Progresso di Lettura:
Le sette teste di Apocalisse 12, 13 e 17
URIAH SMITH (1896)
Nel sostenere l’opinione che le sette teste del dragone di {Apocalisse 12} e le bestie di {Apocalisse 13 e 17} rappresentano sette forme di governo che sono esistite nell’Impero romano, lo scrittore ritiene necessario ricordare al lettore che non si tratta di una novità. Non sta introducendo un nuovo punto di vista per attirare la curiosità del lettore e per soddisfare l’eccitazione, non sempre sana, di seguire una certa linea di pensiero perché è strana. Ma la visione che verrà sostenuta in questo articolo è quella che ha caratterizzato il movimento avventista dall’inizio, attraverso il primo, il secondo e il terzo messaggio, fino ad oggi, e che solo da pochi anni comincia ad essere messa in discussione. Né si può dire che tale visione sia peculiare degli avventisti, uno schema ideato da loro per soddisfare le loro peculiari visioni della profezia, poiché gli studiosi hanno dichiarato, prima che il movimento avventista iniziasse, che Roma aveva presentato al mondo, come una caratteristica unica e meravigliosa della storia, sette distinte forme di governo.
Gli avventisti non fecero altro che affermare, come la cosa più naturale del mondo, che se Roma aveva sette forme di governo, le sette teste del dragone, simbolo di Roma, dovevano essere concepite per rappresentare questo fatto. Gli antichi storici romani, Livio e Tacito, riconoscevano le diverse forme di governo di Roma come altrettante “teste” della comunità romana, e nominavano espressamente queste quattro forme: Re, Consoli, Dittatori e Decemviri. E uno dei primi commentatori protestanti, Osiander, già nel 1511, nomina l’insieme dei sette come li abbiamo noi, cioè Re, Consoli, Decemviri, Dittatori, Triumviri, Imperatori e Papi, come le forme di governo romano rappresentate dalle sette teste del dragone di {Apocalisse 12} e dalle bestie a sette teste di {Apocalisse 13} e {Apocalisse 17}. Gli avventisti, con il primo messaggio, hanno subito adottato questa visione. SHR 1.1
Si potrebbe dire che questo è andare troppo indietro per la luce e l’istruzione profetica. Ma speriamo che non si pensi che non ci siano stati studiosi in grado di interpretare correttamente la storia fino all’ultimo decennio, o che nessuna delle applicazioni profetiche fatte dagli uomini che vissero in quell’epoca in cui il sigillo fu spezzato dal libro, e che furono spinti dallo Spirito di Dio allo studio profetico, abbia avuto diritto ad alcun rispetto. SHR 2.1
Ma l’opinione che le sette teste del dragone di {Apocalisse 12} rappresentino sette forme di governo che si svilupparono solo nell’Impero romano è ora messa in discussione: se a ragione o meno, è scopo di questo scritto cercare di stabilirlo. I nuovi punti di vista che vengono ora avanzati per prendere il posto dei vecchi, variano con ogni diverso esponente, ma sarà necessario notare solo quelli a cui è stato dato maggior risalto. Ma prima di questo, è necessario spendere qualche parola per mostrare il significato del dragone stesso; perché, strano a dirsi, si nega anche che questo sia un simbolo della Roma pagana.
Si è sempre pensato che fosse un compito facile dimostrare che il potere romano, nella sua prima forma religiosa, è ciò che viene presentato sotto il simbolo del grande dragone rosso di {Apocalisse 12}. I simboli vengono applicati in base alle esigenze del mondo. I simboli vengono applicati in base alla posizione in cui sono collocati e all’opera che si dice svolgano. Nel caso in questione, il dragone rappresenta certamente quel governo umano che ha tentato di distruggere il Signore Gesù quando è venuto in questo mondo {Apocalisse 12:3-5}. E non c’è dubbio che quella potenza fosse Roma. Ma il versetto 9 non dice forse che il grande dragone è il serpente antico, il diavolo e Satana? – È vero, ma non dice che anche il grande dragone rosso, di cui si parlava prima, era identificato con il diavolo e Satana.
Notate con quanta attenzione la profezia distingue questi due simboli. Uno è un grande dragone rosso, con sette teste, dieci corna e una coda, che spazza via un terzo delle stelle del cielo dalla loro orbita e le getta sulla terra. Di certo una tale descrizione non può essere applicata a Satana come persona. Una simile applicazione sarebbe più grottesca delle caricature di Satana, nate nelle menti infami e ostili degli scettici e dei beffardi, in cui viene mostrato con un piede a zampa di gallina, ali di pipistrello, corna di bovino e una coda intrecciata. L’altro è un riferimento a Satana in persona, e la spiegazione è subito aggiunta, affermando che con questo dragone si intende Satana. L’angelo è molto preciso nel definire il termine dragone, in modo che non ci si possa sbagliare. Non c’è bisogno di confondere le due descrizioni. Il dragone con cui viene rappresentato il diavolo in persona non è un “grande dragone rosso”, non è un dragone con sette teste corna, né uno con dieci corna e una coda. Questo grande dragone rosso è un simbolo di Roma, mentre la religione dell’impero era pagana. SHR 2.2
Nel libro “La Grande Controversia” della signora E.G. White, a pag. 138 [originale], troviamo quanto segue su questo punto: “Si dice che il dragone sia Satana [Apocalisse 12:9]; fu lui a spingere Erode a mettere a morte il Salvatore. Ma il principale agente di Satana nel muovere guerra a Cristo e al suo popolo durante i primi secoli dell’era cristiana era l’Impero romano, in cui il paganesimo era la religione prevalente. Così, mentre il dragone rappresenta in primo luogo Satana, è, in senso secondario, un simbolo della Roma pagana”.
Questa è l’unica visione ragionevole e scritturale della questione. E come possiamo sapere quando un dragone è usato in senso secondario e si applica a qualche potenza terrena? – È quando gli vengono attribuite alcune caratteristiche specifiche, come diverse teste, corna, ecc.
Il dragone, infatti, non ha queste caratteristiche peculiari, ma è semplicemente una creatura orrenda, conforme a ciò che vediamo in natura. Quindi, quando viene applicato a Satana, personalmente, viene spiegato come se si applicasse a lui, e non compare nessuna di queste caratteristiche, ma viene aggiunta una frase supplementare, “il serpente antico”, per aiutarci ulteriormente su questo punto. Pertanto, quando si notano caratteristiche come teste e corna, come in {Apocalisse 12:3}, possiamo sapere che è usato nel suo senso secondario e si applica a un governo terreno, che in questo caso è il suo principale agente; la Roma pagana. Similmente in {Ezechiele 29:3-4}, l’Egitto, allora un importante agente di Satana, è simboleggiato da un “grande dragone”. Ma qui è rappresentato come un mostro fluviale con “squame”. È già abbastanza grave per gli increduli e i mondani fare una caricatura del diavolo come se avesse due corna e una coda; quanto è peggio per gli studenti della Bibbia enfatizzare questa caricatura dandogli sette teste e dieci corna, oltre all’inevitabile coda! SHR 3.1
Giovanni ebbe la visione dell’Apocalisse nel 96 d.C., e qui gli viene mostrato un simbolo del governo sotto il quale viveva e subiva persecuzioni; e quel simbolo era un grande dragone rosso, con sette teste e dieci corna. Tutte queste caratteristiche che appaiono nel dragone, dovremmo quindi aspettarci di trovarle in alcune caratteristiche dell’Impero Romano, giusto? Questo sembrerebbe certamente qualcosa di molto naturale da aspettarsi. Ma la nuova visione si allontana da questo “metodo naturale”, facendo risali questi elementi non solo all’inizio della storia del governo allora in vigore, ma anche al di fuori dei suoi limiti, per includere i grandi governi della terra, che erano già stati simboleggiati in profezia, alcuni dei quali tre volte, e che erano passati secoli prima, per non apparire mai più o avere alcuna influenza tra gli uomini. Tali regni, si sostiene, sono inclusi tra le teste del dragone, la cui nuova enumerazione è riportata di seguito: 1. Babilonia; 2. Medo-Persia; 3. Grecia; 4. Roma pagana; 5. Roma papale; 6. Italia unita; 7. Una futura testa ancora sconosciuta; 8. Il papato restaurato {Apocalisse 17:9-10}. SHR 4.1
Un’altra visione esclude l’Italia Unita e dà al suo posto le nazioni pagano-protestanti d’Europa, come sesto capo, e fa del settimo capo una qualche condizione di cose ancora non sviluppate, facendo riferimento al tempo di difficoltà e anarchia che sta davanti a noi. Questa visione è incoerente con sé stessa, in quanto presuppone che una testa debba essere un governo separato, eppure fa della sesta testa una molteplicità di governi stato-chiesa sparsi in tutta Europa, e della settima testa uno stato di anarchia, che è l’assenza di qualsiasi governo! SHR 5.1
L’obiezione a una tale applicazione è quella già indicata: è contraria a tutti i precedenti. Non si trovano profezie che trattano argomenti in questo modo: cioè introducendo nuovi simboli per rappresentare vecchi governi che hanno fatto il loro tempo e sono passati, per non apparire mai più tra gli uomini. Quale ragione concepibile potrebbe esserci perché la profezia se ne occupi in questo modo? La profezia si riferisce al futuro dal momento in cui viene data, non al passato. Si spinge nel passato solo per mostrare le ragioni degli eventi futuri che predice e per identificare i simboli che introduce. Di ciò abbiamo un’illustrazione in {Apocalisse 12:1-2}. Non appena una nazione ha svolto la sua parte ed è passata, viene eliminata dalla catena degli eventi e la profezia prosegue con il futuro. Ciò è illustrato nella visione di {Daniele 8}, che fu data nell’ultimo anno della supremazia babilonese, e quindi inizia con l’impero medo-persiano, perché non si doveva prendere in considerazione nulla dell’impero di Babilonia. SHR 5.2
Ma ci si può chiedere se, sulla base del fatto che queste sette teste indicano le sette forme di governo dell’Impero romano, la profezia non risalga a un’epoca precedente di secoli al tempo di Giovanni, quando alcune di queste teste esistevano. È vero, ma non va al di fuori del governo a cui appartenevano. Poiché si trattava di caratteristiche che appartenevano a quel governo che l’angelo stava mostrando a Giovanni, era necessario andare abbastanza indietro per comprenderle tutte. Era necessario mostrare il governo nella sua interezza. La visione non sarebbe stata completa senza questo. Ma supporre che il simbolo vada al di fuori di Roma, per menzionare nazioni che non hanno mai avuto alcun legame con Roma, significa supporre che la profezia porti con sé un sacco di materia effimera e morta, di legname inutile, di membra senza vita, che non avevano e non hanno mai avuto alcun legame con il governo che allora regnava e che stava passando in rassegna quando questa visione fu data a Giovanni. Tale applicazione si dimostra quindi innaturale e non scritturale. SHR 5.3
Secondo la rappresentazione uniforme della profezia simbolica, se un simbolo fosse stato concepito per comprendere in un’unica visione tutti i grandi governi del mondo, il simbolo con cui questo viene mostrato avrebbe dovuto essere introdotto mentre il primo di questi governi era una potenza regnante, invece di aspettare che uno o più di essi fossero morti e poi darci un’immagine dei loro fantasmi dopo che erano entrati nelle loro tombe. Ma non si dice forse di quelle prime bestie che, quando il loro dominio fu tolto, la loro vita fu prolungata? – Sì, ma solo “per un periodo stabilito di tempo” {Daniele 7: 12}. Non si dice che la vita della prima bestia sia continuata fino al tempo della quarta, né che la vita della seconda e della terza sia stata prolungata. Ma la vita della prima bestia si protrasse per un certo tempo nella seconda, la seconda nella terza, ecc. Cioè, quando c’era il passaggio da un regno all’altro, non c’era un cambiamento istantaneo di persone, costumi, istituzioni e influenze. Ma questi continuavano a farsi sentire nel regno successivo, finché non sorgeva una nuova generazione e tutto veniva finalmente plasmato nel nuovo regno, e così via da uno all’altro. Ma quando arriviamo al quarto regno, la profezia mostra che lo spirito, gli elementi e alcune caratteristiche delle prime bestie sono stati assorbiti e si manifestano in questo quarto regno, dando alla bestia romana {Apocalisse 13:1-2} il corpo di un leopardo, i piedi di un orso e la bocca di un leone. Così dell’immagine del capitolo 2 si può dire che il ferro, il bronzo, l’argento e l’oro sono fatti a pezzi insieme, perché gli elementi di quei regni esistono fino alla fine. Questo ragionamento non si può applicare al simbolo delle teste, perché esse appartengono tutte a un unico regno, mentre queste sono tutte al di fuori di Roma, regni separati e indipendenti. SHR 6.1
2. Nella visione di {Daniele 7}, sono presentati, in successione, sotto i loro simboli specifici, Babilonia, Medo-Persia e Grecia, ma è solo al quarto regno, o l’impero romano, che viene introdotta la caratteristica delle dieci corna, perché era solo da Roma che i dieci regni, simboleggiati da quelle corna, dovevano essere sviluppati. Ma quando arriviamo alla visione del grande dragone rosso di {Apocalisse 12}, appaiono di nuovo queste stesse dieci corna, il che dimostra che la visione di Giovanni non inizia fino al tempo della quarta bestia della profezia di {Daniele 7}, e che ciò che Giovanni ha in vista è quell’identica potenza mostrata a Daniele da cui dovevano sorgere le dieci corna, o i dieci regni. Non è detto che queste dieci corna fossero limitate a una delle teste del dragone, ma erano comuni a tutte le teste, una per ogni testa e due per un numero sufficiente a formare il numero di dieci. Ma se una di queste teste rappresenta Babilonia, un’altra Medo-Persia e un’altra ancora la Grecia, le dieci corna si riferirebbero a loro come a qualsiasi altra testa. Ma non è così. Questi antichi imperi non hanno mai fatto parte del regno da cui sono nate le dieci corna. È quindi impossibile che quelle teste si riferiscano a uno qualsiasi dei regni precedenti, dai quali non sono sorti i dieci regni. Alla luce di questi fatti, deve essere evidente che le sette teste non possono essere applicate al di fuori dell’Impero romano. SHR 7.1
3. Il punto di vista cronologico da cui Giovanni parla è quello del suo tempo. Così è stato anche per il profeta Daniele. Egli racconta quando ha avuto le sue visioni, dove si trovava e le circostanze esistenti in quel momento. Così Giovanni dice: “ero nell’isola chiamata Patmos, a motivo della Parola di Dio e della testimonianza di Gesú Cristo. Mi trovai nello Spirito nel giorno del Signore e udii dietro a me una forte voce…” {Apocalisse 1:9-10}. E così, quando l’angelo, nella sua spiegazione più particolare delle teste, in {Apocalisse 17}, dice a Giovanni che cinque di esse erano passate, e una è, eccetera, mostra che le teste sono consecutive, e che cinque erano allora nel passato, e che Giovanni stava vivendo sotto la sesta. Qualsiasi applicazione corretta di queste teste, quindi, deve mostrare il potere politico del simbolo conferito alla sesta testa, nel 96 d.C., quando fu data questa visione. Dire che Giovanni parla dal punto di vista di un tempo futuro indeterminato – un tempo in cui cinque delle teste sarebbero passate e la sesta avrebbe regnato – senza dare la minima indicazione di quando sarebbe stato quel tempo, significa levare l’ancora, gettare via cartina e bussola e andare alla deriva in un mare sconosciuto, soggetti a ogni fantasia che ogni folata di vento può soffiare sul nostro cammino. In questo caso, non potremmo sapere nulla della profezia. Applicando lo stesso principio alla profezia di Daniele, si potrebbe benissimo sostenere che quando egli dice, nel capitolo 9, che l’angelo è venuto a spiegargli la visione del capitolo 8 e gli dice che settanta settimane sono state stabilite sul suo popolo, ecc, non intendeva dire che allora era così, ma che sarebbe arrivato il momento, in un futuro sconosciuto, in cui sarebbe stato deciso di riservare settanta settimane per il suo popolo, lasciando la strada aperta a qualche ebreo per affermare che non è ancora arrivato il tempo dell’adempimento, e che quindi la rivelazione del Messia è ancora futura. Daniele nomina il tempo e il luogo in cui l’angelo gli assicurò che esistevano determinate circostanze. Così Giovanni afferma che si trovava nell’isola chiamata Patmos e che, in visione, gli fu presentato un governo sotto il simbolo di un grande dragone rosso, con sette teste, e di queste l’angelo disse: “… cinque sono caduti, uno è…” {Apocalisse 17: 10}. Quando Giovanni avrebbe capito che questo era vero? – Ai suoi tempi, nel tempo presente, naturalmente. Sarebbe infatti un annuncio molto strano dire, a proposito di sette teste consecutive, che sarebbe arrivato il momento in cui cinque di esse sarebbero passate, e la sesta sarebbe stata al potere e l’altra sarebbe arrivata. Lo stesso si potrebbe dire dell’intera serie, in riferimento agli altri. È certo, quindi, che il sesto capo era il capo regnante ai tempi di Giovanni. Ma la visione in esame non prevede che il sesto capo fosse il capo regnante al tempo in cui fu data l’Apocalisse; e quindi è condannata dalle condizioni che la profezia stessa impone chiaramente. SHR 7.2
4. Anche la disposizione delle corone sul dragone e sulla bestia successiva serve a guidarci verso la corretta applicazione. Per tutto il periodo coperto dalla forma del dragone dell’Impero romano, le corone sono sulle teste. Le corone devono indicare il potere civile; e il pensiero che evidentemente si vuole trasmettere è che, durante il periodo coperto dalla forma del dragone, il potere civile era conferito alle teste. Nel versetto 7 di Apocalisse 12, Satana viene presentato come dragone, senza interferire in alcun modo con il simbolo dei versetti 3 e 4; e il resto del capitolo può forse essere applicato principalmente alla sua opera personale. Poi, nel capitolo 13:1, l’angelo riprende il grande sistema romano, mettendo in evidenza le stesse sette teste e le dieci corna. Ma ora è avvenuto un tale cambiamento che la potenza romana non è più rappresentata da un dragone, ma da una bestia con il corpo di leopardo, i piedi di orso e la bocca di leone. Ma si noterà un ulteriore cambiamento: le corone sono state tutte rimosse dalle teste e le corone che ora appaiono sono poste sulle corna. Ciò si accorda in modo molto armonioso con i fatti della storia. Le dieci corna rappresentano i dieci regni che sono sorti da Roma; e tutti questi regni sono sorti quando l’impero era ancora pagano. Ma quasi subito la religione dell’impero passò dal paganesimo a quella forma mista di cristianesimo, nota come papato. SHR 9.1
All’inizio si trattava di un potere spirituale. Non aveva alcuna corona, perché il potere era passato alle corna. Per mantenere l’unità o la coerenza del simbolo sotto il cambiamento, tutte le teste della bestia leopardo hanno ora scritto bestemmia e le corone sono poste sulle corna. Nessuna testa appare dopo questa con una corona; e questo dimostra che non ci sarebbe stata un’altra futura testa, che avrebbe ricevuto una corona, dopo che il potere civile passò alle corna. Ma, si dirà, il papato non era forse rivestito del potere civile? – Il papato, certo, assoggettava a sé il potere civile; ma il rapporto della religione con lo Stato non era lo stesso che durante il paganesimo. Lì l’imperatore era pontifex maximus, perché era imperatore. Egli ricopriva la sua carica religiosa in virtù della sua carica civile. Ma qui i papi assumevano l’autorità civile, in virtù del loro potere religioso. Presumevano di controllare sia gli affari civili che quelli spirituali degli uomini, non perché erano imperatori, ma perché erano i vicari di Dio sulla terra. Cioè, il primo assumeva il controllo degli interessi spirituali dei suoi sudditi, a causa della sua elevazione civile; l’altro invertiva la relazione e assumeva il controllo degli interessi civili e spirituali di tutti gli uomini, a causa della sua elevazione spirituale. Questa era la differenza. Fu questa tirannia spirituale a costituire la fase speciale del grande colosso romano, sotto il papato. Per tale motivo questa testa non ha una corona, ma è ricoperta da nomi blasfemi. È opinione condivisa che il papato costituisca una delle teste; ed è dimostrato da ciò che viene qui presentato in riferimento alle corone e alle corna, che quella testa è assolutamente l’ultima della serie di sette. SHR 9.2
5. L’azione del dragone in riferimento alla bestia leopardo successiva dimostra ulteriormente che il dragone, come simbolo, è limitato alla Roma pagana. Il dragone dà alla bestia papale la sua sede, il suo potere e la sua grande autorità. La sua sede era Roma, che è stata occupata dai papi da quando è stata abbandonata dagli imperatori. Si tratta di una transazione storica, interamente tra Roma pagana e papale, e profetica, interamente tra il dragone e la bestia leopardo. Il dragone, quindi, rappresenta la Roma pagana e la bestia la Roma papale. Né Babilonia, né Medo-Persia, né la Grecia hanno avuto nulla a che fare con questo trasferimento al papato, come invece avrebbero dovuto avere, se avessero costituito tre delle teste del dragone. Ne consegue che le sette teste del dragone non possono comprendere questi antichi imperi. SHR 10.1
Ma ancora una volta ci si può chiedere: cosa c’entrano le altre teste di Roma che sono passate anni prima? – C’entravano, ovviamente, solo in quanto facevano parte del potere romano, tutte compresi nella sua storia passata. Quando il trasferimento venne fatto al papato, tutte le teste, tranne la penultima, erano passate, e doveva essere proprio questa penultima testa, per forza di cose, a fare il trasferimento. Ma quella testa rappresentava tutta la Roma precedente. Non era forse sempre la stessa Roma quando Costantino spostò la sede dell’impero sul Bosforo e lasciò che la città di Roma diventasse la sede dei papi? E non era forse altrettanto Roma, la stessa Roma, quando i superbi Tarquini furono cacciati dal trono da un popolo indignato, quasi mille anni prima? Ma né Babilonia, né la Medo-Persia, né la Grecia erano parte di Roma, né lo sono mai state, e di conseguenza non possono rivendicare alcuna relazione con questo trasferimento al papato della sede degli antichi Cesari. SHR 11.1
Su questo punto abbiamo un’altra prova dell’assurdità di applicare il dragone a sette teste e dieci corna al Diavolo, perché in questo caso il Diavolo rinuncerebbe alla sua sede e al suo potere per darlo al papato. Ma possiamo essere certi che il Diavolo non ha abdicato in alcun modo. Mentre usa il papato come suo agente, è certo che mantiene ancora il suo posto di dio di questo mondo e di principe del potere dell’aria. Un’altra citazione dalla “Grande controversia” renderà chiaro questo punto. Parlando della bestia leopardo di {Apocalisse 12:13}, si dice (GC 439): “Questo simbolo, come la maggior parte dei protestanti ha creduto, rappresenta il papato, che è succeduto al potere, alla sede e all’autorità un tempo posseduti dall’antico Impero romano”. SHR 11.2
6. Essendo Roma l’erede di tutti questi governi e avendo assimilato nel suo corpo tutti i loro elementi, come possono questi governi essere rappresentati allo stesso tempo anche dalle sette teste? Così la bestia papale ha il corpo di un leopardo, essendo il successore della Grecia, i piedi di un orso, che ricordano la Persia, e la bocca di un leone, caratteristica di Babilonia. E queste caratteristiche non rappresentano forse tutto ciò che doveva essere rappresentato a Roma della sua relazione con i precedenti regni? Perché tre delle sette teste della bestia dovrebbero rappresentare anche quei regni? Se è così, allora quei regni sono rappresentati due volte in quel simbolo, e possiamo essere certi che la profezia non è mai colpevole di una simile tautologia. SHR 12.1
Queste sono alcune delle obiezioni che si possono fare per trovare le sette teste, o qualcuna di esse, al di fuori dell’Impero romano. E sono presentate come prova conclusiva del fatto che non possiamo andare fuori dall’Impero Romano, per trovare una qualsiasi delle teste. SHR 12.2
7. La parte della visione in discussione che si applica al presente o al futuro sembra ugualmente discutibile. Così la sesta testa, sotto la quale, secondo noi, l’angelo disse a Giovanni che stava vivendo, è ritenuta essere l’Italia unita al tempo presente. Ma cosa c’è di particolare nell’Italia unita per renderla una delle teste? – L’Italia è già stata unita in passato; e se questa condizione la rende una testa, questo significa che lo è stata sia in passato che ora. Ma soprattutto, l’Italia è semplicemente una delle dieci corna; e queste corna non si trasformano in teste. L’Italia non può quindi essere la sesta testa. SHR 12.3
8. Nella nuova visione la settima testa viene fatta risalire a una potenza nuova e sconosciuta che deve ancora sorgere. Questo è l’aspetto forse più discutibile dell’intero schema. Anche in questo caso siamo tutti in disaccordo. L’effetto su coloro che lo ricevono può essere facilmente immaginato. Getterà incertezza e confusione su tutto il nostro lavoro. C’è il pericolo di rimandare al futuro eventi che forse si sono già realizzati nel passato. SHR 12.4
E contro questo pericolo, a parere di chi scrive, si dovrebbe levare una voce solenne di avvertimento. Gli avventisti del primo giorno sono largamente caduti in questa pratica, tanto che per alcuni di loro anche i 2300 giorni sono tutti proiettati nel futuro. Se dobbiamo ancora aspettare che altre due teste si sviluppino e svolgano la loro opera prima della fine, la tendenza inevitabile è quella di rimandare la venuta del Signore. Si frappongono tra noi e quell’evento altri movimenti verso i quali la mente sarà attratta, la curiosità eccitata, lo spirito di speculazione innalzato, e così l’attenzione sarà distolta da un corretto senso della vicinanza della fine. Ma ci si può chiedere: non ci sono eventi futuri che ci aspettiamo si compiano prima della venuta del Signore? Sì, ma si tratta di eventi che sono in immediata connessione con quell’evento. L’avvento del re del nord {Daniele 11: 15}; la consumazione della bestia papale nel fuoco ardente {Daniele 7: 11}; il completamento dell’opera della bestia a due corna, ora in fase avanzata di sviluppo {Apocalisse 13: 12-17} non si può certo dire che siano eventi indipendenti tra noi e la venuta del Signore; perché sono così intimamente connessi con la venuta che a tutti i fini pratici sono inseparabili, e in ogni caso ora rimane solo un ultimo elemento, al quale stiamo tendendo molto rapidamente. Ma dire che due future teste della bestia devono ancora essere sviluppate è una cosa molto diversa dal dire che l’ultima testa, l’ottava, si è già sviluppata nei secoli, ha fatto il grosso del suo lavoro e ora praticamente aspetta solo di andare in perdizione. Riteniamo che questa sia la situazione attuale. Nel primo caso attendiamo che nuovi movimenti vengano inaugurati, svolgano la loro opera e giungano alla loro fine, prima che il Signore venga; nell’altro, attendiamo solo gli atti finali di movimenti ben avviati e già molto avanzati verso il loro completamento. L’una prospettiva presenta incertezza e ritardo; l’altra, la rapida realizzazione di tutte le nostre speranze. Ancora una volta diciamo: “Diffidate di qualsiasi teoria che ponga una distanza così grande tra il nostro tempo e la venuta del Signore da produrre inevitabilmente l’impressione, forse inconsapevole per noi stessi, che la venuta del Signore non sia così vicina come siamo stati abituati a credere. Un tale risultato sarebbe molto deplorevole”. SHR 13.1
9. Infine, ci viene detto che l’ottava testa rappresenta il papato restaurato. Si è già notato che il papato, nel nuovo schema, costituiva la quinta testa. Ma perché la semplice restaurazione di questa testa dovrebbe costituire un’altra testa? Non sarebbe, a tutti gli effetti, la stessa cosa? Ma cosa si intende con l’espressione: “Il papato restaurato”? Non sarebbe forse opportuno chiedersi se il papato sarà mai restaurato per tornare a essere un potere civile? La profezia sul papato ci fa notare che il suo dominio sarà rimossa. “Si terrà quindi il giudizio e gli sarà tolto il dominio, che verrà annientato e distrutto per sempre (o fino alla fine)” {Daniele 7:26}. Sia che si consideri l’ultima sentenza come la fine del suo dominio o la fine dei tempi, se la profezia ha un significato, significa che dopo che il dominio è stato tolto, qualunque esso sia, il papato non se ne riapproprierà mai più. Qui ci troviamo certamente dopo il tempo del giudizio, qui riportato, anche se lo applichiamo al 1844. Dobbiamo essere dopo la sottrazione del dominio, anche se applichiamo tale sottrazione del dominio temporale nel 1870, che lo stesso Vittorio Emanuele dichiarò non sarebbe mai più stato restituito al papato. Così, per ventisei anni, abbiamo visto il Papa chiudersi nel suo palazzo a Roma, atteggiarsi a martire e tenere il broncio come un bambino viziato. Se per “restaurazione” si intende la riconquista del suo dominio temporale (e come potrebbe dirsi restaurato senza questo?), la profezia lo vieta. Esisterà ancora e godrà di prestigio, come potenza spirituale, come oggi, e lo farà in misura ancora maggiore in futuro; infatti collaborerà virtualmente con la bestia a due corna mentre compie la sua opera {Apocalisse 13: 12}, e con essa finirà viva nel lago di fuoco {Apocalisse 19: 20}. SHR 14.1
A fronte di queste insuperabili obiezioni all’applicazione delle teste al di fuori di Roma, pagana e papale, e all’impossibilità di prevedere che qualcuna di esse si manifesti in futuro, in alcune menti può ancora sorgere la domanda: a cosa le applichiamo? La vecchia posizione rimane quella di indicare sette distinte forme di governo apparse nell’Impero romano. E ora, se si può dimostrare che questo è effettivamente il fatto, che sette forme di governo si sono succedute in quel impero, non soddisferebbe la profezia nel modo più completo? – Certamente sì. E se questa caratteristica unica è apparsa nella storia romana, cioè che sette classi distinte di governanti hanno controllato il governo in tempi diversi, a differenza della storia generale di altre nazioni, questo fatto sarebbe certamente degno di essere notato nella profezia. A questo punto, dunque, rivolgiamole l’attenzione. SHR 15.1
Le sette forme di governo rivendicate per Roma si sono succedute come segue: (1) Re; (2) Consoli; (3) Decemviri; (4) Dittatori; (5) Triumviri; (6) Imperatori; (7) Papi. Queste classi di governanti sono apparse in tempi diversi come [“teste” o] “capi” di governo? Che cos’è [una testa o] un capo di governo? Non è l’intera nazione in sé, ma quella persona, quelle persone o quell’organizzazione nelle cui mani si trova il supremo controllo esecutivo del governo o della nazione. Nel caso di Roma, non si mette in dubbio che i re costituiscano propriamente una testa. Lo stesso varrebbe per gli imperatori e per i papi, perché di comune accordo il papato rientra tra queste teste. Ma a parità di ragionamento, se il papato era una testa, anche queste altre classi di governanti dovevano esserlo. Pertanto, dobbiamo indagare solo in riferimento a quattro di questi: consoli, decemviri, dittatori e triumviri. Se scopriamo che questi hanno svolto un ruolo tale nel governo da poter essere propriamente chiamati [“teste” o] “capi” del governo, e che nessun altro funzionario romano lo ha fatto, a parte i re, gli imperatori e i papi, già menzionati, allora l’intero terreno è coperto e la profezia è soddisfatta. SHR 15.2
Consoli. Per quanto riguarda i consoli, dalla New Universal Cyclopedia di Johnson leggiamo quanto segue: – SHR 15.3
Console (dal latino consulo, “consultare” o “consigliare”), il magistrato supremo dell’antica Roma, dopo l’espulsione dei re. Il numero di consoli era di due e il periodo di carica di un anno, ma non c’era alcuna restrizione sul numero di volte in cui lo stesso individuo poteva essere eletto, sebbene fosse necessario un certo intervallo prima di ricoprire nuovamente la carica. I consoli erano i supremi funzionari esecutivi, ma non avevano alcuna autorità legislativa. In origine erano scelti solo tra i patrizi, ma in seguito anche tra i plebei”. SHR 16.1
Da ciò si evince che in origine i consoli occupavano una posizione simile a quella del presidente nei nostri Stati Uniti, mentre erano in carica, e il consolato era il capo dello Stato, come lo è attualmente la presidenza nel nostro Paese. Di Roma si dice che allora fosse una repubblica. Ebbene, non è forse necessario che una repubblica abbia un capo? E coloro che erano i magistrati supremi non costituivano forse quel capo? Il presidente non è forse il capo della nazione? Ma si dice anche che la carica di console è stata comune a tutta la storia romana, ed è stata mantenuta anche sotto gli imperatori, fino all’estinzione dell’Impero d’Occidente. È vero, lo storico afferma che sotto gli imperatori la carica era solo nominale, essendo stato distrutto il suo potere sostanziale. Ma questo non cambia il fatto che all’inizio la carica era reale e potente, e i consoli erano i supremi magistrati della terra. Se questo non costituiva un capo [o una testa], cos’altro avrebbe potuto costituirla? Si dice che Teodorico, il conquistatore dell’Italia (493 d.C.), si congratulasse con i consoli come “i favoriti della fortuna, che, senza la cura, godevano dello splendore del trono”. Questo dimostra la vera natura della loro posizione, in origine, quando possedevano la cura e lo splendore del trono. Non sembra quindi esserci alcun motivo razionale per negare che un tempo i consoli costituissero il capo [o la testa] dello Stato romano, tanto quanto i re, gli imperatori o i papi. (Si vedano le osservazioni di Livio, già citate) SHR 16.2
Decemviri. Seguono in ordine i decemviri. Di questi leggiamo nell’Enciclopedia sopra citata: – SHR 16.3
“Decemviri (sing., decemvir), (lat. da decem, ‘dieci’, e vir (plurale, viri. un ‘uomo’), nome applicabile a dieci persone nominate per scopi particolari, ma più in particolare applicato ai dieci magistrati eletti tra i patrizi romani per redigere un codice di leggi fondato sulle istituzioni più importanti della Grecia; essi furono anche investiti dell’autorità suprema di governare lo Stato. L’esperimento ebbe pieno successo; le loro leggi furono approvate dal Senato e incise su dieci tavole di metallo; e i loro doveri ufficiali furono assolti con tale soddisfazione che, allo scadere del loro anno di mandato, si decise, visto che il loro lavoro non era stato completato, di continuare la stessa forma di governo. Per l’anno successivo fu nominata una nuova commissione, investita degli stessi poteri, alla quale furono ammessi i plebei; il risultato fu la stesura di altre due tavole, completando così le famose Dodici Tavole che, in tempi successivi, divennero il fondamento di tutto il diritto romano. I nuovi decemviri, tuttavia, procedettero agli atti più violenti di dispotismo, perpetrando vari oltraggi alle persone e alle famiglie dei plebei, che esasperarono a tal punto il popolo da far scoppiare un’insurrezione; i decemviri furono cacciati dalla carica e furono ristabiliti i magistrati ordinari”. SHR 17.1
Da questa testimonianza risulta chiaro che i decemviri ebbero un ruolo non trascurabile nella storia romana e vi incisero quanto qualsiasi altro corpo di uomini. È dalle leggi che si plasma una nazione; e le loro famose Dodici Tavole divennero il “fondamento di tutto il diritto romano”. Inoltre, durante il loro mandato, furono investiti della “suprema autorità di governare lo Stato” e la loro amministrazione è chiamata “forma di governo”. Che cosa è necessario di più per costituire questo organo come [testa o] capo dello Stato? Ma si dice che non può essere una testa, perché è stato di così breve durata; non è durato due anni. E che differenza fa questo? Dove sta scritto che un governo deve durare un certo periodo di tempo per essere una testa? Questi uomini non erano conquistatori dello Stato né usurpatori del potere. Sono stati messi in carica dal popolo, sono stati investiti dell’autorità suprema di governare la nazione, sono stati chiamati forma di governo e hanno avuto il pieno controllo di tutti i suoi affari. Ora, se la loro amministrazione in quella posizione, con quel potere nelle loro mani, fosse durata non più di una settimana o di un giorno, non avrebbe fatto alcuna differenza. Ci sarebbe stata una forma di governo separata e distinta, unica nella storia di Roma e peculiare di quella nazione. I decemviri, sicuramente, erano una delle sue teste. SHR 17.2
I dittatori. Esaminiamo ora il posto che i dittatori occupavano nello Stato romano. Vediamo le seguenti testimonianze riportate: – SHR 18.1
“Dittatore” (fr. dictateur, dal lat. dicto, dictatum, “dire spesso”, “dettare”), titolo di un magistrato straordinario della repubblica di Roma antica, investito di un potere quasi assoluto per un periodo di sei mesi. I dittatori venivano nominati quando la repubblica era in pericolo o quando una crisi importante richiedeva la pronta decisione e l’azione vigorosa di un unico capo esecutivo. Il primo dittatore, secondo alcune autorità, fu Tito Larzio, nominato nel 501 a.C.; l’ultimo, Marco Giunio Perae, nel 216 a.C. In generale non poteva essere nominato dittatore chi non fosse stato precedentemente console. È dubbio se l’elezione da parte della curia fosse necessaria per la sua nomina, ma la nomina da parte del console era indispensabile… La carica di dittatore fu inizialmente limitata ai patrizi, e il primo dittatore plebeo fu C. Marzio Rutilio, nominato nel 356 a.C. Il potere dei dittatori era soggetto a queste limitazioni: non potevano toccare l’erario, non potevano lasciare l’Italia, non potevano girare per Roma a cavallo senza il consenso del popolo. Le dittature di Silla e di Cesare, che superarono entrambe i loro limiti, furono irregolari e illegali, completamente diverse dalle precedenti”. – Id. SHR 18.2
La Storia di Roma di Duruy, Vol. 1, p. 282, descrivendo la creazione della carica di dittatore, dice che “per un certo periodo fecero rivivere la regalità con tutti i suoi poteri. Nel 501 a.C. crearono la dittatura, i cui poteri erano illimitati”. SHR 18.3
Secondo il principio che il potere di controllo di uno Stato è il capo dello Stato, non abbiamo qui un altro capo del governo romano? C’è mai stata una disposizione simile in qualsiasi altro governo? Qui c’era un “magistrato straordinario”, dotato di poteri assoluti, con la sola differenza che doveva avere il consenso del popolo per attingere all’erario, per lasciare l’Italia o per attraversare Roma a cavallo. Se il presidente degli Stati Uniti, con tutte le sue limitazioni, è il capo di questa nazione, molto di più lo erano i dittatori, durante il loro mandato, la testa del governo romano. Se si dice, come obiezione, che il mandato era di breve durata, la risposta è: che differenza può fare? Esisteva una forma di governo, ideata dal popolo, per controllare gli affari della nazione nei momenti di emergenza, a cui per il momento tutto il resto era subordinato; e la disposizione fu portata avanti e messa in atto più o meno, secondo le testimonianze precedenti, durante duecentottantacinque anni. Se questa caratteristica del governo non costituisse un capo, sarebbe difficile concepire cosa lo costituirebbe. Se, mentre il dittatore aveva in mano gli affari, uno straniero avesse chiesto: “Chi è il governatore di Roma? Quale sarebbe stata la risposta? Non sarebbe stata altro che questa: il dittatore. E se qualcuno avesse avuto a che fare con il governo, a chi sarebbe stato mandato? – Al dittatore. Se qualcuno ancora nega che i dittatori costituissero una delle varie forme di governo apparse a Roma, può dirci qual era il capo del governo mentre i dittatori avevano il potere nelle loro mani? Non erano i consoli, né il senato, né i tribuni, né altri funzionari, perché tutti erano soggetti al dittatore. Né ha importanza che questa forma di governo sia stata utilizzata in tempi diversi e sia stata ogni volta di breve durata, perché, come già osservato, il tempo non entra affatto nel conto; ciò non cambia il fatto che esisteva una forma di governo diversa, distinta, ben definita e indipendente, presentata al mondo e peculiare di quella nazione: e nessuno può negarlo. SHR 19.1
I triumviri. Chiunque conosca la storia romana ha familiarità con il nome di “triumviri” e con il ruolo che essi svolgevano nella conduzione dello Stato romano. Di questi lo storico parla come segue: – SHR 20.1
“Triumviri, o Tres viri (lat. tres, ‘tre’, e viri, ‘uomini’), nell’antica Roma, un consiglio di tre uomini nominati per qualche speciale incarico pubblico. Gli autori romani specificano diversi tipi di triumviri. Nel 60 a.C. Giulio Cesare, Pompeo e Crasso formarono una coalizione per la gestione degli affari pubblici; questo è chiamato il “primo triumvirato”, ma gli uomini che lo costituivano non portavano il titolo ufficiale di triumviri ma esercitavano solo un potere usurpato. Il “secondo triumviro”, quello di Ottaviano, Marco Antonio e Lepido, fu riconosciuto ufficialmente dal Senato e i tre magistrati portarono il nome di Triumviri Rei Publicae Constituendae (“triumviri per la gestione degli affari pubblici”)”. – Id. SHR 20.2
Abbiamo quindi due periodi della storia romana in cui il governo era amministrato da tre uomini, un’altra forma di gestione dello Stato peculiare di Roma. Se scartiamo il primo in quanto non riconosciuto ufficialmente, abbiamo ancora il secondo, che fu riconosciuto ufficialmente dal Senato, e un titolo dato loro di conseguenza. Qualcuno dubita che l’autorità suprema dello Stato sia stata per un certo periodo nelle loro mani? E poiché ciò che controlla e gestisce il governo è il “capo” del governo, non era forse questo, al di là di ogni dubbio, un altro capo [o testa] che appariva nello Stato romano, peculiare di quella nazione? – Certamente lo era. Alla luce del fatto che il “capo” di un governo, o di una nazione, è quella persona o quel corpo di persone nelle cui mani si trova il supremo potere esecutivo, o di controllo, dell’amministrazione, chiediamo al lettore di considerare ragionevolmente la condotta degli affari di Roma nel corso della sua storia. Troviamo solo sette diverse classi di governanti che in tempi diversi occuparono questa posizione ed esercitarono questo potere, che come già detto sono: re, consoli, decemviri, dittatori, triumviri, imperatori e papi. Il potere di Roma fu continuamente nelle mani di alcune di queste sette classi, con la breve eccezione di cui si parla in Apocalisse 17, quando tra i capi imperiali e papali, “l’Esarca di Ravenna” governò Roma per circa sessant’anni. I tribuni, gli aedili, i pretori, i littori, ecc. erano tutti ufficiali e magistrati subordinati, e né questi, da soli o in combinazione, né il senato da solo o in combinazione con questi, hanno mai esercitato l’autorità suprema del governo romano. SHR 20.3
Come obiezione a questa visione, si dice che i re e gli imperatori erano troppo simili per costituire due teste separate. Ma certamente non potevano essere più simili del “papato” e del “papato restaurato”, che ora si dice costituisca due teste. Gli imperatori non erano semplicemente re restaurati. Si trattava di una nuova fase del governo che arrivava dopo molti anni di cambiamenti e di crescita, e il metodo del suo esercizio e le circostanze ad esso collegate erano tanto diverse dalla carica regale originale, quanto si può ben immaginare. Per illustrare: Un corso di studi viene iniziato nella scuola comune, ma la scuola comune è una cosa molto diversa dall’università dove il corso viene completato. La carica di imperatore nella Roma successiva non coincideva con la carica originaria di re più di quanto l’università coincida con la scuola comune. Arrivando dopo un così lungo intervallo, dopo che erano intervenuti così tanti cambiamenti e diverse forme di governo, e in condizioni così diverse, l’impero non poteva essere altro che un capo separato e distinto. SHR 21.1
Questa visione delle teste non solo è confermata, ma è praticamente dimostrata dall’unico altro simbolo profetico in cui viene presentata una pluralità di teste, ossia il leopardo a quattro teste di {Daniele 7}. Ci viene detto che queste quattro teste del leopardo erano quattro regni distinti, e quindi le teste devono sempre indicare regni separati. Ma indaghiamo ulteriormente sulla natura di questi regni. Erano tutti regni greci, perché erano semplicemente divisioni dell’impero di Alessandro, che era il regno di Grecia. Ma il regno di Grecia è trattato nella profezia come un’unità, non solo durante la vita di Alessandro, quando aveva un’unica testa, ma durante tutta la storia delle quattro divisioni in cui l’impero era separato, indicate dalle quattro teste del leopardo e dalle quattro corna del capro. Lo dimostra la grande immagine simbolica di {Daniele 2}, dove la Grecia è rappresentata dall’unica porzione di ottone. Questo fatto è riconosciuto anche nella nuova visione ora in esame, in cui si ritiene che la Grecia, con le sue quattro teste, costituisca solo una delle sette teste dei simboli dell’Apocalisse, secondo la nuova enumerazione. Ora, le quattro teste del leopardo di {Daniele 7}, essendo tutte di carattere greco, invece di dimostrare la nuova visione delle sette teste, cioè che devono essere regni diversi ed estranei, come si sostiene per i simboli apocalittici, smentiscono completamente questa idea, dimostrando che le teste di una bestia simbolica devono appartenere tutte allo stesso governo rappresentato da quel simbolo. Pertanto, le sette teste del dragone di {Apocalisse 12}, invece di indicare regni completamente distinti e stranieri, alcuni dei quali vissuti e morti prima che Roma salisse al potere, devono essere tutte confinate al governo rappresentato dal dragone, che era Roma. SHR 21.2
Ma perché il leopardo aveva quattro teste? – Semplicemente perché, nello stato di divisione dell’impero, quattro diversi governi esercitavano il potere e l’autorità che appartenevano al regno nel suo insieme: e quindi erano necessarie quattro teste per rappresentare questo fatto. Ma se un nuovo governo, nella semplice divisione di un impero, richiedeva una testa separata per rappresentarlo, sicuramente un cambiamento nella forma di governo sufficiente a costituire un nuovo potere di controllo nell’intero impero sarebbe stato rappresentato, con una ragione ancora maggiore, da una testa separata. Tutti gli studiosi di questa profezia sono concordi nel ritenere che la Roma papale costituisca una delle sette teste; e questo ci dà una chiave di lettura per l’applicazione del tutto, poiché si trattava solo di una diversa forma di potere con cui veniva governato lo Stato romano. Quindi, per par condicio, anche le altre forme di governo della comunità romana dovrebbero essere rappresentate da teste. Ma si dice che la donazione di Costantino, del potere e dell’autorità al papato, fosse sufficiente a costituire quest’ultimo un impero indipendente, e quindi a farne [una testa o] un capo separato. Ma se questo è vero, allora ci chiediamo se il potere e l’autorità conferiti in modo distinto e formale da tutta la forza della nazione alle altre forme di governo a Roma, non fossero sufficienti a costituirle altrettante teste? L’intera autorità dell’impero non era forse conferita in modo esplicito e formale a consoli, decemviri, dittatori e triumviri? – Sicuramente sì, secondo la testimonianza della storia. SHR 22.1
Resta ora da applicare i fatti qui brevemente accennati alla profezia di {Apocalisse 17}. E in questo non ci saranno difficoltà se terremo a mente e applicheremo i principi che possono essere chiaramente dedotti dal linguaggio della profezia stessa. SHR 23.1
1. In primo luogo, il fatto che sia stato uno dei sette angeli che avevano le sette ultime piaghe a mostrare a Giovanni il giudizio della grande Babilonia, non ha alcuna attinenza con il punto di vista cronologico da cui Giovanni considera le scene che descrive; perché è stato uno degli stessi sette angeli a mostrargli la città santa che scende da Dio dal cielo {Apocalisse 21:10}. Ma questo avviene solo mille anni dopo che gli stessi sette angeli hanno versato le coppe del giudizio dell’ira di Dio sulla terra. Potrebbero essere impiegati in modo altrettanto appropriato per mostrare a Giovanni eventi che si sarebbero verificati molto prima del momento in cui avrebbero svolto la loro missione specifica, soprattutto se collegati al governo o all’organizzazione su cui sarebbero cadute le piaghe. Il motivo per cui uno degli angeli incaricati delle sette piaghe è stato scelto per mostrare a Giovanni questa visione è chiaramente evidente dal fatto che i giudizi che si abbatteranno su Babilonia trovano il loro culmine e completamento in queste piaghe. SHR 23.2
2. L’angelo stesso riconosce che c’è un mistero legato ai simboli di questo diciassettesimo capitolo; infatti dice a Giovanni: “Io ti dirò il mistero della donna e della bestia che la porta, che ha sette teste e dieci corna” {Apocalisse 17: 7}. Non dobbiamo quindi stupirci se le regole di interpretazione che possono essere rispettate in altre profezie non saranno seguite così rigidamente in questo caso. SHR 23.3
3. Il simbolo composto presentato per primo (una bestia e una donna seduta su di essa) ha evidentemente lo scopo di mostrare la relazione tra il potere ecclesiastico e quello civile nel governo terreno… ovvero lo Stato dominato dalla Chiesa, come il cavallo è controllato dal suo cavaliere. Si tratta anche di mostrare la natura corrotta di questa chiesa; infatti, è opinione comune che la donna, qui, come simbolo, includa la chiesa papale. SHR 24.1
4. Ma in altre affermazioni questa distinzione (una volta definita chiaramente) sembra essere abbandonata; e la bestia è considerata come se comprendesse anche l’elemento religioso, poiché è “piena di nomi di bestemmia”, che è una caratteristica religiosa; e più avanti nella profezia vengono fatte alcune affermazioni riguardanti la bestia, che si applicano al papato. Siamo quindi costretti, in alcuni casi, a interpretare la profezia in base ai fatti del caso, invece di mantenere, per tutto il tempo, una rigida uniformità del simbolo, come ad esempio quando il simbolo della bestia, e dove la bestia stessa è infine chiamata solo testa {Apocalisse 17: 11}. SHR 24.2
5. La bestia è di colore scarlatto, lo stesso colore del dragone, a indicare che questa bestia copre Roma dall’inizio della sua storia nella sua forma pagana, fino alla fine della sua opera nella sua forma papale; perché va in perdizione con l’approdo del papato. (Vedi Alford e Meyer) SHR 24.3
6. Il verbo “essere”, in questa profezia, è talvolta usato per esprimere eventi che si svolgeranno consecutivamente a partire da un presente storico; e ancora, è usato per esprimere grandi fatti senza riferimento al momento in cui si verificano. Ne sono un esempio le seguenti espressioni: “cinque sono caduti, uno è, l’altro non è ancora venuto…” {Apocalisse 17: 10}. Questa espressione si riferisce a sette teste che dovevano apparire in ordine consecutivo; e poiché non c’è alcuna indicazione di un punto di vista arbitrario da cui effettuare il conteggio, non significherebbe nulla se non fosse calcolata a partire dal giorno di Giovanni; e allora significherebbe chiaramente che Giovanni viveva al tempo della sesta testa, dato che cinque erano passate prima del suo giorno, e che altre due dovevano apparire dopo che quella sotto la quale Giovanni viveva aveva completato il suo periodo. Ma ecco un’altra espressione che non può essere applicata in questo modo: “E la bestia che era e non è più, è anch’essa un ottavo re” {Apocalisse 17: 11}. Ora, una bestia non può trovarsi contemporaneamente nella condizione espressa dalle parole “non è” ed “è”; cioè, non può esistere nello stesso istante. Ma si dirà che significa “non è” e “sarà”. È vero, ma questo è un commento e una spiegazione, non una traduzione, e ora stiamo parlando solo della lingua e del suo uso. Abbiamo un altro esempio in questa espressione: ” E la bestia che era e non è più, è anch’essa un ottavo re”. Non si potrebbe dire di questa bestia che “non è” e allo stesso tempo che “è” l’ottava testa. Queste espressioni devono quindi essere intese come una semplice presentazione del grande fatto che questa bestia esisterà per un certo tempo, poi sembrerà scomparire, o cesserà di esistere, e poi apparirà di nuovo in una condizione attiva e vivente, senza alcun riferimento al momento in cui questi cambiamenti si verificheranno. SHR 24.4
In base a questi principi, procediamo all’applicazione. La prima affermazione relativa a questa bestia è che essa “… era e non è più e salirà dall’abisso e andrà in perdizione” {Apocalisse 17: 8}. Questa affermazione deve coprire l’intero periodo di esistenza del governo rappresentato da questo simbolo; e poiché il simbolo rappresenta Roma nella sua intera storia, l’espressione “era” deve coprire la forma pagana di quell’impero; altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di dare un simbolo che coprisse Roma nella sua intera storia. In questo caso l’angelo si sarebbe accontentato di un simbolo che rappresentasse solo il papato, come ad esempio la bestia leopardata del capitolo 13. Allora le espressioni “non è” e “salirà dall’abisso”, o “non è” ed “è”, o “è l’ottavo”, devono riferirsi a qualche grande cambiamento che avverrà nell’Impero romano, successivamente alla sua forma pagana. Quali fossero questi cambiamenti è chiaramente indicato in un’altra profezia riguardante Roma, riportata nell’ottavo capitolo di Daniele, sulla quale si invita ora l’attenzione del lettore. Qui Roma, per tutta la sua storia, è rappresentata dall’unico simbolo di un corno, dapprima piccolo, poi sempre più grande e infine spezzato di netto, come si dice della grande immagine del capitolo 2, quando la pietra la colpisce ai piedi. Ma Roma ha subito delle metamorfosi; e la profezia si impegna a notare questi cambiamenti senza distruggere l’unità del simbolo. Si tratta sempre di un unico corno, ma appare in due caratteri apparentemente antagonisti. Una fase che l’impero ha mantenuto a lungo è stata improvvisamente affrontata da un’influenza ostile che è sorta nell’impero stesso e che lo ha completamente trasformato in un’altra fase; e questa, benché mossa dallo stesso spirito, era apparentemente l’antagonista mortale della prima. Il simbolo è visto come un oppressore della Chiesa, e nella sua prima fase è chiamato “il quotidiano” (o “sacrificio continuo”), e nella sua seconda fase “la trasgressione della desolazione” {Daniele 8: 13}. La prima era pagana, la seconda si professava cristiana. E questo cambiamento poteva avvenire solo con l’eliminazione del paganesimo da parte della forma corrotta di cristianesimo che alla fine prese possesso del mondo romano. Roma, nella sua forma pagana, era un persecutore del popolo di Dio, prima nelle persone degli ebrei e, in secondo luogo, nelle persone dei cristiani. E nella sua forma papale, ha perseguitato in modo ancora più terribile i veri cristiani che si rifiutavano di seguire l’apostasia. Ma tra il graduale indebolimento e abbattimento del paganesimo e la degenerazione di una chiesa dichiaratamente cristiana in una potenza persecutrice, deve esserci stato un periodo durante il quale i cristiani hanno cessato di essere oggetto di persecuzione e lo Stato ha cessato di essere un governo persecutore. La profezia descrive questo cambiamento con le seguenti parole: “Si innalzò addirittura fino al capo dell’esercito, gli tolse il sacrificio continuo e il luogo del suo santuario fu abbattuto. L’esercito gli fu dato in mano assieme al sacrificio continuo, a motivo della trasgressione; egli gettò a terra la verità; fece tutto questo e prosperò” {Daniele 8: 11-12}. Questo linguaggio indica una trasformazione notevole nel governo. Si tenga presente che Giovanni, nell’Apocalisse 17, vede la stessa potenza, nello stesso tempo, e nota gli stessi cambiamenti, e descrive questa metamorfosi dicendo: “la bestia che era e non è più, è anch’essa un ottavo re” {Apocalisse 17: 11}, cioè una bestia che per un certo tempo è esistita, poi ha cessato di essere, e poi è apparsa di nuovo, come potenza attiva e persecutrice. Così {Apocalisse 18:8} diventa un esatto parallelo di {Daniele 8:11-12}; e il corso della storia ha completato in modo impressionante il quadro tracciato sia da Daniele che da Giovanni. Tenendo presente che è il carattere persecutorio di questa potenza a darle un posto nella profezia, come apparirebbe la scena a uno spettatore? Vedrebbe dapprima “il quotidiano”, o il paganesimo, opprimere la chiesa; poi, dopo un certo tempo, vedrebbe il paganesimo frenato e portato via, e il luogo del suo santuario abbattuto. L’oppressione della Chiesa sotto questa fase sarebbe cessata e così la bestia come persecutore sarebbe scomparsa e apparentemente avrebbe cessato di esistere. Per un certo periodo, quindi, la bestia “non è”. Poi, sotto il cristianesimo apostata, ricomincia la sua opera di persecuzione e quindi riappare, così che si può dire che “è anch’essa”. Questi fatti soddisfano molto chiaramente le condizioni stabilite nella profezia; e sembra molto certo a chi scrive che sono gli unici in tutta la storia a cui si può applicare l’espressione “la bestia che era e non è più, è anch’essa un ottavo re”. SHR 25.1
Senza riflettere a sufficienza, è molto facile giungere alla conclusione che la ferita mortale di {Apocalisse 13:3, 10} si riferisca al tempo e alla condizione della bestia quando, in {Apocalisse 17:8, 11}, si dice che “non è”. Ma non è possibile che sia così. L’espressione “non è” indica che la potenza, in quanto oggetto di profezia, cessa di esistere. Ma questo non si potrebbe dire di quell’esperienza in cui essa riceve solo “una ferita mortale”, che viene curata prima che la vita si estingua. Esaminando l’intera storia di Roma e considerando che la bestia scarlatta di {Apocalisse 17} comprende sia il “quotidiano” che “la trasgressione della desolazione” di {Daniele 8}, possiamo vedere molto chiaramente dove l’espressione “non era” deve entrare in gioco. È stato nel passaggio dal paganesimo al papato, quando il “quotidiano” (il paganesimo) è stato portato via e il luogo del suo santuario è stato abbattuto, e la bestia sotto la sua forma pagana, come potenza persecutrice, ha cessato di esistere. La bestia, per un certo periodo, “non era”. Ma sotto una nuova forma, dopo circa due secoli o più, riapparve come papato e la persecuzione ricominciò. Una forma della bestia è finita e “non è stata” finché non ha assunto un’altra forma. Questo soddisfa completamente il fine della profezia; ma, come già osservato, il ferimento di una delle teste non soddisferebbe in alcun modo tali condizioni. Nel caso del ferimento della testa, si riconosce che la vita della bestia continua; infatti la profezia, dopo aver detto che fu ferita da una spada, non dice che morì, ma che fu ferita da una spada e “visse”! Ma ricevette una ferita che, se non fosse stata curata, sarebbe presto sfociata nella morte. È molto scorretto dire, come fanno alcuni, che il papato è stato ferito dalla Riforma, nel senso di questa profezia, anche se non è stata completa fino al suo abbattimento nel 1798; perché quella è stata semplicemente la terra che ha aperto la bocca e ha inghiottito il diluvio inviato per distruggere la Chiesa {Apocalisse 12:15, 16}; ma la ferita che si vede nella profezia è un attacco violento, con armi carnali; è “di spada” {Apocalisse 13: 10}. Spero che molti non si siano allontanati dall’opinione generalmente diffusa tra noi, secondo cui la ferita mortale fu inferta nel 1798. E cosa fu fatto allora? – Il papato fu per il momento abolito; Roma fu eretta a repubblica; il papa fu portato in esilio e lì morì; il collegio cardinalizio fu disperso e l’intera macchina papale fu messa fuori uso. Fu una ferita mortale; cioè, se si fosse protratta a lungo, il papato, con questa calamità, sarebbe diventato definitivamente defunto. Ma nel 1800 nacque un nuovo elemento che diede una grande influenza al papato… I cardinali dispersi furono riuniti, fu eletto un altro papa e l’intera macchina papale fu rimessa in funzione. La ferita fu guarita! Il papa riprese la sua posizione di influenza tra i governanti d’Europa: e quel sistema di errore, superstizione e opposizione a Dio e alla sua verità sulla terra è andato avanti da quel giorno fino ad oggi. L’effetto della ferita si è visto nel contenimento delle persecuzioni aperte e millantate inflitte in passato; ma qualcuno dubita che il papato sia la stessa potenza dragonica di un tempo, che continui a portare avanti una guerra mortale contro la verità e che nelle sue segrete prigioni, sia in Europa che nel nostro Paese, ci siano moltitudini che soffrono ancora oggi gli orrori dell’Inquisizione? Ne dubiti chi può, finché i suoi conventi, i suoi monasteri e gli altri edifici sono strettamente barricati contro le richieste del governo di indagare sul loro funzionamento segreto! Il potere papale è stato simboleggiato nella profezia prima di ricevere il potere e l’autorità dall’imperatore d’Oriente, che ha segnato l’inizio dei 1260 anni. Non è quindi necessario che un nuovo decreto venga emesso da un governo terreno, dichiarando il Papa capo di tutte le Chiese, per fare del papato la bestia di Apocalisse 13 e 17, o per sanare la ferita mortale, più di quanto non sia già stata sanata. SHR 27.1
Ma soprattutto, se la ferita mortale non è ancora guarita, abbiamo anticipato la profezia per quanto riguarda la bestia a due corna; infatti, le prime azioni della bestia a due corna sono state compiute al cospetto della prima bestia, la cui ferita mortale è stata guarita; infatti, questo punto è stato particolarmente sottolineato. Ora, se la ferita mortale non è ancora guarita, la bestia a due corna non ha ancora fatto nulla in adempimento della profezia; il che sarebbe assurdo quanto dire che la ferita non è ancora guarita. La ferita mortale è stata inferta nel 1798; e se quella ferita non è ancora guarita, la bestia è sopravvissuta ormai da quasi un secolo; perché la ferita, si noterà, non uccide la bestia. Ciò è dimostrato dal fatto che quando si guarisce dalla ferita, si tratta semplicemente della guarigione della ferita, non della resurrezione della bestia. Ma una bestia che può sopravvivere a una ferita mortale per un secolo, ha certamente un’enorme vitalità. Se però si dice che la ferita mortale è stata inferta solo nel 1870, allora si distrugge completamente l’applicazione della profezia dei 1260 anni; e anche in questo caso, la bestia se l’è cavata molto bene con la ferita mortale per più di un quarto di secolo, e ancora vive, con la prospettiva di continuare in condizioni altrettanto buone finché dura il tempo. E questo è stato il periodo più attivo e, per certi aspetti, più prospero della sua esistenza. Ma la teoria in esame obbliga a sostenere che il papato non esiste ora; infatti, si fa riferimento al periodo in cui la bestia “non era”; da quando è stata inferta la ferita mortale, che sia nel 1798 o nel 1870, non c’è stato alcun papato nel mondo! Ma un’organizzazione ecclesiastica che controlla i Paesi che la Chiesa cattolica controlla, che detiene l’equilibrio del potere in ampie porzioni del nostro Paese, che si appropria di milioni di fondi di alcune delle nostre tesorerie cittadine per il proprio uso, e che detta la politica dei nostri grandi partiti politici nazionali, come ha appena dettato al partito repubblicano (1896), è certamente un cadavere molto vivo e potente! E dire, in queste circostanze, che il papato non esiste, è, con tutto il rispetto per coloro che si sono convinti di questo, il culmine dell’assurdità. SHR 29.1
C’è un altro punto su cui si suppone che esista una difficoltà, ma in riferimento al quale sarà necessario dire solo poche parole. Si tratta dell’Esarcato di Ravenna. Nello schema qui sostenuto, l’Esarcato di Ravenna viene dopo la forma di governo imperiale come settimo capo. Questa forma di governo ha governato Roma per circa sessant’anni. Ma la profezia dice di essa, secondo la versione comune, che “dovrà durare poco” {Apocalisse 17: 10}. Ora, ci si chiede: “Come si possono definire brevi i sessant’anni dell’esarcato, se i decemviri duravano meno di due anni e i dittatori non più di sei mesi alla volta? È vero che il tempo di permanenza dei decemviri e dei singoli dittatori o dei singoli triumviri era più breve dei sessant’anni dell’esarcato; ma non dovrebbe essere necessario ricordare al lettore che il profeta non sta facendo alcun paragone tra i capi, per quanto riguarda il tempo della loro permanenza. Se il profeta avesse avuto occasione di parlare della durata relativa di tutte le sue teste, avrebbe senza dubbio definito quelli come “molto brevi”; ma non fa alcuna allusione ad essi, ma parla solo della testa allora regnante e di quelli che sarebbero venuti in futuro, uno dei quali sarebbe stato relativamente breve. E quali furono i fatti? – Giovanni viveva sotto la testa imperiale, che è durata più di cinquecentosessanta anni! Certamente una piccola testa che si frapponeva tra questi due, per soli sessant’anni, poteva essere giustamente definito “durare poco”. Ma bisogna considerare anche un altro aspetto: la posizione o l’influenza di questo piccola testa come fattore dell’impero. I decemviri governavano e legiferavano per tutto il vasto impero. E che cos’era l’esarcato, come potere di governo, in confronto a questi? – Di nessun conto. L’esarcato era, in realtà, solo un luogotenente dell’imperatore d’Oriente, senza alcuna particolare influenza negli affari di quei tempi; tuttavia, in quanto governatore di Roma, deve avere un posto in quell’enumerazione dei capi dominanti di Roma, che si impegna a coprire in modo completo e minuzioso tutto il territorio. SHR 30.1
Ma questo punto può essere considerato anche da un altro punto di vista… In riferimento a questa settima testa l’originale riporta queste parole: “oligon anton dei meinai”. La parola “oligon”, interpretata, nella versione comune, come avverbio e resa “durare poco”, può essere altrettanto accuratamente presa come aggettivo e resa “essere piccolo”, cioè “di piccole dimensioni, proporzioni o influenza”. È come se il profeta avesse detto: “Quando verrà quella testa che in realtà è la settima, anche se non ha un’importanza tale da essere generalmente annoverata tra le teste, sarà necessariamente piccola e priva di importanza; tanto inferiore, infatti, che in nessun’altra profezia di questa linea di eventi viene presa in considerazione, ma solo sette teste, invece di otto, appaiono sui simboli”. Così la costruzione da ultimo citata si armonizzerebbe nel modo più completo con l’intera profezia su questo punto. In verità, se non avessimo un problema profetico più difficile di questo da affrontare, potremmo ritenerci molto fortunati. SHR 32.1
Alcune altre caratteristiche di uno dei nuovi punti di vista proposti richiedono una parola di commento, poiché sembrano assolutamente insostenibili. SHR 32.2
1. La settima testa apparirà nel prossimo stato di anarchia in Europa, quando i governi esistenti si dissolveranno nel caos e le attuali dieci corna cesseranno di esistere e scompariranno. Allora il Papa assumerà il ruolo di pacificatore; tutto gli sarà sottomesso ed egli dividerà l’Europa in dieci nuove province che costituiscono le dieci corna della bestia di {Apocalisse 17: 12}. Questo fa sì che queste corna siano ancora future e completamente diverse dalle dieci corna di {Apocalisse 13: 1}. Ma la profezia lascia forse intendere che una nuova serie di dieci corna stia per sorgere? – No, neanche una sillaba. Inoltre, questa congettura è direttamente contraria alla profezia di Daniele. Tutti devono concordare sul fatto che i “re” menzionati in {Daniele 2:44} sono i dieci regni originari sorti dal vecchio Impero Romano. Ma questi regni, che oggi si possono rintracciare così chiaramente in Europa, esistono fino alla fine; perché è “nei giorni di questi re” (non in una nuova serie) che il Dio del cielo instaura il suo regno. Quindi questi regni non possono perdere la loro identità, cessare di esistere, e un nuovo insieme sorgere, come questo schema propone, prima della venuta di Cristo. In {Daniele 7: 7, 11} non c’è alcuna indicazione che un nuovo insieme di sole dieci corna prenda il posto del primo che è sorto da Roma, prima che la bestia vada in fiamme. Oppure, queste dieci corna non si riferiscono alle divisioni passate di Roma, ma solo alle dieci corna future? E c’è un altro piccolo corno che sorgerà tra loro? Quindi le nostre esposizioni passate di questa profezia sono state tutte sbagliate? SHR 32.3
2. Quando il papa erige le dieci nuove province in Europa, allora si dice che il suo dominio tornerà a lui, e la ferita mortale (ricevuta nel 1798) sarà guarita, ma non sarà guarita prima di quel tempo. Poi questi dieci danno il loro potere e la loro forza alla bestia per un’ora, che viene considerata come un periodo profetico, cioè quindici giorni. Se è così, l’angelo di {Apocalisse 10: 6} ha giurato il falso, oppure le opinioni finora sostenute su questa profezia sono tutte sbagliate. Giurò che non ci sarebbe stato più tempo; cioè, non che non si potesse più parlare di tempo in senso profetico, come nei giorni “del settimo angelo”, ma che ogni periodo profetico era scaduto e non ci sarebbe stato più tempo profetico in quel senso. Ma ecco che viene fuori un periodo profetico definito di quindici giorni, che inizierà da qualche parte nel futuro. Questa idea deve essere abbandonata, oppure dobbiamo applicare il messaggio dell’angelo di {Apocalisse 10} a un tempo futuro; ma questo scompaginerebbe i messaggi di {Apocalisse 14}, riguardo ai quali lo Spirito di profezia ci ha avvertito di non “spostare alcun mattone o non togliere alcuno spillo” (Doni spirituali 1:121). SHR 33.1
3. Ma che dire dell’opera della bestia con due corna? Si noterà che a questa bestia non viene attribuita alcuna opera, se non dopo che la ferita mortale della prima bestia è stata guarita. Parla come un dragone, ma non potrebbe farlo senza esercitare il potere della prima bestia; e deve esercitare tale potere prima di poter indurre gli uomini ad adorare la prima bestia; ma quando l’adorazione viene resa alla bestia, si dice di lei che la sua “ferita mortale è stata guarita”. Inoltre, l’immagine che viene fatta è “alla bestia che aveva la ferita di spada e viveva”, o la cui ferita mortale era stata guarita. Ora notate la conclusione a cui ci spinge la nuova visione: All’inizio dei futuri quindici giorni di trionfo papale, la ferita mortale è guarita. Alla fine dei quindici giorni, le nuove dieci corna si rivoltano contro la prostituta e la distruggono con il fuoco {Apocalisse 17: 16}… Quindi la bestia a due corna deve compiere tutta la sua opera entro questo periodo di quindici giorni! Cioè, dopo la guarigione della ferita mortale e l’inizio di questi giorni, la bestia dalle due corna fa sì che la terra e coloro che la abitano adorino la prima bestia; compie grandi prodigi, tanto da far scendere il fuoco dal cielo sotto gli occhi degli uomini; dice al popolo di fare un’immagine alla bestia; Essi fanno l’immagine e lui le dà la vita; poi l’immagine parla ed esprime le sue richieste, e poi emette un decreto per cui tutti coloro che non la adoreranno saranno uccisi; e deve essere dato del tempo perché tutti questi atti abbiano effetto, eppure tutto deve essere compiuto nell’insignificante periodo di appena due settimane e un giorno! È mai stata presentata una visione più fantasiosa, improbabile e irragionevole? Ne consegue che in questo Paese non è stato ancora fatto nulla per imporre il culto della bestia, cercando di costringere gli uomini ad aderire alle sue richieste e a rispettare la domenica. Allora gli atti del Congresso, le decisioni dei tribunali e l’inflizione di multe, imprigionamenti e lavori forzati per il rifiuto di osservare la domenica non valgono nulla, e le opinioni finora sostenute su questi punti sono tutte sbagliate. SHR 33.2
4. Che ci sia un tempo di tribolazione e di anarchia davanti a noi, non solo per l’Europa, ma per tutto il mondo, è evidente, ma che esso esalti il papato e lo faccia trionfare, è poco probabile. Piuttosto porterà all’abbattimento e alla distruzione di quel sistema malvagio, come indicato in {Apocalisse 17: 16}. Chi viaggia in Europa può facilmente tastare il polso della gente in materia di questioni religiose. Le masse sono permeate di infedeltà. Attribuiscono i loro torti e le loro oppressioni più alla tirannia ecclesiastica che a quella civile; e quando si libereranno, i poteri ecclesiastici, con il papato in testa, saranno il primo oggetto della loro vendetta, invece di essere considerati il palladino dei loro diritti e di essere invocati per rimediare ai loro torti. SHR 34.1
Un fratello nel ministero, dopo aver visto le anticipazioni del punto di vista presentato in questo trattato, scrive che considera alcuni punti una nuova luce, e che è lieto di vedere la luce brillare lungo i vecchi sentieri; ma dice che quando la luce è nuova, e anche il sentiero è nuovo, teme che possa rivelarsi un ignis fatuus, e che conduca il ricercatore solo in paludi pericolose. C’è ancora un aspetto peggiore che può presentarsi; ed è quando la nuova luce rende necessario considerare che ciò che in passato è stato accettato e custodito con gioia come luce, nonostante fosse solo tenebre. Se il popolo avventista è stato, come crediamo, un popolo chiamato dalla provvidenza di Dio a una nuova luce, e sta camminando nella luce, la nuova luce non deve rivelare il passato come tenebre, e obbligarci a stracciare e buttare via posizioni che per anni sono state sostenute senza dubbio come verità consolidate, ma deve solo rendere l’evidenza più chiara e la nostra posizione più forte. Un buon esempio di ciò è stato quando la luce del santuario è apparsa su di noi nel 1844, confermando il passato e illuminando il futuro. Così l’esame del caso in questione ci costringe a constatare che ciò che è vero non è nuovo, e ciò che è nuovo non è vero. SHR 35.1
Non siamo mai riusciti a capire dove risieda l’insuperabile difficoltà di comprensione di {Apocalisse 17}, che alcuni sostengono di trovare. Diamo un’occhiata al capitolo e vediamo se riusciamo a trovarlo. SHR 35.2
1. La bestia di colore scarlatto non riguarda solo il periodo del papato, ma Roma fin dal suo inizio. SHR 35.3
2. Lo fu come potenza persecutrice quando Roma era pagana. SHR 36.1
3. In seguito la profezia disse che “non è”, quando ci fu il passaggio dal paganesimo al papato. SHR 36.2
4. Poi “salirà dall’abisso”, o “è anch’essa”, quando apparirà di nuovo, come papato {Apocalisse 17: 8}. SHR 36.3
5. “Va in perdizione”, proprio dove il papato andrà alla fine, mostrando che qui si riferisce proprio al papato. SHR 36,4
6. Gli uomini si meravigliano quando vedono una bestia che era, e poi non era, e poi appare di nuovo. È quest’ultima apparizione nella sua lunga e sanguinosa carriera a destare meraviglia. Per quale motivo? – La stessa che fece meravigliare Giovanni, come si legge nel versetto 6, quando vide la donna ubriaca del sangue dei santi. Questo per quanto riguarda la bestia in queste due notevoli metamorfosi. SHR 36.5
7. Poi Giovanni inizia a menzionare in modo particolare le sette teste. Prima le paragona ai sette monti su cui siede la donna, poi spiega che sono sette re. Ma queste appartengono tutte a un’unica bestia, o grande potenza terrena, ed essendo successive, non contemporanee come le corna, non possono indicare sette regni distinti e separati, ma devono riferirsi a sette fasi che appaiono nel governo della bestia. Sette diverse forme di governo, come abbiamo visto, hanno governato in successione lo Stato romano, e il consenso generale dei commentatori protestanti applica queste teste a queste forme. SHR 36.6
8. Cinque di queste forme erano esistite e passate quando Giovanni ebbe la sua visione, ed egli viveva sotto la sesta, o testa imperiale. Sotto Domiziano, uno degli imperatori di Roma, fu esiliato a Patmos, dove ricevette l’Apocalisse. SHR 36.7
9. Dopo che Roma cadde dal suo trono di gloria e la forma di governo imperiale si estinse in disgrazia, Roma, sede e rappresentante del vecchio impero, fu governata da un luogotenente dell’imperatore d’Oriente, con il titolo di Esarca di Ravenna, per circa sessant’anni, un “breve spazio”, o un governo di nessun conto se paragonato ai cinquecento anni di governo imperiale che lo precedettero o ai milleduecentosessant’anni di governo papale che lo avrebbero seguito. SHR 36.8
10. Poi la bestia nella sua terza fase, la forma papale, è chiamata ottava testa, ma è dei sette, cioè è da considerare come uno dei sette, e va in perdizione, proprio come si dice della stessa potenza, sotto il simbolo della bestia, nel versetto 8. SHR 37.1
11. Terminato l’elenco delle teste, Giovanni riprende il versetto 12 con le corna. Queste denotano gli stessi dieci regni che compaiono in tutti i simboli di Roma, tranne quello di {Daniele 8}; le dita dei piedi di {Daniele 2:41-42}, le dieci corna di {Daniele 7:24} e le dieci corna di {Apocalisse 12:3} e {Apocalisse 13:1}. Sono i dieci regni sorti dall’Impero romano tra il 351 e il 483 d.C. Si tratta dei dieci regni sorti dall’Impero romano tra il 351 e il 483 d.C. SHR 37.2
12. Questi regni non erano ancora sorti all’epoca di Giovanni, e per questo si dice di loro: “che non hanno ancora ricevuto il regno”; cioè, il loro sviluppo era allora futuro. SHR 37.3
13. Ricevono il potere come re, o nascono come regni indipendenti, in un’ora, o nella stessa epoca (Croly), con la bestia, il papato, che qui è di nuovo chiamato, non l’ottava testa, ma la bestia. La parola “ora” è spesso usata in senso indefinito, come quando Cristo disse: “Questa è la vostra ora e il potere delle tenebre” {Luca 22: 53}; o come è detto in {Apocalisse 3: 10}: “Ti custodirò dall’ora della prova che verrà su tutto il mondo, per mettere alla prova coloro che abitano sulla terra”. La parola “uno” ha spesso il significato di “lo stesso”, come in {Luca 12:52, Romani 3:30}, ecc. Questo era vero per quanto riguarda i dieci regni e il papato. L’ultimo di questi regni si sviluppò già nel 483 d.C. e solo quarantacinque anni dopo, nel 538, fu istituito il papato. Tutti appartengono alla stessa epoca profetica. SHR 37.4
14. Questi dovevano avere una sola mente e dare il loro potere e la loro forza alla bestia, il papato. Tutti questi regni aderirono al papato e per lunghi secoli lo sostennero nelle sue pretese blasfeme e nelle sue sanguinose persecuzioni. SHR 37.5
15. Il profeta poi, al versetto 14, getta uno sguardo in avanti verso la fine, quando queste corna faranno guerra all’Agnello, come descritto in {Apocalisse 19: 19}. SHR 38.1
16. La spiegazione del simbolo delle acque nel versetto 15 non presenta alcuna difficoltà. SHR 38.2
17. Nei versetti 16 e 17 viene descritto l’atteggiamento finale di queste potenze nei confronti del papato. Questo porta alla sua distruzione. Dalla ferita mortale del 1798, il potere e l’influenza del papato, come fattore politico negli affari europei, sono andati scemando. Nel 1870, le ultime vestigia del suo potere temporale sono scomparse. Non potrà mai più avere prestigio in questo senso e vivrà solo come potenza spirituale, fino a quando non entrerà nel lago di fuoco. La bestia a due corna sarà la potenza leader dell’ultimo conflitto. SHR 38.3
18. Poi, nel versetto 18, l’intero elemento ecclesiastico viene presentato sotto il simbolo della donna. Questo include naturalmente il papato presentato prima come “la bestia” e “l’ottava” testa. Ma comprende anche altro: l’elemento ecclesiastico sotto il paganesimo, che però ha svolto la sua opera più ripugnante e crudele come il papato. SHR 38.4
Così le difficoltà che si è supposto esistano nell’applicazione di {Apocalisse 17} si dimostrano solo immaginarie, scomparendo davanti a un semplice e armonioso aggiustamento dei fatti. È quindi deplorevole che alcuni abbiano lasciato che le loro menti diventassero instabili e confuse su questa importante parte delle Scritture. SHR 38.5
NOTA. – Elliott, nel suo Horae Apocalypticae, Vol. 3, pag. 102, introduce un argomento per dimostrare che “tutte le mutazioni della bestia a sette teste, dal suo primo inizio fino alla fine, devono essere limitate alla località a sette colline”, cioè a Roma. Per quanto riguarda l’applicazione delle sette teste stesse, a pagina 106 afferma che: “Per spiegare, quindi, le prime sei teste, adottò, con la massima soddisfazione, l’interpretazione protestante generalmente accolta, che, seguendo le autorevoli affermazioni di Livio e Tacito (quest’ultimo grande storico contemporaneo di Giovanni), enumera Re, Consoli, Dittatori, Decemviri e Tribuni militari, e i cinque primi capi costituzionali della città e del Commonwealth romano; poi, come sesta, la testa imperiale, a partire da Ottaviano, meglio conosciuto come Cesare Augusto”. Si riferisce poi all’opinione di Mede e del vescovo Newton, secondo cui la settima testa fu il ducato di Roma, sotto l’esarcato di Ravenna, per circa sessant’anni (Pagina 110). Inoltre, alle pagine 119-121, presenta prove per dimostrare che il papato è l’ultima, o ottava, testa. L’unico cambiamento in questa enumerazione, si noterà, è che i “tribuni militari” sono messi al posto dei triumviri. Ma egli cita, a pagina 106, altre autorità importanti e rispettabili, che danno i triumviri come uno dei capi. Una nota a piè di pagina sulle parole “interpretazione protestante generalmente ricevuta”, a pagina 106, come citato sopra, presenta questi fatti: “Daubuz, a pagina 514, ne attribuisce la scoperta al re Giacomo. Ma io la trovo notata nel primo commentatore protestante, Pareo, a pagina 422, come soluzione di Arezio, Napier e Brightman, ognuno dei quali probabilmente – alcuni di loro certamente – ha preceduto il re Giacomo. In effetti, trovo quasi la stessa cosa nel commentatore più antico, Osiander… che lo pubblicò nel 1544. Egli indica come sette teste: (1) i Re; (2) i Consoli; (3) i Decemviri; (4) i Dittatori; (5) i Triumviri; (6) i Cesari (cioè gli Imperatori); (7) i Cesari esterni [sotto il quale capo rientrerebbe l’Esarcato di Ravenna]; (8) i Papi”. SHR 38.6
Ancora, cita un’opera di Fulco sull’Apocalisse, Londra, 1573, che, scrivendo in latino, dà il nome latino delle sette teste, come segue: “Reges, Consules, Decemviri, Triumviri, Dictatores, Caesares, Pontifex (il papa)”. Questo scrittore, come si vedrà, elimina la testina che segue l’imperiale e chiama l’ultima, la settima, il papato. Così la visione sostenuta in questo documento si pone come “la visione protestante generalmente ricevuta”, e sono specificati sette autori che la sostengono nelle loro opere pubblicate. Questi forniscono certamente un grado di autorità e di erudizione, a favore di quella che può essere chiamata anche la visione avventista, che ha almeno il diritto di essere presa in rispettosa considerazione e dalla quale, come abbiamo cercato di mostrare, non c’è alcuna occasione di dissentire. SHR 39.1
Il fatto che nessuno di coloro che hanno scritto sulle nuove vedute sia d’accordo riguardo le loro esposizione, è una prova che il Signore non li sta conducendo in questa materia per portare la Chiesa in un luogo più ampio di luce e di verità… Se si dice, come obiezione alla vecchia visione, che non tutti sono d’accordo, in quanto alcuni suggeriscono tribuni militari al posto dei triumviri, la risposta è che ciò non fa una differenza così rilevante, in quanto tutti accettano come indiscutibile il fatto che tutte le teste del dragone devono rappresentare qualche caratteristica di quel governo che il dragone simboleggia, che, secondo lo Spirito della profezia, è Roma; e quindi non ignorano il principio fondamentale che non possiamo andare al di fuori di Roma per nessuna delle teste. Aderendo a questo principio evidente, non si può sbagliare di molto nell’applicare queste caratteristiche del grande dragone rosso e le stesse sette teste delle bestie di Apocalisse 13 e 17. SHR 40.1
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