrici che ti dicono che non sei un semplice uomo, ma un semidio, e che puoi ordinare ciò che ti aggrada. Sei il servo dei servi, e il posto che occupi è di tutti gli altri il più pericoloso e il più infelice. Non dare credito a coloro che ti esaltano, ma a coloro che ti umiliano. Forse sono troppo audace nel dare consigli a una maestà così alta, il cui dovere è istruire tutti gli uomini. Ma vedo i pericoli che ti circondano a Roma; ti vedo spinto qua e là, sballottato, per così dire, sulle onde di un mare in tempesta. La carità mi spinge, e non posso resistere a lanciare un grido d’allarme”.
- “Per non apparire a mani vuote davanti alla tua santità, ti presento un piccolo libro, che è apparso sotto il tuo nome, e che ti renderà consapevole degli argomenti a cui potrò dedicarmi, se i tuoi adulatori me lo permetteranno. È una piccola cosa per quanto riguarda le dimensioni del volume, ma grande per quanto riguarda il suo contenuto, poiché comprende un riassunto della vita cristiana. Io sono povero e non ho altro da offrire; inoltre, a te non manca nulla tranne che doni spirituali. Io raccomando me stesso alla tua santità. Che il Signore ti custodisca per sempre! Amen.”
- Questo piccolo libro che Lutero inviò al papa era intitolato “Trattato sulla libertà del cristiano”, in cui la preziosissima verità cristiana fu portata all’attenzione del papa, con le seguenti gentili parole: “Il cristiano è libero: tutte le cose sono sue. Il cristiano è un servo, soggetto a tutti in ogni cosa. Per fede è libero; per amore è soggetto. La fede unisce l’anima a Cristo, come una sposa allo sposo. Tutto ciò che Cristo possiede, diventa proprietà del credente; tutto ciò che il credente possiede, diventa proprietà di Cristo. Cristo possiede tutte le benedizioni, persino la salvezza eterna, e queste sono da allora in poi proprietà del credente. Il credente possiede tutti i vizi e tutti i peccati, e questi diventano da allora in poi proprietà di Cristo. Avviene ora un felice scambio. Cristo, che è Dio e uomo, Cristo, che non ha mai peccato e la cui santità è invincibile, Cristo, l’Onnipotente ed eterno, che si appropria con il Suo anello nuziale, cioè per fede, di tutti i peccati del credente; questi peccati sono assorbiti in Lui e annientati, perché nessun peccato può esistere al cospetto della Sua infinita giustizia. [542]
- “Così, per mezzo della fede, l’anima è liberata da tutti i peccati e investita dell’eterna giustizia di Gesù Cristo, lo Sposo. O felice unione! Gesù Cristo, il ricco, il nobile, il santo Sposo, prende in matrimonio questa povera, colpevole, sposa disprezzata, la libera da ogni male e la adorna con le vesti più ricche. . . Cristo, re e sacerdote, condivide questo onore e questa gloria con tutti i cristiani. Il cristiano è un re e, di conseguenza, possiede ogni cosa. È un sacerdote e, di conseguenza, possiede Dio. Ed è la fede, non le opere, che gli procura questo onore. Il cristiano è libero da ogni cosa e al di sopra di ogni cosa: la fede gli dà tutto in abbondanza”.
- “Sebbene il cristiano sia stato così reso libero, diventa volontariamente un servo, affinché possa agire verso i suoi fratelli come Dio ha agito verso di lui per mezzo di Gesù Cristo. Desidero liberamente, gioiosamente e gratuitamente servire un Padre che ha così riversato su di me tutte le ricchezze della sua bontà. Desidero diventare tutto per il mio prossimo, come Cristo è diventato tutto per me. . . Dalla fede scaturisce l’amore verso Dio, e dall’amore una vita piena di libertà, carità e gioia. Oh, quanto è nobile ed elevata la vita del cristiano! Ma ahimè! Nessuno lo sa, e nessuno lo predica. Per fede il cristiano si eleva fino a Dio, per amore scende fino all’uomo, pur rimanendo sempre in Dio. Questa è la vera libertà, una libertà tanto al di sopra di ogni altra specie di libertà quanto i cieli sono al di sopra della terra.”
- Il 3 ottobre 1520, la bolla del papa fu pubblicata in Germania, in merito alla quale Lutero disse: “Finalmente questa bolla romana è arrivata. La disprezzo e la sfido come empia, falsa e sotto ogni aspetto degna di Eck. È Cristo stesso che è condannato. Non fornisce alcuna motivazione; si limita a citarmi, non per essere ascoltato, ma solo per cantare una palinodia. La tratterò come spuria, anche se non ho dubbi che sia autentica. Oh, se Carlo V fosse un uomo e, per amore di Cristo, attaccasse questi demoni! Mi rallegro di dover sopportare alcune difficoltà per la migliore delle cause. Sento già più libertà nel mio cuore, perché, finalmente, so che il papa è l’anticristo e che la sua sede è quella di Satana stesso.”
- In conformità con il decreto della bolla, i libri di Lutero vennero raccolti dagli agenti di Roma e bruciati. A Lovanio, nei Paesi Bassi, quando fu pubblicato il decreto che tutti i suoi libri dovevano essere raccolti e, in un certo giorno, bruciati in un certo luogo, al momento opportuno, era presente una grande folla e “studenti e borghesi furono visti affrettarsi tra la folla, con le braccia piene di grandi volumi, che gettarono tra le fiamme. Il loro zelo edificava i monaci e i dottori”; ma in seguito si scoprì che “invece degli scritti di Lutero, avevano gettato nel fuoco i ‘Sermones Discipuli Tartaret’ e altri libri scolastici e papisti!”. I dottori di Lovanio dissero a Margherita, reggente dei Paesi Bassi: “Lutero sta sovvertendo la fede cristiana”. Lei chiese: “Chi è questo Lutero?”. Risposero: “Un monaco ignorante”. La principessa rispose: “Ebbene, allora voi che siete dotti, in così gran numero, scrivete contro di lui. Il mondo darà credito a una moltitudine di dotti piuttosto che a un monaco isolato.”
- Il 4 novembre successivo, Lutero pubblicò un trattato intitolato “Contro la Bolla dell’Anticristo”, in cui affermava: “Quali errori, quali imposture si sono insinuate tra la povera gente sotto il manto della Chiesa e la pretesa infallibilità del papa! Quante anime sono state così perdute! Quanto sangue versato! Quali omicidi commessi! Quali regni rovinati! So distinguere molto bene tra arte e malizia; e attribuisco ben poco valore a una malizia che non ha arte. Bruciare libri è così facile che persino i bambini possono farlo; quanto più il santo padre e i suoi dottori. Sarebbe opportuno che dimostrassero una capacità maggiore di quella richiesta per bruciare semplicemente i libri… Inoltre, distruggano le mie opere! Non desidero altro; perché tutto ciò che desideravo era guidare gli uomini alla Bibbia, affinché, in seguito, potessero mettere da parte tutti i miei scritti. Buon Dio; se avessimo la conoscenza della Scrittura, che bisogno ci sarebbe per i miei scritti?… Sono libero, per grazia di Dio; e le bolle non mi confortano né mi spaventano. La mia forza e la mia consolazione sono dove né gli uomini né i demoni possono assalirle.” [543]
- Era un crimine per chiunque appellarsi al papa in un concilio generale. Ma il 17 novembre, Lutero commise questo crimine. Un notaio e cinque testimoni furono convocati da Lutero nel convento dove risiedeva; e lì Lutero fece redigere dal notaio in forma legale il suo appello, con le seguenti parole:
“Considerando che un concilio generale della Chiesa cristiana è al di sopra del papa, soprattutto in tutto ciò che riguarda la fede:
“Considerando che il potere del papa non è al di sopra, ma al di sotto della Scrittura, e che egli non ha il diritto di tormentare le pecore di Cristo e di gettarle nella bocca del lupo:
“Io, Martin Lutero, Agostino, dottore delle Sacre Scritture a Wittemberg, con questo scritto mi appello per me stesso e per tutti coloro che aderiranno a me, dal santissimo Papa Leone, a un futuro concilio cristiano universale.
“Mi appello dal suddetto Papa Leone, in primo luogo, come giudice ingiusto, temerario e tirannico, che mi condanna senza ascoltarmi e senza spiegare i motivi del suo giudizio; in secondo luogo, come eretico, apostata sviato e ostinato, condannato dalle Sacre Scritture, in quanto mi ordina di negare che la fede cristiana sia necessaria nell’uso dei sacramenti; in terzo luogo, come nemico, anticristo, avversario, tiranno della Sacra Scrittura, che osa opporre le proprie parole a tutte le parole di Dio; in quarto luogo, come dispregiatore, calunniatore, bestemmiatore della santa Chiesa cristiana e di un libero concilio, in quanto pretende che un concilio non sia nulla in sé.
“Pertanto, imploro umilmente i serenissimi, illustrissimi, eccellenti, generosi, nobili, coraggiosi, saggi e prudenti signori, Carlo, l’imperatore romano, gli elettori, i principi, i conti, i baroni, i cavalieri, i gentiluomini, i consiglieri, le città e i comuni di tutta la Germania, di aderire alla mia protesta e di unirsi a me nel resistere alla condotta anticristiana del papa, per la gloria di Dio, la difesa della Chiesa e della dottrina cristiana e il mantenimento di liberi concili nella cristianità. Lo facciano, e Cristo nostro Signore li ricompenserà abbondantemente con la sua grazia eterna. Ma se c’è qualcuno che disprezza la mia preghiera e continua a obbedire a quell’uomo empio, il papa, piuttosto che a Dio, io, con la presente, mi libero da questa responsabilità. Dopo aver fedelmente avvertito le loro coscienze, li lascio, così come il papa e tutti i suoi seguaci, al sovrano giudizio di Dio.” [544]
- Il 10 dicembre, furono affissi avvisi sui muri dei luoghi pubblici di Wittemberg, “invitando professori e studenti a incontrarsi alle nove del mattino, alla porta orientale, vicino alla Santa Croce. Un gran numero di insegnanti e studenti si radunò; e Lutero, camminando alla loro testa, guidò la processione verso il luogo designato… Era stato preparato un patibolo. Uno dei più antichi maestri d’arte applicò la torcia. Nel momento in cui le fiamme si divamparono, il formidabile Agostino, vestito con la sua tonaca, fu visto avvicinarsi al rogo, tenendo tra le mani il Codice di Diritto Canonico, le Decretali, le Clementinae, le Extravagantes dei papi, alcuni scritti di Eck ed Emser, e la bolla papale. Dopo aver prima consumato le Decretali, Lutero sollevò la bolla, e dicendo: ‘Poiché hai rattristato l’Unto del Signore, lascia che il fuoco eterno ti affligga e ti consumi’, la gettò tra le fiamme”.
- Lutero e la folla tornarono in città in silenzio, e Lutero osservò ulteriormente: “In tutte le leggi papali non c’è una sola parola che ci insegni chi è Gesù Cristo. I miei nemici sono stati in grado, bruciando i miei libri, di ferire la verità nella mente della gente comune, e quindi ho bruciato a mia volta i loro libri. Ora è iniziata una seria lotta. Finora ho avuto solo un gioco da bambini con il papa. Ho iniziato l’opera in nome di Dio: sarà portata a termine senza di me e con il Suo potere. Se bruciano i miei libri, nei quali, per parlare senza vanagloria, c’è più Vangelo che in tutti i libri del papa, ho il diritto, afortiori, di bruciare i loro, nei quali non c’è nulla di buono”.
- Il giorno dopo, al termine della sua consueta lezione, disse: “Se non combattete con tutto il cuore l’empio governo del papa, non potrete essere salvati. Chiunque si compiaccia della religione e del culto del papato, sarà eternamente perduto nella vita a venire. Se lo rifiutiamo, possiamo aspettarci ogni genere di pericolo, e persino la perdita della vita. Ma è molto meglio correre tali rischi nel mondo che tacere! Finché vivrò, metterò in guardia i miei fratelli dalla piaga e dalla peste di Babilonia, affinché molti di quelli che sono con noi non ricadano con gli altri nell’abisso dell’inferno. Il papa ha tre corone, e sono queste: la prima è contro Dio, perché condanna la religione; la seconda, contro l’imperatore, perché condanna il potere secolare; e la terza, contro la società, perché condanna il matrimonio”.
- Tutte queste cose, naturalmente, crearono tumulti sempre più grandi in tutta la Germania, e persino oltre. I suoi nemici lo attaccavano da ogni parte: gli esitanti erano spaventati; persino i suoi amici temevano che stesse andando troppo veloce e troppo lontano. Aleandro, nunzio del papa all’incoronazione di Carlo V a Colonia, si rivolse all’elettore Federico di Sassonia, il cui suddito era Lutero:
“Guardate gli immensi pericoli a cui quest’uomo espone la comunità cristiana. Se non si applica rapidamente un rimedio, l’impero è distrutto. Cosa ha rovinato i Greci, se non l’abbandono del papa? Non potete rimanere uniti a Lutero senza separarvi da Gesù Cristo. Nel nome di sua santità [*il papa], vi chiedo due cose: primo, bruciare gli scritti di Lutero; secondo, punirlo secondo i suoi demeriti, o almeno consegnarlo prigioniero al papa. L’imperatore, e tutti i principi dell’impero, si sono dichiarati pronti ad accogliere le nostre richieste; solo voi esitate ancora.”
- L’elettore rispose che si trattava di una questione di troppa importanza per essere decisa d’impulso, e che in un secondo momento avrebbe dato una risposta definitiva. Da parte sua, Lutero scrisse a Spalatino, il cappellano dell’elettore: “Se il Vangelo fosse di natura tale da essere propagato o mantenuto dal potere del mondo, Dio non lo avrebbe affidato ai pescatori. Difendere il Vangelo non spetta ai principi e ai pontefici di questo mondo. Hanno già abbastanza da fare per proteggersi dai giudizi del Signore e del Suo Unto. Se parlo, lo faccio affinché possano ottenere la conoscenza della parola divina ed essere salvati per mezzo di essa”. [545]
- Lutero era praticamente solo, e perfino questo cominciò a essere usato come accusa contro di lui. Ma a tutti diceva: “Chi sa se Dio non mi ha scelto e chiamato, e se non dovrebbero temere che, disprezzandomi, possano disprezzare Dio stesso? … Mosè era solo quando uscì dall’Egitto, Elia solo al tempo di re Acab, Isaia solo a Gerusalemme, Ezechiele solo a Babilonia… Dio non scelse mai come profeta né il sommo sacerdote, né alcun altro grande personaggio. Di solito sceglieva persone umili e disprezzate. In un’occasione persino un pastore (Amos). In ogni tempo i santi hanno dovuto rimproverare i grandi — re, principi, sacerdoti, i dotti — a rischio della loro vita. E sotto la nuova dispensazione non è stato forse lo stesso? Ambrogio ai suoi giorni era solo; dopo di lui era solo Girolamo; più tardi ancora Agostino era solo… Non dico di essere un profeta; ma dico che dovrebbero temere solo perché sono solo, e loro sono molti. Di una cosa sono certo: la Parola di Dio è con me, e non con loro”.
- “Si dice anche che io proponga novità, e che sia impossibile credere che tutti gli altri dottori si siano sbagliati per così tanto tempo. No, non predico novità. Ma dico che tutte le dottrine cristiane sono scomparse, anche tra coloro che avrebbero dovuto preservarle, intendo vescovi e dotti. Non dubito, tuttavia, che la verità sia rimasta in alcuni cuori, fosse anche stata nei bambini nella culla. I poveri contadini, semplici bambini, ora comprendono Gesù Cristo meglio del papa, dei vescovi e dei dottori”.
- “Sono accusato di rigettare i santi dottori della Chiesa. Non li rigetto; ma poiché tutti quei dottori cercano di provare i loro scritti per mezzo della Sacra Scrittura, questa deve essere più chiara e più certa di quanto sono loro. Chi pensa di provare un discorso oscuro con uno ancora più oscuro? Così, dunque, la necessità ci costringe a ricorrere alla Bibbia, come fanno tutti i dottori, e a chiederle di giudicare sui loro scritti, perché la Bibbia è signora e maestra”.
- Il 28 gennaio 1521, la Dieta di Worms fu aperta da Carlo V in persona, la prima assemblea imperiale dalla sua ascesa al trono. Mai una dieta era stata frequentata da così tanti principi. E, tra gli argomenti da considerare, l’imperatore aveva nominato, nella sua lettera di convocazione della dieta, “La Riforma”. Aveva scritto all’elettore Federico di “portare Lutero alla dieta, assicurandogli che non gli sarebbe stata fatta alcuna ingiustizia, che non avrebbe incontrato alcuna violenza, che uomini dotti avrebbero conferito con lui”. L’elettore, tramite il suo cappellano, ne informò Lutero. La salute di Lutero era in quel momento piuttosto cagionevole e i suoi amici erano spaventati.
- Ma Lutero, senza mai temere, disse solo: “Se non posso andare a Worms in salute, mi farò portare. Dato che l’imperatore mi chiama, non posso dubitare che sia una chiamata di Dio stesso. Se intendono usare violenza contro di me, come è probabile (perché certamente non è per la loro istruzione che mi fanno apparire), lascio la questione nelle mani del Signore. Colui che ha preservato i tre giovani nella fornace, vive e regna ancora. Se non gli piace salvarmi, la mia vita è solo una questione di poco conto; solo non permettiamo che il Vangelo sia esposto alla derisione dei malvagi e versiamo il nostro sangue per esso piuttosto che permettere loro di trionfare. Quale sia il contributo maggiore alla sicurezza generale, la mia vita o la mia morte? Non spetta a noi deciderlo. Preghiamo solo Dio che il nostro giovane imperatore non inizi il suo regno immergendo le mani nel mio sangue; preferirei di gran lunga perire per la spada dei Romani. Sapete quali giudizi colpirono l’imperatore Sigismondo dopo l’assassinio di Giovanni Huss. Aspettatevi tutto da me, tranne la fuga e la ritrattazione: non posso fuggire, e tanto meno posso ritrattare.” [546]
- Ma l’elettore preferì affidare Lutero alla cura di Dio; e senza attendere una risposta da Lutero, scrisse all’imperatore: “Mi sembra difficile portare Lutero con me a Worms: sollevatemi da questo compito. Inoltre, non ho mai voluto prendere la sua dottrina sotto la mia protezione, ma solo impedire che venisse condannato senza essere ascoltato. I legati, senza attendere i vostri ordini, hanno proceduto a compiere un passo, insultando sia Lutero che me, e temo molto che in questo modo lo abbiano spinto a un atto imprudente [il rogo della bolla del papa], che potrebbe esporlo a grande pericolo, se si presentasse alla dieta”.
- Durante la dieta, il nunzio del papa tenne un lungo discorso, lungo tre ore, contro Lutero. Il papato non voleva che Lutero si presentasse alla dieta: non voleva che venisse ascoltato. Il discorso di Aleandro era mirato soprattutto a persuadere l’imperatore a non convocarlo. Concluse con le seguenti parole:
“Lutero non permetterà a nessuno di istruirlo. Il papa lo convocò a Roma, ma egli non obbedì. Il papa lo convocò ad Augusta davanti al suo legato, ed egli non si presentò senza un salvacondotto dall’imperatore, cioè finché le mani del legato non fossero legate e non gli fosse rimasto nulla di libero tranne la lingua. Ah! Supplico la vostra maestà imperiale di non fare ciò che sarebbe disonorevole. Non interferite in una questione di cui i laici non hanno il diritto di prendere conoscenza. Fate il vostro lavoro. Che le dottrine di Lutero siano interdette in tutto l’impero; che i suoi scritti siano bruciati ovunque. Non temete; c’è abbastanza negli scritti di Lutero per bruciare centomila eretici… E cosa dobbiamo temere?… Il popolo? Prima della battaglia sembra terribile per la sua insolenza; in battaglia è spregevole per la sua vigliaccheria. Principi stranieri? Il re di Francia ha proibito alla dottrina di Lutero di entrare nel suo regno; mentre il re di Gran Bretagna sta preparando una mazzata per essa con la sua mano regale. Voi sapete quali sono i sentimenti di Ungheria, Italia e Spagna, e nessuno dei vostri vicini, per quanto grande possa essere l’inimicizia che vi porta, vi augura qualcosa di così brutto come questa eresia. Se la casa del nostro nemico è adiacente alla nostra, possiamo augurargli la febbre, ma non la pestilenza… Chi sono tutti questi luterani? Un gruppo di grammatici insolenti, preti corrotti, monaci disordinati, avvocati ignoranti, nobili degradati, gente comune, fuorviata e pervertita. Il partito cattolico non è forse molto più numeroso, capace e potente? Un decreto unanime di questa assemblea illuminerà i semplici, metterà in guardia gli imprudenti, determinerà coloro che esitano e confermerà i deboli… Ma se la scure non verrà posta alla radice di questo arbusto velenoso, se non gli viene inferto il colpo fatale… lo vedo coprire l’eredità di Gesù Cristo con i suoi rami, trasformare la vigna del Signore in una foresta ululante, trasformare il regno di Dio in una tana di bestie feroci e gettare la Germania nello spaventoso stato di barbarie e desolazione a cui l’Asia è stata ridotta dalla superstizione di Maometto.” [547]
- Ma, pochi giorni dopo, lo sforzo di Aleandro fu completamente vanificato da un discorso del duca Giorgio, il più grande nemico di Lutero tra i nobili. E, data la sua nota inimicizia verso Lutero, il suo discorso ebbe tanto più effetto. “Vedendo che il nunzio cercava di confondere Lutero e la Riforma in un’unica condanna, Giorgio si alzò improvvisamente in piedi tra i principi riuniti e, con grande stupore di coloro che conoscevano il suo odio per il Riformatore, disse:
“La dieta non deve dimenticare le lagnanze di cui si lamenta contro la corte di Roma. Quali abusi si sono insinuati nei nostri Stati! Gli annati [*AI: il pagamento pari al reddito di un anno, effettuato da un ecclesiastico di nuova nomina al papa], che l’imperatore concedeva liberamente per il bene della cristianità, ora richiesti come un debito: i cortigiani romani che inventano ogni giorno nuove ordinanze, al fine di assorbire, vendere e appaltare i benefici ecclesiastici; una moltitudine di trasgressioni ignorate; i ricchi trasgressori indegnamente tollerati, mentre coloro che non hanno mezzi di riscatto vengono puniti senza pietà; i papi che incessantemente concedono aspettative e reversioni agli abitanti del loro palazzo, a detrimento di coloro a cui i benefici appartengono; le commende di abbazie e conventi di Roma conferite a cardinali, vescovi e prelati, che si appropriano delle loro entrate, così che non c’è un solo monaco nei conventi che dovrebbe averne venti o trenta; le “Via Crucis” moltiplicate senza fine e i negozi di indulgenze istituiti in tutte le strade e le piazze delle nostre città, negozi di Sant’Antonio, negozi del Santo Spirito, di Sant’Uberto, di San Cornelio, di San Vincenzo e molti altri ancora; società che acquistano da Roma il diritto di tenere tali mercati, poi acquistano dal loro vescovo il diritto di esporre le loro merci e, per procurarsi tutto questo denaro, svuotano e prosciugano le tasche dei poveri; l’indulgenza, che dovrebbe essere concessa solo per la salvezza delle anime e che dovrebbe essere meritata solo con preghiere, digiuni e la salvezza delle anime, venduta a un prezzo normale [*non scontato]; i funzionari dei vescovi che opprimono coloro che vivono in umili condizioni di vita con penitenze per bestemmia, adulterio, dissolutezza, la violazione di questo o quel giorno di festa, mentre, allo stesso tempo, non censurano nemmeno gli ecclesiastici colpevoli degli stessi crimini; penitenze imposte al penitente e artificiosamente predisposte, in modo che egli ricada presto nella stessa colpa e paghi tanto più denaro”.
“Questi sono alcuni degli abusi più evidenti di Roma; ogni senso di vergogna è stato abbandonato, e una sola cosa è perseguita: il denaro! Il denaro! Quindi, i predicatori che dovrebbero insegnare la verità, ora non fanno altro che smerciare menzogne, bugie che non solo sono tollerate, ma ricompensate, perché più mentono, più guadagnano. Da questo pozzo inquinato sgorga tutta quest’acqua inquinata. La dissolutezza va di pari passo con l’avarizia. I funzionari fanno venire le donne nelle loro case con diversi pretesti e cercano di sedurle, a volte con minacce, a volte con regali; o, se non ci riescono, ledono la loro reputazione. Ah! Gli scandali causati dal clero precipitano moltitudini di povere anime nella condanna eterna! Ci deve essere una riforma universale, e questa riforma deve essere compiuta convocando un concilio generale. Pertanto, eccellentissimi principi e signori, vi imploro con sottomissione di non perdere tempo nella considerazione di questa questione”.
- Altri membri della dieta seguirono il Duca Giorgio in tono simile. Dissero: “Abbiamo un pontefice che trascorre la sua vita tra caccia e piacere. I benefici della Germania vengono concessi a Roma a cacciatori, domestici, stallieri, garzoni di stalla, servi e altre persone di quella classe: gente ignorante, rozza, senza capacità, e completamente estranea alla Germania”. Il Duca Giorgio mise per iscritto il suo discorso e le sue lamentele. Fu nominata una commissione per raccogliere le lamentele. E, quando ebbero presentato il loro rapporto, l’elenco delle lamentele contro Roma ammontava a centouno. “Una delegazione, composta da principi secolari ed ecclesiastici, presentò la lista all’imperatore, implorandolo di riparare il danno, come si era impegnato a fare al momento della sua elezione. ‘Quante anime cristiane si perdono’, dissero a Carlo V. ‘Quante depredazioni, quante estorsioni sono causate dagli scandali che circondano il capo spirituale della cristianità! La rovina e il disonore del nostro popolo devono essere impediti. Pertanto, tutti noi, in corpo, ti supplichiamo umilmente, ma anche con urgenza, di ordinare una riforma generale, di intraprenderla e di portarla a termine”. Persino il confessore dell’imperatore aveva “denunciato la vendetta del cielo contro di lui se non avesse riformato la Chiesa”. Una conseguenza di tutto ciò fu che “l’imperatore ritirò immediatamente l’editto che ordinava che gli scritti di Lutero fossero dati alle fiamme in ogni parte dell’impero, e al suo posto sostituì un ordine provvisorio di rimessa di questi libri ai magistrati”. [548]
- Questi eventi avevano risvegliato nella dieta un reale desiderio che Lutero si presentasse lì. I suoi amici insistevano sempre sul fatto che fosse ingiusto condannarlo senza averlo ascoltato; e ora alcuni dei suoi nemici dissero: “La sua dottrina ha talmente preso possesso dei cuori degli uomini che è impossibile arrestare il loro progresso senza averlo ascoltato”. Ma il nunzio del papa, realmente timoroso che Lutero potesse essere portato, si impegnò più diligentemente che mai per impedirlo. Andò persino dall’imperatore in persona e disse:
“È illecito mettere in discussione ciò che il sommo pontefice ha deciso. Non ci sarà discussione con Lutero, voi dite, ma la potenza di quest’uomo audace, il fuoco del suo sguardo, l’eloquenza della sua lingua e lo spirito misterioso che lo anima, non saranno sufficienti a suscitare qualche sedizione? Molti lo venerano già come un santo, e ovunque si incontra il suo ritratto circondato da un alone di gloria, come intorno al capo dei Beati. Se si decide di citarlo, almeno che lo si faccia senza dargli la protezione della fede pubblica.”
- Ma ogni opposizione fu vana. L’imperatore decise che Lutero sarebbe venuto. E l’imperatore gli diede non solo il salvacondotto imperiale, ma chiese anche a ciascuno dei principi attraverso i cui Stati avrebbe dovuto passare di dargli un salvacondotto. Il 6 marzo 1521, l’imperatore gli inviò la seguente convocazione:
“Carlo, per grazia di Dio, eletto imperatore romano, sempre Augusto, ecc., ecc.
“Onorevole, caro e pio! Noi e gli Stati del Sacro Impero, avendo deciso di avviare un’inchiesta sulla dottrina e sui libri che avete pubblicato da tempo, vi abbiamo dato, affinché veniate qui e torniate in un luogo sicuro, il nostro salvacondotto e quello dell’impero, qui allegato. Il nostro sincero desiderio è che vi prepariate immediatamente per questo viaggio, affinché, nello spazio di ventuno giorni, menzionato nel nostro salvacondotto, possiate essere qui con certezza e senza fallo. Non temete né ingiustizia né violenza. Faremo rispettare fermamente il nostro salvacondotto sottoscritto, e ci aspettiamo che rispondiate alla nostra chiamata. Così facendo, seguirete il nostro serio consiglio”.
“Dato nella nostra città imperiale di Worms, il sesto giorno di marzo, nell’anno del Signore 1521, e nel secondo anno del nostro regno”. CARLO.
“Per ordine di mio signore l’imperatore, di sua mano, Alberto, cardinale di Magonza, arcicancelliere”. NICHOLAS ZWILL.
- Il 2 aprile Lutero partì per Worms. “Ovunque passasse, la gente accorreva per vederlo. Il suo viaggio era una sorta di processione trionfale. Si provava un profondo interesse nel vedere l’uomo intrepido che si recava a offrire la sua testa all’imperatore e all’impero. Un’immensa folla lo circondava. ‘Ah!’, gli dissero alcuni, ‘ci sono così tanti cardinali e così tanti vescovi a Worms, che ti bruceranno; ridurranno il tuo corpo in cenere, come è stato fatto con quello di Giovanni Huss.’ Ma nulla terrorizzava il monaco. ‘Se accendessero un fuoco’, disse, ‘che si estendesse da Worms a Wittemberg e raggiungesse persino il cielo, lo attraverserei nel nome del Signore; apparirei davanti a loro. Vorrei entrare nelle fauci di questo colosso, rompergli i denti e confessare il Signore Gesù Cristo”. [549]
- In un altro punto un ufficiale gli disse: “Sei tu l’uomo che si impegna a riformare il papato? Come ci riuscirai?” Lutero rispose: “Sì, sono io. Confido in Dio Onnipotente, la cui Parola e il cui comando ho davanti a me”. L’ufficiale lo guardò intensamente in viso e disse: “Caro amico, c’è qualcosa di vero in quello che dici. Io sono il servo di Carlo, ma il tuo Signore è più grande del mio. Lui ti aiuterà e ti proteggerà”. In un altro punto ancora un’anziana vedova gli disse: “Mio padre e mia madre mi dissero che Dio avrebbe suscitato un uomo che si sarebbe opposto alle vanità papali e avrebbe salvato la Parola di Dio. Spero che tu sia quell’uomo. E ti auguro, per il tuo lavoro, la grazia e lo Spirito Santo di Dio.”
- Mentre si dirigeva verso Worms, Aleandro e gli altri principali papisti erano più preoccupati che mai. Tesero una trappola, per farlo deviare su invito di alcuni amici, dove lo avrebbero incontrato per un colloquio, e trattenerlo fino alla scadenza del salvacondotto. Ma Lutero non accettò alcun invito. Disse: “Continuo il mio viaggio, e se il confessore dell’imperatore ha qualcosa da dirmi, mi troverà a Worms. Vado dove sono chiamato.” Persino Spalatino, un vero amico, si sentì talmente indeciso da inviare un messaggero a Lutero con il messaggio: “Non entrare a Worms!” Lutero guardò dritto negli occhi il messaggero e rispose: “Va’ e di’ al tuo padrone che se ci fossero tanti diavoli a Worms quante sono le tegole sui tetti, io entrerei.”
- Ed entrò. Un centinaio di gentiluomini a cavallo lo incontrarono fuori dalle porte per scortarlo in città. Una folla lo attendeva alle porte. Duemila persone lo accompagnarono per le strade. Mentre passava, “improvvisamente un uomo vestito con abiti singolari, che portava una grande croce davanti a sé, come di consueto ai funerali, si staccò dalla folla, avanzò verso Lutero e poi a voce alta, e con la cadenza lamentosa che si usa nella celebrazione della messa in suffragio delle anime dei defunti, cantò le seguenti strofe, come se avesse deciso che i defunti stessi dovessero ascoltarli:
“Advenisti, o desiderabilis!”
“Quem expectabamus in tenebris!”
“Sei arrivato, o desiderato! Tu che abbiamo desiderato e atteso nelle tenebre.”
- L’imperatore riunì immediatamente il suo consiglio di Stato e disse: “Lutero è arrivato! Cosa bisogna fare?” Il vescovo di Palermo disse: “Ci siamo consultati a lungo su questo argomento. Che Vostra Maestà Imperiale si liberi al più presto di quest’uomo. Sigismondo non fece forse bruciare Giovanni Huss [*Jan Hus]?Non c’è alcun obbligo né di dare, né di osservare un salvacondotto a un eretico.” Ma Carlo rispose: “No! Ciò che è stato promesso deve essere eseguito!” La mattina dopo, venerdì 17 aprile, il maresciallo dell’impero si recò da Lutero e lo convocò a “comparire alle quattro del pomeriggio alla presenza di Sua Maestà Imperiale e degli Stati dell’impero.”
- Allo scoccare delle quattro, il maresciallo riapparve e scortò Lutero nella sala della dieta. “L’araldo camminò per primo; dopo di lui il maresciallo; e per ultimo il Riformatore. La folla che affollava le strade era ancora più numerosa della sera precedente. Era impossibile proseguire; era vano gridare “Fate largo!”: la folla aumentava. Finalmente, l’araldo, vedendo l’impossibilità di raggiungere il municipio, fece aprire alcune case private e condusse Lutero attraverso giardini e passaggi segreti fino al luogo dell’incontro. La gente, accorgendosi di ciò, si precipitò nelle case salendo i gradini del monaco di Wittemberg, o si appostò alle finestre che davano sui giardini, mentre un gran numero di persone saliva sui tetti. I tetti delle case, il marciapiede, ogni luogo sopra e sotto, era pieno di spettatori.” [550]
- Finalmente raggiunsero la sala. Ma qui la folla era più numerosa che altrove. I soldati dovettero aprire loro la strada. Mentre entrava nella sala, un vecchio generale, “vedendo passare Lutero, gli diede una pacca sulla spalla e, scuotendo la testa, pallida per la battaglia, gli disse gentilmente: ‘Povero monaco! Povero monaco! Hai davanti a te una marcia e una faccenda, come né io, né molti altri capitani abbiamo mai visto nelle più sanguinose nostre battaglie. Ma se la tua causa è giusta e hai piena fiducia in essa, avanza nel nome di Dio e non temere nulla. Dio non ti abbandonerà'”.
- Lutero si presentò alla dieta. “Mai uomo era comparso davanti a un’assemblea così augusta. L’imperatore Carlo V, i cui domini abbracciavano il vecchio e il nuovo mondo; suo fratello, l’arciduca Ferdinando; sei elettori dell’impero, i cui discendenti ora portano quasi tutti la corona reale; ventiquattro duchi, la maggior parte dei quali regnanti su territori più o meno estesi, e tra i quali alcuni portano un nome che in seguito diventerà temibile per la Riforma (il duca d’Alba e i suoi due figli); otto margravi; trenta arcivescovi, vescovi o prelati; sette ambasciatori, tra cui quelli dei re di Francia e Inghilterra; i deputati di dieci città libere; un gran numero di principi, conti e baroni sovrani, i nunzi del papa; in tutto, duecentoquattro personaggi.
- “Questa apparizione fu di per sé una notevole vittoria ottenuta sul papato. Il papa aveva condannato l’uomo; eppure si trovava davanti a un tribunale che fino a quel momento si poneva al di sopra del papa. Il papa lo aveva messo sotto il suo bando, escludendolo da ogni società umana; eppure era stato convocato in termini onorevoli e
ammesso davanti alla più augusta assemblea del mondo. Il papa aveva ordinato che la sua bocca fosse per sempre muta; ed egli stava per aprirla davanti a un pubblico di migliaia di persone, radunate dai più remoti angoli della cristianità. Un’immensa rivoluzione era stata così compiuta per mezzo di Lutero. Roma stava scendendo dal suo trono: scendendo per ordine di un monaco.
- “Alcuni principi, vedendo l’umile figlio del minatore di Mansfeld sconcertato di fronte all’assemblea dei re, gli si avvicinarono gentilmente, e uno di loro disse: ‘Non temere coloro che possono uccidere il corpo, ma non possono uccidere l’anima‘. Un altro aggiunse: “Quando sarete condotti davanti ai re, non sarete voi a parlare, ma lo Spirito del Padre vostro che parla in voi“. Così il Riformatore fu consolato, con le stesse parole del suo Maestro, dall’intervento dei governanti del mondo”.
- Finalmente si erano recati al cospetto dell’imperatore e si erano fermati davanti al suo trono. Quindi il maresciallo, dopo avergli intimato di non parlare finché non gli fosse stato chiesto, si ritirò. Dopo un attimo un funzionario si rivolse a lui, prima in latino e poi in tedesco: “Martin Lutero, la sua sacra e invincibile maestà imperiale ti ha citato davanti al suo trono, su consiglio e indicazione degli Stati del Sacro Romano Impero, per invitarti a rispondere a queste due domande: primo, ammetti che questi libri siano stati composti da te [indicando una raccolta di circa venti libri su un tavolo]? Secondo, intendi ritrattare questi libri e il loro contenuto, o persisti nelle cose che hai avanzato in essi?” [551]
- Lutero stava per rispondere, ma il suo avvocato lo interruppe, dicendo: “Leggete i titoli dei libri”. I titoli furono letti. Poi, prima in latino, poi in tedesco, Lutero disse: “Graziosissimo imperatore! Graziosi principi e signori! Sua maestà imperiale mi pone due domande. Quanto alla prima, riconosco che i libri menzionati sono miei: non posso negarli. Quanto alla seconda, considerando che si tratta di una questione che riguarda la fede e la salvezza delle anime, una questione in cui è interessata la Parola di Dio, in altre parole, il più grande e prezioso tesoro sia in cielo che in terra, agirei imprudentemente se rispondessi senza riflettere. Potrei dire meno di quanto l’occasione richieda, o più di quanto la verità esiga, e incorrere così nella colpa che il nostro Salvatore denunciò quando disse: Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. Pertanto, prego la vostra maestà imperiale, con tutta la sottomissione, di darmi il tempo di rispondere senza offendere la Parola di Dio.”
- L’imperatore, che aveva osservato attentamente Lutero per tutto questo tempo, si rivolse a uno dei suoi cortigiani e disse: “Certamente non è lui l’uomo che mi farebbe mai diventare eretico!” Dopo una consultazione tra l’imperatore e i suoi signori, fu emanato un proclama: “Martin Lutero, sua maestà imperiale, in conformità con la bontà che gli è naturale, è lieto di concedervi un altro giorno; ma a condizione che diate la vostra risposta verbalmente e non per iscritto”. Lutero tornò nelle sue stanze e scrisse a un amico: “Vi scrivo dal mezzo del tumulto. Sono comparso in quest’ora davanti all’imperatore e a suo fratello. Ho riconosciuto la paternità [*dei libri scritti] e ho dichiarato che domani darò la mia risposta in merito alla ritrattazione. Con l’aiuto di Gesù Cristo, non ritratterò nemmeno un iota di tutte le mie opere”.
- Il giorno dopo, con l’avvicinarsi dell’ora, Lutero avvertì la solennità dell’occasione. Doveva parlare al mondo intero, in nome di Dio e della Sua verità. Si dedicò quindi con fervore alla preghiera, alcune delle quali furono udite dai suoi amici e conservate: “Dio Onnipotente! Dio Eterno! Quanto è terribile il mondo! Come apre la bocca per inghiottirmi! E quanto è debole la mia fiducia in te! Quanto è debole la carne! Quanto è potente Satana! Se devo riporre la mia speranza in ciò che il mondo chiama potente, sono rovinato!… La campana a morto è suonata e il giudizio è pronunciato!… O Dio! O Dio! O tu, mio Dio! assistimi contro tutta la sapienza del mondo! Fallo: tu devi farlo… Tu solo… perché non è opera mia, ma tua. Non ho niente da fare qui, non ho niente da fare a contendere così con i potenti del mondo. Anch’io vorrei trascorrere giorni tranquilli e felici. Ma la causa è tua; ed è giusta ed eterna! O Signore! Sii il mio aiuto. Dio fedele! Dio immutabile! Non confido in nessun uomo. Sarebbe vano. Tutto ciò che è dell’uomo vacilla! Tutto ciò che viene dall’uomo cede! O Dio! O Dio! Non senti?… Dio mio! Sei morto?… No; non puoi morire! Ti nascondi solo! Mi hai scelto per questa opera! Lo so. Agisci, dunque, o Dio!… Stai al mio fianco, per amore del tuo amato Figlio, Gesù Cristo, che è la mia difesa, il mio scudo e la mia fortezza!”
- “Vieni! Vieni! Sono pronto!… Sono pronto a dare la mia vita per la tua verità… paziente come un agnello. Perché la causa è giusta, ed è tua!… Non mi separerò da te, né ora, né per l’eternità!… E anche se il mondo fosse pieno di demoni, anche se il mio corpo, che tuttavia è opera delle tue mani, mordesse la polvere, fosse torturato sulla ruota, tagliato a pezzi… macinato in polvere… la mia anima è tua. Sì, la tua Parola è il mio pegno. La mia anima ti appartiene e ti sarà eternamente vicina… Amen… O Dio, aiutami!… Amen.” [552]
- Alle quattro arrivò l’araldo imperiale per condurlo alla dieta. Quando arrivarono nella sala, “molte persone entrarono con lui, perché c’era un ansioso desiderio di ascoltare la sua risposta. Tutti gli animi erano in tensione, aspettando con impazienza il momento decisivo che ora si avvicinava. Questa volta Lutero era libero, calmo, padrone di sé e non mostrava la minima apparenza di essere costretto. La preghiera aveva prodotto i suoi frutti. Dopo che i principi si furono seduti, non senza difficoltà, poiché i loro posti erano quasi occupati, e il monaco di Wittemberg fu di nuovo in piedi davanti a Carlo V, il cancelliere dell’elettore di Treviri si alzò e disse: “Martin Lutero! Ieri hai chiesto una proroga, che ora è scaduta. Sicuramente ti sarebbe stata negata, poiché ognuno dovrebbe essere sufficientemente istruito in materia di fede, per poter sempre renderne conto a chiunque lo chieda, e tu soprattutto, così grande e capace dottore della Sacra Scrittura… Ora, quindi, rispondi alla domanda di Sua Maestà, che ti ha trattato con tanta mitezza: intendi difendere i tuoi libri senza riserve o intendi ritrattarne una parte?”
- Poi, gli Atti di Worms dicono: “Allora il dottor Martin Lutero rispose nel modo più umile e sottomesso. Non alzò la voce; non parlò con violenza, ma con candore, mansuetudine, convenienza e modestia, e tuttavia con grande gioia e fermezza cristiana”.
- “Serenissimo imperatore! Illustri principi! Graziosi signori! Oggi mi presento umilmente davanti a voi, secondo l’ordine che mi è stato dato ieri e, per la misericordia di Dio, imploro la vostra maestà e le vostre auguste altezze di ascoltare gentilmente la difesa di una causa che, a mio avviso, è giusta e vera. Se, per ignoranza, sono carente negli usi e nelle forme delle corti, perdonatemi, perché non sono stato allevato nei palazzi dei re, ma nell’oscurità di un chiostro”.
- “Ieri mi sono state poste due domande da parte di Sua Maestà Imperiale: la prima, se fossi l’autore dei libri i cui titoli sono stati letti; la seconda, se fossi disposto a ricordare o a difendere la dottrina che ho insegnato in essi. Ho risposto alla prima domanda e mi attengo alla mia risposta”.
- “Quanto al secondo, ho composto libri su argomenti molto diversi. In alcuni, tratto di fede e buone opere in un modo così puro, semplice e cristiano, che persino i miei nemici, lungi dal trovare qualcosa da censurare, confessano che questi scritti sono utili e degni di essere letti dai pii. La bolla papale, per quanto severa possa essere, lo riconosce. Se allora li ritrattassi, cosa farei? … Miserabile! Sarei solo tra gli uomini, ad abbandonare verità che la voce unanime dei miei amici e nemici approva, e ad oppormi a ciò che il mondo intero si gloria di confessare”.
- “In secondo luogo, ho composto libri contro il papato, libri in cui ho attaccato coloro che, con la loro falsa dottrina, la loro cattiva vita e il loro esempio scandaloso, desolano il mondo cristiano e distruggono sia il corpo che l’anima. Non è forse il fatto dimostrato dalle lamentele di tutti coloro che temono Dio? Non è forse evidente che le leggi e le dottrine umane dei papi intrappolano, torturano, martirizzano le coscienze dei fedeli, mentre le estorsioni insistenti e senza fine di Roma travolgono la ricchezza e i beni della cristianità, e in particolare di questo illustre regno?” [553]
- “Se dovessi ritrattare quanto ho scritto su questo argomento, cosa dovrei fare? … Che cosa se non rafforzare quella tirannia e aprire una porta ancora più ampia a queste numerose e grandi iniquità? Allora, prorompendo con più furia che mai, questi uomini arroganti sarebbero visti aumentare, usurpare, infuriare sempre di più. E il giogo che grava sul popolo cristiano, con la mia ritrattazione, non solo sarebbe reso più severo, ma diventerebbe per così dire, più legittimo; poiché con questa stessa ritrattazione avrebbe ricevuto la conferma della vostra serenissima maestà e di tutti gli Stati del santo impero. Buon Dio! Sarei così, per così dire, un mantello infame, destinato a nascondere e coprire ogni sorta di malizia e tirannia”.
- “In terzo luogo, e infine, ho scritto libri contro privati che volevano difendere la tirannia romana e distruggere la fede. Confesso francamente di averli forse attaccati con più violenza di quanto si addicesse alla mia professione ecclesiastica. Non mi considero un santo, ma non posso nemmeno ritrattare questi libri: perché, così facendo, sanzionerei l’empietà dei miei oppositori e darei loro occasione di opprimere il popolo di Dio con ancora maggiore crudeltà”.
- “Tuttavia, sono un semplice uomo, e non Dio; e mi difenderò come fece Gesù Cristo. Egli disse: “Se ho parlato male, testimonia del male” (Giovanni 18:23). Quanto più dovrei io, che non sono che polvere e cenere, e così incline a sbagliare, desiderare che ognuno dica ciò che può contro la mia dottrina!”
- “Perciò, vi prego, per la misericordia di Dio, voi, serenissimo imperatore, e voi, illustrissimi principi, e tutti gli altri di alto o basso grado, di dimostrarmi con gli scritti dei profeti e degli apostoli che mi sbaglio. Non appena ciò sarà dimostrato, ritratterò immediatamente tutti i miei errori e sarò il primo a sequestrare i miei scritti e a gettarli nel fuoco”.
- “Ciò che ho appena detto dimostra chiaramente, credo, di aver ben considerato e soppesato i pericoli a cui mi espongo, ma, lungi dall’essere allarmato, mi dà grande gioia vedere che il Vangelo è ora, come in passato, causa di turbamento e discordia. Questa è la caratteristica e il destino della Parola di Dio. Io non sono venuto a portare la pace, ma la spada, disse Gesù Cristo (Matteo 10:34). Dio è meraviglioso e terribile nell’operare: facciamo attenzione, mentre pretendiamo di porre fine alla discordia, a non perseguitare la santa Parola di Dio e a non attirare su di noi un diluvio spaventoso di pericoli insormontabili, disastri presenti e distruzione eterna… Facciamo attenzione che il regno di questo giovane e nobile principe, l’imperatore Carlo, sul quale, sotto Dio, riponiamo così alte speranze, non solo inizi, ma continui e finisca sotto i più fatali auspici. Posso citare esempi tratti dagli oracoli di Dio. Potrei ricordarvi i Faraoni, i re di Babilonia e d’Israele, che non lavorarono mai più efficacemente per la loro rovina di quando, con consigli apparentemente molto saggi, pensarono di stabilire il loro impero. Dio sposta i monti, ed essi non lo sanno (Giobbe 9:5)”.
- “Se parlo così, non è perché penso che principi così grandi abbiano bisogno dei miei consigli, ma perché desidero restituire alla Germania ciò che ha il diritto di aspettarsi dai suoi figli. Pertanto, raccomandandomi a Vostra augusta maestà e alle Vostre serenissime altezze, vi supplico umilmente di non permettere che l’odio dei miei nemici mi provochi un’indignazione che non ho meritato”. [554]
- Lutero aveva parlato in tedesco. Dopo essersi riposato un momento, ripeté il suo discorso in latino, “con lo stesso vigore di prima.” “Non appena ebbe finito, il cancelliere di Treviri, l’oratore della dieta, gli disse, indignato: ‘Non hai risposto alla domanda che ti è stata posta. Non sei qui per mettere in dubbio ciò che è stato deciso dai concili. Ti si chiede di dare una risposta chiara e definitiva. Vuoi, o non vuoi, ritrattare?’”
- Senza esitazione, Lutero diede la risposta che era richiesta: “Poiché la Vostra serenissima maestà e le Vostre alte potenze mi chiedono una risposta semplice, chiara e definitiva, la darò; ed è questa: non posso sottomettere la mia fede né al papa, né ai concili, perché è chiaro come il sole che spesso sono caduti in errore e persino in gravi contraddizioni. Se, quindi, non sono smentito da passi della Scrittura o da chiari argomenti, se non sono convinto dagli stessi passi che ho citato, e quindi obbligato in coscienza a sottomettermi alla Parola di Dio, io non posso né voglio ritrattare nulla, perché non è sicuro per un cristiano parlare contro la propria coscienza. [Guardando l’assemblea] NON POSSO FARE ALTRIMENTI: DIO MI AIUTI! AMEN.”
- L’imperatore osservò: “Il monaco parla con cuore intrepido e coraggio incrollabile.” Allora il cancelliere disse a Lutero: “Se non ritratti, l’imperatore e gli Stati dell’impero considereranno quale condotta adottare nei confronti di un eretico ostinato.” Ma ancora una volta Lutero rispose solo: “Dio mi aiuti, perché non posso ritrattare nulla.”
- L’imperatore si ritirò; la dieta si aggiornò; Lutero tornò al suo alloggio. Il giorno dopo, l’imperatore presentò alla dieta e fece leggere il seguente messaggio, scritto di suo pugno:
“Proveniente dagli imperatori cristiani di Germania, dai re cattolici di Spagna, dagli arciduchi d’Austria e dai duchi di Borgogna, tutti illustri difensori della fede romana, è mio fermo proposito seguire l’esempio dei miei antenati. Un singolo monaco, traviato dalla sua stessa follia, si oppone alla fede della cristianità. Sacrificherò i miei domini, il mio potere, i miei amici, il mio tesoro, il mio corpo, il mio sangue, la mia mente e la mia vita per fermare questa empietà. Intendo rimandare indietro Agostino Lutero, proibendogli di causare il minimo tumulto tra il popolo; in seguito, procederò contro di lui e i suoi seguaci come contro gli eretici dichiarati, con la scomunica e l’interdetto, e con tutti i mezzi idonei alla loro distruzione. Invito i membri degli Stati a comportarsi come fedeli cristiani”.
- I rappresentanti del papa e diversi principi chiesero che il salvacondotto fosse violato. Dissero: “Il Reno deve ricevere le sue ceneri, come un secolo fa ricevette le ceneri di Giovanni Huss”. L’elettore palatino disse: “L’esecuzione di Giovanni Huss ha portato troppe calamità alla Germania, per permettere che un simile patibolo venga eretto una seconda volta”. E il duca Giorgio dichiarò vigorosamente: “I principi di Germania non permetteranno che un salvacondotto venga violato. Questa prima dieta, celebrata dal nostro nuovo imperatore, non incorrerà nella colpa di un atto così vergognoso. Tale perfidia non si accorda con l’antica integrità tedesca”.
- A Lutero fu permesso di tornare. Mentre tornava a casa, l’elettore Federico lo fece catturare e portare via alla Wartburg, dove fu tenuto prigioniero per proteggerlo dall’ira del papato, che, attraverso il potere imperiale, fu espressa come segue:
“Noi, Carlo V, a tutti gli elettori, principi, prelati e altri, a cui può interessare:
“Avendo l’Onnipotente affidatoci, per la difesa della sua santa fede, più regni e potere di quanti ne abbia dato a qualsiasi nostro predecessore, intendiamo impegnarci al massimo per impedire che qualsiasi eresia sorga a contaminare il nostro santo impero”.
“Il monaco agostiniano Martin Lutero, sebbene da noi esortato, si è lanciato, come un pazzo, contro la santa Chiesa, e ha cercato di distruggerla per mezzo di libri pieni di bestemmie. Ha, in modo vergognoso, insultato la legge imperitura del santo matrimonio. Si è sforzato di incitare i laici a lavarsi le mani nel sangue dei sacerdoti e, sovvertendo ogni obbedienza, non ha mai cessato di fomentare rivolte, divisioni, guerre, omicidi, furti e incendi, e di adoperarsi completamente per rovinare la fede dei cristiani… In una parola, per passare sotto silenzio tutte le sue altre iniquità, questa creatura, che non è un uomo, ma Satana stesso sotto forma di uomo, coperto dal cappuccio di un monaco, ha raccolto in un’unica pozza fetida tutte le peggiori eresie dei tempi passati, e ne ha aggiunte diverse nuove di sua proprietà…”
“Abbiamo quindi mandato via questo Lutero dalla nostra presenza, che tutti gli uomini pii e sensati possano considerarlo uno stolto o un posseduto dal demonio, e ci aspettiamo che, dopo la scadenza del suo salvacondotto, vengano adottati mezzi efficaci per arrestare la sua rabbia furiosa”.
“Pertanto, sotto pena di incorrere nella punizione dovuta al reato di tradimento, vi proibiamo di ospitare il suddetto Lutero non appena sarà scaduto il termine fatale, di nasconderlo, di dargli da mangiare o da bere e di prestargli con parole o azioni, pubblicamente o segretamente, qualsiasi tipo di assistenza. Vi ingiungiamo, inoltre, di catturarlo o di farlo catturare, ovunque lo troviate, e di portarcelo senza indugio, o di tenerlo in tutta sicurezza finché non avrete sentito da noi come dovrete comportarvi nei suoi confronti e finché non riceverete la ricompensa dovuta ai vostri sforzi in un’opera così santa”.
“Quanto ai suoi seguaci, li catturerete, li reprimerete e confischerete i loro beni”.
“Quanto ai suoi scritti, se il miglior cibo diventa il terrore di tutta l’umanità non appena una goccia di veleno vi viene mescolata, quanto più questi libri, che contengono un veleno mortale per l’anima, dovrebbero essere non solo rifiutati, ma anche annientati! Li brucerete quindi o in qualche altro modo li distruggerete completamente”.
“Quanto agli autori, poeti, stampatori, pittori, venditori o acquirenti di manifesti, scritti o dipinti contro il papa della Chiesa, afferrerete le loro persone e i loro beni e li tratterete secondo il vostro piacere”.
“E se qualcuno, qualunque sia la sua dignità, oserà agire in contraddizione con il decreto della nostra maestà imperiale, ordiniamo che sia sottoposto al bando dell’impero”.
“Che ognuno si conformi a questo”.
- Lutero rimase nella Wartburg fino al 3 marzo 1522, quando, senza il permesso di nessuno, partì e tornò a Wittemberg. Sapendo che lasciare la Wartburg senza dire nulla all’elettore sarebbe stato un atto ingrato, e sapendo anche che il suo ritorno equivaleva di fatto a negare la protezione dell’elettore, gli inviò, il terzo giorno del suo viaggio, la seguente lettera:
“Grazia e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo”.
“Serenissimo elettore, grazioso signore: ciò che è accaduto a Wittemberg, a grande vergogna del Vangelo, mi ha riempito di tale dolore che, se non fossi stato certo della verità della nostra causa, ne avrei disperato”. [556]
“Vostra Altezza sa – o in caso contrario, la prego di esserne informato – che ho ricevuto il Vangelo non dagli uomini, ma dal cielo, per mezzo di nostro Signore Gesù Cristo. Se ho chiesto conferenze, non è stato perché avessi dubbi sulla verità, ma per umiltà, e allo scopo di guadagnare altri. Ma poiché la mia umiltà si è rivolta contro il Vangelo, la mia coscienza ora mi spinge ad agire in modo diverso. Ho ceduto abbastanza a Vostra Altezza esiliandomi durante quest’anno. Il diavolo sa che non l’ho fatto per paura. Sarei entrato a Worms, anche se ci fossero stati tanti diavoli in città quante tegole sui tetti. Ora, il duca Giorgio, con cui Vostra Altezza cerca così tanto di spaventarmi, è molto meno temibile di un singolo diavolo. Se ciò che è accaduto a Wittemberg fosse accaduto a Lipsia (la residenza del Duca), sarei immediatamente montato a cavallo e sarei andato lì, anche se (Vostra Altezza mi perdoni l’espressione) per nove giorni non avesse dovuto fare altro che far piovere il duca Giorgio [* uno dei peggiori nemici di Martin Lutero], e ognuno di loro fosse nove volte più furioso di lui. A cosa pensa di attaccarmi? Prende forse Cristo, mio Signore, per un uomo di paglia? Piaccia al Signore di allontanare il terribile giudizio che incombe su di lui”.
“È necessario che Vostra Altezza sappia che sono in viaggio per Wittemberg, sotto una protezione più potente di quella di un elettore. Non ho intenzione di sollecitare l’assistenza di Vostra Altezza; lungi dal desiderare la vostra protezione, preferirei darvi la mia. Se sapessi che Vostra Altezza può o vuole proteggermi, non andrei a Wittemberg. Nessuna spada può dare alcun aiuto a questa causa. Solo Dio deve fare tutto senza l’aiuto o la cooperazione umana. Chi ha più fede è il miglior protettore. Ora, osservo che Vostra Altezza è ancora molto debole nella fede”.
“Ma poiché Vostra Altezza desidera sapere cosa fare, risponderò con tutta umiltà. Vostra Altezza Elettore ha già fatto troppo e non dovrebbe fare nulla. Dio non desidera, e non può tollerare, né le vostre preoccupazioni e fatiche, né le mie. Che Vostra Altezza, quindi, agisca di conseguenza”.
“Per quanto mi riguarda, Vostra Altezza deve agire come elettore. Dovete permettere che gli ordini di Sua maestà Imperiale siano eseguiti nelle vostre città e nei vostri distretti rurali. Non dovete frapporre alcuna difficoltà, se si volesse arrestarmi o uccidermi; perché nessuno deve opporsi ai poteri costituiti, tranne Colui che li ha stabiliti”.
“Lasciate dunque che Vostra Altezza lasci le porte aperte e rispetti i salvacondotti, qualora i miei nemici stessi, o i loro inviati, entrassero negli Stati di Vostra Altezza alla mia ricerca. In questo modo eviterete ogni imbarazzo e pericolo”.
“Ho scritto questa lettera in fretta, affinché non siate sconcertati nell’apprendere del mio arrivo. Colui con cui devo trattare è una persona diversa dal duca Giorgio. Lui mi conosce bene, e io so qualcosa di Lui”.
“L’umilissimo servitore di Vostra Altezza Elettorale, MARTIN LUTERO”.
“Borna, Hotel del Conduttore, Mercoledì delle Ceneri, 1522“.
- Durante la sua assenza, si erano sollevati spiriti fanatici e si erano prese misure estreme e alquanto violente, e tra le prime parole che pronunciò al suo arrivo a Wittemberg ci furono queste: “È con la parola che dobbiamo combattere; con la parola rovesciare e distruggere ciò che è stato stabilito con la violenza. Non sono disposto a impiegare la forza contro i superstiziosi o i miscredenti. Chi crede si avvicini; chi crede non se ne stia lontano. Nessuno deve essere costretto. La libertà è l’essenza della fede.”
- Nel 1524 i contadini svevi si ribellarono e, nel gennaio del 1525, Lutero rivolse loro le seguenti parole: “Il papa e l’imperatore si sono uniti contro di me; ma quanto più il papa e l’imperatore hanno infuriato, tanto maggiore è stato il progresso del Vangelo… Perché? Perché non ho mai sguainato la spada, né invocato vendetta; perché non ho fatto ricorso né al tumulto né alla rivolta. Ho affidato tutto a Dio e ho atteso la Sua mano forte. Non è con la spada né con il moschetto che i cristiani combattono, ma con la sofferenza e la croce. Cristo, il loro capitano, non ha maneggiato la spada; è stato appeso all’albero.”
- Nel 1526 la Dieta di Spira aveva decretato che i principi e il popolo tedesco non avrebbero dovuto essere ostacolati nel loro culto secondo l’ordine protestante, nella libertà della propria coscienza, fino a quando un concilio generale non si fosse riunito per esaminare l’intera questione. Ma, nel 1529, alla seconda Dieta di Spira, si cercò di ribaltare questa decisione. I principi favorevoli alla Riforma, però, dissero: “Rigettiamo questo decreto. In materia di coscienza, la maggioranza non ha alcun potere. È al decreto del 1526 che dobbiamo la pace di cui gode l’impero: la sua abolizione riempirebbe la Germania di problemi e divisioni. La dieta non può fare altro che preservare la libertà religiosa fino alla riunione del concilio”.
- Ma la maggioranza era a favore del papato ed era determinata a portare avanti la sua volontà. I principi dissero: “Obbediremo all’imperatore in tutto ciò che contribuirà a mantenere la pace e l’onore di Dio”. Ma “fu dichiarato che gli Stati evangelici non avrebbero più dovuto essere ascoltati”. Furono informati che l’unica soluzione rimasta era quella di sottomettersi alla maggioranza. Quindi i principi evangelici decisero “di appellarsi dal rapporto della dieta alla Parola di Dio, e dall’imperatore Carlo a Gesù Cristo, Re dei re e Signore dei signori”. Redassero una protesta, la cui parte sostanziale è la seguente:
“Egregi Lord, Cugini, Zii e Amici: Essendoci recati a questa dieta su convocazione di sua maestà, e per il bene comune dell’impero e della cristianità, abbiamo sentito e appreso che le decisioni dell’ultima dieta riguardanti la nostra santa fede cristiana devono essere abrogate e che si propone di sostituirle con alcune risoluzioni restrittive e onerose…”
“Non possiamo, pertanto, acconsentire alla questa abrogazione:
“In secondo luogo, perché riguarda la gloria di Dio e la salvezza delle nostre anime, e in tali questioni dobbiamo tenere conto, soprattutto, del comandamento di Dio, che è Re dei re e Signore dei signori; ognuno di noi gli rende conto di sé, senza preoccuparsi minimamente della maggioranza o della minoranza”. [558]
“Non formuliamo alcun giudizio su ciò che vi riguarda, carissimi signori; e ci accontentiamo di pregare Dio ogni giorno affinché ci conduca tutti all’unità di fede, nella verità, nella carità e nella santità, per mezzo di Gesù Cristo, nostro trono di grazia e nostro unico Mediatore”.
“Ma, per quanto ci riguarda, aderire alla vostra risoluzione (e che ogni uomo onesto sia giudice!) sarebbe un agire contro la nostra coscienza, condannando una dottrina che sosteniamo cristiana e affermando che dovrebbe essere abolita nei nostri Stati, se potessimo farlo senza problemi”.
“Questo significherebbe rinnegare il nostro Signore Gesù Cristo, rigettare la Sua santa Parola e darGli così una giusta ragione per rinnegarci a sua volta davanti al Padre Suo, come ha minacciato…”
“Inoltre, [*riguardo al] nuovo editto che dichiara che i ministri predicheranno il Vangelo, spiegandolo secondo gli scritti accettati dalla santa Chiesa cristiana, riteniamo che, affinché questa norma abbia qualche valore, dovremmo prima concordare su cosa si intenda per vera e santa Chiesa. Ora, visto che c’è grande diversità di opinioni a questo riguardo; che non esiste dottrina sicura se non conforme alla Parola di Dio; che il Signore proibisce l’insegnamento di qualsiasi altra dottrina; che ogni testo delle Sacre Scritture dovrebbe essere spiegato da altri e più chiari testi; che questo libro sacro è in ogni cosa necessario al cristiano, facile da comprendere e adatto a dissipare le tenebre: siamo decisi, con la grazia di Dio, a mantenere la predicazione pura ed esclusiva della Sua santa Parola, così come è contenuta nei libri biblici dell’Antico e del Nuovo Testamento, senza aggiungervi nulla che possa essere contrario ad essa. Questa Parola è l’unica verità; è la regola sicura di ogni dottrina e di ogni vita, e non potrà mai fallire o ingannarci. Chi costruisce su questo fondamento resisterà a tutte le potenze dell’inferno, mentre tutte le vanità umane che gli si oppongono cadranno davanti al volto di Dio”.
“Per queste ragioni, carissimi signori, zii, cugini e amici, vi imploriamo vivamente di valutare attentamente le nostre lamentele e le nostre motivazioni. Se non cedete alla nostra richiesta, PROTESTIAMO con la presente, davanti a Dio, nostro unico Creatore, Protettore, Redentore e Salvatore, e che un giorno sarà il nostro Giudice, così come davanti a tutti gli uomini e a tutte le creature, che noi, per noi e per il nostro popolo, non acconsentiamo né aderiamo in alcun modo al decreto proposto, in nulla che sia contrario a Dio, alla Sua santa Parola, alla nostra retta coscienza, alla salvezza delle nostre anime e all’ultimo decreto di Spira”.
- “I principi contenuti in questa celebre protesta del 19 aprile 1529 costituiscono l’essenza stessa del Protestantesimo. Ora, questa protesta si oppone a due abusi dell’uomo in materia di fede: il primo è l’intrusione del magistrato civile, e il secondo l’autorità arbitraria della Chiesa. Al posto di questi abusi, il Protestantesimo pone il potere della coscienza al di sopra del magistrato, e l’autorità della Parola di Dio al di sopra della Chiesa visibile. In primo luogo, rifiuta il potere civile nelle cose divine e afferma con i profeti e gli apostoli: Dobbiamo obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Al cospetto della corona di Carlo V, innalza la corona di Gesù Cristo. Ma va oltre: stabilisce il principio che ogni insegnamento umano debba essere subordinato agli oracoli di Dio. Persino la Chiesa primitiva, riconoscendo gli scritti degli apostoli, aveva compiuto un atto di sottomissione a questa suprema autorità, e non un atto di autorità, come sostiene Roma; e l’istituzione di un tribunale incaricato dell’interpretazione della Bibbia, si era conclusa solo con l’assoggettare servilmente l’uomo all’uomo in ciò che dovrebbe essere il più libero da vincoli: la coscienza e la fede. In questo celebre atto di Spira non compare alcun dottore, e la Parola di Dio regna sola. Mai l’uomo si è esaltato come il papa; mai gli uomini si sono tenuti in disparte come i Riformatori”. [559]
- E quando, il 25 giugno 1530 d.C., fu fatta ad Augusta la memorabile confessione del Protestantesimo, quella confessione, formulata sotto la direzione di Lutero, sebbene assente, annunciò di conseguenza per tutti i tempi futuri i principi del Protestantesimo in materia di Chiesa e Stato. Su questa questione, quel documento dichiarava quanto segue:
“ARTICOLO XXVIII”.
“DEL POTERE ECCLESIASTICO”.
“Ci sono state grandi controversie riguardo al potere dei vescovi, in cui alcuni hanno mescolato in modo sconveniente il potere ecclesiastico e il potere della spada. E da questa confusione sono scaturite guerre e tumulti molto grandi, mentre i pontefici, confidando nel potere delle chiavi, non solo hanno istituito nuovi tipi di servizio e gravato le coscienze degli uomini con la riserva di casi e con violente scomuniche, ma hanno anche cercato di trasferire i regni terreni dall’uno all’altro e di spogliare gli imperatori del loro potere e autorità. Questi difetti sono stati da tempo ripresi da uomini pii e dotti nella Chiesa, e per questo motivo i nostri sono stati costretti, per conforto delle coscienze degli uomini, a mostrare la differenza tra il potere ecclesiastico e il potere della spada. E hanno insegnato che entrambi, per comando di Dio, devono essere doverosamente venerati e onorati come le principali benedizioni di Dio sulla terra”.
“Ora, il loro giudizio è questo: che il potere delle chiavi, o il potere dei vescovi, secondo il Vangelo, è un potere o comando da parte di Dio, di predicare il Vangelo, di rimettere o ritenere i peccati e di amministrare i sacramenti. Perché Cristo manda i Suoi apostoli con questo incarico: ‘Come il Padre ha mandato me, così io mando voi… Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; e a chi li riterrete, saranno ritenuti’. Giovanni 20:21-23. ‘Andate e predicate il Vangelo a ogni creatura’, ecc. Marco 16:15”.
“Questo potere si esercita solo insegnando o predicando il Vangelo e amministrando i sacramenti, sia a molti che a singoli individui, secondo la loro chiamata. Poiché in tal modo non vengono concesse cose materiali, ma eterne: come una giustizia eterna, lo Spirito Santo, la vita eterna. Queste cose non possono essere ottenute se non tramite il ministero della parola e dei sacramenti. Come dice Paolo: ‘Il Vangelo è la potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede’. Romani 1:16. Poiché, dunque, il potere ecclesiastico conferisce cose eterne, ed è esercitato solo mediante il ministero della parola, non ostacola il governo civile più di quanto l’arte del canto ostacoli il governo civile. Infatti, l’amministrazione civile si occupa di altre cose che non il Vangelo. La magistratura non difende le anime, ma i corpi e le cose corporee, contro offese manifeste, e costringe gli uomini con la spada e le punizioni corporali, per sostenere la giustizia e la pace civile”. [560]
“Pertanto, il potere ecclesiastico e quello civile non devono essere confusi. Il potere ecclesiastico ha il suo proprio comando, quello di predicare il Vangelo e di amministrare i sacramenti. Non entri con la forza nell’ufficio di un altro; non trasferisca regni mondani; non abroghi le leggi dei magistrati; non ne sottragga la legittima obbedienza; non ostacoli i giudizi riguardanti ordinanze o contratti civili; non prescriva leggi al magistrato riguardo alla forma dello Stato. Come dice Cristo: “Il mio regno non è di questo mondo”. Giovanni 18:36. E ancora: “Chi mi ha costituito giudice o spartitore su di voi?” Luca 12:14. E Paolo dice: “La nostra conversazione è nei cieli”. Filippesi 3:20. “Le armi della nostra guerra non sono carnali, ma potenti in Dio per distruggere le fortezze, distruggere i ragionamenti”, ecc. 2 Corinzi 10:4, 5”.
“In questo modo i nostri distinguono i doveri di ciascun potere, l’uno dall’altro, e ammoniscono tutti gli uomini a onorare entrambi i poteri e a riconoscere entrambi come doni e benedizioni di Dio”.
“Se i vescovi hanno qualche potere di usare la spada, lo hanno non come vescovi per comando del Vangelo, ma per legge umana data loro da re e imperatori, per il governo civile dei loro beni. Questa, tuttavia, è una funzione diversa dal ministero del Vangelo”.
“Quando, quindi, la questione riguarda la giurisdizione dei vescovi, il governo civile deve essere distinto dalla giurisdizione ecclesiastica. Inoltre, secondo il Vangelo, o, come lo chiamano, per diritto divino, i vescovi, in quanto vescovi, cioè coloro a cui è affidata l’amministrazione della Parola e dei sacramenti, non hanno altra giurisdizione se non quella di rimettere i peccati, di indagare anche sulla dottrina e di rigettare la dottrina incoerente con il Vangelo, ed escludere dalla comunione della Chiesa gli uomini malvagi, la cui malvagità è manifesta, senza forza umana, ma per mezzo della Parola. E in questo, per necessità, le chiese devono, per diritto divino, rendere loro obbedienza, secondo la parola di Cristo: “Chi ascolta voi, ascolta me”. Luca 10:16. Ma quando insegnano o stabiliscono qualcosa di contrario al Vangelo, allora le chiese hanno un comando di Dio che proibisce loro di obbedire: “Guardatevi dai falsi profeti”. Matteo 7:15. “Se anche un angelo dal cielo predicasse un altro vangelo, sia anatema”. Galati 1:8. “Non possiamo fare nulla contro la verità, ma per la verità”. 2 Corinzi 12:8. Inoltre: “Questo potere il Signore mi ha dato per l’edificazione, non per la distruzione”. 2 Corinzi 13:10″.
- Questa confessione è una solida esposizione della dottrina di Cristo riguardante i poteri temporali e spirituali. Definisce chiaramente e correttamente la giurisdizione dello Stato solo in materia civile; [*definisce] che la spada impugnata dai poteri costituiti serve a preservare la giustizia e la pace civile; e che l’autorità dello Stato deve essere esercitata solo sui corpi degli uomini e sulle questioni temporali della vita, cioè sugli affari di questo mondo. Questo esclude lo Stato da ogni collegamento o
interferenza con le cose spirituali o religiose. Separa completamente la religione dallo Stato.
- Pur facendo questo per lo Stato, definisce chiaramente anche il ruolo della Chiesa. Mentre lo Stato deve mantenersi completamente estraneo alle questioni spirituali e religiose e occuparsi solo degli affari civili e temporali degli uomini, la Chiesa, da parte sua, deve mantenersi estranea agli affari dello Stato e non deve interferire nelle questioni civili e temporali degli uomini. Il potere della Chiesa non deve mescolarsi con il potere dello Stato. Il potere della Chiesa non deve mai invadere il regno dello Stato, né cercare di guidarne la giurisdizione. Il dovere del clero è di amministrare il Vangelo di Cristo, e non le leggi degli uomini. Nel trattare con i suoi membri nell’esercizio della disciplina, le autorità della Chiesa devono agire senza potere umano e unicamente mediante la Parola di Dio. Il ministero del Vangelo si riferisce solo alle cose eterne e non deve preoccuparsi dell’amministrazione politica. [561]
- Questo è Protestantesimo. Questo è Cristianesimo. Ovunque questi principi siano stati rispettati, c’è il Protestantesimo esemplificato nella Chiesa e nello Stato. Ovunque questi principi non siano stati rispettati, c’è il principio del papato, non importa quale sia stata la professione.
- “Così la dieta di Augusta, destinata a schiacciare la Riforma, fu ciò che la rafforzò per sempre. Si è soliti considerare la Pace di Augusta (1555) come il periodo in cui la Riforma fu definitivamente stabilita. Quella è la data del Protestantesimo legale; il cristianesimo evangelico ne ha un’altra: l’autunno del 1530. Nel 1555 ci fu la vittoria della spada e della diplomazia; nel 1530 quella della Parola di Dio e della fede; e quest’ultima vittoria è, ai nostri occhi, la più vera e la più sicura. La storia evangelica della Riforma in Germania è quasi terminata all’epoca in cui siamo giunti, e inizia la storia diplomatica del Protestantesimo legale. Qualunque cosa si possa fare ora, qualunque cosa si possa dire, la Chiesa dei primi secoli è ricomparsa; ed è ricomparsa abbastanza forte da dimostrare che vivrà. Ci saranno ancora conferenze e discussioni; ci saranno ancora leghe e combattimenti; ci saranno anche sconfitte deplorevoli; ma tutto questo è un movimento secondario. Il grande movimento è compiuto; la causa della fede è vinta dalla fede. Lo sforzo è stato fatto; la dottrina evangelica ha messo radici nel mondo, e né le tempeste degli uomini né le potenze dell’inferno potranno mai sradicarla.”
CAPITOLO 25 – PROTESTANTESIMO
Vero e Falso
[263] Ancora una Controversia Teologica – La Controversia Sinergica – Le Persecuzioni degli Anabattisti – Controversia sulla Filosofia – Il Calvinismo Contro la Grazia Gratuita – Su Terreno Papale – Enrico VIII, Sia Re che Papa – Il Governo di Calvino, Solo Papale – L’Intolleranza Puritana – La Protesta di Roger Williams – Roger Williams Bandito – L’Appello più Toccante della Storia – La Persecuzione di John Wesley – Protestanti Ipocriti verso i Princìpi – Martin Lutero e Roger Williams.
- WYCLIFFE, Huss, Lutero, i Riformatori, si fondavano sul principio “La Parola di Dio, tutta la Parola di Dio, e nient’altro che la Parola di Dio”. Abbandonarono i sofismi delle scuole e si basarono unicamente su questa dichiarazione, che deve essere la base di ogni vera riforma in tutte le epoche. Finché questo principio fu rispettato, la Riforma ebbe un glorioso successo: quando il principio fu abbandonato, la Riforma ne soffrì. Nella Parola di Dio risiede la forza dell’opera di Dio.
- In questa posizione c’era un altro grande vantaggio che i Riformatori mantenevano sui loro antagonisti papali. Finché si attenevano esclusivamente alla Parola di Dio, occupavano un campo che i papisti non conoscevano completamente; e più i Riformatori studiavano e applicavano la semplice Parola di Dio, e nient’altro che la Parola di Dio, più facilmente potevano sconfiggere i loro avversari. I loro avversari lo sapevano, e perciò impiegarono ogni artificio per trascinare i Riformatori nel campo scolastico, poiché lì i papisti avevano ogni vantaggio il quale i protestanti avevano nell’altro. Finché i leader della Riforma furono in vita, i papisti fallirono in ogni tentativo in questa direzione, e così la Riforma ebbe successo ovunque, ma quando questi leader furono rimossi dal mondo, e la loro fede e il loro zelo non furono ereditati dai loro successori, e quando all’astuzia dei papisti si aggiunsero lo zelo e l’astuzia di Loyola e del suo Ordine, i protestanti furono infine corrotti dalle arti e dagli stratagemmi dei loro avversari e indotti a far rivivere le sottigliezze delle scuole nel difendere e illustrare la verità religiosa. Quindi si può dire con verità che, mentre i Protestanti assorbivano la scolastica dal papato, permisero al papato di rubare loro il loro puro e vero Protestantesimo. Tutto ciò che sarà necessario per dimostrare questo sarà semplicemente menzionare gli argomenti della controversia che hanno impegnato gli antagonisti protestanti per più di cento anni.
- La dottrina papale dell’Eucaristia è che, alla parola del sacerdote, il pane e il vino diventano veramente la carne e il sangue del Signore. Questa è transustanziazione, cioè cambiamento di sostanza. Lutero vi rinunciò, ma non andò oltre sostenendo che, sebbene il pane e il vino non siano la vera carne e il vero sangue del Signore, tuttavia il Signore è realmente presente con il pane e il vino. Questa è consustanziazione, cioè con la sostanza. Carlstadt e Zwingli negarono entrambe le tesi e sostennero, come oggi generalmente sostengono i Protestanti, che il pane e il vino sono semplicemente memoriali del corpo spezzato e del sangue versato del Salvatore. Si tenne una conferenza tra i principali sostenitori delle due tesi; ma dopo molte discussioni, in cui Zwingli aveva chiaramente la migliore documentazione e argomentazione, Lutero dichiarò che non si sarebbe lasciato distogliere dalla sua posizione né dalla “ragione, dal buon senso, dagli argomenti carnali”, né dalle “dimostrazioni matematiche”. Dopo questo, negli ultimi anni, persino Lutero si allontanò dal genuino principio cristiano protestante, che aveva così chiaramente proclamato e così coraggiosamente difeso, e negò agli Zwingliani qualsiasi diritto di tolleranza; sostenne l’esilio dei “falsi maestri” e lo sradicamento totale degli ebrei dalle “terre cristiane”. (Schaff’s, “History of the Christian Church”, vol.XIV, sez.II, par.22,23). [564]
- La morte di Lutero (18 febbraio 1546) lasciò Melantone a capo della Riforma in Germania, e le sue opinioni sulla Cena erano quasi, se non identiche, a quelle dei Riformati, cioè degli Svizzeri o Zwingliani, a differenza dei Tedeschi o Luterani. Il suo amore per la pace e il suo rispetto per Lutero avevano indotto Melantone a tenere in sospeso le sue idee finché Lutero era in vita; ma dopo la morte di Lutero, proprio questo amore per la pace lo condusse a una guerra che durò per tutta la sua vita. Infatti, sostenendo opinioni così favorevoli a quelle dell’opposizione, e credendo inoltre che, anche nella più ampia divergenza di opinioni su questo argomento, non ci fosse nulla che giustificasse una divisione tra i sostenitori della Riforma, e tanto meno una contesa così aspra, il suo desiderio di pace lo indusse a proporre un’unione tra Luterani e Zwingliani. Ciò causò immediatamente una divisione tra i Luterani e diede origine a quelli che Mosheim chiama i “Luterani rigidi” e i “Luterani moderati“: i Luterani moderati favorevoli all’unione, e i Luterani rigidi che attaccarono con rinnovato vigore tutti insieme, e Melantone in particolare.
- Proprio qui fu introdotto un altro elemento di contesa per i Luterani più rigidi. Calvino apparve, come una sorta di mediatore tra Luterani e Zwingliani. Propose di realizzare un’unione più perfetta, modificando le opinioni di entrambe le parti. Ma invece di essere accettati, i Luterani più rigidi accusarono tutti coloro che, anche solo in minima parte, erano favorevoli all’unione, di essere Cripto-Calvinisti, cioè Calvinisti segreti. Aggiungendo così un epiteto, si accrebbe il pregiudizio contro qualsiasi tentativo di conciliazione; e inoltre, si aprì un’aspra controversia tra Luterani e Calvinisti.
- L’asprezza dell’opposizione a Melantone fu accresciuta dal suo legame con l'”Interim”, che fu questo: nel 1547 si tenne una dieta ad Augusta e Carlo V richiese ai protestanti di sottoporre la decisione delle controversie religiose al Concilio di Trento. La maggior parte dei membri della dieta acconsentì. Ma con il pretesto di una pestilenza che infuriava a Trento, il papa emanò una bolla che trasferiva il concilio a Bologna. I legati e tutto il resto del partito papale obbedirono al papa, ma l’imperatore ordinò a tutti i vescovi tedeschi di rimanere a Trento. Questo di fatto sciolse il concilio; e poiché il papa si rifiutò di riunire il concilio a Trento, e l’imperatore si rifiutò di permettere ai suoi vescovi di recarsi a Bologna, chiaramente non poteva esserci un concilio per dirimere le controversie religiose, e l’azione della dieta fu annullata. Ora, per tenere la questione sotto controllo fino a quando la divergenza tra il papa e l’imperatore non fosse stata risolta e il concilio non si fosse riunito, Carlo ordinò a Giulio Pflugio, vescovo di Norimberga; a Michele Sidonio, una creatura del papa; e a Giovanni Agricola, di Eisleben, di redigere un formulario che potesse servire come regola di fede e di culto sia per Protestanti che per Cattolici, fino a quando il concilio non fosse stato pronto ad agire. Questa formula, poiché aveva il solo scopo di coprire l’intervallo che sarebbe dovuto trascorrere fino all’approvazione del concilio, fu chiamata “Interim”. Ma invece di pacificare i contendenti, portò solo a nuove difficoltà e coinvolse l’intero impero in violenze e spargimenti di sangue. [565]
- Maurizio, elettore di Sassonia, finse di rimanere neutrale riguardo all'”Interim”, ma alla fine, nel 1548, riunì la nobiltà sassone e il clero in diverse conferenze, per un consulto sul da farsi. In tutte queste conferenze, a Melantone fu accordato il ruolo principale. Infine, egli espresse la sua opinione “che l’intero libro dell'”Interim” non potesse in alcun modo essere adottato dagli amici della Riforma; ma dichiarò allo stesso tempo di non vedere alcuna ragione per cui non potesse essere adottato come autorità in questioni che non riguardassero le parti essenziali della religione, o in questioni che potessero essere considerate indifferenti“. Questa decisione infiammò di nuovo i suoi nemici, e con Flacio alla testa, i difensori del luteranesimo attaccarono Melantone e i dottori di Wittenberg e Lipsia “con incredibile amarezza e furia, e li accusarono di apostasia dalla vera religione”. – (Mosheim. “Ecclesiastical History”, sec.XVI, sez.III, parte II, cap.1, par.28).
- Melantone e i suoi amici, tuttavia, difesero la sua opinione, e ne seguì un acceso dibattito su questi due punti: “1. Se i punti che sembravano indifferenti a Melantone lo fossero in realtà? 2. Se in cose di natura indifferente, e in cui gli interessi della religione non sono essenzialmente coinvolti, sia lecito cedere ai nemici della verità. Poi dal dibattito su cose indifferenti ne nacquero diverse altre, da cui nacquero altre ancora, e così via all’infinito. Mentre Melantone e i suoi colleghi erano a Lipsia a discutere dell'”Interim”, tra le altre cose avevano detto: “La necessità delle buone opere per il raggiungimento della salvezza eterna, può essere sostenuta e insegnata, in conformità con la verità del Vangelo”. Questa dichiarazione fu severamente censurata dai rigidi Luterani, in quanto contraria alla dottrina e ai sentimenti di Lutero. Giorgio Maggiore sostenne la dottrina delle buone opere, e Amsdorf il contrario. In questo la disputa Amsdorf fu talmente trascinato dal suo zelo per la dottrina di Lutero, da affermare che le buone opere sono un ostacolo alla salvezza. Ciò aggiunse nuova benzina alla fiamma, che divampò.
- Da questo dibattito ne nacque un altro, noto come controversia “sinergica”, da una parola greca che significa cooperazione. I discepoli di Melantone, guidati da Strigelio, sostenevano che l’uomo coopera con la grazia divina nell’opera di conversione. I Luterani, guidati da Flacio, preside dell’università di Sassonia-Weimar, sostenevano che Dio è l’unico agente nella conversione dell’uomo. Questa disputa ne portò a un’altra, riguardante i poteri naturali della mente umana. Su questo argomento si tenne un dibattito pubblico a Weimar nel 1560, tra Flacio e Strigelio. Flacio sosteneva che “la caduta dell’uomo ha estinto nella mente umana ogni tendenza virtuosa, ogni nobile facoltà, e non ha lasciato altro che oscurità e corruzione universali”. Strigelio sosteneva che questa degradazione dei poteri della mente non fosse affatto universale. E, sperando di sconfiggere il suo avversario sconcertandolo, pose questa domanda: “Il peccato originale, o l’abitudine corrotta che l’anima umana ha contratto con la caduta, dovrebbe essere classificato tra le sostanze o tra gli accidenti?” Flacio rispose che “il peccato originale è la sostanza stessa della natura umana”. Questa audace affermazione aprì un’altra controversia sulla natura e l’entità del peccato originale. [566]
- Nel 1560 Melantone morì, lieto, come disse sul letto di morte, di essere liberato dalle contese dei teologi. Dopo la sua morte, molti che desideravano vedere queste divisioni e animosità sanate, cercarono di porre fine alle controversie. Dopo molti vani tentativi, nel 1568 l’elettore di Sassonia e il duca di Sassonia-Weimar convocarono gli uomini più eminenti di entrambi i partiti ad Altenburg e lì, in spirito amichevole, cercarono di conciliare le loro divergenze. Ma questo sforzo non portò a nulla. Allora i duchi di Wirtemberg e Brunswick si unirono allo sforzo; e Giacomo Andreas, professore a Tubinga, sotto il loro patrocinio viaggiò attraverso tutte le parti della Germania lavorando nell’interesse della concordia. Alla fine, ebbero tanto successo da riunire, dopo diverse conferenze, un gruppo di eminenti teologi a Torgau nel 1576, dove un trattato, composto da Andreas, fu esaminato, discusso e corretto, e infine proposto alle deliberazioni di un numero selezionato di persone, che si riunirono a Berg, vicino a Magdeburgo. Lì tutti i punti furono attentamente e completamente soppesati e discussi nuovamente e, come risultato di tutto ciò, fu adottata la “Forma di Concordia”. E ora che la “Forma di Concordia” era stata adottata, la discordia era pienamente assicurata, poiché fu solo fonte di nuovi tumulti e fornì materia per dissensi e contese violente come qualsiasi altra precedente. Oltre a ciò, il campo ora si era allargato, così che i Calvinisti e gli Zwingliani furono tutti inclusi nel vortice della controversia.
- Ora che Calvino apparve sulla scena, il campo non solo si allargò, ma fu anche fornito nuovo materiale, poiché egli differiva sia dai Luterani che dagli Zwingliani, non solo per quanto riguardava la Cena del Signore, ma per il suo principio essenziale di decreti assoluti di Dio per la salvezza degli uomini: era un elemento completamente nuovo nella disputa; e per la natura stessa del caso, esso propagò una moltitudine di nuove controversie. Non è necessario dilungarsi su di esse, né approfondirle in tutti i loro aspetti. Sarà sufficiente menzionare gli argomenti principali. Diversamente dai Luterani e dagli Zwingliani sulla presenza di Cristo nella Cena, naturalmente la controversia su questo argomento fu riaperta e nuovamente analizzata in tutte le sue forme. Primo: qual è la natura delle istituzioni chiamate Sacramenti? Secondo: quali sono i loro frutti? Terzo: quanto sono grandi la maestà e la gloria della natura umana di Cristo? Quarto: come vengono comunicate le perfezioni divine alla natura umana di Cristo? Quinto: qual è la disposizione interiore dello spirito richiesta nel culto rivolto al Salvatore?
- Sui decreti divini: 1. Qual è la natura degli attributi divini? 2. In particolare quelli di giustizia e bontà? 3. Fato e necessità? 4. Qual è il legame tra la libertà umana e la prescienza divina? 5. Qual è la portata dell’amore di Dio per l’umanità? 6. Quali sono i benefici che derivano dai meriti di Cristo come mediatore? 7. Quali sono le operazioni dello Spirito divino nel rettificare la volontà e santificare gli affetti degli uomini? 8. La perseveranza finale degli eletti. Altri argomenti: 1. Qual è la portata delle cerimonie esterne nel culto religioso? 2. Quali sono le caratteristiche peculiari delle cose indifferenti? 3. Fino a che punto è lecito accondiscendere alle richieste di un avversario nel discutere di cose indifferenti? 4. Qual è la portata della libertà cristiana? 5. È lecito mantenere, per rispetto dei pregiudizi del popolo, antichi riti e cerimonie che hanno un aspetto superstizioso, ma che possono essere suscettibili di un’interpretazione favorevole e razionale? [567]
- Ma, per quanto aspra fosse l’opposizione tra Luterani e Calvinisti, e le contese tra gli stessi Luterani, e ancora, tra tutti questi da una parte e i Cattolici dall’altra, essi potevano dichiarare una tregua su tutte le loro divergenze e unirsi – tutti, Cattolici, Luterani, Zwingliani e Calvinisti – nell’ attacco comune contro gli Anabattisti. Il nome Anabattisti significa ri-battezzatori, e veniva applicato indiscriminatamente a tutti coloro che negavano la validità dell’aspersione per il battesimo, e in particolare del battesimo dei bambini, o meglio dell’aspersione. Prima del periodo della Riforma, c’erano, sparsi in quasi tutti i paesi d’Europa e perseguitati ovunque, discendenti diretti, per quanto riguarda la dottrina, degli Albigesi e dei Valdesi, che non praticavano il battesimo dei bambini (aspersione), ma si attenevano alle dottrine genuine del battesimo, del sonno dei morti e alcuni al vero Sabato. Naturalmente, queste dottrine li portarono già allora a essere considerati eretici abominevoli; ma quando, purtroppo, nei primi giorni della Riforma, alcuni appartenenti al nome caddero in un fanatismo selvaggio, tutti gli appartenenti al nome furono classificati insieme; e le più severe leggi penali di quei tempi severi furono emanate contro tutti coloro che potevano essere classificati come Anabattisti.
- “In quasi tutti i paesi d’Europa, un numero indicibile… preferiva la morte nelle sue forme peggiori a una ritrattazione… Né la vista delle fiamme che venivano accese per consumarli, né l’ignominia del patibolo, né i terrori della spada, potevano scuotere la loro invincibile… costanza, o far loro abbandonare dottrine che sembravano loro più care della vita e di tutti i suoi piaceri… Ed è molto deplorevole che così poca distinzione fosse fatta tra i membri di questa setta, quando la spada veniva sguainata contro di loro. Perché gli innocenti e i colpevoli erano coinvolti nello stesso destino? Perché dottrine puramente teologiche… venivano punite con lo stesso rigore che veniva mostrato per i crimini incompatibili con la pace e il benessere della società civile? Coloro che non avevano altri segni di peculiarità se non quello di amministrare il battesimo solo a persone adulte, e di escludere gli ingiusti dalla comunione esterna della Chiesa, avrebbero dovuto senza dubbio incontrare un trattamento più mite di quello riservato a quegli incendiari sediziosi, che erano favorevoli a scardinare ogni governo e distruggere ogni autorità civile… È vero che molti anabattisti subirono la morte, non perché fossero considerati sudditi ribelli, ma semplicemente perché erano giudicati eretici incorreggibili, poiché in questo secolo l’errore di limitare l’amministrazione del battesimo solo a persone adulte e la pratica di ribattezzare coloro che avevano ricevuto quel sacramento durante l’infanzia, erano considerati la più flagrante e intollerabile delle eresie.” – (Mosheim. “Ecclesiastical history”, sec.XVI, sez.III, parte II, cap.3, par.6).
- Come già osservato, gli Anabattisti divennero l’unico bersaglio degli attacchi di tutte le parti, civili e religiose. La loro opposizione al battesimo infantile sconcertò in qualche modo Melantone, in presenza dei fanatici a Wittemberg. Ammise che avevano colto un “punto debole“, e i suoi dubbi su questo punto lo portarono a fare la nota affermazione: “Solo Lutero può decidere” la questione della loro ispirazione. Fu il timore di finire nell’anabattismo la ragione per cui “Lutero non affrontò la questione a fondo”. Il Concilio protestante di Zurigo ordinò “che chiunque amministrasse l’anabattismo fosse annegato“; e l’ordine fu effettivamente eseguito su Felix Mantz, “che in precedenza era stato associato a Zwingli all’inizio della Riforma”. Uno dei primissimi sforzi teologici di Calvino fu la composizione di un libro intitolato “Psychopamychia“, sull’immortalità dell’anima, in opposizione agli Anabattisti in Francia. [568]
- All’inizio del XVII secolo, troviamo un nuovo elemento nel mare delle controversie. La filosofia delle diverse scuole lottava in ogni scuola per prevalere; e se non fu causa diretta di molte delle controversie di questo secolo, le caratterizzò. A quel tempo la filosofia era rappresentata dalle due classi dei Peripatetici(seguaci di Aristotele) e dei Filosofi del Fuoco (dalla loro affermazione che “la dissoluzione dei corpi per mezzo del fuoco è l’unico modo in cui si possono discernere i primi principi delle cose”). I Peripatetici ricoprivano cattedre in quasi tutte le facoltà e sostenevano che chiunque mettesse in discussione Aristotele fosse poco meno criminale che un vero e proprio eretico; e così si tenne una vivace contesa tra loro e i Filosofi del Fuoco, o chimici. Ma ci fu un’unione di interessi tra questi due, quando, intorno al 1640, il guanto di sfida cartesiano, “Cogito, ergo sum” (cioè, penso, dunque sono), fu lanciato nell’arena. Sia i Peripatetici che i chimici si rivoltarono con tutte le loro energie contro la nuova filosofia, “non tanto per il loro sistema filosofico, quanto per gli onori, i vantaggi e i profitti che ne derivavano”. E, “sostenuti dal clero che temeva che la causa della religione fosse presa di mira e messa in pericolo da queste innovazioni filosofiche, fecero un rumore prodigioso e non lasciarono nulla di inutilizzato per impedire la caduta del loro vecchio sistema… Essi non solo accusarono Cartesio degli errori più pericolosi e perniciosi, ma arrivarono al punto, nella stravaganza della loro malignità, di accusarlo di ateismo.” – (Mosheim. Idem, sec.XVII, sez.I, par.32).
- In opposizione a Cartesio, anche Gassendi entrò in lizza, e questo diede origine a un’altra scuola di filosofia, la Matematica. Quella di Cartesio fu chiamata filosofia Metafisica, o Cartesiana. Poiché la Peripatetica era l’unica filosofia insegnata nelle scuole luterane, l’ascesa della nuova filosofia fu un nuovo argomento di discussione e opposizione in quelle scuole, e diede spazio a un ulteriore esercizio della propensione controversa. Un’altra cosa che turbò molto i Luterani fu che nel 1614 Giovanni Sigismondo, elettore di Brandeburgo, entrò nella comunione dei Calvinisti e concesse a tutti i suoi sudditi piena libertà in materia religiosa, lasciando a tutti la libera scelta di abbracciare una religione o un’altra, o addirittura nessuna. Ma i Luterani “ritenevano intollerabile che i Calvinisti godessero degli stessi privilegi”. E questo fu portato a tal punto che agli abitanti del Brandeburgo fu proibito di studiare all’università di Wittemberg.
- Ma ciò che diede più problemi ai Luterani in questo secolo furono gli sforzi di una serie di persone per raggiungere un accordo tra loro e i Calvinisti. Giacomo I d’Inghilterra ci provò, ma fallì. Nel 1631, in un sinodo dei Calvinisti a Charenton, fu approvato un atto che riconosceva che la religione luterana “era conforme a uno spirito di vera pietà e libera da errori perniciosi e fondamentali”, ma l’iniziativa non fu accettata. Nello stesso anno, si tenne a Lipsia una conferenza tra alcuni dei più eminenti dottori di entrambe le confessioni, in Sassonia e Brandeburgo. E sebbene i Calvinisti mostrassero tutta l’equità possibile e facessero concessioni che gli stessi Luterani difficilmente avrebbero potuto aspettarsi, tutti i loro sforzi furono guardati e considerati con sospetto, come semplici intrighi per intrappolarli; e la conferenza si sciolse senza che nulla fosse stato fatto. Nel 1645 Udislao IV, re di Polonia, convocò una conferenza a Thorn, ma ciò non fece che accrescere lo zelo del partito. Nel 1661 Guglielmo VI, langravio d’Assia, convocò una conferenza a Cassel, in cui i dottori lì riuniti giunsero a un accordo, si abbracciarono e dichiararono che non vi era nulla tra loro di sufficientemente importante da impedire l’unione e la concordia. Non appena i fratelli Luterani se ne accorsero, rivolsero tutta la loro furia contro i loro delegati e li caricarono di accuse di apostasia, calvinismo, ecc. [569]
- Oltre a questi sforzi pubblici, ce ne furono altri di carattere privato. Giovanni Duraeus, calvinista, originario della Scozia, “per un periodo di quarantatré anni, soffrì vessazioni e si sottopose a fatiche che richiedevano la più ferma risoluzione e la più inesauribile pazienza. Scrisse, esortò, ammonì, supplicò e disputò: in una parola, tentò ogni metodo che la saggezza umana potesse suggerire per porre fine ai dissensi e alle animosità che regnavano tra le chiese protestanti. … Viaggiò attraverso tutti i paesi d’Europa dove la religione protestante aveva preso piede; strinse legami con i dottori di entrambi i partiti; si rivolse a re, principi, magistrati e ministri. … Ma le sue opinioni furono deluse. … Alcuni, sospettando che il suo fervente e straordinario zelo derivasse da motivi misteriosi e sinistri, e temendo che avesse segretamente elaborato un piano per trascinare i Luterani in un’insidia, lo attaccarono persino nei loro scritti con animosità e amarezza, e lo caricarono delle più aspre invettive e rimproveri: così che quest’uomo benintenzionato, a lungo trascurato dalla sua stessa comunità, … trascorse il resto dei suoi giorni in riposo e oscurità a Cassel.” – (Mosheim. “Ecclesiastical History”, sec.XVII, sez.II, parte II, cap.I, par.6”). Ciò che propose come fondamento su cui avrebbero potuto unirsi, era il Credo degli Apostoli, i Dieci Comandamenti e il Padre Nostro.
- Un altro dei più zelanti pacificatori fu Giovanni Mattia, un vescovo svedese, che con Giorgio Callisto, tentò di proseguire l’opera di Duraeus. Ma l’opposizione fu così aspra che Mattia fu costretto a dimettersi dal suo vescovado; Callisto fu accusato di sincretismo e gli furono attribuite “molte altre colpe, oltre al crimine di aver cercato di unire i discepoli dello stesso Maestro nei vincoli amabili della carità, della concordia e della reciproca tolleranza”. (Idem, par.7. Il corsivo è suo). Questo “crimine” fu chiamato sincretismo.
- La controversia pietistica fu un’altra che attirò l’attenzione dei Luterani durante questo secolo. Essa ebbe origine dagli sforzi di Philip James Spener, di Francoforte, che “aveva in mente la promozione di una religione vitale, risvegliando i tiepidi e gli indifferenti, arginando il torrente del vizio e della corruzione e riformando i costumi licenziosi sia del clero che del popolo”. (Idem, par.26). Per raggiungere al meglio questo obiettivo, Spener e i suoi seguaci proposero che, oltre agli orari stabiliti per il culto pubblico, si tenessero assemblee private per la preghiera e altri esercizi religiosi. Per questi lodevoli e necessari obiettivi furono soprannominati Pietisti, e l’opposizione a loro e ai loro progetti fu forte quanto quella di tutti gli altri.
- Questo argomento fu approfondito da alcuni professori di Lipsia, i quali, allo scopo di istruire i candidati al ministero su qualcosa di meglio che su come perpetuare litigi, “si impegnarono a spiegare nei loro collegi alcuni libri della Scrittura per far [570] comprendere meglio queste autentiche fonti di conoscenza religiosa e per promuovere uno spirito di pietà pratica e di religione viva nelle menti dei loro uditori… Di conseguenza, queste lezioni furono molto frequentate e i loro effetti furono visibili nella vita e nella conversazione di diverse persone, che sembravano ispirare con un profondo senso dell’importanza della religione e della virtù”. Ma subito si levò il grido che ciò era “contrario alla consuetudine“. “Quindi si diffusero voci, si suscitarono tumulti, si accesero animosità e la questione alla fine fu portata a un processo pubblico, in cui questi uomini pii e dotti furono effettivamente dichiarati liberi dagli errori e dalle eresie a loro carico, ma allo stesso tempo fu loro proibito di portare avanti quel piano di istruzione religiosa che avevano intrapreso con tanto zelo.” (Idem, par.87).
- Ma questo non stroncò il buon lavoro così iniziato, poiché la contesa si diffuse rapidamente in tutte le Chiese Luterane d’Europa. Pertanto i dottori e i pastori di Wittemberg si ritennero obbligati a procedere pubblicamente, prima contro Spener nel 1695, e in seguito contro i suoi discepoli, il che diede origine a nuovi dibattiti. I pietisti sostenevano: (1) che nessuno dovesse essere ammesso al ministero se non coloro che fossero stati adeguatamente istruiti, si distinguessero per saggezza e santità di costumi e avessero il cuore pieno di amore divino; (2) che la teologia scolastica dovesse essere abolita; (3) che la teologia polemica, cioè le controversie tra cristiani, dovesse essere insegnata con meno entusiasmo; (4) che ogni mescolanza di filosofia e cultura umana con le Sacre Scritture dovesse essere abbandonata; e (5) che nessuna persona che non fosse essa stessa un modello di pietà fosse qualificata per essere un pubblico insegnante di pietà o una guida per gli altri sulla via della salvezza.
- Da queste nacquero altri dibattiti su questioni come: (1) “La conoscenza religiosa acquisita da un uomo malvagio può essere definita teologia?” (2) “Fino a che punto l’ufficio e il ministero di un ecclesiastico empio possono essere pronunciati salutari ed efficaci?” (3) “Un uomo empio e licenzioso può essere suscettibile di illuminazione?” I Pietisti chiesero inoltre la soppressione di alcune proposizioni che era consuetudine pronunciare pubblicamente dal pulpito, che, senza riserve, potevano certamente essere interpretate come concessione di indulgenza; come: “Nessun uomo è in grado di raggiungere quella perfezione che la legge divina richiede. Le buone opere non sono necessarie alla salvezza”. I Pietisti proibirono anche danze, pantomime, rappresentazioni teatrali, ecc. tra i loro membri; e questo diede ancora una volta l’opportunità agli scolastici di mostrare la loro ingegnosità. Sollevarono la questione, in primo luogo, se queste azioni fossero di carattere indifferente; e poi, da ciò, se ci fossero azioni umane veramente indifferenti, cioè ugualmente lontane dal bene morale da un lato e dal male morale dall’altro.
- Nella Chiesa Calvinista, dopo la morte del suo fondatore, la controversia sui “decreti divini” continuò per tutto il XVII secolo. Dal collegio di Ginevra, la dottrina di Calvino si diffuse in ogni parte dell’Europa protestante e nelle scuole. Ma sorse una divergenza di opinioni, non sui “decreti” in sé, ma sulla natura dei decreti. “La maggioranza sosteneva che Dio avesse semplicemente permesso al primo uomo di cadere in trasgressione; mentre una rispettabile minoranza sosteneva con tutte le sue forze che, per esercitare e mostrare la sua terribile giustizia e la sua gratuita misericordia, Dio aveva decretato fin dall’eternità che Adamo avrebbepeccato, e aveva ordinato gli eventi in modo tale che i nostri progenitori non avrebbero potuto evitare di cadere”. (Idem, cap.2, par.10). Le due fazioni in questa divisione erano i Sublapsariani (coloro che sostenevano il permesso) e i Supralapsariani. [571]
- Ma questi dimenticarono le loro divergenze ogni volta e ovunque comparissero coloro che “ritenevano fosse loro dovere rappresentare la Divinità, come se estendesse la Sua bontà e misericordia a tutta l’umanità”. Questa nuova controversia sorse all’inizio del secolo, ed è nota come controversia arminiana, da Giacomo Arminio, professore di teologia all’università di Leida, che ne fu l’ideatore. Arminio aveva ricevuto un’educazione calvinista al Collegio di Ginevra e, per i suoi meriti, era stato scelto per l’università di Leida. Dopo aver lasciato Ginevra, e con l’avanzare dell’età, la sua mente si ribellò sempre più alla dottrina di Calvino sulla predestinazione e abbracciò la dottrina scritturale secondo cui la grazia di Dio è gratuita per tutti e porta la salvezza a tutti gli uomini; che a nessuno è proibito, per decreto, di beneficiarne, né alcuno è eletto a riceverli indipendentemente dalle proprie azioni, ma che Cristo ha portato la salvezza al mondo, e ogni uomo è libero di accettare o rifiutare questa offerta a suo piacimento. Ma poiché il Calvinismo a quel tempo era fiorente in Olanda, l’insegnamento di Arminio gli attirò la più dura opposizione.
- Arminio morì nel 1609 e Simon Episcopius, uno dei suoi discepoli, portò avanti l’opera con vigore incrollabile, e in breve tempo la controversia si diffuse in tutta Europa, creando tanto tumulto nella Chiesa Calvinista quanto il Calvinismo aveva precedentemente causato in quella Luterana. E l’ostinazione dei Luterani si ripetéda parte dei Calvinisti. Ancora una volta ci furono coloro che cercarono di portare le parti in conflitto a un accomodamento, ma senza successo. Infine, nel 1618, con l’autorità degli Stati Generali, il sinodo nazionale fu convocato a Dordrecht per discutere i punti di divergenza e giungere a un accordo. Si riunirono deputati da Olanda, Inghilterra, Assia, Brema, Svizzera e Palatinato; e vennero anche i principali esponenti degli Arminiani.
- Episcopio si rivolse all’assemblea con un discorso “pieno di moderazione, gravità ed elocuzione”. Ma non appena il suo discorso fu terminato, sorsero delle difficoltà, e gli Arminiani scoprirono che, invece di essere convocati lì per presentare le loro opinioni all’esame e alla discussione, sarebbero stati processati come eretici; e quando rifiutarono di sottomettersi alla procedura proposta dal sinodo, furono esclusi dall’assemblea, e il famoso sinodo di Dordrecht li processò in loro assenza. Naturalmente, furono dichiarati “colpevoli di errori pestilenziali” e condannati come “corruttori della vera religione”: e tutto questo dopo la solenne promessa che era stata fatta agli Arminiani di concedere loro piena libertà di spiegare e difendere le loro
opinioni, per quanto ritenessero necessario alla loro giustificazione! Dopo di ciò, la dottrina dei “decreti assoluti” perse terreno di giorno in giorno; e il modo in cui il sinodo aveva trattato gli Arminiani non fece che accrescere la loro determinazione, e inoltre attirò verso di loro la simpatia di molti: a tal punto che intere province di Frisia, Zelanda, Utrecht, Gheldria e Groninga non accettarono mai le decisioni di quell’assemblea. Subito dopo, inoltre, la controversia sulla filosofia cartesiana entrò nella Chiesa Calvinista, e la rimise in subbuglio, mantenendola così. [572]
- Poiché nella scolastica e nelle controversie teologiche, la leadership del protestantesimo professato occupava così tanto terreno papale e condivideva così largamente lo spirito papale, ci si poteva solo aspettare che ne seguisse la conseguenza naturale e logica, e che questo stesso protestantesimo professato si trovasse a occupare il territorio centrale e peculiare del papato nell’unione tra Chiesa e Stato. Era iniziata una seconda grande apostasia.
LA CHIESA LUTERANA.
- Come abbiamo visto, alla morte di Lutero molti di coloro che erano stati Protestanti si impegnarono a sostenere ciò in cui Lutero credeva, e si rifiutarono costantemente di fare un solo passo avanti. Questi divennero così Luterani piuttosto che Protestanti, e così si formò la Chiesa Luterana. E sebbene questa Chiesa ancora oggi consideri la Confessione di Augusta come uno dei suoi simboli principali; e sebbene verso la fine del XVII secolo “le Chiese Luterane adottarono la massima fondamentale degli Arminiani, secondo cui i cristiani erano responsabili solo di fronte a Dio per i loro sentimenti religiosi, e che nessun individuo poteva essere giustamente punito dal magistrato per le sue opinioni errate, finché si comportava da suddito virtuoso e obbediente, e non tentava di turbare la pace e l’ordine della società civile” (Mosheim, “Ecclesiastical History”, sec.XVII, sez.II, parte II, cap.1, par.16); tuttavia, fin dal 1817, la Chiesa Luterana è stata parte della Chiesa di Stato di Prussia. E nonostante le dichiarazioni della Confessione di Augusta, l’imperatore di Germania, come re di Prussia, oggi è il vescovo supremo della Chiesa Luterana in Prussia. Anche nei paesi scandinavi, la Chiesa Luterana è la Chiesa di Stato.
LA RIFORMA IN SVIZZERA.
- Con i Riformati Svizzeri fu lo stesso. Zwingli, che diede il via alla Riforma in Svizzera, sancì, se non addirittura creò lì, l’unione tra Chiesa e Stato. La sua visione era che lo Stato è cristiano. “Il Riformatore, abbandonando le vie degli apostoli, si lasciò sviare dal perverso esempio del papismo”. Egli stesso “decise di essere allo stesso tempo l’uomo dello Stato e della Chiesa, […] allo stesso tempo il capo dello Stato e il generale dell’esercito: questa doppia, triplice parte del Riformatore fu la rovina della Riforma e di lui stesso”. Infatti, quando scoppiò la guerra in Svizzera, Zwingli cinse la spada e andò con le truppe in battaglia. “Zwingli svolse due ruoli contemporaneamente: fu un riformatore e un magistrato. Ma queste sono due figure che non dovrebbero essere unite più di quelle di un ministro e di un soldato. Non biasimeremo del tutto i soldati e i magistrati nel formare alleanze e sguainare la spada, anche per amore della religione: agiscono secondo il loro punto di vista, sebbene non sia lo stesso del nostro, ma dobbiamo decisamente biasimare il ministro cristiano che diventa un diplomatico o un generale.” [573]
- Chi prese la spada, perì di spada. Nella prima battaglia combattuta – l’11 ottobre 1531 (Ai*: la battaglia di Kappel: conflitto tra i cantoni protestanti e i cantoni cattolici della Vecchia Confederazione Svizzera) – furono uccisi venticinque predicatori riformisti svizzeri, il capo dei quali fu Zwingli, che cadde colpito da numerosi colpi. “Se il riformatore tedesco [*Martin Lutero] avesse potuto avvicinarsi a Zwingli in questo momento solenne e pronunciare quelle parole spesso ripetute: ‘I cristiani non combattono con la spada e l’archibugio, ma con le sofferenze e con la croce’, Zwingli avrebbe teso la sua mano morente e avrebbe detto: ‘Amen’.” – (D’Aubigné. “History of the Reformation”, libro XVI, cap.4, par.1; cap.I, par.7, cap.4, par.2; e cap.8, par.6 della fine).
IN INGHILTERRA.
- Quando Enrico VIII divorziò se stesso e l’Inghilterra dal papa, per poter essere divorziato da sua moglie, si mise al posto di papa come capo della Chiesa in Inghilterra; e quella che così divenne la Chiesa d’Inghilterra era semplicemente quella che prima era stata la Chiesa Cattolica in Inghilterra. “Nella forma nulla era cambiato. La costituzione esterna della Chiesa rimase completamente inalterata.”
- Anche nella fede, nulla era cambiato di fatto, se non il semplice cambiamento dei personaggi che assumevano la prerogativa di dispensatori. Enrico, sia come re che come papa, era ora il capo supremo della Chiesa. “Dal primate al più umile diacono, ogni suo ministro derivava da lui il diritto esclusivo di esercitare poteri spirituali. La voce dei suoi predicatori era l’eco della sua volontà. Solo lui poteva definire l’ortodossia o dichiarare l’eresia. Le forme del suo culto e della sua fede venivano cambiate e rimodificate a capriccio reale”. Già nel 1532, infatti, Enrico aveva stabilito che “la maestà del re ha cura tanto delle anime dei suoi sudditi quanto dei loro corpi, e può, per legge di Dio e tramite il suo Parlamento, emanare leggi che toccano e riguardano tanto l’una quanto l’altra”. – (Green. Idem, libro VI, cap.1, par.5,1, e libro V, cap.6, par.12).
- Tale fu la “Riforma” compiuta da “Enrico, Ottavo del Nome” per quanto era in lui e nelle sue intenzioni. Ma essere separati dal papa di Roma fu una grande cosa per l’Inghilterra. E poiché Enrico aveva dato l’esempio di rivolta al dominio papale quando esercitato dal trono papale, il popolo inglese non tardò a seguire l’esempio così dato e a ribellarsi allo stesso dominio quando esercitato dal trono inglese. Ciò iniziò anche durante il regno di Enrico, di fronte a tutti i terrori di un dominio “che può essere meglio descritto dicendo che era il dispotismo stesso personificato”. – (Macaulay. Essays, “Hallam”, par.27). Durante la reggenza di Edoardo VI e sotto la guida di Cranmer e Ridley, furono compiuti passi avanti anche dalla stessa Chiesa d’Inghilterra: l’uso di immagini, del crocifisso, dell’incenso, delle candele e dell’acqua santa; il sacrificio della messa, il culto dei santi, la confessione auricolare, il servizio in latino e il celibato del clero furono aboliti. Durante la reazione cattolica sotto Maria [*Stuarda], lo spirito di rivolta fu confermato; e sotto Elisabetta, quando la politica della Chiesa d’Inghilterra si stabilizzò, e da allora in poi prevalse costantemente e a volte quasi universalmente. [574]
- In breve, l’esempio dato da Enrico è stato seguito così bene e con tanta perseveranza attraverso i secoli che sono trascorsi, che, sebbene la Chiesa d’Inghilterra sussista ancora e sebbene il sovrano d’Inghilterra rimanga ancora il capo della Chiesa d’Inghilterra e il Difensore della Fede, sia la carica che il titolo sono di carattere così flessibile che si adattano facilmente alla guida e alla difesa della fede dell’Episcopalismo[*AI: dottrina ecclesiastica che sottolinea il potere e l’autorità dei vescovi come successori degli apostoli, in contrapposizione al primato papale] in Inghilterra e del Presbiterianesimo [*AI: organizzazione ecclesiastica e dottrina religiosa di origine calvinista, in cui l’autorità della chiesa è esercitata da consigli di anziani laici e ministri del culto, chiamati presbiteri] in Scozia. E ancora di più e molto meglio di ciò, l’illustre sovrana d’Inghilterra, la regina Vittoria, rinunciò nettamente alla pretesa di governare in materia di fede.
- Nel 1859 Sua Maestà emanò un proclama reale ai suoi sudditi in India, in cui affermava:
“Facendo fermamente affidamento sulla verità del Cristianesimo e riconoscendo con gratitudine il conforto della religione, rinneghiamo allo stesso modo il diritto e il desiderio di imporre le nostre convinzioni a qualsiasi dei nostri sudditi. Dichiariamo che è nostra volontà e piacere reale che nessuno sia in alcun modo favorito, nessuno molestato o inquietato, a causa della propria fede o delle proprie osservanze religiose, ma che tutti godano ugualmente della protezione uguale e imparziale della legge; e imponiamo e ingiungiamo rigorosamente a tutti coloro che possono essere in autorità sotto di noi di astenersi da qualsiasi interferenza con il credo o il culto religioso di qualsiasi dei nostri sudditi, pena la nostra più profonda disapprovazione”.
“Ed è nostra ulteriore volontà che, per quanto possibile, i nostri sudditi, di qualsiasi razza o credo, siano ammessi liberamente e imparzialmente a incarichi al nostro servizio, doveri che siano qualificati a svolgere in base alla loro istruzione, capacità e integrità a svolgere”.
CALVINISMO A GINEVRA.
- Le opinioni di Calvino sul tema della Chiesa e dello Stato erano profondamente teocratiche quanto lo è il sistema papale stesso. Agostino fu il suo maestro e modello in tutto e per tutto. Quando, all’età di ventotto anni, su pressante chiamata di Farel, Calvino si stabilì a Ginevra, redasse una sintesi della dottrina cristiana, in effetti, un riassunto delle sue “Istituzioni”, composta da ventuno articoli che tutti i cittadini furono chiamati a gruppi di dieci ciascuno, “per professare e giurare, come confessione della loro fede”. Questo metodo per creare una città calvinista fu portato a termine, disse lo stesso Calvino, “con molta soddisfazione”. Questo giuramento e questa confessione di fede venivano fatti comecittadini, non in particolare come membri della Chiesa. Non veniva chiesto loro se fossero convertiti; non era richiesto loro di essere membri della Chiesa; ma semplicemente allora come cittadini, venivano tenuti a prestare giuramento e accettarlo come confessione della loro fede.
- In effetti, il giuramento di fedeltà come cittadino e la confessione di fede come cristiano erano identici. Questo significava rendere Chiesa e Stato una sola e stessa cosa, con la Chiesa al di sopra dello Stato. Anzi, ancora di più, significava inglobare completamente il potere civile in quello ecclesiastico; poiché i predicatori erano supremi. Non era altro che un’altra teocrazia creata dall’uomo, sul modello del papato. Infatti, secondo le “Istituzioni” di Calvino, la vera ragione d’essere dello Stato è solo quella di essere il sostegno e il servizio della Chiesa; e di conseguenza, quando il magistrato infligge una punizione, deve essere considerato come esecutore del giudizio di Dio. “Ciò che vediamo sulle rive del Lemano [AI*: Lago di Ginevra] è una teocrazia; Jahvè ne era il capo, la Bibbia era il codice supremo e il governo esercitava una tutela presiedente e paterna su tutti gli interessi e le cause, civili e spirituali.” – (Wylie. “History of Protestantism”, libro XIV, cap.10, penultimo paragrafo). Il rogo di Serveto [*Miguel Serveto: Spagna, 1511, Ginevra 1553: studioso di teologia, medicina e umanesimo. Il 27 ottobre 1511 Serveto fu bruciato vivo sopra la pira dei suoi stessi libri sull’altopiano di Champel, ai margini di Ginevra] era solo la chiara logica del sistema di governo di Calvino che, grazie alla sua perseveranza, fu stabilito a Ginevra. Non a caso, da uno dei suoi ammiratori, Calvino è stato paragonato a Innocenzo III. (Wylie’s “History of Protestantism”, libro XIV, fine cap.24). [575]
- Il sistema di governo di Calvino non fu tuttavia limitato a Ginevra, né la sua idea morì con lui. Occupa un posto quasi altrettanto importante nella storia successiva quanto il papato stesso, di cui è in tutto e per tutto un’analogia così stretta. Egli stesso cercò, durante il regno di Edoardo VI, di farlo adottare in Inghilterra. “Esortò Cranmer a convocare uomini pii e razionali, educati alla scuola di Dio, per incontrarsi e concordare su una confessione dottrinale uniforme secondo la regola della Scrittura”, dichiarando: “Quanto a me, se posso essere utile, percorrerò dieci mari per realizzarla.” – (Bancroft. “History of the United States “, cap. “Prelates and Puritans”, par.11). Tutti i suoi sforzi personali in questa direzione, tuttavia, fallirono. Morì il 27 maggio 1564.
CALVINISMO IN SCOZIA.
- È stato scritto che prima della sua morte Calvino ebbe la soddisfazione di sapere che il suo sistema di politica della Chiesa era stato adottato in Scozia. Senza dubbio questo gli diede molta soddisfazione. Ma se solo fosse vissuto abbastanza per vedere il tempo in cui quel sistema veniva attuato in Scozia secondo il suo perfetto ideale, possiamo ben credere che anche lui avrebbe potuto giustamente piangere nella pienezza della sua indicibile gioia.
- Dal 1638 al 1662 d.C., sotto i Covenanters [*AI: quelli che avevano fatto un patto], il sistema calvinista fu supremo in Scozia. E “quando la Chiesa scozzese era all’apice del suo potere, potremmo cercare invano un’istituzione che possa competere con essa, tranne l’Inquisizione spagnola. Tra queste due esiste una stretta e intima analogia. Entrambe erano intolleranti, entrambe crudeli, entrambe fecero guerra alle parti più nobili della natura umana, ed entrambe distrussero ogni traccia di libertà religiosa”. – (Buckle. “History of Civilization”, cap.5, ultimo paragrafo).
CALVINISMO NEL NEW ENGLAND.
- Dopo la Scozia, fu nel New England puritano che il sistema di governo calvinista raggiunse più vicino il suo ideale. Nel 1631, non appena il loro numero fu tale da rendere necessario stabilire una politica definita, promulgarono il seguente statuto:
“Affinché questo corpo dei comuni possa essere preservato da uomini onesti e buoni, è ordinato e concordato che, per il tempo a venire, nessun uomo sarà ammesso alla libertà di questo corpo politico se non coloro che sono membri di alcune delle Chiese entro i limiti dello stesso.” [* in breve: per essere parte della comunità devi ubbidire e sottometterti alla Chiesa]. [576]
- “Così la politica divenne una teocrazia: Dio stesso avrebbe governato il Suo popolo; e i ‘santi per vocazione’… furono costituiti, per legge fondamentale della colonia, l’oracolo della volontà divina… Altri Stati limitarono i diritti politici ai ricchi, ai liberi proprietari, ai primogeniti. I Calvinisti del Massachusetts, rifiutando qualsiasi partecipazione del potere civile al clero, stabilirono il regno della Chiesa visibile, una repubblica del popolo eletto in alleanza con Dio.” – (Bancroft. “History of the United States”, cap. “Self-government in Massachusetts”, par.25). Questo era esattamente il sistema calvinista. I predicatori non dovevano ricoprire una carica in sé, ma dovevano essere i capi di tutti coloro che la ricoprivano. Poiché, siccome nessuno poteva essere un cittadino se non era membro della Chiesa; e siccome nessuno poteva diventare membro delle Chiese o persino “presentarsi alla congregazione, se non [*era stato] prima autorizzato dagli anziani“, questo rendeva i predicatori supremi. Questa è esattamente la posizione che occupavano. Venivano consultati su ogni questione e tutto doveva essere soggetto al loro comando.
- Il principale ministro della Colonia del Massachusetts a quel tempo era John Cotton. Egli insegnò chiaramente le benedizioni della persecuzione in sé e per sé, e il suo beneficio per lo Stato, con le seguenti parole:
“Ma il bene portato ai principi e ai sudditi dalla giusta punizione di apostati, seduttori, idolatri e bestemmiatori, è molteplice”.
“In primo luogo, allontana il male dal popolo e recide la cancrena che si diffonderebbe per favorire l’empietà…”
“In secondo luogo, allontana i lupi dal tormentare e disperdere le pecore di Cristo. Perché i falsi maestri sono lupi… e il nome stesso di lupi preannuncia quale beneficio si ricaverà dalle pecore, uccidendole o scacciandole”.
“In terzo luogo, tali esecuzioni su tali malfattori fanno sì che tutto il paese senta, tema e non commetta più tale malvagità… Sì, poiché queste punizioni sono misure di prevenzione di simili malvagità in alcuni, sono anche medicine salutari per guarire coloro che sono guaribili da questi mali…”
“In quarto luogo, le punizioni eseguite sui falsi profeti e sui maestri seduttori, portano piogge di benedizioni di Dio sullo stato civile…”
“In quinto luogo, è un onore per la giustizia di Dio che tali giudizi siano eseguiti.” (“The Emancipation of Massachusetts”, pag.35,36).
- E Samuel Shepard, un ministro di Charlestown, predicò un sermone elettorale intitolato “Eye Salve” [*collirio], in cui espose i seguenti punti di vista:
“Le passioni degli uomini sono dolci per loro, e non vorrebbero essere turbati o inquietati nel loro peccato. Quindi ci sono così tanti che gridano alla tolleranza illimitata e al libertinaggio, al punto (se fosse in loro potere) di ordinare una totale e perpetua limitazione della spada del magistrato civile nel suo fodero (una mozione che è evidentemente distruttiva per questo popolo e per la libertà pubblica, la pace e la prosperità di qualsiasi Chiesa istituita sotto il cielo). [577]
“Il potere coercitivo del magistrato in materia di religione, quindi, sia ancora affermato, visto che egli è uno che è legato a Dio più di ogni altro uomo a custodire la sua vera religione… e quanto presto sarebbe triste lo stato delle cose tra noi, se gli uomini potessero avere la libertà senza controllo di professare, predicare, stampare o pubblicare ciò che vogliono, tendendo alla seduzione degli altri.” (Idem, pag.36,37).
- In conformità con questi principi, ogni abitante della colonia era obbligato a partecipare ai servizi della Chiesa ufficiale la domenica, pena una multa o la reclusione. La multa non poteva superare i cinque scellini, pari a circa cinque dollari odierni, per ogni assenza.
- Ma nel 1631 giunse nel New England anche Roger Williams. C’era un posto vacante nella Chiesa a Salem. La Chiesa chiamò Williams per occupare il suo posto; ma poiché il governatore Winthrop e i suoi “assistenti” si opposero, Williams andò nella colonia di Plymouth.
- Intorno al 1633 Williams fu chiamato una seconda volta al ministero della Chiesa di Salem. Questa volta gli fu permesso di prendere il posto; ma non passò molto tempo prima che si trovò di nuovo nei guai con i teocrati. Condannò le loro leggi che rendevano l’appartenenza alla Chiesa un requisito per l’assunzione di una carica, tutte le loro leggi che imponevano l’osservanza religiosa, e in particolare le leggi domenicali. Dichiarò che la legge peggiore del codice inglese era quella in base alla quale loro stessi, quando erano in Inghilterra, erano stati costretti a frequentare la chiesa parrocchiale; e rimproverò la loro incoerenza nel conteggiare quella persecuzione in Inghilterra, per poi fare le stesse cose loro stessi nel New England.
- Essi affermavano, come sostenuto da Cotton, che “la persecuzione non è sbagliata in se stessa. È malvagio che la falsità perseguiti la verità, ma è sacro dovere della verità perseguitare la falsità”. E, come affermato da Winthrop: “Siamo venuti nel New England per creare una società secondo il nostro modello; tutti coloro che sono d’accordo con noi possono venire e unirsi a quella società; coloro che non sono d’accordo possono andare altrove: c’è abbastanza spazio nel continente americano.” (Beginnings of New England”, pag.178).
- Roger Williams disse loro che costringere gli uomini a unirsi a persone di fede diversa è un’aperta violazione del diritto naturale; e che trascinare al culto pubblico gli irreligiosi e i riluttanti è solo un atto di ipocrisia. “Le persone possono essere costrette, con minor peccato, a sposare chi non possono amare, piuttosto che a praticare un culto in cui non possono credere.” (Backus’s Church History of New England, pag.62,63). Di conseguenza, insistette sul fatto che “nessuno dovrebbe essere obbligato a praticare o a mantenere un culto contro il proprio consenso.” A questo i teocrati chiesero con pio stupore: “Cosa, il lavoratore non è degno del suo salario giornaliero?” Al che Roger rispose con parole che non potevano non comprendere appieno: “Sì, da coloro che lo impiegano.“
- Roger William screditò l’opinione secondo cui i magistrati dovevano essere scelti esclusivamente tra i membri delle Chiese sostenendo che, con altrettanta correttezza, avrebbero dovuto scegliere un medico o il pilota di una nave, in base alla sua posizione nella Chiesa. Contro le affermazioni di Cotton e Shepard e le pretese dei teocrati nel loro complesso, riguardo al diritto del magistrato di prevenire influenze corruttrici sulle menti del popolo e di punire errori ed eresie, egli contrappose l’evidente e imperitura verità che “i magistrati non sono altro che agenti del popolo o suoi fiduciari, ai quali non può mai essere conferito alcun potere spirituale in materia di culto, poiché la coscienza appartiene all’individuo e non è proprietà del corpo politico… il magistrato civile non può intromettersi nemmeno per impedire a una Chiesa di commettere apostasia ed eresia; questo potere si estende solo ai corpi, ai beni e alla proprietà esteriore degli uomini”. (Bancroft’s, “History of the United States”, cap. “The Providence Plantation”, par.3-6). [578]
- I teocrati lanciarono l’allarme sul fatto che questi principi sovvertissero ogni buon governo. Al che Williams rispose: “Molte navi vanno in mare, con centinaia di anime in una sola, il cui benessere e la cui sofferenza sono comuni, e rappresentano una vera immagine di una comunità o di una combinazione o società umana. A volte è accaduto che sia papisti che protestanti, ebrei e turchi possano essere imbarcati sulla stessa nave; su questa base, affermo che tutta la libertà di coscienza che ho sempre invocato si basa su questi due cardini: che nessuno dei papisti, protestanti, ebrei o turchi sia costretto a partecipare alle preghiere di culto della nave, né costretto a rinunciare alle proprie preghiere o al proprio culto, se ne praticano uno.” (Blakely’s, “American State Papers”, pag.68, nota). “La rimozione del giogo dell’oppressione delle anime, poiché si rivelerà un atto di misericordia e rettitudine verso le nazioni schiavizzate, così è di forza vincolante per impegnare tutti gli interessi e le coscienze a preservare la libertà e la pace comuni.” (Bancroft’s, “History of the United States”, cap. “The Providence Plantation”, par.6).
- Negò anche il diritto dell’imposizione obbligatoria di un giuramento. I magistrati avevano deciso di richiedere un giuramento di fedeltà al Massachusetts, invece che al re d’Inghilterra. Williams non volle prestare giuramento, e la sua influenza era così grande che molti altri si rifiutarono, tanto che il governo fu costretto ad abbandonare il progetto. Questo li spinse a sollevare un’accusa contro di lui come alleato di una fazione civile. La Chiesa di Salem gli si schierò accanto e, di fronte all’inimicizia dei teocrati, lo elesse loro maestro. Non appena ciò fu fatto, i predicatori si riunirono e dichiararono che chiunque avesse ostinatamente affermato che “il magistrato civile non poteva intromettersi nemmeno per impedire a una Chiesa di commettere apostasia ed eresia”, era meritevole di esilio. Un comitato del loro ordine fu nominato per recarsi a Salem e trattare Williams e la Chiesa “in modo ecclesiale”.
- Nel frattempo, la popolazione di Salem fu punita per averlo scelto come maestro, negando loro un appezzamento di terra che avevano rivendicato. Williams era pronto a incontrare il comitato in ogni momento, esprimendo e definendo le sue dottrine e confutando tutte le loro rivendicazioni. Dopo il ritorno del comitato, la Chiesa di Williams scrisse lettere a tutte le Chiese di cui uno qualsiasi dei magistrati era membro, “affinché ammonissero i magistrati della loro ingiustizia”. Alla successiva corte generale, l’intera Salem fu privata del diritto di voto fino a quando non si fossero scusati per queste lettere. La città e la Chiesa cedettero. Roger Williams rimase solo. Era in grado e disposto a farlo, e dichiarò subito il suo “ritiro volontario da tutte queste Chiese che erano decise a continuare a perseguitare i testimoni del Signore”, e “sperava che il Signore Gesù stesse facendo risuonare in lui lo scoppio che avrebbe, nel Suo santo tempo, abbattuto la forza e la fiducia di quelle invenzioni degli uomini”.
- Nell’ottobre del 1635, fu convocato davanti ai principali rappresentanti dello Stato. Andò e “mantenne la salda fermezza” della sua posizione, e si dichiarò “pronto a essere legato e bandito, e persino a morire nel New England”, piuttosto che rinunciare alle sue convinzioni. Grazie alle fervide insistenze di Cotton, la corte generale, a piccola maggioranza, lo condannò all’esilio e, allo stesso tempo, tentò di giustificare la sentenza con la fragile scusa che non si trattava di una limitazione alla libertà di coscienza, ma perché l’applicazione della nuova dottrina alle loro istituzioni sembrava “sovvertire lo stato fondamentale e il governo del paese”. [579]
- Nel gennaio del 1636, fu inviato un mandato a Williams per recarsi a Boston e imbarcarsi per l’Inghilterra. Lui si rifiutò di partire. Degli ufficiali furono inviati su una barca per recuperarlo, ma lui era già partito. “Tre giorni prima, aveva lasciato Salem, sotto la neve invernale e il maltempo, di cui ricordava la severità anche nella sua tarda età. ‘Per quattordici settimane fu duramente tormentato da un periodo amaro, senza sapere cosa significassero pane o letto.’ Spesso, nella notte tempestosa, non aveva né fuoco, né cibo, né compagnia; spesso vagava senza guida e non aveva altra casa che un albero cavo. Ma non era privo di amici. Il rispetto per i diritti altrui, che lo aveva portato a difendere la libertà di coscienza, lo aveva reso il paladino degli indiani. Aveva imparato la loro lingua durante la sua residenza a Plymouth; era stato spesso ospite dei sachem vicini [*AI: “I sachem erano capi o leader supremi tra le tribù native americane degli Algonchini e di alcuni Irochesi nel nord-est del Nord America”]; e ora, quando d’inverno giungeva alla capanna del capo di Pokanoket, veniva accolto da Massassoit [*: il capo]; e ‘il cuore barbaro di Canonicus, il capo dei Narragansett, lo amò come suo figlio fino all’ultimo respiro”. “I corvi”, racconta, “mi hanno nutrito nella natura selvaggia”.
- La popolazione delle quattro colonie era ora di circa ventiquattromila persone, il Massachusetts ne aveva circa quindicimila e le altre tre colonie circa tremila ciascuna. I commissari federali formavano un consiglio consultivo piuttosto che un organo legislativo. La formazione della sua lega rafforzò la teocrazia.
- A causa del rigore delle regole formulate dai predicatori per regolare l’ammissione dei membri nelle Chiese, furono così pochi coloro che vi aderirono che i membri, che avrebbero dovuto includere almeno la grande maggioranza della popolazione, in realtà non ne abbracciarono più di un terzo. E ora, mentre si cominciava a chiedere la libertà di culto secondo forme diverse da quelle congregazionali, il clero congregazionalista si rese conto che era necessario fare qualcosa di più deciso per consolidare il proprio potere.
- Di conseguenza, a Cambridge [*New England: chiese puritane nel New England coloniale; Richard Mather e John Cotton], nell’agosto del 1648, dopo due anni di riflessione, fu elaborata una “Piattaforma di Disciplina Ecclesiastica Raccolta dalla Parola di Dio”. Si trattava di fatto dell’istituzione della Chiesa congregazionalista sulla base della confederazione delle quattro colonie; poiché, sebbene professasse di mantenere i principi dell’indipendenza di ciascuna congregazione, prevedeva “consigli composti da anziani e altri messaggeri delle Chiese per consigliare, ammonire e negare la comunione a una Chiesa”, ma non per esercitare speciali atti disciplinari o giurisdizionali in una Chiesa particolare. E inoltre stabiliva che se una Chiesa si fosse separata dalla comunione delle Chiese, i magistrati avrebbero potuto costringerla a conformarsi. “La Confessione di Westminster fu promulgata come credo; i poteri del clero furono definiti minuziosamente e il dovere dei laici fu dichiarato essere ‘obbedire ai loro anziani e sottomettersi a loro nel Signore’”. Al magistrato fu imposto di punire “idolatria, bestemmia, eresia” e di costringere [*con la forza o la minaccia] qualsiasi Chiesa che diventasse “scismatica”. [580]
- Nell’ottobre del 1649, la piattaforma fu sottoposta alla corte generale per essere esaminata e adottata, e fu ulteriormente sottoposta da questa alle Chiese per la loro approvazione. Nell’ottobre del 1651, fu confermata da ciascuna assemblea legislativa. Così la teocrazia del Massachusetts fu completata e investita di tutto il potere del “commonwealth” [*repubblica]. E con l’aumentare del suo potere, aumentarono enormemente anche i suoi amari frutti. Nel 1649, il governatore Winthrop morì e gli successe John Endicott; e nel 1652 morì John Cotton e gli successe John Norton, e questi due uomini, John Endicott e John Norton, sono stati non a torto descritti come “due dei più accaniti fanatici che abbiano mai respirato”. E con l’ascesa di questi due uomini alla guida della teocrazia completa e pienamente dotata, si può dire che il regno del terrore del New England fosse iniziato.
- L’ammissione alla confederazione delle colonie del New England era stata categoricamente rifiutata al Rhode Island, a causa dei suoi principi di libertà di coscienza, ma l’odio per i Quaccheri spinse la colonia del Massachusetts, nel 1657, a chiedere al Rhode Island di unirsi alla confederazione nel tentativo di salvare il New England dai Quaccheri. “Inviarono una lettera alle autorità di quella colonia, firmandosi come affezionati amici e vicini, e implorando di preservare l’intero corpo dei coloni da ‘tale peste’, bandendo ed escludendo tutti i Quaccheri, una misura a cui ‘la regola della carità li obbligava’.” – (Fiske. “Beginning of the New England”, pag.180)
- Ma Roger Williams era ancora presidente del Rhode Island e, fedele ai suoi principi, rispose: “Non abbiamo alcuna legge tra noi che punisca chiunque dichiari solo a parole i propri pensieri e le interpretazioni riguardo alle cose e alle vie di Dio in merito alla salvezza e alla nostra condizione eterna. Quanto a questi Quaccheri, scopriamo che laddove è loro più consentito di dichiararsi liberamente e di opporsi solo con argomenti discorsivi, lì meno desiderano venire. Qualsiasi violazione della legge civile sarà punita, ma la libertà delle diverse coscienze sarà rispettata”. (Idem, pag.184, 185. Questa non era in alcun modo un’espressione di indifferenza nei confronti degli insegnamenti dei Quaccheri, poiché attraverso la discussione Roger li combatteva costantemente. Scrisse un libro contro di loro, intitolato “George Fox Digged out of his Burrowes” (George Fox emerse dalle sue tane), e all’età di settantatré anni “percorse a remi in barca l’intera lunghezza della baia di Narragansett per impegnarsi in un torneo teologico contro tre campioni quaccheri”. – Idem, pag.186).
[*AI: Mentre Roger William credeva nella separazione tra chiesa e stato e accoglieva diverse credenze nel Rhode Island, considerava i principi dei Quaccheri contraddittori alla vera fede e la loro sofferenza non come prova della verità ma come un’incomprensione o un orientamento errato della loro religione… Williams dibatté con i Quaccheri, trovando difetti nelle loro dottrine, nelle loro usanze quotidiane e nel loro comportamento, e accusò i loro insegnamenti di essere “papisti” ed “ebraici”.
- Questa risposta fece infuriare l’intera confederazione. Il Massachusetts minacciò di interrompere il commercio del Rhode Island. In questa situazione, il Rhode Island, tramite Roger Williams, chiese protezione a Cromwell, che ora governava l’Inghilterra. L’appello presentava il caso così com’era, ma ciò che lo rese di eterna importanza, come l’appello più grandioso e toccante di tutta la storia, è la pietosa supplica: “Ma qualunque cosa accada, non siamo obbligati ad esercitare alcun potere civile sulle coscienze degli uomini“.
- Sotto ogni aspetto, i Puritani giustificarono e meritarono la feroce sentenza dello storico degli Stati Uniti, secondo cui “la creazione di una Chiesa nazionale e intransigente portò i Congregazionalisti del Massachusetts ad indulgere alle passioni che disonorarono i loro persecutori inglesi, e Laud fu giustificato dagli uomini che aveva offeso”. – (Bancroft. “History of the United States”, cap. “The place of Puritanism in history”, par. 5. Nella sua ultima revisione, tuttavia, questo è stato attenuato in questo modo: “Gli intransigenti congregazionalisti del Massachusetts assecondarono le passioni dei loro persecutori inglesi”). [581]
- Né era solo nel New England che Chiesa e Stato fossero uniti. Lo era in misura maggiore o minore in ognuna delle tredici colonie originarie d’America, tranne il Rhode Island. Nel New England la religione istituita era il Congregazionalismo, mentre in tutte le colonie a sud, da New York alla Georgia, eccetto la Pennsylvania, la Chiesa d’Inghilterra era quella privilegiata. In Pennsylvania non c’era unione con alcuna denominazione in quanto tale, ma nessuno poteva ricoprire cariche o persino votare se non “coloro che possiedono fede in Gesù Cristo”. E la protezione dalle osservanze religiose obbligatorie non era garantita a nessuno, se non a coloro “che confessano e riconoscono un solo Dio onnipotente ed eterno come Creatore, Sostenitore e Sovrano del Mondo”. Poiché tutti erano tenuti a essere religiosi e ad avere fede in Gesù Cristo, era quindi richiesto “che, secondo il buon esempio dei primi cristiani, ogni primo giorno della settimana, chiamato giorno del Signore, le persone si astenessero dal loro comune lavoro quotidiano, affinché possano meglio disporsi ad adorare Dio secondo la propria comprensione”. (“Charters and Constitutions”, Pennsylvania).
- Il Maryland, mentre era sotto il controllo dei Cattolici Romani, era più libero di qualsiasi altra colonia, eccetto il Rhode Island; eppure anche lì, come in Pennsylvania, era garantita solo la tolleranza, e solo alle persone “che professavano di credere in Gesù Cristo”. Ma nel 1692 gli Episcopaliani presero possesso e, sebbene altre forme di religione fossero ancora tollerate, “l’Episcopato Protestante fu istituito per legge”, e così continuò fino alla Rivoluzione.
- Il sistema Chiesa-Stato in Georgia, e persino il suo funzionamento pratico fino al 1737, possono essere visti nella persecuzione di John Wesley. Il caso nacque dal rifiuto di Wesley di concedere il sacramento ad alcune donne, e questo fu solo l’occasione per sfogare il loro rancore su di lui con qualsiasi altra scusa riuscissero a inventare. Il primo passo fu fatto così:
“GEORGIA. SAVANNAH SS.
A tutti i poliziotti, i funzionari addetti alla decima e gli altri interessati: voi e ciascuno di voi siete tenuti a prendere il corpo di John Wesley, cancelliere, e a portarlo davanti a uno dei balivi della suddetta città, per rispondere alla denuncia di William Williamson e Sophia, sua moglie, per aver diffamato la suddetta Sophia e essersi rifiutati di amministrarle il sacramento della Cena del Signore, in una pubblica congregazione, senza motivo; per cui il suddetto William Williamson è stato danneggiato per mille sterline. E per aver fatto ciò, questo è il vostro mandato, che certifica ciò che dovete fare nei locali. Reso di mia mano e con il mio sigillo l’ottavo giorno di agosto, Anno Domini 1737”.
“THO. CHRISTIE.”
- Wesley fu arrestato e portato davanti al cancelliere per essere interrogato. Interrogato su questo argomento, rispose che “essendo il fatto di offrire o rifiutare la Cena del Signore una questione puramente ecclesiastica, non potevo riconoscere il loro potere di interrogarmi al riguardo”. Il caso fu rinviato alla successiva seduta ordinaria della corte. Quando la corte si riunì, il giudice ordinò alla giuria di “guardarsi dalla tirannia spirituale e di opporsi alla nuova autorità illegale che veniva usurpata sulle loro coscienze”. La giuria, dice Wesley, era così composta: “Uno era un francese che non capiva l’inglese, uno un papista, uno un professo infedele, tre battisti, sedici o diciassette altri dissidenti e diversi altri che avevano dispute personali contro di me e avevano apertamente giurato vendetta”.
- La maggioranza di questa giuria formò un atto d’accusa di dieci capi d’accusa, come segue:
“Che John Wesley, cancelliere, ha violato le leggi del regno, contrariamente alla pace del nostro sovrano signore il re, alla sua corona e alla sua dignità”.
“1. Parlando e scrivendo alla signora Williamson contro il consenso del marito.
“2. Respingendola dalla santa comunione.
“3. Non dichiarando la sua adesione alla Chiesa d’Inghilterra.
“4. Dividendo la funzione mattutina la domenica.
“5. Rifiutandosi di battezzare il figlio del signor Parker in modo diverso dall’immersione, a meno che i genitori non certificassero che era debole e non in grado di sopportarlo.
“6. Respingendo Wm. Gough dalla santa comunione.
“7. Rifiutandosi di celebrare il rito funebre sulla salma di Nathaniel Polhill.
“8. Dichiarandosi ordinario di Savannah.
“9. Rifiutandosi di ricevere Wm. Agliorly come padrino, solo perché non era comunicante.
“10. Rifiutando Jacob Matthews per lo stesso motivo e battezzando il figlio di un mercante indiano con solo due padrini.”
- L’accusa fu fatta per trascinare Wesley senza essere né condannato né assolto, ma tenuto, come lui stesso descrive, come una sorta di “prigioniero a piede libero”, finché, non volendo più sopportarlo, decise di tornare in Inghilterra. Che lasciasse la Georgia e andasse da qualche parte era proprio ciò che i georgiani volevano, e sebbene fu fatto finta di opporsi alla sua partenza, furono contenti quando partì, il 2 dicembre 1737. (“John Wesley a Missioner to Georgia”, by William Stevens Perry, D.D. Bishop of the Protestant Episcopal Church of Iowa; New York Independent, March 5, 1891, pag.5,6).
- Tra le colonie del Sud, la Virginia prese il comando, e fu seconda solo al Massachusetts in termini di intolleranza e persecuzione. La colonia fu divisa in parrocchie e tutti gli abitanti furono tassati per mantenere il culto della Chiesa Episcopale. Tutti gli abitanti erano tenuti a frequentare le Chiese dell’istituzione. I diritti di cittadinanza dipendevano dall’appartenenza alla Chiesa Episcopale. Chiunque non andasse in chiesa la domenica “senza una scusa valida”, sarebbe stato multato di una libbra di tabacco, e se qualcuno fosse stato assente dalla funzione domenicale per un mese, la multa era di cinquanta libbre di tabacco.
- La Virginia, tuttavia, pur essendo all’avanguardia tra le colonie del Sud per la severità della sua legislazione religiosa, fu la prima tra tutte le colonie a separare Chiesa e Stato e a dichiarare e garantire per legge i diritti religiosi di tutti gli uomini.
- Da questa rassegna del protestantesimo, emerge chiaramente che dopo Martin Lutero, fino all’ascesa di Roger Williams, non un solo riformatore predicò con sincerità, né furono esemplificati in un solo paese, i principi del cristianesimo e del protestantesimo in merito ai diritti di coscienza, e che in nessun luogo, eccetto la colonia del Rhode Island, fu riconosciuto, e tanto meno esemplificato, il principio cristiano e protestante della separazione tra Chiesa e Stato, tra potere religioso e potere civile.
- Durante tutto questo periodo, scopriamo che in tutte le discussioni e in tutto il lavoro dei professati difensori dei diritti di coscienza, emerge ovunque il difetto fatale di affermare o difendere solo i loro propri diritti di coscienza. In altre parole, la loro argomentazione si riduceva semplicemente a questo: è nostro inalienabile diritto credere e adorare come noi scegliamo. Allo stesso modo, è nostro inalienabile diritto costringere tutti gli altri a credere e adorare come noi scegliamo. [583]
- Ma questa non è affatto un’affermazione dei diritti di coscienza. Il vero principio e la vera affermazione dei diritti di coscienza non è la nostra affermazione del nostro diritto di credere e adorare come scegliamo. Questo lascia sempre la strada aperta all’ulteriore affermazione del nostro diritto di costringere gli altri a credere e adorare come scegliamo, qualora l’occasione sembri richiederlo; e ci sono una moltitudine di circostanze che sono sempre pronte a sollecitare con forza che l’occasione lo richieda.
- Il vero principio e la giusta affermazione dei diritti di coscienza è la nostra affermazione del diritto di ogni altro uomo a credere e adorare come lui sceglie, o a non adorare affatto se sceglie. Questo spazza via immediatamente ogni scusa e ogni argomento che possa mai essere addotto per la restrizione o l’invasione dei diritti di coscienza da parte di qualsiasi persona o potere.
- Questa è la dottrina cristiana. Questa è la dottrina di Roger Williams. Questa è la vera Dottrina Protestante, perché è “la conseguenza logica di uno dei due grandi principi distintivi della Riforma, così come della giustificazione per sola fede e dell’uguaglianza di tutti i credenti”. – (Bancroft. “History of the United States”, cap. “Self-Government in Massachusetts”, par.22)
- L’accusa di Bryce al Protestantesimo su questo punto è ben meritata ed è decisamente applicabile qui: “I principi che avevano portato i protestanti a separarsi dalla Chiesa Romana avrebbero dovuto insegnare loro a sopportare le opinioni degli altri e metterli in guardia dal tentativo di collegare l’accordo nella dottrina o nel modo di culto con le necessarie forme di governo civile. Ancor meno avrebbero dovuto imporre tale accordo con sanzioni civili, poiché la fede, secondo la loro stessa dimostrazione, non aveva valore se non quando era liberamente data. Una Chiesa che non pretende di essere infallibile è tenuta ad ammettere che una parte della verità possa essere in mano ai suoi avversari; una Chiesa che permette o incoraggia la ragione umana ad applicarsi alla rivelazione, non ha il diritto di discutere con le persone e poi punirle se non sono convinte”.
- “Ma sia che gli uomini si rendessero conto solo a metà di ciò che avevano fatto; sia che, trovando abbastanza difficile scatenare le catene sacerdotali, accogliessero con favore tutto l’aiuto che un principe temporale poteva dare; il risultato fu che la religione, o meglio, i credi religiosi, iniziarono a essere coinvolti nella politica più strettamente di quanto non fosse mai accaduto prima. Nella maggior parte della cristianità, le guerre di religione infuriarono per un secolo o più, e fino ai nostri giorni sentimenti di antipatia teologica continuano a influenzare i rapporti tra le potenze d’Europa. In quasi ogni paese la forma di dottrina che trionfò si associò allo Stato e mantenne il sistema dispotico fino al Medioevo, abbandonando il terreno su cui quel sistema si era basato”.
- “Fu così che nacquero le Chiese nazionali, che sarebbero state per i diversi paesi Protestanti d’Europa ciò che la Chiesa Cattolica era stata per il mondo in generale; Chiese, vale a dire, ciascuna delle quali avrebbe dovuto essere coestensiva al rispettivo Stato, avrebbe dovuto godere di ricchezze terriere e privilegi politici esclusivi, e avrebbe dovuto essere dotata di poteri coercitivi contro i dissidenti. Non era del tutto facile trovare un insieme di principi teorici su cui tali chiese potessero basarsi, poiché non potevano, come la vecchia Chiesa, indicare la trasmissione storica delle loro dottrine; non potevano affermare di avere in un singolo uomo, o in un gruppo di uomini, un organo infallibile della verità divina; non potevano nemmeno ricorrere ai concili generali, o all’argomento, per quanto esso possa valere, “Securus judicat orbis terrarum“. [*AI: “Il mondo giudica in modo sicuro”: Nel contesto ecclesiastico, specialmente come usato da John Henry Newmane altri, non significa il giudizio della gente comune, ma il consenso generale e unanime della Chiesa Cattolica, considerata come l’organo infallibile per giudicare la verità religiosa.] [584]
- “Ma in pratica queste difficoltà furono presto superate, poiché il partito dominante in ogni Stato, se non era infallibile, era comunque abbastanza sicuro di avere ragione e non poteva attribuire la resistenza delle altre sette a nient’altro che a slealtà morale. La volontà del sovrano, come in Inghilterra, o la volontà della maggioranza, come in Olanda, Scandinavia e Scozia, imponevano a ciascun paese una peculiare forma di culto e mantenevano le pratiche di intolleranza medievale senzagiustificazione.
- “La persecuzione, che potrebbe essere almeno scusata in una Chiesa infallibile, cattolica e apostolica, era particolarmente odiosa quando praticata da coloro che non erano cattolici; che non erano più apostolici dei loro vicini; e che si erano appena ribellati all’autorità più antica e venerabile, in nome di diritti che ora negavano agli altri. Se l’unione con la Chiesa visibile mediante la partecipazione a un sacramento materiale è necessaria per la vita eterna, la persecuzione può essere considerata un dovere, una gentilezza verso le anime morenti. Ma se il regno dei cieli è in ogni senso un regno dello spirito, se la fede salvifica è possibile da un unico corpo visibile e sotto una diversità di forme esteriori, la persecuzione diventa allo stesso tempo un crimine e una follia.
- “Pertanto l’intolleranza dei protestanti, se le forme che assunse furono meno crudeli di quelle praticate dai cattolici romani, era anche molto meno difendibile; poiché raramente aveva nulla di meglio da addurre a suo favore che motivi di opportunismo politico, o più spesso la semplice ostinata passione di un sovrano o di una fazione, per mettere a tacere l’espressione di qualsiasi opinione diversa dalla propria… E quindi non è esagerato dire che le idee… riguardanti il dovere del magistrato di imporre l’uniformità nella dottrina e nel culto da parte del braccio civile, possono essere tutte ricondotte alla relazione che quella teoria stabilì tra la Chiesa Romana e l’Impero Romano; alla concezione, di fatto, di una Chiesa imperiale stessa.” (“Holy Roman Empire”, cap.18, par.8).
- Nella promulgazione dei principi del protestantesimo e nell’opera della Riforma, i nomi di MARTIN LUTERO e ROGER WILLIAMS non possono mai essere giustamente separati. Williams completò ciò che Lutero aveva iniziato, e insieme donarono di nuovo al mondo, e per sempre, i principi originariamente annunciati da Colui che era l’Autore e il Perfezionatore della fede di entrambi: GESÙ CRISTO, L’AUTORE DELLA LIBERTÀ RELIGIOSA.
CAPITOLO 26 – IL PRINCIPIO CRISTIANO TRIONFANTE
[585] Governo del Popolo – Il Principio Perfetto del Governo Civile – Non Può Essere Annientato – Diritto Religioso – Presbiterio di Hannover – Religione Abolita – Istituzione della Libertà Religiosa – Madison per i Diritti Religiosi – La Protesta della Virginia – I Frutti delle Istituzioni Religiose – Usurpazione Pericolosa – Diritto Religioso Reso Costituzionale – Il Popolo sul Diritto Religioso – L’Idea Cristiana – Il Faro del Mondo.
- POI venne la Rivoluzione Americana [*La Rivoluzione Americana — 19 Aprile 1775 – 03 Settembre 1783 — fu una ribellione coloniale e una guerra d’indipendenza in cui le Tredici Colonie si separarono dal dominio britannico per formare gli Stati Uniti d’America.- Wikipedia], che sovvertì tutti i principi del papato e istituì, per l’illuminazione di tutte le nazioni, LA NUOVA REPUBBLICA, il primo governo nazionale mai istituito sulla terra che fosse in accordo con i principi annunciati da Gesù Cristo per l’umanità e per il governo civile.
- La Rivoluzione Americana non consistette semplicemente nell’istituzione di un governo indipendente dalla Gran Bretagna, ma nelle idee riguardanti l’uomo e il governo che furono da essa proclamate e stabilite. Sul retro del Gran Sigillo degli Stati Uniti c’è un’iscrizione latina – Novus Ordo Seclorum – che significa “Un Nuovo Ordine dei Secoli”. Questo nuovo ordine di cose è definito dall’espressione di due idee distinte: primo, che il governo è del popolo; e, secondo, che il governo è di diritto completamente separato dalla religione.
- Queste due idee sono nobilmente espresse nella Dichiarazione d’Indipendenza [*AI: 04 luglio 1776], che dichiara:
“Riteniamo che queste verità siano di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali; che sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili; che tra questi vi sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità. Che per garantire questi diritti, i governi sono istituiti tra gli uomini, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogniqualvolta una qualsiasi forma di governo diventi distruttiva di questi fini, è diritto del popolo modificarla o abolirla e istituire un nuovo governo, fondandolo su tali principi e organizzandone i poteri nella forma che gli sembri più idonea a garantire la sua sicurezza e felicità.”
- Così, in due frasi, fu annientata la dottrina dispotica che, scaturita dall’autorità usurpata del papato, di sedere al posto di Dio, di istituire e rovesciare re e di concedere regni e imperi a suo piacimento, era ormai diventata venerabile, se non assolutamente santificata, dai precedenti di mille anni: la dottrina del diritto divino dei re; e al posto della vecchia, falsa teoria dispotica della sovranità del governo e della sottomissione del popolo, fu dichiarata la verità evidente di per sé stessa, la sottomissione del governo e la sovranità del popolo.
- Nel dichiarare il diritto uguale e inalienabile di tutti gli uomini alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità, e che i governi derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati, non si dichiara solo la sovranità del popolo, ma anche l’intera capacità del popolo. La dichiarazione, di per sé, presuppone che gli uomini siano davvero uomini e che, in quanto tali, siano pienamente in grado di decidere autonomamente cosa sia meglio per la loro felicità e come perseguirla, senza che il governo venga nominato come genitore o tutore che si occupi di loro come di bambini. [586]
- Nel dichiarare che i governi sono istituiti dai governati per determinati fini, e che quando un governo diventa distruttivo di tali fini, è diritto del popolo modificarlo o abolirlo e istituire un nuovo governo, nella forma che sembri loro [*popolo] più idonea a garantire la sua sicurezza e felicità, si dichiara altresì che, invece che sia il popolo che ha bisogno di essere assistito dal governo, è il governo che deve essere assistito dal popolo.
- Nel dichiarare che gli obiettivi del governo sono: garantire al popolo i diritti che già possiede in piena misura e in modo inalienabile, e garantire la sua sicurezza e felicità nel godimento di tali diritti; e nel dichiarare il diritto del popolo, nell’evento menzionato, di modificare o abolire il governo che ha e di istituirne uno nuovo basato sui principi e nella forma che gli sembrano migliori; allo stesso modo viene anche dichiarata non solo la completa subordinazione, ma anche l’assoluta impersonalità del governo. In esso viene dichiarato che il governo non è altro che uno strumento, un meccanismo politico ideato e istituito dal popolo, con cui esso si garantirebbe — nel godimento dei diritti inalienabili che già possiede come uomo, e che ha in virtù del fatto di essere uomo nella società, e non in virtù del governo — il diritto che era suo prima del governo, che è suo nel significato essenziale del termine; e “che detiene non per alcuna sub-infeudazione, ma per omaggio e fedeltà diretti al Proprietario e Signore di tutto” (Stanley Matthews, in Argument in Cincinnati Case, Minor egli al, in “Bible in the Public Schools”, pag.211), il suo Creatore, che li ha dotati di tali diritti. E dichiarando così l’impersonalità del governo, si sradica completamente ogni traccia di qualsiasi carattere di paternità nel governo.
- Nel dichiarare l’uguaglianza di tutti gli uomini nel possesso di questi diritti inalienabili, si dichiara altresì la più forte salvaguardia possibile del popolo. Essendo questa la dichiarazione del popolo, ciascuno di essi si impegna a sostenere il principio così dichiarato. Pertanto, ogni individuo si impegna, nell’esercizio del proprio inalienabile diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità, ad agire in modo da non interferire con nessun altro nel libero e perfetto esercizio del proprio inalienabile diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità. Chiunque agisca in modo da limitare o interferire con il libero esercizio del diritto di qualsiasi altra persona alla vita, alla libertà o al perseguimento della felicità, nega il principio al cui mantenimento si è impegnato e di fatto sovverte il governo. Poiché, essendo uguali i diritti, se uno può agire in tal modo, ogni altro può farlo; e così nessun diritto umano viene riconosciuto, il vero governo scompare e rimangono solo dispotismo o anarchia. Pertanto, per ogni interesse, personale e generale, privato e pubblico, ogni individuo tra il popolo è tenuto a godere del suo diritto alla vita, alla libertà o al perseguimento della felicità, in modo da comportarsi in modo da non interferire minimamente con l’uguale diritto di ogni altro al libero e pieno esercizio del suo godimento della vita, della libertà e del perseguimento della felicità. “I diritti dell’uomo, in quanto uomo, devono essere intesi in un senso che non ammette alcuna eccezione; poiché addurre un’eccezione è la stessa cosa che negare il principio. Respingiamo, quindi, con disprezzo, qualsiasi professione di rispetto per il principio che, di fatto, ci giunga ostacolata e contraddetta da una richiesta di eccezione. . . . Professare il principio e poi perorare un’eccezione, qualunque essa sia, significa negare il principio e pronunciare un tradimento contro l’umanità. I diritti dell’uomo devono essere riconosciuti e rispettati ovunque, in tutto il mondo.” – (Isaac Taylor. Citato da Stanley Matthews, idem, pag.242). [587]
- La Dichiarazione d’Indipendenza, pertanto, proclama il perfetto principio di governo civile. Se il principio così proclamato fosse perfettamente rispettato da tutti, allora il governo sarebbe un perfetto governo civile. Non è altro che il principio dell’autogoverno: governo del popolo, per mezzo del popolo e per il popolo. E nella misura in cui questo principio sarà esemplificato tra il popolo, nella misura in cui l’individuo si governerà da solo, solo in quella misura e non oltre prevarrà la vera idea della Dichiarazione e della repubblica che essa ha creato.
- Questa è la prima grande idea della Rivoluzione Americana. Ed è l’idea scritturale, l’idea di Gesù Cristo e di Dio. Infatti, la Dichiarazione sostiene che tutti gli uomini sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili, e che per garantire questi diritti, vengono istituiti governi tra gli uomini, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Ora, il Creatore di tutti gli uomini è il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, ed “è forse il Dio dei soli Giudei? Non è forse anche dei Gentili? Sì, anche dei Gentili”. E poiché Egli “ha fatto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra” (Atti 17:26), “non c’è riguardo a persone presso Dio” (Roman 2:11).
- Né questa è la dottrina solo delle Scritture successive; è la dottrina di tutto il Libro. Gli scritti più antichi del Libro contengono queste parole: ““Se ho disconosciuto il diritto del mio servo e della mia serva, quando erano in lite con me, che farei quando Dio si alzasse per giudicarmi, e che risponderei quando mi esaminasse? Chi fece me nel grembo di mia madre non fece anche lui? Non ci ha formati nel grembo materno uno stesso Dio?” (Giobbe 31:13-15 NR94). E ancora: “Il Signore, il vostro Dio, è il Dio degli dèi, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e tremendo, che non ha riguardi personali e non accetta regali, che fa giustizia all’orfano e alla vedova, che ama lo straniero e gli dà pane e vestito. Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto” (Deuteronomio 10:17-19 NR94). “Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso”. (Levitico 19:34 NR94).
- Nelle discussioni che portarono alla Dichiarazione e allo sviluppo della Rivoluzione, la dottrina trovò espressione nelle seguenti parole forti ed eloquenti: “Il governo non si fonda sulla forza, come la teoria di Hobbes; né sul patto, come la teoria di Locke e della rivoluzione del 1688; né sulla proprietà, come affermò Harrington. Esso nasce dalle necessità della nostra natura e ha un fondamento eterno nell’immutabile volontà di Dio. L’uomo venne al mondo e alla società nello stesso istante. In ogni società terrena deve esistere un sovrano supremo, dalla cui decisione finale non si può fare appello se non direttamente al Cielo. Questo potere supremo è originariamente e in ultima analisi nel popolo; e il popolo non ha mai rinunciato liberamente, né può legittimamente, a questi diritti divini. Il clericalismo è un trucco per ingannare il volgo. La felicità dell’umanità esige che questa grande e antica alleanza venga spezzata per sempre. [588]
- “L’onnisciente e onnipotente Monarca dell’universo ha, con la grande carta data alla razza umana, posto il fine del governo nel bene di tutti. La forma di governo è lasciata agli individui di ogni società; tutta la sua sovrastruttura e amministrazione dovrebbe essere conforme alla legge della ragione universale. Non può esserci prescrizione abbastanza antica da sostituire la legge di natura e la concessione di Dio Onnipotente, che ha dato a tutti gli uomini il diritto di essere liberi. Se ogni principe da Nimrod fosse stato un tiranno, ciò non dimostrerebbe un diritto alla tirannide. Gli amministratori del potere legislativo ed esecutivo, quando tendono alla tirannia, devono essere contrastati; se si dimostrano incorreggibili, devono essere deposti.
- “Il primo principio e il grande fine del governo è quello di provvedere al bene di tutto il popolo, ciò può essere fatto solo da un supremo potere legislativo ed esecutivo, in ultima analisi nel popolo, o nell’intera comunità, dove Dio lo ha posto; ma le difficoltà che accompagnano un congresso universale hanno dato origine a un diritto di rappresentanza. Un tale trasferimento del potere di tutto a pochi era necessario; ma portare i poteri di tutti nelle mani di uno o di pochi, e renderli ereditari, è l’opera interessata dei deboli e dei malvagi. Nulla tranne la vita e la libertà sono effettivamente ereditabili. Il grande problema politico è inventare la migliore combinazione dei poteri legislativi ed esecutivi! Devono esistere nello Stato, proprio come nella rivoluzione dei pianeti; un potere li fisserebbe a un centro, e un altro li porterebbe via indefinitamente; ma il primo e semplice principio è: UGUAGLIANZA e POTERE DEL TUTTO…
- “I coloni britannici non mantengono le loro libertà o le loro terre in un regime così sfuggente come la volontà del principe. I coloni sono uomini, figli comuni dello stesso Creatore con i loro fratelli della Gran Bretagna. I coloni sono uomini; i coloni sono quindi nati liberi; poiché, per legge di natura, tutti gli uomini sono nati liberi, bianchi o neri. Non si può addurre alcuna buona ragione per ridurre in schiavitù persone di qualsiasi colore. È giusto ridurre in schiavitù un uomo perché il suo colore è nero, o perché ha i capelli corti e arricciati come la lana, invece che capelli cristiani? Si può trarre una qualche inferenza logica a favore della schiavitù da un naso schiacciato o da un viso lungo o corto? Le ricchezze delle Indie Occidentali, o il lusso della metropoli, non dovrebbero avere il peso di rompere l’equilibrio tra verità e giustizia. La libertà è un dono di Dio e non può essere annientata.
- “Né i diritti politici e civili dei coloni britannici si basano su una carta della corona. La vecchia Magna Charta non fu l’inizio di tutte le cose, né sorse ai confini del caos dalla massa informe. Potrebbe venire un tempo in cui il Parlamento dichiarerà nulla ogni carta americana; ma i diritti naturali, intrinsechi e inseparabili dei coloni, come uomini e come cittadini, non potranno mai essere aboliti… Il mondo è alla vigilia della più alta scena di potenza e grandezza terrena che sia mai stata mostrata alla vista dell’umanità. Chi vincerà il premio, è con Dio. Ma la natura umana deve essere e sarà salvata dalla schiavitù generale che ha trionfato così a lungo sul genere umano.” – (James Otis. Citato in Bancroft’s, “History of the United States”, vol.III, cap.7, par.14-21).
- Così può parlare l’americano “per il suo paese e per la razza”, portando “all’intelligenza cosciente del popolo i principi elementari del libero governo e dei diritti umani.” Al di fuori della teocrazia di Israele, non c’è mai stato sulla terra un governante o un esecutivo la cui autorità non derivasse, prima di tutto o in ultima analisi, espressamente o per concessione, dal popolo. Non sono sovrani particolari il cui potere è ordinato da Dio, né alcuna particolare forma di governo. È il genio del governo stesso. [589]
- L’assenza di governo è anarchia. L’anarchia è solo confusione governativa. Ma la Scrittura dice: “Dio non è l’autore della confusione” (1 Corinzi 14:33). Dio è il Dio dell’ordine. Egli ha ordinato l’ordine, e ha posto nell’uomo stesso quell’idea di governo, di autoprotezione, che è la prima legge di natura, e che si organizza in forme di un tipo o dell’altro, ovunque gli uomini abitino sulla faccia della terra. E spetta agli uomini stessi dire quale sarà la forma di governo sotto la quale abiteranno. Un popolo ha una forma; un altro ne ha un’altra. Questo genio dell’ordine civile scaturisce da Dio: non importa se sia esercitato attraverso una forma di governo o attraverso un’altra, il potere e l’ordine governativi così esercitati sono ordinati da Dio. Se il popolo sceglie di cambiare la propria forma di governo, si tratta pur sempre dello stesso potere: deve essere sempre rispettato.
- È chiaro, quindi, che quando la Dichiarazione d’Indipendenza afferma che i governi derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati, afferma L’ETERNA VERITÀ DI DIO.
- La seconda grande idea del Nuovo Ordine delle Cose inaugurato dalla Rivoluzione Americana [1775 -1783] – quella del diritto, del governo completamente separato dalla religione – è la logica conseguenza della prima. “Tutti gli uomini sono creati uguali e sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili”. Il primo e più grande di tutti i diritti degli uomini è il diritto religioso. La religione e il modo di esercitarla sono il dovere che gli uomini hanno verso il loro Creatore. Il primo di tutti i doveri è verso il Creatore, perché a Lui dobbiamo la nostra esistenza. Pertanto il primo di tutti i comandamenti, e il primo che possa esserci, è questo: “Ascolta, Israele: il Signore tuo Dio è l’unico Signore; e amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza; questo è il primo comandamento” (Marco 12:29,30).
- Questo comandamento è esistito fin da quando c’è stata una creatura intelligente nell’universo; e continuerà ad esistere finché esisterà una sola creatura intelligente nell’universo. Né un universo pieno di creature intelligenti può modificare in alcun modo l’influenza che questo comandamento ha su una singola creatura, più di quanto lo sarebbe se quella singola creatura fosse l’unica nell’universo. Poiché, non appena una creatura intelligente esiste, deve la sua esistenza al Creatore. E dovendogli la sua esistenza, gli deve il primo attento pensiero in tutto ciò che accade e in tutte le possibilità dell’esistenza. Tale è l’origine, tale la natura e tale la misura del diritto religioso.
- I padri che hanno fondato questa nazione sui diritti del popolo, hanno forse concesso a questo diritto il posto e la deferenza tra i diritti del popolo che, secondo la sua intrinseca importanza, gli sono giustamente dovuti? Cioè, lo hanno lasciato sacro e intatto esclusivamente tra l’uomo e il suo Creatore?
- La logica della Dichiarazione richiedeva che lo facessero; poiché la Dichiarazione afferma che i governi traggono “i loro giusti poteri dal consenso dei governati“. I governi, quindi, traendo I loro giusti poteri dal consenso dei governati, non possono mai esercitare legittimamente alcun potere che non sia stato delegato dai governati. Ma la religione riguarda esclusivamente la relazione dell’uomo con Dio e il dovere che egli ha verso di Lui in quanto suo Creatore, e quindi, per natura delle cose, non può mai essere delegata. [590]
- È assolutamente impossibile per chiunque, in qualsiasi grado, delegare o trasferire a un’altra persona qualsiasi relazione o dovere, o l’esercizio di qualsiasi relazione o dovere, che ha verso il suo Creatore. Tentare di farlo equivarrebbe solo a negare Dio e rinunciare alla religione, e anche in tal caso la cosa non verrebbe fatta; poiché, qualunque cosa facesse, la sua relazione e il suo dovere verso Dio rimarrebbero comunque pienamente e fermamente come sempre.
- Poiché i governi traggono i loro giusti poteri dai governati, poiché i governi non possono esercitare legittimamente alcun potere che non sia delegato; e poiché è impossibile per chiunque delegare in alcun modo alcun potere in materia religiosa, ne consegue in modo conclusivo che la Dichiarazione d’Indipendenza esclude logicamente la religione in ogni senso e in ogni modo dalla giurisdizione e dalla conoscenza di ogni forma di governo che potrebbe derivare da quella Dichiarazione.
- Anche questo è scritturale. Infatti, alla definizione che la religione è “il riconoscimento di Dio come oggetto di adorazione, amore e obbedienza”, la Scrittura risponde: “Sta scritto: Com’è vero che io vivo, dice il Signore, ogni ginocchio si piegherà davanti a me e ogni lingua darà gloria a Dio. Quindi ognuno di noi renderà conto di sé stesso a Dio” (Romani 14:11,12). All’affermazione che la religione è “la relazione personale dell’uomo di fede e obbedienza a Dio”, la Scrittura risponde: “Hai fede? Tu, la fede che hai, serbala per te stesso davanti a Dio” (Romani 14:22). E all’espressione che la religione è “il dovere che dobbiamo al nostro Creatore e il modo di adempierlo”, la Scrittura risponde ancora: “Poiché dobbiamo tutti comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione delle cose fatte nel suo corpo, secondo ciò che ha fatto, sia in bene che in male” (2 Corinzi 5:10). Nessun governo potrà mai rendere conto a Dio per alcun individuo. Nessun uomo né alcun gruppo di uomini potrà mai avere fede per un altro. Nessun governo si presenterà mai davanti al tribunale di Cristo per rispondere nemmeno per se stesso, tanto meno per il popolo o per qualsiasi individuo. Pertanto, nessun governo può mai legittimamente assumersi alcuna responsabilità in alcun modo in alcuna questione di religione.
- Questa è la logica della Dichiarazione, così come è la verità della Sacra Scrittura. Ma i padri che hanno creato la nazione lo hanno riconosciuto e hanno agito di conseguenza? Sì, lo hanno fatto. E la storia di questo argomento corre parallela, passo dopo passo, alla storia dell’istituzione dei diritti civili del popolo nella legge suprema. Questa storia si è verificata esattamente nello stesso momento di quella; si è verificata esattamente nello stesso luogo di quella; è stata fatta dagli stessi identici uomini che hanno fatto quella storia; e il riconoscimento e la dichiarazione di questo diritto sono stati resi fissi nello stesso identico luogo con gli stessi identici mezzi di quelli dell’altro. Stando così le cose, è impossibile sfuggirvi per chiunque abbia un minimo di rispetto per l’opera di quei nobili maestri costruttori, o per i diritti del popolo. [591]
- Ripercorriamo la storia di questo diritto del popolo attraverso il tempo impiegato per stabilire i diritti del popolo in astratto: come l’altra serie di eventi, anche questa è iniziata in Virginia. Mentre la Virginia era ancora una colonia e soggetta alla Gran Bretagna, e mentre la Chiesa d’Inghilterra era la Chiesa ufficiale della colonia, la Camera dei Burgesses coloniale, il 12 giugno 1776, adottò una Dichiarazione dei Diritti, composta da sedici sezioni, ognuna delle quali, nella sostanza, trovò poi posto nella Dichiarazione d’Indipendenza e nella Costituzione. La sedicesima sezione, in parte, recita così:
“La religione, ovvero il dovere che abbiamo verso il nostro Creatore, e il modo di adempierlo, può essere guidata solo dalla ragione e dalla convinzione, non dalla forza o dalla violenza, e pertanto tutti gli uomini hanno egualmente diritto al libero esercizio della religione, secondo i dettami della coscienza”.
- Il 4 luglio successivo fu promulgata la Dichiarazione d’Indipendenza, in cui, come abbiamo già visto, questo principio è incarnato nell’affermazione che “i governi derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati”. Questa è esattamente la visione che ne è stata fatta, e l’uso che è stato fatto del principio così come è apparso nella Dichiarazione d’Indipendenza, non appena questa è stata resa pubblica al mondo. Non appena la Dichiarazione fu pubblicata all’estero, il Presbiterio di Hannover, in Virginia, prese apertamente posizione, a fianco della nuova e indipendente nazione, e dei Battisti e dei Quaccheri, indirizzando all’Assemblea Generale della Virginia un memoriale, che recitava quanto segue:
“All’Onorevole, l’Assemblea Generale della Virginia: Il memoriale del Presbiterio di Hannover rappresenta umilmente: che i vostri memorialisti sono guidati dagli stessi sentimenti che hanno ispirato gli Stati Uniti d’America e sono determinati a non far mancare nulla in nostro potere e nella nostra influenza per dare successo alla loro causa comune. Vorremmo anche dichiarare che i dissidenti della Chiesa d’Inghilterra in questo paese hanno sempre desiderato comportarsi come membri pacifici del governo civile, per cui si sono finora sottoposti a vari oneri e restrizioni ecclesiastiche che sono incompatibili con l’uguale libertà. Ma ora, quando le numerose e gravi oppressioni della nostra madrepatria hanno posto questo continente nella necessità di liberarsi dal giogo della tirannia e di formare governi indipendenti su basi eque e liberali, ci illudiamo di essere liberati da tutti gli ostacoli che uno spirito di dominio, pregiudizio o bigottismo ha intrecciato con la maggior parte degli altri sistemi politici. Questo siamo tanto più fortemente incoraggiati ad aspettarci dalla Dichiarazione dei Diritti, così universalmente applaudita per quella dignità, fermezza e precisione con cui delinea e afferma i privilegi della società e le prerogative della natura umana, e che noi abbracciamo come la Magna Charta del nostro Commonwealth, che non può mai essere violata senza mettere a repentaglio la grande sovrastruttura che è stata progettata per sostenere. Pertanto contiamo su questa dichiarazione, così come sulla giustizia della nostra onorevole Legislatura, per garantirci il libero esercizio della religione secondo i dettami della nostra coscienza; e verremmo meno al nostro dovere verso noi stessi e le numerose congregazioni affidate alla nostra cura se, in questa occasione, trascurassimo di presentarvi una dichiarazione delle lamentele religiose per le quali abbiamo finora faticato, affinché non possano più persistere nella nostra attuale forma di governo.
“È ben noto che nelle contee di frontiera, che si suppone giustamente contengano un quinto degli abitanti della Virginia, i dissidenti hanno sopportato il pesante fardello dell’acquisto di terre coltivabili, della costruzione di chiese e del mantenimento del clero ufficiale, dove ci sono pochissimi Episcopaliani, sia per contribuire a sostenere le spese, sia per trarne vantaggio; e che in altre parti del paese ci sono anche molte migliaia di zelanti amici e difensori del nostro Stato che, oltre alle restrizioni odiose e svantaggiose a cui sono stati sottoposti, pagano annualmente ingenti tasse per sostenere un’istituzione da cui la loro coscienza e i loro principi li obbligano a dissentire; tutte queste sono, senza dubbio, gravi violazioni dei loro diritti naturali e, nelle loro conseguenze, una restrizione alla libertà di indagine e di giudizio privato. [592]
“In quest’epoca illuminata, e in una terra dove tutti, di ogni confessione, sono uniti nei più strenui sforzi per essere liberi, speriamo e ci aspettiamo che i nostri rappresentanti concorrano con entusiasmo a rimuovere ogni tipo di schiavitù, sia religiosa che civile. È certo che ogni argomento a favore della libertà civile acquista ulteriore forza se applicato alla libertà in ambito religioso; e non c’è argomento a favore dell’istituzione della religione cristiana che non possa essere invocato con altrettanta proprietà per stabilire i principi di Maometto da parte di coloro che credono nel Corano; o, se ciò non fosse vero, è quantomeno impossibile per il magistrato giudicare il diritto di preferenzatra le varie sette che professano la fede cristiana SENZA ELEVARE UNA PRETESA DI INFALLIBILITÀ, CHE CI RIPORTEREBBE ALLA CHIESA DI ROMA.
“Chiediamo inoltre il permesso di affermare che le istituzioni religiose sono altamente dannose per gli interessi temporali di qualsiasi comunità. Senza insistere sull’ambizione e sulle pratiche arbitrarie di coloro che sono favoriti dal governo, sullo spirito intrigante e sedizioso comunemente suscitato da questa come da ogni altro tipo di oppressione, tali istituzioni ritardano notevolmente la popolazione e, di conseguenza, il progresso delle arti, delle scienze e delle manifatture. Ne è testimonianza la rapida crescita e il miglioramento delle province settentrionali rispetto a queste. Nessuno può negare che gli insediamenti più precoci e i numerosi vantaggi superiori del nostro paese avrebbero invitato moltitudini di artigiani, meccanici e altri membri utili della società a stabilire la loro dimora tra noi, i quali sono rimasti nel loro luogo di nascita o hanno preferito governi civili peggiori e un suolo più sterile, dove avrebbero potuto godere dei diritti di coscienza più pienamente di quanto avessero la prospettiva di fare in questo; da ciò deduciamo che la Virginia avrebbe potuto essere ora la capitale d’America e alla pari con le armi britanniche, senza dipendere da altri per le necessità della guerra, se non fosse stato impedito dal suo sistema religioso.
“Né si può far credere che il Vangelo abbia bisogno di tale aiuto civile. Noi pensiamo piuttosto che quando il nostro benedetto Salvatore dichiara che il Suo Regno non è di questo mondo, Egli rinunci a ogni dipendenza dal potere statale, e poiché le Sue armi sono spirituali e sono state concepite solo per influenzare il giudizio e il cuore dell’uomo, siamo convinti che se l’umanità fosse lasciata in tranquillo possesso dei suoi inalienabili privilegi religiosi, il Cristianesimo, come ai tempi degli apostoli, continuerebbe a prevalere e a prosperare nella massima purezza per la sua innata eccellenza e sotto la provvidenza onnidisposta di Dio.
“Vorremmo anche umilmente affermare che gli unici obiettivi appropriati del governo civile sono la felicità e la protezione degli uomini nell’attuale stato di esistenza, la sicurezza della vita, della libertà e della proprietà dei cittadini, e frenare i viziosi e incoraggiare i virtuosi attraverso leggi sane, estese in egual misura a ogni individuo; ma che il dovere che abbiamo verso il nostro Creatore, e il modo di assolverlo, possono essere guidati solo dalla ragione e dalla convinzione, e non sono riconoscibili da nessuna parte se non presso il tribunale del Giudice universale. [593]
“Pertanto non chiediamo a noi stessi alcuna istituzione ecclesiastica; né possiamo approvarla quando viene concessa ad altri. Questo, in effetti, significherebbe dare emolumenti o privilegi esclusivi o separati a un gruppo di uomini senza alcun servizio pubblico speciale, con comune disprezzo e danno per ogni altra confessione. E per la ragione sopra esposta, siamo indotti a implorare con fervore che tutte le leggi attualmente in vigore in questo stato che favoriscono il dominio religioso possano essere rapidamente abrogate; che tutti i membri di ogni setta religiosa possano essere protetti nel pieno esercizio delle loro diverse forme di culto; esentati da tutte le tasse per il sostegno di qualsiasi Chiesa, al di là di quanto possa essere consono alla loro scelta privata o al loro obbligo volontario. Fatto ciò, ogni distinzione parziale e odiosa sarà abolita, con grande onore e interesse dello Stato, e ognuno sarà lasciato a reggersi o cadere in base al proprio merito, il che non potrà mai accadere finché una confessione verrà istituita a preferenza delle altre.
“Che il grande Sovrano dell’universo possa ispirarvi unanimità, saggezza e risolutezza, e condurvi a una giusta decisione su tutte le questioni importanti che vi stanno di fronte, è la fervente preghiera dei vostri memorialisti.” (Baird’s, “Religion in America”, libro III, cap.3, par. 9-16).
- Essendo la Chiesa Episcopale la Chiesa ufficiale della Virginia, e tale fin dalla fondazione della Colonia, era ovviamente prevedibile che gli Episcopaliani inviassero contromemoriali, invocando la continuazione del sistema religioso ufficiale. Ma non fu tutto: i Metodisti si unirono agli Episcopaliani in questo piano. Due membri dell’Assemblea, i signori Pendleton e Nicolas, sostennero l’istituzione, e Jefferson sposò la causa della libertà e del diritto. Dopo quasi due mesi di quella che Jefferson definì la più dura lotta in cui fosse mai stato impegnato, la causa della libertà prevalse e il 6 dicembre 1776 l’Assemblea approvò una legge che abrogava tutte le le leggi coloniali e le sanzioni pregiudizievoli per i dissidenti, esonerandoli da qualsiasi ulteriore contributo obbligatorio alla Chiesa Episcopale e sospendendo il sostegno statale al clero episcopale dopo il 1° gennaio 1777. [Wikipedia*: Thomas Jefferson, 2° governatore della Virginia, poi 3° presidente degli Stati Uniti, dal 1801 al 1809, fu fautore di uno Stato laico e liberale, sostenendo che tutti gli esseri umani sono uguali].
- Fu quindi presentata una mozione per imporre una tassa generale per il sostegno degli “insegnanti della religione cristiana”, ma la questione fu rinviata a una futura Assemblea. Alla successiva Assemblea furono inviate petizioni dagli Episcopaliani e dai Metodisti, chiedendo l’imposta generale. Ma il Presbiterio di Hannover, ancora fortemente sostenuto dai Battisti e dai Quaccheri, era di nuovo presente con un memoriale, in cui faceva riferimento ai punti precedentemente presentati, e poi procedeva come segue:
“Vorremmo anche umilmente dichiarare che gli unici obiettivi appropriati del governo civile sono la felicità e la protezione degli uomini nell’attuale stato di esistenza, la sicurezza della vita, della libertà e della proprietà dei cittadini, e il controllo dei viziosi e l’incoraggiamento dei virtuosi attraverso leggi sane, estese in egual misura a ogni individuo; ma che il dovere che abbiamo verso il nostro Creatore, e il modo di adempierlo, possono essere guidati solo dalla ragione e dalla convinzione, e non sono riconoscibili da nessuna parte se non presso il tribunale del Giudice universale. [594]
Per illustrare e confermare queste affermazioni, chiediamo il permesso di osservare che giudicare da soli e impegnarci nell’esercizio della religione, in conformità ai dettami della nostra coscienza, è un diritto inalienabile che, in base ai principi su cui il Vangelo fu inizialmente propagato e la Riforma portata avanti a partire dal papismo, non può mai essere trasferito a nessun altro. Neppure la Chiesa di Cristo ha bisogno di una quota generale per il suo sostentamento; e siamo certissimi che ciò non sarebbe di alcun vantaggio, ma di un danno per la società a cui apparteniamo; e come ogni buon cristiano crede che Cristo abbia ordinato un sistema completo di leggi per il governo del Suo regno, così siamo persuasi che, per la Sua provvidenza, Egli lo sosterrà fino alla sua consumazione finale. Nella ferma convinzione di questo principio, che il regno di Cristo e le questioni religiose siano al di là dei limiti del controllo civile, agiremmo in modo disonesto e incoerente se ricevessimo emolumenti da istituzioni umane per il sostegno del Vangelo.
Considerate queste cose, speriamo di essere scusati per aver protestato contro una valutazione generale per qualsiasi scopo religioso. Poiché le massime sono state approvate da tempo, secondo cui ogni servitore deve obbedire al suo padrone e il mercenario è responsabile della sua condotta nei confronti di colui da cui riceve il salario, allo stesso modo, se la Legislatura ha una legittima autorità sui ministri del Vangelo nell’esercizio del loro sacro ufficio, e se è loro dovere imporre loro un mantenimento in quanto tali, allora ne conseguirà che potranno ripristinare la vecchia istituzione nella sua precedente estensione, o ordinarne una nuova per qualsiasi setta ritengano appropriata; sono investiti del potere non solo di determinare, ma è loro dovere dichiarare chi predicherà, cosa predicherà, a chi, quando e in quali luoghi predicherà; o imporre qualsiasi regolamento e restrizione alle società religiose che ritengano opportuno. Queste conseguenze sono così evidenti da non essere negate, e sono così totalmente sovversive della libertà religiosa che, se dovessero aver luogo in Virginia, saremmo ridotti alla triste necessità di dire, con gli apostoli in casi simili: “Giudicate voi se sia meglio obbedire a Dio o agli uomini”, e anche di agire come loro.
“Pertanto, poiché è contrario ai nostri principi e interessi, e poiché riteniamo sovversivo della libertà religiosa, supplichiamo ancora una volta con fervore che la nostra Legislatura non estenda mai alcuna tassa per scopi religiosi a noi o alle congregazioni sotto la nostra cura.” (Idem, par.21-23).
- Nel 1779, con questo memoriale e, ancor più, “grazie agli strenui sforzi dei Battisti”, il disegno di legge fu respinto, dopo essere stato ordinato alla terza lettura.
- Allo stesso tempo, nel 1779, Jefferson preparò, di sua propria mano, e propose per l’adozione “come parte del codice rivisto” della Virginia, “Una legge per stabilire la libertà religiosa”, che recitava come segue:
[*Premessa:] “Ben consapevole che Dio Onnipotente ha creato la mente libera; che tutti i tentativi di influenzarla con punizioni o oneri temporali, o con incapacità civili, tendono solo a generare abitudini di ipocrisia e meschinità, e sono un allontanamento dal piano del santo Autore della nostra religione, il quale, essendo Signore sia del corpo che della mente, scelse tuttavia di non propagarla con la coercizione su entrambi, come era nel Suo onnipotente potere di fare; che l’empia presunzione di legislatori e governanti, civili ed ecclesiastici, che, essendo essi stessi uomini fallibili e non ispirati, hanno assunto il dominio sulla fede degli altri, erigendo le proprie opinioni e modi di pensare come gli unici veri e infallibili, e come tali cercando di imporli agli altri, ha stabilito e mantenuto false religioni nella maggior parte del mondo e in ogni tempo; che costringere un uomo a fornire contributi in denaro per la propagazione di opinioni in cui non crede è peccaminoso e tirannico; che persino costringerlo a sostenere questo o quell’insegnante della sua stessa convinzione religiosa lo priva della adeguata libertà di dare i suoi contributi al particolare pastore la cui morale vorrebbe prendere a modello, e i cui poteri ritiene più persuasivi alla rettitudine, e sottrae al ministero quelle ricompense temporali che, derivando dall’approvazione della loro condotta personale, sono un ulteriore incitamento a un lavoro serio e incessante per l’istruzione dell’umanità; che i nostri diritti civili non dipendono dalle nostre opinioni religiose, più di quanto lo siano dalle nostre opinioni in fisica o geometria; che, pertanto, proscrivere un cittadino come indegno della fiducia pubblica, attribuendogli l’incapacità di essere chiamato a ricoprire cariche di fiducia e remunerazioni, a meno che non professi o rinunci a questa o a quell’opinione religiosa, lo priva ingiustamente di quei privilegi e vantaggi a cui, in comune con i suoi concittadini, ha diritto naturale; che ciò tende a corrompere i principi di quella stessa religione che si intende incoraggiare, corrompendo con il monopolio di onori ed emolumenti mondani coloro che esteriormente la professano e si conformano ad essa; che, sebbene siano davvero criminali coloro che non resistono a tale tentazione, non lo sono tuttavia neppure coloro che tendono l’esca sulla loro strada; che tollerare che il magistrato civile intrometta i suoi poteri nel campo dell’opinione pubblica e limiti la professione o la diffusione dei principi, sulla base del presupposto della loro cattiva condotta, è un pericoloso errore, che distrugge immediatamente ogni libertà religiosa, perché, essendo lui, ovviamente, giudice di quella cattiva condotta, farà delle sue opinioni la regola del giudizio, e approvare o condannare i sentimenti degli altri solo nella misura in cui sono in armonia o in disaccordo con i propri; che è tempo sufficiente affinché i legittimi scopi del governo civile interferiscano quando i principi esplodono in azioni palesi contro la pace e il buon ordine; e, infine, che la verità è grande e prevarrà se lasciata a se stessa; che è l’antagonista appropriato e sufficiente all’errore e non ha nulla da temere dal conflitto, a meno che non venga disarmata dalle sue armi naturali, dalla libera discussione e dal dibattito, e che gli errori cessano di essere pericolosi quando è consentito contraddirli liberamente”. [595]
[* Conclusione:] “Sia pertanto decretato dall’Assemblea Generale che nessun uomo sarà costretto a frequentare o sostenere alcun culto, luogo o ministero religioso, né sarà costretto, limitato, molestato o gravato nel suo corpo o nei suoi beni, né soffrirà in altro modo a causa delle sue opinioni o credenze religiose; ma che tutti gli uomini saranno liberi di professare e sostenere con argomenti le proprie opinioni in materia di religione, e che ciò non diminuirà, amplierà o influenzerà in alcun modo le loro capacità civili”.
“E sebbene sappiamo bene che questa Assemblea, eletta dal popolo solo per gli scopi ordinari della legislazione, non ha alcun potere di limitare gli atti delle assemblee successive, costituite con poteri pari ai nostri, e che pertanto dichiarare questo atto irrevocabile non avrebbe alcun effetto giuridico, tuttavia siamo liberi di dichiarare, e dichiariamo, che i diritti qui affermati appartengono ai diritti naturali dell’umanità e che se in futuro dovesse essere approvato un atto per abrogare il presente o per limitarne l’applicazione, Tale atto costituirà una violazione del diritto naturale” (Idem, par.27, nota).
- Questa proposta di legge fu sottoposta all’intero popolo della Virginia per una “deliberata riflessione”, prima che si procedesse alla votazione dell’Assemblea Generale per la sua promulgazione come parte del codice rivisto.
- Da quel momento in poi, la guerra per l’indipendenza divenne la questione totalizzante e questo movimento per l’istituzione della “religione cristiana” fu costretto a rimanere in sospeso fino alla fine della guerra. Alla prima occasione, tuttavia, dopo che la pace fu ristabilita nel paese, la questione fu nuovamente imposta all’Assemblea Generale della Virginia, nell’autunno del 1784, dai firmatari, sotto la guida della “Chiesa Episcopale Protestante”, per l’istituzione di “un provvedimento per gli insegnanti della religione cristiana”. “Le loro petizioni, favorite da Patrick Henry; Harrison, allora governatore; Pendleton, il cancelliere; Richard Henry Lee e molti altri uomini eminenti, denunciarono un decadimento della morale pubblica; e il rimedio richiesto era una valutazione generale” (Bancroft’s, “History of the Constitution”, vol.I, pag.213). A questo punto il cleropresbiteriano deviò e “accettò la misura, a condizione che rispettasse ogni credo umano, anche ‘dei Musulmani e dei Gentoo'”. [AI*: “Gentoo”, termine anglo- indiano usato dagli inglesi del XVII secolo per distinguere gli Indù dai Musulmani dell’India] – (Idem). Il popolo presbiteriano, tuttavia, rimase fedele al principio. E i Battisti, come sempre a quei tempi, “ministri e popolo”, si attennero fermamente al principio e “rifiutarono qualsiasi alleanza con lo Stato”. [596]
- All’inizio della sessione, Patrick Henry presentò una risoluzione per consentire la presentazione di un disegno di legge in conformità con i desideri dei firmatari. Come persona, Jefferson era fuori dal paese, essendo ministro in Francia; ma il suo disegno di legge per “stabilire la libertà religiosa”, che era stato presentato al popolo nel 1779, era ancora all’esame del popolo e, sebbene personalmente assente, si interessò vivamente alla controversia e la sua penna fu impegnata. Il suo posto nell’Assemblea Generale fu il più degnamente ricoperto da Madison, in quanto leader nella causa del diritto religioso.
- Madison si dichiarò contrario al disegno di legge, affermando che “il disegno di legge di valutazione eccede le funzioni dell’autorità civile. La domanda è stata posta come se fosse: la religione è necessaria? La vera domanda è: le istituzioni sono necessarie alla religione? E la risposta è: esse corrompono la religione. La difficoltà di provvedere al sostegno della religione è il risultato della guerra, a cui si può porre rimedio con l’associazione volontaria per scopi religiosi. Nel caso di una legge per il sostegno della religione cristiana, sono i tribunali a decidere cosa sia il cristianesimo? E di conseguenza, per decidere cosa è ortodossia e cosa è eresia? Il sostegno forzato alla religione cristiana disonora il Cristianesimo.” (Idem, pag.214).
- “Eppure, nonostante ogni opposizione, il permesso di presentare il disegno di legge fu concesso con quarantasette voti contro trentadue.” Di conseguenza, fu presentato “Un disegno di legge che istituisce una disposizione per gli insegnanti della religione cristiana”; che prevedeva una valutazione generale su tutti i beni tassabili per lo scopo indicato; che ogni persona al momento del pagamento della tassa avrebbe dovuto indicare a quale confessione religiosa desiderava che fosse trasferita; e che in tutti i casi in cui le persone si rifiutavano di nominare una qualsiasi società religiosa, tutte le tasse ricevute da queste dovevano essere destinate al sostentamento delle scuole nelle contee di dette persone, rispettivamente.
- Il disegno di legge fu approvato con successo in terza lettura, e lì fu bloccato solo da una mozione di rinvio dell’argomento alla successiva Assemblea Generale, nel frattempo lo stamparono e lo distribuirono tra il popolo per la sua valutazione, affinché la sua volontà in merito potesse essere espressa alla successiva Assemblea, che avrebbe poi potuto deliberare di conseguenza. “Così il popolo della Virginia ebbe davanti a sé la proposta di legge del codice rivisto per ‘Stabilire la Libertà Religiosa’ e il piano di scoraggiare gli ecclesiastici dal sostenere la religione mediante una valutazione generale. “Tutto lo Stato, dal mare alle montagne e oltre, era animato dalla discussione. Madison, in una rimostranza rivolta alla Legislatura, espresse tutto ciò che si poteva dire contro il mantenimento obbligatorio del Cristianesimo e a favore della libertà religiosa come diritto naturale, gloria del Cristianesimo stesso, metodo più sicuro per sostenere la religione e unico modo per creare armonia tra le sue diverse sette.” (Idem, pag.215). [597]
- Questa nobile rimostranza, che “incarnava tutto ciò che si poteva dire” sull’argomento, dovrebbe essere radicata nella mente del popolo americano oggi; perché tutto ciò che diceva allora deve essere detto oggi, anche con doppia enfasi. Questo magistrale documento, che, in materia di diritto religioso, occupa lo stesso posto elevato della Dichiarazione d’Indipendenza in materia di diritti in generale, è qui riportato integralmente e recita come segue:
“Noi, sottoscrittori, cittadini del suddetto Commonwealth, avendo preso in seria considerazione un disegno di legge stampato per ordine dell’ultima sessione dell’Assemblea Generale, intitolato “Progetto di legge che istituisce una disposizione per gli insegnanti di religione cristiana”, e concependo che ciò, se finalmente munito delle sanzioni di una legge, rappresenterebbe un pericoloso abuso di potere, siamo tenuti, in quanto fedeli membri di uno Stato libero, a protestare contro di essa e a dichiarare le ragioni per cui siamo determinati. Protestiamo contro il suddetto disegno di legge:
“1. Perché riteniamo una verità fondamentale e innegabile ‘che la religione, o il dovere che abbiamo verso il nostro Creatore, e il modo di adempierlo, può essere guidato solo dalla ragione e dalla convinzione, non dalla forza o dalla violenza’. La religione di ogni uomo, quindi, deve essere lasciata alla convinzione e alla coscienza di ogni uomo; ed è diritto di ogni uomo esercitarla come queste possono dettare. Questo diritto è per sua natura un diritto inalienabile. È inalienabile perché le opinioni degli uomini, basandosi solo sulle prove contemplate nella loro mente, non possono seguire i dettami di altri uomini. È inalienabile anche perché ciò che qui è un diritto verso gli uomini è un dovere verso il Creatore. È dovere di ogni uomo rendere al Creatore quell’omaggio, e solo quello, che crede di essere a Lui gradito. Questo dovere è precedente, sia in ordine di tempo che in grado di obbligo nei confronti delle esigenze della società civile. Prima che un uomo possa essere considerato membro della società civile, deve essere considerato come suddito del Governatore dell’universo; e se un membro di una società civile, che entra in un’associazione subordinata, deve sempre farlo con la riserva del suo dovere verso l’autorità generale, molto di più lo deve fare ogni uomo che diventa membro di una specifica società civile, salvando la propria fedeltà al Sovrano universale. Sosteniamo, pertanto, che in materia religiosa nessun diritto umano è limitato dall’istituzione della società civile e che la religione è totalmente esente dalla sua competenza. È vero che non esiste altra regola in base alla quale qualsiasi questione, che possa dividere una società, possa essere in ultima analisi risolta se non con la volontà della maggioranza; ma è anche vero che la maggioranza può violare i diritti della minoranza”.
“2. Perché, se la religione è esente dall’autorità della società nel suo complesso, ancor meno può essere soggetta a quella del corpo legislativo. Questi ultimi non sono altro che creature e vicereggenti del primo. La loro giurisdizione è sia derivata che limitata. È limitata rispetto ai dipartimenti coordinati; più necessariamente è limitata rispetto ai costituenti. La preservazione di un governo libero richiede non solo che i limiti che separano ciascun dipartimento del potere siano invariabilmente mantenuti, ma soprattutto che a nessuno di essi sia consentito di oltrepassare la grande barriera che difende i diritti del popolo. I governanti che si rendono colpevoli di tale invasione eccedono il mandato da cui derivano la loro autorità e sono tiranni. Il popolo che vi si sottomette è governato da leggi che non sono state fatte né da loro stessi, né da alcuna autorità da loro derivata, ed è schiavo”. [598]
“3. Perché è giusto allarmarsi per il primo esperimento sulle nostre libertà. Riteniamo che questa prudente gelosia sia il primo dovere dei cittadini e una delle caratteristiche più nobili della recente Rivoluzione. Gli uomini liberi d’America non hanno aspettato che il potere usurpato si rafforzasse con l’esercizio, per poi ingarbugliare la questione nei precedenti. Hanno visto tutte le conseguenze nel principio e le hanno evitate negando il principio. Veneriamo questa lezione troppo presto per dimenticarla. Chi non vede che la stessa autorità che può istituire il Cristianesimo, escludendo tutte le altre religioni, può istituire, con la stessa facilità, qualsiasi particolare setta di cristiani, escludendo tutte le altre sette? Che la stessa autorità che può costringere un cittadino a contribuire con soli tre pence, dei suoi beni, per il sostegno di una qualsiasi istituzione, può costringerlo a conformarsi a qualsiasi altra istituzione in qualsiasi caso?”
“4. Perché il disegno di legge viola quell’uguaglianza che dovrebbe essere la base di ogni legge, e che è tanto più indispensabile quanto più la validità o l’opportunità di una legge è soggetta a contestazione. “Se tutti gli uomini sono per natura ugualmente liberi e indipendenti”, tutti gli uomini devono essere considerati come entrati nella società a parità di condizioni, come non rinunciando a più, e quindi non conservando meno, l’uno rispetto all’altro dei loro diritti naturali. Soprattutto, devono essere considerati come detentori di un “uguale titolo al libero esercizio della religione secondo i dettami della coscienza”. Mentre rivendichiamo per noi stessi la libertà di abbracciare, professare e osservare la religione che crediamo essere di origine divina, non possiamo negare pari, libertà a coloro le cui menti non hanno ancora ceduto all’evidenza che ci ha convinti. Se si abusa di questa libertà, si tratta di un’offesa contro Dio, non contro l’uomo. A Dio, quindi, non all’uomo, bisogna renderne conto. Come la legge viola l’uguaglianza sottoponendo alcuni ad oneri particolari, così viola lo stesso principio concedendo ad altri esenzioni particolari. I Quaccheri e i Menonisti sono forse le uniche sette che ritengono superfluo e ingiustificato un sostegno coercitivo alle loro religioni? Si può affidare alla loro pietà la cura del culto pubblico? Le loro religioni dovrebbero essere dotate, al di sopra di tutte le altre, di privilegi straordinari che possano attrarre proseliti da tutte le altre? Pensiamo troppo favorevolmente alla giustizia e al buon senso di queste confessioni per credere che esse bramino la preminenza su i loro concittadini, o che saranno da essi dissuasi dalla comune opposizione al provvedimento”.
“5. Perché il disegno di legge implica o che il magistrato civile sia un giudice competente delle verità religiose, o che possa impiegare la religione come strumento di politica civile. La prima è una pretesa arrogante, falsificata dalle opinioni contraddittorie dei governanti di tutte le epoche e di tutto il mondo; la seconda, una profana perversione dei mezzi di salvezza”.
“6. Perché l’istituzione proposta dal disegno di legge non è un requisito per il sostegno della religione cristiana. Affermare che lo sia è una contraddizione con la religione cristiana stessa, poiché ogni sua pagina rinnega una dipendenza dai poteri di questo mondo. È una contraddizione con i fatti; poiché è noto che questa religione è esistita e prosperata non solo senza il sostegno delle leggi umane, ma nonostante ogni opposizione da parte loro, e non solo durante il periodo dell’aiuto miracoloso, ma molto tempo dopo essere stata lasciata alla sua stessa evidenza e alle ordinarie cure della Provvidenza. Anzi, è una contraddizione in termini; poiché una religione non inventata dalla politica umana deve essere preesistita ed essere stata sostenuta prima di essere istituita dalla politica umana. Significa inoltre indebolire, in coloro che professano questa religione, una pia fiducia nella sua innata eccellenza e nel patrocinio del suo Autore, e alimentare, in coloro che ancora la rifiutano, il sospetto che i suoi amici siano troppo consapevoli delle sue fallacie per fidarsi di essa al proprio merito”. [599]
“7. Perché l’esperienza testimonia che le istituzioni ecclesiastiche, invece di preservare la purezza e l’efficacia della religione, hanno avuto un effetto contrario. Per quasi quindici secoli l’istituzione legale del Cristianesimo è stata messa alla prova. Quali ne sono stati i frutti? Più o meno, ovunque, orgoglio e indolenza nel clero; ignoranza e servilismo nei laici; in entrambi, superstizione, bigottismo e persecuzione. Chiedi ai maestri del Cristianesimo quali siano state le epoche in cui esso apparve nel suo massimo splendore; quelli di ogni setta indicano le epoche precedenti alla sua incorporazione nella politica civile. Proponi una restaurazione di questo stato primitivo, in cui i suoi maestri dipendono dalla considerazione volontaria dei loro fedeli: molti di loro ne predicono la caduta. Da quale parte la loro testimonianza dovrebbe avere maggior peso: quando a favore o quando contro i loro interessi?”
“8. Perché l’istituzione in questione non è necessaria per il sostegno del governo civile. Se viene sollecitata come necessaria per il sostegno del governo civile solo in quanto mezzo per sostenere la religione, e non è necessaria per quest’ultimo scopo, non può esserlo per il primo. Se la religione non rientra nella competenza del governo civile, come può la sua istituzione legale essere necessaria al governo civile? Quale influenza, infatti, hanno avuto le istituzioni ecclesiastiche sulla società civile? In alcuni casi sono state viste erigere una tirannia spirituale sulle rovine dell’autorità civile; in molti casi sono state viste sostenere i troni della tirannia politica; in nessun caso sono state viste come guardiane delle libertà del popolo. I governanti che desideravano sovvertire la libertà pubblica possono aver trovato nel clero in carica opportuni ausiliari. Un governo giusto, istituito per garantirla e perpetuarla, non ne ha bisogno. Un tale governo sarà meglio sostenuto proteggendo ogni cittadino nel godimento della propria religione con la stessa mano paritaria con cui protegge la sua persona e la sua proprietà, senza violare i diritti uguali di alcuna setta, né permettendo a nessuna setta di violare quelli di un’altra”.
“9. Perché l’istituzione proposta rappresenta un allontanamento da quella generosa politica che, offrendo asilo ai perseguitati e agli oppressi di ogni nazione e religione, prometteva lustro al nostro Paese e un aumento del numero dei suoi cittadini. Che triste segno di improvvisa degenerazione è questo disegno di legge! Invece di offrire asilo ai perseguitati, è esso stesso un segnale di persecuzione. Degrada dal rango di cittadini tutti coloro le cui opinioni religiose non si piegano a quelle dell’autorità legislativa. Per quanto distante possa essere nella sua forma attuale dall’Inquisizione, ne differisce solo per grado. L’uno è il primo passo, l’altro è l’ultimo nel percorso dell’intolleranza. Il magnanimo che soffre di questo crudele flagello in regioni straniere, deve considerare il disegno di legge come un faro sulla nostra costa che lo avverte di cercare un altro rifugio, dove libertà e filantropia, nella loro debita misura, possano offrire un più certo riposo dal suo problemi”.
“10. Perché avrà la stessa tendenza a bandire i nostri cittadini. Le lusinghe presentate da altre situazioni ne stanno ogni giorno riducendo il numero. Aggiungere un nuovo motivo all’emigrazione revocando la libertà di cui ora godono, sarebbe la stessa specie di follia che ha disonorato e spopolato regni fiorenti”. [600]
“11. Perché distruggerà quella moderazione e armonia che la tolleranza delle nostre leggi a interferire con la religione ha prodotto tra le sue diverse sette. Torrenti di sangue sono stati versati nel Vecchio Mondo a causa dei vani tentativi del braccio secolare di estinguere la discordia religiosa proscrivendo ogni differenza di opinione religiosa. Il tempo ha finalmente rivelato il vero rimedio. Ogni allentamento di una politica restrittiva e rigorosa, ovunque sia stato sperimentato, si è rivelato lenitivo del male. Il teatro americano ha mostrato prove che la libertà uguale e completa, se non la sradica completamente, distrugge a sufficienza la sua influenza maligna sulla salute e la prosperità dello Stato. Se, con gli effetti salutari di questo sistema sotto i nostri occhi, iniziamo a restringere i limiti della libertà religiosa, non conosciamo nome che possa rimproverare troppo severamente la nostra follia. Almeno si prendano in considerazione i primi frutti della minacciata innovazione. La stessa comparsa del disegno di legge ha trasformato “quella tolleranza cristiana, “amore e carità”, che ultimamente hanno prevalso reciprocamente, sfociando in animosità e gelosie che non possono essere placate. Quali mali non si possono temere, se questo nemico della quiete pubblica fosse armato con la forza della legge?”
“12. Perché la politica del disegno di legge è contraria alla diffusione della luce del Cristianesimo. Il primo desiderio di coloro che godono di questo prezioso dono dovrebbe essere che possa essere impartito a tutta la razza umana. Confrontate il numero di coloro che lo hanno ancora ricevuto con il numero che rimane ancora sotto il dominio di false religioni, e quanto è piccolo il primo? La politica del disegno di legge tende forse a ridurre la sproporzione? No; scoraggia immediatamente coloro che sono estranei alla luce della rivelazione dall’avvicinarsi alla sua regione, e favorisce con l’esempio le nazioni che continuano a vivere nelle tenebre escludendo coloro che potrebbero trasmetterla loro. Invece di livellare, per quanto possibile, ogni ostacolo al progresso vittorioso della verità, il disegno di legge, con una timidezza ignobile e non cristiana, lo circoscriverebbe con un muro di difesa contro le intrusioni dell’errore”.
“13. Perché i tentativi di imporre, mediante sanzioni legali, atti sgradevoli per una così grande percentuale di cittadini, tendono a indebolire le leggi in generale, e ad allentare i vincoli della società. Se è difficile eseguire una legge che non sia generalmente ritenuta necessaria o salutare, cosa deve accadere quando è ritenuta invalida e pericolosa? E quale può essere l’effetto di un esempio così lampante di impotenza del governo sulla sua autorità generale?”
“14. Perché una misura di così singolare portata e delicatezza non dovrebbe essere imposta senza la più chiara evidenza che sia richiesta dalla maggioranza dei cittadini; e non è ancora stato proposto alcun metodo soddisfacente con cui il voto della maggioranza in questo caso possa essere determinato o la sua influenza assicurata. ‘Si richiede ai cittadini delle rispettive contee’, infatti, ‘di esprimere la propria opinione in merito all’adozione del disegno di legge alla prossima sessione dell’Assemblea’. Ma la rappresentanza deve essere resa paritaria prima che la voce dei rappresentanti o delle contee sia quella del popolo. La nostra speranza è che nessuno dei primi, dopo la dovuta considerazione, sposi il pericoloso principio del disegno di legge. Se l’evento dovesse deluderci, ci lascerà comunque la piena fiducia che un giusto appello a quest’ultimo annullerà la sentenza contro le nostre libertà”.
- Perché, infine, ‘L’uguale diritto di ogni cittadino al libero esercizio della propria religione, secondo i dettami della coscienza’, è detenuto allo stesso titolo di tutti gli altri nostri diritti. Se ricorriamo alla sua origine, è ugualmente un dono di natura; se ne valutiamo l’importanza, non può esserci meno caro; se consultiamo la dichiarazione di quei diritti ‘che appartengono al buon popolo della Virginia come base e fondamento del governo’, essa viene enumerata con altrettanta solennità, o meglio con studiata enfasi. O, quindi, dobbiamo dire che la volontà del Popolo Legislativo è l’unica misura della loro autorità, e che nella pienezza di tale autorità, possono spazzare via tutti i nostri diritti fondamentali, oppure che sono tenuti a lasciare intatto e sacro questo diritto specifico. O dobbiamo dire che possono controllare la libertà di stampa, possono abolire il processo con giuria, possono fagocitare i poteri esecutivi e giudiziari dello Stato; anzi, che possono spogliarci del nostro stesso diritto di voto e costituirsi in un’assemblea indipendente ed ereditaria, oppure dobbiamo dire che non hanno alcuna autorità per promulgare il disegno di legge in esame”. [601]
“Noi, sottoscrittori, affermiamo che l’Assemblea Generale di questo Commonwealth non ha tale autorità. E affinché nessuno sforzo venga omesso da parte nostra contro un’usurpazione così pericolosa, le opponiamo questa rimostranza, pregando ardentemente, come siamo tenuti a fare, che il Supremo Legislatore dell’universo, illuminando coloro a cui è rivolta, possa, da un lato, distogliere i loro consigli da ogni atto che offenderebbe la Sua sacra prerogativa o violerebbe la fiducia loro affidata, e, dall’altro, guidarli verso ogni misura che possa essere degna della Sua benedizione, ridondare a loro lode e stabilire più saldamente le libertà, la prosperità e la felicità del Commonwealth”. (Blakely’s, “American State Papers”, pag.27-38).
- Quando gli fu chiesto il suo parere sulla questione così come si presentava nel contesto, Washington rispose che “nessuno era più contrario a qualsiasi tipo di restrizione sui principi religiosi” di quanto lo fosse lui, e inoltre: “Allo stato attuale delle cose, vorrei che non fosse mai stata avanzata una valutazione e, visto che si è arrivati a questo punto, che il disegno di legge morisse di morte facile.” (Bancroft’s, “History of the Constitution”, vol.I, pag.215. Vale la pena ricordare anche il seguente passaggio tratto da “Anecdotes of Wesley” di Wakeley, in questo contesto: “Martin Rodda era un predicatore inglese in America durante la guerra e, intromettendosi incautamente nella politica, si espose al disappunto di chi era al potere. Ad un certo punto fu portato al cospetto del generale Washington, che gli chiese chi fosse. Rodda gli disse che era uno dei predicatori di John Wesley. ‘Io rispetto il Signor Wesley, replicò su eccellenza, ma il signor Wesley, presumo, non vi ha mai mandato in America per interferire in questioni politiche, ma per predicare il Vangelo al popolo. Ora andate a occuparvi del vostro lavoro e lasciate stare la politica’”. Anecdotes, Washington and Wesley, pag.119).
- La precedente rimostranza fu così ampiamente discussa e così ben compresa, e la volontà del popolo sull’argomento fu resa così chiara ed enfatica, che “quando la Legislatura della Virginia si riunì, nessuno era disposto a presentare il disegno di legge di valutazione; e non se ne seppe più nulla“. Dei centodiciassette articoli del codice rivisto che furono allora riportati, Madison scelse per un’azione immediata quello relativo alla libertà religiosa [pagine 817-818]. Il popolo della Virginia lo aveva tenuto in discussione per sei anni. Nel dicembre 1785, passò alla Camera con un voto di quasi quattro a uno. I tentativi di emendamento al Senato produssero solo cambiamenti insignificanti nel preambolo e il 16 gennaio 1786 la Virginia inserì tra i suoi statuti le stesse parole della bozza originale di Jefferson, CON LA SPERANZA CHE DURASSE PER SEMPRE: “Nessun uomo sarà costretto a frequentare o sostenere qualsiasi culto religioso, luogo o ministero, né soffrirà a causa delle sue opinioni o credenze religiose; l’opinione in materia di religione non diminuirà, amplierà o influenzerà in alcun modo le capacità civili. I diritti qui affermati appartengono ai diritti naturali dell’umanità”. (Idem, 216). Di questo benedetto risultato Madison esclamò felicemente: “Così in Virginia si estinse per sempre l’ambiziosa speranza di fare leggi per la mente umana”. [602]
- L’effetto di questa notevole lotta in Virginia non poteva essere limitato a quello Stato; né ciò era desiderato da coloro che la condussero. Coloro che allora e lì combatterono questa lotta per il diritto religioso compresero e intendevano che il loro lavoro avrebbe esteso a tutta l’umanità questa benedizione e questo diritto naturale. Il beneficio fu immediatamente avvertito in tutto il paese; e “in ogni altro Stato americano le leggi oppressive riguardanti la religione caddero in disuso e furono gradualmente abrogate”. Questo statuto della Virginia è il modello su cui la clausola relativa al diritto religioso è stata fondata nelle costituzioni di tutti gli Stati dell’Unione fino ad oggi. In ogni caso, questo statuto è stato incorporato nella sua sostanza, e spesso nelle sue stesse parole, nelle costituzioni statali.
- E non era tutto. Era anche “stato previsto che ‘le felici conseguenze di questo grande esperimento… non si sarebbero limitate all’America’. Lo statuto della Virginia, tradotto in francese e in italiano, ebbe ampia circolazione in tutta Europa. Una parte dell’opera del ‘nobile esercito dei martiri’ era stata compiuta”. (Idem, 217). Eppure, l’opera di coloro che ottennero questa grande vittoria non era ancora del tutto compiuta, nemmeno nei loro sforzi diretti relativi al proprio paese. Come abbiamo visto, questa vittoria fu completata il 16 gennaio 1786. Appena un mese prima, nel dicembre 1785, la proposta avanzata dal Maryland alla Virginia di convocare commissari da tutti gli Stati per esaminare e “regolamentare le restrizioni al commercio per l’intero Stato” fu presentata proprio alla Legislatura che approvò il “Bill Establishing Religious Freedom in Virginia”. Questa proposta del Maryland creò l’opportunità, che fu immediatamente colta da Madison, per portare a termine con successo il desiderio di creare la nazione attraverso la formazione della Costituzione degli Stati Uniti. E nel portare a termine con successo il desiderio di creare una potenza nazionale fu anche portato avanti, e infine fissato nella Costituzione degli Stati Uniti, lo stesso principio di diritto religioso che era stato così trionfalmente sancito nel codice della Virginia. Il diritto religioso fu reso un diritto costituzionale.
- L’unico riferimento alla religione nella Costituzione, così come formulata dalla Convenzione, e sottoposta al popolo, si trova nella dichiarazione secondo cui “Nessuna prova religiosa sarà mai richiesta come requisito per qualsiasi carica o incarico pubblico negli Stati Uniti”. Essendo il governo nazionale uno dei soli poteri delegati, nessuna menzione della religione, né alcun riferimento a tale argomento nella Costituzione avrebbe totalmente escluso tale argomento dalla conoscenza del governo. E questa sola menzione che ne fu fatta, fu una prova chiara e positiva che i creatori della Costituzione intendevano escludere l’argomento della religione dall’attenzione del potere nazionale. Così lo comprese il popolo quando la Costituzione fu sottoposta alla sua approvazione. E la garanzia della “perfetta libertà di coscienza impediva che le differenze religiose interferissero con lo zelo per un’unione più stretta”. (Bancroft’s, “History of the Constitution”, vol.II, pag.239). [603]
- Come abbiamo visto, la lotta per il diritto religioso in Virginia nel 1785-86 aveva risvegliato un profondo interesse per l’argomento negli altri Stati, e quando il principio di questo diritto naturale trionfò in Virginia, il suo effetto si fece sentire in ogni altro Stato. E quando la Costituzione si presentò agli altri Stati con un chiaro riconoscimento dello stesso principio, questo fu un fattore enormemente a suo favore in tutto il Paese.
- Dopo che cinque Stati ebbero ratificato la Costituzione, “il paese da St. Croix a St. Mary’s ora concentrò la sua attenzione sul Massachusetts, la cui decisione avversa avrebbe inevitabilmente comportato la sconfitta della Costituzione”. (Idem, pag.258). Il Massachusetts ratificò la Costituzione e, nel farlo, considerò proprio la questione del diritto religioso. Un membro della convenzione obiettò alla Costituzione proposta affermando che “non vi è alcuna disposizione che gli uomini al potere debbano avere una religione; un papista o un infedele è idoneo quanto i cristiani”. Gli fu risposto da tre membri che “nessun vantaggio concepibile per l’insieme deriverà da una prova”. Un altro obiettò che “Sarebbe una fortuna per gli Stati Uniti se i nostri uomini pubblici fossero tra coloro che godono di una buona reputazione nella Chiesa”. A questo si rispose che “i tribunali umani per le coscienze degli uomini sono empie intrusioni nelle prerogative di Dio. Una prova religiosa, come requisito per una carica, sarebbe stata una grande macchia”. Ancora una volta si obiettò che l’assenza di un test religioso avrebbe “aperto la porta al papismo e all’Inquisizione”. E a questo si rispose: “Nella ragione e nelle Sacre Scritture, la religione è sempre una questione tra Dio e gli individui; e quindi nessun uomo o uomini possono imporre alcun test religioso senza invadere l’essenziale prerogativa del Signore Gesù Cristo. I ministri assunsero per primi questo potere sotto il nome cristiano; e poi Costantino approvò la pratica quando adottò la professione del Cristianesimo come strumento di politica statale. E si esamini la storia di tutte le nazioni da quel giorno a oggi, e si vedrà che l’imposizione di test religiosi è stata la più grande arma di tirannia al mondo”. (Idem, pag.263, 271, e Blakely’s “American State Papers”, pag.46).
- L’azione del Massachusetts, con il suo esempio, assicurò l’adozione della Costituzione. Questo particolare punto del diritto religioso fu discusso in modo specifico in quella convenzione. La decisione fu a favore della Costituzione nella sua forma attuale, con riferimento alla separazione tra la religione e lo Stato. Pertanto è certo da questo solo fatto, se non ce ne fosse un altro, che era intenzione della Costituzione e dei suoi autori escludere totalmente la religione in ogni modo dall’attenzione del governo generale.
- Ma non è tutto. Alla Convenzione della Virginia si obiettò che la Costituzione non garantiva pienamente il diritto religioso, al che Madison, “il Padre della Costituzione”, rispose: “Non c’è un’ombra di diritto del governo generale di intromettersi nella religione. La sua minima interferenza sarebbe una più flagrante usurpazione. Posso appellarmi alla mia condotta costante su questo argomento, affermando di aver sostenuto calorosamente la libertà religiosa”. (Blakely’s, “American State Papers”, pag.44) [604]
- E non era tutto. Dal popolo degli Stati Uniti fu ritenuto non sufficiente. Consapevole dell’inevitabile tendenza degli uomini al potere ad innamorarsi del potere, ad attribuirsi il merito di possederlo intrinsecamente, e quindi ad affermare un potere che in nessun modo gli appartiene, il popolo degli Stati Uniti non si accontentò del silenzio della Carta Nazionale, né di questa chiara dimostrazione dell’intenzione di escludere la religione dall’attenzione del potere nazionale. [*Il popolo] Chiese disposizioni concrete che, in poche parole, proibissero al governo degli Stati Uniti di toccare la religione. Chiese che fossero aggiunti alla Costituzione articoli simili a una Carta dei Diritti; e che il diritto religioso fosse in questo specificamente dichiarato.
- Una lettera di Jefferson datata Parigi, 2 febbraio 1788, racconta tutta la storia su questo punto. Viene quindi qui presentata:
“EGREGIO SIGNORE: Sono lieto di apprendere da lettere giunte fino al 20 dicembre, che la nuova Costituzione sarà senza dubbio ricevuta da un numero sufficiente di Stati per metterla in atto. Se fossi in America, la sosterrei calorosamente finché nove non l’avessero adottata, e poi altrettanto calorosamente mi schiererei dall’altra parte per convincere i restanti quattro che non dovrebbero entrarvi finché la Dichiarazione dei Diritti non vi fosse annessa; in questo modo ne garantiremmo tutti i vantaggi e otterremo un’opposizione rispettabile tale da indurre gli Stati accettanti a presentare una Carta dei Diritti; questa sarebbe la svolta più felice che la cosa potrebbe prendere. Temo molto gli effetti della perpetua rieleggibilità del presidente, ma in America non si pensa a questo, e quindi non ho alcuna prospettiva di una modifica di quell’articolo; ma ammetto che mi stupisce trovare un tale cambiamento nelle opinioni dei nostri connazionali da quando li ho lasciati, come il fatto che tre quarti di loro si accontentino di vivere sotto un sistema che lascia ai loro governatori, il potere di togliere loro il processo con giurianelle cause civili, la LIBERTÀ DI RELIGIONE, la libertàdistampa, la libertà di commercio, le leggi sull’habeas corpus e di aggiogarli ad un esercito permanente. Questa è una degenerazione dei principi di libertà a cui avevo dedicato quattro secoli invece di quattro anni, ma spero [*comunque] che tutto ciò si realizzi.” (Bancroft’s, “History of the Constitution”, vol.II, pag.459, 460).
- Per comprendere quanto ampiamente questa lettera esprima la questione, è sufficiente leggere i primi dieci emendamenti alla Costituzione. Questi dieci emendamenti erano la Carta dei diritti che il popolo richiedeva fosse aggiunta alla Costituzione così come era stata formulata originariamente. Il primo Congresso sotto la Costituzione si riunì il 4 marzo 1789 e nel settembre dello stesso anno questi dieci emendamenti furono adottati. E proprio nella prima di queste disposizioni si trova la dichiarazione della libertà religiosa sotto il governo degli Stati Uniti: “Il Congresso non promulgherà alcuna legge che riguardi l’istituzione di una religione o che ne proibisca il libero esercizio”.
- Pertanto, il popolo degli Stati Uniti, nella sua qualità di soggetto autonomo, fece della legge suprema del Paese, in modo positivo ed esplicito, la totale esclusione della religione da qualsiasi considerazione da parte del governo nazionale. Né fu permesso che la materia rimanesse in questo stato nemmeno su tale questione, poiché nel 1797 fu stipulato il trattato con Tripoli, firmato dal Presidente Washington e approvato dal Senato degli Stati Uniti, in cui si dichiarava che “il governo degli Stati Uniti non è in alcun modo fondato sulla religione cristiana”. Essendo questo parte integrante di un trattato “stipulato sotto l’autorità degli Stati Uniti”, divenne quindi parte integrante della “legge suprema del Paese”. (Article VI of the Constitution, par.2).[605]
- Tale è la storia, tale l’istituzione e tale la perfetta supremazia del diritto religioso negliStati Uniti. Così, per il popolo degli Stati Uniti e per il mondo, “la religione divenne dichiaratamente attributo dell’uomo e non di una corporazione“. (Bancroft’s, “History of the Constitution”, vol.II, pag.325). Così fu espressa la volontà del popolo americano che ilgoverno degli Stati Uniti sia, e debba essere di diritto, LIBERO E INDIPENDENTE DA OGNI COLLEGAMENTO, INTERFERENZA O CONTROLLO ECCLESIASTICO O RELIGIOSO. E le prove sono abbondanti e assolutamente conclusive: tutto ciò fu intenzionale e fu compiuto nel pieno rispetto del Cristianesimo e dei diritti inalienabili degli uomini.
- Molto è stato detto, niente di troppo, sulla saggezza degli uomini che hanno dato al mondo questo glorioso esempio. Eppure, in questo particolare caso, sarebbe una critica al loro buon senso supporre che avrebbero potuto fare diversamente. Avevano davanti a sé la storia del mondo, pagana, papale e protestante, dalla croce di Cristo alla Dichiarazione d’Indipendenza. E, ad eccezione del debole esempio di tolleranza in Olanda e di libertà religiosa nel Rhode Island [*Roger Williams/Baptists], tutto il percorso fu un ininterrotto corso di sofferenze e torture degli innocenti; di oppressione, sommosse, spargimenti di sangue e anarchia da parte dei colpevoli; e tutto come risultato dell’alleanza tra religione e Stato. Il più semplice processo di deduzione avrebbe insegnato loro che non poteva essere del tutto un esperimento tentare la separazione totale dei due; poiché sarebbe stato impossibile per qualsiasi sistema di governo senza tale unione essere peggiore di tutti quelli finora dimostrati con tale unione.
- Furono davvero saggi, e fu quel tipo di saggezza la più proficua e la più rara: la saggezza del buon senso. Da tutto ciò che avevano davanti a sé, potevano capire che lo Stato che domina la religione e usa la religione per scopi statali è l’idea pagana di governo; che ogni religione che domina lo Stato e usa il potere civile per scopi religiosi è l’idea papale di governo; e che entrambe queste idee erano state seguite nella storia del protestantesimo. Pertanto decisero di tenersi alla larga da entrambe e, mediante un taglio netto e una distinta separazione tra religione e Stato, di fondare il governo degli Stati Uniti sull’IDEA CRISTIANA.
- Di conseguenza, non possiamo concludere questo capitolo in modo più appropriato che citando il nobile tributo reso dallo storico della Costituzione degli Stati Uniti ai principi di quel grandioso simbolo del governo umano, nonché “l’opera più meravigliosa mai realizzata in un dato momento dal cervello e dallo scopo dell’uomo” (Gladstone): “Nei primi Stati conosciuti dalla storia, governo e religione erano una cosa sola e indivisibile. Ogni Stato aveva la sua divinità speciale, e spesso questi protettori, uno dopo l’altro, potevano essere rovesciati in battaglia, per non risorgere mai più. La guerra del Peloponneso nacque da una disputa su un oracolo. Roma, poiché a volte adottava come cittadini coloro che aveva sconfitto, introdusse, allo stesso modo e con buona logica per quei tempi, il culto dei loro dei. [606]
- “Nessuno pensò di rivendicare la religione per la coscienza dell’individuo, fino a una Voce in Giudea, che diede inizio alla più grande epoca nella vita dell’umanità, istituendo un mondo puro, spirituale e una religione universale per tutta l’umanità, che imponeva di rendere a Cesare solo ciò che è di Cesare. Questa regola fu sostenuta durante l’infanzia del Vangelo per tutti gli uomini. Non appena questa religione fu adottata dal capo dell’Impero Romano, fu spogliata del suo carattere di universalità e soggiogata da un’empia connessione con lo Stato empio; e così continuò finché la nuova nazione, la meno contaminata dalle sterili beffe del diciottesimo secolo, la più diffusa credente nel Cristianesimo tra tutti i popoli di quell’epoca, la principale erede della Riforma nelle sue forme più pure, quando si trattò di stabilire un governo per gli Stati Uniti, si rifiutò di trattare la fede come una questione da regolamentare da un ente corporativo, o da avere un ruolo di guida in un monarca o in uno Stato.
- “Rivendicando il diritto dell’individualità anche in religione, e soprattutto in religione, la nuova nazione osò dare l’esempio accettando nei suoi rapporti con Dio il principio divinamente ordinato per la prima volta da Dio in Giudea. Lasciò la gestione delle cose temporali al potere temporale; ma la Costituzione Americana, in armonia con i popoli dei vari Stati, negò al governo federale il potere di invadere la dimora della ragione, la cittadella della coscienza, il santuario dell’anima; e non per indifferenza, ma affinché l’infinito Spirito della verità eterna potesse muoversi nella sua libertà, purezza e potenza.” – (Bancroft. “History of the Formation of the Constitution”, libro V, cap.1, par.10,11).
- Così, con “la perfetta individualità estesa alla coscienza”, la Costituzione degli Stati Uniti, così come recita, si erge come l’unico monumento di tutta la storia a rappresentare il principio che Cristo stabilì per il governo terreno. E sotto di essa, nella libertà, civile e religiosa, nell’illuminismo e nel progresso, la nazione degli Stati Uniti si è meritatamente distinta come faro del mondo, per più di cento anni.
CAPITOLO 27 – APOSTASIA NAZIONALE
[607] Una Cosa Davvero Sorprendente – Il Vecchio Ordine delle Cose – Combinazione Politico-Religiosa Pronta – La Teoria Papale Riprodotta – Si Unisce al Papato – Il Vincolo dell’Unione – Il Congresso Legifera Religiosamente – Il Congresso Interpreta le Scritture – Una Pretesa di Infallibilità – Il Perno dell’Infallibilità Papale – Adozione Nazionale del Principio Papale – Il Segno della Salvezza Papale – Il Papato Interviene – Principio Repubblicano Ripudiato – La Costituzione Abbandonata – Ogni Principio di Libertà Ucciso – Apostasia Nazionale Completata – “Che Facciano un’Immagine” – L’Immagine della Bestia – Il Papato di Nuovo Esaltato.
- MA ahimè, a questo splendido trionfo dei principi cristiani manifestato in questa nuova nazione, per tutto il genere umano, non fu permesso di continuare. Gli fu permesso di regnare appena cento anni, quando fu completamente corrotto. Come il trionfo del Cristianesimo contro l’Impero Romano, appena gli fu permesso di andare oltre il fatto di essere appena compiuto e chiaramente riconosciuto, fu tutto spazzato via, e la nazione che Dio aveva benedetto con questa grande luce e possente verità, si volse verso un corso di pura apostasia.
- Il primo passo nazionale in questa apostasia fu compiuto il 29 febbraio 1892, con una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti. Nel caso “del Rettore, dei Sagrestani e dei consiglieri parrocchiali [*AI] della Chiesa della Santissima Trinità, ricorrenti in errore, contro gli Stati Uniti”, la Corte Suprema degli Stati Uniti, sulla base di un’ampia argomentazione, ha citato ampiamente Ferdinando e Isabella nel loro invio di Cristoforo Colombo, e la loro speranza “che, con l’aiuto di Dio, alcuni continenti e isole nell’oceano vengano scoperti”, ecc.; da “Elisabetta, per grazia di Dio, d’Inghilterra, Francia e Irlanda, Regina, Difensore della Fede, ecc.” la sua concessione dell’autorità a Sir Walter Raleigh nel 1584 “per emanare statuti per il governo della colonia proposta, a condizione che ‘non fossero contrari alla vera fede cristiana ora professata nella Chiesa d’Inghilterra’”; dai Puritani del New England e dal loro dichiarato proposito di costituirsi e unirsi in “un corpo politico civile” per la promozione della “gloria di Dio e il progresso della fede cristiana”; e dalle Costituzioni degli Stati che avevano istituito religioni consolidate e giuramenti di prova religiosi. A tutto ciò la Corte aggiunse la Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione degli Stati Uniti, come se avessero lo stesso tenore, e poi dichiarò:
“Non c’è dissonanza in queste dichiarazioni. C’è un linguaggio universale che le pervade tutte, avendo un unico significato; esse affermano e riaffermano che questa è una nazione religiosa. Questi non sono detti individuali, dichiarazioni di privati; sono espressioni organiche: esprimono la voce dell’intero popolo.” (Per la decisione completa e una discussione dettagliata di questo, vedere: “The Rights of the People”). [608]
- Secondo questa interpretazione, quindi, quando la Costituzione degli Stati Uniti dichiara che “nessun test religioso sarà mai richiesto come requisito per qualsiasi carica o incarico pubblico negli Stati Uniti”, significache “nessun test religioso dovrebbe mai essere richiesto… se non la fede nell’esistenza di Dio” e in “un futuro stato di ricompense e punizioni” e una professione di “fede in Dio Padre, e in Gesù Cristo, suo unigenito Figlio, e nello Spirito Santo, un solo Dio, benedetto per sempre; e io riconosco che le Sacre Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento sono state date per ispirazione divina.” Questo è infatti il chiaro significato delle Costituzioni del Maryland, del Mississippi e del Delaware, le quali sono citate con queste parole dalla corte come prova; e queste e la Costituzione degli Stati Uniti sono permeate da un “linguaggio universale”, “che ha un unico significato.” (!)
- E quando la Costituzione degli Stati Uniti dichiara che “il Congresso non promulgherà alcuna legge riguardante l’istituzione di una religione”, significa che il Congresso “dovrà, di volta in volta, autorizzare e richiedere alle diverse città, parrocchie, circoscrizioni e altri enti politici o società religiose, di adottare provvedimenti adeguati, a proprie spese, per l’istituzione del culto pubblico di Dio e per il sostegno e il mantenimento degli insegnanti protestanti pubblici di devozione, religione e moralità, in tutti i casi in cui tali provvedimenti non saranno adottati volontariamente.” (!) Perché è chiaro che questo è ciò che significa la Costituzione del Massachusetts, citata dalla Corte come prova; ed ecco, questa e la Costituzione degli Stati Uniti sono permeate da un “linguaggio universale” “che ha un unico significato” (!)
- Come la Corte abbia potuto presentare una tale serie di citazioni, ognuna delle quali contemplava distintamente l’istituzione di una religione e il divieto del suo libero esercizio, e poi citare questa clausola della Costituzione nazionale, che in ogni aspetto e in ogni intento proibisce assolutamente qualsiasi istituzione di una religione, e qualsiasi interferenza con il suo libero esercizio: come la Corte abbia potuto fare tutto questo e poi dichiarare che “non c’è dissonanza” nelle dichiarazioni, che hanno tutte lo stesso linguaggio e “un unico significato”, è una cosa davvero sorprendente.
- Ma ancora più sorprendente è il fatto che nell’intera argomentazione e decisione della Corte, non venga menzionata né neppure citata una parola della storia riportata nel capitolo precedente, che è l’unica storia sull’argomento. Di tutta questa serie di fatti riguardanti la totale esclusione della religione, e in particolare della religione cristiana, che sono gli unici fatti pertinenti alla questione, non viene fatto alcun riferimento, più di quanto non lo sarebbe se tale storia o fatti non esistessero.
- Il linguaggio con cui Abraham Lincoln ha caratterizzato la posizione del Presidente della Corte Suprema Taney nella sentenza Dred Scott [*ricerca AI:la sentenza Dred Scott della corte suprema degli Stati Uniti – 1857 – dichiarò che le persone di origine africana non potevano essere cittadini statunitensi e che il congresso non aveva il potere di vietare la schiavitù nei territori statunitensi. La sentenza accese ulteriormente le tensioni sulla schiavitù, invalidò il Compromesso del Missouri e intensificò il cammino della nazione verso la Guerra Civile Americana], e di Stephen A. Douglas nella sua difesa, è il linguaggio più appropriato alla posizione della Corte Suprema in questa sentenza sulla “nazione cristiana”; poiché qui le due decisioni sono perfettamente parallele. Lincoln disse:
“Mi chiedo: quanto sia straordinario che un uomo che ha occupato un seggio al Senato [o al banco della Corte Suprema – A. T. J.] degli Stati Uniti… pretendendo di fornire una storia veritiera e accurata della questione della schiavitù [o della questione della religione e della nazione – A. T. J.] in questo paese, debba ignorare così completamente l’intera parte della nostra storia: la più importante di tutte! Non è forse uno spettacolo straordinario che un uomo si alzi in piedi e chieda fiducia nelle sue affermazioni, esponendo come fa parti di storia, invitando il popolo a credere che si tratti di una rappresentazione vera e corretta, quando la parte principale, l’elemento determinante, dell’intera storia è accuratamente soppressa?”
“E ora egli chiede alla comunità di credere che gli uomini della Rivoluzione fossero a favore del suo ‘grande principio’, quando abbiamo la nuda e cruda storia che loro stessi hanno affrontato proprio questo argomento del suo principio, e lo hanno totalmente ripudiato, agendo su basi esattamente opposte. È impudente e assurdo come se un pubblico ministero si presentasse davanti a una giuria e chiedesse loro di condannare A come assassino di B, mentre B era ancora vivo davanti a loro”. [609]
- Ma la corte non si è fermata nemmeno qui. Dopo aver stabilito “la religione cristiana” per “tutto il popolo” e aver sistemato tutti gli aspetti ad essa connessi secondo il significato della Costituzione, la corte ha citato e sancito la dichiarazione della Corte Suprema della Pennsylvania secondo cui “il Cristianesimo, il Cristianesimo in generale, è ed è sempre stato parte del diritto comune”, e poi ha proceduto a sancire anche la dottrina secondo cui è blasfemia parlare o agire in disprezzo “della religione professata da quasi tutta la comunità”. Questo viene fatto citando la sentenza pagana del “Cancelliere Kent, il grande commentatore del diritto americano, che parla in qualità di giudice capo della Corte Suprema di New York”, che “presuppone che siamo un popolo cristiano”.
- Resta ancora una cosa per coprire l’intero fondamento del vecchio ordine di cose, ancora una cosa per completare la perfetta somiglianza dell’intero sistema papale, ed è la sanzione diretta e positiva delle leggi domenicali. E non manca nemmeno questa cosa. La corte fa effettivamente delle leggi domenicali una delle prove che “questa è una nazione cristiana”. Le parole sono le seguenti:
“Se andiamo oltre queste questioni e passiamo a una visione della vita americana espressa dalle sue leggi, dai suoi affari, dai suoi costumi e dalla sua società, troviamo ovunque un chiaro riconoscimento della stessa verità. Tra le altre cose, si noti quanto segue: la forma del giuramento solitamente prevalente, che si conclude con un appello all’Onnipotente; l’usanza di aprire le sessioni di tutti gli organi deliberativi e della maggior parte delle assemblee con una preghiera; le parole introduttive di tutti i testamenti, ‘Nel nome di Dio, Amen’; le leggi relative all’osservanza del Sabato con la cessazione generale di tutte le attività secolari e la chiusura di tribunali, assemblee legislative e altre simili assemblee pubbliche in quel giorno… Queste, e molte altre questioni che potrebbero essere notate, aggiungono un volume di dichiarazioni non ufficiali alla massa di affermazioniorganiche secondo cui QUESTA È UNA NAZIONE CRISTIANA.
- Qui possiamo correttamente presentare in forma riassuntiva l’intera discussione così come presentata dalla Corte. Dalle parole stesse della Corte, la sintesi dell’argomentazione è la seguente:
(a) “L’istituzione della religione cristiana”, “il Cristianesimo, il Cristianesimo in generale”, “è uno degli scopi di tutti questi” documenti.
(b) “Anche la Costituzione degli Stati Uniti… contiene nel primo emendamento una dichiarazione comune a” tutti questi; poiché “c’è un linguaggio universale che li pervade tutti, con un unico significato; affermano e riaffermano che questa è una nazione religiosa… Sono espressioni coordinate; parlano la voce dell’intero popolo”.
(c) Conclusione: “Questa è una nazione cristiana”.
- “In conformità con questa opinione”, quindi, cosa è stato fatto? “La religione cristiana”, cioè “il Cristianesimo, il Cristianesimo in generale”, è legalmente riconosciuta e dichiarata la religione ufficiale di questa nazione, e di conseguenza “questa è una nazione cristiana”. Con ciò, inoltre, “in un linguaggio più o meno enfatico”, viene giustificato come “significato” della Costituzione degli Stati Uniti, (1) il mantenimento della disciplina delle Chiese da parte del potere civile; (2) il requisito del giuramento religioso; (3) il requisito del giuramento di prova religioso come requisito per l’incarico; (4) la tassazione pubblica per il sostegno della religione e degli insegnanti religiosi; (5) il requisito della fede nella Trinità e dell’ispirazione delle “Sacre Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento”; (6) la colpa di blasfemia per chiunque parli o agisca in disprezzo della religione istituita; e (7) le leggi per l’osservanza della domenica, con la cessazione generale di tutte le “attività secolari“. [610]
- Ora, cosa è mai stato richiesto di più dal papato e da tutte le fasi del vecchio ordine di cose di quanto sia stato così riportato nel significato della Costituzione nazionale da questa decisione? Cosa è mai stato richiesto di più dal papato stesso se non che “la religione cristiana” fosse la religione nazionale; che la disciplina della Chiesa fosse mantenuta dal potere civile; che il giuramento di prova religiosa fosse applicato a tutti; che il pubblico fosse tassato per il sostentamento della religione e del culto religioso; che fosse richiesto di credere nella dottrina della Trinità e nell’ispirazione delle “Sacre Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento”; che la colpa di “blasfemia” dovesse essere comminata a chiunque parlasse o agisse “in disprezzo della religione professata da quasi tutta la comunità”; e che tutti fossero obbligati per legge a osservare la domenica? In effetti, cosa di più potrebbe essere richiesto o persino desiderato dal più assoluto dispotismo religioso che si possa immaginare?
- Pertanto, è pertinente chiedersi: questa decisione mantiene il “nuovo ordine di cose” a cui questa nazione è legata dal grande sigillo degli Stati Uniti? — No, no, venti volte no. Al contrario, sancisce, ripristina e consolida su questa nazione il vecchio ordine di cose da cui i nostri padri rivoluzionari speravano che saremmo sfuggiti per sempre, attraverso i loro sublimi sforzi, che culminarono nella creazione di questa nazione e nella formazione della Costituzione nazionale: così come essa è formulata e come loro la intendevano.
- Cosa si potrebbe fare di più per creare l’immagine stessa del papato in questa nazione, nel principiodella cosa, di quanto non si faccia con questa decisione? Nel principio, diciamo; non nei suoi positivi effetti, ovviamente, perché la decisione in sé su questo punto non ha la forza di una legge, che può essere resa immediatamente obbligatoria per tutti dal potere esecutivo della nazione. Ma sanziona e giustifica in anticipo qualsiasi intrusione che il potere religioso possa fare su quello civile, e ogni atto legislativo che il Congresso possa emanare in materia di religione o di osservanze religiose; così che con essa la porta nazionale si spalanca per l’elemento religioso, che può entrare e prendere possesso in qualsiasi modo scelga o possa rendere efficace. E lì sta alla porta, pronta e determinata a entrare e prendere possesso, la più forte combinazione politico-religiosa che si possa formare nel Paese.
- Pertanto affermiamo che, sebbene la vita non sia data a questa immagine in modo tale che possa parlare e agire da sola (Apocalisse 13:15), tuttavia, per quanto riguarda la creazione della cosa malvagia e l’instaurazione del suo principio, essa è certamente compiuta. L’albero non è ancora svettato con i suoi rami sparsi, portando il suo frutto pernicioso, ma l’albero è piantato. E come è certo che i rami e il frutto appartengono tutti al ceppo naturale che è stato piantato, ed è solo questione di tempo prima che appaiano, così è certo che i rami sparsi e il frutto pernicioso dell’albero adulto del dispotismo religioso appartengono al ceppo malvagio della Chiesa e dello Stato, dell'”istituzione della religione cristiana”, che è stata piantata dalla Corte Suprema in e per questa nazione; ed è solo questione di tempo prima che questi frutti appaiano inevitabilmente. [611]
- Abbiamo affermato in precedenza che con questa decisione la porta nazionale si era spalancata all’elemento religioso, che poté entrare e prenderne possesso in qualsiasi modo scegliesse o potesse essere effettivo. E in quel momento, già pronta, e in attesa di tale apertura della porta nazionale, c’era la più grande associazione religiosa per scopi politici che potesse essere formata negli Stati Uniti. Per ventinove anni era esistita un’organizzazione che operava negli Stati Uniti con l’unico e preciso scopo di garantire il riconoscimento governativo della religione. Questa era la nota National Reform Association, o “Associazione Nazionale per Garantire l’Emendamento Religioso della Costituzione degli Stati Uniti”. L’articolo II dello statuto di tale Associazione al momento della sua costituzione recita quanto segue:
“L’obiettivo di questa società sarà quello di mantenere le caratteristiche cristiane esistenti nel governo americano; promuovere le necessarie riforme nell’azione del governo per quanto riguarda il Sabato, l’istituzione della famiglia, l’elemento religioso nell’istruzione, il giuramento e la moralità pubblica, influenzata dal traffico di alcolici e da altri mali affini; e garantire un emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti che dichiari la fedeltà della nazione a Gesù Cristo e la sua accettazione delle leggi morali della religione cristiana, e indichi così che questa è una nazione cristiana, e ponga tutte le leggi, le istituzioni e gli usi cristiani del nostro governo su una innegabile base giuridica nella legge fondamentale del paese.” (Per la storia completa del movimento Nazionale di Riforma, vedere “The Two Republics” pag.699-752).
- Coerentemente, come coloro che hanno creato il papato, essi teorizzano dottamente sulle due distinte “sfere” dello Stato e della Chiesa. Secondo questa teoria, lo Stato è di per sé una persona morale distinta dal popolo, dotato di una propria individualità e di una propria responsabilità verso Dio. E nel suo ambito deve essere religioso e servire Dio, e far sì che tutti facciano lo stesso a modo suo, e applicare la legge morale a sé stesso e a tutti gli altri. D’altra parte, la Chiesa nel suo ambito deve essere religiosa e servire Dio, e far sì che tutti facciano lo stesso nel suo stesso modo, e interpretare le Scritture per sé, per lo Stato e per tutti gli altri. “L’evangelista è ministro di Dio per predicare, e il magistrato è ministro di Dio per governare”; eppure entrambi sono ministri nello stesso campo – il campo della morale – con questa importante differenza, tuttavia, che lo Stato deve “applicare” lo standard della morale – le Scritture – come interpretate dalla Chiesa: proprio la dottrina stessa di Gregorio VII e Innocenzo III.
- Come da loro stessi definito, è espresso nel seguente passaggio di un discorso di D. McAllister, D. D., alla Convenzione Nazionale di Riforma di Washington, D.C., dall’1 al 3 aprile 1890. Egli disse:
“Ora, cosa dice la National Reform Association? Dice: ‘Lasciate che la Chiesa faccia il suo dovere secondo i suoi principi. Che la linea di demarcazione sia tracciata qui; che le funzioni dello Stato vadano di pari passo con lo Stato, con il governo civile, l’ordinanza di Dio. Che la Chiesa si attenga ai principi morali della legge di Dio – la legge di Gesù Cristo, l’unica legge perfetta – e che lo Stato applichi quei principi morali che riguardano la sua sfera di giustizia e diritto, nelle sue scuole e ovunque, e svolga il suo lavoro come dovrà rispondere a Dio stesso, in quanto creatura della Sua ordinazione'”. [Applausi.] [612]
- È espresso ancora più ampiamente in un discorso del “Rev.” T. H. Tatlow in un convegno a Sedalia, Missouri, 23 e 24 maggio 1889, come segue:
“A queste astute e carnali supposizioni, l’uomo spirituale, saldo nei principi cristiani e nell’integrità delle sue convinzioni, risponde: la giurisdizione di Dio sull’uomo è prima e al di sopra di tutte le altre: ed è saggiamente adattata all’intera esistenza dell’uomo in tutte le sue diversificate relazioni, sia spirituali che secolari. Questa giurisdizione non è solo universale, ma anche speciale, includendo tutti gli agenti minori come parti di quello maggiore; proprio come tutte le sue parti sono incluse nel tutto. Dio ha dato all’uomo nel mondo attuale una duplice vita, una parte spirituale e l’altra secolare; e le ha così fuse insieme che la vita secolare, che abbraccia il bene civile, sociale e terreno dell’uomo, è subordinata alla sua vita spirituale e al suo bene spirituale. Pertanto, poiché la legge di Dio e la sua amministrazione si applicano alla vita spirituale dell’uomo, deve necessariamente applicarsi anche alla vita civile, sociale e lavorativa dell’uomo, come parti subordinate della sua vita spirituale superiore. Questa vita spirituale, quindi, è la vita fondamentale, o costituzionale, dell’uomo; e la legge di Dio, in quanto espressione della Sua volontà riguardo a questa duplice vita dell’uomo, e come si trova nei Dieci Comandamenti, è la legge costituzionale della giurisdizione di Dio sull’uomo, ed è quindi irrevocabile”.
“Nell’amministrare questa unica legge costituzionale per il bene di questa duplice vita dell’uomo, Dio ha ordinato due agenzie amministrative, una delle quali è la Chiesa, come agenziaspirituale nell’ambito della vita spirituale dell’uomo, e l’altra lo Stato come agenzia secolare nell’ambito della vita secolare dell’uomo. E sebbene questi agenti siano due e non uno, e siano diversi nella loro natura, e occupino ambiti di autorità separati e diversi, tuttavia sono entrambi soggetti alla stessa legge, e sono ordinati allo scopo di servire il bene dell’uomo attraverso questa unica e medesima legge. E quindi è così che il governo civile, di qualunque forma astratta sia, in quanto “ordinanza di Dio”, e il governante civile in quanto “ministro di Dio”, sono entrambi soggetti ai Dieci Comandamenti. E non solo sono soggetti, ma sono ministri di Dio per il bene dell’uomo. Sono anche suoi agenti per l’applicazione di questi comandamenti al bene dell’uomo nell’ambito della vita secolare dell’uomo, nella misura in cui i comandamenti hanno un’applicazione secolare. Questo è ammesso nella misura in cui questi comandamenti si applicano all’omicidio, all’adulterio, al furto e alla calunnia; e si applicano anche allo stesso modo al culto di Dio e al culto del Sabato, nella misura in cui questi rientrano nella competenza del potere civile. Stando così le cose, né il potere civile “in quanto ordinanza di Dio”, né il governante civile “in quanto ministro di Dio”. nell’ambito della loro competenza specifica, hanno alcuna autorità in quanto tali per invalidare uno qualsiasi dei Dieci Comandamenti, sia per negligenza nell’applicarli, sia per indifferenza alla loro autorità e alle loro pretese”.
“A questo punto, il partito della politica civile protesta e grida che questo significa unire Chiesa e Stato. Il cristiano risponde: È davvero un’unione, ma solo nella misura in cui due giurisdizioni separate, una spirituale e primaria, e l’altra secolare e secondaria, esercitano ciascuna la propria autorità appropriata nell’ambito della propria competenza specifica, per garantire un duplice bene alla duplice vita dell’uomo. Questa unione, quindi, è come l’unione dello spirituale nell’uomo, che agisce congiuntamente con il corpo nell’uomo, il corpo essendo sottomesso e mantenuto in soggezione allo spirituale. È come l’unione della vita spirituale nell’uomo che agisce congiuntamente con la vita domestica dell’uomo; tutti i membri della famiglia sono amati meno di Cristo; e tutti sono assoggettati alle Sue richieste.” [613]
- Analizziamo questo: (a) L’uomo è composto da due parti, spirituale e secolare; (b) I Dieci Comandamenti, in quanto espressione dell’intero dovere dell’uomo verso Dio, sono anch’essi composti da due parti: quella spirituale e quella secolare; (c) Ci sono due strumenti impiegati per applicare la duplice natura di questa legge alla duplice natura dell’uomo: questi due strumenti sono la Chiesa e lo Stato; (d) In ogni caso, il secolare è subordinato e deve essere tenuto sottomesso allo spirituale; (e) Pertanto, lo Stato, in quanto strumento secolare e subordinato, deve essere “sottomesso”, tenuto “sottomesso” alla Chiesa, proprio come il corpo, la parte secolare dell’uomo, deve essere sottomesso e mantenuto sottomesso alla mente, la parte spirituale dell’uomo.
- In perfetto accordo, quindi, con questa logica deduzione dai due estratti precedenti, uno dei più anziani segretari distrettuali della National Reform Association, il “Rev.” J. M. Foster, sul Christian Cynosure del 17 ottobre 1889, affermò:
“Secondo le Scritture, lo Stato e la sua sfera d’azione esistono per il bene e per servire gli interessi dellaChiesa“. “Il vero Stato terrà saggiamente conto degli interessi della Chiesa in tutti i suoi procedimenti legislativi, esecutivi e giudiziari… Le spese della Chiesa, per portare avanti la sua opera pubblica e aggressiva, vengono coperte in tutto o in parte dal tesoro pubblico. Pertanto, la Chiesa è protetta ed esaltata dallo Stato”.
- Da queste evidenze è chiaro che la visione della Riforma Nazionale sul rapporto tra Chiesa e Stato è identica a quella di Gregorio VII e Innocenzo III. E l’intera storia e la letteratura del movimento dimostrano che lo spirito, così come i principi, della National Reform Association sono identici a quelli di Gregorio VII e Innocenzo III. Questo di per sé è una prova sufficiente che se questo movimento di Riforma Nazionale dovesse mai riuscire nel raggiungere i suoi obiettivi sul governo degli Stati Uniti, tale successo significherebbe l’instaurazione negli Stati Uniti dell’immagine vivente del papato.
- Tale era, ed è, la National Reform Association e il movimento, considerati in sé. Quel movimento progredì costantemente, raccogliendo a sé, in successione, la salda alleanza della National Woman’s Christian Temperance Union, del National Prohibition Party, dell’American Sabbath Union, che fu formata sotto gli auspici della Conferenza Generale (1888) della Chiesa Episcopale Metodista, grazie alla quale fu anche assicurata l’approvazione delle Assemblee Generali Presbiteriane (1888) sia del Nord che del Sud; della Baptist Home Missionary Convention; del Sinodo della Chiesa Riformata; e dell’Assemblea Generale della Chiesa Presbiteriana Unita. E, con tutto questo prestigio, la National Reform Association completò il suo percorso di alleanze assicurandosi, nello stesso anno (1888), l’alleanza del papato stesso. Già nel 1884 l’organo ufficiale della National Reform Association aveva affermato:
“Ogni volta che [i cattolici romani] saranno disposti a collaborare per contrastare il progresso dell’ateismo politico, saremo lieti di unirci a loro”.
E quasi in risposta a ciò, nella sua Enciclica del 1885, Papa Leone XIII rivolse ai cattolici di tutto il mondo le seguenti parole:
“Esortiamo tutti i cattolici che desiderano dedicare diligente attenzione agli affari pubblici, a prendere parte attiva a tutti gli affari e alle elezioni comunali e a promuovere i principi della Chiesa in tutti i servizi pubblici, nelle riunioni e nelle assemblee. Tutti i cattolici devono farsi sentire come elementi attivi nella vita politica quotidiana nei paesi in cui vivono. Devono penetrare ovunque possibile nell’amministrazione degli affari civili; devono costantemente usare la massima vigilanza ed energia per impedire che gli usi della libertà oltrepassino i limiti stabiliti dalla legge di Dio. Tutti i cattolici devono fare tutto quanto è in loro potere affinché le costituzioni degli Stati e la legislazionesiano modellate sui principi della vera Chiesa. Tutti gli scrittori e i giornalisti cattolici non devono mai perdere di vista, nemmeno per un istante, le prescrizioni sopra menzionate. Tutti i cattolici devono raddoppiare la loro sottomissione all’autorità e unire tutto il loro cuore, anima, corpo e mente, nella difesa della Chiesa.” [614]
- Nel maggio 1888, il senatore degli Stati Uniti Henry W. Blair presentò al Congresso una risoluzione congiunta per modificare la Costituzione Nazionale in modo da riconoscere “la religione cristiana” e richiedere l’insegnamento dei principi di tale religione in tutte le scuole pubbliche del paese; presentò inoltre un disegno di legge per imporre l’osservanza della domenica come “Sabato”, “giorno del Signore”, “giorno di culto religioso” e “per garantire a tutto il popolo riposo dalle fatiche durante il primo giorno della settimana, la loro cultura mentale e morale e l’osservanza religiosa del giorno del Sabato”. Poiché tutto ciò era in completa armonia con l’insegnamento del papa a tutti i cattolici, e fu fatto su sollecitazione diretta del gruppo dei Riformatori Nazionali, servì ad avvicinare i Riformatori Nazionali e il papato a un’unione positiva e dichiarata.
- Nel novembre 1888, l’American Sabbath Union divenne la potenza predominante nell’alleanza della Riforma Nazionale e, il 1° dicembre, il segretario di zona di quell’organizzazione indirizzò personalmente al capo del papato in questo paese, il cardinale Gibbons, una lettera chiedendogli di unirsi a loro per presentare una petizione al Congresso affinché approvasse il disegno di legge per l’emanazione di una legge nazionale volta a “promuovere” l’osservanza della domenica “come giorno di culto religioso”. Il Cardinale si dichiarò prontamente “felicissimo” di farlo, nella seguente lettera:
“RESIDENZA DEL CARDINALE, 408 N. CHARLES STREET,
BALTIMORA, 4 dicembre 1888.
“REV. CARO SIGNORE: Devo riconoscere il vostro stimato favore dal primo istante in riferimento alla proposta di approvazione di una legge da parte del Congresso ‘contro il lavoro domenicale nel servizio postale e militare del governo’, ecc.
“Sono felicissimo di aggiungere il mio nome a quello di milioni di altre persone che lottano lodevolmente contro la violazione del Sabato cristiano tramite lavoro non necessario e che si sforzano di promuoverne la dignitosa e corretta osservanza attraverso una legislazione legittima. Come ha dichiarato il defunto Concilio Plenario di Baltimora, la dovuta osservanza della domenica contribuisce incommensurabilmente alla limitazione del vizio e dell’immoralità e alla promozione della pace, della religione e dell’ordine sociale, e non può non attirare sulla nazione la benedizione e la protezione di una Provvidenza sovrana. Se la benevolenza verso le bestie da soma imponeva un giorno di riposo ogni settimana secondo la vecchia legge, sicuramente l’umanità verso l’uomo dovrebbe imporre la stessa misura di riposo secondo la nuova legge.
Il vostro obbediente servitore in Cristo,
JAMES CARDINALE GIBBONS,
Arcivescovo di Baltimora.”
(Udienza al Senato su “Sunday Bill”, pag.18)
- Le cose rimasero così fino al 12 novembre 1889, quando il “Congresso dei Laici Cattolici degli Stati Uniti” si tenne a Baltimora “per celebrare il centesimo anniversario della istituzione della gerarchia americana”. In quel congresso fu letto un documento dal signor Manly B. Tello, direttore del Catholic Universe, di Cleveland, Ohio, in cui si affermava:
“Ciò che dovremmo cercare è un rapporto con i cristiani protestanti che desiderano santificare la domenica… Possiamo portare le masse protestanti al riverente rispetto della domenica cattolica”. [615]
- E la piattaforma adottata a seguito delle discussioni del congresso dichiarava su questo punto quanto segue:
“Ci sono molte questioni cristiane su cui i cattolici potrebbero collaborare con i non cattolici e dare forma alla legislazione civile per il bene pubblico. Nonostante il rifiuto, l’ingiustizia e il fanatismo dispregiativo, dovremmo cercare un’alleanza con i non cattolici per una corretta osservanza della domenica. Senza ricorrere al Sabato giudaico, possiamo condurre le masse alla moderazione della domenica cristiana.”
- Questo fu uno dei “punti” del programma che fu “accolto con grandi dimostrazioni”, e l’intero programma fu adottato senza discussione e “senza una voce dissenziente”. Poiché tutti i documenti letti al Congresso, così come il programma, dovettero superare l’ispezione della gerarchia prima di essere presentati in pubblico, queste dichiarazioni sono semplicemente l’espressione del papato in risposta ufficiale alle aperture che i cosiddetti teocrati protestanti avevano fatto così a lungo al papato. Come era prevedibile, fu accolto da loro con grande soddisfazione. L’American Sabbath Union esclamò con gioia:
“Il Congresso Nazionale Laico dei Cattolici Romani, dopo corrispondenza e conferenza con l’American Sabbath Union, ha approvato la sua famosa risoluzione a favore della cooperazione con i protestanti nella riforma del Sabato… Questo non significa che il millennio debba essere costruito in un giorno. Questa è solo una proposta di corteggiamento, e le parti finora si sono avvicinate timidamente.”
- E in un discorso sulla temperanza (?) tenutosi a un convegno sulla temperanza a New York City, riportato sul National Temperance Advocate del maggio 1889, l’arcivescovo Ireland ringraziò Dio che “protestanti e cattolici” “si unissero nel richiedere la fedele osservanza della domenica”. Quando un’unione tanto desiderata come questa avesse raggiunto la fase del corteggiamento, il matrimonio effettivo non sarebbe stato molto lontano. E come ogni altra caratteristica del papato, è contro natura: una donna (Chiesa) che ne sposa un’altra affinché entrambe possano più facilmente formare un legame adulterino con lo Stato. E il frutto di questa relazione confusa sarà proprio ciò che è raffigurato nella Scrittura (Apocalisse 13:11-17): un mostro orribile e indefinito, che spira persecuzione e morte.
- Così i leader del Protestantesimo professato negli Stati Uniti si unirono cuore e mano al papato, con l’unico scopo di creare nel governo degli Stati Uniti un ordine di cose identico a quello che creò il papato all’inizio. È quindi del tutto appropriato che il vincolo di unione che li unì nell’opera malvagia sia proprio ciò – il giorno del sole – per mezzo del quale il papato si assicurò inizialmente il controllo del potere civile per costringere coloro che non appartenevano alla Chiesa a sottomettersi ai dettami della Chiesa e ad agire come se ne facessero parte. Fu per mezzo delle leggi domenicali che la Chiesa si assicurò il controllo del potere civile per il perseguimento dei suoi fini quando fu istituito il papato. (“Great Empires of Prophecy”, cap.32). È appropriato che gli stessi mezzi identici siano impiegati da un protestantesimo apostata per assicurarsi il controllo del potere civile per il perseguimento dei suoi fini, e per costringere coloro che non appartengono alla Chiesa a sottomettersi ai dettami della Chiesa e ad agire come coloro che appartengono alla Chiesa. E come quel malvagio intrigo laggiù creò il papato, così questa stessa cosa creerà qui [*in U.S.] l’immagine vivente del papato. Due cose così simili nel crearsi saranno sicuramente altrettanto simili quando saranno create. [616]
- Cosa Roma intenda con questa transazione è dimostrato da una lettera del cardinale Gibbons sull’argomento dell’autorità per l’osservanza della domenica, scritta poco prima che si tenesse il “Congresso dei laici cattolici”. La lettera fu scritta al signor E. E. Franke, allora di Pittsburg, ora di New York City, ed è la seguente:
“RESIDENZA DEL CARDINALE, 408 NORTH CHARLES STREET,
BALTIMORA, MD, 3 ottobre 1889.
“CARO SIG. FRANKE: Su richiesta di Sua Eminenza il Cardinale, le scrivo per assicurarle che ha ragione nella sua affermazione che i Protestanti nell’osservare la domenica non seguono la Bibbia, che considerano come unica regola d’azione, ma la tradizione della Chiesa. Li sfido a indicarmi la parola ‘domenica’ nella Bibbia; se non si trova lì, e non può esserci, allora non è la Bibbia che seguono in questo particolare caso, ma la tradizione, e in questo essi si contraddicono apertamente”.
“La Chiesa cattolica ha cambiato il giorno di riposo dall’ultimo al primo giorno della settimana, perché la più memorabile delle opere di Cristo fu compiuta di domenica. È inutile che io mi dilunghi in prove elaborate della questione. Non possono dimostrare la loro tesi con le Scritture, quindi, se sono sinceri, devono riconoscere che traggono la loro osservanza della domenica dalla tradizione, e che quindi si contraddicono ogni settimana”.
Cordiali saluti,
- A. REARDON.”
- Ciò dimostra che è un cattolico romano che vuole onorare un’istituzione del papato, e perciò il papato stesso, e che il Cardinale Gibbons appoggia il movimento nazionale per la legge domenicale; e che è in quanto i Cattolici Romani fanno la stessa cosa, che i laici e la gerarchia della Chiesa Cattolica negli Stati Uniti hanno accettato l’offerta della congregazione protestante professata per scopi politici e si sono uniti a questa congregazione nei suoi obiettivi sulle istituzioni del paese. Il Cardinale capisce ciò che sta facendo molto meglio di quanto capiscano le associazioni per la legislazione religiosa. E inoltre, il Cardinale capisce ciò che stanno facendo molto meglio di loro stessi. La sua lettera dimostra anche che coloro che hanno firmato la petizione per una legge domenicale, come ha fatto il Cardinale, stavano onorando il papato, come fa il Cardinale. [617]
- Questa è la combinazione politico-religiosa che stava aspettando e sorvegliando qualsiasi tipo di apertura al favore governativo per la religione, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò all’unanimità che il significato della Costituzione degli Stati Uniti fosse già quello di una nazione cristiana. E il primo utilizzo di tale decisione, al di fuori della formula strettamente legale, fu quando, nel mese di aprile 1892, il Presidente dell’American Sabbath Union, allora a capo dell’intera associazione della Riforma Nazionale, prese in mano quella decisione e si presentò davanti alle commissioni del Senato e della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, recitò la sua “argomentazione” e chiese la chiusura dell’allora imminente Esposizione Colombiana o Fiera Mondiale di domenica, per autorità nazionale “perché questa è una nazione cristiana”. E il Congresso si arrese alla richiesta.
- La discussione ufficiale sulla questione al Senato si aprì come segue:
“Signor Quay: A pagina 122, riga 13, dopo la parola ‘atto’, propongo di inserire ‘e che è stata presa dall’autorità competente una disposizione per la chiusura dell’Esposizione nel giorno di Sabato’”.
“Le motivazioni dell’emendamento le invierò all’ufficio per la lettura. Il segretario avrà la gentilezza di leggere dal Libro della Legge che invio all’ufficio, la parte racchiusa tra parentesi”.
“Il Vicepresidente: Verrà letta la parte indicata”.
“Il segretario lesse quanto segue:
“‘Ricordati del giorno di Sabato per santificarlo; sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il Sabato del Signore tuo Dio; in esso non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né il forestiero che è entro le tue porte; poiché in sei giorni il Signore fece il cielo e la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò il Signore ha benedetto il giorno di Sabato e lo ha santificato.'” (Congressional Record, July 10, 1892, pag.6614).
- Quanto sopra è tutto ciò che è stato detto o fatto in relazione alla questione quel giorno. Il successivo giorno legislativo, tuttavia, la questione fu affrontata e discussa. Il dibattito è stato aperto dal senatore Manderson, del Nebraska, che ha utilizzato il seguente testo:
“Il testo di questo emendamento prevede che l’Esposizione sia chiusa il ‘giorno di Sabato’. Affermo che se il senatore della Pennsylvania desidera che l’Esposizione sia chiusa la domenica, questo testo non sarà necessariamente in linea con tale idea…”
“La parola ‘giorno di Sabato’ significa semplicemente che si tratta di un giorno di riposo, e può essere Sabato o domenica, e sarà a discrezione di coloro che gestiranno questa Esposizione decidere se chiuderla l’ultimo giorno della settimana, in conformità con l’osservanza degli Israeliti e dei Battisti del Settimo Giorno, oppure chiuderla il primo giorno della settimana, generalmente noto come Sabato cristiano. Mi sembra certamente che questo emendamento dovrebbe essere adottato dal senatore della Pennsylvania e, se propone di chiudere questa Esposizione, che venga chiusa il primo giorno della settimana, comunemente chiamato domenica…”
“Pertanto propongo un emendamento all’emendamento, che spero possa essere accettato dal senatore della Pennsylvania, per cancellare le parole ‘Esposizione nel giorno di Sabato’ e inserire ‘parte meccanica dell’Esposizione il primo giorno della settimana, comunemente chiamato domenica’…” [618]
“Signor Quay: Accetterò la modifica nella misura in cui modifica la formulazione dell’emendamento da me proposto in merito alla designazione del giorno della settimana in cui l’Esposizione sarà chiusa”.
“Il Vicepresidente: Il senatore della Pennsylvania accetta la modifica in parte, ma non per intero…”.
“Signor Harris: Che l’emendamento del senatore della Pennsylvania, così modificato, venga riportato”.
“Il Vicepresidente: Sarà nuovamente riportato”.
“Il Segretario Capo: A pagina 122, riga 13, dopo la parola “atto”, si propone di modificare l’emendamento del comitato inserendo:
“E che è stata presa una disposizione dall’autorità competente per la chiusura dell’Esposizione il primo giorno della settimana, comunemente chiamato domenica.” (Idem, July 12, 1892, pag.6694, 6695, 6701).
- Questo emendamento è stato successivamente ulteriormente modificato con l’inserimento della clausola che i direttori dell’Esposizione dovessero firmare un accordo per chiudere la Fiera la domenica prima di poter ricevere qualsiasi stanziamento; ma questo che abbiamo esposto è il punto essenziale.
- Tutto ciò la Camera confermò nel suo voto, accettando gli emendamenti del Senato. Oltre a ciò, la Camera aveva già, da parte sua, con 131 voti a favore e 36 contrari, deciso che la domenica è il “Sabato cristiano”; e con 149 voti a favore e 11 contrari, che il settimo giorno non è il Sabato. E così il Congresso degli Stati Uniti, su ordine delle Chiese, non solo prese posizione in una controversia religiosa, e discusse e decise una questione religiosa, ma si assunse la prerogativa di interprete autorevole della legge divina.
- Infatti, dal verbale ufficiale dei lavori, emergono questi chiari fatti:
- La legge divina fu ufficialmente e nelle sue stesse parole adottata come contenente le “ragioni” e costituente la base della legislazione. In altre parole, la legislazione si proponeva solo di far rispettare la legge divina come citata dal Libro.
- Tuttavia, a coloro a cui la legislazione era rivolta, e che ci si aspettava ne applicassero le disposizioni, non era permesso di leggere e interpretare la legge divina da soli, proprio perché c’era la possibilità che prendessero la Parola divina così come era formulata e come era stata effettivamente citata nei procedimenti ufficiali, e chiudessero l’Esposizione nel giorno chiaramente specificato nella Parola divina, che era stata citata come base e autorità per l’azione intrapresa.
- Pertanto, per escludere qualsiasi possibilità del genere, il Congresso si assunse la prerogativa di interprete ufficiale e autorevole della legge divina e dichiarò che “il primo giorno della settimana, comunemente chiamato domenica”, è il Sabato del quarto comandamento della legge divina; che “il primo giorno della settimana, comunemente chiamato domenica”, è il significato della parola del Signore che dice: “Il settimo giorno è il Sabato del Signore tuo Dio”.
- I redattori della Costituzione affermarono che “è impossibile per il magistrato giudicare il diritto di preferenza tra le varie sette che professano la fede cristiana senza erigere una pretesa di infallibilità che ci ricondurrebbe alla Chiesa di Roma”. In questo documento va notato in particolare che il Congresso fece proprio questo: giudicò il diritto di preferenza tra le sette che professano la fede cristiana. I Battisti del Settimo Giorno e la loro osservanza del settimo giorno come Sabato del comandamento citato, furono chiaramente nominati in contrasto con coloro che osservano “il primo giorno della settimana, generalmente noto come Sabato cristiano”, con riferimento al comandamento citato. E la preferenza fu giudicata a favore di questi ultimi. [619]
- Ora, i Battisti del Settimo Giorno sono una setta che professa la fede cristiana. Il comandamento originale del Sabato fu citato parola per parola dalle Scritture. Le parole di quel comandamento, così come sono riportate negli atti del Congresso, dicono: “Il settimo giorno è il Sabato”. I Battisti del Settimo Giorno, una setta che professa la fede cristiana, osservano proprio il giorno – il settimo giorno – menzionato nella Scrittura citata nel Documento. Ci sono altre sette che professano la fede cristiana e che professano di osservare il Sabato di questo stesso comandamento osservando “il primo giorno della settimana, comunemente chiamato domenica”, ed è per questo che quel giorno è “generalmente noto come il Sabato cristiano”.
- Questi fatti erano noti al Congresso e furono inseriti nel verbale. Quindi, in base a questa dichiarazione di fatti riguardo alla differenza tra le sette che professano la fede cristiana, riguardante la stessa osservanza religiosa affrontata dal Congresso, il Congresso stabilì deliberatamente e in termini definiti il diritto di preferenza tra queste sette che professano la fede cristiana. Il Congresso stabilì il diritto di preferenza a favore di quelle sette che osservano “il primo giorno della settimana, generalmente noto come Sabato cristiano”, rispetto a una setta chiaramente nominata che osserva il giorno indicato nel comandamento che il Congresso citò dalla Bibbia. Così il Congresso degli Stati Uniti fece proprio ciò che i padri della nazione dichiararono “impossibile” fare “senza erigere una pretesa di infallibilità, che ci ricondurrebbe alla Chiesa di Roma”.
- Seguiamo questo procedimento per un passo o due oltre e vediamo con quanta certezza conduce a Roma. Dai documenti ufficiali è chiaro più che mai che il Congresso degli Stati Uniti, nella sua veste ufficiale, si assunse la responsabilità di interpretare la Scrittura. In un’azione legislativa, diede un’interpretazione al comandamento di Dio. Il Congresso citò il comandamento in modo letterale, che da Dio comanda l’osservanza del giorno di Sabato, e che indica in modo preciso il giorno – il settimo giorno – da osservare. Il Congresso quindi dichiarò che la parola “giorno di Sabato” “significa” così e così, e che “può essere” un giorno o l’altro, “Sabato o domenica”, e su questo punto decise quale giorno dovesse essere, vale a dire, “il primo giorno della settimana, comunemente chiamato domenica”. La Parola di Dio afferma chiaramente che il giorno di Sabato secondo il comandamentoè trascorso prima ancora che giunga il primo giorno della settimana. (Luca 23:56; 24:1; Marco 16:1,2). Eppure il Congresso dichiara che il primo giorno della settimana è esso stesso il Sabato! Questa è l’interpretazione più chiara della Bibbia che sia mai stata fatta sulla terra!?!?
- Qualunque cosa gli uomini possano credere, o qualunque cosa possano dire, riguardo al giusto o allo sbagliato di questa questione, non si può negare il fatto che il Congresso si sia assunto la responsabilità di interpretare la Scrittura per il popolo degli Stati Uniti. Questo è un fatto. È stato fatto. Allora, dov’è la differenza tra questa assunzione e quella del papato? Il papato rivendica l’infallibilità. Questa affermazione scaturisce direttamente, e logicamente, dalla sua pretesa della prerogativa di interprete delle Scritture. Anche il Congresso degli Stati Uniti ha assunto ed esercita questa prerogativa. Per il Congresso, così come per il papato, l’assunzione di questa prerogativa comporta l’affermazione dell’infallibilità. Questa azione, di per sé, ha quindi posto il Congresso direttamente sul terreno papale. [620]
- Questa azione del Congresso, tuttavia, era semplicemente la formula legislativa che conferiva autorità all’interpretazione già determinata dal “Protestantesimo” congiunto. Questo, quindi, non fu altro che il riconoscimento e l’istituzione, da parte del “Protestantesimo” negli Stati Uniti, di un tribunale umano incaricato dell’interpretazione della Scrittura, con l’applicazione autorevole di tale interpretazione da parte del potere governativo. Questo procedimento, quindi, pose il “Protestantesimo” congiunto del paese interamente e completamente su terreno papale.
- Se questo fosse stato fatto dal papato, se avesse imposto al Congresso se stesso e la sua interpretazione della Scrittura, e avesse così imposto le sue nozioni religiose nella legge affinché fossero imposte al popolo, non ci sarebbe da sorprendersi. Così facendo, il papato avrebbe solo agito secondo il suo carattere innato e attuato i suoi principi dichiarati. Ma per il Protestantesimo professato, agire in questo modo è in contraddizione con ogni principio che il termine “Protestantesimo” giustamente implica.
- E non è tutto. Questa prerogativa papale di interpretare la Scrittura fu esercitata dal Protestantesimo professato e dal Congresso degli Stati Uniti nel cambiamento del Sabato, nella sostituzione della domenica con il Sabato del Signore, come è scritto nel Comandamento di Dio. E questo è precisamente il punto – il perno stesso – su cui, contro i protestanti, ruota l’argomentazione a favore della validità della pretesa di infallibilità da parte del papato.
- Il punto supremo che segna la differenza tra Protestantesimo e papato è se la Bibbia, e solo la Bibbia, o la Bibbia e la tradizione, siano il vero criterio di fede e morale. “La Bibbia, e solo la Bibbia”, è la pretesa del Protestantesimo. “La Bibbia e la tradizione“, è la pretesa del cattolicesimo. E questo termine “tradizione” nel sistema cattolico non significa semplicemente antichità, ma “ispirazione continua“. E questa “ispirazionecontinua” non è altro che un’altra forma di espressione per “infallibilità”.
- La questione riguardante “Bibbia e tradizione” non fu definitivamente risolta nemmeno per il Cattolicesimo fino al Concilio di Trento. Fu una delle questioni principali di quel concilio, quella tra Protestantesimo e Cattolicesimo; e fu nella risoluzione della questione tra questi due, che fu definitivamente risolta per la Chiesa Cattolica stessa. La prima questione riguardante la fede che fu considerata nel concilio fu proprio quella implicata in questa questione. C’era un forte partito, anche tra i cattolici, nel concilio, che era a favore dell’abbandono della tradizione e dell’adozione della sola Scrittura come criterio di autorità nella fede e nella morale. Ciò fu sostenuto in modo così ampio e deciso nel concilio che i legati del papa gli scrissero che c’era “una forte tendenza a mettere da parte del tutto la tradizione e a fare della Scrittura l’unico criterio di appello”. (“In Encyclopedia Britannica”, Concilio di Trento).
- Fare ciò, tuttavia, avrebbe certamente significato fare un grande passo avanti verso l’ammissione delle rivendicazioni dei Protestanti, e questo non sarebbe mai stato possibile. Questa crisi, tuttavia, costrinse la parte ultra-cattolica del concilio a trovare un modo per convincere gli altri che “Scrittura e tradizione” fossero l’unico terreno sicuro su cui poggiare. Sebbene l’8 aprile 1546 fossero stati approvati due decreti a favore della visione di “Scrittura e tradizione“, ciò non fu soddisfacente. La questione continuava a ripresentarsi costantemente nel concilio; molti di coloro che avevano sostenuto i decreti erano molto a disagio al riguardo. [621]
- Di conseguenza, nel documento del concilio si legge:
“Il concilio era unanimemente dell’opinione di Ambrogio Pelargo che a nessun prezzo si dovesse preparare un trionfo per i Protestanti, potendo affermare che il concilio aveva condannato gli insegnamenti della vecchia Chiesa. Ma questa pratica causò infiniti problemi, senza mai dare una vera sicurezza. Anzi, per questa crisi fu necessaria quella ‘sagacia quasi divina’ che il legato spagnolo cedette al sinodo il 15 marzo 1562…”.
“Infine, all’apertura dell’ultima sessione, il 18 gennaio 1562, tutti gli scrupoli furono abbandonati; l’arcivescovo di Reggio tenne un discorso, in cui dichiarò apertamente che la tradizione era superiore alla Bibbia. Per questa sola ragione l’autorità della Chiesa non poteva essere vincolata all’autorità delle Scritture: perché la prima [la Chiesa]aveva cambiato il Sabato in domenica: non per comandamento di Cristo, ma unicamente per sua stessa autorità. Ciò distrusse l’ultima illusione, e fu quindi dichiarato che la tradizione non significava tanto antichità, quanto piuttosto ispirazione continua.” (Holtzmann’s, “Kanon and Tradition”, pag.263).
- Questa parte specifica del discorso dell’arcivescovo era la seguente:
“La condizione degli eretici oggigiorno è tale che non si appellano a nient’altro che a questo [la Bibbia, e solo la Bibbia; le Scritture, come Parola scritta, unica norma di fede e morale], per rovesciare la Chiesa con il pretesto di seguire la Parola di Dio. Proprio come se la Chiesa – il corpo – fosse in conflitto con la parola di Cristo; o come se il capo potesse essere contro il corpo. In effetti, questa stessa autorità della Chiesa è soprattutto glorificata dalle Sacre Scritture, poiché, mentre da una parte la Chiesa raccomanda la Parola di Dio, dichiarandola divina e presentandola alla nostra lettura, spiegando i punti dubbi e condannando fedelmente tutto ciò che le è contrario, dall’altra parte, con la stessa autorità, la Chiesa, i precetti legali del Signore, contenuti nelle Sacre Scritture, sono cessati. Il Sabato, il giorno più glorioso della legge, è stato incorporato nel giorno del Signore… Questo giorno e istituzioni simili non sono cessati in seguito alla predicazione di Cristo (poiché Egli dice di non essere venuto ad abolire la legge, ma a adempierla); ma tuttavia sono stati cambiati, e questo solo per autorità della Chiesa. Ora, se questa autorità dovesse essere abolita (cosa che farebbe molto piacere agli eretici), chi ci sarebbe a testimoniare la verità e a confutare l’ostinazione degli eretici? (Idem).
- Non c’era modo di aggirare questo punto; poiché la stessa confessione di fede dei Protestanti, la Confessione di Augusta, del 1530, aveva chiaramente ammesso che “l’osservanza del giorno del Signore” era stata stabilita solo dalla “Chiesa”. Come afferma il Dr. Holtzmann, questa argomentazione “distrusse l’ultima illusione”, perché, essendo chiaro che osservando la domenica per disposizione della Chiesa, invece del Sabato che è contenuto nel comandamento scritto del Signore stesso, i Protestanti stessi non si attenevano “alla Bibbia e solo alla Bibbia”, ma alla Bibbia e alla tradizione, con la tradizione al di sopra della Bibbia. Con questo fatto e questa argomentazione, le menti inquiete del concilio furono completamente tranquillizzate, e la questione tra “la Bibbia e solo la Bibbia” ovvero “la Bibbia e la tradizione”, fu alla fine consolidata nella Chiesa Cattolica. [622]
- Pertanto, la posizione papale è così strutturata: (a) La Scrittura e la tradizione costituiscono la fede del papato; (b) tradizione significa “ispirazione continua”; (c) ispirazione continua significa infallibilità in materia di fede e morale; (d) e questa infallibilità è dimostrata dal fatto che ha sostituito la domenica al Sabato del Signore nel comandamento scritto, il quale cambiamento è sostenuto dagli stessi Protestanti.
- Pertanto, la sostituzione della domenica al Sabato è il perno su cui ruota la validità dell’argomento contro i Protestanti, a favore dell’infallibilità del papato. Ciò dimostra quanto pienamente il Protestantesimo e il Congresso degli Stati Uniti si siano schierati sul terreno papale, nel loro primo tentativo di esercitare la prerogativa di interprete autorevole della Scrittura. Lo hanno fatto proprio a somiglianza del papato, sostituendo la domenica al Sabato del Signore come nel comandamento scritto di Dio.
- Sottomettendosi ai dettami delle Chiese e facendosi portavoce ufficiale e autorevole delle definizioni e interpretazioni teologiche della legge divina, come ha ammesso di aver fatto il Congresso, il Congresso e gli Stati Uniti hanno consegnato il governo degli Stati Uniti nelle mani delle Chiese unite. Un autorevole scrittore americano ha affermato molto tempo fa il principio che “Permettere a una Chiesa – qualsiasi Chiesa – … di dettare in anticipo quali leggi debbano o non debbano essere approvate, significherebbe privare il popolo di tutta l’autorità che ha mantenuto nelle proprie mani, e fare di tale Chiesa il potere di governo, al posto di loro”. (Hon. Richard W. Thomson, “The Papacy and the Civil Power”, pag.45).
- Questo è esattamente ciò che è stato fatto nella legislazione domenicale del Cinquantaduesimo Congresso. Le Chiese “evangeliche” unite, unite alla Chiesa Cattolica, come corpo unito su questa questione, hanno dettato sotto minaccia che questa legge venisse approvata. Il Congresso lo permise e cedette all’imposizione, e così facendo, privò in linea di principio il popolo dell’autorità governativa che aveva mantenuto nelle proprie mani dalla Dichiarazione e dalla Costituzione, e fece sì che le Chiese diventassero il potere di governo al posto del popolo. Il principio del “governo del popolo, dal popolo e per il popolo” fu abbandonato, e al suo posto fu sancita la sottomissione del popolo alle Chiese e per le Chiese. E da quel giorno le Chiese hanno costantemente agito in base a questo principio.
- E con l’errata convinzione di essere impegnato a mantenere il governo degli Stati Uniti, piuttosto che la Costituzione degli Stati Uniti, l’allora presidente degli Stati Uniti approvò questa procedura incostituzionale da parte del Congresso. (Questo è un fatto. In un’intervista personale con l’autore di questo libro, la ragione, e l’unica ragione da lui fornita per approvare questa legge, fu che faceva “parte del disegno di legge di bilancio generale per le spese correnti del governo; che per disapprovare questo avrebbe dovuto disapprovare l’intero disegno di legge; e se ciò fosse stato fatto, tutta la macchina del governo avrebbe dovuto fermarsi, e l’intero governo stesso sarebbe stato portato a un punto morto”. Anche così, pur ammettendo che se questa legge domenicale gli fosse stata presentata separatamente dalle altre leggi, in modo da poter essere considerata solo nel merito, il risultato avrebbe potuto essere diverso. Questo non era altro che sostenere che lui fosse responsabile del mantenimento del governo. Ma questo era del tutto errato. Il mantenimento del governo ricade interamente sul Congresso. E se il presidente dovesse porre il veto ad un disegno di legge di bilancio generale a causa di un atto legislativo incostituzionale che vi era stato allegato; e se di conseguenza l’intero governo dovesse effettivamente essere portato ad un punto morto, egli non ne sarebbe più responsabile di qualsiasi privato cittadino. Pertanto, l’ipotesi del presidente Harrison era del tutto errata e la sua argomentazione del tutto irrilevante.) [623]
- Il Protestantesimo professato del paese ha fatto questo sulla base e nell’uso della sentenza “nazione cristiana”. In tutta la loro condotta in questa materia, quando è emerso qualche dubbio o opposizione, non hanno mai mancato di esaminare il merito della decisione della Corte Suprema: questa era definitiva e risolveva tutte le questioni. Il principale giornale metodista del paese, il New York Christian Advocate, riferendosi alla discussione della questione al Congresso, ha affermato:
“Ogni dichiarazione su questo argomento era in armonia con una recente decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti, in base alla quale deve essere considerato per sempre un principio consolidato che questa è una nazione cristiana”.
- Così, nell’anno 1892 d.C., il governo degli Stati Uniti, con specifici atti ufficiali dei tre dipartimenti – Giudiziario, Legislativo ed Esecutivo – di cui è composto, fu distolto dal “Nuovo Ordine delle Cose” a cui era stato affidato dai Padri Rivoluzionari, e a cui si è impegnato con il Gran Sigillo del governo stesso, e fu ricacciato nella marea malvagia del vecchio ordine delle cose. Così ogni principio della sua Costituzione come governo protestante fu ripudiato. E così questa nazione illuminata, esempio e gloria del mondo, fu costretta ad assumere il posto e le prerogative dei governi del Medioevo, incarnando nella legge i dogmi e le definizioni dei teologi, ed eseguendo la volontà arbitraria e dispotica della Chiesa.
- C’è un altro risultato, o meglio, un’altra fase dello stesso risultato, che si è manifestato prontamente a seguito di questa azione del professato Protestantesimo degli Stati Uniti; vale a dire, i passi audaci e rapidi del papato per trarre vantaggio da ciò che è stato fatto e, attraverso questo, prendere possesso del paese stesso. Né, in effetti, nessuno dovrebbe sorprendersene: era solo prevedibile. Infatti, quando il professato Protestantesimo del paese, per realizzare il suo illegittimo scopo di ottenere il controllo del potere nazionale, si unì volentieri al Mistero dell’Illegalità; cosa altro ci si poteva aspettare se non che rivendicasse immediatamente tutti i “benefici” derivanti dalla transazione in sé, e spingesse i principi della transazione fino al limite massimo della loro logica a proprio favore?
- L’obiettivo e lo scopo dell’alleanza per la Riforma Nazionale sono identici all’obiettivo e allo scopo del papato. Fu quindi con grande gioia che Roma ascoltò la dichiarazione della Corte Suprema degli Stati Uniti secondo cui “questa è una nazione cristiana”, con la citazione di documenti cattolici a provarlo, e vide anche il Congresso stabilire il simbolo della sua autorità: la domenica, come giorno sacro della nazione, escludendo espressamente il Sabato del Signore. Fu con suprema soddisfazione che vide il proprio segno della propria salvezza, istituito negli Stati Uniti con un atto nazionale come simbolo della salvezza della nazione. (Che ciò fosse per la salvezza della nazione fu espresso con chiarezza al Senato. Il senatore Hawley affermò: “Proprio oggi e in quest’ora, non vorrei, per la ricchezza di dieci esposizioni, addossarmi sulle spalle la responsabilità di aver deciso in modo errato su questa questione, che potrebbe rappresentare una svolta nella storia degli Stati Uniti. Inaugurate l’Esposizione domenica e le porte si spalancano… Vi chiedo di considerare ciò che è di incommensurabile importanza per la salvezza di una nazione: il grande e profondo senso del dovere religioso”. – Congressional Record, 12 luglio 1892, pp. 6699-6700.
Il senatore Colquitt ha affermato: “Senza una legislazione relativa alle grandi lotte che si stanno svolgendo in questo paese, senza l’interferenza delle baionette, senza l’appello alla milizia, senza l’impiego delle forze armate, se c’è un palliativo, se c’è un preventivo, se c’è un controllo, se c’è un rimedio che possa curare tutti questi elementi discordanti di conflitti e spargimenti di sangue, è l’osservanza del giorno del Sabato e, in aggiunta, l’osservanza delle restrizioni della nostra casa.” – Id., 13 luglio 1892, p. 6755.
Il senatore Frye disse: “Credo che la salvezza di questo paese dipenda dalla vicinanza con cui si avvicina al giorno del Sabato dei primi tempi. Di tanto in tanto ci siamo allontanati da esso, allontanandocene. Prima torneremo a farlo, meglio sarà per questa repubblica.” – Id., 12 luglio 1892, p. 6703.
È un commento convincente al discorso del senatore Colquitt, che mentre la domenica era stata istituita per salvare la nazione “dall’interferenza delle baionette”, ecc., una delle primissime cose fatte dai leader della chiesa dopo l’approvazione di questa legge fu quella di chiedere al presidente di applicarla con la punta delle baionette; e nel 1894 la maggior parte del paese, da un oceano all’altro, fu segnata dall'”interferenza delle baionette”, dal “ricorso alla milizia” e dallo “schieramento delle forze armate”. I Farisei di un tempo rifiutarono il Signore del Sabato e scelsero al suo posto un ladro per salvare quella nazione; ma la loro azione distrusse la nazione. I Farisei dei nostri giorni rifiutarono il Sabato del Signore e scelsero al suo posto un ladro, la domenica, per salvare questa nazione. Ma come gli sforzi dei Farisei prima, invece di salvare la nazione, la distruggeranno).[624]
In opposizione al movimento di Riforma Nazionale, era stato ripetuto più volte ai Riformatori Nazionali e a tutto il popolo che, con tutti i loro sforzi e le loro argomentazioni, non facevano altro che fare il gioco di Roma; e che il loro successo sarebbe stato il successo assicurato di Roma in questo paese.
- Era quindi perfettamente opportuno che fosse prontamente pubblicato negli Stati Uniti il piano di Leone XIII [*1878-1903], riguardo agli Stati Uniti e, attraverso di essi, all’Europa e a “tutta l’umanità“, come segue:
“Secondo la sua [di Papa Leone] visione, gli Stati Uniti hanno raggiunto il periodo in cui diventa necessario realizzare la fusione di tutti gli elementi eterogenei in una nazione omogenea e indissolubile… È per questo motivo che il papa vuole che i Cattolici si dimostrino i più illuminati e devoti operatori dell’unità nazionale e dell’assimilazione politica… L’America sente il bisogno di quest’opera di fusione interna… Ciò che la Chiesa ha fatto in passato per gli altri, lo farà per gli Stati Uniti... Questo è il motivo per cui la Santa Sedeincoraggia il clero americano a custodire gelosamente la solidarietà e a lavorare per la fusione di tutti gli elementi stranieri ed eterogenei in un’unica vasta famiglia nazionale…”
“Infine, Leone XIII desidera vedere la forza in quell’unità. Come tutte le anime intuitive, saluta negli Stati Uniti americani e nella loro giovane e fiorente Chiesa la fonte di nuova vita per gli Europei. Vuole che l’America sia potente, affinché l’Europa possa ritrovare forza prendendo a prestito una razza ringiovanita. L’Europa osserva attentamente gli Stati Uniti… D’ora in poi noi [europei] avremo bisogno di autori che si collochino su questo terreno: ‘Cosa possiamo prendere in prestito, e cosa dovremmo prendere in prestito dagli Stati Uniti per la nostra riorganizzazione sociale, politica ed ecclesiastica? ‘La risposta dipende in larga misura dallo sviluppo dei destini americani. Se gli Stati Uniti riusciranno a risolvere i molti problemi che ci sconcertano, l’Europa seguirà il suo esempio, e questa effusione di luce segnerà una data nella storia non solo degli Stati Uniti, MA DI TUTTA L’UMANITÀ”.
“Ecco perché il santo padre, desideroso di pace e forza, collabora con passione all’opera di consolidamento e sviluppo degli affari americani. Secondo lui, la Chiesa dovrebbe essere il crogiolo eletto per la formazione e l’assorbimento delle razze in un’unica famiglia unita. E questo, in particolare, è il motivo per cui si adopera per la codificazione degli affari ecclesiastici, affinché questo lontano membro della cristianità possa infondere nuova linfa nel vecchio organismo.” (Lettera dal Vaticano al quotidiano “The New York Sun”, 11 luglio 1892). [625]
- Ciò fu rapidamente seguito dall’istituzione di una delegazione apostolica permanente a Washington per attuare questo piano. E Satolli, il primo delegato apostolico in America, dichiarò apertamente al Congresso Cattolico di Chicago, il 5 settembre 1893, non solo che quello era il suo posto e la sua opera, ma comandò ai cattolici degli Stati Uniti di attuare questo progetto. Le sue parole sono le seguenti:
“Nel nome di Leone XIII, saluto la grande repubblica americana e invito i cattolici d’America ad andare avanti, portando in una mano il libro della verità cristiana e nell’altra la Costituzione degli Stati Uniti…”
“Oggi questo è il dovere dei cattolici: portare nel mondo la pienezza della verità soprannaturale e della vita soprannaturale. Questo è in particolar modo il dovere di un Congresso Cattolico. Ci sono nazioni che non si sono mai separate dalla Chiesa, ma che hanno spesso trascurato di applicare pienamente gli insegnamenti del Vangelo. Ci sono nazioni che si sono allontanate dalla Chiesa, portando con sé molti dei suoi tesori e, a causa di ciò che hanno portato, diffondendo una luce parziale. Ma se si è tagliati fuori dalla fonte, a meno che questa fonte non venga di nuovo in stretto contatto con loro, c’è pericolo per il futuro”.
“Portateli a contatto con il loro passato con la vostra azione e il vostro insegnamento. Portate i vostri connazionali, portate il vostro Paese a contatto immediato con quel grande segreto di beatitudine: Cristo e la Sua Chiesa. E in questo modo si adempirà la parola del salmista: ‘Misericordia e giustizia si sono incontrate, giustizia e pace si sono baciate’”.
“Ora, tutti questi grandi principi sono stati delineati in linee illuminanti nelle encicliche del grande pontefice, Leone XIII. Egli li ha studiati. Tenetevi stretti a loro come all’ancoraggio più sicuro, e tutto andrà bene. Queste diverse questioni sono studiate in tutto il mondo. È bene che vengano studiate in America, perché qui in America abbiamo più che altrove la chiave del futuro”. [Applausi.]
“Qui in America avete un paese benedetto in modo speciale dalla Provvidenza nella fertilità dei campi e nella libertà della sua Costituzione. [Vivi applausi.] Qui avete un paese che ripagherà tutti gli sforzi [vivi e prolungati applausi] non solo dieci volte tanto, ma addirittura cento volte tanto. E questo nessuno lo capisce meglio dell’immortale Leone. Ed egli incarica me, suo delegato, di rivolgere all’America parole di speranza e benedizione, parole di gioia. Avanti! In una mano, tenendo il libro della verità cristiana – la Bibbia – e nell’altra la Costituzione degli Stati Uniti.” [Applausi scroscianti, il popolo si alza in piedi.]
- La Costituzione, così come i padri l’avevano formulata e intesa, nessun cattolico ha mai avuto il comando da alcun papa di prenderla in una mano, con la Bibbia Cattolica nell’altra, per nessun motivo. Al contrario, sul Catholic World del settembre 1871, il principale polemista cattolico americano pubblicò un articolo in cui la Costituzione degli Stati Uniti veniva citata con le seguenti parole:
“Così come viene interpretata dai giornali liberali e settari che stanno facendo del loro meglio per rivoluzionarla, e sta iniziando a essere interpretata da non piccola parte del popolo americano, o è interpretata dal principio protestante, così ampiamente diffuso tra noi, […] non la accettiamo, né la riteniamo un governo, né in grado di svolgere alcuna delle funzioni proprie di un governo; e se continua a essere interpretata secondo i principi rivoluzionari del Protestantesimo, è destinata a fallire… Ecco perché diciamo così spesso che se la Repubblica americana deve essere sostenuta e preservata, ciò deve avvenire attraverso il rifiuto del principio della Riforma e l’accettazione del principio cattolico da parte del popolo americano.” (Pag.736). [626]
- Ma quando quella Costituzione fu interpretata nel senso che “questa è una nazione cristiana”; quando quella Costituzione fu interpretata secondo i principi di Roma, e il segno della sua autorità, con documenti cattolici, fu citato a sostegno di questa interpretazione, fu allora, e solo allora, che a tutti i cattolici fu comandato di prendere questa Costituzione Cattolica in una mano e la Bibbia Cattolica nell’altra, e, con Satolli alla loro testa, procedere verso la loro ricompensa “centupla” negli Stati Uniti, e attraverso questo riportare “tutta l’Europa” e “tutta l’umanità” in contatto immediato con “la Chiesa”.
- Fu allora che, con la Bibbia Cattolica in una mano e la Costituzione cattolica degli Stati Uniti nell’altra, la Chiesa cattolica si fece avanti e dichiarò che questa è una nazione cristiana cattolica. E nel settembre 1894, emanò un rescritto “che elevava gli Stati Uniti al primo posto come nazione cattolica”. Sappiamo cosa ha fatto il papato per altre nazioni; e non c’è alcun dubbio che questo è ciò che, per quanto è in suo potere, con l’efficace aiuto del Protestantesimo apostata, farà ora per gli Stati Uniti e, attraverso di essi, per tutta l’umanità.
- Un’altra caratteristica peculiare dell’apostasia della Riforma Nazionale adottata dalla nazione degli Stati Uniti è il ripudio di quell’altro principio della Dichiarazione d’Indipendenza secondo cui “i governi derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati”. In una conferenza congiunta dell’intera associazione della Riforma Nazionale, tenutasi a Sedalia, Missouri, il 23 e 24 maggio 1889, il “Reverendo” W. D. Gray, che era segretario della conferenza ed era stato eletto segretario corrispondente dell’Unione Americana del Sabato per il distretto di Omaha, tenne un discorso come segue:
“Io, per esempio, ho dedicato molto tempo a questa questione, soprattutto a questo argomento. Appellarsi all’autorità divina nella nostra legislazione significherebbe cambiare radicalmente la legge del nostro paese, o il principio adottato dai nostri padri quando affermavano che tutti i governi derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Io, per esempio, non credo che questa sia una massima politica. Non credo che i governi derivino i loro giusti poteri dal consenso dei governati. E credo come Fratello Gault su questo punto, penso. Quindi l’obiettivo di questo movimento è uno sforzo per cambiare questo aspetto del nostro diritto fondamentale. Jefferson era sotto l’influenza delle idee francesi quando fu redatta la Costituzione, e questo aveva a che fare con l’esclusione di Dio dalla Costituzione. (Il gentiluomo non può aver dedicato molta attenzione a questo studio, dopotutto, altrimenti avrebbe saputo che Jefferson non era in questo Paese a quel tempo e non aveva nulla a che fare con la stesura della Costituzione. Eppure, anche se lo avesse fatto, sarebbe stato solo per il suo eterno onore e non avrebbe avuto alcun impatto su quel documento). E penso che la storia provinciale di questo paese ci costringerà a tornare a questo, e a riconoscere Dio nella nostra Costituzione. E vedo in questa riforma una provvidenza che ci insegna la necessità di riconoscere qualcos’altro oltre alla volontà del popolo come base del governo.”
- E all’Assemblea di Chautauqua (New York) nell’agosto successivo, il colonnello Elliott F. Shepard, parlando in qualità di presidente dell’American Sabbath Union, disse:
“I governi non derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Dio è l’unico legislatore. Le Sue leggi sono rese chiare e semplici nella Sua Parola, affinché tutte le nazioni possano sapere quali sono le leggi che Dio ha ordinato di osservare”. [627]
- Nel 1898 ci fu una guerra tra gli Stati Uniti e la Spagna. In seguito alle sue vittorie, tolsero agli Stati Uniti le isole di Porto Rico e le Filippine. Immediatamente, l’amministrazione nazionale degli Stati Uniti cominciò a ignorare il principio della sua stessa Dichiarazione d’Indipendenza, secondo cui i governi derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Ciò suscitò discussioni in tutto il paese. I leader della Chiesa e la giovane generazione di uomini pubblici si schierarono generalmente negando il principio della Dichiarazione, mentre i più anziani, in genere, lo mantenevano. Ciò divenne presto così evidente che, nella discussione della questione negli ambienti nazionali, si riconobbe chiaramente che è la generazione più giovane di uomini pubblici a guidare la strada della gloria mondiale a scapito dei principi fondamentali della nazione; mentre i più anziani sono i conservatori e invocano ancora fedeltà a questi principi ovunque si estenda la giurisdizione della nazione.
- C’è una ragione per questo. Per trentacinque anni, fino al 1898, la National Reform Coalition aveva inviato i suoi agenti in lungo e in largo per il paese, insegnando diligentemente questi principi, che sono antagonisti ai principi della nazione. Questi agenti avevano accesso indiscusso alle accademie e ai college di tutto il paese; erano stati di spicco nei programmi delle assemblee di Chautauqua; avevano la simpatia e il sostegno delle chiese e delle organizzazioni religiose e per la temperanza, ovunque. E sfruttavano tutte queste opportunità al massimo.
- E ora, coloro che oggi costituiscono la più giovane generazione di uomini pubblici erano i ragazzi nelle accademie e nei college del paese venti o trent’anni fa, all’epoca in cui i Riformatori Nazionali seminavano quel seme malvagio nei college e nelle accademie di tutto il mondo. Questi erano i ragazzi che in quelle accademie e collegi furono inoculati in quegli anni con questo virus dei Riformatori Nazionali: quei governi nonderivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. E ora, quando quei ragazzi, come gli uomini della giovane generazione negli affari pubblici di oggi, si trovano ad affrontare una crisi in cui si deve decidere se i principi fondamentali della nazione debbano essere rispettati o ripudiati, sono pronti, e lo sono da tempo, a ripudiare questi principi nell’interesse di un fuoco fatuo dell'”impero del Figlio di Dio” e per l’esecuzione della “Sua volontà”!
- Questo è il segreto e la vera filosofia di questo ripudio nazionale della Dichiarazione d’Indipendenza e della Costituzione della nazione odierna: il ripudio dei principi del repubblicanesimo. Quindi, questo ripudio nazionale dei principi del repubblicanesimo dal 1898 in poi è certamente un elemento del movimento di Riforma Nazionale, è certamente parte di quel movimento, così come lo fu il ripudio nazionale dei principi del Protestantesimo nel 1892.
- Un’osservazione straordinariamente espressiva su questa apostasia fu pubblicata sull’Independent del 19 ottobre 1899 dalla contessa Von Krockow, di Dresda, Germania, che citava un articolo del professor Niemand su una rivista tedesca, ecco il seguente:
“Se la Repubblica americana ha mai significato qualcosa storicamente, ha significato una protesta contro l’Europa. La sua Dichiarazione d’Indipendenza fu uno sguardo retrospettivo alle condizioni europee e una sintesi di tutta l’esperienza così acquisita. Corrispondeva politicamente alle tesi di Lutero; proprio come l’una era una rinuncia al Cattolicesimo, così l’altra era una rinuncia e una sfida all’imperialismo. È resistita oltre cento anni. [628]
“L’Europa non è cambiata sostanzialmente nel frattempo. Ha forme di libertà; ma la realtà sostanziale è ancora il militarismo, o governo basato sull’autorità e sulla forza del più forte. Quindi, se l’Europa è immutata, perché l’America dovrebbe rinunciare alla sua vocazione protestante, voltandosi e diventando come lei?… Oh, follia! Io dico follia! Stanno facendo chissà cosa… rinunciando al loro diritto di nascita per un piatto di lenticchie; cedendo il loro grandioso atteggiamento di protesta, con cui si guadagnavano il rispetto dei potenti e l’adorazione degli idealisti del mondo, per contendersi la terra con le vecchie nazioni esauste! Per la terra, sebbene ne possiedano già tanta. Rinnegano la loro Dichiarazione nello spirito e nelle parole per un lembo di terra fertile. Il fatto sembra incredibile.”
- Insieme a questo ripudio dei principi della Dichiarazione, naturalmente, si registrò costantemente l’abbandono della Costituzione e l’adozione, nel governo dei nuovi possedimenti insulari, del principio di governare “senza Costituzione”, con la scusa che la Costituzione non si estende a quei possedimenti: in altre parole, che la giurisdizione degli Stati Uniti si estende oltre la legge suprema degli Stati Uniti! E quando l’intero duplice schema di ripudio dei principi fondamentali della nazione fu approvato dalla voce distinta dell’intera nazione nella schiacciante vittoria della stessa amministrazione nelle elezioni nazionali del 1900, a ciò seguì rapidamente l’effettivo, ufficiale ripudio nazionale della Costituzione e dei principi della Dichiarazione. Mercoledì 27 febbraio 1901, al Senato degli Stati Uniti e venerdì 1° marzo 1901 alla Camera dei Rappresentanti, fu promulgata come legge per il governo delle Isole Filippine la seguente disposizione:
“Tutti i poteri militari, civili e giudiziari necessari per governare le Isole Filippine, acquisiti dalla Spagna con i trattati conclusi a Parigi il 10 dicembre 1898 e a Washington il 7 novembre 1900, saranno, fino a diversa disposizione del Congresso, conferiti a tale persona o persone e saranno esercitati nel modo che il Presidente degli Stati Uniti indicherà per l’istituzione di un governo civile e per il mantenimento e la protezione degli abitanti di tali isole nel libero godimento della loro libertà, proprietà e religione: a condizione che tutte le franchigie concesse in base al presente documento contengano una riserva del diritto di modificarle, emendarle o abrogarle.”
- Innanzitutto, è da notare che si tratta di un netto abbandono della Costituzione e di una chiara abdicazione dei suoi poteri da parte del Congresso degli Stati Uniti. Infatti, la Sezione 1 dell’Articolo I° della Costituzione degli Stati Uniti afferma: “Tutti i poteri legislativi qui concessi saranno attribuiti a un Congresso degli Stati Uniti, che sarà composto da un Senato e da una Camera dei Rappresentanti”. E la Sezione 1 dell’Articolo III° della Costituzione afferma: “Il potere giudiziario degli Stati Uniti sarà attribuito a una Corte Suprema e a quelle corti inferiori che il Congresso potrà di volta in volta ordinare e istituire”.
- Ora, quando la Costituzione riserva definitivamente al Congresso tutti i poteri legislativi concessi, e a una Corte Suprema e alle corti inferiori che potranno di volta in volta essere istituite, tutti i poteri giudiziari; e poi il Congresso passa e investe “a tale persona e persone… che il Presidente degli Stati Uniti indirizzerà”, tutti i poteri civili e giudiziari necessari per governare il territorio degli Stati Uniti, il che non è altro che per il Congresso abdicare ai propri poteri e, in tal senso, sottrarre alle corti i loro poteri. È anche un chiaro abbandono della Costituzione degli Stati Uniti, per quanto riguarda le Isole Filippine e, in linea di principio, per quanto riguarda qualsiasi luogo. [629]
- Né questo abbandono della Costituzione è semplicemente tacito, in base alla formulazione della legge relativa al governo delle Isole Filippine. È esplicito ed è stato ripetutamente confermato.
- Fu proposto un emendamento alla sezione filippina del disegno di legge, come segue:
“SEC: Che la Costituzione degli Stati Uniti è qui estesa e dichiarata in vigore nelle Isole Filippine nella misura in cui la stessa o qualsiasi sua disposizione possa essere applicabile.”
Questo fu respinto con trentanove voti a favore e ventitré contrari; astenuti ventisei.
- Successivamente fu proposto il seguente emendamento:
“E a condizione inoltre che nessuna sentenza, ordine o atto di alcuno dei suddetti funzionari così nominati sia in conflitto con la Costituzione e le leggi degli Stati Uniti.”
Tale emendamento fu respinto con quarantacinque voti a favore e venticinque contrari; diciotto astenuti.
- Successivamente fu proposto un emendamento che richiedeva che:
“Ogni persona a cui è conferita autorità in base a questa concessione di potere presterà giuramento di sostenere la Costituzione degli Stati Uniti.”
Anche questa proposta è stata respinta con quarantuno voti contro venticinque; ventidue astenuti.
- Successivamente fu proposto il seguente emendamento:
“Tutti potranno essere rilasciati su cauzione, salvo per reati capitali, per i quali la prova sia evidente o il presupposto sia grande. Tutte le multe saranno moderate e non saranno inflitte punizioni crudeli o inusuali. Nessun uomo sarà privato della sua vita, libertà o proprietà se non per giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese. Se le esigenze pubbliche rendono necessario, per la salvaguardia comune, appropriarsi della proprietà di una persona o richiedere i suoi particolari servizi, sarà corrisposto un pieno risarcimento. Non sarà emanata alcuna legge ex post facto o che levi gli obblighi contrattuali. Non sarà emanata alcuna legge che imponga a una persona restrizioni, oneri o incapacità a causa delle sue opinioni religiose, professioni o modo di culto, in tutti i quali egli sarà libero di mantenere i propri, e non gravato da quelli di un altro.”
Anche questo fu respinto con un voto di quarantuno a ventitré; ventiquattro non votanti.
- Quando, quindi, si era votato, più e più volte, per conferire poteri illimitati alle persone che il presidente avrebbe nominato per governare le Isole Filippine, si tentò di limitare il periodo di esercizio di tale potere. Di conseguenza, fu proposto un emendamento che limitava tale periodo al 4 marzo 1903. Ma fu respinto con un voto diquarantatré a ventisei; diciannove non votanti. [630]
- Quando fu deciso in modo così positivo che a questi uomini sarebbe stato conferito un potere illimitato, e per un tempo illimitato, si tentò di dare ai Filippini una parte nel governo stesso. Di conseguenza, fu proposto un emendamento come segue:
“E garantire loro una partecipazione agli affari del governo civile, da stabilire in modo tale da essere compatibile con la sicurezza del governo”.
Ma questo fu respinto con trentanove voti contro ventitré; ventisei non votanti.
- Quando fu così esplicitamente e definitivamente stabilito che i poteri di tali uomini, come il presidente, avrebbero dovuto essere nominati per governare le Filippine, sarebbe stato illimitato per sempre e sarebbe stato assoluto sul popolo delle isole, si è tentato di salvare almeno una traccia di libertà costituzionale, come segue:
“Signor Hoar: Signor Presidente, c’è un principio di libertà costituzionale che non è ancora stato ucciso, e desidero dargli una piccola possibilità di sopravvivere. Propongo l’emendamento che invio all’attenzione della commissione, da inserire alla fine del disegno di legge.
“Il Presidente di seggio: Il senatore del Massachusetts presenta un emendamento che sarà esposto.
“Il Segretario. – Si propone di aggiungere come nuovo articolo quanto segue:
“Nel governo delle Isole Filippine, nessuna persona investita di poteri legislativi potrà mai esercitare il potere esecutivo o giudiziario, o uno di essi; nessuna persona investita di poteri esecutivi potrà mai esercitare il potere legislativo o giudiziario, o uno di essi; nessuna persona investita di poteri giudiziari potrà mai esercitare il potere legislativo o esecutivo, o entrambi; affinché fino alla fine sia un governo di leggi e non di uomini.’
“Il Presidente di seggio: La questione riguarda l’emendamento del senatore del Massachusetts [Sig. Hoar] all’emendamento della commissione.
“Il signor Jones, dell’Arkansas, e il signor Pettus chiedono per il sì e il no.
“Sono stati ordinati i sì e i no e il Segretario ha proceduto all’appello.”
E anche quest’ultimo principio di libertà costituzionale è stato soppresso. È stato respinto con quarantatré voti contro ventisei; diciannove non votanti. (Vedere l’intero resoconto nel “Congressional Record”, datato mercoledì 27 febbraio 1901. E per i veri principi della procedura, vedere cap. VII, par. 61-69; e par.2, pag. 821 di questo libro).
- Come già affermato, la Camera dei Rappresentanti ha approvato questa legge, così come era stata presentata dal Senato, senza alcuna modifica. E poiché tutto ciò è stato fatto su richiesta del presidente, ovviamente è stato tutto approvato da lui quando gli è stato presentato per la firma. E così il governo degli Stati Uniti ha, in linea di principio — e per le Filippine in pratica — deliberatamente ed espressamente ripudiato ogni principio della sua Costituzione come governo repubblicano. Non un solo elemento, nemmeno uno iota del principio di governo repubblicano o costituzionale rimane. L’apostasia nazionale dai principi cristiani è completa.
CONCLUSIONE
- 1. Il papato, la Bestia di Apocalisse 13, è nato dall’unione della Chiesa apostata con una Repubblica apostata. Ancora una volta, una Chiesa apostata – il Protestantesimo professato – sta rapidamente formando un’unione tra quella Chiesa e quest’altra Repubblica apostata. [*A.T. Jones scrisse Ecclesiastical Empire nel 1901!]. E così si formerà l’Immagine della Bestia di Apocalisse 13. [631]
- Nei primi dieci versetti di quel capitolo viene fornita una descrizione dell’ascesa e della carriera di una certa potenza sotto il simbolo di “una bestia”. Poi, dall’undicesimo al diciassettesimo versetto incluso, viene fornita la descrizione di un’altra potenza sotto il simbolo di “un’altra bestia” e “l’immagine della bestia”. La prima di queste potenze è anche designata come “la prima bestia” e “la bestia che ricevette la ferita della spada”.
- La descrizione completa del primo è la seguente:
“E mi fermai sulla sabbia del mare e vidi salire dal mare una bestia che aveva sette teste e dieci corna, e sulle corna dieci diademi, e sulle teste nomi di bestemmia. E la bestia che vidi era simile a un leopardo, e i suoi piedi erano come quelli di un orso e la sua bocca come quella di un leone. E il dragone le diede la sua potenza, il suo trono e grande autorità. E vidi una delle sue teste come ferita a morte; e la sua piaga mortale fu guarita: e tutta la terra si meravigliò dietro alla bestia. E adorarono il dragone che aveva dato il potere alla bestia, e adorarono la bestia dicendo: Chi è simile alla bestia? Chi può combattere contro di lei?”. E le fu data una bocca che proferiva parole arroganti e bestemmie, e le fu dato il potere di agire per quarantadue mesi. E aprì la bocca per bestemmiare contro Dio, per bestemmiare il suo nome, il suo tabernacolo e quelli che abitano nel cielo. E le fu dato di far guerra ai santi e di vincerli; e le fu dato potere sopra ogni tribù, lingua e nazione. E tutti gli abitanti della terra, i cui nomi non sono scritti nel libro della vita dell’Agnello immolato fin dalla fondazione del mondo, la adoreranno. Se uno ha orecchi, ascolti. Chi conduce in cattività, andrà in cattività; chi uccide con la spada, deve essere ucciso con la spada. Qui sta la pazienza e la fede dei santi”. [Ap.13:1-10 – KJV].
- Ogni testimonianza storica attesta la veridicità di questo passo della Scrittura come descrizione esatta del papato. La descrizione dell'”altra bestia”, o l’Immagine della Bestia, è la seguente:
“Poi vidi un’altra bestia salire dalla terra; aveva due corna simili a quelle di un agnello e parlava come un dragone. Essa esercitava tutto il potere della prima bestia davanti a sé e faceva sì che la terra e i suoi abitanti adorassero la prima bestia, la cui ferita mortale era stata guarita. E faceva grandi prodigi, fino a far scendere fuoco dal cielo sulla terra davanti agli uomini, e seduceva gli abitanti della terra con i prodigi che aveva il potere di fare davanti alla bestia, dicendo agli abitanti della terra di erigere un’immagine alla bestia che aveva ricevuto la ferita della spada ed era tornata in vita. E aveva il potere di dare vita all’immagine della bestia, affinché l’immagine della bestia parlasse e facesse sì che tutti coloro che non adorassero l’immagine della bestia fossero uccisi. E faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, ricevessero un marchio sulla mano destra o sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere se non chi avesse il marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome.” [Ap.13:11-17 – KJV]. [632]
- Questa profezia afferma che sarebbe stato detto loro di “fare un’immagine alla bestia”. Questo significherebbe fare un’immagine al papato. Essendo il papato un’unione tra Chiesa e Stato, con la Chiesa che usa il potere dello Stato per far rispettare le dottrine della Chiesa e imporre la sottomissione ai suoi decreti, creare un’immagine di questo tipo significherebbe solo creare o stabilire un ordine di cose mediante il quale si creerebbe un’unione tra Chiesa e Stato, con il potere civile nelle mani della Chiesa per imporre la sottomissione alle dottrine della Chiesa e l’osservanza delle istituzioni ecclesiastiche. Ma affinché ciò avvenga, è necessario che prima non ci fosse alcuna unione tra Chiesa e Stato nel luogo in cui ciò deve essere fatto. Poiché è necessario dire “che dovrebbero fare un’immagine” del papato, cioè l’unione tra Chiesa e Stato, è chiaro a prima vista che questo è detto e deve essere detto in un luogo dove non c’è unione tra Chiesa e Stato, e dove la Chiesa non ha alcun controllo sugli affari civili né alcun legame con il potere civile.
- Ora, dove c’è mai stato un luogo o una nazione sulla terra in cui non ci fosse unione tra Chiesa e Stato, se non negli Stati Uniti? Con la sola eccezione del governo degli Stati Uniti, non c’è mai stato un governo sulla terra, pagano, papale o protestante dichiarato, in cui dall’inizio della sua esistenza, come tale, fino a oggi, non ci sia stata unione tra religione e Stato; in cui il potere religioso non avesse alcun controllo o legame con il potere civile. Questa è la verità, e chiunque può convincersene riflettendo, poco o molto che sia. Stando così le cose, ne consegue che gli Stati Uniti sono l’unico luogo al mondo in cui si potrebbe dire che si dovrebbe creare un’unione tra Chiesa e Stato [*Affermato nel 1901!]. Di conseguenza, solo nel governo degli Stati Uniti si potrebbe creare l’Immagine della Bestia, l’immagine del papato. Ci sono molti altri punti che corroborano ciò, ma questo è sufficiente per questo contesto.
- A causa di questa profezia di Apocalisse 13:11-17, gli Avventisti del Settimo Giorno hanno predicato e pubblicato per oltre quarant’anni che negli Stati Uniti si sarebbe formata un’unione tra Chiesa e Stato, con una legislazione nazionale sulla domenica, e che qui si sarebbe creata un’immagine del papato. Per esempio: quasi cinquant’anni fa, nel gennaio 1852, fu pubblicato un piccolo opuscolo di circa settantacinque pagine, forse 5,5 x 13 cm, che forniva una breve esposizione di Apocalisse 13, e in particolare della parte contenuta nei versetti 11-17. Su questo punto, nell’opuscolo erano stampate le seguenti parole:
“La bestia con due corna dice a quelli che abitano sulla terra: ‘Fate un’immagine'”. Gli abitanti della terra, o territorio di questa bestia, a quanto pare hanno un ruolo da svolgere in questo mondo. Questo contraddistingue chiaramente gli Stati Uniti come teatro d’azione. Questo è il modo in cui le leggi vengono emanate qui: dai rappresentanti del popolo. Poiché la Dichiarazione stabilisce che tutti gli uomini sono uguali, divenne necessario adottare una strategia che consentisse a tutti di avere uguali privilegi nell’interpretazione delle leggi. Se l’intera massa fosse convocata, ci sarebbe una discussione infinita e non verrebbe promulgata alcuna legge. Pertanto, il popolo avrebbe dovuto eleggere rappresentanti che ne attuassero i principi; e questi si sarebbero riuniti per emanare leggi che, una volta approvate, sarebbero state considerate leggi del popolo. L’immagine deve essere plasmata dal popolo o dai suoi rappresentanti”.
“Ci sembra probabile che questa istituzione domenicale sia proprio il punto su cui questa unione sarà realizzata. Ecco un punto su cui tutte le sette protestanti possono unirsi. Un punto che possiamo tranquillamente affermare essere l’elemento importante nella fede dei Protestanti è il loro culto domenicale”. [633]
“Versetto 15: ‘E gli fu dato il potere di dare vita all’immagine della bestia, affinché l’immagine della bestia parlasse e facesse sì che tutti coloro che non adorassero l’immagine della bestia fossero uccisi’. Da questo testo possiamo trarre due conclusioni:
“1. L’Immagine della Bestia deve essere realizzata nello stesso territorio in cui regna la bestia con due corna; poiché la bestia con due corna non può esercitare tale autorità in nessun territorio se non nel proprio”.
“2. Che abbia già il potere di dare vita all’Immagine della Bestia, o di far sì che il decreto venga emesso ed eseguito. Non è forse in potere degli Stati Uniti emanare tali leggi? Dichiarano che ‘tutti gli uomini saranno protetti nell’adorare Dio secondo i dettami della propria coscienza’. Vediamo la massa considerare il primo giorno della settimana come un giorno sacro. Se un memoriale venisse inviato al Congresso con un milione di firme, dichiarando che i loro diritti sono stati violati e pregandoli di approvare un decreto solenne che stabilisca che il primo giorno non debba essere profanato dal lavoro, quanto presto il risultato sarebbe una legge in materia!”
“Se gli Stati Uniti, come assemblea, approvassero una legge che la domenica debba essere sacra, o non profanata dal lavoro, ci sarebbe, credo, un’immagine del papato; perché la legge sarebbe allora nelle mani della Chiesa e questa potrebbe infliggere pene a coloro che non obbediscono all’istituzione della domenica”.
- Questo fu stampato nel 1853. E nessuno può negare che nel 1892 si siano verificate le stesse cose che in questa esposizione della profezia si diceva sarebbero accadute. Le chiese che dichiaravano di rappresentare milioni di petizionisti, quell’anno commemorarono il Congresso con minacce a favore della sacralità della domenica; e quanto presto ne risultò una legge in materia!
- Ancora: nel 1884, questa stessa denominazione pubblicò quanto segue sulla stessa profezia di Apocalisse 13:11-17:
“Per mezzo di questa prima bestia è rappresentata la Chiesa Romana, un corpo ecclesiastico rivestito di potere civile, con l’autorità di punire tutti i dissidenti. L’immagine della Bestia rappresenta un altro corpo religioso rivestito di potere simile. La formazione di questa immagine è opera della bestia, la cui pacifica ascesa e le sue miti professioni la rendono un simbolo così suggestivo degli Stati Uniti. Qui si trova un’immagine del papato. Quando le chiese del nostro paese, unendosi su quei punti di fede che hanno in comune, influenzeranno lo Stato per far rispettare i loro decreti e sostenere le loro istituzioni, allora l’America protestante avrà formato un’immaginedella gerarchia romana.” (“Il Gran Conflitto”, vol.IV, pag.278).
- Questo è stato fatto. Nel 1892-93 le chiese del nostro Paese si unirono sulla questione della domenica, e poi si unirono alla Chiesa Cattolica stessa, e in questa unità influenzarono lo Stato affinché facesse rispettare il decreto della Chiesa per l’osservanza della domenica e sostenesse l’istituzione della domenica nella Chiesa. E così facendo, crearono l’immagine vivente del papato in questo Paese. Nove anni prima che ciò fosse fatto, avevamo annunciato che sarebbe stato fatto; e ora è stato fatto. In base alla profezia, avevamo annunciato che sarebbe avvenuto; e in base ai fatti, tutti possono sapere che è avvenuto. La profezia si è adempiuta. L’Immagine della Bestia è stata creata e vive negli Stati Uniti oggi. [634]
- Ancora una volta: nel 1885, queste stesse persone pubblicarono riguardo a questo argomento codeste parole:
“Per assicurarsi popolarità e patrocinio, i legislatori cederanno alla richiesta di una legge sulla domenica”. (“Testimonianze per la Chiesa”, n.32, pag.207).
Per assicurarsi la popolarità e il patrocinio che erano stati messi all’asta dalle chiese, i legislatori della nazione riuniti al Congresso cedettero alla richiesta di una legge sulla domenica.
- Sempre nel 1885, queste stesse persone pubblicarono in un’opera standard che “il nostro paese rinnegherà ogni principio della sua Costituzione come governo Protestante e repubblicano, e prenderà provvedimenti per la propagazione di falsità e illusioni papali”.(Idem). E nessuno può negare onestamente che questo sia stato e venga costantemente adempiuto alla lettera.
- E ora che l’apostasia del Protestantesimo ha sviluppato l’immagine stessa di ciò che si è sviluppato dall’apostasia del Cattolicesimo, è richiesta una rinascita del vero Protestantesimo per protestare contro questo Protestantesimo apostata, questa Immagine della Bestia, come il primo vero Protestantesimo protestò contro il papato, la Bestia. Il fondamento di questa protesta è lo stesso di sempre: il Vangelo eterno, i Comandamenti di Dio e la fede di Gesù. E la parola di Dio chiama tutti chiaramente a quest’opera benedetta. Ed ecco la parola:
“Poi vidi un altro angelo volare in mezzo al cielo, recante il vangelo eterno per annunziarlo a quelli che abitano sulla terra, e ad ogni nazione, tribù, lingua e popolo, e diceva a gran voce: Temete Dio e dategli gloria, perché è giunta l’ora del suo giudizio; e adorate Colui che ha fatto il cielo, la terra, il mare e le fonti delle acque”. (Ap.14:6,7 – KJV).
“E un altro angelo seguì, dicendo: «È caduta, è caduta Babilonia, la grande città, perché ha fatto bere a tutte le nazioni il vino dell’ira della sua fornicazione»” (Ap.14:8 – KJV).
“E un terzo angelo li seguì, dicendo a gran voce: «Se qualcuno adora la bestia e la sua immagine e ne riceve il marchio sulla fronte o sulla mano, berrà anch’egli il vino dell’ira di Dio, che è versato puro nel calice della sua ira; e sarà tormentato con fuoco e zolfo al cospetto dei santi angeli e al cospetto dell’Agnello; e il fumo del loro tormento salirà nei secoli dei secoli; e non avranno riposo né giorno né notte coloro che adorano la bestia e la sua immagine e chiunque riceve il marchio del suo nome. Qui sta la pazienza dei santi: qui sono coloro che osservano i comandamenti di Dio e la fede di Gesù”. (Ap.14:9-12 – KJV).
“E udii una voce dal cielo che mi diceva: Scrivi: Beati i morti che muoiono nel Signore d’ora in poi. Sì, dice lo Spirito, affinché si riposino dalle loro fatiche; e le loro opere li seguono. E vidi, ed ecco una nuvola bianca, e sulla nuvola stava seduto uno simile al Figlio dell’uomo, con sul capo una corona d’oro e in mano una falce affilata. E un altro angelo uscì dal tempio, gridando a gran voce a Colui che sedeva sulla nuvola: Getta la tua falce e mieti; perché è giunto il momento per te di mietere, perché la messe della terra è matura. E Colui che sedeva sulla nuvola gettò la sua falce sulla terra, e la terra fu mietuta”. (Ap.14:13-16 – KJV). [635]
- Proprio qui, mentre tutti devono essere costretti ad adorare il papato e la sua immagine, e a riceverne il marchio, il Signore invia il Vangelo eterno a tutti, chiamandoli ad adorare solo Colui che ha creato il cielo, e la terra, il mare e le sorgenti delle acque, perché è giunta l’ora del Suo giudizio. E il segno che Egli stesso ha posto affinché gli uomini sappiano che Egli è il Signore, il vero Dio, che ha fatto il cielo, la terra, il mare e le sorgenti delle acque, è il Sabato del Signore. (Ezechiele 20:12, 20; 22:26; Ebrei 4:9). Viene anche annunciata la caduta di Babilonia; e poi il terribile avvertimento contro l’obbedienza ai decreti del papato in qualsiasi luogo, o alla sua immagine negli Stati Uniti. E la cosa successiva che segue è la venuta del Signore per mietere la messe della terra. E la messe è la fine del mondo. Matteo 13:39.
- L’apostasia del Protestantesimo esalta il papato, perché questa è un’aperta confessione al mondo da parte del Protestantesimo professato che solo i principi papali sono corretti. La creazione dell’Immagine della Bestia ripristina e magnifica il potere della Bestia: Apocalisse 13:12. Questo determina la situazione descritta in Apocalisse 13:8. E questo a sua volta sviluppa l’adempimento di Apocalisse 18:8. Il piano di Leone XIII, come affermato alle pagine 858, 859, ha così avuto successo. I re e le nazioni che sono stati separati da lei, vengono trascinati di nuovo in una connessione illecita con lei; ancora una volta lei guida e domina le nazioni. Di conseguenza, si glorifica e vive piacevolmente; i re della terra commettono fornicazione e vivono piacevolmente con lei, come fecero i falsi profeti con Jezebel nell’antichità; e perciò si congratula con se stessa, dicendo in cuor suo: “Siedo regina, non sono vedova, e non vedrò mai dolore”. E dice il Signore: “Perciò, in un sol giorno, verranno le sue piaghe: morte, lutto e fame; e sarà completamente bruciata dal fuoco, perché potente è il Signore Dio che la giudica”. Versetto 9.
- L’apostasia del protestantesimo restaura ed esalta il papato, e così assicura il successo del piano di Leone. Il piano di Leone abbraccia l’America e, attraverso questo, l’Europa, e attraverso entrambe, “tutta l’umanità”: in breve, abbraccia il mondo. Questo è esattamente ciò che la profezia aveva annunciato, molto tempo fa, che il papato avrebbe fatto. Il successo di questo piano segna la perdizione e la rovina assoluta del papato. Questa rovina del papato segna quindi la rovina del mondo, la fine del regno del male, il regno perfetto della giustizia, il completo annientamento del mistero dell’iniquità e il trionfo eterno del mistero di Dio. (Apocalisse 16:17; 18 e 19).
- I movimenti sia terreni che celesti, che devono compiere questo compimento eterno, sono ora in attivo progresso davanti agli occhi di tutto il mondo. Nel 1885, infatti, fu scritto: “Quando il nostro Paese ripudierà ogni principio della sua Costituzione come governo protestante e repubblicano, e prenderà provvedimenti per la propagazione di falsità e illusioni papali, allora potremo sapere che è giunto il momento per la straordinaria opera di Satana, e che la fine è vicina. Come l’avvicinarsi degli eserciti romani fu un segno per i discepoli dell’imminente distruzione di Gerusalemme, così possa questa apostasia essere un segno per noi che il limite della pazienza di Dio è raggiunto, che la misura dell’iniquità della nostra nazione è colma, e che l’angelo della misericordia sta per prendere il volo per non tornare mai più”. [636]
- “Il Signore sta compiendo la Sua opera. Tutto il cielo è in fermento. Il Giudice di tutta la terra sorgerà presto e rivendicherà la Sua autorità insultata. Il sigillo della liberazione sarà posto sugli uomini che osservano i Comandamenti di Dio, che riveriscono la Sua legge e che rifiutano il marchio della Bestia o la sua Immagine.”(“Testimonies for the Church”, n.82, pag.207).
- Allora si compiranno le visioni, le speranze, le fatiche e le sofferenze dei fedeli cristiani del Medioevo, di Wycliffe, Militz, Conrad, Mattia, Huss, Girolamo, Lutero e persino di tutti i santi e profeti di tutte le epoche, perché “In lei fu trovato il sangue dei profeti e dei santi, e di tutti coloro che sono stati uccisi sulla terra.”(Ap.18:24). Allora si udrà la voce dal cielo: “Rallegrati d’essa, o cielo; e voi santi apostoli e profeti, poichè Iddio ha giudicato la causa vostra, facendo la vendetta sopra lei.” (Ap.18:20 DB1885). “Poi un possente angelo levò una pietra grande, come una macina, e la gettò nel mare, dicendo: Così sarà con impeto gettata Babilonia, la gran città, e non sarà più ritrovata.” (Ap.18:21 DB1885). E allora si udrà la “gran voce d’una grossa moltitudine in cielo, che diceva: Alleluia! La salvezza, la gloria, l’onore, e la potenza, appartengono al Signore Iddio nostro, poiché veri e giusti sono i Suoi giudizi, poichè Egli ha giudicato la gran meretrice, che ha corrotto la terra con la sua fornicazione, ed ha vendicato il sangue dei Suoi servitori, dalla mano di essa.” (Ap.19:1,2 – KJV).
“ALLELUIA! PERCHÉ IL SIGNORE DIO ONNIPOTENTE REGNA“.